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August Bebel

 

Viva August Bebel!

Un grande leader rivoluzionario della classe operaia tedesca e internazionale!

 


 

 

AUGUST BEBEL

[ in immagini ]

 

La donna e il socialismo

1879

 

 

Bebel August (1840-1913)
marxista di origini proletarie; dal 1867 fu deputato dell’ala sinistra del Partito del Popolo sassone al Reichstag della Germania del Nord; co-fondatore nel 1869 con Wilhelm Liebknecht del Partito socialista operaio, di cui restò l’incontestato leader anche dopo che il partito si fuse, nel 1875 a Gotha, con i lassalliani. Nel 1872 fu condannato con Liebknecht a due anni di carcere con l’accusa di "tradimento" (opposizione alla guerra franco-tedesca). Sotto la sua guida la socialdemocrazia tedesca, ai tempi della legislazione antisocialista, divenne il partito più forte. Negli anni prebellici Bebel fu tra i leader della II Internazionale.
Engels:
“Bebel, membro del parlamento tedesco di Dresda, è stato indicato per rappresentare il distretto di Lipsia nel parlamento sassone. Bebel è egli stesso un lavoratore (un tornitore), ed uno dei migliori, se non il migliore, tra gli oratori tedeschi”. Engels in Bismarck e il Partito operaio tedesco.

 

 

 

1873

 

Engels a August Bebel

 

 

a Hubertusburg (1)
 
Londra, 20 giugno 1873
 
Caro Bebel,
rispondo per primo alla Sua lettera perché quella di Liebknecht si trova ancora da Marx che sul momento non riesce a trovarla.
 
Non Hepner ma la lettera di Yorck a nome del comitato a lui diretta, ci ha fatto temere che il fatto della vostra prigionia sarebbe stato sfruttato dalle istanze dirigenti del partito, sfortunatamente completamente in mano ai lassalliani, per trasformare il «Volksstaat» in un «leale» «Neuer Social-Demokrat». Yorck ammetteva chiaramente questa intenzione e poiché il comitato si presentava come l'autorità cui spetta assumere e licenziare i redattori, il pericolo era sicuramente grande abbastanza. L'imminente espulsione di Hepner (2) offriva un ulteriore pretesto a questi piani. In queste condizioni dovevamo assolutamente sapere a che punto eravamo, da cui questa corrispondenza (3)
 
Non deve dimenticare che Hepner, e tantomeno Seiffert, Blos, ecc., non ha affatto, rispetto a Yorck, la stessa posizione di forza Sua e di Liebknecht, i fondatori del partito, e che se voi potete semplicemente ignorare tali pretese, tanto più difficilmente ciò può essere richiesto da loro. Le autorità di partito hanno pur sempre un certo diritto formale di controllo sopra l'organo del partito, che non è stato esercitato nei vostri confronti, ma che stavolta e stato tentato indubbiamente e in una direzione nociva per il partito. Ci è sembrato dunque nostro dovere fare quanto era in nostro potere per opporci. Hepner può aver fatto qualche errore tattico in questioni particolari, per lo più solo dopo aver ricevuto la lettera del comitato, ma nel merito dobbiamo dargli decisamente ragione. Non posso neanche rimproverargli di esse re stato debole poiché se il comitato gli fa capire chiaramente che deve lascia re la redazione e considerato che diversamente avrebbe dovuto lavorare sotto Blos, allora non vedo quale resistenza lui potesse ancora opporre. Non si poteva certo barricare nella redazione per resistere al comitato. Dopo una simile lettera categorica delle sue autorità superiori trovo perfino scusabile la nota di Hepner sul «Volksstaat» da Lei riportata e che già mi era suonata sgradevole.
 
Ciò che è certo è che dopo l'arresto e l'allontanamento di Hepner da Lipsia, il «Volksstaat» è diventato assai peggiore e che il comitato, invece di litigare con lui, avrebbe fatto meglio a fornirgli ogni possibile aiuto. Il comitato chiedeva perfino che il «Volksstaat» fosse diretto diversamente, che fossero eliminati gli articoli scientifici per essere sostituiti da articoli di fondo à la «Neuer» (4) e ha minacciato dirette sanzioni repressive. Non conosco affatto Blos ma se lo stesso comitato nomina lui si deve ritenere che questo comitato si sia scelto una persona che gli va.
 
