italiano

 


 

 

 

 

 

 

Se la Comune fosse battuta, la lotta sarebbesoltanto rimandata. I princìpi della Comune sono eterni e non possono essere distrutti; saranno sempre rimessi all’ordine del giorno, fin quando la classe operaia non avrà ottenuto la sua liberazione.

 [Karl Marx, Sulla Comune]

 

 

Marx

La guerra civile in Francia

 

 

 

 

 

 

 

Lenin

Scritti sulla

Comune di Parigi

L' esperienza della Comune di Parigi (1871).
L'analisi di Marx

 

1. In che cosa consiste l'eroismo del tentativo dei comunardi?

 

E' noto che alcuni mesi prima della Comune, nell' autunno del 1870, Marx metteva in guardia gli operai parigini, mostrando loro che ogni tentativo di rovesciare il governo sarebbe stato una sciocchezza dettata dalla disperazione [17]. Ma quando, nel marzo 1871, la battaglia decisiva fu imposta agli operai, ed essi l'accettarono cosicchè l'insurrezione divenne un fatto compiuto, Marx, nonostante i cattivi presagi, salutò con entusiasmo la rivoluzione proletaria. Egli non si ostinò a condannare per pedanteria un movimento "inopportuno", come fece Plekhanov, il tristemente celebre rinnegato russo del marxismo, che nei suoi scritti del novembre 1905 incoraggiava gli operai e i contadini alla lotta e, dopo il dicembre 1905, gridava alla maniera dei liberali: "Non bisognava prendere le armi".

Marx non si limitò tuttavia ad entusiasmarsi per l'eroismo dei comunardi che, com'egli diceva, "davano l'assalto al cielo". Nel movimento rivoluzionario delle masse, benchè esso non avesse raggiunto il suo scopo, Marx vide una esperienza storica di enorme importanza, un sicuro passo in avanti della rivoluzione proletaria mondiale, un tentativo pratico più importante di centinaia di programmi e di ragionamenti. Analizzare questa esperienza, ricavarne delle lezioni di tattica, rivedere, sulla base di questa esperienza, la sua teoria - questo fu il compito che Marx si pose.

L'unico "emendamento" che Marx giudicò necessario apportare al Manifesto del Partito comunista, lo fece sulla base dell'esperienza rivoluzionaria dei comunardi di Parigi.

L'ultima prefazione a una nuova edizione tedesca del Manifesto del Partito comunista firmata insieme dai due autori porta la data del 24 giugno 1872. In questa prefazione Karl Marx e Friedrich Engels dicono che il programma del Manifesto del Partito comunista "è oggi qua e là invecchiato".

"...La Comune, specialmente, - essi aggiungono, - ha fornito la prova che "la classe operaia non può impossessarsi puramente e semplicemente di una macchina statale già pronta e metterla in moto per i suoi propri fini"..." . [18]

Le ultime parole, fra virgolette, di questa citazione sono prese dagli autori dall'opera di Marx: La guerra civile in Francia. Così, a questo insegnamento principale e fondamentale della Comune di Parigi, venne attribuita da Marx ed Engels un'importanza talmente grande da trarne un emendamento sostanziale al Manifesto del Partito comunista.

E' estremamente caratteristico che gli opportunisti abbiano snaturato proprio questo emendamento sostanziale; e i nove decimi, se non i novantanove centesimi, dei lettori del Manifesto del Partito comunista non ne afferrano certamente la portata. Su questa deformazione parleremo in particolare, in un capitolo successivo dedicato in modo speciale alle deformazioni. Qui basta rilevare che l'"interpretazione" corrente, volgare, della famosa formula di Marx, da noi citata, è che Marx vi avrebbe sottolineato l'idea dell'evoluzione lenta, in contrapposizione con la conquista del potere, ecc.

In realtà, è proprio il contrario. L'idea di Marx è che la classe operaia deve spezzare, demolire la "macchina statale già pronta", e non limitarsi semplicemente ad impossessarsene.

Il 12 aprile 1871, vale a dire precisamente durante la Comune, Marx scriveva a Kugelmann:

"...Se tu rileggi l'ultimo capitolo del mio 18 Brumaio troverai che io affermo che il prossimo tentativo della rivoluzione francese non consisterà nel trasferire da una mano ad un'altra la macchina militare e burocratica, come è avvenuto fino ad ora, ma nello spezzarla" (il corsivo è di Marx; zerbrechen nell'originale) "e che tale è la condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare sul Continente. In questo consiste pure il tentativo dei nostri eroici compagni parigini" [19] (Neue Zeit, XX, I, 1901-1902. p. 709). (Le lettere di Marx a Kugelmann sono state pubblicate in russo almeno in due edizioni, una delle quali da me curata e preceduta da una mia prefazione.)

"Spezzare la macchina burocratica e militare": in queste parole è espresso in modo incisivo l'insegnamento principale del marxismo sui compiti del proletariato nella rivoluzione per ciò che riguarda lo Stato. E proprio questo è l'insegnamento che non solo è stato assolutamente dimenticato, ma addirittura deformato dall'"interpretazione" dominante, kautskiana, del marxismo!

Quanto al passo del 18 Brumaio al quale Marx si riferisce, l'abbiamo citato più sopra integralmente.

E' interessante segnalare soprattutto due punti del passo citato da Marx. Anzitutto Marx limita la sua conclusione al Continente. Questo era comprensibile nel 1871, quando l'Inghilterra era ancora il modello d'un paese capitalistico puro, ma senza militarismo e in misura notevole senza burocrazia. Perciò Marx escludeva l'Inghilterra, dove la rivoluzione, e anche una rivoluzione popolare, si presentava ed era allora possibile senza la condizione preliminare della distruzione della "macchina statale già pronta".

Attualmente, nel 1917, nell'epoca della prima grande guerra imperialista, questa riserva di Marx cade: l'Inghilterra e l'America, che erano, in tutto il mondo, le maggiori e le ultime rappresentanti della "libertà" anglosassone per quanto riguarda l'assenza di militarismo e di burocrazia, sono precipitate interamente nel lurido, sanguinoso pantano, comune a tutta Europa, delle istituzioni militari e burocratiche che tutto sottomettono a sé e tutto comprimono. Oggi, in Inghilterra e in America, la "condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare" è la rottura, la distruzione della "macchina statale già pronta" (portata in questi paesi nel 1914-1917 a una perfezione "europea", imperialistica).

In secondo luogo, merita un' attenzione particolare la osservazione straordinariamente profonda di Marx che la distruzione della macchina burocratica e militare dello Stato è "la condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare". Questo concetto di rivoluzione "popolare" sembra strano in bocca a Marx, e i plekhanovisti e i menscevichi russi, questi seguaci di Struve che vogliono farsi passare per marxisti, potrebbero dire che questa espressione di Marx è un "lapsus". Essi hanno deformato il marxismo in modo così piattamente liberale che nulla esiste per loro all'infuori dell'antitesi: rivoluzione borghese o rivoluzione proletaria, e anche quest'antitesi è da essi concepita nel modo più scolastico che si possa immaginare.

Se si prendono come esempio le rivoluzioni del ventesimo secolo, bisogna ben riconoscere che sia la rivoluzione portoghese che la rivoluzione turca furono rivoluzioni borghesi. Ma né l'una né l'altra furono "popolari"; né nell'una né nell'altra, infatti, la massa del popolo, la sua stragrande maggioranza, agì in modo attivo, indipendente, con le sue particolari esigenze economiche e politiche. La rivoluzione borghese russa del 1905-1907, invece, pur non avendo ottenuto i "brillanti" successi riportati in certi momenti dalle rivoluzioni portoghese e turca, fu incontestabilmente una rivoluzione "veramente popolare", poichè la massa del popolo, la sua maggioranza, i suoi strati sociali "inferiori", più profondi, oppressi dal giogo e dallo sfruttamento, si sollevarono in modo indipendente e lasciarono su tutta la rivoluzione l'impronta delle loro esigenze, dei loro tentativi di costruire a modo loro una nuova società al posto dell'antica ch'essi distruggevano.

Nell'Europa del 1871, il proletariato non formava la maggioranza del popolo in nessun paese del Continente. Una rivoluzione poteva essere "popolare", mettere in movimento la maggioranza effettiva soltanto a condizione di abbracciare il proletariato e i contadini. Queste due classi costituivano allora il "popolo". Queste due classi sono unite dal fatto che la "macchina burocratica e militare dello Stato" le opprime, le schiaccia, le sfrutta. Spezzare questa macchina, demolirla, ecco il vero interesse del "popolo", della maggioranza del popolo, degli operai e della maggioranza dei contadini, ecco la "condizione preliminare" della libera alleanza dei contadini poveri con i proletari. Senza quest'alleanza non è possibile una democrazia salda, non è possibile una trasformazione socialista.

E' noto che la Comune di Parigi si era aperta una strada verso questa alleanza, ma non raggiunse il suo scopo per ragioni di ordine interno ed esterno.

Parlando quindi di una "reale rivoluzione popolare", senza dimenticare affatto le particolarità della piccola borghesia (delle quali parlò molto e spesso), Marx teneva dunque rigorosamente conto dei reali rapporti di forza fra le classi della maggior parte degli Stati continentali dell'Europa del 1871. D'altra parte egli costatava che gli operai e i contadini sono egualmente interessati a spezzare la macchina statale, che ciò li unisce e pone di fronte a loro il compito comune di sopprimere il "parassita" e di sostituirlo con qualche cosa di nuovo.

Con che cosa precisamente ?

 

2. Con che cosa sostituire la macchina statale spezzata?

 

A questa domanda Marx non dava ancora, nel 1847, nel Manifesto del Partito comunista, che una risposta puramente astratta; per meglio dire indicava i problemi e non i mezzi per risolverli. Sostituire la macchina dello Stato spezzata con 1'"organizzazione del proletariato come classe dominante", con la "conquista della democrazia": questa era la risposta del Manifesto del Partito comunista.

Senza cadere nell'utopia, Marx aspettava dall'esperienza di un movimento di massa la risposta alla questione: quali forme concrete avrebbe assunto questa organizzazione del proletariato come classe dominante e in che modo precisamente questa organizzazione avrebbe coinciso con la più completa e conseguente "conquista della democrazia".

