Italiano


 

Karl Marx

IL CAPITALE

VOLUME 1

1867

 

Indice delle prefazioni:

 

PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE
POSCRITTO ALLA SECONDA EDIZIONE
PREFAZIONE E POSCRITTO ALL'EDIZIONE FRANCESE
AVVISO AL LETTORE
SULLA TERZA EDIZIONE
PREFAZIONE ALL'EDIZIONE INGLESE
SULLA QUARTA EDIZIONE

 


PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE

Quest'opera della quale consegno al pubblico il primo volume, costituisce il seguito del mio scritto Per la critica dell'economia politica, pubblicato nel 1859. Il lungo intervallo fra l'inizio e la continuazione è dovuto a una malattia durata molti anni, che ha interrotto a più riprese il mio lavoro.

Il contenuto di quello scritto anteriore è riassunto nel primo capitolo di questo volume; e non solo per mantenere il nesso e per completezza: l'esposizione è migliorata; ogni volta che è stato possibile, molti punti, prima semplicemente accennati, ora sono stati ulteriormente sviluppati mentre, viceversa, cose che là erano state sviluppate per esteso qui sono solo accennate. Le sezioni sulla storia della teoria del valore e del denaro sono state ora soppresse del tutto, com'è ovvio; tuttavia il lettore dello scritto precedente troverà nelle note al primo capitolo nuove fonti per la storia di quella teoria.

Il detto « ogni inizio è difficile » vale per tutte le scienze. Perciò la comprensione del primo capitolo e specialmente della sezione che contiene l'analisi della merce presenterà maggior difficoltà degli altri. Però ho svolto nella maniera più divulgativa possibile ciò che riguarda più da vicino l'analisi della sostanza di valore e della grandezza di valore (1). La forma di valore, della quale la forma di denaro è la figura perfetta, è poverissima di

1 Questo è sembrato tanto più necessario, perché perfino quella sezione dello scritto di F. Lassalle contro Schulze-Delitzsch, che a dire dell'autore dà la «quintessenza spirituale» del mio svolgimento di quei temi, contiene notevoli malintesi. En passant: il Lassalle ha preso a prestito dai miei scritti, quasi alla lettera, fino a servirsi della terminologia creata da me, tutte le proposizioni teoriche generali dei suoi lavori economici, p. es. quelle sul carattere storico del capitale, sul nesso fra rapporti di produzione e modo di produzione, ecc., e non ha mai citato le sue fonti: ma tale procedimento è stato determinato certo da considerazioni di propaganda. Naturalmente, non parlo delle sue amplificazioni dei particolari né delle sue applicazioni pratiche, con le quali io non ho niente a che fare.

contenuto e semplicissima. Tuttavia, invano l'umanità da più di duemila anni ha cercato di scandagliarla a fondo, mentre d'altra parte l'analisi di forme molto più ricche di contenuto e molto più complicate è riuscita per lo meno approssimativamente. Perché? Perché il corpo già formato è più facile da studiare che la cellula del corpo. Inoltre, all'analisi delle forme economiche non possono servire né il microscopio né i reagenti chimici: l'uno e gli altri debbono essere sostituiti dalla forza d'astrazione. Ma per quanto riguarda la società borghese la forma di merce del prodotto del lavoro, ossia la forma di valore della merce, è proprio la forma economica corrispondente alla forma di cellula. Alla persona incolta, l'analisi di tale forma sembra aggirarsi fra pure e semplici sottigliezze: e di fatto si tratta di sottigliezze, soltanto che si tratta di sottigliezze come quelle dell'anatomia microscopica.

Quindi, eccezion fatta per la sezione sulla forma di valore, non si potrà accusare questo libro d'esser di difficile comprensione. Presuppongo naturalmente lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo e che quindi vogliano anche pensare da sé.

Il fisico osserva i processi naturali nel luogo dove essi si presentano nella forma più definita e meno offuscata da influssi perturbatori, oppure, quando è possibile, fa esperimenti in condizioni tali da garantire lo svolgersi del processo allo stato puro. In quest'opera debbo indagare il modo capitalistico di produzione e i rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono. Fino a questo momento, loro sede classica è l'Inghilterra. Per questa ragione è l'Inghilterra principalmente che serve a illustrare lo svolgimento della mia teoria. Ma nel caso che il lettore tedesco si stringesse farisaicamente nelle spalle a proposito delle condizioni degli operai inglesi dell'industria e dell'agricoltura o si acquietasse ottimisticamente al pensiero che in Germania ci manca ancor molto che le cose vadano così male, gli debbo gridare: De te fabula narratur!

In sé e per sé, non si tratta del grado maggiore o minore di sviluppo degli antagonismi sociali derivanti dalle leggi naturali della produzione capitalistica, ma proprio di tali leggi, di tali tendenze operanti ed effettuantisi con bronzea necessità. Il paese industrialmente più sviluppato non fa che mostrare a quello meno sviluppato l'immagine del suo avvenire.

Ma facciamo astrazione da ciò. Dove la produzione capitalistica ha acquistato piena cittadinanza fra noi, per es. nelle fabbriche vere e proprie, le condizioni sono molto peggiori di quel che sono in Inghilterra, poiché manca il contrappeso della legislazione sulle fabbriche. In tutte le altre sfere siamo tormentati, come tutto il resto dell'Europa occidentale continentale, non solo dallo sviluppo della produzione capitalistica, ma anche dalla mancanza di tale sviluppo. Oltre le miserie moderne, ci opprime tutta una serie di miserie ereditarie, che sorgono dal vegetare di modi di produzione antiquati e sorpassati, che ci sono stati trasmessi col loro corteggio di rapporti sociali e politici anacronistici. Le nostre sofferenze vengono non solo dai vivi, ma anche dai morti Le mort saisit le vif!

A confronto di quella inglese, la statistica sociale della Germania e della restante Europa occidentale che fa parte del continente, è miserabile. Tuttavia solleva il velo proprio quel tanto che basta per far intuire come dietro ad esso si celi un volto di Medusa. Noi saremmo spaventati delle nostre proprie condizioni se i nostri governi e i nostri parlamenti insediassero periodicamente, commissioni d'inchiesta sulle condizioni economiche, se tali commissioni venissero fornite di pieni poteri per la ricerca della verità, come in Inghilterra, se si riuscisse a trovare per esse uomini competenti, imparziali e privi di rispetti umani come gli ispettori di fabbrica inglesi, i relatori inglesi sulla salute pubblica, i commissari inglesi per le inchieste sullo sfruttamento delle donne e dei fanciulli, sulle condizioni delle abitazioni e della nutrizione, e così via. Perseo usava un manto di nebbia per inseguire i mostri. Noi ci tiriamo la cappa di nebbia giù sugli occhi e le orecchie, per poter negare l'esistenza dei mostri.

Non dobbiamo illuderci in proposito. Come la guerra d'indipendenza americana del secolo XVIII ha suonato a martello per la classe media europea, così la guerra civile americana del secolo XIX suona a martello per la classe operaia europea. In Inghilterra il processo di rivolgimento è tangibile a tutti. Quando sarà salito a un certo livello esso non potrà non avere un contraccolpo sul continente: e quiví si muoverà in forme più brutali o più umane, a seconda del grado di sviluppo della classe operaia stessa. Astrazion fatta da motivi superiori, è proprio il loro interesse più diretto e proprio, a imporre alle classi ora dominanti di sgombrare il terreno da tutti gli impedimenti legalmente controllabili che impacciano lo sviluppo della classe operaia. Questa è la ragione per la quale in questo volume ho dato un posto così esteso, fra l'altro, alla storia, al contenuto e ai risultati della legislazione inglese sulle fabbriche. Una nazione deve e può imparare da un'altra. Anche quando una società è riuscita a intravvedere la legge di natura del proprio movimento - e fine ultimo al quale mira quest'opera è di svelare la legge economica del movimento della società moderna - non può né saltare né eliminare per decreto le fasi naturali dello svolgimento. Ma può abbreviare e attenuare le doglie del parto.

In una parola per evitare possibili malintesi. Non dipingo affatto in luce rosea le figure del capitalista e dei proprietario fondiario. Ma qui si tratta delle persone soltanto in quanto sono la personificazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classi. Il miopunto di vista, che concepisce lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale, può meno che mai rendere il singolo responsabile di rapporti dei quali esso rimane socialmente creatura, per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi.

Nel campo dell'economia politica la libera ricerca scientifica non incontra soltanto gli stessi nemici che incontra in tutti gli altri campi. La natura peculiare del materiale che tratta chiama a battaglia contro di essa le passioni più ardenti, più meschine e più odiose del cuore umano, le Furie dell'interesse privato. Per esempio, la Chiesa alta anglicana perdona piuttosto l'attacco a trentotto dei suoi trentanove articoli di fede, che l'attacco a un trentanovesimo delle sue entrate in denaro. Oggi perfino l'ateismo è culpa levis, in confronto alla critica dei rapporti tradizionali di proprietà. Tuttavia non si può misconoscere che qui c'è un progresso. Rimando, per esempio, al libro azzurro pubblicato nelle settimane passate: Correspondence with Her Majesty's Missions board, regarding Industrial Questions and Trades' Unions. I rappresentanti esteri della corona inglese vi esprimono chiaro e tondo l'opinione che in Germania, in Francia, in breve, in tutti gli Stati inciviliti del continente europeo una trasformazione dei rapporti esistenti fra capitale e lavoro è altrettanto sensibile e altrettanto inevitabile che in Inghilterra. Contemporaneamente, al di là dell'Oceano Atlantico il signor Wade, vicepresidente degli Stati Uniti dell'America del Nord, ha dichiarato in pubblici meetings che, compiuta l'abolizione della schiavitú, si presenta all'ordine del giorno la trasformazione dei rapporti del capitale e della proprietà fondiaria! Questi sono segni dei tempi, che non possono essere nascosti sotto manti purpurei o sotto tonache nere. Non significano che domani accadranno miracoli. Indicano che anche nelle classi dominanti albeggia il presentimento che la società odierna non è un solido cristallo, ma un organismo capace di trasformarsi e in costante processo di trasformazione.

Il secondo volume di questo scritto tratterà il processo di circolazione del capitale (Libro II), e le formazioni del processo complessivo (Libro III); il volume terzo, conclusivo (Libro IV) tratterà la storia della teoria.

Sarà per me benvenuto ogni giudizio di critica scientifica. Per quanto riguarda i pregiudizi della cosiddetta opinione pubblica, alla quale non ho fatto mai concessioni, per me vale sempre il motto del grande fiorentino:

Segni il tuo corso, e lascia dir le genti!(*)

Londra, 25 luglio 1867.

Karl Marx

* In italiano nel testo.

 

 

 

POSCRITTO ALLA SECONDA EDIZIONE

Ai lettori della prima edizione devo in primo luogo dare spiegazioni sui cambiamenti fatti nella seconda edizione. Balza agli occhi che la distribuzione del libro è più chiara. Le note aggiunte sono indicate come nota alla seconda edizione. Per quanto riguarda il testo vero e proprio, le cose più importanti sono:

Capitolo I, 1: La deduzione del valore mediante l'analisi delle equazioni nelle quali si esprime ogni valore di scambio è eseguita con maggior rigore scientifico; così pure viene messo in rilievo espressamente il nesso fra la sostanza di valore e la determinazione della grandezza di valore mediante il tempo di lavoro socialmente necessario: nesso che nella prima edizione era solo accennato. La sezione 3 del capitolo I (la forma di valore) è completamente rielaborata, come già imponeva la duplice esposizione della prima edizione. Osservo di passaggio che quella duplice esposizione era dovuta al mio amico dott. L. Kugelmann di Hannover. Mi trovavo in visita a casa sua nella primavera del 1867, quando arrivarono i primi fogli delle bozze di stampa, ed egli mi convinse che per la maggior parte dei lettori era necessaria una discussione supplementare, più didattica, della forma di valore. L'ultima sezione del primo capitolo, Il carattere di feticcio della merce, ecc., è in gran parte cambiata. La sezione 1 del capitolo III (misura dei valori) è stata accuratamente riveduta, perché nella prima edizione era stata trattata con una certa negligenza, rimandandosi alla esposizione già data in Per la critica dell'economia politica, Berlino, 1859. Il capitolo VII, specialmente nella seconda parte, è considerevolmente rimaneggiato.

Sarebbe inutile entrare singolarmente nei particolari dei cambiamenti parziali del testo, che spesso sono soltanto stilistici: essi si estendono a tutto il libro. Tuttavia, ora, rivedendo la traduzione francese che esce a Parigi, trovo che molte parti dell'oriinale tedesco avrebbero richiesto, qua una rielaborazione più energica, là una maggiore correzione stilistica, o anche una eliminazione più accurata di sviste occasionali. Ma è mancato il tempo, perché soltanto nell'autunno del 1871, nel bel mezzo di altri lavori urgenti, ebbi la notizia che il libro era esaurito e che la stampa della seconda edizione doveva cominciare già nel gennaio del 1872.

La comprensione che il Capitale ha trovato rapidamente in vaste sfere della classe operaia tedesca è la miglior ricompensa del mio lavoro. Un uomo che economicamente rappresenta il punto di vista borghese, il signor Mayer, fabbricante viennese, ha giustamente mostrato in un opuscolo uscito durante la guerra franco-tedesca che il grande senso teorico che veniva considerato patrimonio. ereditario tedesco, è stato completamente smarrito dalle cosiddette classi colte della Germania, e invece torna a rivivere nella sua classe operaia.

Fino ad ora l'economia politica è rimasta in Germania una scienza straniera. Gustav von Guelich in Esposizione storica del commercio, delle arti e mestieri, ecc., e particolarmente nei due primi volumi dell'opera, editi nel 1830, ha già esaminato in gran parte le circostanze storiche che hanno impedito da noi lo sviluppo del modo di produzione capitalistico, e quindi anche l'edificazione della moderna società borghese. Mancava dunque l'humus dell'economia politica. E questa venne importata come merce finita dall'Inghilterra e dalla Francia; i professori tedeschi di economia politica rimasero scolari. L'espressione teorica di una realtà forestiera si trasformò fra le loro mani in una raccolta di dogmi, interpretati da loro nel senso del mondo piccolo-borghese che li circondava: quindi malamente interpretati. Non potendosi reprimere del tutto il sentimento d'impotenza scientifica e il disagio prodotto dalla coscienza di dover sdottorare su un argomento di fatto estraneo, si cercò di nasconderli sotto il fasto dell'erudizione di storia e di letteratura, o frammischiandovi materiali estranei, presi a prestito dalle cosiddette scienze camerali: e questo guazzabuglio di cognizioni è il purgatorio per il quale deve passare il candidato di belle speranze che si appresta a entrare nella burocrazia tedesca.

In Germania la produzione capitalistica si è rapidamente sviluppata dopo il 1848, ed oggi è già nella prima fioritura delle sue frodi. Ma ai nostri specialisti la sorte è rimasta avversa come prima. Finché potevano fare dell'economia politica senza preoccupazioni, nella realtà tedesca mancavano le condizioni economiche moderne. Quando nacquero queste condizioni, la loro nascita avvenne in circostanze che non permettevano e non permettono più, entro l'ambito visuale borghese, di studiare spregiudicatamente quelle condizioni. L'economia politica, in quanto è borghese, cioè in quanto concepisce l'ordinamento capitalistico, invece che come grado di svolgimento storicamente transitorio, addirittura all'inverso, come forma assoluta e definitiva della produzione sociale, può rimanere scienza soltanto finché la lotta delle classi rimane latente o si manifesta soltanto in fenomeni isolati.

Prendiamo l'Inghilterra. La sua economia politica classics cade nel periodo in cui la lotta fra le classi non era ancora sviluppata. Il suo ultimo grande rappresentante, il Ricardo, fa infine, consapevolmente, dell'opposizione fra gli interessi delle classi, fra salario e profitto, fra il profitto e la rendita fondiaria il punto di partenza delle sue ricerche, concependo ingenuamente questa opposizione come legge naturale della società. Ma in tal modo la scienza borghese dell'economia era anche arrivata al suo limite insormontabile. Ancora mentre il Ricardo viveva, e in contrasto con lui, le si contrappose la critica, nella persona del Sismondi (1).

L'età seguente, dal 1820 al 1830, è contraddistinta in Inghilterra dalla vivacità scientifica nel campo dell'economia politica Fu il periodo tanto della volgarizzazione e diffusione della teoria ricardiana, quanto della sua lotta contro la vecchia scuola. Si celebrarono splendidi tornei. Le imprese allora compiute sono poco conosciute sul continente europeo perché la polemica è dispersa in gran parte in articoli di riviste, scritti occasionali e pamphlet.Il carattere spregiudicato di quella polemica - benché la teoria ricardiana vi serva già, eccezionalmente, anche come arme offensiva contro l'economia borghese - si spiega con le circostanze del tempo. Da una parte, anche la grande industria stava appena uscendo dall'infanzia, com'è provato già dal fatto che essa apre il cielo periodico della sua vita moderna soltanto con la crisi del 1825. Dall'altra parte, la lotta delle classi fra capitale e lavoro era respinta nello sfondo, politicamente per la discordia fra governi e l'aristocrazia feudale schierati attorno alla Santa Alleanza, e la massa popolare guidata dalla borghesia, economicamente per la contesa fra capitale industriale e proprietà fondiaria aristocratica, celata in Francia dietro l'opposizione

1 Vedi il mio scritto Per la critica dell'economia politica, p. 39.

piccola proprietà e grande proprietà fondiaria, apertamente scoppiata in Inghilterra dopo le leggi sui grani. La letteratura economica inglese di questo periodo rammenta il periodo d'entusiasmo aggressivo per l'economia politica in Francia dopo la morte del dottor Quesnay: ma solo come l'estate di San Martino rammenta la primavera. Col 1830 subentrò la crisi che decise una volta per tutte.

La borghesia aveva conquistato il potere politico in Francia e in Inghilterra. Da quel momento la lotta fra le classi raggiunse, tanto in pratica che in teoria, forme via via più pronunciate e minacciose. Per la scienza economica borghese quella lotta suonò la campana a morte. Ora non si trattava più di vedere se questo o quel teorema era vero o no, ma se era utile o dannoso, comodo o scomodo al capitale, se era accetto o meno alla polizia. Ai ricercatori disinteressati subentrarono pugilatori a pagamento, all'indagine scientifica spregiudicata subentrarono la cattiva coscienza e la malvagia intenzione dell'apologetica. Eppure perfino gli importuni trattatelli che l'Anti-Corn Law League, con i fabbricanti Cobden e Bright in testa, lanciò per il mondo, offrivano un interesse se non scientifico almeno storico, con la loro polemica contro l'aristocrazia fondiaria. La legislazione sul libero commercio dopo Sir Robert Peel ha strappato all'economia volgare anche quest'ultimo pungiglione.

La rivoluzione continentale del 1848 ebbe il suo contraccolpo anche in Inghilterra. Uomini che ancora rivendicavano valore scientifico e volevano essere qualcosa di più di meri sofisti o sicofanti delle classi dominanti, cercarono di mettere l'economia politica del capitale d'accordo con le rivendicazioni del proletariato, che ormai non potevano esser ignorate più a lungo. Di qui un sincretismo esanime, come è rappresentato, meglio che da altri, da John Stuart Mill. E’ quella dichiarazione di fallimento dell'economia «borghese» che ha già messo magistralmente in luce il grande dotto e critico russo N. Cernyscevski nella sua opera Lineamenti dell'economia politica secondo il Mill.

In Germania, dunque, il modo di produzione capitalistico venne a maturazione dopo che il suo carattere antagonistico si era fragorosamente rivelato in Francia e in Inghilterra attraverso lotte storiche, quando il proletariato tedesco possedeva già una coscienza teorica di classe molto più decisa di quella della borghesia tedesca. Dunque, appena quivi sembrò divenir possibile una scienza borghese dell'economia politica, essa era già ridivenuta impossibile.

In queste circostanze i suoi corifei si divisero in due schiere. Gli uni, gente saggia, amante del guadagno, pratica, si schierarono sotto la bandiera del Bastiat, il più superficiale e quindi il meglio riuscito rappresentante dell'apologetica economica volgare; gli altri, fieri della dignità professorale della loro scienza, seguirono J. Stuart Mill nel tentativo di conciliare l'inconciliabile. I tedeschi rimasero anche nell'età della decadenza dell'economia borghese puri e semplici scolari, ripetitori pedissequi e copiatori, piccoli rivenditori ambulanti dei grandi grossisti stranieri, come erano stati nell'età classica dell'economia politica borghese.

Lo sviluppo storico peculiare della società tedesca escludeva quindi in Germania ogni continuazione originale dell'economia « borghese », ma non escludeva la critica. Se e in quanto tale critica rappresenta una classe, può rappresentare solo la classe la cui funzione storica è il rovesciamento del modo capitalistico di produzione, e, a conclusione, l'abolizione delle classi: cioè il proletariato'

1 dotti e gli indotti corifei della borghesia tedesca hanno cercato dapprima di uccidere il Capitale col silenzio, com'erano riusciti a fare coi miei scritti precedenti. Appena questa tattica cessò di corrispondere alle condizioni del momento, essi si misero a scrivere, col pretesto di criticare il mio libro, istruzioni « Per la quiete della coscienza borghese », ma trovarono nella stampa operaia campioni più forti di loro, ai quali fino ad ora non sono riusciti a rispondere: vedansi, per esempio, i saggi di Joseph Dietzgen nel Volksstaat.

(1)I vociferatori sbrodoloni dell'economia volgare tedesca mi sgridano per lo stile e l'esposizione del mio lavoro. Nessuno giudicherà più severamente di me le manchevolezze letterarie del Capitale. Tuttavia, a maggior vantaggio e letizia di quei signori e del loro pubblico, voglio citare qui un giudizio inglese e uno russo. La Saturday Review, che è assolutamente ostile alle mie opinioni, disse annunciando la prima edizione tedesca: l'esposizione « conferisce un certo fascino particolare anche alle questioni economiche più aride ». La S.-P. Viedomosti (Gazzetta di Pietroburgo) osservafra l'altro nel suo numero del 20 aprile 1872: « L'esposizione, eccezion fatta di poche parti troppo speciali, si distingue per comprensibilità generale, chiarezza e straordinaria vivacità, nonostante l'elevatezza scientifica dell'argomento. Da questo punto di vista l'autore non assomiglia... neppur da lontano alla maggioranza dei dotti tedeschi i quali... scrivono i loro libri in una lingua così ottenebrata e arida da farne scoppiare la testa ai comuni mortali ». Però ai lettori della letteratura professorale germano-nazional-liberale contemporanea scoppia qualcosa di ben diverso che la testa.

Un'ottima traduzione russa del Capitale è apparsa nella primavera del 1872 a Pietroburgo. L'edizione di tremila esemplari èquasi esaurita, già adesso. Il signor N. Sieber (Ziber), professore di economia politica all'università di Kiev, aveva dímostrato nel suo scritto Teoria tsiennosti i kapitala D. Ricardo (Teoria del valore e del capitale di D. Ricardo) che la mia teoria del valore, del denaro e del capitale era nei suoi tratti fondamentali il necessario svolgimento ulteriore della dottrina dello Smith e del Ricardo. Quel che sorprende il lettore dell'Europa occidentale in questo solido libro èche il Sieber tiene fermo coerentemente al punto di vista puramente teorico.

Il metodo applicato nel Capitale èstato poco compreso, come mostrano già le interpretazioni contraddittorie che se ne sono date.

Così la Revue Positiviste di Parigi mi rimprovera, da una parte, di aver trattato metafisicamente l'economia, dall'altra parte - indovinate un po'! - di essermi limitato a una scomposizione puramente critica del dato, invece di prescrivere ricette (comtiane?) per l'osteria dell'avvenire. Contro il rimprovero della metafisica il prof. Sieber osserva: « Per quanto riguarda la teoria in senso proprio, il metodo di Marx è ilmetodo deduttivo di tutta la scuola inglese, le cui manchevolezze ed i cui pregi sono comuni ai migliori economisti teorici ». Il signor M. Block - Les Théoriciens du Socialisme en Allemagne, Extrait du Journal des Economistes, juillet et aoút 1872 - scopre che il mio metodo èanalitico, e dice fra l'altro: « Con quest'opera il signor Marx si pone nella schiera degli intelletti analitici più eminenti ». I recensori tedeschi, naturalmente, gridano alla sofistica hegeliana. Il Viestnik Evropy di Pietroburgo (Messaggero europeo) che tratta esclusivamente il metodo del Capitale (numero del maggio 1872, pp. 427-36) trova che il mio metodo d'indagine è rigorosamente realistico, ma che il mio metodo espositivo è sciaguratamente germano-dialettico. Esso dice: « A prima vista, a giudicare dalla forma esteriore della esposizione, Marx si presenta come il più grande dei filosofi idealisti, e nel senso tedesco, cioè nel senso cattivo della parola. Ma in realtà egli è infinitamente più realista di tutti i suoi predecessori nel campo della critica economica... Non lo si può assolutamente chiamare idealista ». Non so rispondere all'egregio autore meglio che con alcuni estratti della sua stessa critica, che inoltre potranno interessare molti miei lettori ai quali è inaccessibile l'originale russo.

Dopo una citazione dalla mia prefazione alla Critica dell'economia politica, Berlino, 1859, pp. IV-VII, dove ho esposto la base materialistica del mio metodo, l'egregio autore continua:

« Per Marx una cosa sola importa: trovare la legge dei fenomeni che sta indagando. E per lui non è importante soltanto la legge che li governa in quanto hanno forma finita e fanno parte di un nesso osservabile in un periodo di tempo dato. Per lui è importante soprattutto la legge del loro mutamento, del loro sviluppo, ossia del trapasso dei fenomeni da una forma nell'altra, da un ordinamento di quel nesso a uno nuovo. Una volta scoperta tale legge, Marx indaga nei loro particolari le conseguenze con cui la legge si manifesta nella vita sociale... In conseguenza di ciò Marx si sforza solo di fare una cosa: comprovare attraverso una indagine scientifica precisa la necessità di determinati ordinamenti dei rapporti sociali e constatare nel modo più completo possibile quei fatti che gli servono come punti di partenza o come punti di appoggio. A questo scopo è del tutto sufficiente dimostrare insieme la necessità dell'ordine esistente e la necessità di un ordine nuovo, nel quale il primo deve trapassare inevitabilmente - del tutto indifferente rimanendo che gli uomini vi credano o non vi credano, che essi ne siano o non ne siano coscienti. Marx considera il movimento sociale come un processo di storia naturale retto da leggi che non solo non dipendono dalla volontà, dalla coscienza e dalle intenzioni degli uomini, ma anzi, determinano la loro volontà, la loro coscienza e le loro intenzioni... Se l'elemento cosciente ha una funzione così subordinata nella storia della civiltà, è ovvio di per se stesso che la critica che ha per oggetto la civiltà stessa, non potrà prendere a fondamento, men che mai, una qualsiasi forma o un qualsiasi risultato della coscienza. Il che significa che non l'idea, ma solo il fenomeno esterno può servirle come punto di partenza. La critica si limiterà alla comparazione e al confronto di un fatto, non con l'idea ma con un altro fatto. Per essa importa soltanto che entrambi i dati di fatto vengano indagati nel modo più esatto possibile, e che costituiscano realmente differenti momenti di sviluppo l'uno in confronto all'altro; ma più importante di tutto è che venga indagata con altrettanta esattezza la serie degli ordinamenti, la successione e il collegamento nel quale si presentano i gradi dello sviluppo. Ma, si dirà, le leggi generali della vita economica sono uniche e sempre le stesse; ed è del tutto indifferente se si applicano al presente o al passato. Marx nega proprio questo. Per lui tali leggi astratte non esistono... Per lui ogni periodo storico ha le sue leggi proprie... Appena la vita si è ritirata da un periodo determinato dello sviluppo, appena la vita passa da uno stadio dato ad un altro, comincia anche a essere retta da altre leggi. In breve, la vita economica ci offre un fenomeno analogo a quello della storia dello sviluppo negli altri settori della biologia... I vecchi economisti, confrontando le leggi economiche con le leggi della fisica e della chimica, mostravano di non averne capito la natura... Un'analisi più profonda dei fenomeni ha dimostrato che la distinzione fra i vari organismi sociali è altrettanto fondamentale di quella fra gli organismi vegetali e gli organismi animali... Anzi, il medesimo fenomeno ubbidisce a leggi differentissime in conseguenza delle differenze fra la struttura complessiva di quegli organismi, della variazione dei loro singoli organi, delle distinzioni fra le condizioni nelle quali gli organi stessi funzionano, ecc. Per esempio Marx nega che la legge della popolazione sia la stessa in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Afferma anzi che ogni grado di sviluppo ha una sua propria legge, della popolazione... Alla differenza di sviluppo della forza produttiva corrispondono cambiamenti dei rapporti e delle leggi che li regolano. Marx, proponendosi il fine di indagare e di spiegare l'ordinamento economico capitalistico da questo punto di vista, non fa che formulare con rigore scientifico lo scopo che non può non proporsi ogni indagine esatta della vita economica... Il valore scientifico di tale indagine sta nella spiegazione delle leggi specifiche che regolano nascita, esistenza, sviluppo e morte di un organismo sociale dato, e la sua sostituzione da parte di un altro, superiore. E il libro di Marx ha di fatto questo valore scientifico ».

Nel rappresentare quel che egli chiama il mio metodo effettivo, in maniera così esatta e così benevola per quanto concerne la mia applicazione personale di esso, che cos'altro ha rappresentato l'egregio autore se non il metodo dialettico?

Certo, il modo di esporre un argomento deve distinguersi formalmente dal modo di compiere l'indagine. L'indagine deve appropriarsi il materiale nei particolari, deve analizzare le sue differenti forme di sviluppo e deve rintracciarne l'interno concatenamento. Solo dopo che è stato compiuto questo lavoro, il movimento reale può essere esposto in maniera conveniente. Se questo riesce, e se la vita del materiale si presenta ora idealmente riflessa, può sembrare che si abbia a che fare con una costruzione a priori.

Per il suo fondamento, il mio metodo dialettico, non solo è differente da quello hegeliano, ma ne è anche direttamente l'opposto. Per Hegel il processo del pensiero, che egli trasforma

addirittura in soggetto indipendente col nome di Idea, è il demiurgo del reale, che costituisce a sua volta solo il fenomeno esterno dell'idea o processo del pensiero. Per me, viceversa, l'elemento ideale non è altro che l'elemento materiale trasferito e tradotto nel cervello degli uomini.

Ho criticato il lato mistificatore della dialettica hegeliana quasi trent'anni fa, quando era ancora la moda del giorno. Ma proprio mentre elaboravo il primo volume del Capitale i molesti, presuntuosi e mediocri epigoni che ora dominano nella Germania colta si compiacevano di trattare Hegel come ai tempi di Lessing il bravo Moses Mendelssohn trattava lo Spinoza: come un « cane morto ». Perciò mi sono professato apertamente scolaro di quel grande pensatore, e ho perfino civettato qua e là, nel capitolo sulla teoria del valore, col modo di esprimersi che gli era peculiare. La mistificazione alla quale soggiace la dialettica nelle mani di Hegel non toglie in nessun modo che egli sia stato il primo ad esporre ampiamente e consapevolmente le forme generali del movimento della dialettica stessa. In lui essa è capovolta. Bisogna rovesciarla per scoprire il nocciolo razionale entro il guscio mistico.

Nella sua forma mistificata, la dialettica divenne una moda tedesca, perché sembrava trasfigurare lo stato di cose esistente. Nella sua forma razionale, la dialettica è scandalo e orrore per la borghesia e per i suoi corifei dottrinari, perché nella comprensione positiva dello stato di cose esistente include simultaneamente anche la comprensione della negazione di esso, la comprensione del suo necessario tramonto, perché concepisce ogni forma divenuta nel fluire del movimento, quindi anche dal suo lato transeunte, perché nulla la può intimidire ed essa è critica e rivoluzionaria per essenza.

La cosa che più incisivamente fa sentire al borghese, uomo pratico, il movimento contraddittorio della società capitalistica sono le alterne vicende del cielo periodico percorso dall'industria moderna, e il punto culminante di quelle vicende: la crisi generale. Essa è di nuovo in marcia, benché ancora sia agli stadi preliminari; e per l'universalità del suo manifestarsi, come per l'intensità dei suoi effetti inculcherà la dialettica perfino ai fortunati profittatori del nuovo sacro impero borusso-germanico.

Londra, 24 gennaio 1873.

Karl Marx

 

 

 

 

PREFAZIONE E POSCRITTO ALL'EDIZIONE FRANCESE

 

Londra, 18 marzo 1872.

Al cittadino Maurice La Chátre.

Caro cittadino,

plaudo alla vostra idea di pubblicare la traduzione del Capitale a dispense periodiche. In questa forma l'opera sarà più accessibile alla classe operaia; e per me questa considerazione è più importante di tutte le altre.

Questo è il lato bello della vostra medaglia, ma eccone il rovescio: il metodo d'analisi che ho adoprato e che non era ancora mai stato applicato ad argomenti economici, rende abbastanza ardua la lettura dei primi capitoli, ed è da temere che il pubblico francese, sempre impaziente di arrivare alla conclusione, avido, di conoscere il nesso dei princípi generali coi problemi immediati che lo appassionano, s'impenni perché non può subito andare avanti.

Contro questo svantaggio non posso far niente, fuorché, tuttavia, avvertire e premunire i lettori che cercano il vero. Per la scienza non c'è via maestra, e hanno probabilità di arrivare alle sue cime luminose soltanto coloro che non temono di stancarsi a salire i suoi ripidi sentieri.

Vi assicuro, caro cittadino, della mia devozione.

Karl Marx

 

 

AVVISO AL LETTORE

Il signor J. Roy si era impegnato a dare una traduzione esatta e perfino letterale il più possibile; e ha adempiuto scrupolosamente il suo compito. Ma proprio i suoi scrupoli mi hanno costretto a modificare la redazione del libro per renderla più accessibile al lettore. Questi rimaneggiamenti fatti giorno per giorno, poiché il libro si pubblicava a dispense, sono stati compiuti con cura diseguale e han dovuto produrre discordanze di stile.

Una volta intrapreso questo lavoro di revisione, sono stato indotto a rivolgerlo anche alla sostanza del testo originale (la seconda edizione tedesca), a semplificare qualche svolgimento, a completarne qualcun altro, a dare materiali storici o statistici addizionali, ad aggiungere osservazioni critiche, ecc. Quali si siano dunque le imperfezioni letterarie di questa edizione francese, essa possiede un valore scientifico indipendente dall'originale, e deve essere consultata anche dai lettori che conoscono la lingua tedesca.

Riporto qui sotto le parti del poscritto alla seconda edizione tedesca che si riferiscono allo sviluppo dell'economia politica in Germania e al metodo adoprato in quest'opera.

Londra, 28 aprile 1875.

Karl Marx

 

 

 

SULLA TERZA EDIZIONE

Non fu dato a Marx di preparare personalmente per la stampa questa terza edizione. Il pensatore potente, alla cui grandezza s'inchinano ora anche gli avversari, è morto il 14 marzo 1883.

Su me, che in lui ho perduto l'amico d'un quarantennio, l'amico migliore e più costante, al quale sono debitore più di quanto si possa esprimere in parole, è caduto ora il dovere di curare la pubblicazione di questa terza edizione come pure del secondo volume, lasciato manoscritto. Devo render conto al lettore del modo con cui ho adempiuto alla prima parte di quest'obbligo.

Marx aveva da principio l'intenzione di rielaborare in gran parte il testo del primo volume, di formulare più nettamente alcuni punti teorici, di inserirne altri, di completare fino al. l'epoca più recente il materiale storico e statistico. Il suo cattivo stato di salute e l'impetuoso desiderio di arrivare alla redazione finale del secondo volume, l'indussero a rinunciare a tale intenzione. Solo le cose più necessarie dovevano essere modificate e dovevano essere inserite solo le aggiunte già contenute nella edizione francese (Le Capital. Par Karl Marx. Paris, Lachatre, 1873) pubblicata nel frattempo.

Fra le carte lasciate da Marx si trovò infatti anche un esemplare tedesco, da lui corretto in vari punti e corredato di riferimenti all'edizione francese; si trovò anche un esemplare francese in cui egli aveva indicato con precisione i passi da usare. Queste modificazioni e aggiunte si limitano, con poche eccezioni, all'ultima parte del libro, la sezione: Il processo d'accumulazione del capitale. Qui il testo fino ad allora usato seguiva più che in altri casi l'abbozzo originario, mentre le sezioni precedenti erano state elaborate più a fondo. Lo stile era quindi più vivace. più fuso ma anche più negletto, disseminato di anglicismi, e qua e là poco chiaro; l'andamento delle idee svolte aveva qualche lacuna qua e là, giacché alcuni momenti importanti dello svolgimento erano solo accennati.

Quanto allo stile, Marx stesso aveva riveduto a fondo parecchie sottosezioni, indicandomi così, oltre che in frequenti accenni orali, in che misura potevo eliminare espressioni tecniche inglesi e altri anglicismi. Marx avrebbe certo rielaborato le aggiunte e le integrazioni e avrebbe sostituito al nitido francese il proprio tedesco così denso; io ho dovuto accontentarmi di tradurle attenendomi il più possibile al testo originale.

Dunque in questa terza edizione non è cambiata nessuna parola di cui io non sappia con certezza che l'autore stesso l'avrebbe cambiata. Non poteva venirmi in mente di introdurre nel Capitale il gergo corrente in cui sogliono esprimersi gli economisti tedeschi, quello strano pasticcio linguistico in cui, per esempio, colui il quale si fa dare del lavoro da altri contro pagamento in contanti, si chiama il datore il datore di lavoro, e prenditore di lavoro si chiama colui al quale viene preso il proprio lavoro contro pagamento di un salario. Anche in francese travail si usa nella vita di tutti i giorni con il significato di « occupazione ». Ma a ragione i francesi riterrebbero pazzo l'economista che chiamare il capitalista donneur de travail, e l'operaío receveur de travail.

Nè mi sono permesso di ridurre la moneta, i pesi e le inglesi, usati in tutto il testo, ai loro equivalenti tedeschi di nuovo conio. Quando apparve la prima edizione, vi erano in Germania tante specie di pesi e misure quanti giorni in un anno, inoltre vi erano due specie di marco (il marco imperiale aveva valore soltanto nella mente del Soetbeer che l'aveva inventato verso il 1840), fiorini di due specie e talleri di alme specie, fra i quali uno la cui unità era il « nuovo due terzi ». Nelle scienze naturali dominavano pesi e misure del sistema metrico decimale, sul mercato mondiale quelli inglesi. In tali circostanze usare le unità di misura inglesi era cosa ovvia in un libro costretto ad attingere la documentazione dei dati di fatto quasi esclusivamente alla situazione industriale inglese. E quest'ultima ragione rimane decisiva anche oggi, tanto più che la situazione rispettiva del mercato mondiale non è quasi affatto mutata, e i pesi e le misure inglesi dominano ancor oggi esclusivamente, particolarmente nelle industrie d'importanza decisiva: ferro e cotone.

Infine ancora poche parole sul modo di citare di Marx, che è stato poco compreso. Quando si tratta di semplici indicazioni e illustrazioni di dati di fatto, le citazioni, p. es. quelle dai libri azzurri inglesi, servono com'è ovvio da semplici riferimenti. Ma

il caso è diverso quando sono citate opinioni teoriche di altri economisti; in questi casi la citazione non deve far altro che constatare dove, quando e da chi un pensiero economico, risultato nel corso dello svolgimento, sia stato espresso chiaramente per la prima volta. In questo caso, conta soltanto che l'idea economica in questione abbia importanza per la storia della scienza, che sia l'espressione teorica più o meno adeguata della situazione economica del suo tempo. Invece non conta niente che tale idea, dal punto di vista dell'autore, abbia ancora un valore, assoluto o relativo, oppure che appartenga ormai soltanto alla storia. Dunque queste citazioni costituiscono semplicemente un ininterrotto commento al testo, mutuato dalla storia della scienza economica, e fissano i singoli progressi più importanti della teoria economica, in base alla data e all'autore. E ciò era estremamente necessario per una scienza i cui storici si sono distinti sinora solo per una ignoranza tendenziosa che rasenta il carrierismo. Si comprenderà ora anche per quale ragione Marx, in armonia con il poscritto alla seconda edizione, si trovi a citare economisti tedeschi solo in via del tutto eccezionale.

Il secondo volume potrà uscire, speriamo, nel corso dell'anno 1884.

Londra, 7 novembre 1883.

Friedrich Engels

 

 

 

PREFAZIONE ALL'EDIZIONE INGLESE

La pubblicazione di un'edizione inglese del Capitale non ha bisogno di giustificazione. Al contrario, vedendo che da alcuni anni le teorie sostenute in questo libro sono sempre state citate, attaccate e difese, interpretate e snaturate, nella stampa periodica e nella letteratura d'attualità sia d'Inghilterra che di America, ci si potrebbe aspettare una spiegazione dei motivi per cui questa edizione inglese sia stata rimandata sino ad oggi.

Allorché, subito dopo la morte dell'autore nell'anno 1883, divenne evidente la reale necessità di un'edizione inglese dell'opera, il signor Samuel Moore, da lunghi anni amico di Marx e di chi scrive queste righe, e che ha forse più di chiunque altro familiare questo libro, si dichiarò disposto ad assumersi la traduzione che agli esecutori letterari di Marx premeva di presentare al pubblico. Era inteso che io avrei confrontato il manoscritto della traduzione con l'originale e avrei proposto le modificazioni che avessi ritenuto consigliabili. Quando a mano a mano risultò che gli impegni professionali impedivano al signor Moore di portare a termine la traduzione con la rapidità da noi tutti desiderata, accettammo volentieri l'offerta del dott. Aveling di assumersi parte del lavoro; allo stesso tempo la signora Aveling, figlia minore di Marx, si offrì di controllare le citazioni e di ristabilire il testo originale dei numerosi passi riportati da autori inglesi e da libri azzurri, tradotti da Marx in tedesco. Il che è stato fatto per tutto il libro, a meno di poche eccezioni inevitabili.

Sono state tradotte dal dott. Aveling le seguenti parti del libro*: 1. I capitoli X (La giornata lavorativa) e XI (Saggio e massa del plusvalore); 2. La sezione sesta (11 salario, compren-

(*) La suddivisione in capitoli dell'edizione inglese corrisponde a quella dell'edizione francese; Marx vi ha cambiato in capitoli le parti del 4. capitolo (che è insieme sezione II), e ha trasformato il 24. capitolo in una sezione VIII e le parti in capitoli.

dente i capitoli XIX-XXII); 3. Del capitolo XXIV, § 4 (Circostanze che ecc.) fino alla fine del libro, il che comprende l'ultima parte del capitolo XXIV, il capitolo XXV e tutta la sezione settima (i capitoli dal XXVI fino al XXXIII); 4. Le due prefazioni dell'autore. Tutto il resto del libro è stato curato dal signor Moore. Così mentre ognuno dei traduttori è responsabile soltanto della sua parte di lavoro, io ho la responsabilità complessiva di tutto il lavoro.

La terza edizione tedesca, base di tutto il nostro lavoro, era stata preparata da me nel 1883 con l'aiuto di appunti lasciati dall'autore, che indicavano quei passi della seconda edizione che dovevano essere sostituiti con passi segnati nel testo francese pubblicato nel 1873 (1). Le modificazioni effettuate in tal modo nel testo della seconda edizione concordano in generale con i cambiamenti prescritti da Marx in una serie di istruzioni manoscritte per una traduzione inglese, progettata dieci anni fa in America ma poi lasciata cadere principalmente per la mancanza di un traduttore valente e adatto. Questo manoscritto ci è stato messo a disposizione dal nostro vecchio amico, il signor F. A. Sorge, di Hoboken, New Jersey. Vi sono indicate alcune ulteriori interpolazioni dall'edizione francese; ma essendo esso di tanti anni anteriore alle istruzioni finali per la terza edizione, non mi sono ritenuto autorizzato a valermene se non con molta parsimonia e specialmente in quei casi in cui ci aiutava a superare difficoltà. Allo stesso modo si è fatto ricorso al testo francese come indice di quanto l'autore stesso era pronto a sacrificare, dovunque nel tradurre dovesse essere sacrificato qualcosa del significato completo dell'originale.