Per quanto riguarda ora la posizione del partito verso il lassallismo Lei può naturalmente giudicare la tattica da seguire meglio di noi, specialmente in singoli casi. Bisogna però tener conto anche di questo. Se ci si trova, come Lei, in una certa posizione di concorrenza con l'Associazione generale degli operai tedeschi, è facile prendere troppo in considerazione i concorrenti e abituarsi a pensare innanzitutto a loro in ogni occasione. Ora, però, sia la Associazione generale degli operai tedeschi che il Partito operaio socialdemocratico, messi insieme, rappresentano pur sempre una minoranza molto piccola della classe operaia tedesca. Secondo la nostra convinzione, che abbiamo visto confermata nel corso di una lunga pratica, la giusta tattica nella propaganda non è quella di strappare qua e là all'avversario singole persone e gruppi di aderenti, ma di agire sulle grandi masse ancora disorganizzate. Un solo elemento nuovo che si riesce a educare togliendolo dall'ignoranza, ha maggior valore di dieci disertori lassalliani, che portano sempre con sé nel partito il seme delle loro errate posizioni. Magari si potessero raggiungere le masse facendo a meno dei dirigenti locali. Cosi invece bisogna sempre accollarsi un mucchio di simili dirigenti che sono vincolati, se non dalle loro precedenti concezioni, dalle loro precedenti prese di posizione pubbliche e devono quindi innanzitutto dimostrare che non loro hanno rinnegato i loro principi ma che semmai il Partito operaio socialdemocratico predica il vero lassallismo. Questo fu la sfortuna ad Eisenach, che forse allora non poteva essere evitata; ma questi elementi hanno indubbiamente nuociuto al partito e io non so se oggi, anche senza il loro ingresso, non sarebbe almeno altrettanto forte. In ogni caso giudicherei una vera disdetta se questi elementi venissero rafforzati.
 
Non bisogna farsi fuorviare dalle invocazioni all'«unità». Coloro che hanno sempre in bocca questa parola sono i più grandi fomentatori di discordia, come proprio adesso i bakuninisti svizzeri del Giura, gli autori di tutta la scissione, non fanno altro che gridare all'unità. Questi fanatici dell'unità sono o menti limitate che vogliono mescolare tutto in un miscuglio indistinto che basta solo che si depositi per riprodurre le differenze in contrasti ben più aspri, proprio perché si trovano in un unico vaso (in Germania avete un bell'esempio con la gente che predica la riconciliazione degli operai con i piccoli borghesi), oppure è gente che vuole falsare, inconsapevolmente (come per es. Mülberger) o consapevolmente, il movimento. Per questo i più grandi settari e i più grandi mestatori e furfanti sono, in determinati momenti, coloro che invocano più forte l'unità. Con nessuno, nella nostra vita, abbiamo avuto più difficoltà e scontri che non con i fanatici dell'unità.
 
Naturalmente ogni gruppo dirigente di partito vuole vedere risultati, e ciò è anche bene. Ma ci sono circostanze in cui bisogna avere il coraggio di sacrificare il successo momentaneo a cose più importanti. Specialmente in un partito come il nostro la cui vittoria finale è cosi assolutamente certa e si è sviluppata in modo cosi colossale nel corso della nostra vita e sotto i nostri occhi, non c'è affatto bisogno, sempre e a tutti i costi, del successo momentaneo. Prenda ad esempio l'Internazionale. Dopo la Comune essa ha conosciuto un successo colossale. Perfino l'attonita borghesia riconobbe la sua onnipotenza. La grande massa dei membri credeva che sarebbe durata in eterno. Ma noi sapevamo molto bene che il pallone doveva scoppiare. Tutta la marmaglia si attaccava ad esso. I settari in essa presenti, rialzarono la testa, cercarono di servirsi dell'Internazionale nella speranza che sarebbero state loro permesse le più grandi sciocchezze e bassezze. Noi non lo tollerammo.
 