Nella Guerra civile in Francia Marx sottopone l'esperienza della Comune, per quanto breve essa sia stata, a un'analisi attentissima. Citiamo i passi principali di questo scritto:

Nel secolo decimonono, trasmesso dal medioevo, si sviluppava "il potere statale centralizzato, con i suoi organi dappertutto presenti: esercito permanente, polizia, burocrazia, clero e magistratura". A misura che l'antagonismo di classe tra capitale e lavoro si accentuava, "il potere dello Stato assumeva sempre più il carattere [...] di forza pubblica organizzata per l'asservimento sociale, di uno strumento di dispotismo di classe. Dopo ogni rivoluzione che segnava un passo avanti nella lotta di classe, il carattere puramente repressivo del potere dello Stato risaltava in modo sempre più evidente". Dopo la rivoluzione del 1848-1849 il potere dello Stato diviene uno "strumento pubblico di guerra del capitale contro il lavoro". Il Secondo Impero non fa che consolidarlo.

"La Comune fu l'antitesi diretta dell'Impero." "Fu la forma positiva" di "una repubblica che non avrebbe dovuto eliminare soltanto la forma monarchica del dominio di classe, ma lo stesso dominio di classe...".

In che cosa consisteva questa forma "positiva" di repubblica proletaria, socialista? Quale era lo Stato ch'essa aveva cominciato a creare?

"...Il primo decreto della Comune fu la soppressione dell'esercito permanente, e la sostituzione ad esso del popolo armato..." [20]

Questa rivendicazione figura oggi nel programma di tutti i partiti che desiderano chiamarsi socialisti. Ma quel che valgono i loro programmi, lo dimostra nel modo migliore la condotta dei nostri socialisti-rivoluzionari e dei nostri menscevichi che, appunto dopo la rivoluzione del 27 febbraio, di fatto si rifiutarono di attuare questa rivendicazione!

"...La Comune fu composta dei consiglieri municipali eletti a suffragio universale nei diversi mandamenti di Parigi, responsabili e revocabili in qualunque momento. La maggioranza dei suoi membri erano naturalmente operai, o rappresentanti riconosciuti della classe operaia... Invece di continuare ad essere agente del governo centrale, la polizia fu immediatamente spogliata delle sue attribuzioni politiche e trasformata in strumento responsabile della Comune revocabile in qualunque momento. Lo stesso venne fatto per i funzionari di tutte le altre branche dell'amministrazione. Dai membri della Comune in giù, il servizio pubblico doveva essere compiuto per salari da operai. I diritti acquisiti e le indennità di rappresentanza degli alti dignitari dello Stato scomparvero insieme coi dignitari stessi... Sbarazzatisi dell'esercito permanente e della polizia, elementi della forza fisica del vecchio governo, la Comune si preoccupò di spezzare la forza di repressione spirituale, il "potere dei preti"... I funzionari giudiziari furono spogliati di quella sedicente indipendenza... dovevano essere elettivi, responsabili e revocabili...". [21]

La Comune avrebbe dunque "semplicemente" sostituito la macchina statale spezzata con una democrazia più completa: soppressione dell'esercito permanente, assoluta eleggibilità e revocabilità di tutti i funzionari. In realtà ciò significa "semplicemente" sostituire - opera gigantesca - a istituzioni di un certo tipo altre istituzioni basate su princípi diversi. E' questo precisamente un caso di "trasformazione della quantità in qualità": da borghese che era, la democrazia, realizzata quanto più pienamente e conseguentemente sia concepibile, è diventata proletaria; lo Stato (forza particolare destinata a opprimere una classe determinata) s'è trasformato in qualche cosa che non è più propriamente uno Stato.

Ma la necessità di reprimere la borghesia e di spezzarne la resistenza permane. Per la Comune era particolarmente necessario affrontare questo compito, e il non averlo fatto con sufficiente risolutezza è una delle cause della sua sconfitta. Ma qui l'organo di repressione è la maggioranza della popolazione, e non più la minoranza, come era sempre stato nel regime della schiavitù, del servaggio e della schiavitù salariata. E dal momento che è la maggioranza stessa del popolo che reprime i suoi oppressori, non c'è più bisogno di una "forza particolare" di repressione! In questo senso lo Stato comincia ad estinguersi. Invece delle istituzioni speciali di una minoranza privilegiata ( funzionari privilegiati, capi dell'esercito permanente), la maggioranza stessa può compiere direttamente le loro funzioni, e quanto più il popolo stesso assume le funzioni del potere statale, tanto meno si farà sentire la necessità di questo potere.

A questo proposito è da notare in particolar modo un provvedimento preso dalla Comune e che Marx sottolinea: la soppressione di tutte le indennità di rappresentanza, la soppressione dei privilegi pecuniari dei funzionari, la riduzione degli stipendi assegnati a tutti i funzionari dello Stato al livello di "salari da operai". Qui appunto si fa sentire con speciale rilievo la svolta dalla democrazia borghese alla democrazia proletaria, dalla democrazia degli oppressori alla democrazia delle classi oppresse, dallo Stato come "forza particolare" destinata a reprimere una classe determinata, alla repressione degli oppressori ad opera della forza generale della maggioranza del popolo, degli operai e dei contadini. Ed è precisamente su questo punto particolarmente evidente - il più importante forse nella questione dello Stato - che gli insegnamenti di Marx sono stati più dimenticati! Gli innumerevoli commenti dei volgarizzatori non ne fanno cenno! E' "consuetudine" tacere su questo punto, come su di una "ingenuità" che ha fatto il suo tempo, esattamente come i cristiani "dimenticarono", quando il loro culto divenne religione di Stato, le "ingenuità" del cristianesimo primitivo e il suo spirito democratico rivoluzionario.

La riduzione delle retribuzioni degli alti funzionari pare "semplicemente" l'esigenza di un democratismo ingenuo, primitivo. Uno dei "fondatori" del moderno opportunismo, l'ex socialdemocratico Ed. Bernstein, s'è molte volte esercitato a ripetere banali motteggi borghesi a proposito del democratismo "primitivo". Come tutti gli opportunisti, come i kautskiani dei nostri giorni, Bernstein non ha assolutamente compreso che, in primo luogo, il passaggio dal capitalismo al socialismo è impossibile senza un certo "ritorno" al democratismo "primitivo" (come si potrebbe altrimenti far compiere alla maggioranza della popolazione, e poi alla intera popolazione, le funzioni dello Stato?); in secondo luogo, che il "democratismo primitivo" sulla base del capitalismo e della civiltà capitalistica non è il democratismo primitivo delle epoche patriarcali e precapitalistiche. La civiltà capitalistica ha creato la grande produzione, le officine, le ferrovie, la posta, il telefono, ecc.; e su questa base, l'immensa maggioranza delle funzioni del vecchio "potere statale" si sono a tal punto semplificate e possono essere ridotte a così semplici operazioni di registrazione, d'iscrizione, di controllo, da poter essere benissimo compiute da tutti i cittadini con un minimo di istruzione e per un normale "salario da operai"; si può (e si deve) quindi togliere a queste funzioni ogni minima ombra che dia loro qualsiasi carattere di privilegio e di "gerarchia".

Eleggibilità assoluta, revocabilità in qualsiasi momento di tutti i funzionari senza alcuna eccezione, riduzione dei loro stipendi al livello abituale del "salario da operaio": questi semplici e "naturali" provvedimenti democratici, mentre stringono pienamente in una comunità di interessi gli operai e la maggioranza dei contadini, servono in pari tempo da passerella tra il capitalismo e il socialismo. Questi provvedimenti concernono la riorganizzazione statale, puramente politica, della società; ma essi, naturalmente, assumono tutto il loro significato e tutta la loro importanza solo in legame con la "espropriazione degli espropriatori" realizzata o preparata; in legame cioè con la trasformazione della proprietà privata capitalistica dei mezzi di produzione in proprietà sociale.

"La Comune - scriveva Marx - fece una realtà della frase pubblicitaria delle rivoluzioni borghesi, il governo a buon mercato, distruggendo le due maggiori fonti di spese, l'esercito permanente e il funzionarismo statale". [22]

Fra i contadini, come fra le altre categorie della piccola borghesia, solo un'infima minoranza "si eleva", "arriva" nel senso borghese della parola; solo alcuni individui divengono cioè delle persone agiate, dei borghesi o dei funzionari con posizione sicura e privilegiata. L'immensa maggioranza dei contadini, in tutti i paesi capitalistici in cui esistono dei contadini (e questi paesi sono la maggioranza), è oppressa dal governo e aspira a rovesciarlo, aspira ad un governo "a buon mercato". Solo il proletariato può assolvere questo compito, e assolvendolo egli fa in pari tempo un passo verso la riorganizzazione socialista dello Stato.

 

3. La soppressione del parlamentarismo

 

"La Comune - scrisse Marx - non doveva essere un organismo parlamentare, ma di lavoro, esecutivo e legislativo allo stesso tempo...

"...Invece di decidere un volta ogni tre o sei anni quale membro della classe dominante dovesse mal rappresentare [ver- und zertreten] il popolo nel Parlamento, il suffragio universale doveva servire al popolo costituito in comuni così come il suffragio individuale serve ad ogni altro imprenditore privato per cercare gli operai e gli organizzatori della sua azienda." [23]

Questa mirabile critica del parlamentarismo, fatta nel 1871, appartiene oggi anch'essa, grazie al dominio del socialsciovinismo e dell'opportunismo, alle "parole dimenticate" del marxismo. Ministri e parlamentari di professione, traditori del proletariato e socialisti "d'affari" dei nostri tempi hanno abbandonato agli anarchici il monopolio della critica del parlamentarismo e per questa ragione, di eccezionale saviezza, hanno qualificato di "anarchismo" qualsiasi critica del parlamentarismo! Nulla di strano quindi che il proletariato dei paesi parlamentari "progrediti", disgustato dalla vista di "socialisti" come gli Scheidemann, i David, i Legien, i Sembat, i Renaudel, gli Henderson, i Vandervelde, gli Staunig, i Branting, i Bissolati e compagnia, abbia riversato sempre più spesso le sue simpatie sull'anarco-sindacalismo, per quanto questo sia fratello dell'opportunismo.

Ma per Marx la dialettica rivoluzionaria non fu mai quella vuota fraseologia alla moda, quel gingillo in cui la trasformarono Plekhanov, Kautsky e altri. Marx seppe romperla implacabilmente con l'anarchismo per la sua incapacità di utilizzare anche la "stalla" del parlamentarismo borghese. soprattutto quando è evidente che la situazione non è rivoluzionaria; ma egli seppe in pari tempo dare una critica veramente proletaria e rivoluzionaria del parlamentarismo.