Rimane, tuttavia, una difficoltà che non abbiamo potuto risparmiare al lettore: l'uso di certi termini con un significato diverso non solo dall'uso della lingua d'ogni giorno, ma anche da quello dell'economia politica comune. Ma ciò era inevitabile. Ogni concezione nuova di una scienza racchiude una rivoluzione nelle espressioni tecniche di questa scienza. Questo si vede meglio che altrove nella chimica dove l'intera terminologia viene radicalmente mutata ogni vent'anni circa e dove sarà ben difficile trovare una combinazione organica che non abbia avuto

(1) Le Capital Par Karl Marx. Traduzione di M. J. Roy. completamente riveduta dall'autore, Paris, Lachátre, Questa traduzione contiene, specialmente nell'ultima parte del libro, modificazioni considerevoli e integrazioni del testo della seconda edizione tedesca.

tutt'una serie di nomi diversi. L'economia politica si è accontentata in generale di prendere i termini della vita commerciale e industriale così com'erano, e di operare con essi, non avvedendosi affatto che in tal modo si limitava alla ristretta cerchia delle idee espresse in quelle parole. Così, la stessa economia politica classica, pur consapevole perfettamente che sia il profitto sia la rendita non sono che suddivisioni, frammenti di quella parte non retribuita del prodotto che l'operaio deve fornire al suo imprenditore (che è il primo ad appropriarsela benché non ne sia il possessore ultimo, esclusivo), non è mai andata al di là delle nozioni comunemente accettate di profitto e di rendita, non ha mai esaminato nel suo complesso, come un tutto unico questa parte non retribuita del prodotto (che è chiamata da Marx plus prodotto), e dunque non è mai giunta a una chiara comprensione né della sua origine e della sua natura, né delle leggi che regolano la successiva distribuzione del suo valore. Similmente viene compresa indiscriminatamente sotto il termine di «manifattura» ogni industria che non rientri nell'agricoltura o nell'artigianato e in tal modo viene cancellata la distinzione fra due grandi periodi della storia economica, essenzialmente differenti: il periodo della manifattura in senso proprio, fondata sulla divisione del lavoro manuale, e il periodo dell'industria moderna fondata sulle macchine. Ma è ovvio che una teoria la quale consideri la produzione capitalistica moderna come un puro e semplice stadio transeunte della storia economica dell'umanità, deve usare termini diversi da quelli abitualmente usati da scrittori che considerano imperitura e definitiva tale forma di produzione.

Non saranno fuori luogo alcune parole sul metodo usato dall'autore nelle citazioni. Nella maggioranza dei casi le citazioni servono, com'è consuetudine, da prove documentarie in appoggio alle affermazioni fatte nel testo. Ma in molti casi sono citati passi di economisti allo scopo di mostrare quando, dove e da chi sia stata enunciata chiaramente per la prima volta una determinata opinione. Ciò avviene nei casi in cui la proposizione citata ha importanza quale espressione più o meno adeguata delle condizioni di produzione sociale e di scambio vigenti in una data epoca, e avviene del tutto indipendentemente dal fatto che Marx ne riconosca o meno la validità generale. Queste citazioni forniscono quindi il testo di un commento continuo tratto dalla storia della scienza.

La nostra traduzione comprende solo il primo libro dell'opera. Ma questo primo libro è un tutto in sé in misura notevole, ed è

stato considerato per vent'anni come un'opera indipendente. Il secondo libro, edito da me in tedesco nel 1885, è certamente incompleto senza il terzo che non potrà essere pubblicato prima della fine del 1887. Quando il libro III sarà stato pubblicato nell'originale tedesco, si farà in tempo a pensare alla preparazione di un'edizione inglese di entrambi.

Il Capitale è spesso chiamato, sul continente, «la Bibbia della classe operaia». Chiunque abbia familiare il movimento operaio non negherà che le conclusioni acquisite in questo libro stanno diventando sempre più, di giorno in giorno, i principi basilari del grande movimento della classe operaia, non solo in Germania e in Svizzera, ma anche in Francia, in Olanda e in Belgio, in America ed anche in Italia e in Spagna; e che dappertutto la classe operaia riconosce sempre più in queste conclusioni la espressione più adeguata delle proprie condizioni e delle proprie aspirazioni. E anche in Inghilterra le teorie di Marx esercitano, proprio in questo momento, un influsso potente sul movimento socialista che si sta diffondendo nelle file delle «persone colte» non meno che nelle file della classe operaia. Ma non basta. Si avvicina rapidamente il momento in cui si imporrà come necessità nazionale irresistibile un'indagine completa e a fondo della situazione economica inglese. Il funzionamento del sistema industriale inglese, che è impossibile senza una costante e rapida estensione della produzione e quindi dei mercati, sta per arrivare a un punto morto. Il libero scambio ha esaurito le sue risorse; perfino Manchester dubita di questo vangelo economico che fu già il suo (1). L'industria straniera, che è in via di rapido sviluppo, affronta dappertutto la produzione inglese, non soltanto nei mercati protetti ma anche nei mercati neutrali e perfino al di qua della Manica. Mentre la forza produttiva cresce in proporzione geometrica, l'estensione dei mercati progredisce, nel migliore dei casi, in proporzione aritmetica. Il ciclo decennale di stagnazione, prosperità, sovrapproduzione e crisi, sempre ricorrente dal 1825 al 1867 sembra invero aver compiuto il suo corso; ma solo per

1 « Nell'assemblea trimestrale della Camera di commercio di Manchester, tenutasi nel pomeriggio di oggi, ebbe luogo un'ardente discussione sulla questione del libero scambio. Fu presentata una risoluzione di questo tenore: .. per 40 anni si è atteso invano che le altre nazioni seguissero l'esempio del libero scambio dato dall'Inghilterra, e questa Camera ritiene ora giunto il momento di mutare questo punto di vista ". La risoluzione fu respinta con un solo voto di maggioranza, le cifre sono: 21 voti favorevoli e 22 contrari ». (Evening Standard, l. novembre 1886).

farci approdare nel pantano di disperazione d'una depressione permanente e cronica. L'agognato periodo dì prosperità non vuole venire; ogni qualvolta crediamo di scorgere i sintomi che lo annunziano, questi svaniscono di nuovo nell'aria. Intanto ogni inverno che si succede torna a proporre il problema: « Che cosa fare dei disoccupati? ». Ma mentre il numero dei disoccupati cresce di anno in anno, non vi è nessuno che possa rispondere a quel problema; e possiamo quasi calcolare l'epoca in cui i disoccupati perderanno la pazienza e prenderanno la loro sorte nelle proprie mani. Certo, in tale momento si dovrebbe ascoltare la voce di un uomo, tutta la teoria del quale è il risultato di una vita intera dedicata allo studio della storia economica e della situazione economica inglese, e che da tale studio è stato condotto alla conclusione che, per lo meno in Europa, l'Inghilterra è l'unico paese in cui l'inevitabile rivoluzione sociale possa essere attuata per intero con mezzi pacifici e legali. Certo egli non ha dimenticato di aggiungere che difficilmente si aspettava che le classi dominanti inglesi si sarebbero assoggettate a tale rivoluzione pacifica e legale senza una «proslavery rebellion».

5 novembre 1886.

Friedrich Engels

 

 

 

SULLA QUARTA EDIZIONE

La quarta edizione esigeva che io stabilissi il testo e le note in maniera quanto più possibile definitiva. Ecco in breve come ho corrisposto a questa esigenza:

Ho confrontato di nuovo l'edizione francese con le note manoscritte di Marx, e ho accolto nel testo tedesco alcune altre aggiunte tratte da essa. Si trovano a p. 80 (terza edizione, p. 88), pp. 458-60 (terza edizione, pp. 509-10), pp. 547-51 (terza edizione, p. 600), pp. 591-93 (terza edizione, p. 644) e p. 596 (terza edizione, p. 648) nella nota 79. Così pure ho collocato nel testo, seguendo l'edizione francese e quella inglese, la lunga nota sui minatori (terza edizione, pp. 509-15) (quarta edizione, pp. 461-67). Altre piccole modificazioni sono di natura puramente tecnica.

Inoltre ho fatto ancora note aggiuntive a carattere esplicativo, specialmente là dove ciò sembrava richiesto dalle circostanze storiche mutate. Tutte queste note aggiuntive sono poste fra parentesi quadre e contrassegnate con le mie iniziali o con «L'E.»*.

Una revisione completa delle numerose citazioni era necessaria dopo l'edizione inglese ch'era uscita nel frattempo. Per quest'ultima, la figlia minore di Marx, Eleanor, si era presa cura di confrontare con gli originali tutti i passi citati, cosicché per le citazioni, di gran lunga predominanti, di fonti inglesi non vi appare una ritraduzione dal tedesco, ma il testo originale inglese. Dovevo quindi consultare questo testo per una quarta edizione, e in quest'occasione trovai diverse piccole inesattezze. Indicazioni di pagina inesatte, parte errori di scrittura nel ricopiare dai quaderni, parte errori di stampa accumulati nel corso di tre edizioni. Virgolette o puntini collocati male come avviene inevitabilmente citando con gran copia da quaderni di estratti. Qua e là, nelle traduzioni, un termine non molto felice. Alcuni passi citati dai vecchi quaderni parigini del 1843-45, quando Marx non conosceva ancora l'inglese e leggeva gli economisti inglesi in traduzione francese, dove alla duplice traduzione corrispondeva un lieve mutamento della sfumatura, p. es. in Stuart, Ure e altri, per i quali ora occorreva usare il testo inglese. E altre piccole inesattezze e negligenze del genere. Confrontando ora la quarta edizione con le precedenti ci si convincerà che tutto questo faticoso processo di rettificazione non ha cambiato la benché minima parte del libro che sia degna di menzione. Non si è potuta trovare soltanto una citazione, quella tratta da Richard Jones (4' edizione, p. 562, nota 47)*; Marx ha preso probabilmente una svista scrivendo il titolo del libro. Tutte le altre citazioni conservano il loro pieno vigore dimostrativo o lo rafforzano nella loro attuale forma esatta.

Ma qui sono costretto a tornare su di una vecchia faccenda.

Infatti mi è noto un solo caso in cui l'esattezza di una citazione di Marx sia stata messa in dubbio. Ma siccome questo caso si è protratto fino dopo la morte di Marx, non posso lasciarlo passare sotto silenzio.

Nella Concordia di Berlino, organo della Lega dei fabbricanti tedeschi, apparve in data 7 marzo 1872 un articolo anonimo dal titolo Come cita Karl Marx. Con abbondantissimo sfoggio di indignazione morale e di espressioni poco parlamentari vi si affermava che la citazione del discorso sul bilancio di Gladstone in data 16 aprile 1863 (nell'Indirizzo inaugurale dell'Associazione Internazionale degli Operai del 1864, ripetuta nel Capitale, I, p. 617, quarta edizione, p. 671, terza edizione) ** era falsificata. La frase: «Questo inebriante aumento di ricchezza e di potenza... è del tutto limitato alle classi possidenti», non si troverebbe affatto nel resoconto stenografico (semiufficiale) dello Hansard. «Questa frase non si trova in nessun punto del discorso di Gladstone. Vi è detto proprio il contrario. (In grassetto) Marx vi ha interpolato, mentendo formalmente e materialmente, questa frase!

Marx al quale questo numero della Concordia fu mandato nel maggio successivo, rispose all'anonimo autore nel Volksstaat

* Nell'edizione presente la citazione di Richard Jones si trova nel terzo volume del libro I.

** Cfr. nella presente edizione il terzo volume del libro I.

del 1. giugno. Ma non ricordando più in base a quale resoconto giornalistico avesse citato, si limitò a dimostrare il testo della citazione in due scritti inglesi che ne riportavano una versione identica e a citare il resoconto del Times secondo il quale Gladstone dice: « That is the state of the case as regards the wealth of this country. 1 must say for one, I should look almost with apprehension and with pain upon this intoxicating augmentation of wealth and power, if it were my belief that it was confined to classes who are in easy circumstances. This takes no cognizance at all of the condition of the labouring population. The augmentation I have described and which is founded, I think, upon accurate returns, is an augmentation entirely confined to classes of property ».

Quindi Gladstone dice qui che gli rincrescerebbe se le cose stessero così, ma che stanno così: che quest'aumento inebriante di potenza e di ricchezza è esclusivamente limitato alle classi possidenti. E quanto al semiufficiale Hansard, Marx continua: «Nella sua edizione, potata a cose fatte, il signor Gladstone è stato tanto intelligente da fare sparire il passo che in bocca a un Cancelliere dello Scacchiere inglese era, certo, compromettente. E’ questa del resto consuetudine della tradizione parlamentare inglese e non è certo una invenzione del piccolo Lasker contro Bebel ».

L'anonimo s'impermalisce sempre più. Nella sua risposta (Concordia, 4luglio), scarta le fonti di seconda mano ed accenna pudicamente che è «costume» citare i discorsi parlamentari secondo il resoconto stenografico; ma anche il resoconto del Times (dove si trova la frase «menzogneramente interpolata») e quello dello Hansard (dove manca) «concordano materialmente in tutto», e così pure, secondo lui, il resoconto del Times contiene «proprio l'opposto di quel passo famigerato dell'Indirizzo inaugurale», passando con cura sotto silenzio il fatto che l'Indirizzo contiene appunto accanto a quel cosiddetto «opposto» proprio anche «il passo famigerato»! Malgrado tutto ciò l'anonimo sente di essere bene inchiodato e che solo un nuovo tiro mancino può salvarlo. Dunque lardella sì il suo articolo (che, come s'è dimostrato or ora, strabocca di «sfacciate e continue menzogne») con insulti edificanti come «mala fides», «disonestà», «indicazione menzognera», «quella citazione menzognera», «sfacciate e continue bugie», «citazione che era del tutto falsificata», «questa falsificazione», «semplicemente infame», ecc., ma trova necessario di spostare in altro campo la questione che si sta disputando, e promette quindi di « esporre

in un secondo articolo, quale significato attribuiamo noi» (l'anonimo non «menzognero») «al contenuto delle parole di Gladstone». Come se questa sua opinione senza autorità alcuna avesse a che fare minimamente con la cosa! Questo secondo articolo si trova nella Concordia dell'11 luglio.

Marx rispose ancora una volta nel Volksstaat del 7 agosto, riportando il resoconto del passo in questione dal Morning Star e dal Morning Advertiser del 17 aprile 1863. In base a entrambi Gladstone dice che guarderebbe con preoccupazione a questo inebriante aumento di ricchezza e di potenza, se lo ritenesse limitato alle classi realmente abbienti (classes in easy circumstances). Ma dice anche che questo aumento è limitato a classi proprietarie (entirely confined to classes possessed of property). Quindi anche questi resoconti riportano alla lettera la frase che l'anonimo pretende sia «interpolata con una menzogna». Inoltre Marx stabilì ancora una volta, confrontando i testi del Times e quello dello Hansard, come la frase che, secondo la constatazione di resoconti giornalistici di egual tenore, pubblicati il mattino dopo, indipendenti l'uno dall'altro, era stata realmente pronunciata, manca nel resoconto dello Hansard rivisto secondo il noto «costume»; che Gladstone l'aveva, per usare le parole di Marx, «fatta scomparire in un secondo tempo», e dichiara infine di non aver tempo di intrattenere ulteriori rapporti con l'anonimo. Anche questi pare averne avuto abbastanza; per lo meno Marx non ricevette altri numeri della Concordia.

E con questo la faccenda sembrava morta e sepolta. Vero è che poi voci misteriose ci arrivarono una o due volte da parte di gente che era in rapporti con l'università di Cambridge, voci di un indicibile delitto letterario che Marx avrebbe commesso nel Capitale; ma, malgrado tutte le ricerche, non fu assolutamente possibile sapere notizie più precise. Ed ecco, il 29 novembre 1883, otto mesi dopo la morte di Marx, apparire nel Times una lettera datata dal Trinity College di Cambridge, e firmata Sedley Taylor; in questa lettera, finalmente, quest'omiciattolo trafficante in cooperativismo del tipo più timorato ha dato dei chiarimenti non solo sui mormorii di Cambridge, ma anche sull'anonimo della Concordia, con un pretesto qualsiasi.

«Quel che appare estremamente singolare», dice l'ometto del Trinity College, «è il fatto che sia stato riservato al Professor Brentano (allora a Breslavia, ora a Strasburgo)... svelare la mala fede che evidentemente aveva dettato la citazione del discorso di Gladstone nell'Indirizzo (inaugurale). Il sig. Karl Marx il quale

... cercava di difendere la citazione, nell'agonia (deadly shifts) in cui lo gettarono subito gli attacchi magistrali di Brentano, ebbe la temerarietà di affermare che il signor Gladstone aveva potato e aggiustato il resoconto del suo discorso nel Times del 17 aprile 1863 prima che apparisse nello Hansard, per sottrarne un passo che per un Cancelliere dello Scacchiere inglese era, certo, compromettente. Allorchè Brentano dimostrò con un raffronto dei testi fino nei particolari che i resoconti del Times e dello Hansard concordavano nell'escludere assolutamente il significato che una citazione furbescamente isolata aveva insinuato nelle parole di Gladstone, Marx si ritirò con il pretesto della mancanza di tempo!».

Quest'era dunque il nocciolo del can barbone! E la campagna anonima del signor Brentano della Concordia sirifletteva così gloriosamente nella fantasia del cooperativista produttivo di Cambridge! Ecco come s'era messo, ed ecco come maneggiava la spada in «un attacco condotto magistralmente», questo San Giorgio della Lega dei fabbricanti tedeschi, mentre l'infernale drago Marx spira ai suoi piedi, «subito contorcendosi nell'agonia!».

Ma tutta questa ariostesca descrizione di battaglia serve solo a coprire i trucchi del nostro San Giorgio. Qui già non si parla più di «interpolazione menzognera», di «falsificazione», ma di «citazione furbescamente isolata» dal contesto (craftily isolated quotation). Tutta la discussione era spostata, e San Giorgio e il suo scudiero di Cambridge sapevano molto bene il perché.

Eleanor Marx rispose nel mensile To-day, febbraio 1884, giacchè il Times aveva rifiutato di accogliere l'articolo, riconducendo la polemica sull'unico punto di cui si era trattato: ha aggiunto Marx quella frase «con una menzogna» o no? Al che il signor Sedley Taylor ribatte: «La questione se nel discorso del signor Gladstone vi sia stata o no una certa frase», è a suo parere «d'importanza molto secondaria» nella polemica fra Marx e Brentano, «a paragone della questione se la citazione era stata fatta nell'intenzione di riportare il significato datole da Gladstone o di svisarlo». E poi ammette che il resoconto dei Times «contiene realmente una contraddizione nelle parole»; ma, ma, il rimanente contesto, spiegato esattamente, vale a dire nel senso liberale-gladstoniano, indicherebbe quello che il signor Gladstone aveva voluto dire. (To-day, marzo 1884). La cosa più buffa è che ora il nostro ometto di Cambridge insiste che il discorso non dev'essere citato secondo lo Hansard, com'è invece «costume» secondo l'anonimo Brentano, ma secondo il resoconto del Times che quello stesso Brentano definisce «necessariamente raffazzonato». Naturalmente, poiché la frase fatale manca nello Hansard!

Fu facile a Eleanor Marx volatilizzare questa argomentazione nello stesso numero di To-day'. 0 il signor Taylor aveva letto la polemica del 1872. In tal caso ora aveva «mentito», non solo «aggiungendo qualcosa», ma anche «togliendo qualcosa». Oppure non l'aveva letta. In quest'ultimo caso aveva l'obbligo di starsene zitto. Comunque, era certo che neanche per un momento osò mantenere l'accusa del suo amico Brentano che Marx avesse «compiuto una interpolazione menzognera». Anzi, ora Marx non avrebbe interpolato, falsificando, una frase, ma avrebbe tolto in mala fede una frase importante. Ma questa stessa frase, è citata a p. 5 dell'Indirizzo inaugurale, poche righe prima della frase che secondo Brentano fu «interpolata menzogneramente». E quanto alla «contraddizione» nel discorso di Gladstone, non è forse proprio Marx che nel Capitale, p. 618 (3. edizione p. 672) nota 105 *, parla delle «continue stridenti contraddizioni nei discorsi sul bilancio tenuti da Gladstone dal 1863 al 1864»! Solo ch'egli non si arroga di risolverle alla Sedley Taylor, compiacendosene come un liberale. E così il riassunto conclusivo della risposta di E. Marx suona: «Al contrario, Marx non ha né soppresso qualcosa che fosse degno d'essere citato, né interpolato menzogneramente un bel nulla. Invece ha ristabilito e tolto dall'oblio una certa frase di un discorso gladstoniano che indubbiamente era stata pronunciata, che aveva trovato però in un modo o nell'altro la sua via d'uscita dallo Hansard ».

Così anche il signor Sedley Taylor ne ebbe abbastanza, e il risultato di tutto questo intrigo professorale tramato per due decenni e fra due grandi paesi, è stato che non si è più osato intaccare la coscienziosità di Marx scrittore; e inoltre che d'allora in poi il signor Sedley Taylor concederà ai bollettini di guerra letteraria del signor Brentano quella stessa scarsa fiducia che il signor Brentano concederà all'infallibilità papale dello Hansard.

Londra, 25 giugno 1890.

F. Engels

 

 

Il Capitale

 

Libro primo:

Il processo di produzione del capitale

 

 

I Sezione: Merce e denaro.

I capitolo: La Merce.

1. I due fattori della merce: valore d'uso e valore (sostanza di valore, grandezza di valore).

2. Duplice carattere del lavoro rappresentato nelle merci

3. La forma di valore ossia il valore di scambio.

4. Il carattere di feticcio della merce e il suo arcano.

 

 

PRIMA SEZIONE

MERCE E DENARO

CAPITOLO PRIMO

LA MERCE

1. I due fattori della merce: valore d'uso e valore (sostanza di valore, grandezza di valore).

La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una «immane raccolta di merci»(1) e la merce singola si presenta come sua forma elementare. Perciò la nostra indagine comincia con l'analisi della merce.
La merce è in primo luogo un oggetto esterno, una cosa che mediante le sue qualità soddisfa bisogni umani di un qualsiasi tipo. La natura di questi bisogni, p. es. il fatto che essi provengano dallo stomaco o che provengano dalla fantasia, non cambia nulla(2). Qui non si tratta neppure del come la cosa soddisfi il bisogno umano; se immediatamente, come mezzo di sussistenza, cioè come oggetto di godimento o per via indiretta, come mezzo di produzione.
Ogni cosa utile, come il ferro, la carta, ecc., dev'essere considerata da un duplice punto di vista, secondo la qualità e secondo la quantità. Ognuna di tali cose è un complesso di molte qualità e quindi può essere utile da diversi lati. E' opera della storia(3) scoprire questi diversi lati e quindi i molteplici modi di

[1]. KARL MARX, Zur Kritik der politischen Oekonomie, Berlino, 1859, p. 3
[2] «Desiderio implica bisogno; è l'appetito della mente, naturale anche esso come la fame per il corpo... La maggior parte (delle cose) hanno il loro valore dal soddisfare i bisogni della mente ». NICOLAS BARBON, A discourse concerning coining the new) money lighter, in answer to Mr. Locke's Considerations ecc., Londra, 1696, pp. 2, 3.
[3]. «Hanno una virtù intrinseca (virtue è nel Barbon la designazione specifica per valore d'uso) le cose che in tutti i luoghi hanno la stessa virtù, come ha p. es. la calamita di attrarre il ferro» (ivi, p. 6). La proprietà della calamita di attrarre il ferro divenne utile solo quando fu scoperta per suo mezzo la polarità magnetica.


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usare delle cose. Così pure il ritrovamento di misure sociali per la quantità delle cose utili. La differenza nelle misure delle merci sorge in parte dalla differente natura degli oggetti da misurare, in parte da convenzioni.
L'utilità di una cosa ne fa un valore d'uso(4). Ma questa utilità non aleggia nell'aria. E' un portato delle qualità del corpo della merce e non esiste senza di esso. Il corpo della merce stesso, come il ferro, il grano, un diamante, ecc., è quindi un valore d'uso, ossia un bene. Questo suo carattere non dipende dal fatto che l'appropriazione delle sue qualità utili costi all'uomo molto o poco lavoro. Quando si considerano i valori d'uso si presuppone che siano determinati quantitativamente, come una dozzina di orologi, un braccio di tela di lino, una tonnellata di ferro, ecc. I valori d'uso delle merci forniscono il materiale di una loro particolare disciplina d'insegnamento, la merceologia(5). Il valore d'uso si realizza soltanto nell'uso, ossia nel consumo. I valori d'uso costituiscono il contenuto materiale della ricchezza, qualunque sia la forma sociale di questa. Nella forma di società che noi dobbiamo considerare i valori d'uso costituiscono insieme i depositari materiali del - valore di scambio.
Il valore di scambio si presenta in un primo momento come il rapporto quantitativo, la proporzione nella quale valori d'uso d'un tipo sono scambiati(6) con valori d'uso di altro tipo; tale rapporto cambia continuamente coi tempi e coi luoghi. Perciò si presenta come qualcosa di casuale e puramente relativo, e perciò un valore di scambio interno, immanente alla merce

[4]. «Il valore naturale (natural worth) di ogni cosa consiste nella sua attitudine a soddisfare le necessità e a servire i comodi della vita umana » (JOHN LOCKE, Some considerations on the consequences of the lowering o/ interest, 1691, in Works, ed. Londra, 1777, vol. Il, p. 28). Durante il secolo XVII troviamo ancora spesso negli scrittori inglesi worth per valore d'uso, e value per valore di scambio: proprio nello spirito d'una lingua che ama esprimere la cosa immediata con voci germaniche e la cosa riflessa con voci romanze.
[5]. Nella società civile domina la fictio juris che ogni uomo, in quanto acquirente di merci, possegga una conoscenza enciclopedica delle merci.
[6]. « Il valore consiste nel rapporto di scambio che si ha fra una cosa e l'altra, fra una data quantità d'un prodotto e una data quantità di un altro prodotto » (LE TROSNE, De l'intérét social, in Physiocrates, ed. Daire, Parigi, 1846, p. 889).


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(valeur intrinsèque) si presenta come una contradictio in adjecto(7). Consideriamo la cosa più da vicino. Una certa merce, p. es. un quarter di grano, si scambia con x lucido da stivali, o con y seta, o con z oro: in breve, si scambia con altre merci in differentissime proporzioni. Quindi il grano ha molteplici valori di scambio invece di averne uno solo. Ma poiché x lucido da stivali, e così y seta, e così z oro, ecc. è il valore di scambio di un quarter di grano, x lucido da stivali, y seta, z oro, ecc. debbono essere valori di scambio sostituibili l'un con l'altro o di grandezza eguale fra loro. Perciò ne consegue: in primo luogo, che i valori di scambio validi della stessa merce esprimono la stessa cosa. Ma, in secondo luogo: il valore di scambio può essere in generale solo il modo di espressione, la « forma fenomenica » di un contenuto distinguibile da esso.
Prendiamo poi due merci: p. es. grano e ferro. Quale che sia il loro rapporto di scambio, esso è sempre rappresentabile in una equazione, nella quale una quantità data di grano è posta come eguale a una data quantità di ferro, p. es. un quarter di grano = un quintale di ferro. Che cosa ci dice questa equazione? Che in due cose differenti, in un quarter di grano come pure in un quintale di ferro, esiste un qualcosa di comune e della stessa grandezza. Dunque l'uno e l'altro sono eguali a una terza cosa, che in sé e per sé non è né l'uno né l'altro. Ognuno di essi, in quanto valore di scambio, dev'essere dunque riducibile a questo terzo.
Un semplice esempio geometrico ci servirà per dare un'idea di ciò. Per determinare e per confrontare la superficie di tutte le figure rettilinee, le risolviamo in triangoli. Poi riduciamo il triangolo ad una espressione del tutto differente dalla sua figura visibile, al semiprodotto della base per l'altezza. Allo stesso modo i valori di scambio delle merci sono riducibili a qualcosa di comune, di cui rappresentano un'aggiunta o una diminuzione.
Questo qualcosa di comune non può essere una qualità geometrica, fisica, chimica o altra qualità naturale delle merci. Le loro proprietà corporee si considerano, in genere, soltanto in quanto le rendono utilizzabili, cioè le rendono valori d'uso. Ma d'altra parte è proprio tale astrarre dai loro valori d'uso che caratterizza con evidenza il rapporto di scambio delle merci.

[7].« Nulla può avere un valore di scambio intrinseco » (N. Barbon, A discourse concerning coining ecc. cit., p. 6), o, come dice il Butler:
«Il valore di una cosa
E', esattamente quanto essa renderà».


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Entro tale rapporto, un valore di scambio è valido quanto un altro, purchè ve ne sia in proporzione sufficiente. Ossia, come dice il vecchio Barbon: « Un genere di merci è buono quanto un altro, se il loro valore di scambio è di eguale grandezza. Non esiste nessuna differenza o distinguibilità fra cose che abbiano valore di scambio di egual grandezza »(8). Come valori d'uso le merci sono soprattutto di qualità differente, come valori di scambio possono essere soltanto di quantità differente, cioè non contengono nemmeno un atomo di valore d'uso.
Ma, se si prescinde dal valore d'uso dei corpi delle merci, rimane loro soltanto una qualità, quella di essere prodotti del lavoro. Eppure anche il prodotto del lavoro ci si trasforma non appena lo abbiamo in mano. Se noi facciamo astrazione dal suo valore d'uso, facciamo astrazione anche dalle parti costitutive e forme corporee che lo rendono valore d'uso. Non è più tavola, né casa, né filo né altra cosa utile. Tutte le sue qualità sensibili sono cancellate. E non è più nemmeno il prodotto del lavoro di falegnameria o del lavoro edilizio o del lavoro di filatura o di altro lavoro produttivo determinato. Col carattere di utilità dei prodotti del lavoro scompare il carattere di utilità dei lavori rappresentati in essi, scompaiono dunque anche le diverse forme concrete di questi lavori, le quali non si distinguono più, ma sono ridotte tutte insieme a lavoro umano eguale, lavoro umano in astratto.
Consideriamo ora il residuo dei prodotti del lavoro. Non è rimasto nulla di questi all'infuori di una medesima spettrale oggettività, d'una semplice concrezione di lavoro umano indistinto, cioè di dispendio di forza lavorativa umana senza riguardo alla forma del suo dispendio. Queste cose rappresentano ormai soltanto il fatto che nella loro produzione è stata spesa forza lavorativa umana, è accumulato lavoro umano. Come cristalli di questa sostanza sociale ad esse comune, esse sono valori, valori di merci.
Nel rapporto di scambio delle merci stesse il loro valore di scambio ci è apparso come una cosa completamente indipendente dai loro valori d'uso. Ma se si fa realmente astrazione dal valore

[8]. « One sort of wares are as good as another, if the value be equal. There is no difference or distinction in things of equal value... One hundred pounds worth of lead or iron, is of as great a value as one hundred pounds worth of silver and gold » [Piombo o ferro per il valore di cento lire sterline hanno altrettanto valore di scambio che oro e argento per il valore di cento lire sterline]. (N. Barbon, ivi, pp. 53, 7).


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d'uso dei prodotti del lavoro, si ottiene il loro valore come è stato or ora determinato. Dunque quell'elemento comune che si manifesta nel rapporto di scambio o nel valore di scambio della merce, è il valore della merce stessa. Il progredire dell'indagine ci ricondurrà al valore di scambio come modo di espressione necessario o forma fenomenica del valore, il quale tuttavia in un primo momento è da considerarsi indipendentemente da quella forma.
Dunque, un valore d'uso o bene ha valore soltanto perché in esso viene oggettivato, o materializzato, lavoro astrattamente umano. E come misurare ora la grandezza del suo valore? Mediante la quantità della « sostanza valorificante », cioè del lavoro, in esso contenuta. La quantità del lavoro a sua volta si misura con la sua durata temporale, e il tempo di lavoro ha a sua volta la sua misura in parti determinate di tempo, come l'ora, il giorno, ecc.
Potrebbe sembrare che, se il valore di una merce è determinato dalla quantità di lavoro spesa durante la produzione di essa, quanto più pigro o quanto meno abile fosse un uomo, tanto più di valore dovrebbe essere la sua merce, poiché egli avrebbe bisogno di tanto più tempo per finirla. Però il lavoro che forma la sostanza dei valori è lavoro umano eguale, dispendio della medesima forza lavorativa umana. La forza lavorativa complessiva della società che si presenta nei valori del mondo delle merci, vale qui come unica e identica forza-lavoro umana, benché consista di innumerevoli forze-lavoro individuali. Ognuna di queste forze-lavoro individuali è una forza-lavoro umana identica alle altre, in quanto possiede il carattere di una forza-lavoro sociale media e in quanto opera come tale forza-lavoro sociale media, e dunque abbisogna, nella produzione di una merce, soltanto del tempo di lavoro necessario in media, ossia socialmente necessario. Tempo di lavoro socialmente necessario è il tempo di lavoro richiesto per rappresentare un qualsiasi valore d'uso nelle esistenti condizioni di produzione socialmente normali, e col grado sociale medio di abilità e intensità di lavoro. P. es., dopo l'introduzione del telaio a vapore in Inghilterra, è bastata forse la metà del tempo prima necessario per trasformare in tessuto una data quantità di filato. Il tessitore inglese al telaio a mano aveva di fatto bisogno dello stesso tempo di lavoro, prima e dopo, per questa trasformazione; ma il prodotto della sua ora lavorativa individuale rappresentava ormai, dopo l'introduzione del telaio meccanico, soltanto una mezza ora


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lavorativa sociale, e quindi 'scese alla metà del suo valore precedente.
Quindi è soltanto la quantità di lavoro socialmente necessario, cioè il tempo di lavoro socialmente necessario per fornire un valore d'uso che determina la sua grandezza di valore(9). Qui la singola merce vale in generale come esemplare medio del suo genere(10). Merci nelle quali sono contenute eguali quantità di lavoro ossia merci che possono venir prodotte nello stesso tempo di lavoro hanno quindi la stessa grandezza di valore. Il valore di una merce sta al valore di ogni altra merce come il tempo di lavoro necessario per la produzione dell'una sta al tempo di lavoro necessario per la produzione dell'altra. « Come valori, tutte le merci sono soltanto misure determinate di tempo di lavoro congelato»(11).
La grandezza di valore di una merce rimarrebbe quindi costante se il tempo di lavoro richiesto per la sua produzione fosse costante. Ma esso cambia con ogni cambiamento della forza produttiva del lavoro. La forza produttiva del lavoro è determinata da molteplici circostanze, e, fra le altre, dal grado medio di abilità dell'operaio, dal grado di sviluppo e di applicabilità tecnologica della scienza, dalla combinazione sociale del processo di produzione, dall'entità e dalla capacità operativa dei mezzi di produzione, e da situazioni naturali. P. es. la stessa quantità di lavoro si presenta in una stagione favorevole con 8 bushel di grano, in una situazione sfavorevole solo con quattro. La stessa quantità di lavoro fornisce più metallo in miniere ricche che in miniere povere, ecc. I diamanti si trovano di rado sulla crosta terrestre, quindi il loro reperimento costa in media molto tempo di lavoro. Di conseguenza, essi rappresentano molto lavoro in

[9]. Nota alla seconda edizione. « The value of them (the necessaries of file) when they are exchanged the one for another, is regulated by the quantity of labour necessarily required, and commonly taken in producing them ». « Il valore degli oggetti d'uso (le cose necessarie alla vita), quando vengono scambiati gli uni con gli altri, è determinato dalla quantità di lavoro richiesta necessariamente e comunemente impiegata nel produrli ». (Some thoughts on the interest of money in general, and particularly in the public funds ecc., Londra, p. 36). Questo notevole scritto anonimo del secolo scorso non ha data. Dal contenuto risulta tuttavia che è apparso sotto Giorgio Il, circa nel 1739 o nel 1740.
[10]. «Tutti i prodotti dello stesso genere costituiscono propriamente una sola massa, il prezzo della quale si determina in generale e senza riguardo alle circostanze particolari ». (LE TROSNE, De l'intérét social, p. 893).
[11]. K. MARX, Zur Kritik cit., p. 6.


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poco volume. Lo Jacob dubita che l'oro abbia mai pagato il suo pieno valore. Questo vale ancor più per il diamante. Secondo l'Eschwege, nel 1823, il bottino complessivo ottantennale delle miniere diamantifere brasiliane non aveva ancor raggiunto il prezzo del prodotto medio di diciotto mesi delle piantagioni brasiliane di zucchero e caffè, benché rappresentasse molto più lavoro, cioè molto più valore. Se si avessero miniere più ricche, la stessa quantità di lavoro si rappresenterebbe in una maggiore quantità di diamanti, e il valore di questi scenderebbe. Se si riesce a trasformare il carbone in diamante con poco lavoro, il valore del diamante può scendere al di sotto di quello dei mattoni. In generale: quanto maggiore la forza produttiva del lavoro, tanto minore il tempo di lavoro richiesto per la produzione di un articolo, tanto minore la massa di lavoro in esso cristallizzata, e tanto minore il suo valore. Viceversa, tanto minore la forza produttiva del lavoro, tanto maggiore il tempo di lavoro necessario per la produzione di un articolo, e tanto maggiore il suo valore. La grandezza di valore di una merce varia dunque direttamente col variare della quantità e inversamente col variare della forza produttiva del lavoro in essa realizzantesi.
Una cosa può essere valore d'uso senza essere valore. Il caso si verifica quando la sua utilità per l'uomo non è ottenuta mediante il lavoro: aria, terreno vergine, praterie naturali, legna di boschi incolti, ecc. Una cosa può essere utile e può essere prodotto di lavoro umano senza essere merce. Chi soddisfa con la propria produzione il proprio bisogno, crea sì valore d'uso, ma non merce. Per produrre merce, deve produrre non solo valore d'uso, ma valore d'uso per altri, valore d'uso sociale. (E non solo per altri semplicemente. Il contadino medievale produceva il grano d'obbligo per il signore feudale, il grano della decima per il prete. Ma né il grano d'obbligo né il grano della decima diventavano merce per il fatto d'essere prodotti per altri. Per divenire merce il prodotto deve essere trasmesso all'altro, a cui serve come valore d'uso, mediante lo scambio)(11a). E, in fine, nessuna cosa può essere valore, senza essere oggetto d'uso. Se è inutile, anche il lavoro contenuto in essa è inutile, non conta come lavoro e non costituisce quindi valore.

[11a]. Nota alla quarta edizione.Inserisco questo passo fra parentesi perché, per la sua omissione è sorto spesso il malinteso che in Marx ogni prodotto consumato da altri che non sia il produttore valga come merce.F. E.


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2. Duplice carattere del lavoro rappresentato nelle merci.

All'inizio la merce ci si è presentata come qualcosa di duplice, valore d'uso e valore di scambio. In un secondo tempo s'è visto che anche il lavoro, in quanto espresso nel valore, non possiede più le stesse caratteristiche che gli sono proprie come generatore di valori d'uso. Tale duplice natura del lavoro contenuto nella merce è stata dimostrata criticamente da me per la prima volta(12). E poiché questo punto è il perno sul quale muove la comprensione dell'economia politica, occorre esaminarlo più da vicino.
Prendiamo due merci, p. es. un abito e dieci braccia di tela. Abbia il primo valore doppio di queste ultime, cosicché, se dieci braccia di tela sono eguali a V, l'abito sia eguale a 2 V.
L'abito è un valore d'uso che soddisfa a un bisogno particolare. Per produrlo, occorre un determinato genere di attività produttiva, che è determinata dal suo fine, dal suo modo di operare, dal suo oggetto, dai suoi mezzi e dal suo risultato. Chiamiamo senz'altro lavoro utile il lavoro che si presenta in tal modo nel valore d'uso del suo prodotto o nel fatto che il suo prodotto è un valore d'uso. Da questo punto di vista il lavoro viene sempre considerato in rapporto al suo effetto utile.
Allo stesso modo che abito e tela sono valori d'uso qualitativamente differenti, i lavori che ne procurano l'esistenza, sartoria e tessitura, sono anch'essi qualitativamente differenti. Se quelle cose non fossero valori d'uso qualitativamente differenti e quindi prodotti di lavori qualitativamente differenti, non potrebbero in nessun modo stare a confronto l'una con l'altra come merci. Un abito non si scambia con un abito, lo stesso valore d'uso non si scambia con lo stesso valore d'uso.
Nell'insieme dei diversi valori d'uso o corpi di merci si presenta un insieme di lavori utili altrettanto differenti secondo la specie, il genere, la famiglia, la sottospecie, la varietà: una divisione sociale del lavoro. Essa è condizione d'esistenza della produzione delle merci, benché la produzione delle merci non sia inversamente condizione d'esistenza della divisione sociale del lavoro. Nell'antica comunità indiana il lavoro è diviso socialmente senza che i prodotti diventino merci. Oppure, esempio a noi più vicino, in ogni fabbrica il lavoro è, diviso sistematicamente, ma questa divisione non è derivata da uno scambio dei

[12]. Zur Kritik cit., pp. 12, 13 e sgg.