Ben sapendo che il pallone doveva scoppiare, non si trattava per noi di rimandare la catastrofe ma di badare che l'Internazionale ne uscisse pura e genuina. All'Aja il pallone scoppiò e Lei sa che la maggioranza dei delegati se ne tornò a casa con la sgradevole sensazione della disillusione. Eppure quasi tutti questi disillusi, che pensavano di trovare nell'Internazionale l'ideale della fratellanza e della riconciliazione generale, avevano a casa propria contrasti ben più aspri di quello che era scoppiato all'Aja! Adesso i rissosi settari predicano la riconciliazione e imprecano contro di noi, intrattabili e dittatori! Ma se all'Aja ci fossimo comportati in modo conciliante, se avessimo soffocato la scissione, quale sarebbe stata la conseguenza? I settari, cioè i bakuninisti, avrebbero ricevuto un lungo anno di tempo per compiere in nome dell'Internazionale sciocchezze e infamie ancora più grandi; gli operai dei paesi più sviluppati si sarebbero allontanati nel disgusto; il pallone non sarebbe esploso, si sarebbe sgonfiato lentamente, a forza di punture di spillo; e il congresso successivo, che pure avrebbe evidenziato la crisi, sarebbe diventato lo scandalo dei personaggi più volgari perché all'Aja era già stato sacrificato il principio! 
 
Allora l'Internazionale sarebbe senza dubbio morta: morta per l'«unità»! Invece adesso ci siamo liberati degli elementi bacati, con onore per noi - i membri della Comune presenti all'ultima seduta decisiva, dicono che nessuna riunione della Comune ha lasciato loro un'impressione così terribile come questa udienza di tribunale contro i traditori del proletariato europeo - abbiamo lasciato loro raccogliere per dieci mesi tutte le loro forze per mentire, per diffamare, per intrigare: e a che punto sono arrivati? Loro, i presunti rappresentanti della grande maggioranza dell'Internazionale, proprio loro adesso dichiarano che non osano venire al prossimo congresso (particolari in un articolo che parte con la presente per il «Volksstaat»(2). E se ci ritrovassimo nella stessa situazione non ci comporteremmo diversamente nell'insieme - errori tattici, naturalmente, si fanno sempre.
 
In ogni caso credo che i migliori elementi tra i lassalliani verranno a voi spontaneamente col tempo e che sarebbe perciò sciocco cogliere il frutto prima che sia maturo, come vogliono i sostenitori dell'unità.
 
Già il vecchio Hegel, d'altra parte, ha detto: un partito rimane vincente quando si scinde e può sopportare la scissione. Il movimento del proletariato percorre necessariamente diversi livelli di sviluppo; ad ogni livello una parte delle persone rimane attaccata e non va più avanti; già da questo si capisce perché la «solidarietà del proletariato», nella realtà, si realizza ovunque tramite diversi raggruppamenti di partito che si combattono per la vita o per la morte, come le sette cristiane nell'impero romano in mezzo alle più aspre persecuzioni.
 
Inoltre non deve dimenticare, se per es. il «Neuer» ha più abbonati del «Volksstaat», che ogni setta, è necessariamente fanatica e grazie a questo fanatismo particolarmente in territori in cui ènuova (come l'Associazione generale degli operai tedeschi nello Schlewig-Holstein, per es.) consegue successi momentanei ben più grandi del partito che, senza la particolarità della setta, rappresenta semplicemente il vero movimento. Ma il fanatismo non basta alla lunga.
 
Devo terminare, la posta sta per partire. In fretta solo un'altra cosa: Marx non può occuparsi del Lassalle (6) finché la traduzione francese (7) non è terminata (circa alla fine di luglio) ed avrà poi certamente bisogno di rilassarsi perché è molto provato dal lavoro.
 
Che Lei sopporti stoicamente la sua prigionia e studi, è molto bello. Noi tutti ci rallegriamo di rivederla qui l'anno prossimo. Cordiali saluti a Liebknecht.
 