Decidere una volta ogni qualche anno qual membro della classe dominante debba opprimere, schiacciare il popolo nel Parlamento: - ecco la vera essenza del parlamentarismo borghese, non solo nelle monarchie parlamentari costituzionali, ma anche nelle repubbliche le più democratiche.

Ma se si pone la questione dello Stato, se si considera il parlamentarismo come una delle istituzioni dello Stato, dal punto di vista dei compiti del proletariato in questo campo, dove è la via per uscire dal parlamentarismo? Come si può farne a meno?

Siamo costretti a ripeterlo ancora: gli insegnamenti di Marx, basati sullo studio della Comune, sono stati dimenticati così bene che il "socialdemocratico" contemporaneo (si legga: il rinnegato contemporaneo del socialismo) è veramente incapace di concepire altra critica del parlamentarismo che non sia quella degli anarchici o dei reazionari.

Senza dubbio la via per uscire dal parlamentarismo non è nel distruggere le istituzioni rappresentative e il principio dell'eleggibilità, ma nel trasformare queste istituzioni rappresentative da mulini di parole in organismi che "lavorino" realmente. "La Comune non doveva essere un organismo parlamentare. ma di lavoro, esecutivo e legislativo allo stesso tempo."

Un organismo "non parlamentare, ma di lavoro": questo colpisce direttamente voi, moderni parlamentari e "cagnolini" parlamentari della socialdemocrazia! Considerate qualsiasi paese parlamentare, dall'America alla Svizzera, dalla Francia all'Inghilterra, alla Norvegia, ecc.: il vero lavoro "di Stato" si compie fra le quinte, e sono i ministeri, le cancellerie, gli stati maggiori che lo compiono. Nei Parlamenti non si fa che chiacchierare, con lo scopo determinato di turlupinare il "popolino". Questo è talmente vero che anche nella repubblica russa, repubblica democratica borghese, tutte queste magagne del parlamentarismo si fanno già sentire ancor prima che essa sia riuscita a darsi un vero Parlamento. Gli eroi del putrido fi1isteismo, gli Skobelev e gli Tsereteli, i Cernov e gli Avksentiev, sono riusciti a incancrenire persino i Soviet, trasformandoli in mulini di parole sul tipo del parlamentarismo borghese più rivoltante. Nei Soviet i signori ministri "socialisti" ingannano con la loro fraseologia e le loro risoluzioni i fiduciosi mugik. Nel governo si balla una quadriglia permanente, da un lato, per sistemare a turno attorno alla "torta" dei posticini remunerativi e onorifici il più gran numero possibile di socialisti-rivoluzionari e di menscevichi; d'altro lato, per "occupare l' attenzione" del popolo, E nelle cancellerie, negli stati maggiori "si sbrigano" le faccende "dello Stato".

In un articolo di fondo, il Dielo Naroda, organo dei "socialisti rivoluzionari", partito al governo, confessava recentemente, con l'impareggiabile franchezza propria della gente della "buona società", in cui "tutti" si abbandonano alla prostituzione politica, che anche nei ministeri appartenenti ai "socialisti" (si passi la parola!), persino in essi tutto l'apparato amministrativo rimane in fondo lo stesso, funziona come per il passato e sabota in piena "libertà" le riforme rivoluzionarie! Ma, anche senza questa confessione, la storia effettiva della partecipazione dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi al governo non è forse la migliore prova di ciò? L'unica cosa caratteristica è qui che, trovandosi al governo in compagnia dei cadetti, i signori Cernov, Russanov, Zenzinov e altri redattori del Dielo Naroda abbiano perduto a tal punto il senso del pudore da raccontare pubblicamente e senza arrossire, come se si trattasse di un affare da nulla, che "da loro", nei loro ministeri, tutto procede come prima!! Fraseologia democratica rivoluzionaria per abbindolare i sempliciotti di campagna e trafila burocratica per "farsi ben volere" dai capitalisti: ecco il fondo di questa "onesta" coalizione.

La Comune sostituisce questo parlamentarismo venale e corrotto della società borghese con istituzioni in cui la libertà di opinione e di discussione non degenera in inganno; poichè i parlamentari debbono essi stessi lavorare, applicare essi stessi le loro leggi, verificarne essi stessi i risultati, risponderne essi stessi direttamente davanti ai loro elettori. Le istituzioni rappresentative rimangono, ma il parlamentarismo, come sistema speciale, come divisione del lavoro legislativo ed esecutivo, come situazione privilegiata per i deputati, non esiste più. Noi non possiamo concepire una democrazia, sia pur una democrazia proletaria, senza istituzioni rappresentative, ma possiamo e dobbiamo concepirla senza parlamentarismo, se la critica della società borghese non è per noi una parola vuota di senso, se il nostro sforzo per abbattere il dominio della borghesia è uno sforzo serio e sincero e non una frase "elettorale" destinata a scroccare voti degli operai, come lo è per i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari, per gli Scheidemann e i Legien, i Sembat e i Vandervelde.

E' molto significativo che Marx, parlando delle funzioni di questo personale amministrativo necessario alla Comune e alla democrazia proletaria, scelga come termine di paragone il personale di "ogni altro imprenditore", cioè un'ordinaria impresa capitalistica con "operai, sorveglianti e contabili".

In Marx non v'è un briciolo di utopismo; egli non inventa, non immagina una società "nuova". No, egli studia, come un processo di storia naturale, la genesi della nuova società che sorge dall'antica, le forme di transizione tra l'una e l' altra. Egli si basa sui fatti, sull' esperienza del movimento proletario di massa e cerca di trarne insegnamenti pratici. Egli "si mette alla scuola" della Comune, come tutti i grandi pensatori rivoluzionari non esitavano a mettersi alla scuola dei grandi movimenti della classe oppressa, senza mai far loro pedantemente la "morale" (come faceva Plekhanov dicendo: "Non bisognava prendere le armi", o Tsereteli: "Una classe deve sapersi autolimitare").

Non sarebbe possibile distruggere di punto in bianco, dappertutto, completamente, la burocrazia. Sarebbe utopia. Ma spezzare subito la vecchia macchina amministrativa per cominciare immediatamente a costruirne una nuova, che permetta la graduale soppressione di ogni burocrazia, non è utopia, è l'esperienza della Comune, è il compito primordiale e immediato del proletariato rivoluzionario.

Il capitalismo semplifica i metodi d'amministrazione "dello Stato", permette di eliminare la "gerarchia" e di ridurre tutto a un'organizzazione dei proletari (in quanto classe dominante) che assume, in nome di tutta la società, "operai, sorveglianti e contabili".

Noi non siamo degli utopisti. Non "sogniamo" di fare a meno, dall' oggi al domani, di ogni amministrazione, di ogni subordinazione; questi sono sogni anarchici, fondati sull'incomprensione dei compiti della dittatura del proletariato, sogni che nulla hanno di comune con il marxismo e che di fatto servono unicamente a rinviare la rivoluzione socialista fino al giorno in cui gli uomini saranno cambiati. No, noi vogliamo la rivoluzione socialista con gli uomini quali sono oggi, e che non potranno fare a meno né di subordinazione, né di controllo, né di "sorveglianti, né di contabili".

Ma bisogna subordinarsi all'avanguardia armata di tutti gli sfruttati e di tutti i lavoratori: al proletariato. Si può e si deve subito, dall'oggi al domani, cominciare a sostituire la specifica "gerarchia" dei funzionari statali con le semplici funzioni "di sorveglianti e di contabili", funzioni che sono sin da ora perfettamente accessibili al livello generale di sviluppo degli abitanti delle città e possono facilmente essere compiute per "salari da operai".

Organizziamo la grande industria partendo da ciò che il capitalismo ha già creato; organizziamola noi stessi, noi operai, forti della nostra esperienza operaia, imponendo una rigorosa disciplina, una disciplina di ferro, mantenuta per mezzo del potere statale dei lavoratori armati; riduciamo i funzionari dello Stato alla funzione di semplici esecutori dei nostri incarichi, alla funzione di "sorveglianti e ai contabili", modestamente retribuiti, responsabili e revocabili (conservando naturalmente i tecnici di ogni specie e di ogni grado): è questo il nostro compito proletario; è da questo che si può e si deve cominciare facendo la rivoluzione proletaria. Questo inizio, fondato sulla grande produzione, porta da se alla graduale "estinzione" di ogni burocrazia, alla graduale instaurazione di un ordine - ordine senza virgolette, ordine diverso dalla schiavitù salariata - in cui le funzioni, sempre più semplificate, di sorveglianza e di contabilità saranno adempiute a turno, da tutti, diverrano poi un'abitudine e finalmente scompariranno in quanto funzioni speciali di una speciale categoria di persone.

Verso il 1870 un arguto socialdemocratico tedesco considerava la posta come un modello di impresa socialista, Giustissimo. La posta è attualmente un'azienda organizzata sul modello del monopolio capitalistico di Stato. A poco a poco l'imperialismo trasforma tutti i trust in organizzazioni di questo tipo. I "semplici" lavoratori, carichi di lavoro e affamati, restano sempre sottomessi alla stessa burocrazia borghese. Ma il meccanismo della gestione sociale è già pronto. Una volta abbattuti i capitalisti, spezzata con la mano di ferro degli operai armati la resistenza di questi sfruttatori, demolita la macchina burocratica dello Stato attuale, avremo davanti a noi un meccanismo mirabilmente attrezzato dal punto di vista tecnico, sbarazzato dal "parassita", e che i lavoratori uniti possono essi stessi benissimo far funzionare assumendo tecnici, sorveglianti, contabili e pagando il lavoro di tutti costoro, come quelli di tutti i funzionari "dello Stato" in generale, con un salario da operaio. E' questo il compito concreto, pratico, immediatamente realizzabile nei confronti di tutti i trust e che libererà dallo sfruttamento i lavoratori, tenendo conto dell'esperienza praticamente iniziata (soprattutto nel campo dell'organizzazione dello Stato) dalla Comune.

Tutta l'economia nazionale organizzata come la posta; i tecnici, i sorveglianti, i contabili, come tutti i funzionari dello Stato, retribuiti con uno stipendio non superiore al "salario da operaio", sotto il controllo e la direzione del proletariato armato: ecco il nostro fine immediato. Ecco lo Stato, ecco la base economica dello Stato di cui abbiamo bisogno. Ecco ciò che ci darà la distruzione del parlamentarismo e il mantenimento delle istituzioni rappresentative, ecco ciò che sbarazzerà le classi lavoratrici della prostituzione di queste istituzioni da parte della borghesia.