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prodotti individuali fra un operaio e l'altro. Solo prodotti di lavori privati autonomi e indipendenti l'uno dall'altro stanno a confronto l'un con l'altro come merci.
Dunque si è visto: nel valore d'uso di ogni merce c'è una determinata attività, produttiva e conforme a un fine, cioè lavoro utile. Valori d'uso non possono stare a confronto l'uno con l'altro come merci se non ci sono in essi lavori utili qualitativamente differenti. In una società i cui prodotti assumono in generale la forma della merce, cioè in una società di produttori di merci, tale differenza qualitativa dei lavori utili che vengono compiuti l'uno indipendentemente dall'altro come affari privati di produttori autonomi, si sviluppa in un sistema pluriarticolato, in una divisione sociale del lavoro.
Del resto, per l'abito è indifferente esser portato dal sarto o dal cliente del sarto: esso opera come valore d'uso nell'un caso come nell'altro. Né il rapporto fra l'abito e il lavoro che lo produce è certo cambiato, preso in sé e per sé, per il fatto che la sartoria diventi professione particolare, articolazione autonoma della divisione sociale del lavoro. Dove e quando è stato costretto dal bisogno di coprirsi, l'uomo ha tagliato e cucito per millenni, prima che un uomo divenisse sarto. Ma l'esistenza dell'abito, della tela, di ogni elemento della ricchezza materiale non presente nella natura, ha sempre dovuto essere procurata mediante un'attività speciale, produttiva in conformità a uno scopo, che assimilasse particolari materiali naturali a particolari bisogni umani. Quindi il lavoro, come formatore di valori d'uso, come lavoro utile è una condizione d'esistenza dell'uomo, indipendente da tutte le forme della società, è una necessità eterna della natura che ha la funzione di mediare il ricambio organico fra uomo e natura, cioè la vita degli uomini.
I valori d'uso abito, tela, ecc., in breve i corpi delle merci, sono combinazioni di due elementi, materia naturale e lavoro. Se si detrae la somma complessiva di tutti i vari lavori utili contenuti nell'abito, nella tela, ecc., rimane sempre un substrato materiale, che è dato per natura, senza contributo dell'uomo. Il procedimento dell'uomo nella sua produzione può essere soltanto quello stesso della natura: cioè semplice cambiamento delle forme dei materiali(13). E ancora: in questo stesso lavoro di forma-

[13]. «Tutti i fenomeni dell'universo, siano essi prodotti della mano dell'uomo, ovvero leggi della fisica, non ci danno idea di attuale creazione, ma unicamente di una modificazione della materia. Accostare e separare sono gli unici elementi che l'ingegno umano ritrova analizzando l'idea della riproduzione: e tanto è riproduzione di valore (valore d'uso, benché il Verri qui nella sua polemica contro i fisiocratici non sappia bene neppure lui stesso di quale valore parli) e di ricchezze se la terra, l'aria e l'acqua nei campi si trasmutino in grano, come se colla mano dell'uomo il glutine di un insetto si trasmuti in velluto ovvero alcuni pezzetti di metallo si organizzino a formare una ripetizione» VERRI,Meditazioni sulla economia politica, pubblicate la prima volta nel 1773 nell'edizione degli economisti italiani del Custodi, parte moderna, vol. XV, p. 22),


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zione l'uomo è costantemente assistito da forze naturali. Quindi il lavoro non è l'unica fonte dei valori d'uso che produce, della ricchezza materiale. Come dice William Petty, il lavoro è il padre della ricchezza materiale e la terra ne è la madre.
Passiamo ora dalla merce in quanto oggetto d'uso al valore della merce.
Secondo la nostra ipotesi l'abito ha valore doppio della tela. Ma questa è soltanto una differenza qualificativa che in un primo momento non ci interessa ancora. Ricordiamo perciò che, se il valore di un abito è il doppio del valore di dieci braccia di tela, venti braccia di tela hanno la stessa grandezza di valore di un abito. Come valori, abito e tela sono cose di sostanza identica, espressioni oggettive di lavoro dello stesso genere. Ma sartoria e tessitura sono lavori qualitativamente differenti. Ci sono tuttavia situazioni della società nelle quali lo stesso uomo tesse e alternativamente taglia e cuce, e quindi questi due differenti generi di lavoro sono soltanto modificazioni del lavoro dello stesso individuo e non sono ancora funzioni particolari, fisse di individui differenti, proprio come l'abito che il nostro sarto ci fa oggi e i calzoni che ci fa domani presuppongono solo variazioni dello stesso lavoro individuale. L'evidenza ci insegna inoltre che nella nostra società capitalistica, a seconda del variare della domanda di lavoro, una porzione data di lavoro umano viene fornita alternativamente nella forma di sartoria o in quella di tessitura. Queste trasformazioni del lavoro può darsi che non avvengano senza attrito, ma devono avvenire. Se si fa astrazione dalla determinatezza dell'attività produttiva e quindi dal carattere utile del lavoro, rimane in questo il fatto che è un dispendio di forza-lavoro umana. Sartoria e tessitura, benché siano attività produttive qualitativamente differenti, sono entrambe dispendio di cervello, muscoli, nervi, mani, ecc. umani: ed in questo senso sono entrambe lavoro umano. Sono soltanto due forme differenti di spendere forza-lavoro umana. Certamente, la forza-lavoro umana


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deve essere più o meno sviluppata per essere spesa in questa o in quella forma. Ma il valore della merce rappresenta lavoro umano in astratto, dispendio di lavoro umano in generale. Ora, come nella società civile un generale o un banchiere rappresentano una parte importante e l'uomo senz'altro nome all'incontro vi rappresenta una parte molto misera(14), allo stesso modo vanno le cose per il lavoro umano. Esso è dispendio di quella semplice forza-lavoro che ogni uomo comune possiede in media nel suo organismo fisico, senza particolare sviluppo. Certo, col variare dei paesi e delle epoche della civiltà anche il 1 a v o r o  m e d i o  s e m p 1 i c e varia il proprio carattere, ma in una società data è dato. Un lavoro più complesso vale soltanto come lavoro semplice potenziato o piuttosto m o l t i p l i c a t o , cosicché una quantità minore di lavoro complesso è eguale a una quantità maggiore di lavoro semplice. L'esperienza insegna che questa riduzione avviene costantemente. Una merce può essere il prodotto del lavoro più complesso di tutti, ma il suo v a 1 o r e la equipara al prodotto di lavoro semplice e rappresenta quindi soltanto una determinata quantità di lavoro semplice(15). Le varie proporzioni nelle quali differenti generi di lavoro sono ridotti a lavoro semplice come loro unità di misura, vengono stabilite mediante un processo sociale estraneo ai produttori, e quindi appaiono a questi ultimi date dalla tradizione. Per ragioni di semplicità, d'ora in poi ogni genere di forza-lavoro varrà immediatamente per noi come forza-lavoro semplice, con il che ci si risparmia solo la fatica della riduzione.
Come dunque nei valori abito e tela si è astratto dalla differenza dei loro valori d'uso, altrettanto si astrae per i lavori che si rappresentano in quei valori dalla differenza fra le loro forme utili, sartoria e tessitura. Come i valori d'uso abito e tela sono combinazioni fra attività produttive e determinate da uno scopo da una parte e panno e filo dall'altra, e a loro volta invece i valori abito e tela sono soltanto cristallizzazioni omogenee di lavoro, allo stesso modo anche i lavori contenuti in questi valori contano non per il loro rapporto produttivo col panno e col filo, ma soltanto come dispendi di forza-lavoro umana. Sartoria e tessi-

[14]. Cfr. HEGEL, Philosophie des Rechts, Berlino, 1840, p. 250, § 190.
[15]. Il lettore deve notare che qui non si parla del salario o valore che il lavoratore riceve, p. es., per una giornata lavorativa, ma del valore della merce, nel quale si oggettiva la sua giornata lavorativa. La categoria dei salario del lavoro non esiste in genere ancora, a questo grado della nostra esposizione.


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tura sono elementi costitutivi dei valori d'uso abito e tela proprio per le loro differenti qualità: ma esse sono sostanza del valore dell'abito e del valore della tela solamente in quanto si astrae dalla loro qualità particolare e in quanto entrambi posseggono la stessa qualità, la qualità d'esser lavoro umano.
Ma abito e tela non sono soltanto valori in genere, bensì valori di una determinata grandezza; e secondo la nostra ipotesi l'abito ha valore doppio di dieci braccia di tela. Di dove viene questa differenza fra le loro due grandezze di valore? Dal fatto che la tela contiene soltanto la metà del lavoro dell'abito, cosicché per la produzione di quest'ultimo la forza-lavoro deve essere spesa durante un tempo doppio di quello occorrente per la produzione della tela.
Se dunque riguardo al valore d'uso il lavoro contenuto nella merce conta solo qualitativamente, riguardo alla grandezza del valore conta solo quantitativamente, dopo essere stato già ridotto a lavoro umano senza ulteriore qualificazione. Là si tratta del come e del cosa del lavoro, qui del quanto di esso, della sua durata temporale. Poiché la grandezza del valore di una merce rappresenta soltanto la quantità del lavoro in essa contenuta, le merci debbono sempre essere, in una certa proporzione, valori d'eguale grandezza.
Se la forza produttiva, diciamo, di tutti i lavori utili richiesti per la produzione di un abito, rimane immutata, la grandezza di valore degli abiti cresce col crescere della loro quantità. Se un abito rappresenta x giornate lavorative, due abiti rappresentano 2 x giornate lavorative, ecc. Ma ammettiamo che il lavoro necessario alla produzione di un abito cresca del doppio o diminuisca della metà. Nel primo caso un abito ha altrettanto valore quanto in precedenza ne avevano due, nel secondo caso due abiti hanno tanto valore quanto in precedenza ne aveva uno, benché nell'uno e nell'altro caso un abito renda prima e dopo gli stessi servizi e il lavoro utile contenuto in esso rimanga prima e dopo della stessa bontà. Ma si è cambiata la quantità dei lavoro spesa nella sua produzione.
Una quantità maggiore di valore d'uso costituisce in sé e per sé una maggiore ricchezza di materiale, due abiti sono più di uno. Con due abiti si possono vestire due uomini, con un abito se ne può vestire uno solo, ecc. Eppure alla massa crescente della ricchezza di materiali può corrispondere una caduta contemporanea della sua grandezza di valore. Questo movimento antagonistico sorge dal carattere duplice del lavoro. Naturalmente forza


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produttiva è sempre forza produttiva di lavoro utile, concreto, e di fatto determina soltanto il grado di efficacia di una attività produttiva conforme a uno scopo in un dato spazio di tempo. Quindi il lavoro utile diventa fonte più abbondante o più scarsa di prodotti in rapporto diretto coll'aumento o con la diminuzione della sua forza produttiva. Invece, un cambiamento della forza produttiva non tocca affatto il lavoro rappresentato nel valore preso in sé e per sé. Poiché la forza produttiva appartiene alla forma utile e concreta del lavoro, non può naturalmente più toccare il lavoro, appena si fa astrazione dalla sua forma concreta e utile. Quindi lavoro identico rende sempre, in spazi di tempo identici, grandezza identica di valore, qualunque possa essere la variazione della forza produttiva. Ma esso fornisce nello stesso periodo di tempo quantità differenti di valori d'uso: in più quando la forza produttiva cresce, in meno quando cala. Dunque quella stessa variazione della forza produttiva che aumenta la fecondità del lavoro e quindi la massa dei valori d'uso da esso fornita, diminuisce la grandezza di valore di questa massa complessiva aumentata, quando accorcia il totale del tempo di lavoro necessario alla produzione di quella massa stessa. E viceversa.

Da una parte, ogni lavoro è dispendio di forza-lavoro umana in senso fisiologico, e in tale qualità di lavoro umano eguale o astrattamente umano esso costituisce il valore delle merci. Dall'altra parte, ogni lavoro è dispendio di forza-lavoro umana in forma specifica e definita dal suo scopo, e in tale qualità di lavoro concreto utile esso produce valori d'uso(16).

[16]. Nota alla seconda edizione. Per provare che « il solo lavoro è la misura definitiva e reale con la quale si può in ogni tempo stimare e comparare il valore di tutte le merci », A. Smith dice: « Quantità eguali di lavoro debbono avere lo stesso valore per il lavoratore in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Nel suo stato normale di salute, forza e attività e col grado medio di abilità ch'egli può possedere, egli deve cedere sempre una identica porzione del suo riposo. della sua libertà e della sua felicità » (Wealth of nations, libro 1, cap. 5 [Ed. E. G. Wakefield, Londra, 1836, vol. I, pp. 104 sgg.]).Da una parte qui (non dappertutto) A. Smith scambia la determinazione del valore mediante la quantità di lavoro, spesa nella produzione della merce, con la determinazione dei valori delle merci mediante il valore del lavoro e di conseguenza cerca di dimostrare che identiche quantità di lavoro hanno sempre Io stesso valore. Dall'altra parte egli intuisce che. il lavoro, in quanto si rappresenta nel valore delle merci, conta soltanto come dispendio di forza-lavoro, ma poi torna a concepire questo dispendio soltanto come sacrificio di riposo, libertà e felicità, e non anche come attività normale di esseri viventi. Certo, ha in mente il salariato moderno. Molto più esattamente, l'anonimo predecessore di A. Smith, citato alla nota 9, dice: « un uomo s'è occupato una settimana nella produzione di tale oggetto necessario alla vita... e colui che gli dà in cambio un altro oggetto non può stimare quel che veramente è equivalente in modo migliore che cornputando quel che gli è costato altrettanto lavoro e altrettanto tempo; il che non è altro che lo scambio del lavoro che un uomo ha speso in un oggetto per un dato tempo, con il lavoro di un altro uomo, speso in un altro oggetto per lo stesso tempo » (Some thoughts on the interest of money cit., p. 39). Nota alla quarta edizione: La lingua inglese ha il vantaggio di avere due parole differenti per questi due differenti aspetti del lavoro. Il lavoro che produce valori d'uso ed è determinato qualitativamente, si chiama work. in opposizione a labour; il lavoro, che produce valore e viene misurato solo quantitativamente, si chiama labour, in opposizione a work. Cfr. nota alla traduzione inglese, p. 14. F. E.


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3. La forma di valore ossia il valore di scambio.

Le merci vengono al mondo in forma di valori d'uso o corpi di merci, conte ferro, tela, grano, ecc. Questa è la loro forma naturale casalinga. Tuttavia esse sono merci soltanto perché son qualcosa di duplice: oggetti d'uso e contemporaneamente depositari di valore. Quindi si presentano come merci oppure posseggono la forma di merci soltanto in quanto posseggono una duplice forma: la forma naturale e la forma di valore.
L’oggettività del valore delle merci si distingue da Mrs. Quickly perché non si sa dove trovarla. In diretta contrapposizione all'oggettività rozzamente sensibile dei corpi delle merci, nemmeno un atomo di materiale naturale passa nell'oggettività del valore delle merci stesse. Quindi potremo voltare e rivoltare una singola merce quanto vorremo, ma come cosa di valore rimarrà inafferrabile. Tuttavia, ricordiamoci che le merci posseggono oggettività di valore soltanto in quanto esse sono espressioni di una identica unità sociale, di lavoro umano, e che dunque la loro oggettività di valore è puramente sociale, e allora sarà ovvio che quest'ultima può presentarsi soltanto nel rapporto sociale fra merce e merce. Di fatto noi siamo partiti dal valore di scambio o dal rapporto di interscambio delle merci, per poter trovare le tracce del loro valore ivi nascosto. Ora dobbiamo ritornare a questa forma fenomenica del valore.
Ognuno sa, anche se non sa nient'altro, che le merci posseggono una forma di valore, che contrasta in maniera spiccatissima con le variopinte forme naturali dei loro valori d'uso, e comune a tutte: la forma di denaro. Ma qui si tratta di compiere un'impresa che non è neppure stata tentata dall'economia borghese:


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cioè di dimostrare la genesi di questa forma di denaro, dunque di perseguire lo svolgimento dell'espressione di valore contenuta nel rapporto di valore delle merci, dalla sua figura più semplice e inappariscente, fino all'abbagliante forma di denaro. Con ciò scomparirà anche l'enigma del denaro.
Il rapporto di valore più semplice è evidentemente il rapporto di valore d'una merce con un'unica merce di genere differente, qualunque essa sia. Il rapporto di valore fra due merci ci fornisce dunque la più semplice espressione di valore per una merce.

A) FORMA DI VALORE SEMPLICE, SINGOLA OSSIA ACCIDENTALE.
x merce A = y merce B oppure: x merce A vale y merce B
(20 braccia di tela = un abito oppure: 20 braccia di tela hanno il valore di un abito).

1. I DUE POLI DELL'ESPRESSIONE DI VALORE: FORMA RELATIVA DI VALORE E FORMA DI EQUIVALENTE.

L'arcano di ogni forma di valore sta in questa forma semplice di valore. La vera e propria difficoltà sta dunque nell'analisi di essa.
Qui, due merci di genere differente, A e B, nel nostro esempio tela e abito, rappresentano evidentemente due parti differenti. La tela esprime il proprio valore nell'abito, l'abito serve da materiale di questa espressione di valore. La prima merce rappresenta una parte attiva, la seconda una parte passiva. Il valore della prima merce è rappresentato come valore relativo ossia quella merce si trova in forma relativa di valore. La seconda merce funziona come equivalente ossia essa si trova in forma di equivalente.
Forma relativa di valore e forma di equivalente sono momenti pertinenti l'uno all'altro, l'uno dei quali è condizione dell'altro, inseparabili, ma allo stesso tempo sono estremi che si escludono l'un l'altro ossia opposti, sono cioè poli della stessa espressione di valore; essi si distribuiscono sempre sulle differenti merci che l'espressione di valore riferisce l'una all'altra. P. es. io non posso esprimere in tela il valore della tela. Venti braccia di tela = venti braccia di tela non è una espressione di valore; anzi, tale equazione dice, al contrario, che venti braccia di tela non sono altro che venti braccia di tela, una quantità determinata dell'oggetto d'uso tela. Il valore della tela può dunque essere espresso solo relativamente, cioè in altra merce. La forma di valore relativa della tela presuppone quindi che una qualsiasi qualsiasi


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altra merce si trovi in confronto ad essa nella forma di equivalente. D'altra parte, quest'altra merce che figura come equivalente, non si può trovare contemporaneamente in forma relativa di valore. Non è essa ad esprimere il suo valore. Essa fornisce soltanto il materiale all'espressione di valore di un'altra merce.

Certo, l'espressione: venti braccia di tela = un abito, oppure venti braccia di tela valgono un abito, implica anche la reciproca: un abito = venti braccia di tela oppure: un abito vale venti braccia di tela. Ma per far ciò devo per l'appunto invertire l'equazione, per esprimere relativamente il valore dell'abito; e appena ho fatto questo, la tela diventa equivalente al posto dell'abito. Dunque la stessa merce non può presentarsi simultaneamente nelle due forme nella stessa espressione di valore. Anzi, queste forme si escludono polarmente.

Ora, che una merce si trovi in forma relativa di valore o nella forma opposta di equivalente dipende esclusivamente dalla posizione ch'essa ha di volta in volta nell'espressione di valore, cioè dal fatto che essa sia la merce della quale si esprime un valore oppure la merce nella quale si esprime un valore.

2. LA FORMA RELATIVA DI VALORE.

a) Contenuto della forma relativa di valore.

Per scoprire come l'espressione semplice di valore di una merce stia nel rapporto di valore fra due merci si deve in primo luogo considerare tale rapporto in piena indipendenza dal suo aspetto quantitativo. Per lo più si procede proprio all'inverso e si vede nel rapporto di valore soltanto la proporzione nella quale determinate quantità di due specie di merci si equivalgono l'una con l'altra. Non si tien conto del fatto che le grandezze di cose differenti, diventano confrontabili quantitativamente soltanto dopo che è avvenuta la loro riduzione alla stessa unità. Sono grandezze dello stesso denominatore e quindi commensurabili soltanto come espressioni della stessa unità(17).

[17]. I pochi economisti che si sono occupati. come S. Bailey, dell'analisi della forma di valore, non sono potuti arrivare ad alcun risultato, in primo luogo perché scambiano forma di valore e valore, in secondo luogo perché essi, sotto il grossolano influsso del borghese praticone, tengon di mira esclusivamente fin da principio la determinatezza quantitativa. « Il poter disporre della quantità... fa il valore » (Money and its vicissitudes, Londra, 1837, p. 11, di S. BAILEY).


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 Che venti braccia di tela siano: = un abito, o siano = venti abiti o = x abiti, cioè, che una data quantità di tela valga molti o pochi abiti, ogni proporzione di questo genere implica sempre che tela e abiti come grandezze di valore siano espressioni della stessa unità, cose della stessa natura. Tela = abito è il fondamento dell'equazione.

Ma le due merci qualitativamente equiparate l'una all'altra non rappresentano la stessa parte. Viene espresso solo il valore della tela. E come? Mediante il suo riferimento all'abito come suo « equivalente », ossia « cosa scambiabile » con essa. In questo rapporto l'abito conta come forma d'esistenza di valore, come cosa di valore, poiché solo come tale esso è eguale alla tela. Dall'altra parte il proprio esser valore della tela viene in luce ossia riceve una propria espressione autonoma, poiché solo come valore essa è riferibile all'abito come qualcosa di valore identico ossia scambiabile con essa. Allo stesso modo l'acido butirrico è un corpo differente dal formiato di propile. Ma l'uno e l'altro consistono degli stessi elementi chimici: carbonio (C), idrogeno (H) e ossigeno (0), e inoltre -nella stessa composizione percentuale C4H8O2.. Ora, se identificassimo il formiato di propile con l'acido butirrico, in questo rapporto il formiato di propile varrebbe in primo luogo soltanto come forma di esistenza di C4H8O2, e in secondo luogo si verrebbe a dire che anche l'acido butirrico consiste di C4H8O2. Con l'identificazione del formiato di propile con l'acido butirrico si sarebbe dunque espressa la loro sostanza chimica, distinguendola dalla loro forma fisica.

Se diciamo: come valori, le merci sono semplici cristallizzazioni di lavoro umano, l'analisi che ne facciamo le riduce all'astrazione valore, ma non dà loro nessuna forma di valore differente dalle loro forme naturali. Altrimenti stanno le cose nel rapporto di valore d'una merce con l'altra. Il suo carattere di valore spicca in tal caso per la sua relazione con l'altra merce.

P. es., facendo dell'abito, come cosa di valore, l'equivalente della tela, il lavoro inerente all'abito viene posto come equivalente al lavoro inerente alla tela. E' vero che l'arte della sartoria che fa l'abito è un lavoro concreto di genere differente da quella della tessitura che fa la tela. Ma l'equiparazione alla tessitura riduce effettivamente la sartoria a quello che realmente è eguale nei due lavori: al loro carattere comune di lavoro umano. E con questa perifrasi si è detto che neppure la tessitura, in quanto tesse valore. possiede note distintive che la differenzino dalla sartoria, e che dunque è lavoro astrattamente umano. Solo l'espres-


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sione di equivalenza fra merci di genere differente mette in luce il carattere specifico del lavoro creatore di valore, in quanto riduce effettivamente i lavori di genere differente inerenti alle merci di genere differente, a ciò che è loro comune, a lavoro umano in genere(17a).

Tuttavia non basta esprimere il carattere specifico del lavoro nel quale consiste il valore della tela. Forza-lavoro umana allo stato fluido, ossia lavoro umano, crea valore, ma non è valore. Diventa valore allo stato coagulato, nella forma oggettiva. Per esprimere il valore della tela come coagulo di lavoro umano, esso deve essere espresso come una « oggettività » la quale, come cosa, sia differente dalla tela e, simultaneamente, le sia comune con altra merce. Il problema è già risolto.

Nel rapporto di valore colla tela l'abito conta come qualitativamente eguale ad essa, come cosa della stessa natura, perché è un valore. Quindi l'abito conta qui come una cosa nella quale si presenta valore, ossia come cosa che rappresenta valore nella sua forma fisica tangibile. E l'abito, il corpo della merce abito, è d'altronde soltanto un valore d'uso. Un abito esprime tanto poco valore quanto il primo pezzo di tela che capiti fra le mani. Questo prova soltanto che l'abito, entro il rapporto di valore con la tela, significa di più che fuori del rapporto stesso, come tanti uomini entro un abito gallonato significano di più che fuori dell'abito.

Nella produzione dell'abito è stata spesa effettivamente forza lavoro umana in forma di sartoria. Dunque in esso è accumulato lavoro umano. Da questo lato l'abito è « depositario di valore », benché questa sua qualità non faccia capolino neppure quando l'abito sia arrivato, per il consumo, ad essere quasi tra. sparente. E nel rapporto di valore della tela, l'abito conta solo da questo lato, e quindi come lavoro incorporato, come corpo di valore. Nonostante che si presenti tutto abbottonato, la tela ha riconosciuto in lui la bell'anima affine del valore. L'abito però

[17a] Nota alla seconda edizione. Uno dei primi economisti che, dopo William Petty, abbia penetrato la natura del valore, il celebre Franklin, dice: « Non essendo il commercio in generale altro che lo scambio di lavoro con lavoro, il valore di tutte le cose... è esattissimamente stimato in lavoro » (The works of B. Franklin ecc., editi da Sparks, Boston, 1836, vol. Il, p. 267). Franklin non è consapevole del fatto che stimando il valore di tutte le cose « in lavoro » fa astrazione dalla differenza dei lavori scambiati - e così li riduce a lavoro umano eguale. Tuttavia lo dice, anche senza saperlo. Parla prima de « l'un lavoro », poi de « l'altro lavoro » e infine di « lavoro » designazione,come sostanza del valore di tutte le cose.


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non può rappresentare valore nei confronti della tela, senza che per questa, simultaneamente, il valore assuma la forma di un abito. Così l'individuo A non si può comportare con l'individuo B come con una maestà, senza che per A la maestà assuma simultaneamente la forma corporea di B; e quindi la maestà cambi tratti del viso, capigliatura e molto altro ancora secondo il padre della patria del momento.

Dunque, nel rapporto di valore, nel quale l'abito costituisce l'equivalente della tela, la forma di abito conta come forma di valore. Il valore della merce tela viene dunque espresso nel corpo della merce abito, il valore d'una merce viene espresso nel valore d'uso dell'altra merce. Come valore d'uso la tela è una cosa sensibile e differente dall'abito, come valore è « eguale ad abito » e ha quindi aspetto di abito. Così riceve una forma di valore differente dalla sua.forma naturale. Il suo esser valore si presenta nella sua eguaglianza con l'abito, come la natura pecorina del cristiano nella sua eguaglianza con l'agnello di Dio.

Vediamo dunque che tutto quello che prima ci ha detto l'analisi del valore della merce ce lo dice ora la tela stessa, appena entra in comunicazione con un'altra merce, l'abito. Solo che essa ci rivela i suoi pensieri nell'unico linguaggio che le sia accessibile, il linguaggio delle merci. Per dire che il lavoro nella sua qualità astratta di lavoro umano costituisce il suo proprio valore, dice che l'abito, in quanto equivale ad essa, cioè in quanto è valore, consiste dello stesso lavoro che la tela. Per dire che la sua oggettività sublime di valore è differente dal suo corpo di traliccio, essa dice che il valore ha l'aspetto d'un abito e che quindi essa stessa, la tela, come cosa di valore, assomiglia all'abito come un uovo ad un altr'uovo. Osserviamo di passaggio che anche il linguaggio delle merci ha molti altri dialetti, più o meno corretti, oltre l'ebraico. Per esempio la parola tedesca Wertsein esprime il fatto che il porre l'equazione della merce A con la merce B è l'espressione propria di valore della merce A, in maniera meno spiccata che il verbo romanzo valere, valer, valoir. Paris vaut bien une messe!

Dunque mediante il rapporto di valore la forma naturale della merce B diventa forma di valore della merce A, ossia il corpo della merce B diventa lo specchio di valore della merce A(18)

[18].  In certo modo all'uomo succede come alla merce. Dal momento che l'uomo non viene al mondo con uno specchio, né da filosofo fichtiano (Io sono io), egli, in un primo momento, si rispecchia in un altro uomo. L'uomo Pietro si riferisce a se stesso come a uomo soltanto mediante la relazione all'uomo Paolo come proprio simile. Ma così anche Paolo in carne ed ossa, nella sua corporeità paolina, conta per lui come forma fenomenica del genus uomo.


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La merce A, riferendosi alla merce B come corpo di valore, come materializzazione di lavoro umano, fa del valore d'uso B materiale della sua propria espressione di valore. Il valore della merce A, così espresso nel valore d'uso della merce B, ha la forma del valore relativo.

b) Determinatezza quantitativa della forma relativa di valore.

 Ogni merce della quale si debba esprimere il valore è un oggetto d'uso di quantità data: 15 moggia di grano, cento libbre di caffè, ecc. Questa quantità data di merce contiene una determinata quantità di lavoro umano. La forma di valore non deve dunque esprimere soltanto valore in generale, ma valore determinato quantitativamente, ossia grandezza di valore. Nel rapporto di valore della merce A con la merce B, della tela con l'abito, non solo il genere di merce abito, come corpo di valore in generale, viene equiparato qualitativamente alla tela, ma ad una determinata quantità di tela, p. es. venti braccia, viene equiparata una quantità determinata del corpo di valore, ossia dell'equivalente, p. es. un abito.

L'equazione: « venti braccia di tela = un abito, ossia: venti braccia di tela valgono un abito », presuppone che in un abito sia incorporata esattamente tanta sostanza di valore quanta in venti braccia di tela, che cioè entrambe le quantità di merci costino la stessa quantità di lavoro, ossia tempo di lavoro della stessa misura. Il tempo di lavoro necessario per la produzione di venti braccia di tela o di un abito varia con ogni variazione della forza produttiva della tessitura o della sartoria. Indagheremo ora più da vicino l'influsso di tali variazioni sull'espressione relativa della grandezza di valore.

I. Il valore della tela sia variabile(19), mentre il valore dell'abito rimane costante. Se raddoppia il tempo di lavoro necessario per la produzione della tela, p. es. in seguito ad un aumento di sterilità dei terreni coltivati a lino, raddoppia il valore della tela. Invece di venti braccia di tela = un abito, avremmo venti braccia di tela = due abiti, poiché un abito ora contiene soltanto

[19].  L'espressione « valore », come - detto fra parentesi - è già accaduto qua e là in altri punti prima di questo, viene usata per valore determinato quantitativamente, cioè per grandezza di valore.


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 la metà del tempo di lavoro contenuto in venti braccia di tela. Se invece il tempo di lavoro necessario per la produzione della tela diminuisce di metà, p. es. in seguito a perfezionamenti dei telai, allora il valore della tela diminuisce di metà. Di conseguenza, ora si avrebbero venti braccia di tela = 112 abito. Il valore relativo della merce A, cioè il suo valore espresso in merce B, sale e scende in rapporto diretto con il valore della merce A, fermo rimanendo il valore della merce B.

II. Rimanga costante il valore della tela, sia invece variabile il valore dell'abito. In questa circostanza, se il tempo di lavoro necessario alla produzione dell'abito raddoppia, p. es. in seguito a una tosatura sfavorevole, invece di: venti braccia di tela = un abito, ora abbiamo venti braccia di tela = 1/2 abito. Se invece il valore dell'abito scende a metà, allora: venti braccia di tela = due abiti. Rimanendo costante il valore della merce A, il suo valore relativo espresso in merce B, sale o scende, quindi, in rapporto inverso alla variazione del valore di B.

Se si confrontano i vari casi di I e 11, ne deriva che la stessa variazione di grandezza del valore relativo può sorgere da cause del tutto opposte. Così da: venti braccia di tela = un abito proviene: l. l'equazione venti braccia di tela = due abiti, o perché raddoppia il valore della tela o perché cala di metà il valore degli abiti, e 2. l'equazione: 20 braccia di tela = mezzo abito, o perché il valore della tela cala di metà o perché il valore degli abiti raddoppia.

III. Le quantità di lavoro necessarie alla produzione della tela e dell'abito possono variare simultaneamente, nella stessa direzione e nella stessa proporzione. In questo caso, venti braccia di tela = un abito prima e dopo, quali si siano le variazioni dei loro valori. La loro variazione di valore si scopre appena si confrontano con una terza merce il cui valore sia rimasto costante. Se i valori di tutte le merci salissero o cadessero simultaneamente e nella stessa proporzione, i loro valori relativi rimarrebbero inalterati. La loro variazione reale di valore si desumerebbe dal fatto che- allora nello stesso tempo di lavoro si fornirebbe in generale una quantità di merci maggiore o minore di prima.

IV. I tempi di lavoro necessari alla produzione della tela e rispettivamente dell'abito, e quindi i loro valori, possono variare simultaneamente nella stessa direzione, ma in grado diseguale, oppure possono variare in direzioni opposte, ecc.. L'effetto di tutte le possibili combinazioni di questo tipo sul valore relativo


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di una merce risulta semplicemente dall'applicazione dei casi I, II, III.

Dunque, le variazioni reali della grandezza di valore non si rispecchiano né esaurientemente né inequivocabilmente nella loro espressione relativa, ossia nella grandezza del valore relativo. Il valore relativo di una merce può variare, benché il suo valore rimanga costante. Il suo valore relativo può rimanere costante, benché il suo valore varii; ed infine, non è affatto necessario che variazioni simultanee nella sua grandezza di valore e nell'espressione relativa di tale grandezza di valore coincidano esattamente(20).

3. LA FORMA DI EQUIVALENTE.

 Abbiamo veduto che una merce A (la tela), esprimendo il proprio valore nel valore d'uso d'una merce B (l'abito) di genere differente, imprime a quest'ultima anche una peculiare forma di valore, quella dell'equivalente. La merce tela mette in luce il proprio esser valore per il fatto che l'abito, senza assumere una forma di valore differente dalla sua forma di corpo, le equivale. Dunque la tela esprime effettivamente il suo proprio esser valore per il fatto che l'abito è immediatamente scambiabile con essa.

[20]. Nota alla seconda edizione. Questa incongruenza fra la grandezza di valore e la sua espressione relativa è stata sfruttata con l'abituale acume dalla economia volgare. P. es.: « Ammettete che A scenda perché B, con il quale è scambiato, sale, sebbene per A non sia speso meno lavoro, e il vostro principio generale del valore cade a terra... Egli [Ricardo] ammettendo che, perché il valore di A sale relativamente a B, il valore di B scende relativamente ad A, s'era tolta di sotto i piedi la base sulla quale poggiava la sua gran proposizione che il valore di una merce è sempre determinato dalla quantità del lavoro in essa incorporata; poiché se una variazione nei costi di A non cambia soltanto il valore di A in rapporto a B, con il quale viene scambiato, ma cambia. anche il valore di B relativamente a quello di A, benché non abbia avuto luogo nessuna variazione nella quantità di lavoro richiesta per la produzione di B, allora cade a terra non solo tutta la dottrina che assicura che la quantità di lavoro spesa per un articolo ne regola il valore, ma anche la dottrina che i costi di produzione di un articolo ne regolano il valore » (J. BROADHURST, Treatise on political economy, Londra, 1824, pp. 11, 14).
Il signor Broadhurst poteva dire anche: consideriamo le frazioni 10/20, 10/50, 10/100 ecc. Il numero 10 rimane immutato, eppure la sua grandezza proporzionale, la sua grandezza relativa ai denominatori 20, 50, 100, diminuisce costantemente. Così cade a terra il gran principio che la grandezza di un numero intero, come 10, sia, p. es., « regolata » dal numero delle unità in esso contenute.


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 La forma di equivalente di una merce è di conseguenza la forma della sua immediata scambiabilità con altra merce.

Se un genere di merci, come abiti, serve di equivalente ad altro genere di merci, come tela, e quindi gli abiti ricevono la proprietà caratteristica di trovarsi in forma immediatamente scambiabile con la tela, questo non vuol. dire affatto che sia data in qualche modo la proporzione nella quale abiti e tela sono interscambiabili. Questa proporzione, poiché la grandezza di valore della tela è data, dipende dalla grandezza di valore degli abiti. Che l'abito sia espresso come equivalente e la tela come valore relativo, o viceversa la tela come equivalente e l'abito come valore relativo, la sua grandezza di valore rimane determinata, prima e poi, dal tempo di lavoro necessario per la sua produzione, quindi è determinata in maniera indipendente dalla sua forma di valore. Ma appena il genere di merci abito prende nell'espressione di valore il posto dell'equivalente, la sua grandezza di valore non riceve nessuna espressione come grandezza di valore; ma figura anzi nell'equazione di valore solo come quantità determinata di una cosa.

P. es.: quaranta braccia di tela valgono - che cosa? Due abiti. Poiché il genere di merci abito qui rappresenta la parte dell'equivalente, perché il valore d'uso abito conta come corpo di valore in confronto alla tela, basterà una determinata quantità di abiti per esprimere una determinata quantità di valore di tela. Due abiti possono quindi esprimere la grandezza di valore di quaranta braccia di tela, ma non possono mai esprimere la loro propria grandezza di valore, la grandezza di valore di abiti. La comprensione superficiale del dato di fatto che l'equivalente possiede nell'equazione di valore sempre e soltanto la forma di una quantità semplice di una cosa. d'un valore d'uso, ha fuorviato il Bailey come molti suoi predecessori e successori, facendo loro vedere nell'espressione di valore un rapporto soltanto quantitativo. Al contrario: la forma di equivalente d'una merce non contiene nessuna determinazione quantitativa di valore.

La prima peculiarità che colpisce nella considerazione della forma di equivalente è la seguente: il valore d'uso diventa forma fenomenica del suo contrario, del valore.

La forma naturale della merce diventa forma di valore. Ma si noti bene, questo quid pro quo si verifica per una merce B (abito o grano o ferro, ecc.) soltanto all'interno del rapporto di valore nel quale una qualsiasi altra merce A (tela, ecc.) entra


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con essa, e soltanto entro questa relazione. Poiché nessuna merce può riferirsi a se stessa come equivalente, né quindi può fare della sua propria pelle naturale l'espressione del suo proprio valore, essa si deve riferire ad altra merce come equivalente, ossia deve fare della pelle naturale di un'altra merce la propria forma di valore.

Ciò ci sarà reso evidente dall'esempio di una misura, conveniente ai corpi di merci come corpi di merci, cioè come valori d'uso. Un pan di zucchero, poiché è un corpo, è pesante e quindi ha peso, ma non si può vedere o toccare il peso di nessun pan di zucchero. Ora prendiamo vari pezzi di ferro, il cui peso sia stato prima stabilito. La forma corporea del ferro, considerata di per sé, non è certo forma fenomenica della gravità più di quanto sia quella del pan di zucchero. Eppure, per esprimere il pan di zucchero come gravità, noi lo poniamo in un rapporto di peso con il ferro. In questo rapporto, il ferro vale come un corpo che non rappresenta null'altro che gravità. Quindi, quantità di ferro servono come misura di peso dello zucchero e rappresentano nei confronti del corpo zuccherino pura forma di gravità, forma fenomenica di gravità. Il ferro rappresenta questa parte soltanto all'interno di questo rapporto nel quale lo zucchero, o qualunque altro corpo del quale si deve trovare il peso, entra con esso. Se le due cose non avessero gravità, esse non potrebbero entrare in tale rapporto, e quindi l'una non potrebbe servire come espressione della gravità dell'altra. Se le gettiamo entrambe sul piatto della bilancia, vediamo effettivamente che esse, come gravità, sono la stessa cosa. Come il corpo ferro come misura di peso nei confronti del pan di zucchero rappresenta solo gravità, così nella nostra espressione di valore, il corpo abito rappresenta, nei confronti della tela, soltanto valore.

Ma qui l'analogia finisce. Nell'espressione di peso del pan di zucchero il ferro rappresenta una proprietà naturale comune ad entrambi i corpi, la loro gravità, mentre l'abito nell'espressione di valore della tela rappresenta una proprietà sovrannaturale di entrambe le cose: il loro valore, qualcosa di puramente sociale.

Mentre la forma relativa di valore d'una merce, p. es. della tela, esprime il suo esser valore come qualcosa del tutto differente dal suo corpo e dalle sue proprietà, p. es., come eguale ad abito, questa stessa espressione indica che in essa si cela un rapporto sociale. Per la forma di equivalente vale l'inverso. Essa consiste proprio nel fatto che un corpo di merce, come l'abito, questa cosa così com'è, tale e quale, esprime valore, cioè


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possiede per natura forma di valore. Certo questo vale soltanto all'interno del rapporto di valore, nel quale la merce tela è riferita come equivalente alla merce abito(21). Ma poiché le proprietà di una cosa non sorgono dal suo rapporto con altre cose, ma anzi si limitano ad agire in tale rapporto, anche l'abito sembra possedere per natura la sua forma di equivalente, la sua proprietà di immediata scambiabilità, quanto la sua proprietà di esser pesante o di tener caldo. Di qui viene il carattere enigmatico della forma di equivalente, carattere che non colpisce lo sguardo borghesemente rozzo dell'economista politico prima che questa forma gli si presenti di fronte bell'e finita, nel denaro. Allora egli cerca di eliminare a forza di spiegazioni il carattere mistico dell'oro e dell'argento, surrogando loro merci meno abbaglianti e recitando con sempre rinnovato compiacimento il catalogo di tutto il volgo di merci che a suo tempo ha rappresentato la parte dell'equivalente di merci. E non ha la minima idea che già la più elementare espressione di valore, come: 20 braccia, di tela =un abito, ci dà da risolvere l'enigma della forma di equivalente.

Il corpo della merce che serve da equivalente, vale sempre come incarnazione di lavoro astrattamente umano ed è sempre il prodotto di un determinato lavoro utile, concreto. Questo lavoro concreto diventa dunque espressione di lavoro astrattamente umano. P. es., se l'abito conta come pura e semplice realizzazione, allo stesso modo la sartoria, che si realizza effettivamente in esso, conta come pura e semplice forma di realizzazione - di lavoro astrattamente umano. Nell'espressione di valore della tela l'utilità della sartoria consiste non nel fatto ch'essa faccia gli abiti, quindi anche i monaci, ma ch'essa fa un corpo che basta vederlo per sapere che è valore, cioè coagulo di lavoro, che non si distingue affatto dal lavoro oggettivato nel valore di tela. Per fare da tale specchio di valore, la sartoria non deve rispecchiare null'altro che la sua proprietà astratta d'esser lavoro umano.

Nella forma della sartoria come nella forma della tessitura si spende forza-lavoro umana. Quindi l'una e l'altra posseggono la qualità generale di lavoro umano e quindi in casi determinati, p. es. nella produzione di valore, possono venire considerate soltanto da questo punto di vista. Tutto questo non è mi-

[21]. Queste determinazioni della riflessione sono in genere una cosa strana.  P. es. un dato uomo è re soltanto perché altri uomini si comportano come sudditi nei suoi confronti. Viceversa, essi credono di essere sudditi, perché egli è re.


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sterioso. Ma nell'espressione di valore della merce la cosa è stravolta. P. es., per esprimere che la tessitura costituisce il valore della tela non nella sua forma concreta del tessere, ma nella sua qualità generale come lavoro umano, le si contrappone come tangibile forma di realizzazione di lavoro astrattamente umano la sartoria, il lavoro concreto che produce l'equivalente della tela.

 Dunque una seconda peculiarità della forma di equivalente è che lavoro concreto diventa forma fenomenica del suo opposto, di lavoro astrattamente umano.

Ma poiché questo lavoro concreto, la sartoria, conta come semplice espressione di lavoro umano indifferenziato, ha la forma dell'eguaglianza con altro lavoro, col lavoro inerente alla tela, ed è quindi, benché lavoro privato, lavoro in forma immediatamente sociale come ogni lavoro che produce merci. Appunto per questo esso si rappresenta in un prodotto che è immediatamente scambiabile, con altra merce. E' dunque una terza peculiarità della forma di equivalente che lavoro privato diventi forma del sito opposto, diventi lavoro in forma immediatamente sociale.

Le due peculiarità or ora svolte della forma di equivalente diventano ancor più comprensibili se risaliamo al grande indagatore che ha analizzato per la prima volta la forma di valore come tante altre forme di pensiero, forme di società e forme naturali: Aristotele.

In primo luogo Aristotele enuncia chiaramente che la forma di denaro della merce è soltanto la figura ulteriormente sviluppata della semplice forma di valore, cioè dell'espressione del valore di una merce in qualsiasi altra merce a scelta, poiché dice:

« 5 letti = 1 casa » (..frase in greco non stampabile..) « non si distingue » da:

« 5 letti = tanto e tanto denaro » (..frase in greco non stampabile..)

Inoltre vede che il rapporto di valore al quale è inerente la espressione di valore porta con sé a sua volta che la casa venga equiparata qualitativamente al letto, e che queste cose, differenti quanto ai sensi, non sarebbero riferibili l'una all'altra come grandezze commensurabili senza tale identità di sostanza. Egli dice: « Lo scambio non può esserci senza l'identità, e l'identità non può esserci senza la commensurabilità (..frase in greco non stampabile..). Ma qui si ferma, e rinuncia all'ulteriore analisi


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della forma di valore. « Ma è in verità impossibile (..frase in greco non stampabile..) che cose tanto diverse siano commensurabili », cioè qualitativamente eguali. Tale equiparazione può esser solo qualcosa di estraneo alla vera natura delle cose, e quindi solo un'« ultima risorsa per il bisogno pratico ».

Aristotele stesso ci dice dunque per che cosa la sua analisi non procede oltre: per la mancanza del concetto di valore. Che cos'è quell'eguale, cioè la sostanza comune, che nell'espressione di valore del letto rappresenta la casa per il letto? Aristotele dichiara che una cosa del genere « in verità non può esistere ». Perché? La casa rappresenta qualcosa d'eguale nei confronti del letto in quanto rappresenta quel che è realmente eguale in entrambi, nel letto e nella casa. E questo è: il lavoro umano.

Ma Aristotele non poteva ricavare dalla forma di valore stessa il fatto che nella forma dei valori di merci tutti i lavori sono espressi come lavoro umano eguale e quindi come egualmente valevoli, perché la società greca poggiava sul lavoro servile e quindi aveva come base naturale la diseguaglianza degli uomini e delle loro forze-lavoro. L'arcano dell'espressione di valore, l'eguaglianza e la validità eguale di tutti i lavori, perché e in quanto sono lavoro umano in genere, può essere decifrato soltanto quando il concetto della eguaglianza umana possegga già la solidità di un pregiudizio popolare. Ma ciò è possibile soltanto in una società nella quale la forma di merce sia la forma generale del prodotto di lavoro, e quindi anche il rapporto reciproco fra gli uomini come possessori di merci sia il rapporto sociale dominante. Il genio di Aristotele risplende proprio nel fatto che egli scopre un rapporto d'eguaglianza nella espressione di valore delle merci. Soltanto il limite storico della società entro la quale visse gli impedisce di scoprire in che cosa insomma consista « in verità » questo rapporto di eguaglianza.