Sinceramente Suo F. Engels
 
 ______
Note:
1) A fine marzo 1872, dopo che era stato respinto il ricorso per nullità dalla Corte di Appello di Dresda, il giudizio della Corte di Assise di Lipsia contro August Bebel e Wilhelm Liebknecht entrò in vigore. Il 29 maggio 1872 Liebknecht scrisse a Engels: "Mi è stata appena comunicata ufficialmente la decisione della Corte di Appello: il giudizio è confermato…Se la mia richiesta di sospensione della pena fino al 1° luglio non sarà accolta tra otto giorni dovrò andare Hubertusburg". Liebknecht iniziò la carcerazione il 15 giugno 1872 e rimase fino al 15 aprile 1874 nella fortezza di Hubertusburg. Bebel rimase dall'8 luglio 1872 al 23 aprile 1874 a Hubertusburg e fino al 14 maggio nella fortezza di Konigstein.
2) Adolf Hepner fu condannato a quattro settimane di carcere ed espulso da Lipsia nella primavera del 1873, per "attività in favore dell'Internazionale" e per aver partecipato al congresso dell'Aia dell'Associazione Internazione degli Operai nel settembre 1872. Egli rimase per qualche tempo nei dintorni di Lipsia, ma, sottoposto a persecuzioni poliziesche, fu costretto a trasferirsi a Breslau.
3) L'11 aprile 1873 Adolf Hepner inviò a Engels la lettera di Theodor York a nome del comitato del Partito Operaio Socialdemocratico. Come emerge da una lettera di Hepner a Engels, questi aveva inviato tramite Hepner una lettera a Wilhelm Liebknecht prima del 23 aprile 1873. Non si dispone di questa lettera.
4) «Neuer Social-Demokrat»
5) Engels, «Dall'Internazionale»
6) Nel corso del 1872 e del 1873 Wilhelm Liebknecht e Adolf Hepner chiesero ripetutamente a Marx di sottoporre a critica le idee di Ferdinand Lassalle con un opuscolo o con articoli per il "Volksstaat".
7) La traduzione francese del primo libro del "Capitale" fu opera di Joseph Roy. Nella sua "premessa e postscritto all'edizione francese" e nella lettera a N.F. Danielson del 28 maggio 1872, Marx da un giudizio su questa traduzione e descrive il peso e il carattere del lavoro da lui fatto per la preparazione della edizione francese. Secondo il contratto con l'editore Maurice Lachatre "Il Capitale" doveva uscire in 44 fascicoli di un foglio di stampa ciascuno. Essi furono poi pubblicati a 5 per volta, cosicché l'edizione francese uscì dal 1872 fino al novembre del 1875 come fascicoli 1-IX.

 

 

 

 

Nella lettera ad August Bebel del 18 marzo 1875.

(Friedrich Engels)

 

“Con l'instaurazione del regime sociale socialista lo Stato si dissolve da sé e scompare. Non essendo lo Stato altro che un'istituzione temporanea di cui ci si deve servire nella lotta, nella rivoluzione, per schiacciare con la forza i propri nemici, parlare di uno "Stato popolare libero" è pura assurdità: finché il proletariato ha ancora bisogno dello Stato, ne ha bisogno non nell'interesse della libertà, ma nell'interesse dello schiacciamento dei suoi avversari, e quando diventa possibile parlare di libertà, allora lo Stato come tale cessa di esistere. Noi proporremmo quindi di mettere ovunque invece della parola "Stato," la parola "Comune," una vecchia eccellente parola tedesca, che corrisponde alla parola francese Commune.”

 

 

 


 

 

Friedrich Engels

Critica del Programma di Gotha

Lettera ad August Bebel

 

Londra, 18 (28) marzo 1875


Caro Bebel!


Ho ricevuto la vostra lettera del 23 febbraio e sono contento che stiate così bene di salute.

Mi chiedete qual è la mia opinione circa la questione dell'unità. Purtroppo ci siamo trovati nella stessa situazione di voi. Né Liebknecht né alcun altro ci ha fatto una comunicazione qualunque, e perciò anche noi conosciamo soltanto ciò che vi è sui giornali, e sui giornali non vi è stato niente; fino a che otto giorni fa non ci è giunto il progetto di programma. Esso ha destato in noi non poco stupore.