 

4. L'organizzazione dell'unità nazionale

 

"...In un abbozzo sommario di organizzazione nazionale che la Comune non ebbe il tempo di sviluppare è detto chiaramente che la Comune doveva essere la forma politica anche del più piccolo borgo..." Le comuni avrebbero eletto la "delegazione nazionale" di Parigi.

"...Le poche ma importanti funzioni che sarebbero ancora rimaste per un governo centrale, non sarebbero state soppresse, come venne affermato falsamente in mala fede, ma adempiute da funzionari comunali, e quindi strettamente responsabili...

"L'unità della nazione non doveva essere spezzata, anzi doveva essere organizzata dalla costituzione comunale, e doveva diventare una realtà attraverso la distruzione di quel potere statale che pretendeva essere l'incarnazione di questa unità, indipendente e persino superiore alla nazione stessa, mentre non era che un'escrescenza parassitaria. Mentre gli organi puramente repressivi del vecchio potere governativo dovevano essere amputati, le sue funzioni legittime dovevano essere strappate a una autorità che usurpava una posizione predominante sulla società stessa, e restituite agli agenti responsabili della società.! [24]

Sino a qual punto gli opportunisti della socialdemocrazia contemporanea non abbiano capito, o per meglio dire, non abbiano voluto capire queste considerazioni di Marx, è provato nel modo migliore dal libro Le premesse del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, col quale il rinnegato Bernstein si è acquistato una fama alla maniera di Erostrato. Proprio a proposito di questo passo di Marx, Bernstein scrisse che questo programma "per il suo contenuto politico, rivela, in tutti i suoi tratti essenziali, una straordinaria affinità col federalismo di Proudhon... Nonostante tutte le altre divergenze tra Marx e il "piccolo-borghese" Proudhon [Bernstein scrive "piccolo-borghese" tra virgolette, le quali, secondo lui, dovrebbero dare alle sue parole un senso ironico], il loro modo di vedere, è sotto questo aspetto, il più possibile simile". Certo, continua Bernstein, l'importanza delle municipalità aumenta, ma "mi pare cosa dubbia che il primo compito della democrazia sia l'abolizione [Auflösung, letteralmente: scioglimento, dissoluzione] degli Stati moderni e un cambiamento [Umwandlung, metamorfosi] così completo della loro organizzazione come lo raffigurano Marx e Proudhon: formazione di un'assemblea nazionale di delegati delle assemblee provinciali o dipartimentali, che a loro volta sarebbero composte di delegati delle comuni, in modo che le rappresentanze nazionali nella loro forma attuale scomparirebbero completamente" (Bernstein, Le premesse, pp. 134 e 136, edizione tedesca del 1899).

E' semplicemente mostruoso! Confondere le concezioni di Marx sulla "soppressione del potere dello Stato parassita" col federalismo di Proudhon! Ma non è per caso, giacchè all'opportunista non viene nemmeno in mente che Marx qui non parla affatto del federalismo in opposizione al centralismo, ma della demolizione della vecchia macchina dello Stato borghese esistente in tutti i paesi borghesi.

All'opportunista viene in mente soltanto ciò che egli vede attorno a se, nel suo ambiente di filisteismo piccolo-borghese e di stagnazione "riformista", vale a dire le sole "municipalità"! Quanto alla rivoluzione del proletariato, l'opportunista ha disimparato persino a pensarci.

E' ridicolo. Ma è degno di nota che, su questo punto, nessuno abbia contraddetto Bernstein. Molti hanno confutato Bernstein, in particolare Plekhanov nella letteratura russa e Kautsky in quella europea, ma nessuno dei due ha mai detto niente di questa deformazione di Marx ad opera di Bernstein.

L'opportunista ha disimparato così bene a pensare da rivoluzionario e a riflettere sulla rivoluzione, ch'egli attribuisce del "federalismo" a Marx, confondendolo così con Proudhon, fondatore dell'anarchismo. E Kautsky e Plekhanov, che pretendono di essere marxisti ortodossi e di difendere la dottrina del marxismo rivoluzionario, tacciono su questo punto! Ecco una delle ragioni essenziali del modo estremamente banale, proprio tanto dei kautskiani quanto degli opportunisti, su cui dovremo ritornare, di considerare la differenza esistente tra il marxismo e l'anarchismo.

Nelle considerazioni di Marx già citate sull' esperienza della Comune non c'è la minima traccia di federalismo. Marx è d'accordo con Proudhon proprio su un punto che l'opportunista Bernstein non vede; Marx dissente da Proudhon proprio là dove Bernstein vede la concordanza.

Marx è d' accordo con Proudhon in quanto entrambi sono per la "demolizione" dell'attuale macchina statale. Questa concordanza del marxismo con l' anarchismo (sia con Proudhon che con Bakunin) non vogliono vederla né gli opportunisti né i kautskiani, perchè su questo punto essi si sono allontanati dal marxismo.

Marx dissente sia da Proudhon che da Bakunin appunto a proposito del federalismo (per non parlare poi della dittatura del proletariato). In linea di principio, il federalismo deriva dalle vedute piccolo-borghesi dell'anarchismo. Marx è centralista. E in tutti i passi citati non si troverà la minima rinuncia al centralismo. Soltanto gente imbevuta di una volgare "fede superstiziosa" nello Stato può scambiare la distruzione della macchina borghese con la distruzione del centralismo!

Ma se il proletariato e i contadini poveri si impadroniscono del potere statale, si organizzano in piena libertà nelle comuni e coordinano l'azione di tutte le comuni per colpire il capitale, spezzare la resistenza dei capitalisti, rimettere a tutta la nazione, a tutta la società la proprietà privata delle ferrovie, delle officine, della terra, ecc, non è questo forse centralismo? Non è forse il centralismo democratico più conseguente, e, con ciò, un centralismo proletario?

Bernstein è semplicemente incapace di concepire la possibilità di un centralismo volontario, di un'unione volontaria delle comuni in nazione, di una volontaria fusione delle comuni proletarie nell'opera di distruzione del dominio borghese e della macchina statale borghese. Bernstein, come ogni filisteo, si rappresenta il centralismo come un qualcosa che, venendo unicamente dall'alto, non può essere imposto e mantenuto se non dalla burocrazia e dal militarismo.

Marx, quasi avesse previsto che le sue idee potevano essere travisate, sottolinea intenzionalmente che accusare la Comune di aver voluto distruggere l'unità nazionale e sopprimere il potere centrale equivale a commettere scientemente un falso. Marx adopera intenzionalmente l'espressione "organizzare l'unità della nazione" per contrapporre il centralismo proletario cosciente, democratico, al centralismo borghese, militare, burocratico.

Ma... non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. Gli opportunisti della socialdemocrazia contemporanea non vogliono appunto sentir parlare di distruggere il potere dello Stato, di amputare questo parassita.

 

5. La distruzione dello Stato parassita

 

Abbiamo già citato, su questo punto, i passi corrispondenti di Marx; dobbiamo ora completarli.

"...E' comunemente destino di tutte le creazioni storiche completamente nuove di essere prese a torto per riproduzione di vecchie e anche di defunte forme di vita sociale, con le quali possono avere una certa rassomiglianza. Così questa nuova Comune, che spezza [bricht] il moderno potere statale, venne presa a torto per una riproduzione dei comuni medioevali... una federazione di piccoli Stati, come era stata sognata da Montesquieu e dai Girondini... una forma esagerata della vecchia lotta contro l'eccesso di centralizzazione...

"...La costituzione della Comune avrebbe invece restituito al corpo sociale tutte le energie sino allora assorbite dallo Stato parassita, che si nutre alle spalle della società e ne intralcia i liberi movimenti. Con questo solo atto avrebbe iniziato la rigenerazione della Francia..

"...In realtà, la costituzione della Comune metteva i produttori rurali sotto la direzione intellettuale dei capoluoghi dei loro distretti, e quivi garantiva loro, negli operai, i naturali tutori dei loro interessi. L'esistenza stessa della Comune portava con se, come conseguenza naturale, la libertà municipale locale, ma non più come un contrappeso al potere dello Stato ormai diventato superfluo..." [25]

"Distruzione del potere totale", questa "escrescenza parassitaria", "amputazione", "demolizione" di questo potere, "il potere dello Stato ormai diventato superfluo": è in questi termini che Marx parla dello Stato, giudicando e analizzando l' esperienza della Comune.

Tutto ciò è stato scritto circa mezzo secolo fa; ed oggi bisogna ricorrere quasi a degli scavi archeologici per far penetrare nella coscienza delle grandi masse questo marxismo non deformato. Le conclusioni che Marx trasse dall'ultima grande rivoluzione ch'egli visse, sono state dimenticate proprio quando è giunta l'ora di nuove grandi rivoluzioni del proletariato.

" ...La molteplicità delle interpretazioni che si danno della Comune e la molteplicità degli interessi che nella Comune hanno trovato la loro espressione, mostrano che essa fu una forma politica fondamentalmente espansiva, mentre tutte le precedenti forme di governo erano state unilateralmente repressive. Il suo vero segreto fu questo: che essa fu essenzialmente un governo della classe operaia, il prodotto della lotta della classe dei produttori contro la classe appropriatrice, la forma politica finalmente scoperta. nella quale si poteva compiere la emancipazione economica del lavoro...

"...Senza quest'ultima condizione, la costituzione della Comune sarebbe stata una cosa impossibile e un inganno..." [26]

Gli utopisti si sono sempre sforzati di "scoprire" le forme politiche nelle quali doveva prodursi la trasformazione socialista della società. Gli anarchici si sono disinteressati della questione delle forme politiche in generale. Gli opportunisti dell'odierna socialdemocrazia hanno accettato le forme politiche borghesi dello Stato democratico parlamentare come un limite al di là del quale è impossibile andare; si sono rotta la testa a furia di prosternarsi davanti a questo "modello" e hanno tacciato come anarchico ogni tentativo di demolire queste forme.

Da tutta la storia del socialismo e della lotta politica Marx trasse la conclusione che lo Stato è condannato a scomparire e che la forma transitoria dello Stato in via di sparizione (transizione dallo Stato al non-Stato) sarà "il proletariato organizzato come classe dominante". In quanto alle forme politiche di questo avvenire, Marx non si preoccupò di scoprirle. Si limitò all'osservazione esatta della storia francese, alla sua analisi e alla conclusione che scaturiva dall' anno 1851: le cose marciano verso la distruzione della macchina dello Stato borghese.