        4. IL COMPLESSO DELLA FORMA SEMPLICE DI VALORE

La forma semplice di valore d'una merce è contenuta nel suo rapporto di valore con una merce di genere differente, ossia nel rapporto di scambio con essa. Il valore della merce A viene espresso qualitativamente per mezzo della scambiabilità immediata della merce B con la merce A. Quantitativamente viene espresso mediante la scambiabilità di una quantità determinata della merce B con la quantità data della merce A. In altre parole:


74 - I. MERCE E DENARO

il valore di una merce è espresso in maniera indipendente dalla sua rappresentazione come « valore di scambio ». Quel che s'è detto, parlando alla spiccia, all'inizio di questo capitolo, che la merce è valore d'uso e valore di scambio, è erroneo, a volersi esprimere con precisione. La merce è valore d'uso ossia oggetto d'uso, e « valore ». Essa si presenta come quella duplicità che è, appena il suo valore possiede una forma fenomenica propria differente dalla sua forma naturale, quella del valore di scambio; e non possiede mai questa forma se considerata isolatamente, ma sempre e soltanto nel rapporto di valore o di scambio con una seconda merce, di genere differente. Ma una volta che si sappia ciò, quel modo di parlare non fa danno, anzi, serve per abbreviare.

La nostra analisi ha dimostrato che la forma di valore o l'espressione di valore della merce sorge dalla natura del valore di merce, e che non è vero l'inverso, che valore e grandezza di valore sorgano dal suo modo d'esprimersi come valore di scambio. Eppure questa è l'illusione sia dei mercantilisti e dei moderni che ce li rifriggono come il Ferrier, il Ganilh, ecc.(22), sia anche dei loro antipodi, i commis-voyageurs moderni del libero scambio, come il Bastiat e compagnia. I mercantilisti pongono l'accento principale sul lato qualitativo dell'espressione di valore, e quindi sulla forma di equivalente della merce che ha la sua figura perfetta nel denaro: invece i rivenditori ambulanti moderni del libero scambio, che debbono liquidare a ogni prezzo la loro merce, mettono l'accento principale sul lato quantitativo della forma di valore. Di conseguenza per essi non esiste né valore né grandezza di valore della merce all'infuori dell'espressione data dal rapporto di scambio, cioè del bollettino dei prezzi correnti del giorno. Lo scozzese MacLeod, quando esercita la sua funzione di azzimare della maggiore erudizione possibile le intricate e confuse idee di Lombardstreet, è una sintesi ben riuscita di mercantilista superstizioso e di illuminato rivenditore ambulante del libero scambio.

La considerazione attenta dell'espressione di valore della merce A contenuta nel rapporto di valore con la merce B ha mostrato che all'interno di essa la forma naturale della merce A

[22]. Nota alla seconda edizione. F. D. A. FERRIER (sous-inspecteur des douanes), Du gouvernement considéré dans ses rapports avec le commerce, Parigi, 1805; e CHARLES GANILH, Des systèmes de l'éconornie politique, 2. ediz., Parigi, 1821.


I. LA MERCE - 75

conta solo come figura di valore d'uso, e la forma naturale della merce B solo come forma di valore, figura di valore. L'opposizione interna fra valore d'uso e valore, rinchiusa nella merce, viene dunque rappresentata da una opposizione esterna, cioè dal rapporto fra due merci, nel quale la merce il cui valore dev'essere espresso, viene espressa immediatamente solo come valore d'uso, e invece l'altra merce, i n e u i viene espresso valore, conta immediatamente solo come valore di scambio. La forma semplice di valore di una merce è dunque la forma fenomenica semplice del contrasto in essa contenuto fra valore d'uso e valore.

Il prodotto del lavoro è oggetto d'uso in tutti gli stati della società, ma soltanto un'epoca, storicamente definita, dello svolgimento della società, quella che rappresenta il lavoro speso nella produzione d'una cosa d'uso come sua qualità « oggettiva » cioè, come valore di essa, è l'epoca che trasforma in merce il prodotto del lavoro. Ne consegue che la forma elementare di valore della merce è simultaneamente la forma semplice di merce del prodotto del lavoro, e che quindi anche lo svolgimento della forma di merce coincide con lo svolgimento della forma di valore.

Basta uno sguardo per vedere l'insufficienza della forma semplice di valore, di questa forma germinale che matura fino alla forma di prezzo solo dopo una serie di metamorfosi.

L'espressione di A in una qualsiasi merce B distingue il valore della merce A soltanto dal suo proprio valore d'uso, e quindi pone la merce soltanto in un rapporto di scambio con un qualsiasi genere di merce singolo che sia differente da essa, invece di rappresentare la sua eguaglianza qualitativa e la sua proporzionalità quantitativa con tutte le altre merci. Alla forma semplice relativa di valore di una merce corrisponde la singola forma d'equivalente di un'altra merce. Così l'abito, nell'espressione relativa di valore della tela, ha soltanto forma di equivalente ossia forma di immediata scambiabilità in relazione a questo singolo genere di merci, tela.

Ma la forma singola di valore trapassa da sola in una forma più completa. E' vero che mediante essa il valore di una merce A viene espresso solo in una merce di altro genere. Ma è cosa del tutto indifferente di qual genere sia questa seconda merce, abito, ferro, grano, ecc. Dunque, a seconda che quella merce A entra in un rapporto di valore con questo o quell'altro genere di merci, nascono differenti espressioni semplici di valore


76 - I. MERCE E DENARO

di quell'unica e medesima merce(22a). Il numero di queste sue possibili espressioni di valore è limitato soltanto dal numero dei generi di merci da essa differenti. Quindi la sua espressione isolata di valore si trasforma nella serie sempre prolungabile delle sue differenti espressioni semplici di valore.

B) FORMA DI VALORE TOTALE 0 DISPIEGATA.

z merce A = u merce B oppure = v merce C

oppure = w merce D oppure = x merce E oppure = ecc.

(venti braccia di tela = un abito, oppure = dieci libbre di tè, oppure = quaranta libbre di caffè, oppure = un quarter di grano Oppure = due once d'oro oppure = mezza tonnellata di ferro oppure = ecc.)

I. LA FORMA RELATIVA DI VALORE DISPIEGATA.

 

    Il valore di una merce, p. es. della tela, è ora espresso in innumerevoli altri elementi del mondo delle merci. Ogni altro corpo di merci diventa specchio del valore della tela(23). Questo valore si presenta così per la prima volta, esso stesso, veracemente, come coagulo di lavoro umano indifferenziato. Infatti il lavoro che lo costituisce è presentato ora espressamente come lavoro che equivale ad ogni altro lavoro umano, qualunque forma naturale possa avere, e sia che esso si oggettivi nell'abito o nel grano o nel ferro o nell'oro, ecc. Quindi la tela sta ora in un rapporto

[22a]. Nota alla seconda edizione. P. es. in Omero il valore d'una cosa viene espresso in una serie di cose differenti.
[23].  Per questo possiamo parlare del valore di abito della tela quando si rappresenta in abiti il valore di questa, e del suo valore di grano quando lo si rappresenta in grano, ecc. « Poiché il valore di ogni merce designa il suo rapporto nello scambio [con una qualsiasi altra merce], noi possiamo parlare di esso come... valore di grano, valore di panno, e così via a seconda della merce con la quale essa viene comparata; quindi ci sono mille differenti generi di valori, tanti generi di valori quante merci esistono, e tutti sono egualmente reali ed egualmente nominali» (A critical dissertation on the nature, measure and causes of value; chiefly in reference to the writingivritir of Mr. Ricardo and his followers. By the author of Essays on the formation ecc. of opinions, Londra, 1825, p. 391. S. Bailey, l'autore di questo scritto anonimo che a suo tempo fece molto rumore in Inghilterra, s'illude di avere annullato ogni determinazione concettuale del valore con questo suo accenno alle variopinte espressioni relative dello stesso valore di merce. Del resto, che egli, con tutta la sua miopia mentale, avesse toccato punti deboli della teoria ricardiana, è stato mostrato dalla intensità con la quale la scuola ricardiana l'ha attaccato, p. es. nella Westminster Review.


77 - I. MERCE

sociale mediante la sua forma di valore non più soltanto con un altro singolo genere di merce, ma con il mondo delle merci. Come merce, è cittadina di questo inondo. E allo stesso tempo è implicito nella infinita serie delle sue espressioni che il valore d'una merce è indifferente alla forma particolare del valore d'uso nel quale esso si presenta.

Nella prima forma: venti braccia di tela = un abito, può essere un fatto casuale che queste due merci siano scambiabili in un rapporto quantitativo dato. Nella seconda forma invece traspare subito uno sfondo essenzialmente differente dal fenomeno casuale, e determinante quest'ultimo. Il valore della tela rimane della stessa grandezza, che si presenti nell'abito o nel caffè, o nel ferro, ecc., in innumerevoli merci differenti, appartenenti ai più differenti proprietari. Cade il rapporto casuale di due proprietari individuali di merci. Diventa manifesto che non è lo scambio a regolare la grandezza di valore della merce, ma, al contrario, è la grandezza di valore della merce a regolare i rapporti di scambio di quest'ultima.

2. LA FORMA PARTICOLARE DI EQUIVALENTE.

     Nell'espressione di valore della tela ogni merce, abito, tè, grano, ferro, ecc., conta come equivalente, e quindi come corpo di valore. Ora la forma naturale determinata di ognuna di queste merci è una forma particolare d'equivalente accanto a molte altre. Così pure, ora i molteplici generi di lavoro determinato, concreto, utile contenuti nei differenti corpi di merce, contano come altrettante forme particolari di effettuazione o di manifestazione di lavoro umano senz'altro.

3. DIFETTI DELLA FORMA DI VALORE TOTALE O DISPIEGATA.

     In primo luogo, l'espressione relativa di valore della merce è incompleta, perché la serie che la rappresenta non ha termine. La catena nella quale un'equazione di valore si connette all'altra, rimane continuamente prolungabile mediante ogni nuovo genere di merci che si presenti e che fornisca il materiale di una nuova espressione di valore. In secondo luogo l'espressione relativa del valore costituisce un mosaico variopinto di espressioni di valore divergenti e di diverso genere. E infine, se si esprime, come non può non avvenire, il valore relativo di ogni merce in questa forma dispiegata, la forma relativa di valore di ogni merce è una serie infinita di espressioni di valore differente dalla forma


78 - I. MERCE E DENARO

relativa di valore di ogni altra merce. - I difetti della forma di valore relativa dispiegata si rispecchiano nella forma di equivalente che le corrisponde. Poiché la forma naturale di ogni singolo genere di merci è qui una forma particolare di equivalente accanto a innumerevoli altre forme particolari di equivalente, esistono, in genere, soltanto forme limitate di equivalente, escludentisi reciprocamente. Così pure, il genere di lavoro determinato, concreto, utile, contenuto in ogni equivalente particolare di merci, è soltanto forma di manifestazione particolare del lavoro umano: particolare, quindi non esauriente. Il lavoro umano ha, è vero, la sua forma di manifestazione completa ossia totale nell'orbita complessiva di quelle forme di manifestazione particolari. Ma così non ha nessuna forma fenomenica unitaria.

    La forma relativa di valore dispiegata consiste tuttavia soltanto di una somma di espressioni relative semplici di valore, o equazioni della prima forma, come:

venti braccia di tela = un abito 
venti braccia di tela = dieci libbre di tè, ecc.

Ognuna di queste equazioni però contiene reciprocamente anche l'equazione identica:

un abito = venti braccia di tela 
dieci libbre di tè = venti braccia di tela, ecc.

Di fatto: quando un uomo scambia la sua tela con molte altre merci, e quindi ne esprime il valore in una serie di altre merci, anche gli altri molti possessori di merci debbono necessariamente scambiare le loro merci con la tela, e quindi debbono esprimere i valori delle loro differenti merci nella stessa terza merce, in tela. Invertiamo dunque la serie: venti braccia di tela = un abito, oppure = dieci libbre di tè, oppure = ecc.. cioè esprimiamo la relazione reciproca già contenuta, di fatto, nella serie, ed otterremo:

        C) FORMA GENERALE DI VALORE.

1 abito = |

libbre di tè= |

40 libbre di caffè= |

un quarter di grano= | venti braccia di tela

2 once d'oro = |

1/2 tonnellata di ferro= |

x merce A = |

ecc. merce = |


I. LA MERCE - 79

1. CARATTERE ALTERATO DELLA FORMA DI VALORE.

     Le merci presentano ora i loro valori l. elementarmente, perché in una merce unica; 2. unitariamente, perché nella medesima merce. La loro forma di valore è elementare e comune, e quindi generale.

    Le forme I e Il pervenivano, l'una e l'altra, solo ad esprimere il valore di una merce come qualche cosa di distinto dal loro proprio valore d'uso o dal loro corpo di merce.

    La prima forma dava equazioni di valore come: un abito venti braccia di tela, dieci libbre di tè = mezza tonnellata di ferro, ecc. Il valore abito viene espresso come un qualcosa di eguale alla tela, il valore del tè come un qualcosa di eguale al ferro, ma questo qualche cosa, eguale alla tela e questo qualche cosa, eguale al ferro, queste espressioni di valore dell'abito e del tè, sono differenti fra loro come la tela e il ferro. In pratica questa forma si presenta soltanto ai primi inizi, nei quali prodotti di lavoro vengono trasformati in merci mediante scambio casuale e occasionale.

    La seconda forma distingue il valore d'una merce dal suo valore d'uso in maniera più completa della prima, perché p. es. il valore dell'abito si contrappone in tutte le forme possibili alla forma naturale dell'abito, come un qualche cosa di eguale alla tela, o al ferro, o al tè, ecc., tutto meno che eguale all'abito. D'altra parte, qui è esclusa direttamente ogni espressione comune di valore delle merci, poiché nell'espressione di valore di ciascuna merce tutte le altre merci appaiono ora di volta in volta solo nella forma di equivalenti. La forma di valore dispiegata si ha di fatto la prima volta quando un prodotto di lavoro, p. es., del bestiame, viene scambiato con differenti altre merci non più in via eccezionale, ma già abitualmente.

    La nuova forma ottenuta esprime i valori del inondo delle merci in un unico e medesimo genere di merci, da esso separato, p. es. in tela, e così rappresenta i valori di tutte le merci mediante la loro eguaglianza con la tela. Come eguale a tela, il valore di ogni merce non è ora soltanto distinto dal valore d'uso suo proprio, ma da ogni valore d'uso, e proprio perciò viene espresso come ciò che è comune a quella e a tutte le altre merci. Quindi solo questa forma mette realmente le merci in rapporto reciproco come valori, ossia fa che esse si presentino reciprocamente l'una all'altra come valori di scambio.

Le prime due forme esprimono entrambe il valore di una merce, sia che l'esprimano in una singola merce di genere dif-


80 - I. MERCE E DENARO

ferente, sia che l'esprimano in una serie di molte merci differenti da essa. Tutte e due le volte, per così dire, è affare privato della merce singola darsi una forma di valore, ed essa lo fa senza che c'entrino le altre merci. Nei suoi confronti queste fanno la parte puramente passiva dell'equivalente. Invece la forma generale del valore sorge soltanto come opera comune del mondo delle merci. Una merce ottiene espressione generale di valore solo perché simultaneamente tutte le altre merci esprimono il loro valore nel medesimo equivalente, ed ogni nuovo genere di merce che si presenta deve imitarle. Con ciò viene in luce che l'oggettività di valore delle merci, dato che essa è la pura e semplice « esistenza sociale » di queste cose, può essere espressa soltanto mediante la loro relazione sociale onnilaterale, e che di conseguenza la loro forma di valore non può non essere forma socialmente valida.

    Nella forma di eguali a tela si presentano ora tutte le merci, non solo come cose eguali qualitativamente, come valori in genere, ma, insieme, come grandezze di valore quantitativamente confrontabili. Poiché le merci rispecchiano in un unico e medesimo materiale, nella tela, le proprie grandezze di valore, queste ultime si rispecchiano a loro volta l'una nell'altra. P. es. dieci libbre di tè = venti braccia di tela, e quaranta libbre di caffè = venti braccia di tela. Dunque, dieci libbre di tè = quaranta libbre di caffè. Ossia, in una libbra di caffè sta soltanto un quarto di sostanza di valore, di lavoro, di quel che sta in una libbra di tè.

La forma relativa generale di valore del mondo delle merci imprime il carattere di equivalente generale alla merce equivalente esclusa da quel mondo: alla tela. La forma naturale propria della tela è la figura comune di valore di quel mondo, e quindi la tela è immediatamente scambiabile con tutte le altre merci. La forma corporea della tela è considerata come l'incarnazione visibile, la crisalide sociale generale di ogni lavoro umano. La tessitura, lavoro privato che produce tela, si trova allo stesso tempo ad essere nella forma generalmente sociale, in quella dell'eguaglianza con tutti gli altri lavori. Le innumerevoli equazioni delle quali è composta la forma generale del lavoro identificano a turno il lavoro realizzato nella tela con ogni altro lavoro contenuto in altre merci e con ciò fanno della tessitura la forma di manifestazione generale del lavoro umano in genere. Così il lavoro oggettivato nel valore delle merci non è rappresentato solo negativamente come lavoro nel quale si astrae da tutte le forme concrete e da tutte le qualità utili dei lavori effettivi. La natura


I. LA MERCE - 81

 positiva del lavoro oggettivato qui spicca espressamente: la forma generale di valore è la riduzione di tutti i lavori effettivi al carattere a tutti comune di lavoro umano, a dispendio di forza-lavoro umana.

    La forma generale di valore. che rappresenta i prodotti del lavoro come puri e semplici coaguli di lavoro umano indifferenziato, mostra d'essere l'espressione sociale del mondo delle merci, proprio mediante la propria struttura. Così essa rivela che entro questo mondo il carattere generalmente umano del lavoro costituisce il suo carattere specificamente sociale.

    2. RAPPORTO DI SVILUPPO FRA FORMA RELATIVA DI VALORE E FORMA DI EQUIVALENTE.

    Al grado di sviluppo della forma relativa di valore corrisponde il grado di sviluppo della forma di equivalente. Ma, e questo va notato, lo svolgimento della forma di equivalente è solo espressione e risultato dello svolgimento della forma relativa di valore.

La forma relativa elementare o isolata di valore di una merce rende unico equivalente di essa un'altra merce. La forma dispiegata del valore relativo, espressione del valore d'una merce in tutte le altre merci, imprime loro la forma di differenti equivalenti particolari. Infine una merce particolare riceve la forma generale di equivalente, perché tutte le altre merci ne fanno il materiale della loro forma di valore unitaria, generale.

Ma nello stesso grado nel quale si sviluppa in genere la forma di valore, si sviluppa anche l'opposizione fra i suoi due poli, forma relativa di valore e forma di equivalente.

Già la prima forma - venti braccia di tela = un abito - contiene questa opposizione, ma non la fissa. A seconda che questa equazione vien letta in avanti o all'indietro, ognuno dei due estremi di merci, tela e abito, si trova simmetricamente ora nella forma relativa di valore, ora nella forma di equivalente. Qui è ancora faticoso tener ferma l'opposizione polare.

Nella forma II può dispiegare totalmente il proprio valore relativo sempre e soltanto un genere di merci per volta; ossia, il genere possiede soltanto forma relativa di valore dispiegata, perché e in quanto tutte le altre merci si trovano nei suoi confronti nella forma di equivalente. Qui non si possono più trasporre i due lati dell'equazione di valore - come: venti braccia di tela = un abito, oppure = dieci libbre di tè. oppure = un quarter di grano - a meno di alterare il carattere complessivo


82 - I. MERCE E DENARO

dell'equazione stessa, trasformandola da forma totale del valore in forma generale del valore.

L'ultima forma, la forma III, dà infine al mondo delle merci una forma di valore relativa generalmente sociale, perché e in quanto, con una sola eccezione, tutte le merci che gli appartengono, sono escluse dalla generale forma di equivalente. Una merce, la tela, si trova quindi nella forma di scambiabilità immediata con tutte le altre merci, ossia in forma immediatamente sociale, perché e in quanto tutte le altre merci non vi si trovano(24).

Viceversa, la merce che figura come equivalente generale è esclusa dalla forma unitaria e quindi relativa e generale di valore del mondo delle merci. Se anche p. es. la tela - cioè una qualsiasi merce che si trovasse in forma generale di equivalente - dovesse partecipare simultaneamente alla forma relativa generale di valore, essa dovrebbe servire di equivalente a se stessa. Allora otterremmo: venti braccia di tela = venti braccia di tela, cioè una tautologia, nella quale non sono espressi né valori né grandezze di valore. Per esprimere il valore relativo dell'equivalente generale, dobbiamo invece invertire la forma III. L'equivalente non ha nessuna forma relativa comune con le altre merci, ma il suo valore si esprime relativamente, nella serie infinita di tutti gli altri corpi di merci. Così ormai la forma relativa dispiegata di valore, ossia forma II, si presenta come la forma di valore relativa specifica della merce equivalente.

[24]. Difatti, non si può affatto scorgere a prima vista che la forma della scambiabilità immediata generale è una forma antitetica di merce, inseparabile dalla forma della scambiabilità non immediata, come la positività di un polo di magnete è inseparabile dalla negatività dell'altro polo. Ci si può quindi immaginare di poter imprimere simultaneamente a tutte le merci il marchio della scambiabilità immediata soltanto come ci si può immaginare di poter far papi tutti i cattolici. Per il piccolo borghese che scorge nella produzione di merci il non plus ultra della libertà umana e dell'indipendenza individuale, sarebbe naturalmente cosa assai desiderabile d'esser dispensato dagli inconvenienti connessi a questa forma. e in ispecie dalla non immediata scambiabilità delle merci. Il socialismo del Proudhon costituisce l'illustrazione di questa utopia filistea; e come ho dimostrato altrove, non ha neppure il merito della originalità, anzi era stato svolto molto meglio, molto tempo prima del Proudhon, dal Gray, dal Bray e da altri. Ciò non impedisce che tanta sapienza imperversi col nome di « science » in certi ambienti. Nessuna scuola è stata mai prodiga della parola « science » più di quella proudhoniana, poichè

« là dove mancano i concetti, 
s'insinua al momento giusto una parola »


I. LA MERCE 83

3. PASSAGGIO DALLA FORMA GENERALE DI VALORE ALLA FORMA DI DENARO.

 La forma generale d'equivalente è una forma del valore in genere. Quindi può spettare ad ogni merce. D'altra parte una merce si trova in forma generale di equivalente (forma III) solo perché e in quanto viene esclusa da tutte le altre merci, come equivalente. E solo dal momento nel quale questa esclusione si limita definitivamente a un genere specifico di merci, la forma unitaria relativa di valore del mondo delle merci ha raggiunto consistenza oggettiva e validità generalmente sociale.

Ora il genere specifico di merci con la cui forma naturale s'è venuta identificando man mano socialmente la forma di equivalente, diventa merce denaro, ossia funziona come moneta. La sua funzione specificamente sociale, e quindi il suo monopolio sociale, diventa quella di rappresentare la parte dell'equivalente generale entro il mondo delle merci. Una merce determinata, l'oro, ha conquistato storicamente questo posto privilegiato fra le merci che nella forma II figurano come equivalenti particolari della tela e nella forma III esprimono insieme in tela il loro valore relativo. Se dunque nella forma III mettiamo la merce oro al posto della merce tela, abbiamo:

            D) FORMA DI DENARO.

20 braccia di tela = |

1 abito = |

10 libbre di tè= |

40 libbre di caffè = | 2 once d'oro

1 quarter di grano = |

1/2 tonnellata di ferro= |

x merce A= |

Nel passaggio dalla forma I alla forma Il, dalla forma Il alla forma III hanno luogo cambiamenti essenziali. Invece la forma IV non si distingue dalla forma III se non per il fatto che adesso è l'oro ad avere la forma generale di equivalente, invece della tela. Nella forma IV l'oro rimane quel che era la tela nella forma III: equivalente generale. Il progresso consiste solo nel fatto che la forma della scambiabilità immediata generale, ossia la forma generale di equivalente ora s'è venuta identificando definitivamente con la forma specifica naturale della merce oro, per abitudine sociale.

L'oro si presenta come denaro nei confronti delle altre merci


84  I. MERCE E DENARO

solo perché si era presentato già prima come merce nei confronti di esse. Anch'esso ha funzionato come equivalente, come tutte le altre merci: sia come equivalente singolo in atti isolati di scambio, sia come equivalente particolare accanto ad altri equivalenti di merci. Man mano esso ha funzionato, in sfere più o meno ampie, come equivalente generale; e appena ha conquistato il monopolio di questa posizione nell'espressione di valore del mondo delle merci, diventa merce denaro, e solo dal momento nel quale esso è già diventato merce denaro, la forma IV si distingue dalla forma III: ossia la forma generale di valore è trasformata nella forma di denaro.

L'espressione relativa elementare di una merce, p. es. della tela, in merce già funzionante come merce denaro, p. es. nell'oro, è forma di prezzo. La « forma di prezzo » della tela è quindi:

venti braccia di tela = due once d'oro

oppure, se due lire sterline è il nome monetario di due once d'oro,

venti braccia di tela = due lire sterline.

La difficoltà nel concetto della forma di denaro si limita alla comprensione della forma generale di equivalente, cioè della forma generale di valore in generale, la III forma. La III forma si risolve di riflesso nella II forma, la forma di valore dispiegata, e il suo elemento costitutivo è la forma I: venti braccia di tela = un abito, ossia x merce A = y merce B. Quindi la forma semplice di merce è il germe della forma di denaro.

4. Il carattere di feticcio della merce e il suo arcano.

A prima vista, una merce sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi, risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici. Finché è valore d'uso, non c'è nulla di misterioso in essa, sia che la si consideri dal punto di vista che soddisfa, con le sue qualità, bisogni umani, sia che riceva tali qualità soltanto come prodotto di lavoro umano. E' chiaro come la luce del sole che l'uomo con la sua attività cambia in maniera utile a se stesso le forme dei materiali naturali. P. es. quando se ne fa un tavolo, la forma del legno viene trasformata. Ciò non di meno, il tavolo rimane legno, cosa sensibile e ordinaria. Ma appena si presenta come merce, il tavolo si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile. Non solo sta coi piedi per terra, ma, di fronte a tutte le altre merci, si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei


I. LA MERCE - 85

grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare(25).

Dunque, il carattere mistico della merce non sorge dal suo valore d'uso. E nemmeno sorge dal contenuto delle determinazioni di valore. Poiché: in primo luogo, per quanto differenti possano essere i lavori utili o le operosità produttive, è verità fisiologica ch'essi sono funzioni dell'organismo umano, e che tutte tali funzioni, quale si sia il loro contenuto e la loro forma, sono essenzialmente dispendio di cervello, nervi, muscoli, organi sensoriali, ecc. umani. In secondo luogo, per quel che sta alla base della determinazione della grandezza di valore, cioè la durata temporale di quel dispendio, ossia la quantità del lavoro: la quantità del lavoro è distinguibile dalla qualità in maniera addirittura tangibile. In nessuna situazione il tempo di lavoro che costa la produzione dei mezzi di sussistenza ha potuto non interessare gli uomini, benché tale interessamento non sia uniforme nei vari gradi di sviluppo(26). Infine, appena gli uomini lavorano in una qualsiasi maniera l'uno per l'altro, il loro lavoro riceve anche una forma sociale.

Di dove sorge dunque il carattere enigmatico del prodotto di lavoro appena assume forma di merce? Evidentemente, proprio da tale forma. L'eguaglianza dei lavori umani riceve la forma reale di eguale oggettività di valore dei prodotti del lavoro, la misura del dispendio di forza-lavoro umana mediante la sua durata temporale riceve la forma di grandezza di valore dei prodotti del lavoro, ed infine i rapporti fra i produttori, nei quali si attuano quelle determinazioni sociali dei loro lavori, ricevono la forma d'un rapporto sociale dei prodotti del lavoro.

L'arcano della forma di merce consiste dunque semplicemente nel fatto che tale forma rimanda agli uomini come uno specchio i caratteri sociali del loro proprio lavoro trasformati in caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, in proprietà sociali naturali di quelle cose, e quindi rispecchia anche il rapporto sociale fra

[25]. Ci si ricorda che la Cina e i tavolini cominciarono a ballare quando tutto il resto del mondo sembrava fermo -- pour encourager les autres.
[26]. Nota alla seconda edizione. Presso gli antichi germani la misura di un Morgen di terreno veniva calcolata sul lavoro d'una giornata, e quindi il Morgen veniva chiamato opera di una giornata (iurnale o jurnalis, terra jurnalis, jurnalis o diornalis), opera di un uomo, forza di un uomo. mietitura di un uomo, tagliatura di un uomo, ecc. Cfr. GEORG LUDWIG VON MAURER, Einleitung zur GeschichtE der Mark-, Hof-, usw. Verfassung. Monaco, 1854, p. 129 sgg.


86 - 1. MERCE E DENARO

produttori e lavoro complessivo come un rapporto sociale di oggetti, avente esistenza al di fuori dei prodotti stessi. Mediante questo quid pro quo i prodotti del lavoro diventano merci, cose sensibilmente sovrasensibili cioè cose sociali. Proprio come l'impressione luminosa di una cosa sul nervo ottico non si presenta come stimolo soggettivo del nervo ottico stesso, ma quale forma oggettiva di una cosa al di fuori dell'occhio. Ma nel fenomeno della vista si ha realmente la proiezione di luce da una cosa, l'oggetto esterno, su un'altra cosa, l'occhio: è un rapporto fisico fra cose fisiche. Invece la forma di merce e il rapporto di valore dei prodotti di lavoro nel quale essa si presenta non ha assolutamente nulla a che fare con la loro natura fisica e con le relazioni fra cosa e cosa che ne derivano. Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto fra cose è soltanto il rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi. Quindi, per trovare un'analogia, dobbiamo involarci nella regione nebulosa del mondo religioso. Quivi, i prodotti del cervello umano paiono figure indipendenti, dotate di vita propria, che stanno in rapporto fra di loro e in rapporto con gli uomini. Così, nel mondo delle merci, fanno i prodotti della mano umana. Questo io chiamo il feticismo che s'appiccica ai prodotti del lavoro appena vengono prodotti come merci, e che quindi è inseparabile dalla produzione delle merci.

Come l'analisi precedente ha già dimostrato, tale carattere feticistico del mondo delle merci sorge dal carattere sociale peculiare del lavoro che produce merci.

Gli oggetti d'uso diventano merci, in genere, soltanto perché sono prodotti di lavori privati, eseguiti indipendentemente l'uno dall'altro. Il complesso di tali lavori privati costituisce il lavoro sociale complessivo. Poiché i produttori entrano in contatto sociale soltanto mediante lo scambio dei prodotti del loro lavoro, anche i caratteri specificamente sociali dei loro lavori privati appaiono soltanto all'interno di tale scambio. Ossia, i lavori privati effettuano di fatto la loro qualità di articolazioni del lavoro complessivo sociale mediante le relazioni nelle quali lo scambio pone i prodotti del lavoro e, attraverso i prodotti stessi, i produttori. Quindi a questi ultimi le relazioni sociali dei loro lavori privati appaiono come quel che sono, cioè, non come rapporti immediatamente sociali fra persone nei loro stessi lavori, ma anzi, come rapporti materiali fra persone e rapporti sociali fra le cose.

Solo all'interno dello scambio reciproco i prodotti di lavoro ri-


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cevono un'oggettività di valore socialmente eguale, separata dalla loro oggettività d'uso, materialmente differente. Questa scissione del prodotto del lavoro in cosa utile e cosa di valore si effettua praticamente soltanto appena lo scambio ha acquistato estensione e importanza sufficienti affinchè cose utili vengano prodotte per lo scambio, vale a dire affinchè nella loro stessa produzione venga tenuto conto del carattere di valore delle cose. Da questo momento in poi i lavori privati dei produttori ricevono di fatto un duplice carattere sociale. Da un lato, come lavori utili determinati, debbono soddisfare un determinato bisogno sociale, e far buona prova di sè come articolazioni del lavoro complessivo, del sistema naturale spontaneo della divisione sociale del lavoro; dall'altro lato, essi soddisfano soltanto i molteplici bisogni dei loro produttori, in quanto ogni lavoro privato, utile e particolare è scambiabile con ogni altro genere utile di lavoro privato, e quindi gli è equiparato. L'eguaglianza di lavori toto coelo differenti può consistere soltanto in un far astrazione dalla loro reale diseguaglianza, nel ridurli al carattere comune che essi posseggono, di dispendio di forza-lavoro umana, di lavoro astrattamente umano. Il cervello dei produttori privati rispecchia a sua volta questo duplice carattere sociale dei loro lavori privati, nelle forme che appaiono nel commercio pratico, nello scambio dei prodotti, quindi rispecchia il carattere socialmente utile dei loro lavori privati, in questa forma: il prodotto del lavoro deve essere utile, e utile per altri, e rispecchia il carattere sociale dell'eguaglianza dei lavori di genere differente nella forma del carattere comune di valore di quelle cose materialmente differenti che sono i prodotti del lavoro.

Gli uomini dunque riferiscono l'uno all'altro i prodotti del loro lavoro come valori, non certo per il fatto che queste cose contino per loro soltanto come puri involucri materiali di lavoro umano omogeneo. Viceversa. Gli uomini equiparano l'un con l'altro i loro differenti lavori come lavoro umano, equiparando l'uno con l'altro, come valori, nello scambio, i loro prodotti eterogenei. Non sanno di far ciò, ma lo fanno(27). Quindi il valore non porta scritto in fronte quel che è. Anzi, il valore trasforma

[27]. Nota alla seconda edizione. Quindi, quando il Galiani dice: Il valore è un rapporto fra persone - « La ricchezza è una ragione fra due persone » - avrebbe dovuto aggiungere: rapporto celato nel guscio di un rapporto fra cose. (GALIANI, Della Moneta. P. 220, vol. III della raccolta del Custodi, Scrittori Classici Italiani di Economia Politica, parte moderna, Milano, 1803).


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ogni prodotto di lavoro in un geroglifico sociale. In seguito, gli uomini cercano di decifrare il senso del geroglifico, cercano di penetrare l'arcano del loro proprio prodotto sociale, poichè la determinazione degli oggetti d'uso come valori è loro prodotto sociale quanto il linguaggio. La tarda scoperta scientifica che i prodotti di lavoro, in quanto son valori, sono soltanto espressioni materiali del lavoro umano speso nella loro produzione, fa epoca nella storia dello sviluppo dell'umanità, ma non disperde affatto la parvenza oggettiva dei carattere sociale del lavoro. Quel che è valido soltanto per questa particolare forma di produzione, la produzione delle merci, cioè che il carattere specificamente sociale dei lavori privati indipendenti l'uno dall'altro consiste nella loro eguaglianza come lavoro umano e assume la forma del carattere di valore dei prodotti di lavoro, appare cosa definitiva, tanto prima che dopo di quella scoperta, a coloro che rimangono impigliati nei rapporti della produzione di merci: cosa definitiva come il fatto che la scomposizione scientifica dell'aria nei suoi elementi ha lasciato sussistere nella fisica l'atmosfera come forma corporea.

Quel che interessa praticamente in primo luogo coloro che scambiano prodotti, è il problema di quanti prodotti altrui riceveranno per il proprio prodotto, quindi, in quale proporzione si scambiano i prodotti. Appena queste proporzioni sono maturate raggiungendo una certa stabilità abituale, sembrano sgorgare dalla natura dei prodotti del lavoro, cosicchè p. es. una tonnellata di ferro e due once d'oro sono di egual valore allo stesso modo che una libbra d'oro e una libbra di ferro sono di egual peso nonostante le loro differenti qualità chimiche e fisiche. Di fatto, il carattere di valore dei prodotti del lavoro si consolida soltanto attraverso la loro attuazione come grandezze di valore. Le grandezze di valore variano continuamente, indipendentemente dalla volontà, della prescienza, e dall'azione dei permutanti, pei quali il loro proprio movimento sociale assume la forma d'un movimento di cose, sotto il cui controllo essi si trovano, invece che averle sotto il proprio controllo. Occorre che ci sia una produzione di merci completamente sviluppata, prima che dall'esperienza stessa nasca la cognizione scientifica che i lavori privati - compiuti indipendentemente l'uno dall'altro, ma dipendentí l'uno dall'altro da ogni parte come articolazioni naturali spontanee della divisione sociale del lavoro - vengono continuamente ridotti alla loro misura socialmente proporzionale. perché nei rapporti di scambio dei loro prodotti, casuali e sempre oscillanti,


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trionfa con la forza, come legge naturale regolatrice, il tempo di lavoro socialmente necessario per la loro produzione, così come p. es. trionfa con la forza la legge della gravità, quando la casa ci capitombola sulla testa(28). La determinazione della grandezza di valore mediante il tempo di lavoro è quindi un arcano, celato sotto i movimenti appariscenti dei valori relativi delle merci. La sua scoperta elimina la parvenza della determínazione puramente casuale delle grandezze di valore dei prodotti del lavoro, ma non elimina affatto la sua forma oggettiva.

In genere, la riflessione sulle forme della vita umana, e quindi anche l'analisi scientifica di esse, prende una strada opposta allo svolgimento reale. Comincia post festum e quindi parte dai risultati belli e pronti del processo di svolgimento. Le forme che danno ai prodotti del lavoro l'impronta di merci e quindi sono il presupposto della circolazione delle merci, hanno già la solidità di forme naturalí della vita sociale, prima che gli uomini cerchino di rendersi conto, non già del carattere storico di queste forme, che per essi anzi sono ormai immutabili, ma del loro contenuto. Così, soltanto l'analisi dei prezzi delle merci ha condotto alla determinazione della gandezza di valore; soltanto l'espressione comune delle merci in denaro ha condotto alla fissazione del loro carattere di valore. Ma proprio questa forma finita - la forma di denaro - del mondo delle merci vela materialmente, invece di svelarlo, il carattere sociale dei lavori privati, e quindi i rapporti sociali dei lavoratori privati. Quando dico: abito, stivali, ecc. si riferiscono alla tela come incarnazione generale del lavoro umano astratto, la stravaganza di questa espressione salta agli occhi. Ma quando i produttori dell'abito, degli stivali, ecc. riferiscono queste merci alla tela - o all'oro e argento, il che non cambia niente alla sostanza - come equivalente generale, la relazione dei loro lavori privati col lavoro complessivo sociale si presenta loro appunto in quella forma stravagante.

Tali forme costituiscono appunto le categorie dell'economia borghese. Sono forme di pensiero socialmente valide, quindi oggettive, per i rapporti di produzione di questo modo di produzione sociale storicamente determinato, per i rapporti di produzione della produzione di merci. Quindi, appena ci rifugiamo

[28]. « Che cosa si deve pensare di una legge che può trionfare solo attraverso rivoluzioni periodiche? E' per l'appunto una legge di natura, che poggia sull'inconsapevolezza degli interessati » (FRIEDRICH ENGELS. Umrisse zu einer Kritik der Natioloekonomie in Deutsche-Franzoesische Jahrbuecher, herausgegeben von Arnol Ruge und Karl Marx, Parigi, 1844)

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in altre forme di produzione, scompare subito tutto il misticismo del mondo delle merci, tutto l'incantesimo e la stregoneria che circondano di nebbia i prodotti del lavoro sulla base della produzione di merci.

Poichè l'economia politica predilige le robinsonate(29) evochiamo per primo Robinson nella sua isola. Sobrio com'è di natura, ha tuttavia bisogni di vario genere da soddisfare, e quindi deve compiere lavori utili di vario genere, deve fare strumenti, fabbricare mobili, addomesticare dei lama, pescare, cacciare, ecc. Qui non parliamo delle preghiere e simili, poichè il nostro Robinson ci prende il suo gusto e considera tali attività come ricreazione. Nonostante la differenza fra le sue funzioni produttive egli sa che esse sono soltanto differenti forme di operosità dello stesso Robinson, e dunque modi differenti di lavoro umano. Proprio la necessità lo costringe a distribuire esattamente il proprio tempo fra le sue differenti funzioni. Che l'una prenda più posto, l'altra meno posto nella sua operosità complessiva dipende dalla difficoltà maggiore o minore da superare per raggiungere il desiderato effetto d'utilità. Questo glielo insegna l'esperienza, e il nostro Robinson che ha salvato dal naufragio orologio, libro mastro, penna e calamaio, comincia da buon inglese a tenere la contabilità di se stesso. Il suo inventario contiene un elenco degli oggetti d'uso che possiede, delle diverse operazioni richieste per la loro produzione, e infine del tempo di lavoro che gli costano in media determinate quantità di questi diversi prodotti. Tutte le relazioni fra Robinson e le cose che costituiscono la ricchezza che egli stesso s'è creata, sono qui tanto semplici e trasparenti che perfino il signor M. Wirth potrebbe capirle senza particolare sforzo mentale. Eppure, vi sono contenute tutte le determinazioni essenziali del valore.

Trasportiamoci ora dalla luminosa isola di Robinson nel tenebroso Medioevo europeo. Qui, invece dell'uoino indipendente, troviamo che tutti sono dípendenti: servi della gleba e padroni, vassalli e signori feudali, laici e preti. La dipendenza personale

[29]. Nota alla seconda edizione. Perfino il Ricardo ha la sua robinsonata. « Egli fa scambiare al pescatore primitivo e al cacciatore primitivo pesce e selvaggina, come se fossero possessori di merci, immediatamente, nel rapporto del tempo di lavoro oggettivato in questi valori di scambio. Questa volta, egli cade nell'anacronismo di far consultare al cacciatore e al pescatore primitivi, per calcolare i loro strumenti di lavoro, le mercuriali in uso nel 1817 alla Borsa di Londra. Sembra che i " parallelogrammi del signor Owcn" siano l'unica forma di società conosciuta dal Ricardo all'infuori di quella borghese » (KARL MARX,Zur Kritik cit., pp. 33, 39).


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caratterizza tanto i rapporti sociali della produzione materiale, quanto le sfere di vita su di essa edificate. Ma proprio perché rapporti personali di dipendenza costituiscono il fondamento sociale dato, lavori e prodotti non han bisogno di assumere una figura fantastica differente dalla loro realtà: si risolvono nell'ingranaggio della società come servizi in natura e prestazioni in natura. La forma naturale del lavoro, la sua particolarità, è qui la sua forma sociale immediata, e non la sua generalità, come avviene sulla base della produzione di merci. La corvée si misura col tempo, proprio come il lavoro produttore di merci, ma ogni servo della gleba sa che quel che egli aliena al servizio del suo padrone è una quantità determinata della sua forza-lavoro personale. La decima che si deve fornire al prete è più evidente della benedizione del prete. Quindi, qualunque sia il giudizio che si voglia dare delle maschere nelle quali gli uomini si presentano l'uno all'altro in quel teatro, i rapporti sociali delle persone appaiono in ogni modo come loro rapporti personali, e non sono travestiti da rapporti sociali delle cose, dei prodotti del lavoro.

Non abbiamo bisogno, ai fini della considerazione di un lavoro comune, cioè immediatamente socializzato, di risalire alla sua forma naturale spontanea, che incontriamo sulla soglia della storia di ogni popolo civile(30). Un esempio più vicino è costituito dall'industria rusticamente patriarcale d'una famiglia di contadini, che produce grano, bestiame, filati, tela, pezzi di vestiario, ecc. Per quanto riguarda la famiglia, queste cose differenti si presentano come prodotti differenti del suo lavoro familiare; invece per quanto riguarda le cose stesse, esse non si presentano reciprocamente l'una all'altra come merci. I differenti lavori che generano quei prodotti, aratura, allevamento, filatura, tessitura, sartoria, nella loro forma naturale sono funzioni sociali,

[30]. Nota alla seconda edizione. « E' un pregiudizio ridicolo, che s'è diffuso negli ultimi tempi, che la forma della proprietà comune naturale e spontanea sia una forma specificamente slava, anzi addirittura esclusivamente russa. La forma della proprietà comune è la forma originaria, che possiamo dimostrare esistente fra i romani, i germani, i celti, e della quale anzi si trova ancor sempre, se pure in parte allo stato di rovina, un intero campionario con saggi di vario tipo, presso gli indiani. Uno studio più preciso delle forme di proprietà comune asiatiche, e specialmente di quelle indiane, dimostrerebbe come dalle differenti forme della proprietà comune naturale e spontanea risultino forme differenti della sua dissoluzione. Così, P. es., i differenti tipi originali di proprietà privata romana e germanica si possono dedurre da forme differenti della proprietà comune indiana » (KARL MARX, Zur Kritik cit., p. 10). 