Il nostro partito ha così spesso steso la mano ai lassalliani per una conciliazione o per lo meno per un'alleanza, ed è stato così spesso e così sprezzantemente respinto dagli Hasenclever, Hasselmann e Tölckes, che ogni bambino poteva tirarne la conclusione che se questi uomini oggi vengono a noi e offrono di mettersi d'accordo, si debbono trovare in un terribile frangente. Ma considerando il ben noto carattere di costoro, noi siamo in dovere di sfruttare questo frangente per strappare tutte le garanzie possibili affinchè essi non possano a scapito del nostro partito ristabilire agli occhi dell'opinione pubblica operaia la loro posizione scossa. Si dovrebbe riceverli in modo estremamente freddo e con diffidenza, far dipendere l'unificazione dal grado della loro buona disposizione a lasciar cadere le loro parole d'ordine settarie e il loro aiuto statale, e accettare in sostanza il programma di Eisenach del 1869 o una sua edizione corretta, adattata alla situazione odierna. Il nostro partito non ha assolutamente nulla da imparare dai lassalliani nel campo teorico, cioè in ciò che è decisivo per il programma; i lassalliani invece hanno molto da imparare dal nostro partito. La prima condizione della fusione avrebbe dovuto essere che cessassero di essere settari, lassalliani; che dunque rinunciassero prima di tutto alla panacea universale dell'aiuto statale, o per lo meno lo riducessero ad una misura transitoria subordinata, accanto e dopo molte altre. Il progetto di programma dimostra che i nostri, cento volte superiori ai capi lassalliani teoricamente sono cento volte inferiori a loro per scaltrezza politica; ancora una volta gli "onesti" sono stati duramente gabbati dai disonesti.

Prima di tutto, si accetta la frase lassalliana sonora, ma storicamente falsa, che rispetto alla classe operaia tutte le altre classi costituirebbero una sola massa reazionaria. Questa affermazione è vera solo in singoli casi eccezionali, per esempio in una rivoluzione del proletariato come la Comune, o in un paese in cui non soltanto la borghesia ha foggiato a propria immagine lo Stato e la società, ma dopo di essa anche la piccola borghesia democratica ha portato questa trasformazione sino alle sue ultime conseguenze. Se per esempio in Germania la piccola borghesia democratica appartenesse a questa massa reazionaria, come avrebbe potuto il Partito socialdemocratico operaio procedere per anni in stretta alleanza con essa, cioè col partito del popolo? E come può il Volksstaat [13] prendere quasi tutto il suo contenuto politico dalla democratica piccolo-borghese Frankfurter Zeitung? [14] E come si possono includere in questo stesso programma non meno di sette rivendicazioni che coincidono direttamente e letteralmente col programma del partito del popolo e della democrazia piccolo-borghese? Intendo le sette rivendicazioni politiche da l a 5 , e da l a 2, di cui non ve ne è una sola che non sia democratico-borghese. [15]

In secondo luogo, il principio del carattere internazionale del movimento operaio viene per il presente completamente negato nella pratica degli uomini che per cinque anni e nelle circostanze più difficili hanno difeso questo principio nel modo più glorioso. La posizione degli operai tedeschi alla testa del movimento europeo riposa essenzialmente sul loro atteggiamento schiettamente internazionalistico durante la guerra; nessun altro proletariato si sarebbe condotto così bene. Ed ora questo principio dovrebbe essere negato da loro nel momento in cui dappertutto all'estero gli operai gli danno tanto più rilievo quanto più i governi si sforzano di soffocare ogni loro tentativo di attuarlo in una organizzazione! E che cosa rimane in sostanza dell'internazionalismo del movimento operaio? La pallida prospettiva, non di una futura cooperazione degli operai europei per la loro liberazione, no, ma di una futura "fratellanza internazionale dei popoli," degli "Stati uniti d'Europa" dei borghesi della Lega della pace!

Naturalmente non era necessario parlare dell'Internazionale come tale. Ma per lo meno non si doveva fare nessun passo addietro rispetto al programma del 1869 e dire, ad esempio, che benchè il partito operaio tedesco operi innanzi tutto entro i confini statali che gli sono posti (esso non ha nessun diritto di parlare a nome del proletariato europeo, e specialmente di dire delle cose sbagliate), esso è cosciente della sua solidarietà con gli operai di tutti i paesi e sarà sempre pronto ad adempiere nell'avvenire, come ha fatto sino ad ora, gli obblighi impostigli da questa solidarietà. Simili obblighi esistono anche senza che ci si proclami o consideri parte dell'"Internazionale"; e consistono ad esempio in aiuti materiali e nella lotta contro il crumiraggio in caso di sciopero, nel curare che gli organi di partito mantengano gli operai tedeschi informati del movimento estero, nel condurre un'agitazione contro minaccianti o scoppiate guerre di gabinetto, nel comportarsi nel corso di esse così come si è dato mirabile esempio nel 1870 e 1871.