E quando il movimento rivoluzionario di massa del proletariato scoppiò, Marx, nonostante l'insuccesso del movimento, nonostante la sua breve durata e la sua impressionante debolezza, si mise a studiare le forme ch'esso aveva rivelato.

La Comune è la forma "finalmente scoperta" dalla rivoluzione proletaria sotto la quale poteva prodursi la emancipazione economica del lavoro.

La Comune è il primo tentativo della rivoluzione proletaria di spezzare la macchina dello Stato borghese; è la forma politica "finalmente scoperta" che può e deve sostituire quel che è stato spezzato.

Vedremo più avanti che le rivoluzioni russe del 1905 e del 1917 continuano, in una situazione differente, in altre condizioni, l'opera della Comune e confermano la geniale analisi storica di Marx.

 

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Note

17. Cfr. il Secondo Indirizzo del Consiglio generale dell'Internazionale sulla guerra franco-prussiana (9 settembre 1870). in K. Marx-F. Engels, Il partito e l'Internazionale, cit., p. 155

18. Ediz. it. cit., p. 33.

19. K. Marx, Lettere a Kugelmann, Roma, Edizioni Rinascita, 1950, p. 139.

20. K. Marx, La guerra civile in Francia, in Il partito e l'Internazionale, cit., p. 177.

21. Ivi, pp. 177-178.

22. Op. cit., p. 181.

23. Ivi, pp. 178, 179.

24. Op. cit., pp. 178-179.

25. Op. cit., p. 180.

26. Ivi, p. 181.


 

 

 

 

La Comune

 

 

Mentre le grandi nazioni europee proseguivano nella loro lotta per l’egemonia, nel 1862 si ebbe una svolta decisiva: Ottone von Bismarck fu nominato Kanzeler di Prussia. Il suo progetto si basava su due presupposti: sostituire l’Austria come potenza dominante nell’Europa centrale e ridimensionare drasticamente il peso della Francia.
In entrambi i casi furono due guerre lampo (Blitzkrieg) a decidere le fortune della Prussia: nel 1866 le formidabili armate prussiane sbaragliarono gli austriaci a Sadowa e quattro anni dopo, a Sedan, fecero altrettanto con l’esercito francese. Lo stesso imperatore Napoleone III fu preso prigioniero e les loups avanzarono famelici verso la capitale.
Di fronte a questa vergognosa disfatta, dovuta all’irresponsabilità della corona, l’istituzione imperiale fu travolta e nel settembre 1870 viene proclamata la repubblica.

Immediatamente viene pubblicato un manifesto al popolo tedesco per chiedere la fine delle ostilità, ma in cui si ripete ciò che era stato proclamato nel 1793: “il popolo francese non fa la pace con un nemico che occupa.” [questa e le altre citazioni senza attribuzione sono tratte da: Édouard Dolléans, Storia del movimento operaio, 1830-1952, Sansoni, 1977]
L’appello cade nel vuoto e l’assedio di Parigi si fa ogni giorno più pesante: i rifornimenti alimentari sono interrotti, la disoccupazione è alle stelle, le organizzazioni operaie si sfaldano, commercianti e artigiani non possono più lavorare, l'amministrazione pubblica è al collasso.
Nel frattempo l'invasore concretizza il risultato politico cui mirava: il 18 gennaio 1871 i principi tedeschi vittoriosi si riuniscono trionfalmente a Versailles (evidente scelta simbolica) e sanciscono l'unificazione federale degli stati germanici incoronando Kaiser (imperatore) Guglielmo di Prussia: nasce il secondo Reich (il primo, o Sacro Romano Impero della Nazione Tedesca, fu fondato da Ottone I nel 962 e durò, almeno formalmente, fino al 1806).
La guerra franco-prussiana era stata breve e sanguinosa, e occorre ricordare che l'unica vittoria francese era stata ottenuta a Dijon da Garibaldi, accorso in aiuto della Repubblica. Ed è proprio a lui che i comunardi poi chiesero insistentemente di assumere il comando delle truppe rivoluzionarie: il generale - che in seguito si pentì della propria decisione - non accetta, anche perché la sua salute è pessima; ma la vera ragione è un'altra: all’Aspromonte si era rifiutato di sparare sui soldati piemontesi, e sempre gli era ripugnata l’idea di combattere, anche per una giusta causa, contro dei compatrioti: come poteva immaginare, lui che, nizzardo, era stato eletto deputato di Francia, di mettersi alla testa di francesi che combattevano altri francesi? E analogamente aveva rifiutato, qualche anno prima, la richiesta di Lincoln di comandare un corpo d'armata nordista durante la guerra civile.
Il rivoluzionario Garibaldi, l’alfiere del cosmopolitismo e della fratellanza, si ritrova prigioniero di una visione angusta della lotta politica e non comprende il significato universale della Comune, il suo essere comunque un paradigma per le nascenti forze della rivoluzione. In realtà la stessa maggioranza dei comunardi aveva sottovalutato questo aspetto, e fu Marx, nella Guerra civile in Francia, l’unico che si rese conto di come la Comune avesse aperto una nuova strada per l’internazionalismo proletario.

L’Assemblea Nazionale, che si era trasferita a Bordeaux, nomina Adolphe Thiers capo del governo, ed egli firma una pace senza condizioni che dà il via libera all’ingresso dei prussiani a Parigi.
Una capitolazione che il popolo parigino giudica come un vero e proprio tradimento, consumato in un clima di esasperazione e di miseria che l’assedio di oltre cinque mesi aveva enormemente amplificato. Il tessuto democratico che pure si era ben radicato in città sembra non reggere più e resiste quasi solo tra i soldati della Federazione Repubblicana della Guardia Nazionale (i "federati": denominazione che riprende quella assunta in seguito all'unione dei membri della Guardia Nazionale delle sezioni parigine con quelli dei Dipartimenti durante la Rivoluzione del 1789): questi eleggono un Comitato Centrale che in qualche modo si configura come un contropotere rispetto al governo Thiers (una situazione per certi versi simile a quella che si verificherà in Russia, tra il febbraio e l'ottobre del 1917, con i soviet contrapposti al governo Kerenskij).
Sono giorni convulsi e pieni di confusione: un invasore straniero, un esercito regolare che obbedisce a Thiers, una Guardia Nazionale in cui prevalgono gli elementi democratici, un’Internazionale ancora incerta (malgrado le forti pressioni di Marx perché vi fosse un appoggio incondizionato), una popolazione allo stremo, l'economia e i servizi in grave sofferenza.
Il piano di Thiers è quello di abbandonare Parigi, lasciandola in balia dei tedeschi: ciò provocherà sicuramente la violenta reazione popolare autorizzando lo stesso Thiers a intervenire con la repressione più spietata.

Quando il 18 marzo 1871 il governo Thiers lascia la città, il Comitato Centrale assume tutti i poteri, ma con grande senso di responsabilità decide che l'unica soluzione democratica è convocare le elezioni generali del (ma in francese il termine è femminile) Comune di Parigi: “Questo tiepido e gaio sole che indora le bocche dei cannoni, questo odore di fiori, il fremito delle bandiere, il mormorio di questa rivoluzione che passa tranquilla e bella, come un fiume azzurro... Questa Parigi che, adottando la parola stessa di Comune, riuniva istintivamente insieme il suo patriottismo dolorante e la sua speranza in una città giusta...” (Jules Vallés)

Contro il governo centrale e l'Assemblea Nazionale che avevano condotto la Francia al disastro, Parigi insorge. L'orgoglio nazionale e la rivolta contro la miseria, come nel 1789, prendono la strada impervia e senza ritorno della rivoluzione, in cui al giacobinismo "storico" e al radicalismo repubblicano si affiancano le idee del socialismo; naturalmente non c'è un corpus ideologico definito, perché i riferimenti teorici sono vari e spesso contrastanti: l'umanitarismo di Proudhon, il Blanqui intransigente e cospirativo, la solidità scientifica del comunismo di Marx, lo spirito libertario e antistatuale di Bakunin. Una ricchezza culturale indiscutibile, che tuttavia impedì all'Internazionale di svolgere un effettivo ruolo di direzione politica (la componente anarchica sarà espulsa dall'associazione: una chiarificazione che comunque non eviterà la crisi politica del movimento operaio e il conseguente scioglimento, nel 1876, dell'Internazionale; e anche quando essa verrà ricostituita, nel 1889, non avrà vita facile, perché nel 1919 i bolscevichi ne usciranno per costituire una struttura autonoma, il Comintern).
Dopo il crollo dell'impero e la resa, la Guardia Nazionale aveva conservato il proprio armamento malgrado il governo pretendesse la consegna delle armi e, in particolare, dei cannoni installati sull'altura di Montmartre: contrasto che ebbe un peso determinante rispetto alla rottura delle trattative e alla proclamazione della Comune rivoluzionaria.
I parigini speravano che il loro esempio fosse seguito dalle altre città francesi, ma a Lione, Marsiglia e Tolosa il tentativo fu stroncato agevolmente dalle forze governative.

 

 

 

 

 

 

La Comune, per l'importanza e l'universalità dei principi cui si ispirò, per il lungo assedio che sostenne, per il numero delle vittime e l'orrore delle rappresaglie, può certo considerarsi come uno dei più audaci tentativi che le classi subalterne abbiano mai fatto per emanciparsi.

Così scrisse l'anarchico Pëtr Kropotkin: "La Comune non poteva essere che un abbozzo iniziale. Nata alla fine della guerra, accerchiata da due eserciti pronti a darsi una mano per schiacciare il popolo, essa non osò lanciarsi interamente sulla via della rivoluzione economica perchè non procedette all'espropriazione dei capitali... e perchè non spezzò neppure la tradizione dello Stato... ma è certo che se la Comune di Parigi avesse vissuto qualche mese ancora, sarebbe stata spinta inevitabilmente, per la forza delle cose, verso queste due rivoluzioni."
Durante il viaggio verso la prigionia in Nuova Caledonia, Louise Michel, una delle donne più attive e autorevoli della Comune, a proposito di quella memorabile esperienza e dell'avvicendarsi in pochi mesi di tre forme di potere - impero, repubblica, stato proletario - scrisse: "Paragonavo continuamente le cose, gli avvenimenti e le persone e poichè ho visto i nostri compagni all'opera, sono arrivata ben presto alla conclusione che anche gli onesti, una volta al potere, sono tanto incompetenti quanto i bricconi danarosi e vedevo l'impossibilità che mai la libertà potesse associarsi con un potere, di qualsiasi natura esso fosse stato. Sentivo che una rivoluzione che avesse preso una forma governativa qualsiasi, non sarebbe stata che un'apparenza ingannevole... Il potere è maledetto, ecco perchè io sono anarchica."
Testimonianze sincere, anche se un po' grossolane.