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poiché sono funzioni della famiglia che ha, proprio come la produzione di merci, la sua propria divisione del lavoro, naturale ed originaria. Le differenze di sesso e di età, e le condizioni naturali di lavoro varianti col variare della stagione, regolano la distribuzione di quelle funzioni entro la famiglia e il tempo di lavoro dei singoli membri. Però qui il dispendio delle forze-lavoro individuali misurato con la durata temporale si presenta per la sua natura stessa come determinazione sociale dei lavori stessi, poiché le forze-lavoro individuali operano per la loro stessa natura soltanto come organi dalla forza-lavoro comune della famiglia.

Immaginiamoci in fine, per cambiare, un'associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e spendano coscientemente le loro molte forze-lavoro individuali come una sola forza-lavoro sociale. Qui si ripetono tutte le determinazioni del lavoro di Robinson, però socialmente invece che individualmente. Tutti i prodotti di Robinson erano sua produzione esclusivamente personale, e quindi oggetti d'uso, immediatamente per lui. La produzione complessiva dell'associazione è una produzione sociale. Una parte, serve a sua volta da mezzo di produzione, Rimane sociale. Ma un'altra parte viene consumata come mezzo di sussistenza dai membri dell'associazione. Quindi deve essere distribuita fra di essi. Il genere di tale distribuzione varierà col variare del genere particolare dello stesso organismo sociale di produzione e del corrispondente livello storico di sviluppo dei produttori. Solo per mantenere il parallelo con la produzione delle merci presupponiamo che la partecipazione di ogni produttore ai mezzi di sussistenza sia determinata dal suo tempo di lavoro. Quindi il tempo di lavoro rappresenterebbe una doppia parte. La sua distribuzione. compiuta socialmente secondo un piano, regola l'esatta proporzione delle differenti funzioni lavorative con i differenti bisogni. D'altra parte, il tempo di lavoro serve allo stesso tempo come misura della partecipazione individuale del produttore al lavoro in comune, e quindi anche alla parte della produzione comune consumabile individualmente. Le relazioni sociali degli uomini coi loro lavori e con i prodotti del loro lavoro rimangono qui semplici e trasparenti tanto nella produzione quanto nella distribuzione.

Per una società di produttori di merci, il cui rapporto di produzione generalmente sociale consiste nell'essere in rapporto coi propri prodotti in quanto sono merci, e dunque valori, e nel rife-


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rire i propri lavori privati l'uno all'altro in questa forma oggettiva come eguale lavoro umano, il cristianesimo col suo culto dell'uomo astratto, e in ispecie nel suo svolgimento borgheQe, nel protestantesimo, deismo, ecc., è la forma di religione piu corrispondente. Nei modi di produzione della vecchia Asia e dell'antichità classica, ecc., la trasformazione del prodotto in merce, e quindi l'esistenza dell'uomo come produttore di merci, rappresenta una parte subordinata, che pure diventa tanto píú importante, quanto più le comunita s'addentrano nello stadio del loro tramonto. Popolí commerciali veri e propri esistono., solo negli intermondi del mondo antico, come gli dèi di Epicuro, o come gli ebrei nei pori della società polacca. Quegli antichi organismi sociali di produzione sono straordinariamente più semplici e più trasparenti dell'organismo borghese, ma poggiano o sulla immaturità dell'uomo individuale, che ancora non s'è distaccato dal cordone ombelicale del legame naturale di specie con altri uomini, oppure su rapporti immediati di padronanza e di servitù. Sono il portato di un basso grado di svolgimento delle forze produttive del lavoro, e di rapporti fra gli uomini chiusi entro il processo materiale di generazione della vita, e quindi fra loro stessi, e fra loro e la natura: rapporti che sono ancora impacciati, in corrispondenza a quel basso grado di svolgimento. Tale impaccio reale si rispecchia idealmente nelle antiche religioni naturali ed etniche. Il riflesso religioso del mondo reale può scomparire, in genere, soltanto quando i rapporti della vita pratica quotidiana presentano agli uomini giorno per giorno relazioni chiaramente razionali fra di loro e fra loro e la natura. La figura del processo vitale sociale, cioè del processo materiale di produzione, si toglie il suo mistico velo di nebbie soltanto quando sta, come prodotto di uomini liberamente uniti in società, sotto il loro controllo cosciente e condotto secondo un piano. Tuttavia, affinché ciò avvenga si richiede un fondamento materiale della società, ossia una serie di condizioni materiali di esistenza che a lor volta sono il prodotto naturale originario della storia di uno svolgimento lungo e tormentoso.

Ora, l'economia politica ha certo analizzato, sia pure incompletamente(31) il valore e la grandezza di valore, ed ha scoperto

[31]. L'insufficienza dell'analisi ricardiana della grandezza di valore - ed è la migliore analisi che abbiamo - si vedrà dal 3. e dal 4. libro iel presente scritto. Ma per quanto riguarda il valore in genere, l'economia politica classica non distingue mai espressamente e con chiara coscienza il lavoro come si presenta nel valore, dallo stesso lavoro, in quanto si presenta nel valore d'uso del proprio prodotto. Naturalmente, l'economia classica fa di fatto questa distinzione, poiché la prima volta considera il lavoro quantitativamente, la seconda qualitativamente. Ma non le viene in mente che la distinzione puramente quantitativa dei lavori presuppone la loro unità qualitativa, ossia eguaglianza, e quindi la loro riduzione a lavoro astrattamente umano. Per esempio, il Ricardo si dichiara d'accordo col Destutt de Tracy che dice: « Poiché è certo che le nostre facoltà fisiche e morali soltanto sono la nostra ricchezza originaria, che l'uso di queste facoltà, un lavoro qualunque è il nostro solo tesoro originario, ed è sempre questo uso che crea tutte quelle cose che noi chiamiamo beni... è certo che tutti quei beni rappresentano solo il lavoro che li ha creati, e se essi hanno un valore, o addirittura- due valori distinti, essi possono averli soltanto da quello del lavoro dal quale emanano » ([DESTUTT DE TRACY, Eléments d'idéologie, IV e V parties, Parigi, 1826, pp. 35, 36] RICARDO, The principles of political economy, 3. edizione, Londra, 1821, p. 334). Accenneremo soltanto che il Ricardo attribuisce al Destutt la propria interpretazione più profonda. Certo, il Destutt dice di fatto, da una parte che tutte le cose che formano la ricchezza « rappresentano il lavoro che le ha create », ma dice anche, d'altra parte, che esse ricevono i loro « due diversi valori » (valore d'uso e valore di scambio) dal « valore del lavoro »: e così ricade nella superficialità dell'economia volgare, che presuppone il valore di una merce (qui il lavoro) per poi determinare mediante esso il valore delle altre merci. Il Ricardo lo legge in modo da far rappresentare lavoro (non valore del lavoro) tanto nel valore d'uso quanto nel valore di scambio. Ma anche il Ricardo distingue tanto poco il carattere duplice del lavoro che ha duplice rappresentazione, da doversi dar da fare laboriosamente con le banalità di un J. B. Say per tutto il capitolo Ricchezza e valore, loro qualità distintive. Per questa ragione alla fine si stupisce ancora che il Destutt vada d'accordo con lui sul lavoro come fonte di valore, e tuttavia, d'altra parte, col Say, sul concetto di valore.


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il contenuto nascosto in queste forme. Ma non ha mai posto neppure il problema del perché quel contenuto assuma quella forma, e dunque del perché il lavoro rappresenti se stesso nel valore, e la misura del lavoro mediante la sua durata temporale rappresenti se stessa nella grandezza di valore del prodotto del lavoro(32). Queste formule portan segnata in fronte la loro appar-

[32]. Uno dei difetti principali dell'economia politica classica è che non le è mai riuscito di scoprire, partendo dall'analisi della merce e piú specificamente del valore della merce, quella forma del valore che ne fa, appunto, un valore di scambio. Proprio nei suoi migliori rappresentanti, quali A. Smith e il Ricardo, essa tratta la forma di valore come qualcosa di assolutamente indifferente, o d'esterno alla natura della merce stessa. La ragione non sta soltanto nel fatto che l'analisi della grandezza di valore assorbe completamente la loro attenzione; è più profonda. La forma di valore del prodotto del lavoro è la forma più astratta, ma anche più generale del modo borghese di produzione, la quale per ciò viene caratterizzata come forma particolare di produzione sociale, e così viene insieme caratterizzata storicamente. Quindi ritenendola erroneamente la eterna forma naturale della produzione sociale, si trascura necessariamente anche ciò che è l'elemento specifico della forma di valore e quindi della forma di merce e, negli ulteriori sviluppi, della forma di denaro, della forma di capitale, ecc. Quindi, in economisti che sono pienamente d'accordo sulla misura della grandezza di valore in base al tempo di lavoro, troviamo le più variopinte e contraddittorie idee del denaro, cioè della forma perfetta dell'equivalente generale. Questo spicca in maniera evidentissima p. es. nella trattazione sulle banche, dove non bastano più i luoghi comuni delle definizioni del denaro. Quindi, in opposizione a questo fatto, è sorto un sistema mercantilistico restaurato (Ganilh, ecc.), il quale vede nel valore soltanto la forma sociale, o piuttosto soltanto la parvenza di tale forma, priva di sostanza. Osservo una volta per tutte che per economia politica classica io intendo tutti gli studi economici, da W. Petty in poi, i quali hanno indagato il nesso interno dei rapporti borghesi di produzione, in contrasto con l'economia volgare; quest'ultima si aggira soltanto entro il nesso apparente, e torna sempre a rimuginare di nuovo, allo scopo di render comprensibili in maniera plausibile i cosiddetti fenomeni più grossi e di sopperire ai bisogni quotidiani borghesi, il materiale già da tempo fornito dall'economia scientifica: ma per il resto si limita a sistemare, render pedanti e proclamare come verità eterne le banali e compiaciute idee degli agenti di produzione borghesi sul loro proprio mondo, come il migliore dei mondi possibili.


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tenenza a una formazione sociale nella quale il processo di produzione padroneggia gli uomini, e l'uomo non padroneggia ancora il processo produttivo: ed esse valgono per la sua coscienza borghese come necessità naturale, ovvia quanto il lavoro produttivo stesso. Le forme preborghesi dell'organismo sociale di produzione vengono quindi trattate dall'economia politica press'a poco come le religioni precristiane sono trattate dai padri della Chiesa(33).

[33].« Gli economisti hanno uno strano modo di procedere. Per essi ci sono soltanto due specie di istituzioni, quelle artificiali e quelle naturali. Le istituzioni feudali sono artificiali, quelle borghesi sono naturali. In questo assomigliano ai teologi, che anch'essi pongono due specie di religione. Tutte le religioni che non sono la loro, sono invenzioni degli uomini, mentre la propria religione emana da Dio. Così di storia ce n'è stata, ma non ce n'è più » (KARL MARX, Misère de la Philosophie, Réponse à la Philosophie de la Misère par M. Proudhon, 1847, p. 113). Comicissimo è il signor Bastiat, il quale s'immagina che gli antichi greci e romani vivessero soltanto di rapina. Ma se si vive di rapina per molti secoli, ci dovrà pur essere continuamente qualcosa da rapinare, ossia l'oggetto della rapina dovrà continuamente riprodursi. Sembra dunque che anche greci e romani avessero un processo di produzione, quindi un'economia, la quale costituiva il fondamento materiale del loro mondo esattamente come l'economia borghese costituisce il fondamento materiale del mondo contemporaneo. O forse il Bastiat ritiene che un modo di produzione poggiante sul lavoro degli schiavi poggi su un sistema di rapina? Allora si mette su un terreno pericoloso. Se un gigante del pensiero come Aristotele ha errato nella sua valutazione del lavoro degli schiavi, perché un economista nano come il Bastiat dovrebbe aver ragione nella sua valutazione del lavoro salariato? Colgo l'occasione per confutare brevemente l'obiezione che mi è stata fatta, alla pubblicazione del mio scritto Zur Kritik der politischen Oekonomie, 1859, da un foglio tedesco-americano. Diceva che la mia concezione che il modo di produzione determinato e i rapporti di produzione che volta per volta gli corrispondono. in breve, « la struttura economica della società, sia la base sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica, e alla quale corrispondono determinate forme sociali di coscienza », che « il modo di produzione della vita materiale, costituisce in generale la condizione del processo vitale sociale, politico, intellettuale » - diceva che tutto ciò certo è giusto per il mondo presente, nel quale dominano gli interessi materiali, ma non per il Medioevo, nel quale dominava il cattolicesimo, né per Atene e Roma, in cui dominava la politica. In primo luogo, è sorprendente che qualcuno si prenda l'arbitrio di presupporre che a chiunque altro siano rimasti ignoti questi notissimi luoghi comuni sul Medioevo e sul mondo antico. Ma questo è chiaro: che il Medioevo non poteva vivere del cattolicesimo, e il mondo antico non poteva vivere della politica. Viceversa: il modo e la maniera di guadagnarsi la vita, spiega perché la parte principale era rappresentata là dalla politica, qua dal cattolicesimo. Del resto basta conoscere un po', p. es.. la storia della Roma repubblicana, per sapere che la storia della proprietà fondiaria ne costituisce la storia arcana. D'altra parte, già Don Chisciotte ha ben scontato l'errore di essersi illuso che la cavalleria errante fosse egualmente compatibile con tutte le forme economiche della società.


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La noiosa e insipida contesa sulla funzione della natura nella formazione del valore di scambio dimostra, fra le altre cose, fino a che punto una parte degli economisti sia ingannata dal feticismo inerente al mondo delle merci ossia dalla parvenza oggettiva delle determinazioni sociali del lavoro. Poiché il valore di scambio è una determinata maniera sociale di esprimere il lavoro applicato alle cose, non può contenere più elementi naturali di quanti ne contenga per esempio il corso dei cambi.

Poiché la forma di merce è la forma più generale e meno sviluppata della produzione borghese - ragion per la quale essa si presenta così presto, benché non ancora nel medesimo modo dominante, quindi caratteristico, di oggi - il suo carattere di feticcio sembra ancor relativamente facile da penetrare. Ma in forme più concrete scompare perfino questa parvenza di semplicità. Di dove vengono le illusioni del sistema monetario? Questo sistema non ha visto nell'oro e nell'argento che, come denaro, essi rappresentano un rapporto sociale di produzione, ma li ha considerati nella forma di cose naturali con strane qualità sociali. E l'economia moderna, che sorride con molta distinzione guardando dall'alto in basso il sistema monetario - non diventa tangibile il suo feticismo, appena tratta del capitale?

Da quanto tempo è scomparsa l'illusione fisiocratica che la rendita fondiaria cresca dalla terra e non dalla società?

Ma, per non fare anticipazioni, basti qui ancora un esempio


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riferentesi alla stessa forma di valore. Se le merci potessero parlare, direbbero: il nostro valore d'uso può interessare gli uomini, A noi, come cose, non compete. Ma quello che, come cose, ci compete, è il nostro valore. Questo lo dimostrano le nostre proprie relazioni come cose-merci. Noi ci riferiamo reciprocamente l'una all'altra soltanto come valori di scambio. Si ascolti ora come l'economista parla con l'anima stessa della merce: « Valore (valore di scambio) è qualità delle cose, ricchezza (valore d'uso) dell'uomo. Valore in questo senso implica necessariamente scambio; ricchezza, no »(34). « La ricchezza (valore d'uso) è un attributo dell'uomo, il valore è un attributo delle cose. Un uomo o una comunità è ricca; una perla o un diamante è di valore... Una perla o un diamante ha valore come perla o diamante»(35). Finora nessun chimico ha ancora scoperto valore di scambio in perle o diamanti. Gli scopritori economici di questa sostanza chimica, i quali hanno pretese speciali di profondità critica, trovano però che il valore d'uso delle cose è indipendente dalle loro qualità di cose, mentre il loro valore compete ad esse come cose. Quel che li conferma in ciò, è la strana circostanza che il valore d'uso delle cose si realizza per l'uomo senza scambio, cioè nel rapporto immediato fra cosa e uomo; mentre il loro valore si realizza inversamente soltanto nello scambio, cioè in un processo sociale. Chi non ricorderà qui il buon Dogberry, che ammaestra il guardiano notturno Seacoal: « Essere un uomo di bell'aspetto è un dono delle circostanze, ma saper leggere e scrivere viene per natura »(36).

[34]. « V a 1 u e i s p r o p e r t y o f t h i n g s, riches of men. Value in this sense, necessarily implies exchange, riches do not ». (Observations on certain verbal disputes in political economy, particularly relating to value and to demand and supply, Londra, 1821, p. 16).
[35]. « Riches are the attribute of man, value is the attribute of commodities. A man or a community is rich, a pearl or a diamond is valuable... A pearl or a diamond i s v a l u a b l e as a p e a r l o r a d i a m o n d». (S. BAILEY, A critical dissertation cit., p. 125).
[36]. L'autore delle, Observations e S. Bailey fanno colpa al Ricardo di avere trasformato il valore di scambio da semplicemente relativo in qualcosa di assoluto. Le cose stanno proprio a rovescio. Il Ricardo ha ridotto la relatività apparente posseduta dalle tali e tal'altre cose. p. es., diamante e perle, come valori di scambio, al vero rapporto nascosto dietro la parvenza, l'ha ridotta alla loro relatività come semplici espressioni di lavoro umano. I ricardiani rispondono brutalmente ma non definitivamente al Bailey. soltanto perché non han trovato nel Ricardo stesso nessun punto che schiudesse loro il nesso interno fra valore e forma di valore ossia valore di scambio.

 

 

 

 

CAPITOLO SECONDO

 

IL PROCESSO DI SCAMBIO

 

Le merci non possono andarsene da sole al mercato e non possono scambiarsi da sole. Dobbiamo dunque cercare i loro tutori, i possessori di merci. Le merci sono cose, quindi non possono resistere all'uomo. Se esse non sono ben disposte egli può usar la forza; in altre parole, può prenderle (37). Per riferire l'una all'altra queste cose come merci, i tutori delle merci debbono comportarsi l'uno di fronte all'altro come persone, la cui volontà risieda in quelle cose, cosicché l'uno si appropria la merce altrui, alienando la propria, soltanto con la volontà dell'altro; quindi, ognuno dei due compie quell'atto soltanto mediante un atto di volontà comune a entrambi. Quindi i possessori di merci debbono riconoscersi, reciprocamente, quali proprietari privati. Questo rapporto giuridico, la cui forma è il contratto, sia o no svolto in forme legali, è un rapporto di volontà nel quale si rispecchia il rapporto economico. Il contenuto di tale rapporto giuridico ossia di volontà è dato mediante il rapporto economico stesso(38). Le persone esistono qui l'una per l'altra soltanto come

37. Nel XII secolo, tanto acclamato per la sua devozione, fra queste merci si trovano spesso cose delicatissime. Così un poeta francese di quel tempo enumera fra le merci che si ritrovavano al mercato di Landit, fra drappi per vestiti, scarpe, cuoio, attrezzi agricoli, pelli ecc., anche «femmes folles de leur corps ».
38. Il Proudhon comincia con l'attingere il suo ideale della giustizia, la iustice éternelle, dai rapporti giuridici corrispondenti alla produzione delle merci, con il che, sia detto di passata, vien fornita anche la dimostrazione, così consolante per tutti i borghesucci, che la forma della produzione delle merci è eterna come la giustizia. Poi, viceversa, vuole rimodelIare la produzione reale delle merci e il diritto reale ad essa corrispondente in conformità di quell'ideale. Che cosa si penserebbe d'un chimico che invece di studiare le leggi reali del ricambio organico, e di risolvere determinati problerni sulla base di esse, volesse rimodellare il ricambio organico per mezzo delle « idee eterne » della naturalité e della affinité? Quando si dice che [[ l'usura contraddice alla iustice éternelle ed ad altre vérités éternelles, si sa forse su di essa qualcosa di più di quel che ne sapessero i Padri della Chiesa, quando dicevano che essa contraddiceva alla gráce éternelle, alla foi éternelle, alla volonté éternelle de Dieu? ]]


2. IL PROCESSO DI SCAMBIO        99

rappresentanti di merce, quindi come possessori di merci. Troveremo in generale, man mano che la nostra esposizione procederà, che le maschere caratteristiche economiche delle persone sono soltanto le personificazioni di quei rapporti economici, come depositari dei quali esse si trovano l'una di fronte all'altra.

Ciò che distingue in particolare il possessore di merci dalla merce, è la circostanza che ogni altro corpo di merce appare alla merce stessa soltanto come forma fenomenica del suo proprio valore. Cinica e livellatrice dalla nascita, la merce è quindi sempre pronta a fare scambio non solo dell'anima ma anche del corpo con qualunque altra merce, sia pur questa fornita di sgradevolezze ancor più di Maritorne. Il possessore di merci integra coi suoi cinque e più sensi questa insensibilità della merce per la concretezza del corpo delle merci. La sua merce non ha per lui nessun valore d'uso immediato. Altrimenti non la porterebbe al mercato. Essa ha valore d'uso per altri. Per lui, immediatamente, essa ha soltanto il valore d'uso d'essere depositaria di valore di scambio, e così d'essere mezzo di scambio (39). Perciò egli la vuole alienare per merci il cui valore d'uso gli procuri soddisfazione. Tutte le merci sono pei loro possessori valori non d'uso, e pei loro non-possessori valori d'uso. Quindi debbono cambiar di mano da ogni parte. Ma questo cambiamento di mano costituisce il loro scambio, e il loro scambio le riferisce l'una all'altra come valori, e le realizza come valori. Dunque, le merci debbono realizzarsi come valori, prima di potersi realizzare come valori d'uso.

D'altra parte, le merci debbono dar prova di sé come valori d’uso, prima di potersi realizzare come valori. Poiché il lavoro umano speso in esse conta soltanto in quanto è speso in forma utile per altri. Ma solo il suo scambio può dimostrare se esso è utile ad altri e quindi se il suo prodotto soddisfa bisogni di altre persone.

39.  « Ogni bene ha infatti due usi... l'uno proprio alla cosa, l'altro no; per esempio, una calzatura serve a calzarsi, ma anche a fare uno scambio. E ambedue infatti sono usi della calzatura. Poiché chi scambia per denaro o per alimenti una calzatura, si vale della calzatura in quanto calzatura. ma non per il suo uso specifico; poiché la calzatura non è fatta per le scambio » (ARISTOTELE, De Republica, libro 1, cap. 9, [traduz. V. Costanzi]).


100 .I. MERCE E DENARO

Ogni possessore di merci vuole alienare la sua merce soltanto contro altra merce, il cui valore d'uso soddisfi il suo bisogno. Fin qui lo scambio è per lui soltanto processo individuale. D'altra parte, egli vuole realizzare la sua merce come valore, cioè la vuol realizzare in ogni altra merce dello stesso valore, a scelta, sia che la sua propria merce abbia o non abbia valore d'uso per il possessore dell'altra merce. Fin qui lo scambio è per lui processo generalmente sociale. Ma lo stesso processo non può essere contemporaneamente e per tutti i possessori di merci solo individuale e insieme solo generalmente sociale.

Se guardiamo più da vicino, per ogni possessore di merci la merce altrui conta come equivalente particolare della propria merce, e quindi la sua merce conta per lui come equivalente generale di tutte le altre merci. Ma poiché tutti i possessori di merci fanno la stessa cosa, nessuna merce è equivalente generale, e quindi le merci non posseggono neanche una forma relativa generale di valore, nella quale si equiparino come valori e si mettano a paragone come grandezze di valore. Quindi esse non si trovano l'una di fronte all'altra come merci, ma soltanto come prodotti ossia valori d'uso.

Nel loro imbarazzo, i nostri possessori di merci pensano come Faust. All'inizio era l'azione. Ecco che hanno agito ancor prima di aver pensato. Le leggi della natura delle merci hanno già agito nell'istinto naturale dei possessori di merci. Costoro possono riferire le loro merci l'una all'altra come valori, e quindi come merci, soltanto riferendole per opposizione, oggettivamente, a qualsiasi altra merce quale equivalente generale. Questo è. il risultato dell'analisi della merce. Ma soltanto l'azione sociale può fare d'una merce determinata l'equivalente generale. Quindi l'azione sociale di tutte le merci esclude una merce determinata, nella quale le altre rappresentino universalmente i loro valori. Così la forma naturale di questa merce diventa forma di equivalente socialmente valida. Mediante il processo sociale, l'esser equivalente generale diventa funzione sociale specifica della merce esclusa. Così essa diventa - denaro. « Costoro hanno un medesimo consiglio; e daranno la lor potenza e podestà alla bestia. E che niuno potesse comperare o vendere, se non chi avesse il carattere o il nome della bestia, o il numero del suo nome ». (Apocalisse).

La cristallizzazione « denaro » è un prodotto necessario del processo di scambio, nel quale prodotti di lavoro di tipo differente vengono di fatto equiparati e quindi trasformati di fatto in merci


2. IL PROCESSO DI SCAMBIO - 101

L’estensione e l'approfondimento storico dello scambio dispiega l'opposizione latente fra valore d'uso e valore dormiente nella natura della merce. Il bisogno di dare, per gli scopi del commercio. una presentazione esterna di tale opposizione, spinge verso una forma indipendente del valore delle merci; e non s'acquieta e non posa fino a che tale forma non è definitivamente raggiunta mediante lo sdoppiamento della merce in merce e denaro. Quindi, la trasformazione della merce in denaro si compie nella stessa misura della trasformazione dei prodotti del lavoro in merci (40).

Lo scambio immediato dei prodotti per una parte ha la forma dell'espressione semplice di valore, per l'altra parte non l'ha ancora. Quella forma era: x merce A = y merce B. La forma dello scambio immediato dei prodotti è: x oggetto d'uso A = y oggetto d'uso B (41). Le cose A e B qui non sono merci prima dello scambio, ma diventano tali soltanto attraverso di esso. Per un oggetto d'uso la prima maniera d'essere, virtualmente, valore di scambio, è, la sua esistenza come non-valore d'uso, come quantità di valore d'uso eccedente i bisogni immediati del suo possessore. Le cose, prese in sé e per sé, sono estranee all'uomo, e quindi alienabili. Affinché tale alienazione sia reciproca, gli uomini hanno bisogno solo di comportarsi tacitamente come proprietari privati di quelle cose alienabili, e proprio perciò affrontarsi come persone indipendenti l’una dall'altra. Tuttavia tale rapporto di reciproca estraneità non esiste per i membri di una comunità naturale originaria, abbia essa forma di famiglia patriarcale, di comunità paleoindiana, di Stato degli Incas, ecc. Lo scambio di merci comincia dove finiscono le comunità, ai loro punti di contatto con comunità estranee, o con membri di comunità estranee. Ma, una volta le cose divenute merci nella vita esterna della comunità, esse diventano tali per reazione anche nella vita interna di essa. In un primo momento il loro rapporto quantitativo di scambio è completamente casuale. Sono scambiabili per l'atto

   40. Da questo si giudichi la finezza del socialismo piccolo-borghese, il quale vuole eternare la produzione delle merci e insieme vuole abolire o «l'antagonismo fra la merce e il denaro », cioè il denaro stesso, poiché il denaro esiste solo in questo antagonismo. Sarebbe come abolire il papa e lasciar sussistere il cattolicesimo. 1 particolari si vedano nel mio scritto Zur Kritik cit., p. 61 sgg.
   41. Anche lo scambio immediato dei prodotti sta soltanto nel proprio vestibolo, finché non vengono ancora scambiati due differenti oggetti d'uso, ma si offre una massa caotica di cose come equivalente per una terza cosa, come spesso si verifica presso i selvaggi.


102     I. MERCE E DENARO

di volontà dei loro possessori, di alienarsele reciprocamente. Intanto, il bisogno di oggetti d'uso altrui si consolida a poco a poco. La continua ripetizione dello scambio fa di quest'ultimo un processo sociale regolare. Quindi nel corso del tempo per lo meno una parte dei prodotti del lavoro dev'essere prodotta con l'intenzione di farne scambio. Da questo momento in poi si consolida, da una parte, la separazione fra l'utilità delle cose per il bisogno immediato e la loro utilità per lo scambio. Il loro valore d'uso si separa dal loro valore di scambio. Dall'altra parte il rapporto quantitativo secondo il quale esse vengono scambiate diventa dipendente dalla loro produzione. L'abitudine le fissa come grandezze di valore.

Nello scambio immediato dei prodotti ogni merce è mezzo di scambio, immediatamente, per il suo possessore, ed equivalente per chi non la possiede, tuttavia solo in quanto è valore d'uso per quest'ultimo. L'articolo di scambio non riceve dunque ancora una forma di valore indipendente dal suo proprio valore di uso o dal bisogno individuale di coloro che compiono lo scambio. La necessità di questa forma si sviluppa col crescere del numero e della varietà delle merci che entrano nel processo di scambio. Il problema sorge contemporaneamente ai mezzi per risolverlo. Un commercio nel quale possessori di merci si scambino e confrontino i propri articoli con differenti altri articoli, non ha mai luogo senza che merci differenti siano scambiate e confrontate come valori da differenti possessori di merci, nell'ambito del loro commercio, con uno stesso e medesimo terzo genere di merci. Tale terza merce, diventando equivalente di varie altre merci, riceve immediatamente, seppure entro stretti limiti, la forma generale o sociale di equivalente. Questa forma generale di equivalente nasce e finisce col contatto sociale momentaneo che l'ha chiamata in vita, e tocca fuggevolmente e alternativamente a questa o a quella merce. Ma con lo svilupparsi dello scambio delle merci, essa aderisce saldamente ed esclusivamente a particolari generi di merce, ossia si cristallizza in forma di denaro. Da principio, è casuale che essa aderisca a questo o a quel genere di merci. Ma, nell'insieme, due circostanze sono quelle decisive. La forma di denaro aderisce o ai più importanti articoli di baratto dall'estero, che di fatto sono forme fenomeniche naturali e originarie del valore di scambio dei prodotti indigeni; oppure all'oggetto d'uso che costituisce l'elemento principale del possesso alienabile indigeno, come p. es., il be-


2. IL PROCESSO DI SCAMBIO                             103

stiame. I popoli nomadi sviluppano per primi la forma di denaro, poiché tutti i loro beni si trovano in forma mobile, quindi immediatamente scambiabile, e perché il loro genere di vita li porta continuamente a contatto con comunità straniere, e quindi li sollecita allo scambio dei prodotti. Gli uomini hanno spesso fatto dell'uomo stesso, nella figura dello schiavo, il materiale originario del denaro, ma non lo hanno fatto mai della terra. Questa idea poteva affiorare soltanto in una società borghese già perfezionata: essa data dall'ultimo trentennio del XVII secolo e la sua attuazione su scala nazionale venne tentata soltanto un secolo più tardi nella rivoluzione borghese dei francesi.

La forma di denaro passa a merci che per natura sono adatte alla funzione sociale di equivalente generale, ai metalli nobili, nella stessa misura che lo scambio di merci fa saltare i suoi vincoli meramente locali, e quindi che il valore delle merci si amplia a materializzazione del lavoro umano in genere.

Ora, la congruenza delle loro qualità naturali con la funzione del denaro (42) mostra che « benché oro e argento non siano naturalmente denaro, il denaro è naturalmente oro e argento » (43). Ma finora noi conosciamo soltanto quest'una funzione del denaro, di servire come forma fenomenica del valore delle merci, ossia come il materiale nel quale si esprimono socialmente le grandezze di valore delle merci. Forma fenomenica adeguata di valore, o materializzazione di lavoro umano astratto e quindi eguale, può essere soltanto una materia, tutti gli esemplari della quale posseggano la stessa uniforme qualità. D'altra parte, poiché la differenza della grandezza di valore è puramente quantitativa, la merce-denaro dev'essere suscettibile di differenze meramente quantitative, cioè dev'essere divisibile ad arbitrio, e dev'essere ricomponibile, riunendone le parti. E l'oro e l'argento posseggono per natura queste proprietà.

Il valore d'uso della merce-denaro si raddoppia. Accanto al suo valore d'uso particolare come merce - come p. es. l'oro serve per otturare denti cariati, e quale materia prima per articoli di lusso, ecc. - essa riceve un valore d'uso formale, che sorge dalle sue funzioni sociali specifiche. Poiché tutte le altre merci sono soltanto equivalenti parti-

   42. K. MARX, Zur Kritik cit., p. 135. « 1 metalli preziosi sono naturalmente moneta » (GALIANI, Della Moneta, nella raccolta Custodi, parte moderna, vol. III, p. 72).
   43. Altri particolari nel mio scritto or ora citato, sez. I metalli preziosi.


104             1. MERCE E DENARO

colari del denaro e il denaro è il loro equivalente generale, esse si comportano come merci particolari nei confronti del denaro come merce universale (44).

S'è visto che la forma di denaro è soltanto il riflesso delle relazioni di tutte le altre merci che aderisce saldamente ad una merce. Che l'oro sia merce (45) costituisce dunque una scoperta soltanto per colui che parte dalla sua figura compiuta per analizzarla a posteriori. Il processo di scambio non dà alla merce che esso trasforma in denaro, il suo valore, ma la sua forma specifica di valore. La confusione fra le due determinazioni ha indotto a ritenere immaginario il valore dell'oro e dell'argento (46). E poiché la moneta in certe sue determinate funzioni può essere sostituita con semplici segni di se stessa, è sorto l'altro errore ch'essa sia un semplice segno. D'altra parte, in tutto ciò c'era l'intuizione che la forma di denaro della cosa le sia esterna, e sia pura forma fenomenica di rapporti umani nascosti dietro di essa. In questo senso, ogni merce sarebbe un segno, poiché, come valore, sarebbe soltanto l'involucro materiale del lavoro umano speso per

   44. « Il danaro è la merce universale » (VERRI, Meditazioni sulla economia politica, p. 16).
   45. L'oro e l'argento stessi che noi possiamo designare col nome generale di metallo nobile, sono... merci... che... crescono e calano... di valore. Allora si può calcolare che il metallo prezioso è di un valore superiore quando per un minor peso di esso si può ottenere una maggior quantità del prodotto o dei manufatti del paese, ecc. (A discourse on the general notions of money, trade and exchange as they stand in relations to each other. By a merchant. Londra, 1695, p. 7). « Oro e argento, monetati o non monetati, vengono sì usati come misura di tutte le altre cose, ma non di meno sono una merce, come vino, olio. tabacco, panno o stoffe » (A discourse concerning trade. and that in particular o/ the East Indies ecc., Londra, 1869, p. 2 ' i. « Il patrimonio e le ricchezze del reame non possono essere limitati al denaro, né oro e argento dovrebbero essere esclusi dall'esser merci. (The East India trade a most profitable trade. Londra, 1677, p. 4).
   46. « L'oro e l'argento hanno valore come metalli anteriore all'esser moneta » (GALIANI, Della Moneta, p. 72). Il Locke dice: « Il consenso universale dell'umanità ha dato all'argento, per causa delle sue qualità che lo rendono adatto a essere denaro, un valore immaginario ». Invece il Law: « Non saprei concepire come differenti nazioni potrebbero dare a una qualsiasi cosa un valore immaginario... o come si sarebbe potuto mantenere questo valore immaginario? ». Ma quanto poco ne capiva, proprio lui! « L'argento si scambiava sulla base di quanto veniva valutato per gli usi » cioè secondo il suo valore reale; «dal suo uso come denaro... ricevette un valore addizionale » (JEAN LAW, Considérations sur le numéraire et le commerce, nella edizione di E. Daire degli Economistes financiers du XVIII siècle, p. [469] 470).


2. IL PROCESSO DI SCAMBIO                       105

essa (47). Ma dichiarando puri segni i caratteri sociali che ricevono gli oggetti, ossia i caratteri oggettivi, che ricevono le determinazioni sociali del lavoro sulla base d'un determinato modo di produzione, si dichiara contemporaneamente che essi sono il prodotto arbitrario della riflessione dell'uomo. Questa era una maniera prediletta dell'illuminismo del XVIII secolo per togliere, per lo meno provvisoriamente, la parvenza della stranezza a quelle enigmatiche forme di rapporti umani, il processo genetico delle quali non s’era ancora in grado di decifrare.

È stato osservato più sopra che la forma di equivalente d'una merce non implica la determinazione quantitativa della sua grandezza di valore. Se si sa che I'oro è denaro, e quindi è immediatamente scambiabile con tutte le altre merci, non perciò si sa quanto valgono p. es. dieci libbre d’oro. Come ogni merce, il denaro può esprimere la propria grandezza di valore solo relativamente, in altre merci. II suo proprio valore è determinato dal tempo di lavoro richiesto per la sua produzione e si esprime nelle quantità di ogni altra merce nella quale si è coagulato al-

47. «L'argent en (des denrées) est le signe » (V. DE FORBONNAIS, E1éments du commerce, nuova edizione, Leida, 1766, vol. 11, p. 143). «Comme signe il est attiré par les denrées» (ivi, p. 155). « L’argent est un signe d'une chose et la represente » (MONTESQUIEU, Esprit des lois, Oeuvres, Londra, 1767, II, p. 2). «L'argent n'est pas simple signe, car il est lui-mime richesse; il ne represente pas les valeurs, il les équivaut » (LE TROSNE, De I'intérèt social, p. 910). «Se si considera il concetto di valore, la cosa stessa viene considerata soltanto come un segno, ed essa non conta per quel che essa è, ma per quel che vale » (HEGEL, Philosophie des Rechts, p. 100). Già molto tempo prima degli economisti, i giuristi avevano dato l’avvio alI'idea del denaro come puro segno e del valore semplicemente immaginario dei metalli preziosi; sono i loro bassi servizi al potere regio, il cui diritto di falsificar moneta costoro han fatto poggiare durante tutto il Medioevo sulle tradizioni dell'Impero romano e sui concetti monetari delle Pandette. Il loro docile scolaro Filippo di Valois in un decreto del 1346 dice: « Qu'aucun ne puisse ni doive faire doute, que à nous et à notre majesté royale n’appartiennent seulement... Le mestier, le fait, l’etat, la provision et toute 1'ordonnance des monnaies, de donner tel cours , et pour tel prix comme il nous plait et bon nous semble». Era dogma giuridico romano che l’imperatore decretava il valore del denaro. Era espressamente proibito trattare il denaro come merce: Pecunias vero nulli emere fas erit, nam, in usu publico constitutas oportet non esse mercem. Buone osservazioni su questo argomento in G. F. PAGNINI, Saggi sopra il giusto pregio delle cose, 1751, in Custodi, parte moderna, vol. II. Specialmente nella seconda parte del suo scritto il Pagnini polemizza contro i signori giuristi.


106 I. MERCE E DENARO

trettanto tempo di lavoro (48). Questa fissazione della sua grandezza relativa di valore ha luogo alla sua fonte di produzione nel traffico immediato di scambio. Appena entra in circolazione come denaro, il suo valore è già dato. Se già negli ultimi decenni del XVIII secolo il sapere che il denaro è merce costituiva un inizio di gran lunga sorpassato dell'analisi del denaro - si trattava però soltanto d'un inizio. La difficoltà non sta nel capire che il denaro merce, ma nel capire come, perché, per qual via una merce denaro (49).

Abbiamo visto come già nella più semplice espressione di valore, x merce A = y merce B, la cosa, nella quale viene rappresentata la grandezza di valore d'un'altra cosa, sembra possedere come qualità sociale di natura la propria forma di equivalente, indipendentemente da tale rapporto. Noi abbiamo seguito il consolidarsi di questa erronea parvenza. Questo consolidamento è completato, appena la forma generale di equivalente finisce con il connaturarsi alla forma naturale d'un particolare genere di merce, ossia è cristallizzata nella forma di denaro. Non sembra che una merce diventi denaro soltanto perché le altre merci rappresentano in essa, da tutti i lati, i loro valori, ma viceversa, sembra che le altre merci rappresentino ge-

   48. « Se un uomo può portare un'oncia di argento dal sottosuolo del Perù a Londra nello stesso tempo che adoprerebbe per la produzione di un bushel di grano, allora l’una è il prezzo naturale del secondo; se poi, a causa di miniere nuove o più facili da sfruttare, un uorno può ottenere due once di argento con la stessa facilità di prima per una, il grano sarà, a un prezzo di dieci scellini al bushel, allo stesso buon mercato di prima a cinque, caeteris paribus )» (WILLIAM P., A treatise of taxes and contributions, Londra, 1667, p. 31).
   49. 11 professor Roscher, dopo averci ammaestrato: «Le definizioni false del denaro si possono dividere in due gruppi principali: quelle che lo ritengono qualcosa di più, c quelle che lo ritengono qualcosa di meno di una merce », fa seguire un variopinto catalogo di scritti sulla natura del denaro dal quale non traspare neppure una remotissima cognizione delta reale storia della teoria, e infine la morale: « Del resto non si può negare che la maggior parte degli economisti moderni non han tenuto sufficiente conto delle peculiarità che distinguono il denaro da altre merci (dunque, insomma, più o meno che merce?)... Fino a questo punto, la reazione semimercantilistica del Ganilh... non è del tutto infondata » (WILHELM ROSCHER, Die Grundlagen der Nationaloekonomie, 3. ed., 1858, pp. 207-210). Più - meno - non abbastanza - fino a questo punto - non del tutto! Che determinazioni concettuali! E dire che il signor Roscher battezza modestamente con il none di « metodo anatomico-fisiologico » della economia politica queste eclettiche chiacchiere professorali! Tuttavia, una scoperta gli è dovuta: cioè che il denaro è «una merce piacevole ».


2. IL PROCESSO DI SCAMBIO

neralmente in quella i loro valori, perché essa è denaro. Il movimento mediatore scompare nel proprio risultato senza lasciar traccia. Le merci trovano la loro propria figura di valore davanti a sé belle pronta, senza che esse c'entrino, come un corpo di merce esistente fuori di esse e accanto a loro. Queste cose che sono l’oro e l’argento, come emergono dalle viscere della terra, sono subito l’incarnazione immediata di ogni lavoro umano. Di qui la magia del denaro. Il contegno degli uomini, puramente atomistico nel loro processo sociale di produzione, e quindi la figura materiale dei loro propri rapporti di produzione, indipendente dal loro controllo e dal loro consapevole agire individuale, si mostrano in primo luogo nel fatto che i prodotti del loro lavoro assumono generalmente la forma di merci. Quindi l’enigma del feticcio denaro è soltanto l’enigma del feticcio merce divenuto visibile e che abbaglia l'occhio.



 

 

 

 

 

 

CAPITOLO TERZO

 

IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI

 

 

 

              1. Misura dei valori

              2 Mezzo di circolazione
                                a) La metamorfosi della merce
                                b) Il corso del denaro
                                c) La moneta. Il segno del valore 

             3 Denaro
                                a) Tesaurizzazione
                                b) Mezzo di pagamento
                                c) Moneta mondiale

 

 

 

1. Misura dei valori.

 

 

 

In questo scritto presuppongo sempre, per semplicità, che l'oro sia la merce denaro.
La prima funzione dell'oro consiste nel fornire al mondo delle merci il materiale della sua espressione di valore ossia nel rappresentare i valori delle merci come grandezze omonime, qualitativamente identiche e quantitativamente comparabili. Così esso funziona come misura generale dei valori: e solo in virtù di questa funzione l'oro, che è la merce equivalente specifica, diventa, in primo luogo, denaro.
Le merci non diventano commensurabili per mezzo del denaro. Viceversa, poiché tutte le merci come valori sono lavoro umano oggettivato, quindi sono commensurabili in sé e per sé, possono misurare i loro valori in comune in una stessa merce speciale, ossia in denaro. Il denaro come misura di valore è la forma fenomenica necessaria della misura immanente di valore delle merci, del tempo di lavoro (50).