In terzo luogo, i nostri si sono lasciata imporre la "legge bronzea del salario" lassalliana, che riposa su una concezione economica del tutto antiquata, cioè che l'operaio riceve in media solo il minimo del salario e precisamente perchè secondo la teoria della popolazione di Malthus vi sono sempre troppi operai (questa era la dimostrazione lassalliana). Orbene, Marx ha ampiamente dimostrato nel Capitale che le leggi che regolano il salario sono molto complicate; che a seconda della situazione prevale ora l'una, ora l'altra di esse, che esse non sono quindi per niente bronzee, ma al contrario molto elastiche; e che il problema non può affatto venire risolto con un paio di parole, come si immaginava Lassalle. La dimostrazione malthusiana della legge che Lassalle ha copiato da Malthus e da Ricardo (falsificando quest'ultimo), com'essa si trova citata ad esempio nel Libro di lettura per operai, pagina 5, da un altro opuscolo di Lassalle, è stata ampiamente confutata da Marx nel capitolo sul "processo di accumulazione del capitale." Facendo propria la "legge bronzea del salario" di Lassalle si sono quindi accettati un principio falso e una falsa dimostrazione di esso.

In quarto luogo, il programma presenta come rivendicazione sociale unica l'aiuto statale lassalliano nella sua, forma più sfacciata, come Lassalle l'aveva rubato a Buchez, e ciò dopo che Bracke ha dimostrato molto bene tutta la inconsistenza di questa rivendicazione; [16] dopo che quasi tutti, se non tutti, gli oratori del nostro partito nella lotta contro i lassalliani sono stati costretti a prendere posizione contro questo "aiuto statale." Il nostro partito non poteva umiliarsi di più. L'internazionalismo abbassato al livello di Armand Gögg [17], il socialismo al livello del repubblicano borghese Buchez, che avanzava questa rivendicazione contro i socialisti, per batterli!

Nel migliore dei casi però l'"aiuto statale" nel senso lassalliano è solo una tra le numerose misure per raggiungere lo scopo, che qui viene indicato con l'espressione insipida: "Per avviarsi alla soluzione della questione sociale," come se per noi esistesse ancora una questione sociale teoricamente insoluta! Se dunque si dicesse: il partito operaio tedesco lotta per la soppressione del lavoro salariato e quindi delle differenze di classe mediante l'introduzione della produzione collettiva nell'industria e nell'agricoltura e su scala nazionale; esso sostiene ogni misura atta a raggiungere questo scopo - nessun lassalliano potrebbe avere qualcosa da obiettare.

In quinto luogo, non si fa parola dell'organizzazione della classe operaia come classe a mezzo dei sindacati di mestiere. E questo è un punto molto essenziale, perchè questa è la vera organizzazione di classe del proletariato, in cui esso combatte le sue lotte quotidiane contro il capitale, in cui si addestra, e che oggi nemmeno la peggiore reazione (come ora a Parigi) non è più in grado di distruggere. Data l'importanza che questa organizzazione assume anche in Germania, noi pensiamo che sarebbe assolutamente necessario ricordarla nel programma, e possibilmente farle un posto nell'organizzazione del partito.

Tutto questo hanno fatto i nostri per far piacere ai lassalliani. E che cosa hanno concesso gli altri? Che figuri nel programma un mucchio di rivendicazioni puramente democratiche abbastanza confuse, di cui alcune non sono altro che oggetti di moda, come per esempio la "legislazione da parte del popolo," che esiste nella Svizzera e reca più danno che utile, se pure reca in generale qualche cosa. Amministrazione da parte del popolo, almeno significherebbe qualche cosa. Manca egualmente la prima condizione di ogni libertà: che tutti gli impiegati siano responsabili delle azioni compiute nell'esercizio delle loro funzioni rispetto ad ogni cittadino davanti ai tribunali comuni e secondo il diritto comune. E non voglio indugiarmi sul fatto che rivendicazioni come la libertà della scienza e la libertà di coscienza figurano in ogni programma liberale borghese e qui appaiono un po' fuori di luogo.