Su 485.569 aventi diritto di voto, 229.167 persone partecipano alle elezioni che vedono una netta affermazione della sinistra: su 80 eletti 25 sono operai, e poi artigiani, piccoli commercianti, intellettuali, avvocati, impiegati, ufficiali del vecchio esercito; dal punto di vista politico un terzo è formato da internazionalisti, in genere comunisti (sia anarchici che seguaci di Marx); vi sono poi una quarantina di democratici radicali e una dozzina di blanquisti (ma Blanqui è in carcere dall'ottobre precedente, e vi resterà fino al 1879).
Un governo rivoluzionario piuttosto disomogeneo, dunque, e solo la forte spinta unitaria ne garantirà un chiaro indirizzo politico.
Il primo compito della rivoluzione, comunque, è quello di “far vivere Parigi”, cioè organizzare i servizi essenziali di cui la città è rimasta priva: non solo ogni giorno bisognava rifornire una delle più grandi città del mondo, ma occorreva reperire le risorse finanziarie per sfamare gli oltre 300.000 disoccupati e, più in generale, per governare. E sono proprio i soldi il problema prioritario, tanto che il Ministero delle Finanze diventa il cuore del potere rivoluzionario: l'anno prima gli impiegati pubblici (poste, ferrovie, dogane, gendarmeria, catasto, sanità, igiene pubblica, ecc.) necessari per mandare avanti la città erano circa 60.000, e ora ci sono i mezzi per pagarne solo 10.000, che tuttavia garantirono il funzionamento amministrativo.

Le fabbriche sono state abbandonate dai dirigenti e dagli imprenditori, il commercio è in pieno caos, e tutta la sfera economica e sociale è da riorganizzare: un compito immenso, al quale il proletariato, per la prima volta nella propria storia, è chiamato a dare risposte concrete ed efficaci: “Nonostante le condizioni così sfavorevoli e la brevità della sua esistenza, la Comune riesce ad adottare alcuni provvedimenti che caratterizzano il suo vero sentimento e i suoi scopi.” Così si esprimerà Lenin, che in molti scritti (ad esempio Stato e Rivoluzione) esalterà la Comune non solo come simbolo rivoluzionario, ma come effettivo momento di governo della classe operaia, in perfetta sintonia con la definizione che ne aveva dato Marx: “Un governo della classe operaia, il prodotto della lotta della classe dei produttori contro la classe appropriatrice, la forma politica finalmente scoperta, nella quale si poteva compiere l'emancipazione economica del lavoro.”
La rivoluzione, “tranquilla e bella come un fiume azzurro”, si misurava dunque con il pane, il mercato nero, le fognature, gli orari degli sportelli pubblici: “l’assalto al cielo” avveniva a partire dalla terra così com’è, e non come si vorrebbe che fosse... Malgrado l'isolamento, dunque, i comunardi tentarono diverse riforme strutturali.
• L'esercito (la ferma durava dai 3 ai 5 anni) fu sciolto e sostituito con una forza armata popolare e volontaria, la Guardia Nazionale, appunto.
• Fu proclamata la totale separazione fra stato e chiesa, abolendo i privilegi ecclesiastici.
• Cooperative di operai gestirono le fabbriche abbandonate dai padroni.
• Venne soppresso il lavoro di notte nei forni e abolita l'istituzione dei sensali del lavoro (i "caporali").
• Furono requisite le case libere e sospese le sentenze di sfratto.
• Tutti gli oggetti depositati al Monte di Pietà che non avessero un valore superiore ai 25 franchi vennero restituiti alla povera gente che li aveva impegnati.
• Fu stabilito che gli alti funzionari e i giudici fossero eletti e revocabili in qualsiasi momento, con una retribuzione pari a quella di un operaio qualificato.
• Numerosi i decreti concernenti i servizi pubblici: dall'approvvigionamento alle ambulanze, dalla gestione dei musei e delle biblioteche all'assistenza pubblica.
• Venne abolita ogni distinzione tra figli legittimi e naturali, tra coppie sposate e conviventi.
• Fondamentale fu lo sforzo per l'emancipazione delle donne, che ebbero un ruolo molto importante in questo periodo: "Cittadine, sopporteremo più a lungo che la miseria e l'ignoranza facciano dei nostri figli dei nemici, che padre contro figlio, fratello contro fratello, vengano ad uccidersi fra loro sotto i nostri occhi per il capriccio dei nostri oppressori? Cittadine, noi vogliamo essere libere!"
Ma i comunardi si trovavano nell'assoluta necessità di organizzare le difese in vista dell'offensiva di Versailles, e di fronte a tale priorità la gran parte di quei progetti non ebbero il tempo di essere attuati. Di carattere soprattutto simbolico furono altre iniziative come la distruzione della ghigliottina sotto la statua di Voltaire e l'abbattimento della colonna Vendôme, costruita con il bronzo fuso dei cannoni di Napoleone, e quindi emblema dell'imperialismo e del militarismo. Nel frattempo il governo Thiers prepara con cura il colpo mortale: si finge di condurre negoziati con i rivoluzionari, addirittura si arriva a ipotizzare un compromesso basato sulle dimissioni contestuali dell’Assemblea Nazionale e della Comune; in realtà Thiers vuole solo sabotare tutti gli sforzi per “far vivere Parigi” e cinicamente afferma: ”Vi sarà qualche casa danneggiata, qualcuno verrà ucciso, ma il potere resterà alla legge.” E quando dalle altre città di Francia arrivano preoccupanti segnali di conciliazione coi rivoluzionari, Thiers non esita a ordinare la sistematica esecuzione dei comunardi catturati.
Sono settimane di trattative febbrili, la Comune è consapevole della propria fragilità, lo stesso arcivescovo di Parigi - certamente non sospetto di simpatie rivoluzionarie, tant'è che verrà fucilato dagli insorti - si adopera per trovare una soluzione politica: ma gli agenti provocatori di Thiers lavorano assiduamente dentro la città per seminare malcontento e panico, mentre i tedeschi chiudono volentieri entrambi gli occhi di fronte alle truppe di Versailles che si preparano all’attacco finale.
Thiers, infatti, ottiene dal vecchio nemico Bismarck la restituzione dei prigionieri di guerra e li riorganizza in vista della repressione: 130.000 uomini perfettamente equipaggiati contro i battaglioni federati con poche munizioni e privi di qualsiasi supporto logistico.
Il destino della rivoluzione è segnato.
I soldati del generale Mac-Mahon, gli stessi che si erano arresi ai boches, sferrano l'attacco decisivo e dal 21 al 28 maggio, in quella che sarà ricordata come "settimana di sangue", riuscirono ad annientare la resistenza di Parigi.
Il 24 maggio la Comune lancia un ultimo, disperato appello: ”Tutti alle barricate!
E si combatte in ogni strada, senza speranza.

 

 

 

 

 

 

Migliaia di comunardi presi prigionieri (e tra essi, naturalmente, donne, vecchi, bambini) sono fucilati sul posto o condotti a Versailles per essere massacrati sotto gli occhi dei borghesi esultanti; al cimitero del Père-Lachaise circa 5.000 persone furono trucidate in un sol giorno. Complessivamente i morti nei combattimenti furono 30.000, 50.000 i fucilati e 25.000 i deportati.
Thiers proclama: “I nostri valorosi soldati si comportano in modo da ispirare la più alta stima”; e scrive ai prefetti: “Il terreno è coperto dai cadaveri dei ribelli: uno spettacolo terribile, che servirà di lezione.”

 

Il 28 maggio, dopo solo 71 giorni, terminò in questo immenso bagno di sangue un esperimento di società diversa che influenzò profondamente i movimenti rivoluzionari degli anni a venire. In seguito Parigi sarà sventrata con interventi urbanistici radicali: in particolare vennero ampliati quelli già attuati dall'architetto Georges Haussmann, che tra l'altro aveva progettato strade molto larghe (i boulevards) per renderne difficile il blocco con le barricate.


Così lo storico Lissigaray nella sua Histoire de la Commune aveva scritto di Eugène Varlin, uno degli internazionali che ebbero un ruolo di primissimo piano: “Instancabile, modesto, parla poco, ma sempre al momento opportuno, e allora con una sola parola chiarisce la discussione confusa. Dovunque la sua presenza assicura l’ordine, la sua autorità è fatta di simpatia e di semplicità.”
Il lucido rivoluzionario che aveva riorganizzato il Ministero delle Finanze e aveva assicurato i rifornimenti alimentari durante l’assedio, la domenica del 28 maggio passava da una barricata all’altra, instancabile, e quando nessuna di esse esisteva più si sedette serenamente in place Cadet, "abbandonando al caso la propria vita": un passante lo riconosce e lo addita a una pattuglia che lo colpisce selvaggiamente e lo trascina via.
Sotto i colpi, la sua giovane testa, che non aveva mai avuto altro che pensieri fraterni, diventa un ammasso di carne pesta, con l’occhio fuori dall’orbita.”
Poi, dato che non si reggeva in piedi, lo misero a sedere per poterlo fucilare.

 

 

 

 

Comune di Parigi

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La comunarda - Marco Rovelli

 

 

La comunarda è un canto che celebra la comunità eretica e ribelle della Comune di Parigi, un canto di rivolta e di amore, dove le due cose tendono a essere la stessa. E', ancora e sempre, un fatto di visioni. E dunque il poeta sta sulle barricate, anche lui, Arthur Rimbaud, e scrive, scrive parole magiche che facciano accadere e dischiudano mondi.
(Gli altri riferimenti del testo -- che nasce da un fitto scambio di sms tra me e Francesco Forlani - siano come un ipertesto che rimanda alla storia della Comune...).
La comunarda, ovvero i corpi resistenti e barricaderi.


Furia barricadera degli amori
Il tempo en rouge et noir confonde voci
e l'alba con la sera en bandolieres

I canti comunardi
scavano miniere erigono palazzi
sui boulevard della collina

E coi ragazzi in cima ad alzare un drappo nero
sul passato espirato con Lecomte

Si fermino all'ora gli orologi
oggi inizia un tempo nuovo in questa festa
e viva ciò che resta!

Abracadabrantesque, scrive il poeta
sul selciato in fiamme di Parigi
in questa evidente primavera!