50 Il problema, perché il denaro non rappresenti immediatamente il tempo di lavoro stesso, cosicché p. es. un biglietto di carta rappresenti x ore di lavoro, si riduce semplicissimamente al problema, « perché sulla base della produzione di merci i prodotti di lavoro non possano rappresentarsi come merci, dal momento che la rappresentazione della merce implica il suo sdoppiamento in merce e merce-denaro ». Ossia « perché il lavoro privato non può esser trattato come lavoro immediatamente sociale, cioè, come il proprio contrario ». Ho esaminato estesamente altrove il superficiale utopismo di un « denaro-lavoro » sulla base della produzione di merci (K. MARX, Zur Kritik cit., p. 61 sgg.). Qui osserviamo ancora che il « denaro-lavoro », P. es. di Owen, è « denaro » tanto poco come è denaro p. es. uno scontrino per il teatro. L'Owen presuppone un lavoro immediatamente socializzato, cioè una forma di produzione diametralmente opposta alla produzione delle merci. Il certificato di lavoro constata soltanto la partecipazione individuale del produttore al lavoro comune e il suo diritto individuale alla parte del prodotto comune destinata al consumo. Ma a Owen non viene certo in mente di presupporre la produzione delle merci e purtuttavia di volere aggirare le condizioni necessarie di essa con acciarpature monetarie.


4. 3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 109

L'espressione di valore d'una merce in oro - x merce A = y merce denaro - è la sua forma di denaro, ossia il suo prezzo. Ora, un'equazione isolata come: una tonnellata di ferro = due once d'oro, è sufficiente per rappresentare il valore del ferro in maniera valida socialmente. Non c'è più bisogno ormai li far marciare questa equazione in fila con le equazioni di valore delle altre merci, perché la merce equivalente, l'oro, possiede già il carattere di denaro. La forma generale relativa delle merci torna quindi ad avere, ora, la figura della sua forma relativa di valore originaria, semplice o singola. D'altra parte, l'espressione relativa dispiegata di valore, ossia la serie infinita di espressioni relative di valore diventa forma specificamente relativa della merce denaro. Ma questa serie, ora, è già data, socialmente, nei prezzi delle merci. Si leggano a rovescio le quotazioni d'un listino dei prezzi correnti e si troverà la grandezza di valore del denaro, rappresentata in tutte le merci possibili. Invece il denaro non ha prezzo. Per partecipare a questa forma di valore unitaria delle altre merci, il denaro dovrebbe esser riferito a se stesso come proprio equivalente.
Il prezzo, ossia la forma di denaro delle merci è, come loro forma di valore in generale, una forma distinta dalla loro forma corporea tangibilmente reale, quindi è solo forma ideale ossia rappresentata. Il valore del ferro, della tela, del grano, ecc., esiste, sebbene invisibile, proprio in queste cose; viene rappresentato mediante la loro eguaglianza con l'oro: relazione con l'oro, che, per così dire, s'aggira fantasmagoricamente solo nelle teste delle merci. Quindi il tutore delle merci deve ficcar la propria lingua nella loro testa, ossia attaccar loro cartellini, per comunicare al mondo esterno i loro prezzi (51). Poiché l'espressione dei valori

  51 Il selvaggio o il semiselvaggio adopra la lingua in altra maniera. Il capitano Parry osserva p. es., a proposito degli abitanti della costa occidentale della baia di Baffin: « In questo caso [si riferisce al baratto] ... essi leccavano (ciò che veniva loro offerto) per due volte, con il che essi sembravano considerare l'affare soddisfacentemente concluso ». Così pure presso gli eschimesi orientali il permutante leccava l'articolo ogni volta, nell'atto di riceverlo. Se dunque la lingua conta nel Nord come organo di appropriazione, non c'è da meravigliarsi che nel Sud il ventre conti come organo della proprietà accumulata e che il cafro stimi la ricchezza d'un uomo dal grasso della pancia. 1 cafri sono gente assai giudiziosa; poiché, mentre il rapporto inglese ufficiale sull'igiene del 1864 lamenta che una gran parte della classe operaia manchi di sostanze adipogene, un certo dott. Harvey, che non è lo scopritore della circolazione del sangue, fece nello stesso anno la propria fortuna con ricette pubblicitarie che promettevano di liberare la borghesia e l'aristocrazia dal peso del grasso superfluo.


110 I. MERCE E DENARO

delle merci in oro è ideale, per questa operazione è usabile anche soltanto oro rappresentato ossia ideale. Ogni tutore di merci sa che ci manca ancor molto dall'avere fatte oro le sue merci quando dà al loro valore la forma di prezzo o la forma rappresentata dell'oro, e che non ha bisogno di nemmeno un'oncia d'oro reale, per valutare in oro milioni di valori di merci. Quindi nella sua funzione di misura del valore il denaro serve come denaro semplicemente rappresentato ossia ideale. Questa circostanza ha provocato le teorie più pazzesche (52). Benché solo il denaro ideale serva alla funzione di misura del valore, il prezzo dipende in tutto e per tutto dal materiale reale del denaro. Il valore, cioè la quantità di lavoro umano che p. es. è contenuta in una tonnellata di ferro, viene espresso in una quantità ideale della merce denaro, la quale contiene altrettanto lavoro. Dunque, il valore della tonnellata di ferro riceve differentissime espressioni di prezzo a seconda che come misura di valore servono l'oro, l'argento o il rame, ossia il valore viene rappresentato in differentissime quantità d'oro, d'argento o di rame.

Ma se due merci differenti, P. es., oro e argento, servono da misura di valore contemporaneamente, tutte le merci possiedono espressioni di prezzo differenti e di due tipi, prezzi in oro e prezzi in argento, che corrono tranquillamente l'uno accanto all'altro, finché il rapporto di valore dell'argento con l'oro rimane invariato, p. es., è = 1 : 15. Ma ogni mutamento di questo rapporto di valore turba il rapporto fra i prezzi in oro e i prezzi in argento delle merci, e dimostra così di fatto che lo sdoppiamento della misura di valore contraddice alla sua funzione (53).

   52. Vedi K. Marx, Zur Kritik cit.: Teorie dell'unità di misura del denaro, p. 53 sgg.
   53. Nota alla seconda edizione. « Dovunque l'oro e l'argento esistono legalmente l'uno accanto all'altro come denaro, cioè come misura di valore, è sempre stato fatto l'inutile tentativo di trattarli come una unica e medesima materia. Se supponiamo che lo stesso tempo di lavoro si debba oggettivare immutabilmente nella stessa proporzione di oro e di argento, di fatto supponiamo che oro e argento siano la stessa materia, e che una massa determinata del metallo meno prezioso, dell'argento, costituisca la frazione invariabile di una determinata massa d'oro. Dal governo di Edoardo III fino all'epoca di Giorgio Il la storia della moneta trascorre per una serie continua di perturbazioni provenienti dalla collisione fra la fissazione legale del rapporto di valore fra oro e argento e le loro reali oscillazioni di valore. Ora si stimava troppo alto l'oro, ora si stimava troppo alto l'argento. Il metallo stimato troppo basso veniva sottratto alla circolazione, rifuso. ed esportato. Allora il rapporto di valore dei due metalli tornava ad essere cambiato con una legge, ma il nuovo valore nominale veniva presto, a sua ( ##) volta, nello stesso conflitto che aveva avuto il precedente con il rapporto reale di valore. Nel nostro tempo, la caduta del valore dell'oro in confronto con quello dell'argento in seguito alla domanda indocinese d'argento, pur se leggerissima e transitoria, ha generato su grande scala, in Francia, lo stesso fenomeno: esportazione d'argento e sua cacciata dalla circolazione da parte dell'oro. Durante gli anni 1855, 1856, 1857 l'eccedenza dell'importazione sulla esportazione dell'oro, in Francia, ammontò a 41.580.000 lire sterline, mentre l'eccedenza dell'esportazione sull'importazione d'argento è ammontata a 14.704.000 lire sterline. Infatti, nei paesi dove entrambi i metalli sono misura legale di valore e quindi si è obbligati ad accettarli entrambi in pagamento, ma chiunque può pagare a sua discrezione in oro o in argento, il metallo che aumenta di valore porta un aggio, e, come ogni altra merce, misura il proprio prezzo nel metallo sopravvalutato, mentre soltanto quest'ultima serve come misura di valore. Tutta l'esperienza storica in questo campo si riduce semplicemente al fatto che, dove per legge due merci provvedono alla funzione di misura del valore, in realtà, sempre una sola delle due mantiene la posizione » (K. MARX, Zur Kritik cit., pp. 52, 53).


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI

Le merci definite nel prezzo si rappresentano tutte nella forma: a merce A = x oro; b merce B = z oro; e merce C = y oro, ecc., dove a, b, e, rappresentano masse determinate dei generi di merci A, B, C, e x, y, z determinate masse d'oro. Quindi i valori delle merci sono trasformabili in quantità rappresentate d'oro, di differente grandezza, e quindi, malgrado la variopinta confusione dei corpi delle merci, in grandezze omonime, in grandezze auree. Ed esse si confrontano e si misurano l'una con l'altra quali quantità d'oro differenti, e così si sviluppa tecnicamente la necessità di riferirle a una quantità d'oro fissata, come loro unità di misura. Tale unità di misura, a sua volta, viene ulteriormente sviluppata a scala, mediante la sua suddivisione in parti aliquote. Oro, argento, rame, posseggono tali scale già prima di divenir denaro, nei loro pesi di metallo, cosicché p. es. una libbra serve come unità di misura, e da una parte viene suddivisa in once, ecc., dall'altra viene sommata in quintali, ecc. (54). Quindi in ogni circolazione metallica i nomi preesistenti della scala dei pesi costituiscono anche i nomi originari della scala del denaro o della scala dei prezzi.

Come misura dei valori e come scala dei prezzi il denaro

    54. Nota alla seconda edizione. Il caso particolare dell'oncia d'oro inglese, che è l'unità di misura dell'oro ma non è suddivisa in parti aliquote, si spiega come segue: « La nostra monetazione originariamente era adattata soltanto all'impiego dell'argento, quindi un'oncia d'argento può esser sempre divisa in un certo numero corrispondente di spezzati; ma siccome l'oro venne introdotto solo più tardi, in una monetazione adattata solo all'argento, un'oncia d'oro non può esser coniata in un corrispondente numero di monete » (MACLAREIN, History of the currency, Londra, 1858, p. 16).


112 I.  MERCE E DENARO

adempie a due funzioni del tutto diverse. A misura dei valori, quale incarnazione sociale del lavoro umano; è scala dei prezzi quale peso stabilito di un metallo. Come misura di valore, serve a trasformare i valori delle merci varie e multicolori in prezzi, in quantità ideali di oro; come scala dei prezzi esso misura quelle quantità d'oro. Sulla misura dei valori si misurano le merci come valori, invece la scala dei prezzi misura quantità d'oro su una quantità d'oro, non il valore d'una quantità d'oro sul peso delle altre. Per la scala dei prezzi occorre fissare un determinato peso d'oro come unità di misura. Qui, come in tutte le altre determinazioni di misura di grandezze omonime, la stabilità dei rapporti di misura è decisiva. La scala dei prezzi adempie dunque la sua funzione tanto meglio quanto più invariabilmente una unica e medesima quantità di oro serve come unità di misura. L'oro può servire come misura dei valori soltanto perché anch'esso è prodotto di lavoro, quindi, virtualmente, un valore variabile (55).

E’, evidente anzitutto che una variazione di valore dell'oro non pregiudica in nessun modo la sua funzione di scala dei prezzi. In qualunque maniera cambi il valore dell'oro, differenti quantità d'oro rimangono sempre nell'identico rapporto fra di loro. Se il valore dell'oro cadesse del 1000 %, dodici once d'oro avrebbero sempre, prima o poi, dodici volte più valore d'una oncia d'oro; e nei prezzi si tratta soltanto del rapporto reciproco di differenti quantità d'oro. Ma siccome, d'altra parte, un'oncia d'oro non varia affatto il suo peso con la caduta o con il rialzo del suo valore, non si muta neppure il peso delle sue aliquote, e così l'oro come scala fissa dei prezzi fa sempre lo stesso servizio, quali si siano le variazioni del suo valore.

La variazione di valore dell'oro non impedisce neppure la sua funzione di misura di valore. Essa colpisce contemporaneamente tutte le merci, quindi, caeteris paribus, lascia immutati i loro valori relativi reciproci, sebbene ora essi si esprimano, tutti, in prezzi aurei più alti o più bassi di prima.

Come nella rappresentazione del valore di una merce in valore d'uso di una qualsiasi altra merce, anche nella valutazione in oro delle merci, si presuppone soltanto che in un dato periodo la produzione di una determinata quantità d'oro costi una quantità data di lavoro. Riguardo al movimento dei prezzi

   55. Nota alla seconda edizione. Negli scritti inglesi è indicibile la confusione fra misura dei valori (measure of value) e scala dei prezzi (standard of value). Le funzioni, e quindi i loro nomi, vengono continuamente scambiate.


3. IL DENARO OSSIA L4 CIRCOLAZIONE DELLE MERCI     113

delle merci in genere, sono valide le leggi dell'espressione semplice relativa di valore che abbiamo svolte più sopra.

Un aumento generale dei prezzi delle merci si può avere soltanto, restando identico il valore del denaro, se aumentano i valori delle merci; restando identici i valori delle merci, se cade il valore del denaro. E viceversa. Si può avere una caduta generale dei prezzi delle merci, restando identico il valore del denaro, se cadono i valori delle merci; restando identici i valori delle merci, se aumenta il valore del denaro. Da ciò non consegue affatto che il rialzo del valore del denaro porti con sé una caduta proporzionale dei prezzi delle merci e che la caduta del valore del denaro implichi un rialzo proporzionale dei prezzi delle merci. Questo vale solo per merci di valore immutato; p. es. quelle merci il cui valore aumenti contemporaneamente e proporzionalmente con il valore del denaro, conservano gli stessi prezzi. Se il loro valore sale più lentamente o più rapidamente del valore del denaro, il ribasso o il rialzo dei loro prezzi è determinato dalla differenza fra il movimento del loro valore e il movimento del valore del denaro, ecc.

   Torniamo ora a considerare la forma di prezzo.

1 nomi di moneta dei pesi metallici si separano man mano dai loro originari nomi di peso per varie ragioni, fra le quali storicamente sono decisive: l. L'introduzione di denaro straniero presso popoli meno evoluti, come p. es. nell'antica Roma le monete d'oro e d'argento circolarono da principio come merci straniere. I nomi di questo denaro straniero sono differenti dai nomi indigeni dei pesi. 2. Con lo sviluppo della ricchezza il metallo meno nobile viene scacciato dal più nobile dalla funzione di misura di valore: il rame viene scacciato dall'argento, l'argento dall'oro, per quanto questa successione possa contraddire ad ogni cronologia poetica (56). P. es. libbra era il nome di moneta di una vera libbra d'argento. Appena l'oro scaccia l'argento come misura di valore, lo stesso nome si unisce a forse un quindicesimo ecc. di libbra d'oro, a seconda del rapporto di valore fra oro ed argento. Ora libbra come nome di moneta e come nome abituale di peso dell'oro sono separati (57). 3. La falsificazione della moneta da parte dei prìncipi, continuata di secolo in secolo, e che del peso ori-

   56. Del resto, neppure questa successione ha validità storica generale.
   57. Nota alla seconda edizione. «Le monete le quali oggi sono ideali, sono le più antiche di ogni nazione, e tutte furono un certo tempo reali, e perché erano reali, con esse si contava» ( GALIANI, Della moneta, p. l53).


114 1. MERCE E DENARO

ginario del denaro monetato ci ha lasciato di fatto il nome soltanto (58).

Questi processi storici rendono abitudine popolare la separazione del nome di moneta dei pesi metallici dai loro nomi usuali di pesi. Poiché la scala del denaro da una parte è puramente convenzionale, dall'altra parte ha bisogno di validità universale, alla fine essa viene regolata per legge. Una parte determinata di perso del metallo nobile, p. es., un'oncia d'oro, viene ripartita ufficialmente in parti aliquote, che ricevono nomi di battesimo legali, come libbra, tallero ecc. Questa parte aliquota, che poi vale come unità di misura vera e propria del denaro, viene suddivisa in altre parti aliquote con nomi di battesimo legali, come scellino, penny, ecc. (59). Tanto prima che dopo, determinati pesi di metallo rimangono scala di misura del denaro metallico. Quel che si è mutato, sono la ripartizione e la nomenclatura.

Dunque i prezzi o quantità d'oro nei quali si sono idealmente trasformati i valori delle merci, vengono espressi, ora, nei nomi di moneta, cioè nei nomi di conto della scala oro validi per legge. Quindi, invece di dire che il quarter di grano è eguale a una oncia d'oro, in Inghilterra si dirà che esso è eguale a 3 lire sterline, dieci scellini e dieci pence e mezzo. Così le merci si dicono quel che valgono coi loro nomi di denaro, e il denaro serve come moneta di conto tutte le volte che importa fissare una cosa come valore, quindi fissarla in forma di denaro (60).

Il nome d'una cosa è per sua natura del tutto esteriore. Se so che un uomo si chiama Jacopo, non so nulla sull'uomo. Così nei nomi di denaro, lira sterlina, tallero, franco, ducato, scompare ogni traccia del rapporto di valore. La confusione a proposito del

   58 Nota alla seconda edizione. Così la lira sterlina inglese indica meno d'un terzo del suo peso originario, la lira sterlina scozzese prima della unione indicava ormai soltanto 1/36, la livre francese 1/74, il maravedi spagnolo meno di 1/1000, il reis portoghese una frazione ancor molto minore.
   59. Nota alla seconda edizione. Il signor David Urquhart nei suoi Familiar words fa la seguente osservazione, a proposito del fatto mostruoso(!) che oggi una lira (sterlina), l'unità della scala inglese di misura, sia all'incirca eguale a un quarto d'oncia d'oro: « E’ falsificazione d'una misura e non fissazione di una scala ». E trova la mano falsificatrice dell'incivilimento in questa « falsa denominazione » del peso aureo, come in tutto il resto.
   60 Nota alla seconda edizione. « Quando fu domandato ad Anacarsi a che scopo gli ateniesi usassero il denaro, rispose - per contare » (ATHENAEUs, Deipnosophistai, libro IV, 49, vol. Il [p. 120], ed. Schweighiuse 1802).


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 115

significato arcano di questi segni cabalistici è tanto più grande per il fatto che i nomi di denaro esprimono insieme il valore delle merci e anche parti aliquote d'un peso di metallo, della scala denaro (61). Dall'altra parte, è necessario che il valore si evolva, a differenza dei variopinti corpi del mondo delle merci, fino a raggiungere tale forma non concettuale e materiale, ma anche semplicemente sociale (62).

Il prezzo è il nome di denaro del lavoro oggettivato nella merce. L'equivalenza della merce e della quantità di denaro il cui nome costituisce il prezzo della merce, è quindi una tautologia (63), come, in genere, l'espressione relativa di valore di una merce è sempre l'espressione dell'equivalenza di due merci. Ma se il prezzo, come esponente della grandezza di valore della merce, è esponente del suo rapporto di scambio col denaro, non ne segue l’inverso, che l'esponente del suo rapporto di scambio col denaro sia di necessità l'esponente della sua grandezza di valore. Sia rappresentato in un quarter di grano e in due lire sterline (all'incirca, mezz'oncia d'oro) un lavoro socialmente necessario di identica grandezza. Le due lire sterline sono espres-

  61 Nota alla seconda edizione. « Poiché il denaro come scala di misura dei prezzi si presenta sotto gli stessi nomi di conto dei prezzi delle merci, e quindi p. es. un'oncia d'oro viene espressa con 3 sterline 17 scellini e 10 pence e mezzo, allo stesso modo che il valore di una tonnellata di ferro, si sono chiamati questi suoi nomi di conto il suo prezzo di zecca. Di qui è nata la stravagante idea che l'oro (oppure l'argento) venga stimato nella sua propria materia e riceva un prezzo fisso di Stato a differenza di tutte le altre merci. La fissazione di nomi di conto di determinati pesi d'oro è stata presa per fissazione del valore di tali pesi » (K. Marx, Zur Kritik cit., p. 52).
   62 Cfr. Teorie dell'unità di misura del denaro in Zur Kritik cit., p. 53 sgg. Le fantasie sul rialzo e sul ribasso del « prezzo di zecca », che consistono nel trasferire da parte dello Stato i nomi legali del denaro per porzioni di peso d'oro o argento legalmente fissate, a porzioni di peso più grandi o più piccole, e quindi nel coniare da quel momento in poi anche p. es. un quarto d'oncia d'oro in quaranta invece che in venti scellini, - tali fantasie, quando non siano goffe operazioni finanziarie contro creditori dello Stato o di privati, ma abbiano il fine di miracolose panacee economiche sono state trattate dal Petty nel suo Quantulumcunque concerning money. To the Lord Marquess of Halifax, 1682; e in maniera così completa che già i suoi successori immediati, Sir Dudley North e John Locke, per non parlare affatto dei posteriori, poterono solo renderlo banale. Fra l'altro egli dice: « Se la ricchezza di una nazione potesse venir decuplicata con un decreto, sarebbe strano che tali decreti non fossero già stati da gran tempo emessi dai nostri governi » (ivi, p. 36).
   63 « Oppure bisogna acconsentire a dire che un milione in denaro abbia più valore di un valore eguale in merci » (LE TROSNE, De l'intérét social cit., p. 922), cioè « che un valore valga più di altro valore eguale ».


116 1. MERCE E DENARO

sione in denaro della grandezza di valore del quarter di grano, ossia il suo prezzo. Se ora le circostanze permettono di valutarlo a tre lire sterline, o costringono a valutarlo a una lira sterlina, allora una lira sterlina e tre lire sterline, come espressioni della grandezza di valore del grano sono troppo piccole o troppo grandi, ma pure sono prezzi del grano, poiché in primo luogo sono la sua forma di valore, denaro, e in secondo luogo sono esponenti del suo rapporto di scambio con il denaro. Costanti restando le condizioni di produzione ossia costante restando la forza produttiva del lavoro, tanto prima che poi si deve spendere per la riproduzione dei quarter di grano l'identica quantità di tempo sociale di lavoro. Questa circostanza non dipende dalla volontà né del produttore del grano né dagli altri possessori di merci. Dunque la grandezza di valore della merce esprime un rapporto necessario, immanente al suo processo di formazione, con il tempo sociale di lavoro. Con la trasformazione della grandezza di valore in prezzo, questo rapporto necessario si presenta come rapporto di scambio di una merce con la merce denaro esistente fuori di essa. Però, in questo rapporto può trovare espressione tanto la grandezza di valore della merce, quanto il più o il meno, nel quale essa è alienabile in date circostanze. La possibilità di un'incongruenza quantitativa fra prezzo e grandezza di valore, sta dunque nella forma stessa di prezzo. E questo non è un difetto di tale forma, anzi al contrario ne fa la forma adeguata d'un modo di produzione, nel quale la regola si può far valere soltanto come legge della media della sregolatezza, operante alla cieca.

La forma di prezzo, tuttavia, non ammette soltanto la possibilità d'una incongruenza relativa fra grandezza di valore e prezzo, cioè fra la grandezza di valore e la sua espressione in denaro, ma può accogliere una contraddizione qualitativa, cosicché il prezzo, in genere, cessi d'essere espressione di valore, benché il denaro sia soltanto la forma di valore delle merci. Cose che in sé e per sé non sono merci, p. es., coscienza, onore, ecc., dai loro possessori possono essere considerate in vendita per denaro e così ricevere la forma di merce, mediante il prezzo dato loro. Quindi formalmente una cosa può avere un prezzo, senza avere un valore. Qui l'espressione di prezzo diventa immaginaria, come certe grandezze della matematica. D'altra parte, anche la forma di prezzo immaginaria. come p. es. il prezzo del terreno incolto, che non ha nessun valore, perché in


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 117

esso non è oggettivato lavoro umano, può celare un rapporto reale di valore, o una relazione da tale rapporto derivata.

Come la forma relativa di valore in genere, il prezzo esprime il valore di una merce, p. es. di una tonnellata di ferro, per il fatto che una determinata quantità di equivalente, p. es. un'oncia d'oro, è scambiabile immediatamente con ferro, ma. in nessun modo, per il fatto inverso, che il ferro sia da parte sua scambiabile immediatamente con oro. Quindi, per esercitare praticamente l'azione di un ' valore di scambio, la merce deve spogliarsi del suo corpo naturale, tra sformarsi da oro soltanto rappresentato in oro reale, benché questa transustanziazione le possa riuscire più « aspra » di quanto riesca al « concetto » hegeliano la transizione dalla necessità alla libertà o ad una aragosta il far saltare il proprio guscio o al padre della Chiesa Girolamo lo spogliarsi del vecchio Adamo (64). Accanto alla sua forma reale, p. es. ferro, la merce può avere nel prezzo forma ideale di valore, ossia forma rappresentata d'oro, ma non può essere insieme realmente ferro e realmente oro. Per darle un prezzo basta equipararle oro rappresentato. Con l'oro, la si deve sostituire affinché essa fornisca al suo possessore il servizio d'un equivalente generale. Se il possessore del ferro, p. es. si presentasse al possessore d'una merce mondana, e lo richiamasse al prezzo del ferro che è forma di denaro, il mondano gli risponderebbe come San Pietro rispose in paradiso a Dante che gli aveva recitato la formula del credo:

« ... Assai bene è trascorsa
D'esta moneta già la lega e '1 peso,
Ma dimmi se tu l'hai nella tua borsa »

La forma di prezzo implica l'alienabilità delle merci contro denaro e la necessità di tale alienazione. D'altra parte, l'oro funziona come misura di valore ideale soltanto perché si muove come merce denaro già nel processo di scambio. Nella misura ideale dei valori sta dunque in agguato la dura moneta.

64 Girolamo, in gioventù, ebbe a sostenere grandi lotte con la carne materiale, come mostra la sua battaglia nel deserto con belle immagini femminili; ma in vecchiaia ebbe da lottare con la carne spirituale. Egli racconta, p. es.: « Mi credevo portato in ispirito alla presenza di Cristo, nel giudizio universale. - "Chi sei? ", domandò una voce.- "Sono un cristiano". "Tu menti " , tuonò il giudice supremo, - "Sei solo un ciceroniano!"*
*In italiano nel testo.


118 1. MERCE E DENARO

2. Mezzo di circolazione.

a) La metamorfosi delle merci.

S'è visto che il processo di scambio delle merci implica relazioni contraddittorie, che si escludono a vicenda. Lo svolgimento della merce non supera tali contraddizioni, ma crea la forma entro la quale esse si possono muovere. Questo è, in genere, il metodo col quale si risolvono le contraddizioni reali. P. es., è una contraddizione che un corpo cada costantemente su di un altro e ne sfugga via con altrettanta costanza. L'ellisse è una delle forme del moto nelle quali quella contraddizione si realizza e insieme si risolve.

Finché il processo di scambio fa passare merci dalla mano nella quale sono valori non d'uso alla mano nella quale sono valori d'uso, esso è ricambio organico sociale. Il prodotto d'un modo di lavoro utile sostituisce il prodotto d'un altro modo di lavoro utile. Una volta giunta al luogo dove serve come valore d'uso, la merce cade dalla sfera dello scambio di merci nella sfera del consumo. Qui c’interessa solo la prima. Dunque dobbiamo considerare tutto il processo dal lato della forma, cioè soltanto il cambiamento di forma ossia la metamorfosi delle merci, che funge da mediatrice nel ricambio organico sociale.

L'imperfettissima comprensione di tale mutamento di forma, a parte la poca chiarezza a proposito dello stesso concetto di valore, è dovuta alla circostanza che ogni metamorfosi di una sola merce si compie nello scambio fra due merci, una merce generale e la merce denaro. Se si tiene fermo soltanto a questo momento materiale, allo scambio di merce con oro, non si osserva proprio quel che si deve osservare, cioè quello che succede alla forma. Non si osserva che l'oro come pura e semplice merce non è denaro, e che le altre merci riferiscono se stesse, nei loro prezzi, all'oro come loro propria figura di denaro.

In un primo tempo le merci entrano nel processo di scambio non dorate, non inzuccherate, così come sono. Il processo di scambio produce uno sdoppiamento della merce in merce e in denaro, opposizione esterna nella quale esse rappresentano la loro opposizione immanente di valore d'uso e di valore. In questa opposizione le merci come valori di uso si oppongono al denaro come valore di scambio. D'altra parte, tutte e due le parti dell'opposizione sono merci, quindi unità di valore d'uso e valore. Ma questa unità di cose differenti presenta se stessa in


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 119

ognuno dei due poli inversamente all'altro, e con ciò rappresenta simultaneamente anche il loro rapporto reciproco. La merce è realmente valore d'uso, il suo essere valore appare solo idealmente nel prezzo, il quale la riferisce all'oro che le sta di fronte, come a sua reale figura di valore. Viceversa, il materiale oro vale soltanto come materializzazione di valore, denaro. Realmente, quindi, è valore di scambio. Il suo valore d'uso appare ormai soltanto idealmente nella serie delle espressioni di valore relative, nelle quali esso si riferisce alle merci che gli stanno di fronte come all'orbita delle sue figure reali d'uso. Queste forme opposte delle merci sono le forme reali di movimento del loro processo di scambio.

Accompagniamo ora un qualsiasi possessore di merci, p. es. il tessitore di lino, nostra vecchia conoscenza, sulla scena del processo di scambio, il mercato delle merci. La sua merce, venti braccia di tela, è definita nel prezzo. Il suo prezzo è di due lire sterline. La scambia con due lire sterline, e, uomo d'antico stampo com'è, torna a scambiare le due lire sterline con una Bibbia di famiglia dello stesso prezzo. La tela, che per lui è soltanto merce, depositaria di valore, viene alienata in cambio d'oro, che è la figura di valore di essa, e da questa figura viene retroalienata in cambio d'un'altra merce, la Bibbia, che però deve andarsene come oggetto d'uso nella casa del tessitore e soddisfare quivi bisogni di edificazione. Dunque il processo di scambio si compie in due metamorfosi opposte e integrantisi reciprocamente: trasformazione della merce in denaro e retrotrasformazione del denaro in merce (65). I momenti della metamorfosi delle merci sono insieme atti commerciali del possessore di merci: vendita, scambio della merce con denaro; compera, scambio del denaro con merce, e unità dei due atti: vendere per comprare.

Se il tessitore esamina il risultato finale dell'affare, egli possiede una Bibbia invece della tela, possiede invece della sua merce originaria un'altra merce dello stesso valore, ma di utilità differente. Allo stesso modo egli si procura i suoi altri mezzi

   65 "[citazione in greco non trascrivibile] " (« Dal... fuoco, tutto diviene, disse Eraclito, e il fuoco diviene da tutte le cose, come dall'oro le ricchezze e dalle ricchezze l'oro » (F. LASSALLE, Die Philosophie Herakleitos des Dunkeln, Berlino, 1858, vol. I, p. 222). La nota del Lassalle a questo passo, p. 224, n. 3, spiega inesattamente che il denaro è un semplice segno di valore.


120 1. MERCE E DENARO

di sostentamento e di produzione. Dal suo punto di vista l'intero processo procura soltanto lo scambio del prodotto del suo lavoro con prodotto di lavoro altrui, lo scambio dei prodotti.

Il processo di scambio della merce si compie dunque nei seguenti mutamenti di forme:

Merce - Denaro - Merce
M ------ D --------- M

Quanto al contenuto materiale il movimento è M-M, scambio di merce con merce, ricambio organico del lavoro sociale, nel cui risultato si estingue il processo stesso.

M-D. Prima metamorfosi della merce, ossia vendita. Il salto del valore della merce dal corpo della merce nel corpo dell'oro è il «salto mortale» * della merce, come l'ho definito in altro luogo. Certo, se non riesce, non è alla merce che va male, ma al possessore della merce. La divisione sociale del lavoro rende il suo lavoro tanto unilaterale quanto ha reso molteplici i suoi bisogni. E proprio per questo il suo prodotto gli serve solo come valore di scambio. Ma esso riceve solo nel denaro la forma generale di equivalente socialmente valida; e il denaro si trova nelle tasche altrui. Per tirarlo fuori di lì, la merce deve essere anzitutto valore d’uso, per il possessore di denaro, e quindi il lavoro speso in essa dev'essere speso in forma socialmente utile, cioè far buona prova come articolazione della divisione sociale del lavoro. Ma la divisione del lavoro è un organismo spontaneo di produzione, le cui fila si sono tessute e continuano a tessersi alle spalle dei produttori di merci. Può darsi che la merce sia prodotto di un nuovo modo di lavoro che pretenda di soddisfare un bisogno sopravvenuto di recente, o che debba provocare per la prima volta, di sua iniziativa, un bisogno. Un particolare atto lavorativo che ancor ieri era una funzione fra le molte funzioni di un medesimo produttore di merci, oggi forse si strappa via da questo nesso, si fa indipendente, e proprio per questo manda al mercato il proprio prodotto parziale come merce autonoma. Le circostanze possono essere mature o immature per tale processo di scissione. Il prodotto soddisfa oggi un bisogno sociale. Domani forse sarà cacciato dal suo posto, del tutto o parzialmente, da una specie simile di prodotto. Anche se il lavoro, come quello del nostro tessitore di lino, è membro patentato della divisione sociale del lavoro, con ciò non è ancora garantito affatto il valore d’uso proprio delle sue venti braccia di tela. Se il bisogno sociale

* In italiano nel testo.


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 121

di tela, che ha la sua misura come tutto il resto, è soddisfatto già da tessitori rivali, il prodotto del nostro amico diventa sovrabbondante, superfluo e con ciò inutile. A caval donato non si guarda in bocca, ma il tessitore non si reca al mercato per fare regali. Ma poniamo che il valore d’uso del suo prodotto faccia buona prova, e che quindi dalla merce si tragga denaro. Ora si domanda: quanto denaro? Certo, la risposta è anticipata nel prezzo della merce, esponente della sua grandezza di valore. Prescindiamo da eventuali errori soggettivi di calcolo del possessore di merce, che vengono subito corretti oggettivamente sul mercato; ed abbia il possessore di merce speso nel suo prodotto soltanto la media socialmente necessaria di tempo di lavoro. Quindi il prezzo della merce è soltanto nome di denaro della quantità di lavoro sociale oggettivata in essa. Ma le nostre antiche e patentate condizioni di produzione della tessitura sono entrate in fermento, senza permesso e all'insaputa del nostro tessitore. Quel che ieri era, senza possibilità di dubbio, tempo di lavoro socialmente necessario alla produzione d'un braccio di tela, oggi ha cessato di esser tale, come il possessore di denaro dimostra zelantemente con le quotazioni dei prezzi di vari rivali del nostro amico. Per sua disgrazia ci sono molti tessitori al mondo. Poniamo infine che ogni pezza di tela disponibile sul mercato contenga soltanto tempo di lavoro socialmente necessario. Tuttavia, la somma complessiva di queste pezze può contenere tempo di lavoro speso in modo superfluo. Se lo stomaco del mercato non è in grado di assorbire la quantità complessiva di tela al prezzo normale di due scellini al braccio, ciò prova che è stata spesa in forma di tessitura una parte troppo grande del tempo complessivo sociale di lavoro. L'effetto è lo stesso che se ogni singolo tessitore avesse impiegato nel suo prodotto individuale più del tempo di lavoro socialmente necessario. Qui vale il detto: « Presi insieme, insieme impiccati ». Tutta la tela sul mercato vale soltanto come un solo articolo di commercio, ogni pezza vale soltanto come parte aliquota di esso. E di fatto il valore di ogni braccio di tela individuale è insomma soltanto la materializzazione della stessa quantità socialmente determinata di lavoro umano dello stesso genere *.

* in una lettera del 28 novembre 1878 a N. F. Danielson, il traduttore russo del Capitale, Marx cambia quest'ultimo periodo come segue: « E di fatto il valore di ogni braccio individuale di tela è insomma soltanto la materializzazione d'una parte della quantità di lavoro sociale spesa nella quantità complessiva delle braccia » (Red. I.M.E.L.).


122 1. MERCE E DENARO

Ecco: la merce ama il denaro, ma the course of true love never does run smooth *. Altrettanto casuale e spontanea della articolazione qualitativa, è l'articolazione quantitativa dell'organismo sociale di produzione, il quale rappresenta le sue membra disjecta nel sistema della divisione del lavoro. I nostri possessori di merci scoprono quindi che quella stessa divisione del lavoro che li aveva resi produttori privati indipendenti, rende poi indipendente anche proprio da loro il processo sociale di produzione e i loro rapporti entro questo processo, e che l'indipendenza delle persone l'una dall'altra s'integra in un sistema di dipendenza onnilaterale e imposta dalle cose.

La divisione del lavoro trasforma il prodotto del lavoro in merce e così rende necessaria la trasformazione di esso in denaro: e allo stesso tempo rende casuale che tale transustanziazione riesca o meno. Ad ogni modo qui il fenomeno va considerato puro, cioè si deve presupporre che esso proceda normalmente. Del resto, basta che esso avvenga, in una maniera o nell'altra, e che quindi la merce non sia invendibile, perché abbia luogo il cambiamento di forma della merce stessa, anche qualora in tale cambiamento di forma si abbia una perdita anormale o una aggiunta anormale di sostanza, cioè di grandezza di valore.

Per un possessore di merci la sua merce è sostituita da oro, e per un altro il suo oro è sostituito da merce. Il fenomeno sensibile è il cambiamento di mano o di luogo di merce e oro, di venti braccia di tela e di due lire sterline: cioè, il loro scambio. Ma con che cosa si scambia la merce? Con la sua propria figura generale di valore. E con che cosa si scambia l'oro? Con una figura particolare del suo valore d'uso. Perché l'oro si presenta di fronte alla tela come denaro? Perché il suo prezzo di due lire sterline, ossia il suo nome di denaro, riferisce già la tela all'oro come denaro. L'atto di spogliarsi della forma originaria di merce si compie mediante l'alienazione della merce, cioè avviene nel momento nel quale il suo valore d'uso attira veramente l'oro che nel suo prezzo era soltanto rappresentato. La realizzazione del prezzo, ossia della forma di valore solo ideale della merce, è quindi, viceversa, e contemporaneamente, realizzazione del valore d'uso solo ideale del denaro, la trasformazione della merce in denaro è contemporaneamente trasformazione del denaro in merce. Il processo unico è processo bilaterale: dal polo del possessore di merci è vendita, dal polo

* Le vie del vero amor non son mai piane.


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 123

opposto del possessore di denaro è compera. Ossia: vendita è compera, M-D è anche D-M (66).

Fino a questo punto noi non conosciamo altro rapporto economico fra gli uomini all'infuori di quello fra possessori di merci: rapporto per il quale essi si appropriano prodotto di lavoro altrui soltanto alienando il proprio. Quindi un possessore di merci si può presentare ad un altro soltanto come possessore di denaro, o perché il suo prodotto di lavoro possiede per natura la forma di denaro, e dunque è materiale di denaro, oro, ecc.; oppure perché la sua merce ha già fatto la muta e s'è spogliata della sua forma d'uso originaria. Per funzionare come denaro, l'oro deve, naturalmente, entrare nel mercato delle merci, in un qualche punto. Questo punto sta alla sua fonte di produzione, dove esso si scambia come prodotto immediato di lavoro, con un altro prodotto di lavoro dello stesso valore. Da questo momento in poi, però, esso rappresenta costantemente prezzi realizzati di merci (67). Astrazion fatta dallo scambio dell'oro con merce alla sua fonte di produzione, l'oro in mano di ogni possessore di merci è la forma mutata della sua merce alienata, prodotto della vendita ossia della prima metamorfosi della merce M-D (68). L'oro è diventato moneta ideale ossia misura di valore perché tutte le altre merci hanno misurato in oro i propri valori, e ne hanno così fatto l'antitesi rappresentata della loro figura d'uso, la loro figura di valore. L'oro diventa poi moneta reale, perché le merci, con la loro generale alienazione, ne fanno la loro figura d'uso realmente spogliata, ossia trasformata, e quindi la loro reale figura di valore. Nella sua figura di valore, la merce si spoglia di ogni traccia del suo valore d'uso naturale ed originario, e del lavoro utile particolare al quale deve la sua nascita, per abbozzolarsi nella materializzazione sociale uniforme del lavoro umano indifferenziato. Quindi nel denaro non si vede di che stampo è la merce in esso trasformata. Una merce, nella sua forma di moneta, ha l'identico aspetto dell'altra. Quindi il denaro può essere sterco, benché lo sterco non sia denaro. Ammettiamo che i due marenghi contro i quali il nostro tessitore ha ceduto la sua merce siano la figura trasfor-

  66 « Ogni vendita è compera » (Da. QUESNAY, Dialogues sur le commerce et les travaux des artisans, Physiocrates, ediz. Daire, parte I, Parigi, 1846, p. 170), oppure, come dice il Quesnay nelle sue Maximes générales: « Vendere è comprare ».
   67 « Il prezzo d'una merce può esser pagato solo con il prezzo d'un'altra merce » (MERCIER DE LA RIVIèRE, L'ordre naturel et essentiel des sociétés politiques. Physiocrates, ediz. Daire, parte 11, p. 554).
   68 « Per avere questo denaro, bisogna aver venduto » (ivi, p. 543).


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mata d'un quarter di grano. La vendita della tela, M-D, è simultaneamente la sua compera, D-M. Ma come vendita della tela questo processo inizia un movimento che termina con il proprio opposto, con la compera della Bibbia; come compera della tela, il processo conclude un movimento che è cominciato con il proprio opposto, con la vendita del grano. M-D (tela-denaro), prima fase di M-D-M (tela-denaro-Bibbia) è simultaneamente D-M (denaro-tela), ultima fase d'un altro movimento M-D-M (grano-denaro-tela). La prima metamorfosi d'una merce, la sua trasformazione in denaro dalla forma di merce è sempre simultaneamente seconda metamorfosi opposta d'un'altra merce, la sua ritrasformazione in merce dalla forma di denaro (69).

D-M. Seconda metamorfosi ossia metamorfosi conclusiva della merce: compera. Poiché il denaro è la figura trasmutata di tutte le altre merci, ossia il prodotto della loro alienazione generale, esso è la merce assolutamente alienabile. Esso legge tutti i prezzi a rovescio e così si rispecchia in tutti i corpi di merci che gli si offrono come materiale del suo stesso farsi merce. Allo stesso tempo i prezzi che son gli occhi amorosi coi quali le merci gli ammiccano, mostrano il limite della sua capacità di trasformazione: cioè la sua propria quantità. Poiché la merce scompare nel suo farsi denaro, dall'aspetto del denaro non si vede come esso arrivi nelle mani del suo possessore, o che cosa si sia trasformato in denaro. Non olet, quale che sia la sua origine. Da una parte rappresenta merce venduta, dall'altra merci acquistabili (70).

D-M, la compera, è allo stesso tempo vendita, M-D; l'ultima metamorfosi d'una merce è quindi allo stesso tempo la prima metamorfosi di un'altra merce. Per il nostro tessitore, la carriera della sua merce si conclude con la Bibbia nella quale ha riconvertito le due lire sterline. Ma il venditore della Bibbia cambia le due lire sterline pagate dal tessitore in acquavite di grano. D-M, fase conclusiva di M-D-M (tela-denaro-Bibbia) è simultaneamente M-D, prima fase di M-D-M (Bibbia-denaro-acquavite di grano). Poiché il produttore fornisce solo un prodotto unilaterale, lo vende spesso in quantità piuttosto grandi, mentre i suoi molteplici bisogni lo costringono a frantumare in numerose compere

  69 Come s'è notato sopra, fa eccezione il produttore d'oro o d'argento, che scambia il suo prodotto senza averlo prima venduto.
  70 «Se il denaro rappresenta in nostra mano le cose che noi possiamo desiderare di comprare, vi rappresenta anche le cose che abbiamo venduto per avere questo denaro » (MERCIER DE LA RIVIèRE, L'ordre naturel cit., p. 586).


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI     125

prezzo realizzato ossia la somma di denaro pagatagli. Una vendita sbocca quindi in molti acquisti di merci differenti. La metamorfosi conclusiva d'una sola merce costituisce quindi una somma di prime metamorfosi di altre merci.

Consideriamo ora la metamorfosi complessiva d'una merce, p. es. della tela: in primo luogo vediamo che essa consiste di due movimenti opposti e integrantisi a vicenda, M-D, D-M. Queste due trasformazioni opposte della merce si compiono in due procedimenti sociali opposti del possessore di merci, e si riflettono in due suoi caratteri economici opposti. Come agente della vendita diventa venditore, come agente della compera diventa compratore. Ma come in ogni trasformazione della merce esistono simultaneamente le sue due forme, forma di merce e forma di denaro, quantunque a poli opposti, lo stesso possessore di merci ha di contro a sé come venditore un altro compratore e come compratore un altro venditore. Come la stessa merce percorre successivamente le due trasformazioni reciproche, e da merce diviene denaro, da denaro merce, così lo stesso possessore di merci cambia successivamente le parti di venditore e compratore. Dunque questi non sono caratteri fissi, anzi sono caratteri che variano continuamente di persona all'interno della circolazione delle merci.