Lo Stato popolare libero si è trasformato in Stato libero. Secondo il senso grammaticale di queste parole, uno Stato libero è quello che è libero verso i suoi cittadini, cioè è uno Stato con un governo dispotico. Sarebbe ora di farla finita con tutte queste chiacchiere sullo Stato, specialmente dopo la Comune, che non era più uno Stato nel senso proprio della parola. Gli anarchici ci hanno abbastanza rinfacciato lo "Stato popolare," benchè già il libro di Marx contro Proudhon [18] e in seguito il Manifesto comunista dicano esplicitamente che con l'instaurazione del regime sociale socialista lo Stato si dissolve da sé e scompare. Non essendo lo Stato altro che un'istituzione temporanea di cui ci si deve servire nella lotta, nella rivoluzione, per schiacciare con la forza i propri nemici, parlare di uno "Stato popolare libero" è pura assurdità: finchè il proletariato ha ancora bisogno dello Stato, ne ha bisogno non nell'interesse della libertà, ma nell'interesse dello schiacciamento dei suoi avversari, e quando diventa possibile parlare di libertà, allora lo Stato come tale cessa di esistere. Noi proporremmo quindi di mettere ovunque invece della parola "Stato," la parola "Comune," una vecchia eccellente parola tedesca, che corrisponde alla parola francese "Commune."

"Eliminazione di ogni disuguaglianza sociale e politica" è anche una frase molto dubbia invece di: "Soppressione di tutte le differenze di classe." Tra paese e paese, tra provincia e provincia persino tra località e località sussisterà sempre una certa disuguaglianza di condizioni di esistenza, che si potrà ridurre a un minimo, ma non si potrà mai sopprimere del tutto. Gli abitanti delle Alpi avranno sempre condizioni di vita diverse da quelle degli abitanti della pianura. La rappresentazione della società socialista come regno dell'uguaglianza è una rappresentazione francese unilaterale, derivante dal vecchio "libertà, uguaglianza, fratellanza". E' una rappresentazione che era giustificata a suo tempo e a suo luogo come una determinata tappa dello sviluppo; ma che oggi dovrebbe essere superata come tutte le unilateralità delle vecchie scuole socialiste, perchè esse creano soltanto confusione e perchè si sono trovate forme più precise di esposizione della questione.

Termino, benchè quasi ogni parola sarebbe da criticare in questo programma, che inoltre è redatto in modo fiacco e scolorito. Esso è tale che, se verrà approvato, Marx od io non potremmo mai considerarci aderenti al nuovo partito creato su questa base, e dovremmo riflettere molto esso - anche pubblicamente. Tenete conto che all'estero si considera noi come responsabili di ogni parola e di ogni atto del Partito socialdemocratico operaio tedesco. Così fa seriamente alla posizione che dovremmo assumere verso di Bakunin nel suo scritto Politica e anarchia, in cui ci fa carico di ogni parola inconsiderata detta o scritta da Liebknecht dalla fondazione del Demokratisches Wochenblatt. [19] La gente si immagina che noi dirigiamo tutto di qui a bacchetta, mentre voi sapete quanto me che noi non ci siamo mai menomamente immischiati nelle questioni interne di partito, e se lo abbiamo fatto è stato solo per correggere, possibilmente, errori che a nostro modo di vedere si erano commessi, e per giunta soltanto nel campo teorico. Comprenderete però voi stesso, che questo programma costituisce una svolta che potrebbe molto facilmente costringerci a respingere da noi ogni responsabilità per il partito che lo accetterà.

In generale il programma ufficiale di un partito ha minore importanza di ciò che esso fa. Ma un nuovo programma è sempre una bandiera innalzata pubblicamente, e il mondo esteriore da esso giudica il partito. Perciò esso non dovrebbe contenere in nessun caso un passo indietro, come il progetto in considerazione di fronte al programma di Eisenach. Si dovrebbe anche riflettere a ciò che diranno di questo programma gli operai degli altri paesi; quale impressione farà questa capitolazione di tutto il proletariato socialista tedesco davanti al lassallianismo.