Baciami Juliette se si fa sera
resta Menilmontant resiste ai tuoni
e ai lampi dei cannoni

E le baionette come un muro su a Montmartre
Juliette cantami ancora
il canto comunard

Il tuo nome è segnato a dito sul vetro
forse è questo dio, e al mio soffio si schiude
è un volto che ride, o un rigo di luce
io rido al tuo riso che mi dice sì.


Lo spettro si aggira per le piazze
all'hotel de ville in fiamme
appare agli orologi a saint Lazare

La ghigliottina brucia sotto gli occhi di Voltaire
mentre canta Louise Michel
mai più carne all'uomo e schiavi ai re.

Juliette tu sei la rosa come il pane
libertà di maggio
antica sposa floreale allez Juliette

versami da bere Côtes-du-Rhône di botte scura
perché su queste mura
si vive o si muore ma senza più paura

Il tuo nome è segnato a dito sul vetro
forse è questo dio, e al mio soffio si schiude
è un volto che ride, o un rigo di luce
io rido al tuo riso che mi dice sì.

Ton nom est signé du doigt sur la vitre
je vois ça c'est dieu, il s'éclot à mon souffle
un visage qui rit, une lumière qui s'ouvre
moi je ris à ton rire qui me dit oui.

E tra i tamburi il soffio di mille respiri
canti liberi e stendardi come un cielo
suono dei liberi e rumore di corpi vivi
tra i tamburi il soffio di mille respiri

 

 

CANZONI DELLA COMUNE

 

Jean Baptiste Clément e Eugène Pottier scrissero rispettivamente La settimana di sangue e l’Internazionale mentre erano nascosti a Parigi per sfuggire alla feroce repressione di Thiers. Più tardi La settimana di sangue fu adattata alle note del Chant des paysans di Pierre Dupont, mentre l’Internazionale - che probabilmente avrebbe dovuto essere cantata sulll’aria della Marsigliese - rimase a lungo sconosciuta: fu un operaio-musicista, Pierre Degeyter, poco tempo dopo la morte di Pottier, a comporre la musica che tutti conosciamo.
L'Internazionale si diffuse col Congresso di Stoccarda della II Internazionale e da allora accompagnò tutte le grandi lotte popolari, divenendo ovunque l’inno del movimento operaio (e per un certo tempo fu anche l’inno nazionale dell’URSS): ciò si deve sia ad una musica coinvolgente sia ad un testo che seppe raccogliere con grande semplicità, ma non senza una certa raffinatezza, il nucleo teorico del nuovo socialismo formulato nel Manifesto del ‘48.
In ogni caso, sia La settimana di sangue che l’Internazionale hanno uno stile decisamente popolare; La tomba dei fucilati, invece (1887), ha tutt’altra impronta: l’autore, Jules Jouy, era un giornalista che aveva scritto diverse canzoni per il café chantant e riuscì assai bene in un’operazione che in seguito molti altri proseguirono (in Francia Charles Trenet, Pete Seeger e Woody Guthrie negli USA, negli anni ’60 il gruppo raccolto intorno al Nuovo Canzoniere Italiano, ecc.): innestare sul filone della canzone popolare un’attenzione compositiva e letteraria propria della musica “colta”, senza tuttavia togliere nulla all’immediatezza di canzoni destinate non semplicemente a un pubblico intellettuale, ma a chi era impegnato, in situazioni anche molto diverse, in difficili e spesso drammatici momenti di lotta e di protesta.

 

 

LA SETTIMANA DI SANGUE

(Clément-Dupont)

Sauf des mouchards et des gendarmes
On ne voit plus par les chemins
Que des vieillards tristes aux larmes
Des veuves et des orphelins
Paris suinte le misère
Les heureux mêmes sont tremblants
La mode est aux conseils de guerre
Et les pavés sont tout sanglants
Oui, mais...
Ça branle dans le manche
Ces mauvais jours-là finiront
Et gare à la revanche
Quand tous les pauvres s'y mettront!
Les journaux de l’ex-préfecture
Les flibustiers, les gens tarés
Les parvenus par aventure
Les complaisants, les décorés
Gens de bourse et de coin de rues
Amants de filles aux rebuts
Grouillent comme un tas de verrues
Sur les cadavres des vaincus
On traque, on enchaîne, on fusille
Tout ce qu’on ramasse au hasard:
La mère à coté de sa fille
L’enfant dans les bras du vieillard
Les châtiments du drapeau rouge
Sont remplacés par la terreur
De tous les chenapans de bouge
Valets de rois et d’empereur
Nous voilà rendus aux jésuites
Aux Mac-Mahon, aux Dupanloup
Il va pleuvoir des eaux bénites
Les troncs vont faire un argent fou
Dès demain, en réjouissance
Et Saint-Eustache et l’Opéra
Vont se refaire concurrence
Et le bagne se peuplera
Demain les manons, les lorettes
Et les dames des beaux faubourgs
Porteront sur leur, collerettes
Des chassepots et des tambours
On mettra tout au tricolore
Les plats du jour et les rubans
Pendant que le héros Pandore
Fera fusiller nos enfants
Demain les gens de la police
Refleuriront sur le trottoir
Fiers de leurs états de service
Et le pistolet en sautoir
Sans pain, sans travail et sans armes
Nous allons être gouvernés
Par des mouchards et des gendarmes
Des sabre-peuple et des curés
Le peuple au collier de misère
Sera-t-il donc toujours rivé?..
Jusque à quand les gens de guerre
Tiendront-ils le haut du pavé?..
Jusque à quand la sainte clique
Nous croira-t-elle un vil bétail?..
A quand enfin la République
De la justice et du travail?

 

 

Tranne spioni e gendarmi / Vedi soltanto per le vie / I vecchi tristi fino al pianto / Vedove e orfani / Parigi trasuda di miseria / Persino i ricchi sono tremanti / Consigli di guerra ogni momento / E il lastricato è sanguinante / Sì, ma... / Ciurla nel manico / I brutti giorni finiranno / E occhio alla vendetta / Quando tutti i poveri ci si metteranno! / I giornali dell'ex-prefettura / I pirati, i mascalzoni / Gli arricchiti per puro caso / I compiacenti, i decorati / Gente di borsa e dei meandri / Amanti di donne tra i rifiuti / Brulicano come tanti vermi / Sopra i cadaveri dei vinti / Sì, ma... / Si bracca, si arresta, si fucila / La gente raccolta senza ragione / La madre accanto alla sua figlia / Il bimbo in braccio all'anziano / Le leggi della bandiera rossa / Sono rimpiazzate dal terrore / Di tutti i rifiuti di casino / Servi di re e d'imperatore / Sì, ma... / Rieccoci in mano ai gesuiti / Ai Mac-Mahon, ai Dupanloup / Pioverà l'acqua benedetta / Le chiese faranno affari d'oro / Da domani, in grande festa / Sant’Eustacchio e l’Opera / Si rifaranno concorrenza / E la galera si riempirà / Sì, ma... / Domani tutte le puttane / E le signore dei bei quartieri / avranno sulle camicette / Dei fucilini e dei tamburi / Tutto sarà in tricolore / I piatti del giorno e le medaglie / Mentre il grande eroe Pandore / Farà sparare ai nostri figli / Sì, ma... / Domani la stirpe dei poliziotti / Rifiorirà sul marciapiede / Fiera d'aver ben meritato / Con la pistola in bella mostra / Senza pane, lavoro e armi / Saremo di nuovo governati / Dagli spioni e dai gendarmi / Dagli assassini e dai curati / Sì, ma... / Il popolo sarà sempre inchiodato / al suo collare di miseria?... / Fino a quando i militari / trionferanno per le strade?... / Fino a quando la sacra cricca / ci crederà un vile bestiame? / Quando verrà la Repubblica / della giustizia e del lavoro? / Sì, ma...

 

 

L'INTERNAZIONALE

(Pottier-Degeyter)

Debout, les damnés de la terre!
Debout, les forçats de la faim!
La raison tonne en son cratère, C’est l’éruption de la fin
Du passé
faisons table rase
Foule esclave, debout! debout!
Le monde va changer de base
Nous ne sommes rien,
soyons tout!
C’est la lutte finale
Groupons-nous, et demain
L’Internationale
Sera le genre humain
Il n'est pas de sauveurs suprêmes
Ni Dieu, ni César, ni tribun
Producteurs, sauvons-nous nous-mêmes!
Décrétons le salut commun!
Pour que le voleur rende gorge
Pour tirer l’esprit du cachot,
Soufflons nous-mêmes notre forge
Battons le fer quand il est chaud!
L’Etat comprime et la Loi triche,
L’impôt saigne le malheureux
Nul devoir ne s’impose au riche
Le droit du pauvre est un mot creux.
C'est assez languir en tutelle
L’Egalité veut d’autres lois
Pas de droits sans devoir, dit-elle
Egaux, pas de devoirs sans droits!
Hideux dans leur apothéose
Les rois de la mine et du rail
Ont-ils jamais fait autre chose
Que dévaliser le travail?
Dans les coffres-forts de la bande
Ce qu’il a créé s’est fondu
En décrétant qu’on le lui rende
Le peuple ne veut que son du
Les rois nous saoulaient de fumées
Paix entre nous, guerre aux tyrans!
Appliquons la grève aux armées
Crosse en l’air et rompons les rangs!
S’ils s’obstinent, ces cannibales
A faire de nous des héros
Ils sauront bientôt que nos balles
Sont pour nos propres généraux!
Ouvriers, paysans, nous sommes!
Le grand parti des travailleurs
La terre n’appartient qu’aux hommes
L’oisif ira loger ailleurs
Combien de nos chairs se repaissent
Mais si les corbeaux, les vautours
Un de ces matins disparaissent
Le soleil brillera toujours

(qui riportiamo la traduzione: il testo della versione italiana è stato modificato e adattato)

In piedi, dannati della terra! / In piedi, forzati della fame! / La ragione tuona nel suo cratere / È l’eruzione della fine / Del passato facciamo tavola rasa / Folla schiava, in piedi! in piedi! / Il mondo cambierà di base / Non siamo nulla, saremo tutto! È la lotta finale / Uniamoci, e domani / L’Internazionale / Sarà il genere umano / Non ci sono sommi salvatori / Né Dio, né Cesare, né tribuno / Produttori, salviamoci da soli! / Decretiamo la salvezza comune! / Perché i ladri rendano il maltolto / Per toglier lo spirito di prigione / Soffiamo da noi sulla fucina / Battiamo il ferro finché è caldo / Lo Stato opprime e la Legge inganna / L'imposta dissangua l'infelice / Nessun dovere si impone al ricco / Il diritto del povero è una vuota parola / Basta languire sotto tutela! / L'Uguaglianza vuole altre leggi / "Niente diritti senza doveri, dice, / Niente doveri senza diritti !" / Odiosi nel loro trionfo / I re della miniera e della rotaia / Hanno forse mai fatto altro / Che derubare il lavoro? / Ciò che esso ha creato è fuso / nelle casseforti della banda / Decretando che glielo si renda / Il popolo vuole ciò che gli è dovuto / I re ci ubriacavano di fumo / Pace tra noi, guerra ai tiranni! / Applichiamo lo sciopero agli eserciti / Diserzione, rompiamo le righe! / Se si ostinano, quei cannibali / A far di noi degli eroi / Presto sapranno che le nostre pallottole / Sono per i nostri generali! / Operai, contadini, siamo / Il gran partito dei lavoratori / La terra appartiene agli uomini, / L’ozioso andrà a vivere altrove / Quanti si cibano delle nostre carni! / Ma se i corvi, gli avvoltoi / Una di queste mattine spariranno / Il sole brillerà per sempre

 

 

NON È MORTA

(Pottier-Parizot)

Elle n’est pas morte

On l’a tuée à coups d’ chassepot
A coups de mitrailleuse
Et roulée avec son drapeau
Dans la terre argileuse
Et la tourbe des bourreaux gras
Se croyait la plus forte
Tout ça n’empech’ pas, Nicolas
Qu’ la Commune n’est pas morte!