La metamorfosi complessiva di una merce suppone, nella sua forma più semplice, quattro estremi e tre personae dramatis. Nel primo momento si fa incontro alla merce, come sua figura-valore, il denaro, il quale al di là, nella tasca altrui, possiede una dura realtà di cosa. Così incontro al possessore di merce si fa un possessore di denaro. Ma appena la merce è trasmutata in denaro, quest'ultimo diviene sua forma dileguantesi di equivalente, il cui valore d'uso o contenuto esiste al di qua, in altri corpi di merci. Come punto finale della prima trasformazione delle merci, il denaro è simultaneamente punto di partenza della seconda trasformazione. Così il venditore del primo atto diventa compratore al secondo, nel quale un terzo possessore di merci gli si fa incontro come venditore (71).

Le due fasi inverse del movimento della metamorfosi delle merci costituiscono un ciclo: forma di merce, spogliazione della forma di merce, ritorno alla forma di merce. La merce stessa, certo, qui è determinata per opposizione. Al punto di partenza essa è per il suo possessore un non-valore d'uso, al punto di arrivo

   71 « Cosicché ci sono... quattro termini (termes) e tre contraenti, uno dei quali interviene due volte » (Le TROSNE, De l'intérét social, p. 908).


126 1. MERCE E DENARO

è invece valore d'uso. Così il denaro si presenta prima come il solido cristallo di valore, nel quale si trasforma la merce, per disciogliersi poi come sua semplice forma di equivalente.

Le due metamorfosi che costituiscono la circolazione di una sola merce costituiscono allo stesso tempo le metamorfosi parziali e invertite di due altre merci. La stessa merce (tela) apre la serie delle proprie metamorfosi e conclude le metamorfosi complessive di un'altra merce (grano). Durante il suo primo cambiamento, la vendita, essa rappresenta queste due parti in persona propria. Invece, come crisalide aurea, nella quale anch'essa fa la fine di ogni creatura, pone simultaneamente fine alla prima metamorfosi d'una terza merce. Il ciclo percorso dalla serie di metamorfosi di ogni merce s'intreccia così inestricabilmente con i cicli d'altre merci. Il processo complessivo si rappresenta come circolazione delle merci.

La circolazione delle merci differisce dallo scambio immediato dei prodotti, essenzialmente, e non soltanto formalmente. Basta dare uno sguardo retrospettivo al processo. Il tessitore ha certo scambiato tela con Bibbia, merce propria con merce altrui. Ma questo fenomeno è vero solo per lui. Il rivenditore di Bibbie, che preferisce il caldo al freddo, non pensava di scambiare tela con Bibbia, mentre il tessitore non sa nulla del fatto che contro la sua tela è stato scambiato grano, ecc. La merce di B sostituisce la tela di A, ma A e B non scambiano reciprocamente le loro merci. Di fatto può accadere che A e B comprino vicendevolmente l'uno dall'altro, ma tale relazione particolare non ha affatto la sua condizione nei rapporti generali della circolazione delle merci. Da una parte si vede qui come lo scambio di merci spezzi i limiti individuali e locali dello scambio immediato di prodotti e sviluppi il ricambio organico del lavoro umano. Dall'altra parte si sviluppa tutta una sfera di nessi sociali naturali incontrollabili dalle persone che agiscono. Il tessitore può vendere soltanto tela, perché il contadino può vendere solo grano; testa calda può vendere solo la Bibbia, perché il tessitore può vendere solo tela; il distillatore può vendere solo acqua arzente perché l'altro ha già venduto l'acqua della vita eterna, e così via.

Il processo di circolazione non si estingue perciò, come lo scambio immediato di prodotti, col cambiamento di luogo e di mano dei valori d'uso. Il denaro non scompare per il fatto che alla fine cade fuori della serie di metamorfosi di una merce. Esso torna sempre a precipitare su un punto della circolazione


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 127

sgombrato dalle merci. P. es. nella metamorfosi complessiva della tela: tela-denaro-Bibbia, la prima a cadere fuori della circolazione è la tela; il denaro le subentra; poi cade dalla circolazione la Bibbia; il denaro le subentra. La sostituzione di merce con merce lascia contemporaneamente il denaro attaccato alla mano di un terzo (72). La circolazione essuda continuamente denaro.

Non ci può esser nulla di più sciocco del dogma che la circolazione delle merci implichi la necessità d'un equilibrio delle vendite e delle compere, poiché ogni vendita è compera, e viceversa. Se ciò significa che il numero delle vendite realmente Compiute è identico allo stesso numero di compere, avremmo una banale tautologia. Ma ciò dovrebbe dimostrare che il venditore porta al mercato il suo proprio compratore. Vendita e compera sono un atto identico come relazione reciproca fra due persone polarmente opposte, possessore di merce e possessore di denaro. Come azioni della stessa persona, costituiscono due atti polarmente opposti. L'identità di. vendita e compera implica quindi che la merce diventi inutile quando, gettata nell'alambicco alchimistico della circolazione, non ne esce come denaro, non è venduta dal possessore di merci, e quindi non è comprata dal possessore di denaro. Quella identità contiene inoltre l'affermazione che il processo, quando riesce, costituisce un punto fermo, un periodo di vita della merce che può durare più o meno a lungo. Poiché la prima metamorfosi della merce è insieme vendita e compera, questo processo parziale è anche processo autonomo. Il compratore ha la merce, il venditore ha il denaro, cioè una merce che conserva una forma atta alla circolazione, sia che essa riappaia presto sul mercato sia che vi riappaia più tardi. Nessuno può vendere senza che un altro compri. Ma nessuno ha bisogno di comprare subito, per il solo fatto di aver venduto. La circolazione spezza i limiti cronologici, spaziali e individuali dello scambio di prodotti proprio perché nell'opposizione di vendita e compera scinde l'identità immediata presente nel dare in cambio il prodotto del proprio lavoro e nel prendere in cambio il prodotto del lavoro altrui. Che i processi contrapponentisi indipendentemente l'uno dall'altro costituiscano una unità interna, significa però anche che la loro unità interna si muove

   72 Nota alla seconda edizione. Benché questo fenomeno sia evidentissimo, tuttavia viene per lo più trascurato dagli economisti politici e specialmente dal liberoscambista vulgaris.


128 1. MERCE E DENARO

in opposizioni esterne. Se il farsi esteriormente indipendenti dei due momenti, che internamente non sono indipendenti perché s'integrano reciprocamente, prosegue fino ad un certo punto, l'unità si fa valere con la violenza, attraverso ad una crisi. L'opposizione immanente alla merce, di valore d'uso e valore, di lavoro privato che si deve allo stesso tempo presentare come lavoro immediatamente sociale, di lavoro concreto particolare che allo stesso tempo vale solo come lavoro astrattamente generale, di personificazione dell'oggetto e oggettivazione della persona, questa contraddizione immanente riceve le sue forme sviluppate di movimento nelle opposizioni della metamorfosi delle merci. Quindi queste forme includono la possibilità, ma soltanto la possibilità delle crisi. Lo sviluppo di tale possibilità a realtà esige tutto un ambito di rapporti che dal punto di vista della circolazione semplice delle merci non esistono ancora (73).

Il denaro, come mediatore della circolazione delle merci, riceve la funzione di mezzo della circolazione.

b) Il corso del denaro.

Il cambiamento di forma nel quale si compie il ricambio organico dei prodotti del lavoro, M-D-M, porta con sé che il medesimo valore costituisca, come merce, il punto di partenza del processo, ritornando poi come merce allo stesso punto. Dunque questo movimento delle merci è un ciclo. D'altra parte la stessa forma esclude il ciclo del denaro. Il suo risultato è un costante allontanamento del denaro dal suo punto di partenza, non un ritorno ad esso. Finché il venditore tien ferma la figura trasformata della sua merce, cioè il denaro, la merce si trova nello

   73 Si confrontino le mie osservazioni su James Mill, in Zur Kritik cit., pp. 74-76. Due punti sono qui caratteristici del metodo dell'apologetica economicistica. In primo luogo l'identificazione di circolazione delle merci e scambio immediato dei prodotti, mediante un semplice fare astrazione dalle loro differenze. In secondo luogo, il tentativo di ignorare le contraddizioni del processo capitalistico di produzione, risolvendo i rapporti degli agenti di produzione di tale processo nelle relazioni semplici che sorgono dalla circolazione delle merci. Ma produzione delle merci e circolazione delle merci sono fenomeni che appartengono insieme a differentissimi modi di produzione, sia pure in mole e con portata differenti. Dunque, quando si conoscono soltanto le categorie astratte della circolazione delle merci, comuni a quei modi di produzione non si sa ancor niente della differentia specifica di ersi. In nessuna scienza domina il costume di darsi tanta importanza con luoghi comuni elementari come nella economia politica. P. es.: J. B. Say s'arroga di trinciar giudizi sulle crisi, per la buona ragione che sa che la merce è un prodotto.


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 129

stadio della prima metamorfosi; ossia ha percorso soltanto la prima metà della circolazione. Quando il processo, vendere per comprare, è compiuto, anche il denaro torna ad essere allontanato dalla mano del suo primo possessore. Certo, quando il tessitore, dopo aver comprato la Bibbia, torna a vendere di nuovo tela, anche il denaro ritorna in sua mano. Ma non ritorna mediante la circolazione delle prime venti braccia di tela; anzi, questa l'ha allontanato dalle mani del tessitore portandolo in quelle del venditore di Bibbie. Il denaro ritorna soltanto mediante il rinnovamento o la ripetizione dello stesso processo di circolazione per merce nuova, e qui finisce con lo stesso risultato di prima. La forma di movimento immediatamente conferita al denaro dalla circolazione delle merci, è dunque: allontanamento costante del denaro dal punto di partenza, sua corsa dalla mano d'un possessore di merci nella mano dell'altro, ossia suo corso (currency, cours de la monnaie).

Il corso della moneta mostra una costante e monotona ripetizione del medesimo processo. La merce sta sempre dalla parte del venditore, il denaro sempre dalla parte del compratore, come mezzo di compera. Funziona come mezzo di compera in quanto realizza il prezzo della merce. Con ciò, il denaro trasporta la merce dalla mano del venditore in quella del compratore, allontanandosi contemporaneamente dalla mano del compratore per quella del venditore, per poi ricominciare lo stesso procedimento con un'altra merce. Che questa forma unilaterale del movimento del denaro sorga dalla forma bilaterale del movimento della merce, rimane nascosto. La natura stessa della circolazione delle merci genera l'apparenza opposta. La prima metamorfosi della merce non è visibile soltanto come movimento del denaro, ma anche come proprio movimento della merce stessa; ma la sua seconda metamorfosi è visibile solo come movimento del denaro. Nella prima metà della sua circolazione la merce cambia di posto con il denaro; e con ciò la sua figura di consumo, simultaneamente, cade dalla circolazione nel consumo (74). Al suo posto subentra la sua figura di valore, o crisalide monetaria. La merce non percorre più nella sua pelle naturale la seconda metà della circolazione, ma nella sua pelle d'oro. La continuità del movimento viene così a stare tutta dalla parte del denaro, e quello stesso movimento

   74 Anche quando la merce torna ad essere venduta a più riprese, - fenomeno che qui per noi ancora non esiste -, con l'ultima vendita d4finitiva essa cade dalla sfera della circolazione in quella dei consumo, per servire quivi come mezzo di sussistenza, o mezzo di produzione.


I. MERCE E DENARO 129

che per la merce include due processi contrapposti, come movimento proprio del denaro include invece sempre lo stesso processo, il cambiamento di posto con merci sempre nuove. Il risultato della circolazione delle merci, che è la sostituzione di merce con altra merce, non appare quindi mediato dal cambiamento di forma delle merci, ma dalla funzione del denaro come mezzo di circolazione, che fa circolare le merci, le quali in sé e per sé sono immobili, che le trasporta dalla mano nella quale sono non-valori d'uso, nella mano in cui sono valori d'uso, e sempre in direzione opposta al suo proprio corso. Il denaro allontana continuamente le merci dalla sfera della circolazione subentrando costantemente nel loro punto di circolazione, e allontanandosi così dal suo punto di partenza. Quindi, benché il movimento del denaro sia solo espressione della circolazione delle merci, la circolazione appare viceversa solo come risultato del movimento del denaro (75).

D'altra parte, al denaro la funzione di mezzo di circolazione spetta soltanto perché esso è il valore delle merci, divenuto indipendente. Il suo movimento come mezzo di circolazione è quindi, di fatto, soltanto il movimento di forma proprio delle merci, il quale dunque si deve rispecchiare anche in maniera sensibile nel corso del denaro. Così, p. es., la tela in un primo momento trasforma la propria forma di merce nella propria forma di denaro. L'ultima estremità della sua prima metamorfosi M-D, la forma di denaro, diventa allora la prima estremità della sua ultima metamorfosi D-M, della sua riconversione nella Bibbia. Ma ognuno di questi due cambiamenti di forma si compie mediante uno scambio fra merce e denaro, mediante il reciproco cambiamento di posto di merce e denaro. Le stesse monete, come figura trasmutata di merce, arrivano nella mano del venditore, e poi la lasciano come forma assolutamente alienabile della merce. Esse cambiano posto due volte. La prima metamorfosi della tela porta quelle monete nella tasca del tessitore, la seconda le ritira fuori di nuovo. I due cambiamenti opposti di forma della stessa merce si rispecchiano quindi nel duplice spostamento del denaro in direzioni opposte.

Se invece hanno luogo soltanto metamorfosi unilaterali delle merci, semplici vendite o semplici compere, a volontà, il medesimo denaro cambia di posto, anch'esso, una volta, sola. Il suo

   75 « Esso (il denaro) non ha altro movimento all'infuori di quello che gli è impresso dai prodotti » (LE TROSNE, De l'intérét social cit., p. 885).


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 131

secondo cambiamento di posto esprime sempre la seconda metamorfosi della merce, la sua riconversione dal denaro. Nella frequente ripetizione del cambiamento di posto delle stesse monete non si rispecchia soltanto la serie di metamorfosi d'una singola merce, ma anche l'intrecciarsi, in genere, delle innumerevoli metamorfosi del mondo delle merci. Del resto è assolutamente ovvio che tutto ciò vale soltanto per la forma qui considerata della circolazione semplice delle merci.

Ogni merce, al suo primo passo nella circolazione, al suo primo cambiamento di forma, cade fuori della circolazione, nella quale poi entra sempre merce nuova. Invece il denaro, come mezzo di circolazione, abita continuamente nella sfera della circolazione, e si aggira continuamente in essa. Sorge quindi il problema di quanto denaro assorba continuamente questa sfera.

In un paese avvengono ogni giorno innumerevoli metamorfosi unilaterali di merci ossia, in altre parole, semplici vendite da una parte, semplici compere dall'altra parte: esse sono contemporanee, e quindi avvengono l'una accanto all'altra nello spazio. Nei loro prezzi, le merci sono già identificate a determinate quantità ideali di denaro. Poiché dunque la forma di circolazione immediata che qui consideriamo, contrappone sempre corporeamente merce e denaro, quella al polo della vendita, questo al polo antitetico della compera, la massa di mezzi di circolazione richiesta per il processo di circolazione del mondo delle merci è già determinata dalla somma dei prezzi delle merci. Di fatto il denaro non fa che rappresentare realmente la somma d'oro già rappresentata idealmente nella somma dei prezzi delle merci. Quindi l'eguaglianza di queste somme è ovvia. Ma noi sappiamo che, eguali rimanendo i valori delle merci, i loro prezzi variano col valore dell'oro (materiale del denaro) stesso, e salgono proporzionalmente se quello cade, cadono se quello sale. Col salire e col cadere della somma dei prezzi delle merci, deve proporzionalmente salire o cadere la massa del denaro circolante. Certo, qui la variazione nella massa dei mezzi di circolazione sorge dallo stesso denaro, ma non dalla sua funzione di mezzo di circolazione, bensì dalla sua funzione di misura del valore. Il prezzo delle merci varia in primo luogo in ragione inversa del valore del denaro, e in seguito varia la massa dei mezzi di circolazione in ragione diretta del prezzo delle merci. Lo stesso identico fenomeno si verificherebbe se p. es. non cadesse il valore dell'oro o non salisse il valore dell'argento, ma se l'argento sostituisse l'oro come misura del valore, o se non salisse il valore dell'argento,


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ma l'oro lo cacciasse dalla funzione di misura del valore. Nel primo caso, dovrebbe circolare più argento di quanto oro circolasse prima, nell'altro, dovrebbe circolare meno oro di quanto argento circolasse prima. In entrambi i casi sarebbe cambiato il valore del materiale del denaro, cioè della merce che funziona come misura dei valori, e quindi sarebbe cambiata l'espressione in prezzo dei valori delle merci, quindi la massa dei denaro circolante, che serve alla realizzazione di quel prezzo. S'è visto che la sfera della circolazione ha una apertura, attraverso la quale entra in essa, come merce di valore dato, l'oro (o l'argento; in breve, il materiale del denaro). Questo valore è presupposto nella funzione del denaro come misura del valore, quindi nella determinazione del prezzo. Ora, se cade, p. es., il valore della misura stessa del valore, questo fatto si manifesterà in primo luogo nel cambiamento di prezzo delle merci che vengono scambiate come merci con i metalli nobili, immediatamente, alla fonte di produzione di questi ultimi. In ispecie, in stadi meno sviluppati della società civile, una gran parte delle altre merci verrà stimata ancora per un certo tempo nel valore, ormai divenuto illusorio, antiquato, della misura di valore. Intanto una merce infetterà l'altra mediante il suo rapporto di valore con essa, i prezzi dell'oro o dell'argento si conguaglieranno a poco per volta nelle proporzioni determinate dai loro stessi valori, finché in conclusione tutti i valori delle merci verranno stimati in corrispondenza al nuovo valore del metallo-denaro. Questo processo di conguaglio è accompagnato dall'aumento continuo dei metalli nobili, i quali affluiscono sostituendo le merci scambiate direttamente con essi. Quindi nella stessa misura che si generalizza la correzione della tariffa dei prezzi delle merci, ossia che i valori delle merci vengono stimati a norma del nuovo valore del metallo, caduto e che continua a cadere fino a un certo punto, è già presente la massa supplementare di esso necessaria alla realizzazione della correzione stessa. Un'osservazione unilaterale dei fatti che seguirono alla scoperta delle nuove fonti d'oro e d'argento, indusse nel secolo XVII e specialmente nel secolo XVIII all'erronea conclusione che i prezzi delle merci fossero saliti perché funzionavano come mezzo di circolazione più oro e più argento. In quanto segue, il valore dell'oro vien presupposto come dato, come di fatto è dato nel momento della stima dei prezzi.

Dunque, dato questo presupposto, la massa dei mezzi di circolazione è determinata dalla somma da realizzarsi dei prezzi


3. IL DENARO OSSIA LA C1RC0LAZIONE DELLE MERCI         133

delle merci. Poniamo inoltre come dato il prezzo di ogni genere di merci: in questo caso, la somma dei prezzi delle merci dipende evidentemente dalla massa di merci che si trova in circolazione. Non c'è bisogno di rompersi molto la testa per capire che se un quarter di grano costa 2 lire sterline, cento quarters costeranno 200 lire sterline, duecento quarters 400 lire sterline, ecc., e quindi con la massa del grano deve crescere la massa del denaro che nella vendita cambia di posto con esso.

Presupposta come data la massa delle merci, la massa del denaro circolante fluttua in un senso e nell'altro con le oscillazioni di prezzo delle merci. Sale e cade per il fatto che la somma dei prezzi delle merci aumenta o decresce in seguito al loro cambiamento di prezzo. E non è affatto necessario, per questo, che i prezzi delle merci salgano o cadano contemporaneamente. Il rialzo di prezzo in un caso o il ribasso di prezzo nell'altro caso di un certo numero di articoli fondamentali, è sufficiente per far rialzare o ribassare la somma da realizzarsi dei prezzi di tutte le merci circolanti, e quindi anche per mettere in circolazione più o meno denaro. L'effetto sulla massa dei mezzi di circolazione è il medesimo, sia che la variazione di prezzo delle merci rispecchi reali variazioni di valore, o che rispecchi semplici oscillazioni dei prezzi di mercato.

Sia dato un certo numero di vendite, ossia metamorfosi parziali, non connesse fra di loro, contemporanee e quindi svolgentisi l'una accanto all'altra nello spazio, p. es., di un quarter di grano, venti braccia di tela, una Bibbia, quattro galloni di acquavite di grano. Se il prezzo di ogni articolo è di due lire sterline, e la somma dei prezzi che deve essere realizzata è dunque di otto lire sterline, deve restare nella circolazione una massa di denaro di otto sterline. Se invece le medesime merci costituiscono anelli della nota serie di metamorfosi: un quarter di grano - due lire sterline - venti braccia di tela - due lire sterline - una Bibbia - due lire sterline - quattro galloni di acquavite di grano - due lire sterline, in questo caso le due sterline fanno circolare le varie merci secondo i loro turni, realizzando a turno i loro prezzi, e quindi anche la somma dei prezzi, otto sterline, per riposare alla fine nelle mani del distillatore. Le due sterline compiono quattro giri. Questo ripetuto cambiamento di posto delle stesse monete rappresenta il doppio cambiamento di forma della merce, il movimento di essa attraverso due stadi opposti della circolazione e l'intrecciarsi delle metamorfosi di differenti


134 1. MERCE E DENARO

merci (76). Le fasi, opposte e integrantisi a vicenda, attraverso le quali passa questo processo, non possono avvenire l'una accanto all'altra nello spazio, ma possono soltanto seguirsi temporalmente, l'una successivamente all'altra. Quindi la misura della durata di tale processo è costituita da periodi di tempo; ossia: il numero dei giri delle stesse monete in un tempo dato misura la velocità del corso del denaro. Duri, p. es., il processo di circolazione di quelle quattro monete, un giorno. Allora la somma dei prezzi che deve essere realizzata ammonta a otto sterline, il numero dei giri delle stesse monete durante il giorno ammonta a quattro, e la massa del denaro circolante ammonta a due sterline. Ossia, per un periodo dato del processo di circolazione, si ha:

Somma dei prezzi delle merci
------------------------------------------------ = massa del denaro
Numero dei giri di monete di egual nome

funzionante come mezzo di circolazione. Questa legge ha validità generale. Il processo di circolazione di un paese in un periodo dato comprende certo da una parte molte vendite (o compere) frammentarie, contemporanee e coincidenti nello spazio, ossia metamorfosi parziali, nelle quali le stesse monete cambiano solo una volta il loro posto, ossia compiono solo un giro; e dall'altra parte molte serie di metamorfosi, più o meno articolate, in parte parallele, in parte intrecciantisi l'una con l'altra, nelle quali le stesse monete fanno un numero maggiore o minore di giri. Il numero complessivo dei giri di tutte le monete di egual conio che si trovano in circolazione dà tuttavia il numero medio dei giri della singola moneta, ossia la velocità media del corso del denaro. La massa di denaro che p. es. viene gettata nel processo quotidiano di circolazione al suo inizio, è naturalmente determinata dalla somma dei prezzi delle merci circolanti contemporaneamente e giustapposte nello spazio. Ma all'interno del processo, una moneta vien fatta, per cosi dire, responsabile per l'altra. Se la prima aumenta la sua velocità di corso, quella dell'altra rimane paralizzata, oppure questa fugge completamente fuori dalla sfera della circolazione, poiché questa può assorbire soltanto una massa d'oro che, moltiplicata per il numero medio dei giri del suo

   76 « Sono i prodotti, quelli che lo (il denaro) mettono in movimento e lo fanno circolare... La rapidità del suo movimento (cioè del movimento del denaro) supplisce alla quantità. Se necessario, esso non fa che scivolare da una mano all'altra, senza fermarsi neppure un istante » (LE TROSNE, ivi, pp. 915-916).


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 135

singolo elemento, è eguale alla somma dei prezzi che deve essere realizzata. Se quindi cresce il numero dei giri delle monete, diminuisce la loro massa circolante. Se diminuisce il numero dei loro giri, cresce la loro massa. Poichè la massa del denaro che può funzionare come mezzo di circolazione è data quando sia data la velocità media, basta semplicemente p. es. aettare nella circolazione una quantità determinata di biglietti di banca da una sterlina, per cacciarne fuori altrettante « sovrane »; trucco conosciutissimo da tutte le banche.

Come nel corso del denaro si presenta in genere soltanto il processo di circolazione delle merci, cioè la loro circolazione attraverso metamorfosi opposte; così nella velocità della circolazione del denaro si presenta la velocità delle loro trasformazioni, il continuo inserirsi l'una nell'altra delle serie di metamorfosi, lo incalzare del ricambio organico, il rapido scomparire delle merci dalla sfera della circolazione e la loro altrettanto rapida sostituzione con nuove merci. Nella velocità del corso del. denaro appare dunque la unità fluida delle fasi opposte e integrantisi a vicenda: trasformazione della figura di uso in figura di valore, e ritrasformazione della figura di valore in figura di uso, ossia dei due processi della vendita e della compera. Viceversa, nel rallentamento del corso del denaro appare la separazione e il farsi indipendenti e opposti di quei processi, il ristagno del cambiamento delle forme e quindi del ricambio materiale. Di dove venga tale ristagno non si può vedere naturalmente dall'aspetto della circolazione, la quale ci mostra soltanto il fenomeno. Alla intuizione popolare che vede il denaro apparire e scomparire meno spesso in tutti i punti periferici della circolazione quando si rallenti il corso del denaro, sembra ovvio interpretare il fenomeno come insufficienza della quantità dei mezzi di circolazione (77).

   77 « Poichè il denaro... è la misura abituale per la compra e la vendita, chiunque abbia qualcosa da vendere, e non può trovare compratori, è subito pronto a pensare che la causa del fatto che le sue merci non trovino smercio sia mancanza di denaro nel regno o nel paese; quindi la larnentela comune è: "mancanza di denaro"; il che è un grande errore... Di che cosa ha bisogno questa gente, che invoca denaro?... Il fittavolo si lamenta,... pensa che se ci fosse più denaro nel paese, potrebbe ricevere un buon prezzo per i suoi prodotti... Dunque sembra che non sia denaro di cui abbisogna. ma di un buon prezzo per il suo grano e il suo bestiame che vorrebbe. e non può. vendere... E perchè non può ottenere un buon prezzo?... 1. 0 c'è troppo grano e troppo bestiame nel paese, cosicchè la maggior parte della gente che viene al mercato ha necessità di vendere come lui, mi non ha necessità di comprare; oppure, 2. Manca l'usuale vendita all'estero mediante il (##) trasporto... oppure 3. Il consumo diminuisce, p. es., se la gente per povertà non può più spendere come prima per la casa, cosicché non è l'aumento del denaro, specificamente, che potrebbe favorire la vendita dei beni del fittavolo, ma l'eliminazione di una di queste tre cause che son quelle che realmente tengono basso il mercato... Il mercante e il bottegaio hanno bisogno di denaro alla stessa maniera, cioè hanno bisogno della vendita dei beni che trattano, poiché i mercati ristagnano... A una nazione le cose non van mai tanto bene come quando le ricchezze passano sveltamente di mano in mano » (Sir DUDLEY N0RTH, Discourses upon trade, Londra, 1691, pp. 11-15 e sgg.). Gli imbrogli dello Herrenschwand si riducono tutti al dire che le contraddizioni derivanti dalla natura della merce e che quindi appaiono nella circolazione delle merci possono venire eliminate aumentando i mezzi di circolazione. Del resto, dall'illusione popolare che ascrive i ristagni del processo di produzione e circolazione ad una deficienza di mezzi di circolazione, non consegue affatto l'inverso, che una reale deficienza di mezzi di circolazione, p. es. in seguito a truffe ufficiali con la regulation of currency, non possa provocare, per parte sua, dei ristagni.


136 L MERCE E DENARO

La quantità complessiva del denaro che in ciascun periodo Ai tempo funziona come mezzo di circolazione è dunque determinata, da una parte dalla somma dei prezzi del mondo delle merci circolanti, dall'altra parte dal flusso più lento o più veloce dei loro opposti processi di circolazione; da questo flusso dipende qual parte di quella somma dei prezzi possa venire realizzata mediante le medesime monete. Ma la somma dei prezzi delle merci dipende tanto dalla massa quanto dai prezzi di ogni genere di merci. Però i tre fattori: il movimento dei prezzi, la massa circolante delle merci e infine la velocità di corso della moneta, possono variare in direzione differente e in rapporti differenti; e la somma dei prezzi che va realizzata, e quindi la massa dei mezzi di circolazione ch'essa richiede, può passare anch'essa per numerosissime combinazioni. Qui enumeriamo quelle più importanti nella storia dei prezzi delle merci.

Eguali rimanendo i prezzi delle merci, la massa dei mezzi di circolazione può aumentare perchè s'accresce la massa delle merci circolanti oppure perchè diminuisce la velocità di corso del denaro, o quando cooperano l'uno e l'altro fenomeno. La massa dei mezzi di circolazione può viceversa diminuire col diminuire della massa delle merci o col crescere della velocità di circolazione.

A prezzi delle merci generalmente crescenti, la massa dei mezzi di circolazione può rimanere eguale, se la massa delle merci circolanti diminuisce nella stessa proporzione dell'aumento del suo prezzo, oppure se la velocità di corso del denaro s'accresce altrettanto rapidamente del rialzo dei prezzi, mentre la


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massa circolante di merci rimane costante. La massa dei mezzi di circolazione può cadere, per il fatto che la massa delle merci diminuisce, oppure perchè la rapidità del corso s'accresce più rapidamente dei prezzi.

A prezzi delle merci generalmente calanti, la massa dei mezzi di circolazione può rimanere eguale, a patto che la massa delle merci cresca nella stessa proporzione della caduta del loro prezzo, oppure che la velocità del corso del denaro decresca nella stessa proporzione dei prezzi. Essa può crescere quando la massa delle merci cresca più rapidamente oppure la velocità di circolazione diminuisca più rapidamente di quanto cadano i prezzi delle merci.

Le variazioni dei diversi fattori si possono compensare reciprocamente, cosicché, nonostante la sua continua instabilità, la somma complessiva da realizzare dei prezzi, delle merci rimanga costante, come anche la massa circolante di denaro. Si ha quindi, in ispecie, considerando periodi di una certa durata, un livello medio della massa di denaro circolante in ogni paese ben più costante di quanto a prima vista ci si potrebbe aspettare; e, eccezione fatta di gravi perturbazioni che sorgono periodicamente dalle crisi di produzione e dalle crisi commerciali, e più di rado da una variazione del solo valore del denaro, si hanno deviazioni da quel livello medio ben minori di quanto ci si potrebbe aspettare a prima vista.

La legge, che la quantità dei mezzi di circolazione è determinata dalla somma dei prezzi delle merci circolanti e dalla velocità media del corso del denaro (78), può anche essere espressa

   78 « C'è una certa misura e una certa proporzione del denaro, necessaria per mantenere in movimento il commercio di una nazione; qualcosa in più o in meno gli sarebbe di pregiudizio. Proprio come in un piccolo commercio al dettaglio è necessaria una certa quantità di spiccioli di rame per cambiare le monete d'argento e per saldare quei conti che non si potrebbero completare neppure con le più piccole monete d'argento... Ora, così come la proporzione numerica degli spiccioli di rame necessari al commercio va rilevata dal numero dei compratori, dalla frequenza dei loro acquisti e anche, e soprattutto, dal valore della moneta argentea minima, così analogamente la proporzione del denaro monetato (oro e argento) necessario per il nostro commercio è determinata dalla frequenza dei casi di scambio e dalla grandezza dei pagamenti » (WILLIAM PETTY, A treatise of taxes and contributions, Londra, 1667, p. 17). La teoria di Hume è stata difesa contro J. Steuart, fra gli altri, da A. YOUNG nella sua Political arithmetic, Londra, 1774, dove si ha un capitolo apposito, Prices depend on quantity of money. p. 112. In Zur Kritik cit_ p. 119, io osservo: « E! - gli ( A. Smith, elimina tacitamente il problema della quantità della moneta circolante. trattando il (##) denaro del tutto erroneamente come semplice merce ». Questo vale soltanto per i punti dove A. Smith tratta del denaro ex officio. Tuttavia, incidentalmente, p. es. nella critica dei sistemi precedenti di economia politica, si esprime correttamente: «La quantità della moneta viene regolata in ciascun paese dal valore delle merci, della cui circolazione esso deve essere il mezzo... Il valore dei beni comprati e venduti annualmente in un paese esige una certa quantità di denaro per farli circolare e per distribuirli ai loro veri e propri consumatori, e non può dare impiego ad una quantità maggiore. Il canale della circolazione attira necessariamente la somma sufficiente per riempirlo; e non accoglie mai qualcosa di più». Wealth o/ nations, libro IV, pp. I) [Ed. Wakefield cit., III, pp. 87-881. Similmente, A. Smith apre la sua opera, ex officio, con l'apoteosi della divisione del lavoro. Ma dopo, nell'ultimo libro, a proposito delle fonti delle entrate dello Stato, riproduce incidentalmente la denuncia di A. Ferguson, il suo maestro, contro la divisione del lavoro.


138 1. MERCE E DENARO

così: data la somma di valore delle merci e data la velocità media delle loro metamorfosi, la quantità del denaro ossia del materiale monetario in corso, dipende dal suo proprio valore. L'illusione che i prezzi delle merci, viceversa, siano determinati dalla massa dei mezzi di circolazione, e questa massa sia determinata a sua volta dalla massa del materiale monetario che si trova in un dato pace (79), ha la sua radice, nei suoi primi sostenitori, nell'ipotesi assurda che entrino merci senza prezzo e denaro senza valore nel processo della circolazione, dove poi una parte aliquota del pastone di merci si scambierebbe con una parte aliquota del mucchio di metallo (80).

   79 «I prezzi delle cose saliranno sicuramente in ogni nazione, a misura dell'aumentare della quantità d'oro e d'argento fra la gente: di conseguenza, se in una qualsiasi nazione diminuiscono l'oro e l'argento, dovranno cadere, proporzionalmente ente a una tale diminuzione dell'oro e dell'argento, i prezzi di tutte le cose » (JACOB VANDERLINT, Money answers all things, Londra. 1734, p. 5). Un confronto più accurato fra il Vanderlint e i Saggi dello Hume, non mi lascia il minimo dubbio che lo Hume conoscesse e utilizzasse lo scritto, del resto importante, del Vanderlint. L'opinione che la massa dei mezzi di circolazione determini i prezzi si trova anche presso il Barbon e scrittori anche molto più antichi. Il Vanderlint dice: < Nessun inconveniente può sorgere dal libero commercio, anzi grandissimo vantaggio... poiché, se la quantità di denaro contante delle nazioni ne viene diminuita che è quello che le misure di proibizione son dirette ad impedire, le nazioni alle quali arriva il denaro contante constateranno certamente che tutto salirà di prezzo a misura che cresce presso di esse il denaro contante. E... i nostri prodotti manufatti e tutto il resto diventeranno presto così a buon mercato che la bilancia commerciale inclinerà di nuovo a nostro favore. e di conseguenza richiamerà indietro il denaro» (ivi. p. 44).
   80 E’ cosa ovvia che ogni singolo genere di merci costituisca per il suo prezzo un elemento della somma dei prezzi di tutte le merci circolanti. Ma come mai valori d'uso fra loro incommensurabili debbano essere scambiati in massa con la massa d'oro e d'argento che si trova in un dato paese, è del (##) tutto incomprensibile Se si inventasse di trasformare il mondo delle merci in una unica merce complessiva, della quale ciascuna merce formasse solo una parte aliquota, ne verrebbe questo bell'esempio di calcolo: merce complessiva = x quintali d'oro; merce A = parte aliquota della merce complessiva = la stessa parte aliquota di x quintali d'oro. Questo vien fuori candidamente in Montesquieu: « Se si compara la massa dell'oro e dell'argento esistente nel mondo con la somma delle merci esistenti, è certo che si potrà confrontare ogni singola derrata o merce in particolare con una certa quantità della massa intera. Supponiamo che ci sia al mondo solo una singola derrata o una singola merce, o che ce ne sia una sola che si comperi, e che essa sia divisibile proprio come il denaro: una data parte di questa merce corrisponderà ad una parte della massa del denaro; la metà del totale dell'una corrisponderà alla metà del totale dell'altra... La determinazione dei prezzi delle cose dipende sempre fondamentalmente dal rapporto fra il totale delle cose e il totale dei segni monetari » MONTESQUIEU . Esprit des lois, Oeuvres, vol. III, pp. 12, 13). Sull'ulteriore sviluppo di questa teoria ad opera dei Ricardo, dei suoi scolari James Mill, Lord Overstone. ere.. cfr. Zur Kritik cit., pp. 140-146 e p. 150 sgg. Il signor J. St. Mill riesce con la logica eclettica che gli è abituale, ad essere dell'opinione di suo padre J. Mill. e contemporaneamente di quella opposta. Se si confronta il testo del suo compendio, Principles of political economy, con la prefazione (della prima edizione, dove si annuncia come l'Adam Smith del tempo presente. non si sa se ammirare più l'ingenuità dell'uomo o quella del pubblico che in piena buona fede l'ha accettato come Adam Smith: ed egli sta a questo come il generale Williams Kars di Kars al Duca di Wellington. Le ricerche del signor J. St. Mill nel campo dell'economia politica, che non sono né vaste né sostanziose si trovano tutte in parata nel suo scrittarello uscito nel 1844: Some unsettled question of political economy. Il Locke afferma senz'altro il nesso fra il non-valore dell'oro e dell'argento e la determinazione del loro valore mediante la quantità: « Poichè gli uomini si sono accordati per conferire all'oro e all'argento un valore immaginario... Il valore intrinseco che si scorge in questi metalli non è altro che la loro quantità » (Some considerations cit., 1691, Works, ed. 1777, vol. li, p. 15).


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 139

     c) La moneta. Il segno del valore.

Dalla funzione del denaro come mezzo di circolazione sorge la sua figura di moneta. La parte di peso d'oro rappresentata nel prezzo ossia nel nome in denaro delle merci, deve presentarsi di contro ad esse, nella circolazione, come pezzo d'oro di identico nome, ossia moneta. Come già la definizione della scala di misura dei prezzi, la monetazione è affare che spetta allo Stato. Nelle differenti uniformi nazionali che oro e argento portano quando sono moneta, ma che poi tornano a svestire sul mercato mondiale, si fa luce la distinzione fra le sfere interne o nazionali della circolazione delle merci e la loro sfera generale, il mercato mondiale.

Dunque, moneta aurea e oro in verghe si distinguono per nascita soltanto per la loro figura, e l'oro può costantemente


140 I MERCE E DENARO

trasmutarsi da una forma nell'altra (81). La strada per uscire dalla moneta, però, è la stessa che conduce al crogiuolo di fusione. Infatti le monete auree, nel loro corso, si consumano a poco a poco, una più, l'altra meno. Titolo aureo e sostanza aurea, contenuto nominale e contenuto reale cominciano il loro processo di separazione. Monete d'oro dello stesso nome diventano di valore diseguale, perchè sono di peso diseguale. L'oro come mezzo di circolazione si allontana dall'oro come scala di misura dei prezzi, cessando, quindi, anche d'essere equivalente reale delle merci i cui prezzi esso realizza. La storia di questi disordini, costituisce la storia della monetazione del Medioevo e dell'età moderna fino al secolo XVIII. La tendenza naturale del processo della circolazione, a trasformare in apparenza d'oro l'essere d'oro della moneta, ossia la tendenza a trasformare la moneta in un simbolo del suo contenuto metallico ufficiale, è riconosciuta perfino dalle leggi più recenti sul grado di perdita di metallo che può mettere fuori corso ossia demonetizzare una moneta d'oro.

Se lo stesso corso del denaro separa il contenuto reale dal contenuto nominale della moneta, ossia separa la sua esistenza di metallo dalla sua esistenza funzionale, questo significa che in esso è latente la possibilità di sostituire il denaro metallico, nella sua funzione di moneta, con marche di altro materiale, ossia con simboli. Le difficoltà tecniche della monetazione di parti di peso estremamente minuscole d'oro o d'argento, e la circostanza che originariamente servono come misura di valore metalli meno pregiati invece dei più pregiati, argento invece d'oro, rame invece d'argento, e quindi sono essi a circolare come denaro nel momento che il metallo più

   81 Naturalmente è del tutto fuori dell'argomento del mio lavoro esaminare particolari come il signoraggio. Tuttavia, in risposta al sicofante romantico Adam Mueller, il quale ammira «la grandiosa liberalità » onde « il governo inglese conia moneta gratuitamente », ricorderò il seguente giudizio di Sir Dudley North: « L'oro e l'argento hanno il loro flusso e riflusso come le altre merci. Quando ne arrivano quantità dalla Spagna... vengono portate nella Torre di Londra e monetate. Non molto dopo sorge una richiesta di verghe per l'esportazione. Ma se non ce ne sono di pronte, ma tutto è, per caso, monetato, che fare? Si rifonda tutto; non c'è perdita. perchè la coniazione non costa nulla al proprietario. Ma il danno lo porta la nazione che deve pagare per le trecce di paglia con cui foraggiare gli asini. Se il mercante (il North era personalmente uno dei più grandi mercanti dell'epoca di Carlo 11) dovesse pagare un prezzo per la coniazione, non manderebbe il suo argento nella Torre senza rifletterci; e allora il denaro coniato avrebbe sempre un valore superiore all'argento non coniato » (NORTH, Discourses cit., p. 18).


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 141

nobile li detronizza, spiegano storicamente la funzione delle marche di argento e di rame come sostituti della moneta aurea. Essi sostituiscono l'oro in quei cieli della circolazione delle merci, dove la moneta circola più rapidamente e quindi si logora più rapidamente, cioè dove le vendite e le compere su scala minima si rinnovano incessantemente. Per impedire che questi satelliti si stabiliscano al posto dell'oro, vengono stabilite per legge le bassissime proporzioni nelle quali esclusivamente essi debbono essere accettati in luogo di pagamento al posto dell'oro. 1 vari cieli nei quali han corso le varie specie di moneta s'intersecano naturalmente a vicenda. La moneta divisionale appare accanto all'oro per il pagamento di frazioni della moneta d'oro minima; l'oro entra costantemente nella circolazione di dettaglio, ma ne viene con altrettanta costanza messo fuori mediante il cambio con moneta divisionale (82).

Il contenuto metallico delle marche d'argento o di rame è determinato arbitrariamente dalla legge. Durante il loro corso, esse si logorano anche più rapidamente della moneta d'oro. La loro funzione di moneta diviene quindi, in realtà, completamente indipendente dal loro peso, cioè da ogni valore. L'esistenza di moneta dell'oro si separa completamente dalla sua sostanza di valore. Quindi cose che sono, relativamente, senza valore, cedole di carta, possono funzionare in vece sua come moneta. Nelle marche metalliche di denaro il carattere puramente simbolico è ancora in certo modo latente. Nella carta moneta esso salta agli occhi. E’ proprio vero: « Ce n'est que le premier pas qui coute ».

Qui si tratta solo della carta moneta statale a corso forzoso. Essa nasce direttamente dalla circolazione metallica. La moneta di credito è sottoposta invece a rapporti che ancora ci sono completamente sconosciuti, dal punto di vista della circolazione sem-

   82 « Se l'argento non eccede mai quanto è richiesto per i pagamenti minori, non può essere raccolto in quantità sufficienti per i pagamenti maggiori... L'uso delI'oro per grandi pagamenti implica di necessità anche il suo uso nel commercio al dettaglio; i possessori di monete d'oro le offrono per acquisti minori, e assieme alla merce acquistata, ricevono di ritorno il resto in argento; a questo modo il sovrappiù di argento, che altrimenti impaccerebbe il commerciante al dettaglio, gli viene sottratto e disperso Della circolazione generale. Ma se c'è tanto argento che i piccoli pagamenti possano essere eseguiti indipendentemente dall'oro, il commerciante al dettaglio deve ricevere argento per le piccole compere, e questo si deve accumulare necessariamente nelle sue mani. (DAVID BUCHANAN, Inquiry into the taxation and commercial policy of Great Britain, Edimburgo, 1844, pp. 248, 249).