Sono inoltre convinto che una unità su questa base non durerà un anno. Le migliori teste del nostro partito dovrebbero prestarsi a rimasticare le frasi lassalliane imparate a memoria sulla legge bronzea dei salari e sull'aiuto statale? Vorrei ben vedervi voi a farlo! E se lo faceste, i vostri uditori vi fischierebbero. D'altra parte sono convinto che i lassalliani insistono precisamente su questi punti del programma, come lo strozzino Shylock per avere la sua libbra di carne. Si verrà alla scissione; ma avremo restaurato l'"onore" di Hasselmann, Hasenclever, Tölcke, e consorti; noi usciremo dalla scissione più deboli e i lassalliani più forti; il nostro partito avrà perduto la sua verginità politica e non potrà mai più combattere di buon animo contro le frasi lassalliane, che esso avrà già scritto per un periodo di tempo sulla sua stessa bandiera; e quando i lassalliani ripeteranno di essere l'unico genuino partito operaio e i nostri dei borghesi, il programma sarà là per dimostrarlo. Tutte le misure socialiste nel programma appartengono a loro, e il nostro partito non vi ha aggiunto altro che rivendicazioni della democrazia piccolo-borghese, la quale però è anch'essa designata da lui nel programma stesso come parte della "massa reazionaria"!

Avevo trattenuto la lettera, perchè sarete messo in libertà il 1° aprile in onore del compleanno di Bismarck, e non volevo esporla al rischio di essere sequestrata in un tentativo di farla giungere di contrabbando. Ed ecco arriva una lettera di Bracke, che ha anche lui dei dubbi seri sul programma e vuole conoscere la nostra opinione. Perciò mando a lui la lettera da trasmettervi, affinchè egli la legga e io non debba riscrivere ancora una volta tutta la storia. Mi sono del resto espresso chiaramente anche con Ramm; a Liebknecht ho scritto soltanto brevemente, Non gli posso perdonare che di tutta questa faccenda egli non ci abbia comunicato una sola parola (mentre Ramm ed altri credevano che egli ci avesse esattamente informati), sino a che non è stato, per così dire, troppo tardi. E' vero che egli ha sempre fatto così, e di qui l'ampio carteggio sgradevole che noi, Marx ed io, abbiamo avuto con lui, ma questa volta ce l'ha fatta troppo grossa e ci rifiutiamo decisamente di seguirlo.

Fate in modo di venire qui in estate. Naturalmente abiterete con me e se il tempo sarà bello potremo andare un paio di giorni ai bagni di mare, il che vi farà certamente bene dopo il lungo stare rinchiuso.

Amichevolmente vostro
F. E

Note

13. Organo centrale del Partito socialdemocratico (degli eisenacchiani) dal 1869 al 1876.

14. Organo democratico-borghese della Germania meridionale.

15. Sono le seguenti:

"A. Come base che assicura la libertà dello Stato, il Partito operaio tedesco rivendica:

"1. Diritto di suffragio universale, uguale, diritto e segreto per tutti gli uomini a partire da 21 anni per tutte le elezioni nello Stato e nei comuni. 2. Legislazione diretta da parte del popolo con diritto di presentare e respingere proposte di legge. 3. Servizio militare generale. 4. Abolizione di tutte le leggi eccezionali, specialmente delle leggi sulla stampa, le associazioni e le riunioni. 5. Tribunali popolari. Assistenza giuridica gratuita.

"B. Come base spirituale e morale dello Stato il Partito operaio tedesco rivendica:

"1. lstruzione popolare generale ed uguale da parte dello Stato. Obbligo scolastico. Istruzione gratuita. 2. Libertà di scienza. Libertà di coscienza."

16. Engels allude all'opuscolo di W. Bracke intitolato La proposta di Lassalle, pubblicato nel 1873.

17. Uno dei capi della "Lega della pace e della Libertà."

18. Si tratta di Misère de la philosophie, pubblicato in francese nel 1847.

19. Pubblicato a Lipsia tra il 1868 e il 1869 e diretto da W. Liebknecht.


 

 

 

 

Tomba di Bebel a Zurigo

13. Agosto 1913

13. Agosto 2013

Nel 100 ° anniversario della morte
di August Bebel

 

 

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