Comme faucheurs rasant un pré
Comme on abat des pommes
Les Versaillais ont massacré
Pour le moins cent mille hommes
Et ces cent mille assassinats
Voyez c’ que ça rapporte.
Tout ça n’empech’ pas, Nicolas
Qu’ la Commune n'est pas morte!

On a bien fusillé Varlin
Flourens, Ouval, Millière,
Ferré, Rigault, Tony-Moilin,
Gavé le cimetière
On croyait lui couper les bras
Et lui vider l'aorte
Tout ça n’empech’ pas, Nicolas
Qu’ la Commune n'est pas morte!

Ils on fait acte de bandits
Comptant sur le silence
Ach’vés les blessés dans leurs lits
Dans leurs lits d'ambulance
Et le sang inondant les draps
Ruisselait sous la porte
Tout ça n’empech’ pas, Nicolas
Qu' la Commune n’est pas morte!

Les journalistes policiers
Marchands de calomnies
Ont répandu sur nos chamiers
Leurs flots d’ignominies
Les Maxim’ Oucamp, les Dumas
Ont vomi leur eau-forte
Tout ça n’empech’ pas, Nicolas
Qu’ la Commune n'est pas morte!

C’est la hache de Damoclès
Qui plane sur leurs têtes
A l’enterrement de Vallès
Ils en étaient tout bêtes
Fait est qu’on était fier un tas
A lui servir d’escorte!
C’ qui vous prouve en tout cas, Nicolas
Qu’ la Commune n'est pas morte!
Bref, tout ça prouve aux combattants
Qu’ Marianne a la peau brune
Du chien dans l’ ventre et qu’il est temps
D’ crier: vive la Commune!
Et ça prouve à tous les Judas
Qu’ si ça marche de la sorte
Ils sentiront dans peu
Nom de Dieu
Qu’ la Commune n’est pas morte!

 

 

 

L’hanno uccisa a colpi di fucile / A colpi di mitraglia / E rotolata con la sua bandiera / Nella terra fangosa / E la turba dei grassi boia / Si credeva più forte / Tutto ciò non impedisce, Nicola / Che la Comune non è morta! / Come falciatori che rasano un prato / Come si buttano giù le mele / I Versagliesi han massacrato / Per lo meno centomila uomini / E quei cento mila assassinii / Vedete cosa fruttano / Tutto ciò non impedisce, Nicola / Che la Comune non è morta! / Hanno fucilato Varlin / Flourens, Duval, Millière / Ferre, Rigault, Tony-Moilin / Ingozzato il cimitero / Credevano di tagliarle le braccia / Di svuotarle l’aorta / Tutto ciò non impedisce, Nicola / Che la Comune non è morta! / Hanno agito da banditi / Contando sul silenzio / Han finito i feriti nei letti / Nei letti d’ambulanza / E il sangue che inondava i lenzuoli / Scorreva sotto la porta / Tutto ciò non impedisce, Nicola / Che la Comune non è morta! I giornalisti poliziotti / Mercanti di calunnie / Ci hanno sparso sulle ossa / I loro fiotti d’ignominia / I Maxime Ducamp, i Dumas / Han vomitato acido / Tutto ciò non impedisce, Nicola / Che la Comune non è morta! / Hanno l’ascia di Damocle / Sospesa sulla testa / Al funerale di Vallès / Son rimasti a bocca aperta / Il fatto è che eravamo in tanti / A fargli da scorta! Il che prova comunque, Nicola / Che la Comune non è morta! / In breve tutto ciò prova ai combattenti / Che Marianna ha la pelle scura / Del cane sul ventre e che è tempo / Di gridare “Viva la Comune !” / E prova a tutti i Giuda / Che se va come deve / Si accorgeranno tra poco, per Dio / Che la Comune non è morta!

 

LA TOMBA DEI FUCILATI

(Jouy-Doria)

Ornant largement la muraille
vingt drapeaux rouges assemblés
cachant les trous de la mitraille
dont les vaincus furent criblés
bien plus belle que la sculpture
des tombes que bâtit l’orgueil
l’herbe couvre la sépulture
des morts enterres sans cercueil
Ce gazon que le soleil dore
quand mai sort des bois réveillés
ce mur que l’histoire décore
qui saigne encore
c’est le tombeau des fusillés (bis)
Autour de ce tombeau sans bronze
Le prolétaire, au nez des lois
Des héros de soixante et onze
Ecoute chanter les exploits
Est-ce la tempête ou la houle
Montant a l’assaut d’un ecueil?
C’est la grande voix de la foule
Consolant les morts, sans cercueil!
Ecoute bon bourgeois qui tremble
Pleurant ceux qu’on croit oubliés
Le peuple tout entier s’assemble
Et vient ensemble
Près du tombeau des fusillés (bis)
Loups de la semaine sanglante
sachez-le, l’agneau se souvient
du peuple la justice est lente
Elle est lente mais elle vient
Le fils fera comme le père
la vengeance vous guette au seuil
craignez de voir sortir de terre
les morts enterrés sans cercueil
Tremblez, les lions qu’on courrouce
mordent quand’ils sont réveillés
fleur rouge éclose dans la mousse
l’avenir pousse
sur le tombeau des fusillés (bis)

 

Ornando largamente la muraglia / Venti bandiere rosse adunate / Coprono i fori di mitraglia / Che crivellarono i vinti / Molto più bella della scultura / Delle tombe costruite dall'orgoglio / L 'erba copre la sepoltura / Dei morti sepolti senza bara / Questo prato che il sole dora / Quando maggio esce dai boschi ridestati / Questo muro che la storia decora / Che sanguina ancora / È la tomba dei fucilati / Attorno a questa tomba senza bronzo / Il proletario, in barba alle leggi / Ascolta cantare le imprese / Degli eroi del settantuno / È la tempesta o l’onda / Che cresce assaltando uno scoglio? / È la gran voce della folla / Che consola i morti senza bara! / Ascolta, buon borghese che trema / Piangendo chi si credeva dimenticato / Il popolo intero si raduna / E viene insieme / Alla tomba dei fucilati / Lupi della settimana di sangue / Sappiatelo, l’agnello ricorda / La giustizia del popolo è lenta / È lenta ma arriva / Il figlio farà come il padre / La vendetta vi aspetta al varco / Temete di veder uscire dalla terra / I morti sepolti senza bara / Tremate, i leoni che si stuzzicano / Mordono quando sono svegliati / Fiore rosso schiuso tra il muschio / L’avvenire spunta / Sulla tomba dei fucilati.

 

LE TEMPS DES CERISES

(J.B. Clément - A. Renard)

Quand nous chanterons le temps des cerises,
Et gai rossignol et merle moqueur
Seront tous en fête.
Les belles auront la folie en tête
Et les amoureux du soleil au cœur.
Quand nous chanterons le temps des cerises
Sifflera bien mieux le merle moqueur.
Mais il est bien court le temps des cerises
Où l’on s’en va deux cueillir en rêvant
Des pendant d’oreilles,
Cerises d'amours aux robes pareilles
Tombant sous la feuille en gouttes de sang.
Mais il est bien court le temps des cerises
Pendant de corail que l’on cueille en rêvant.
Quand vous en serez au temps des cerises
Si vous avez peur des chagrins d'amour
Evitez les belles.
Moi qui ne craint pas les peines cruelles
Je ne vivrai pas sans souffrir un jour
Quand vous en serez au temps des cerises
Vous aurez aussi des chagrins d'amour.
J’aimerai toujours le temps des cerises
C'est de ce temps là que je garde au cœur
Une plaie ouverte.
Et dame Fortune, en m’étant offerte,
Ne pourra jamais calmer ma douleur.
J’aimerai toujours le temps des cerises
Et le souvenir que je garde au cœur


 

Nel 1832 Franz Liszt scrisse un pezzo per piano intitolato Lyon: in onore degli operai
tessili lionesi protagonisti dell'insurrezione del novembre 1831, per certi versi molto simile
(soprattutto nella sua replica durante la Settimana di sangue del 1834) a quella parigina del 1871.
Il musicista Aristide Bruant ne ha tratto una canzone nel 1894:

Pour chanter Veni Creator
Il faut une chasuble d’or.
Pour chanter Veni Creator
Il faut une chasuble d’or.
Nous en tissons pour vous gens de l’Eglise,
Et nous pauvres canuts n’avons pas de chemise.
C’est nous les canuts,
Nous allons tout nus.
Pour gouverner il faut avoir
Boutons et rubans en sautoir.
Pour gouverner il faut avoir
Boutons et rubans en sautoir.
Nous en tissons pour vous grands de la terre,
Et nous pauvres canuts tout nus on nous enterre.
C’est nous les canuts,
Nous allons tout nus.
Mais notre règne arrivera
Quand votre règne finira.
Mais notre règne arrivera
Quand votre règne finira.
Nous tisserons le linceul du vieux monde,
Et l’on entend déjà la révolte qui gronde.
C’est nous les canuts,
Nous n’irons plus nus.