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 plice delle merci. Notiamo tuttavia, di passaggio, che come la carta moneta vera e propria sorge dalla funzione del denaro come mezzo di circolazione, la moneta di credito ha la sua radice naturale nella funzione del denaro come mezzo di pagamento (83).

Lo Stato getta nel processo della circolazione, dal di fuori, cedole di carta sulle quali sono stampati nomi di denaro, come una lira sterlina, cinque lire sterline, ecc. Finchè esse circolano realmente al posto della somma di oro dello stesso peso, nel loro movimento si rispecchiano soltanto le leggi del corso dei denaro. Una legge specifica della circolazione cartacea può sorgere soltanto dal suo rapporto con l'oro, in quanto essa è rappresentante di quest'ultimo. Tale legge è semplicemente questa: l'emissione di carta moneta dev'essere limitata alla quantità nella quale dovrebbe realmente circolare l'oro (o l'argento) da essa simbolicamente rappresentato. Ora, è vero che la quantità d'oro che può essere assorbita dalla sfera della circolazione oscilla costantemente al di sopra o al di sotto di un certo livello medio; tuttavia la massa del mezzo circolante noti cala mai, in un dato paese, al di sotto di un certo minimo stabilito in base all'esperienza. Che questa massa minima rinnovi costantemente gli elementi che la costituiscono, che cioè essa consista di monete d'oro sempre nuove, non cambia naturalmente nulla al suo volume né al suo costante aggirarsi nella sfera della circolazione. Quindi essa può essere sostituita con simboli cartacei. Ma se oggi tutti i canali della circolazione vengono riempiti di carta rnoneta al pieno limite della loro capacità d'assorbimento di denaro, domani essi potranno essere sovrappieni, in conseguenza delle oscillazioni della circolazione delle merci. Ogni misura è perduta. Ma

    83 Il mandarino alle finanze Wan-Mao-in ardì un giorno di sottoporre al figlio dei cielo un progetto che tendeva nascostamente a trasformare gli assegnati imperiali cinesi in banconote convertibili. Nella relazione dell'aprile 1854 del comitato degli assegnati riceve una lavata di testa come, si deve. Non si comunica se ricevette anche il carico d'obbligo di colpi di bambù. A conclusione della relazione si dice: « il comitato ha attentamente ponderato il suo progetto, e trova che in esso tutto riesce a vantaggio dei commercianti e nulla v'è di vantaggioso per la corona» (Arbeiten der kaiserlichrussischen Gesandtschaft zu Peking ueber China. Aus dem Russischen von Dr. K. Abel und F. A. Mecklenburg, vol. I. Berlino. 1858 p. 47 sgg.). Un governatore della Banca d'Inghilterra, in qualità di teste davanti al House of Lords' Committee sui Bank acts dice: «Ogni anno una nuova classe di sovrane (non politicamente parlando; sovrana è il nome della lira sterlina) diventa troppo leggera. La classe che supera a pieno peso un anno, perde abbastanza, in seguito al logorio, per far pendere la bilancia contro di sé l'anno seguente » (House of Lords' Committee, 1848, n. 429).


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se la carta sorpassa la sua misura, cioè la quantità di moneta d'oro della medesima denominazione che potrebbe circolare, essa rappresenta entro il mondo delle merci, e astrazion fatta dal pericolo d'un discredito generale, ormai soltanto la quantità di oro determinata dalle sue leggi immanenti, e quindi anche l'unica che possa rappresentare. Se la massa di cedole rappresenta, p. es., per ogni cedola due once d'oro invece di una, di fatto una lira sterlina diventa la denominazione in denaro, diremo p. es. di un ottavo d'oncia, invece che di un quarto d'oncia. L'effetto è lo stesso che se si fosse alterato l'oro, nella sua funzione di misura dei prezzi. Gli stessi valori quindi che prima si esprimevano nel prezzo di una lira sterlina, si esprimono ora nel prezzo di due lire sterline.

La carta moneta è segno d'oro, cioè segno di denaro. Il suo rapporto coi valori delle merci sta solo nel fatto che questi vengono espressi idealmente con le medesime quantità d'oro che sono rappresentate simbolicamente e visibilmente dalla carta. La carta moneta è segno di valore solo in quanto rappresenta quantità d'oro che sono anche quantità di valori, come tutte le altre quantità di merci (84).

Si domanda, infine, perchè l'oro possa essere sostituito con semplici segni di se stesso, senza alcun valore proprio. Ma, come s'è visto, esso è sostituibile a questo -nodo solo in quanto viene isolato o reso indipendente nella sua funzione di moneta o mezzo di circolazione. Ora, il fatto che questa funzione diventi indipendente, non ha luogo, è vero, per le singole monete d'oro, benchè esso si presenti quando monete d'oro logorate continuano a circolare; le monete d'oro sono semplici monete o mezzi di circolazione esattamente soltanto finché, circolano realmente.

   84 Nota alla seconda edizione. Come anche i migliori scrittori sulla moneta concepiscano poco chiaramente le diverse funzioni del denaro ci è mostrato p. es. dal passo seguente del Fullarton: « Per quel che riguarda i nostri scambi all'interno, tutte le funzioni dei denaro che abitualmente vengono assolte da monete d'oro o d'argento. possono essere assolte con altrettanta efficacia da una circolazione di biglietti inconvertibili, che non avrebbero altro valore che quello artificiale e convenzionale derivato dalla legge. Questo è un fatto che, io penso. non può esser negato. Un valore di questo tipo potrebbe rispondere a tutti i fini di un valore intrinseco e rendere superflua addirittura anche la necessità di una scala di misura, purché la quantità delle sue emissioni venga tenuta nei limiti dovuti » (FULLARTON, Regulation of currencies, 2. ed., Londra, 1845, D. 21). Quindi, poiché la merce denaro può essere sostituita nella circolazione mediante puri e semplici segni di valore, essa è superflua come misura dei valori e scala dei prezzi!


 144 L MERCE E DENARO

Tuttavia, quel che non vale per la singola moneta d'oro, vale per la massa minima d'oro sostituibile con la carta moneta. Questa abita costantemente nella sfera della circolazione, funziona continuamente come mezzo di circolazione, ed esiste quindi soltanto come depositaria di questa funzione. Dunque il suo movimento rappresenta soltanto il continuo trasformarsi l'uno nell'altro dei processi opposti della metamorfosi delle merci M-D-M: nel quale fenomeno, la figura di valore della merce si presenta di contro alla merce solo per tornare a scomparire immediatamente. La rappresentazione indipendente del valore di scambio della merce è qui solo un momento fuggevole. Quindi, in un processo che fa passare costantemente il denaro da una mano all'altra, è sufficiente anche la sua esistenza puramente simbolica. Per così dire, la sua esistenza funzionale assorbe la sua esistenza materiale. Riflesso dileguante oggettivato dei prezzi delle merci, esso funziona ormai soltanto come segno di se stesso, e quindi può esser sostituito con segni (85). Solo che il segno del denaro ha bisogno di una sua propria validità oggettivamente sociale: e il simbolo cartaceo ottiene tale validità mediante il corso forzoso. Questa coercizione dello Stato è valida solo all'interno di una sfera di circolazione circoscritta dai confini di una comunità, ossia interna; ma del resto, solo in essa il denaro si risolve completamente nella propria funzione di mezzo di circolazione o moneta, e può quindi ricevere nella carta moneta un genere di esistenza esternamente separato dalla sua sostanza metallica e puramente funzionale.

3. Denaro.

La merce che funziona come misura del valore e quindi anche, di persona o per rappresentante, come mezzo di circolazione, è denaro. L'oro (o l'argento) è quindi denaro. Come denaro esso funziona, da una parte, quando è costretto a presentarsi nella sua

  85 Dal fatto che l'oro e l'argento come monete, ossia nella esclusiva funzione di mezzo della circolazione, diventano segni di se stessi, Nicolas Barbon deduce il diritto dei governi « to raise money », cioè, p. es.. di dare ad una data quantità di argento, che si chiamava « grosso ». il nome di una quantità data d'argento, maggiore, come p. es., tallero, in modo da restituire ai creditori grossi invece di talleri. «Il denaro si consuma e diventa più leggero per via dei molteplici versamenti... Quel che la gente considera nel trafficare è la denominazione e il corso, non la quantità dell'argento... E' l'autorità pubblica sul metallo, che ne fa moneta» . N. BARBON, A discourse concerning coining cit., pp. 29, 30, 25).


3, IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 145

aurea (o argentea) corporeità personale, quindi come merce denaro: dunque né solo idealmente, come nella misura del valore, né capace di essere rappresentato, come nel mezzo di circolazione; dall'altra parte, quando la sua funzione, tanto se esso la compie in persona propria o per mezzo di rappresentante, lo fissa, di contro a tutte le altre merci come puri valori d'uso, quale unica figura di valore o unica esistenza adeguata del valore di scambio.

a) Tesaurizzazione.

Il movimento ciclico continuativo delle due metamorfosi opposte delle merci, ossia il fluido capovolgersi di vendita in compra e di compra in vendita si presenta nell'incessante corso del denaro ossia nella funzione del denaro, di perpetuum mobile della circolazione. Esso viene immobilizzato; cioè, come dice il Boisguillebert, da meuble diventa immeuble, da moneta diventa denaro, appena la serie delle metamorfosi viene interrotta, e la vendita non è integrata da una compera successiva.

Col primo svilupparsi della stessa circolazione delle merci si sviluppa la necessità e la passione di fissare il prodotto della prima metamorfosi, la figura trasformata della merce, ossia la sua crisalide d'oro (86). Si vende merce non per comprar merce, ma per sostituire forma di merce con forma di denaro. Questo cambiamento di forma diventa, da semplice intermediario del ricambio organico, fine a se stesso. Alla forma alienata della merce s'impedisce di funzionare come forma assolutamente alienabile della merce stessa, ossia come forma di denaro che non ha altro che da scomparire. Così il denaro si pietrifica in tesoro e il venditore di merci diventa tesaurizzatore.

Ai veri e propri inizi della circolazione delle merci soltanto l'eccedenza di valori d'uso si cambia in denaro. Oro e argento diventano così di per se stessi espressioni sociali della sovrabbondanza ossia della ricchezza. Questa forma ingenua di tesaurizzazione si perpetua fra i popoli presso i quali una cerchia saldamente conchiusa di esigenze corrisponde al modo di produzione tradizionale e diretto a soddisfare i bisogni personali. Così avviene fra i popoli asiatici, e in ispecie fra gli indiani. Il Vanderlint, il quale suppone che i prezzi delle merci vengano deter-

   86 « Una ricchezza in denaro è soltanto... ricchezza in prodotti convertiti in denaro » (MERCIER DE LA RIVIèR, L’ordre naturel cit., p. 557). « Une valeur en productions n'a fait que changer de forme » (ivi, p. 486).


146 1. MERCE E DENARO

minati dalla massa dell'oro o dell'argento che si trova in un paese, si chiede: perchè le merci indiane sono a così buon mercato? Risposta: perchè gli indiani seppelliscono il denaro. Ed osserva: dal 1602 al 1734 essi hanno seppellito centocinquanta milioni di sterline in argento, che originariamente erano venuti dall'America in Europa (87). Dal 1856 al 1866, cioè in dieci anni, l'Inghilterra ha esportato in India e in Cina (il metallo esportato in Cina riaffluisce per la massima parte in India) centoventi milioni di lire sterline in argento, che era stato prima scambiato con oro australiano.

Con lo svilupparsi ulteriore della produzione di merci, nessun produttore di merci può fare a meno di assicurarsi il nervus rerum, il « pegno sociale » (88). 1 suoi bisogni si rinnovano incessantemente e impongono un incessante acquisto di merce altrui, mentre invece la produzione e la vendita della sua merce costano tempo e dipendono da circostanze casuali. Per comprare senza vendere egli deve avere in precedenza venduto senza comprare. Questa operazione, eseguita su scala generale, sembra intrinsecamente contraddittoria. Tuttavia, i metalli nobili, alla loro fonte di produzione, vengono scambiati direttamente con altre merci. Qui ha luogo una vendita (da parte del possessore di merci) senza compra (da parte del possessore d'oro o di argento) (89). E le ulteriori vendite senza compere che le seguono procurano semplicemente l'ulteriore distribuzione dei metalli nobili fra tutti possessori di merci. Così, su tutti i punti del traffico sorgono tesori d'oro e tesori d'argento, di volume differentissimo. Con la possibilità di tener ferma la merce come valore di scambio, o il valore di scambio come merce, si sveglia la brama dell'oro. Con l'estensione della circolazione delle merci cresce il potere del denaro, della forma sempre pronta, assolutamente sociale, della ricchezza. « Mirabile cosa è l'oro! Chi lo possiede, è padrone di tutto ciò che desidera. Con l'oro si possono perfino far pervenire le anime in paradiso! » (Colombo, Lettera dalla Giamaica, 1503). Poichè non si può vedere dall'aspetto del denaro che cosa sia trasformato in esso, tutto, merce o no. si trasforma in denaro. Tutto diventa vendibile o acquistabile. La circolazione

   87 « Con queste pratiche essi mantengono tutti i loro beni e i loro manufatti a prezzi così bassi » (VANDERLINT, Money answers cit.. pp. 95, 96).
   88 « Il denaro... è un pegno » (JOHN BELLERS, Essav about the poor, manufactures, trade, plantations, and immorality, Londra. 1699. p. l3~.
   89 Infatti la compera, intesa in senso categorico. presuppone già l'oro o l'argento come figura trasformata della merce, ossia prodotto della vendita.


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 147

diventa il grande alambicco sociale dove tutto affluisce per tornare a uscirne come cristallo di denaro. A questa alchimia non resistono neppure le ossa dei santi e meno ancora altre meno rozze res sacrosanctae, extra commercium hominuni (90). Come nel denaro è cancellata ogni distinzione qualitativa delle merci, il denaro cancella per parte sua, leveller radicale, tutte le distinzioni (91). Ma anche il denaro è merce, una cosa esterna, che può diventare proprietà privata di ognuno. Così la potenza sociale diventa potenza privata della persona privata. Perciò la società antica lo denuncia come moneta dissolvitrice del suo ordinamento economico e politico (92). La società moderna che già dalla sua prima infanzia ha preso Plutone pei capelli, e lo va traendo fuori dalle viscere della terra (93), saluta nell'aureo Gral la splendente incarnazione del suo principio di vita più proprio.

La merce come valore d'uso soddisfa un bisogno particolare e costituisce un elemento particolare della ricchezza materiale.

   90 Enrico III, cristianissimo re di Francia, ruba ai conventi, ecc. le loro reliquie per convertirle in denaro. E’ nota la parte che ha nella storia greca il saccheggio dei tesori del tempio di Delfi compiuto dai focesi. Si sa che presso gli antichi i templi servivano di dimora al dio delle merci. 1 templi erano «banche sacre». Per i fenici, popolo commerciale per eccellenza, il denaro era la trasfigurazione di tutte le cose. Quindi era nell'ordine delle cose che le vergini che si davano agli stranieri nelle feste della dea dell'amore offrissero in sacrificio ad essa la moneta ricevuta in compenso.
   91 «Oro? Giallo, luccicante, prezioso oro? Basterà un po' di questo per rendere nero il bianco, bello il brutto, dritto il torto, nobile il basso. giovane il vecchio, valoroso il codardo. Oh dèi, perchè questo? Che è mai, o dèi? Questo vi toglierà dal fianco i vostri preti e i vostri servi e strapperà l'origliere di sotto la testa dei malati ancora vigorosi. Questo schiavo giallo cucirà e romperà ogni fede, benedirà il maledetto e farà adorare la livida lebbra, collocherà in alto il ladro e gli darà titoli, genuflessioni ed encomio sul banco dei senatori; è desso che decide l'esausta vedova a sposarsi ancora. Colei che un ospedale di ulcerosi respingerebbe con nausea, l'oro la profuma e la imbalsama come un dì d'aprile. Orsù dunque, maledetta mota, comune bagascia del genere umano che metti a soqquadro la marmaglia dei popoli, io voglio darti il tuo vero posto nel mondo (SHAKESPEARE, Timone d’Atene, [Scena III, Atto IV, trad. E. Montale]).
   92 « In verità per l'uomo nulla ha poteri così tristi e larghi come il denaro, che città devasta, uomini strappa alle lor case; istrutte le menti pure a concepir il male, le perverte e le muta, e del delitto indica il passo e l'esperienza schiude d'ogni empietà» (SOFOCLE, Antigone [versi 295-301, trad. di G. Lombardo Radice].
   93 «Sperando l’avarizia di trarre Plutone stesso dalle viscere della terra» (ATENEO, Deipnosophistai.). [frase in greco non trascrivibile]


148 1. MERCE E DENARO

Ma il valore della merce misura il grado della sua forza d'attrazione su tutti gli elementi della ricchezza materiale, quindi sulla ricchezza sociale del suo possessore. Per il possessore di merci barbaro e semplice, o anche per un contadino dell'Europa occidentale, il valore è inseparabile dalla forma di valore, e quindi per lui l'accrescimento del tesoro aureo e argenteo è accrescimento di valore. E certo, il valore del denaro è variabile, sia in conseguenza delle proprie variazioni di valore, sia in conseguenza delle variazioni di valore delle merci: ma questo non impedisce, da una parte, che duecento once d'oro contengano, prima o poi, più valore di cento, trecento più di duecento, ecc., né, dall'altra parte, che la forma metallica naturale di questa cosa rimanga la forma generale di equivalente di tutte le merci, l'incarnazione, immediatamente sociale, di tutto il lavoro umano. L'impulso alla tesaurizzazione è per natura senza misura. Il denaro è, qualitativamente ossia secondo la sua forma senza limiti; cioè è rappresentante generale della ricchezza materiale, perchè è immediatamente convertibile in ogni merce. Ma allo stesso tempo ogni somma reale di denaro è limitata quantitativamente, e quindi è anche soltanto mezzo d'acquisto di efficacia limitata. Questa contraddizione fra il limite quantitativo e l'illimitatezza qualitativa del denaro risospinge sempre il tesaurizzatore al lavoro di Sisifo dell'accumulazione. Al tesaurizzatore succede come al conquistatore del mondo: la conquista di un nuovo paese è solo la conquista di un nuovo confine.

Per tener fermo l'oro come denaro e quindi come elemento della tesaurizzazione, gli si deve impedire di circolare, ossia di risolversi come mezzo di acquisto in mezzo di consumo. Quindi il tesaurizzatore sacrifica i suoi piaceri carnali al feticcio oro. Egli prende sul serio il vangelo della rinuncia. D’altra parte, egli può sottrarre in denaro alla circolazione solo quel che le dà in merci. Tanto più produce, tanto più può vendere. Quindi le sue virtù cardinali sono: laboriosità, risparmio e avarizia. poiché la somma della sua economia politica è: vender molto, comprar poco (94).

Accanto alla forma immediata della tesaurizzazione c'è quella estetica, il possesso di mercanzie d'oro e d'argento, che cresce con la ricchezza della società civile: Soyons riches ou paraissons

  94 «Accrescere quanto più si può il numero de' venditori di ogni merce, diminuire quanto più si può il numero dei compratori, questi sono i cardini sui quali si raggirano tutte le operazioni di economia politica » (VERRI, Meditazioni cit., p. 52).


. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 149

riches (Diderot). Così si forma, in parte, un mercato sempre più esteso per l'oro e l'argento, indipendentemente dalle loro funzioni come denaro, in parte, una fonte latente d'afflusso del denaro, la quale scorre specialmente in periodi di tempeste sociali.

La tesaurizzazione adempie a diverse funzioni nell'economia della circolazione metallica. La prima sorge dalle condizioni del corso della moneta aurea o argentea. S'è visto come la massa del denaro in corso sia incessantemente in flusso e riflusso a seconda delle costanti oscillazioni di volume, di prezzi e di velocità della circolazione delle merci; essa dev'essere quindi suscettibile di contrazione e di espansione. Ora si deve attrarre nella circolazione denaro, nella sua qualità di moneta; ora se ne deve respingere moneta, nella sua qualità di denaro. Affinché la massa di denaro che è realmente in corso corrisponda sempre al grado di saturazione della sfera della circolazione, la quantità di oro o di argento presente in un paese deve essere maggiore di quella impegnata nella funzione di moneta. A questa condizione adempie la forma di tesoro del denaro. Le riserve dei tesori servono assieme come canali di deflusso e di afflusso del denaro circolante, il quale quindi non fa mai straboccare i suoi canali circolatori (95).

b) Mezzo di pagamento.

Nella forma immediata della circolazione delle merci che finora abbiamo considerato, la medesima grandezza di valore è sempre stata presente due volte: merce a un polo, denaro al

   95 « Per mandare avanti il commercio di ogni nazione è richiesta una somma determinata di denaro in ispecie, che varia, e a volte è di più, a volte è di meno, come richiedono le circostanze nelle quali ci troviamo... Questi flussi e riflussi del denaro si regolano da soli senza nessun aiuto dei politici... Le secchie lavorano alternativamente: se il denaro è scarso, si coniano le verghe; se son scarse le verghe, si fondono le monete » (Sir D. NORTH, Discourses upon trade cit., p. 22). John Stuart Míll, che è stato per molto tempo funzionario della Compagnia delle Indie orientali, conferma che in India gli ornamenti dargento funzionano ancor oggi direttamente come tesoro. Gli « adornamenti d'argento vengono portati alla monetazione, quando c'è un saggio elevato d'interegge. ritornano a casa, quando il saggio d'interesse cade » (Deposizione di John Stuart Mill, in Reports on Bank acts, 1857, n. 2084). Secondo un documento parlamentare del 1864 sull'importa. zione e l'esportazione dell"oro e dell'argento in India, nel 1863 l'importazione di oro e di argento superò l'esportazione di 19.367.764 lire sterline. Negli otto anni precedenti il 1864 l’excess dell'importazione sull’esportazione dei metalli nobili ammontò a 109.652.917 lire sterline. Durante il secolo presente furono monetate in India molto più di 200.000.000 di lire sterline.


150 1. MERCE E DENARO

polo opposto. Quindi i possessori di merci entravano in contatto soltanto come rappresentanti di equivalenti già esistenti e reciproci. Però, con lo sviluppo della circolazione delle merci, si sviluppano situazioni per le quali la cessione della merce viene separata nel tempo dalla realizzazione del suo prezzo. Qui basta accennare le più semplici di tali situazioni. Un genere di merce esige per la sua produzione una durata maggiore, un altro una durata minore. La produzione di differenti merci è connessa a stagioni differenti. Una merce nasce sul suo mercato, l'altra deve viaggiare verso un mercato lontano. Quindi un possessore di merci può presentarsi come venditore, prima che l'altro possa presentarsi come compratore. Quando si abbia un continuo ritorno delle stesse transazioni fra le stesse persone, le condizioni di vendita delle merci si regolano secondo le loro condizioni di produzione. D'altra parte l'uso di alcuni generi di merci, p. es. d'una casa, viene venduto per un periodo di tempo determinato. Il compratore ha ricevuto realmente il valore d'uso della merce solo alla scadenza del periodo di affitto. Quindi la compra prima di pagarla. Un possessore di merci vende merce esistente, l'altro compra come puro e semplice rappresentante di denaro o come rappresentante di denaro futuro. Il venditore diventa creditore, il compratore diventa debitore. Poichè qui muta la metamorfosi della merce ossia lo sviluppo della sua forma di valore, anche al denaro è assegnata un'altra funzione. Esso diventa mezzo di pagamento (96).

Il carattere di creditore o quello di debitore sorge qui dalla circolazione semplice delle merci. La variazione delle forme di essa impone questa nuova impronta al venditore e al compratore. In un primo momento dunque si tratta di funzioni fugaci e alternativamente esercitate dagli stessi agenti della circolazione, altrettanto che quelle del venditore e del compratore. Però ora l'opposizione ha già per sua natura un aspetto meno alla buona, ed è capace di maggiore cristallizzazione (97). Ma gli stessi caratteri possono presentarsi anche in maniera indipendente dalla circo-

   96 Lutero distingue fra denaro come mezzo di acquisto e denaro come mezzo di pagamento: «Dell'usuraio, mi fai una coppia di gemelli ché qui non posso pagare e là non posso comprare » (MARTIN LUTERO, An die Pharrherrn, wider den Wucher zu predigen, Wittenberg, 1540).
   97 Sui rapporti dei debitori coi ereditari fra i commercianti inglesi al principio del XVIII secolo: « Fra i commercianti qui in Inghilterra regna uno spirito di crudeltà tale che non si può trovare in nessun'altra società di uomini, e in nessun altro reame della terra » (An essay on credit and the Bankrupt act, Londra, 1707, p. 2).


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 151

]azione delle merci. La lotta delle classi nel mondo antico, p. es., si muove principalmente nella forma di una lotta fra creditore e debitore, e in Roma finisce con la disfatta del debitore plebeo, che viene sostituito dallo schiavo. Nel Medioevo la lotta finisce con la disfatta del debitore feudale, che ci rimette, con la base economica, la sua potenza politica. Tuttavia qui la forma di denaro - e il rapporto di creditore e debitore ha la forma d'un rapporto di denaro - rispecchia solo l'antagonismo di più profonde condizioni economiche di vita.

Ritorniamo alla sfera della circolazione delle merci. E’ cessata la comparsa simultanea degli equivalenti merce e denaro ai due poli del processo di vendita. Ora il denaro funziona, in primo luogo, come misura di valore nella determinazione del prezzo della merce venduta. Il prezzo di questa, come contrattualmente stabilito, misura l'obbligazione del compratore, cioè la somma di denaro ch'egli deve dare a una scadenza determinata. In secondo luogo funziona come mezzo ideale di compera. Benchè esista solo nella promessa di denaro del compratore, ha per effetto il cambiamento di mano delle merci. Solo alla scadenza del termine di pagamento il mezzo di pagamento entra realmente in circolazione, cioè passa dalla mano del compratore in quella del venditore. Il mezzo di circolazione s'era trasformato in tesoro, perchè il processo di circolazione s'era interrotto con la prima fase, ossia perchè la figura trasformata della merce era stata sottratta alla circolazione. Il mezzo di pagamento entra nella circolazione, ma dopo che la merce ne è già uscita. Non è più il denaro a mediare il processo. Lo conclude, in maniera indipendente, come esistenza assoluta del valore di scambio o merce universale. Il venditore aveva trasformato merce in denaro per soddisfare mediante il denaro un bisogno; il tesaurizzatore, per conservare la merce in forma di denaro; il compratore debitore, per poter pagare. Se non paga, hanno luogo vendite forzate dei suoi averi. Quindi, la figura di valore della merce, il denaro. diventa ora fine a se stesso della vendita, per una necessità sociale che sgorga dalle condizioni stesse del processo di produzione.

Il compratore riconverte il denaro in merce prima di avere trasformato merce in denaro, cioè compie la seconda metamorfosi della merce anteriormente alla prima. La merce del venditore circola, ma realizza il suo prezzo soltanto in un titolo di diritto privato sul denaro. Si trasforma in valore d'uso, prima di


152 1. MERCE E DENARO

essersi trasformata in denaro. La prima metamorfosi si compie solo più tardi (98).

In ogni periodo determinato del processo di circolazione le obbligazioni venute a scadenza rappresentano la somma dei prezzi delle merci, la vendita delle quali ha provocato quelle obbligazioni. La massa di denaro necessaria alla realizzazione di questa somma dei prezzi dipende, in primo luogo, dalla velocità del corso dei mezzi di pagamento. Essa risulta da due circostanze: la concatenazione dei rapporti fra creditore e debitore, cosicchè A, il quale riceve denaro dal suo debitore B, lo versa a sua volta al proprio creditore C; e l'intervallo di tempo fra i differenti termini di pagamento. Il processo a catena di pagamenti o prime metamorfosi ritardate si distingue in maniera essenziale dall'intreccio delle serie di metamorfosi sopra considerato. Nel corso del mezzo di circolazione la connessione fra venditori e compratori trova ben più che una semplice espressione. E’ proprio la connessione stessa che sorge nel corso del denaro e con esso. Invece, il movimento dei mezzi di pagamento esprime un nesso sociale già esistente e completo prima del movimento stesso.

La contemporaneità e la contiguità delle vendite limitano la sostituzione della massa di monete con la velocità della circolazione. Esse costituiscono d'altra parte una nuova leva nell'economia dei mezzi di pagamento. Con la concentrazione dei pagamenti nello stesso luogo si sviluppano per forza naturale istituzioni adatte e metodi per la compensazione dei pagamenti. Così, p. es., i virements nella Lione medievale. Basta confrontare i crediti di A verso B, di B verso C, di C verso A, ecc. perché essi si eliminino reciprocamente come grandezze positive e grandezze negative, fino a un certo ammontare. Così rimane da saldare solo un bilancio di dare e avere. Quanto maggiore la massa concen-

   98 Nota alla seconda edizione. Dalla seguente citazione, tratta dal mio scritto pubblicato nel 1859, si vedrà perchè nel testo non tengo nessun conto di una forma opposta. « Viceversa, nel processo D-M, il denaro può essere alienato come reale mezzo d'acquisto, e il prezzo della merce può così essere realizzato prima che il valore d'uso del denaro sia stato realizzato o prima che la merce sia stata ceduta. Questo avviene, p. es., nella forma quotidiana della prenumerazione, ossia nella forma usata dal governo inglese per acquistare in India l'oppio dei ryots [contadini vincolati da prestazioni feudali]... Tuttavia a questo modo il denaro opera nella forma già nota di mezzo d'acquisto... Naturalmente, il capitale si anticipa anche in forma di denaro... Ma questo punto di vista non rientra nell'orizzonte della circolazione semplice » (KARL MARX, Zur Kritik, cit., pp. 119, 120).


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 153

trata dei pagamenti, tanto più piccolo, relativamente, il bilancio e quindi la massa dei mezzi di pagamento in circolazione.

La funzione del denaro come mezzo di pagamento implica una contraddizione immediata. Finché i pagamenti si compensano, il denaro funziona solo idealmente, come denaro di conto ossia misura dei valori. Appena si debbono compiere pagamenti reali, il denaro non si presenta come mezzo di circolazione, come forma del ricambio organico destinata solo a far da mediatrice e a scomparire, ma si presenta come incarnazione individuale del lavoro sociale, esistenza autonoma del valore di scambio, merce assoluta. Questa contraddizione erompe in quel momento delle crisi di produzione e delle crisi commerciali che si chiama crisi monetaria (99). Essa avviene soltanto dove sono sviluppati pienamente il processo a catena continua dei pagamenti e un sistema artificiale per la loro compensazione. Quando si verificano turbamenti generali di questo meccanismo, e quale che sia l'origine di essi, il denaro si cambia improvvisamente e senza transizioni, e, da figura solo ideale della moneta di conto, eccolo denaro contante. Non è più sostituibile con merci profane. Il valore d'uso della merce è senza valore e il suo valore scompare dinanzi alla propria forma di valore. Il borghese aveva appena finito di dichiarare, con la presunzione illuministica derivata dall'ebbrezza della prosperità, che il denaro è vuota illusione. Solo la merce è denaro. E ora sul mercato mondiale rintrona il grido: « Solo il denaro è merce! ». Come il cervo mugghia in cerca d'acqua corrente, così la sua anima invoca denaro, l'unica ricchezza (100). Nella crisi, l'opposizione fra la merce e la sua figura di valore, il denaro, viene fatta salire fino alla contraddizione

    99 La crisi monetaria, come definita nel testo quale fase particolare di ogni crisi generale di produzione e di commercio, deve essere distinta da quel genere speciale di crisi che viene chiamata anch'essa crisi monetaria, che può però presentarsi per conto proprio, in modo da operare solo di rimbalzo sull'industria e sul commercio. Queste sono crisi il cui centro di movimento è il capitale denaro; quindi la loro sfera immediata è costituita dalla banca, dalla Borsa, dalla finanza (Nota di Marx alla 3. edizione).
   100 « Questa riconversione improvvisa dal sistema di credito al sistema monetario sovrappone al panico pratico lo spavento teorico: e gli agenti della circolazione son presi da raccapriccio davanti all'impenetrabile arcano dei loro propri rapporti » (KARL MARX, Zur Kritik cit., p. 126). « 1 poveri non lavorano perchè i ricchi non hanno più denaro per dar loro occupazione, benché continuino a possedere gli stessi terreni e gli stessi operai di prima, per provvedere vettovaglie e vestiti;... le quali cose fanno la vera ricchezza d'una nazione, e non il denaro » (J0HN BELLERS, Proposal for raising a college of industry, Londra, 1696, p. 3).


154 I. MERCE E DENARO

assoluta. Perciò qui è indifferente anche la forma fenomenica del denaro. La carestia di denaro rimane la stessa sia che i pagamenti debbano esser fatti in oro o moneta di credito, p. es. banconote (101).

Consideriamo ora il totale complessivo del denaro circolante in un periodo determinato: data la velocità dei corso dei mezzi di circolazione e di pagamento, quel totale complessivo è eguale alla somma del totale dei prezzi delle merci che devono essere realizzati, e del totale dei pagamenti venuti a scadenza, detratti i pagamenti che si compensano reciprocamente, e detratto infine quel certo numero di circuiti nei quali la stessa moneta funziona ora come mezzo di circolazione ora come mezzo di pagamento. P. es. il contadino vende il suo grano per due lire sterline, che così servono come mezzo di circolazione. Il giorno della scadenza egli paga con esse la tela che gli ha fornito il tessitore. Le medesime due sterline funzionano ora come mezzo di pagamento. Ora il tessitore acquista, per contanti, una Bibbia - le due sterline funzionano di nuovo come mezzo di pagamento - e così via. Quindi anche essendo dati prezzi, velocità del corso del denaro ed economia dei pagamenti, la massa di denaro corrente durante un periodo, p. es. un giorno, e la massa circolante delle merci, non coincidono più oltre. C'è in corso del denaro che rappresenta merci da tempo sottratte alla circolazione. Circolano merci, il cui equivalente in denaro apparirà solo in futuro. D'altra parte, i pagamenti contratti ogni giorno e quelli venuti a scadenza lo stesso giorno sono grandezze completamente incommensurabili (102).

   101 Ecco come questi momenti vengono sfruttati dagli « amis du commerce ». « Una volta (nel 1839) un vecchio e avaro banchiere (della City), nel suo ufficio privato, alzò il coperchio della scrivania alla quale sedeva, e sciorinò davanti a un suo amico rotoli di banconote; e con intenso compiacimento dichiarò che erano seicentomila lire sterline e che erano state tenute da parte per rendere scarso il denaro e che sarebbero state portate tutte nel traffico dopo le tre dello stesso giorno » (The theory of the exchanges. The Bank Charter act of 1844, Londra, 1864, p. 811. L'Observer, che è un giornale semiufficiale, osserva, il 24 aprile 1864: « Circolano alcune stranissime voci sui mezzi ai quali si ricorre nell'intenzione di provocare una scarsezza di banconote... Per quanto possa sembrare discutibile la supposizione che si applichino trucchi di questo genere, le notizie in proposito erano così generali che merita realmente farne cenno ».
  102 « L'ammontare delle compere e dei contratti conclusi durante un giorno dato non influirà sulla quantità di denaro circolante quel giorno particolare; ma, nella gran maggioranza dei casi, si risolverà in varie tratte sulla quantità di denaro che potrà trovarsi in circolazione a date seguenti, più o (##) meno lontane... Le cambiali accettate oggi e i crediti aperti oggi non han bisogno di avere nessuna somiglianza, né per la quantità, né per l'ammontare complessivo, né per la durata, con quelle che sono state accettate e quelli aperti per domani o dopodomani; anzi, molte delle cambiali e molti dei crediti di oggi, coincidono, alla scadenza, con una massa di obbligazioni, le cui origini si distribuiscono su una serie di date precedenti, del tutto indeterminate; cambiali con dodici, sei, tre, o un mese di corso spesso si aggregano a ingrossare la massa dei pagamenti comuni di un giorno particolare » (The currency theory reviewed: in a letter to the Scottish people. By a banker in England, Edimburgo, 1845, pp. 29, 30 sgg.).


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 155

La moneta di credito proviene immediatamente dalla funzione del denaro come mezzo di pagamento, in quanto anche certificati di debito per le merci vendute riprendono a circolare, per la trasmissione dei crediti. D'altra parte, con l'estendersi del credito si estende la funzione del denaro come mezzo di pagamento. Come tale, esso riceve forme proprie di esistenza, con le quali inabita nella sfera delle grandi transazioni commerciali; mentre la moneta d'oro o d'argento viene respinta soprattutto nella sfera del piccolo commercio (103).

A un certo grado di intensità e di ampiezza della produzione delle merci la funzione del denaro come mezzo di pagamento oltrepassa la sfera della circolazione delle merci. Il denaro

103 Come esempio di quanto poca moneta reale entri nelle operazioni commerciali propriamente dette, facciamo seguire qui il prospetto di una delle maggiori case commerciali di Londra (Morrison, Dillon & Co.) sulle sue entrate e i suoi pagamenti annuali in denaro. Le transazioni della casa per l'anno 1856, che comprendono molti milioni di lire sterline, sono ridotte alla scala di un milione.

 

Entrate

Uscite

Lst.

Lst.

Tratte di banchieri e di commercianti pagabili a  termine . . . . . .

533.596

Tratte a termine . . . .

302.674

Assegni di banchieri, ecc.,pagabili a vista . . . .

357.715

Assegni su banchieri di Londra . . . . . . .

663.672

Banconote di banche regionali . . . . . . . .

9.627

Banconote della Banca di Inghilterra . . . . . .

22.743

Banconote della Banca d'Inghilterra . . . . . .

68.554

Oro . . . . . . . . .

9.427

Oro . . . . . . . . .

28.089

Argento e rame . . . .

1.484

Argento e Rame . . . .

1.486



Post office orders . . . .

933



Somma totale

1.000.000

Somma totale

1.000.000


(Report from the select committee on the Bank acts, luglio 1853, p. LXXI).


156 I. MERCE E DENARO

diventa la merce generale dei contratti (104). Rendite, imposte, ecc. si trasformano, da versamenti in natura, in pagamenti in denaro. Quanto tale trasformazione sia un portato della figura complessiva del processo di produzione, è dimostrato p. es. dal tentativo dell'Impero romano, due volte fallito, di esigere tutti i tributi in denaro. L'enorme miseria della popolazione agricola francese sotto Luigi XIV, denunciata con tanta eloquenza dal Boisguillebert, dal maresciallo Vauban, ecc. non era dovuta soltanto all'altezza delle imposte, ma anche alla trasformazione dell'imposta in natura in imposta in denaro (105). D'altra parte, se la forma naturale della rendita fondiaria, che in Asia costituisce anche l'elemento principale dell'imposta governativa, poggia colà su rapporti di produzione che si riproducono con la inalterabilità dei fenomeni naturali, questo modo di pagamento tende a conservare, a sua volta, per riflesso, l'antica forma di produzione; esso poi costituisce uno degli arcani dell'Impero turco per la propria conservazione. Se il commercio estero che l'Europa s'è degnata imporre al Giappone trarrà seco la trasformazione della rendita in natura in rendita in denaro, sarà finita per l'esemplare agricoltura di quel paese. Le ristrette condizioni economiche di esistenza che la rendono possibile si dissolveranno.

In ogni paese vengono stabiliti certi termini generali pei pagamenti; questi termini poggiano in parte, prescindendo da altri cicli della riproduzione, sulle condizioni naturali della produzione, vincolate alla vicenda delle stagioni; e regolano anche pagamenti che non sorgono direttamente dalla circolazione delle merci, come imposte, rendite, ecc. La massa di denaro richiesta in certi giorni dell'anno per questi pagamenti sparpagliati su tutta la superficie della società, provoca perturbazioni periodiche ma del tutto superficiali nell'economia dei mezzi di pagamento (106). Dalla legge sulla velocità del corso dei mezzi di pa-

  104 « Da quando il corso del commercio si è tanto trasformato, dallo scambio di beni con beni, ossia consegnare e ricevere, alla vendita a pagamento, di ora, tutti gli affari... sono ora messi sul piede d'un prezzo in denaro ». (An essay upon public credit, 3. edizione, Londra, 1710, p. 8).
   105 « L'argent... est devenu le bourreau de toutes choses ». La finanza è l'« alambic, qui fait évaporer une quantité effroyable de biens et de denrées pour faire ce fatal précis». «L'argent déclare la guerre a tout le genre humain ». (BOISGUILLEBERT, Dissertation sur la nature des richesses, de l'argent et des tributs, ediz. Daire, Economistes financiers, Parigi, 1843, vol. 1, pp. 413, 419, 417).
  106 « Il lunedì di pentecoste del 1824 », dice Mr. Craig davanti al comitato parlamentare d'inchiesta del 1826, « ci fu una tale immensa domanda (##) di banconote alle banche di Edimburgo che alle 1l non c'era una banconota lasciata in loro custodia. Mandarono a chiederne in prestito in giro a tutte le varie banche, ma non ne poterono avere; e molte transazioni poterono essere compiute solo con pezzetti di carta. Ma alle tre pomeridiane tutte le banconote erano state riportate alle banche che le avevano emesse! Era stato un puro e semplice trasferimento di mano in mano ». Benché la circolazione media effettiva delle banconote in Scozia ammonti a meno di tre milioni di lire sterline, tuttavia, alla scadenza di vari termini di pagamento durante l'annata, ogni banconota che si trovi in possesso dei banchieri, viene chiamata in attività. In queste occasioni le banconote hanno da compiere una funzione sola e specifica, e appena l'han compiuta, ritornano alle rispettive banche dalle quali sono uscite (JOHN FULLARTON, Regulation of currencies, Londra, 1844, p. 85, nota). Occorre aggiungere, per miglior comprensione, che in Scozia, al tempo dello scritto dei Fullarton, si usavano solo le banconote, non gli assegni, per i depositi.


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI      157

gamento segue che per tutti i pagamenti periodici, qualunque ne sia la fonte, la massa necessaria dei mezzi di pagamento sta in rapporto diretto * con la lunghezza dei periodi fra i pagamenti (107).

Lo sviluppo del denaro come mezzo di pagamento rende necessarie accumulazioni di denaro per i termini di scadenza delle somme dovute. Mentre la tesaurizzazione come forma autonoma di arricchimento scompare col progredire della società civile, essa cresce, viceversa, di pari passo con esso, nella forma di fondi di riserva dei mezzi di pagamento.

c) Moneta mondiale.

Con la sua uscita dalla sfera interna della circolazione, il denaro torna a spogliarsi delle forme locali, colà sbocciate, di scala di misura dei prezzi, moneta, moneta divisionale, e segno di valore, e ricade nella forma originaria di verghe di metalli nobili. Nel commercio mondiale le merci dispiegano universalmente il loro valore. Dunque, la loro forma autonoma di valore si presenta quivi di fronte ad esse, ovviamente, come moneta mondiale. Solo sul mercato mondiale il denaro funziona in pieno come quella merce la cui forma naturale è allo stesso tempo forma immediatamente sociale di realizzazione del lavoro umano

   * Nell'originale si ha inverso, il che è evidentemente un errore di scrittura. (Red. I.M.E,L.).
107 Al problema: « Se ci fosse occasione di raccogliere quaranta milioni all'anno, basterebbero gli stessi sei milioni (d’oro)... per quelle circolazioni ed evoluzioni di essi, che sono richieste dal commercio? », il Petty risponde con la sua abituale maestria: « Per una spesa di quaranta milioni, se le circolazioni fossero di cicli brevi, p. es. settimanali, come ne avvengono fra poveri artigiani e lavoratori, che ricevono e pagano ogni (##) sabato, allora risponderebbero a quel fine i 40/52 di un milione di denaro; ma se i cicli sono trimestrali, in accordo col nostro costume nel pagare gli affitti e nel raccogliere le tasse, occorrerebbero dieci milioni. Quindi, supponendo che i pagamenti in generale siano di un ciclo intermedio fra una settimana e tredici settimane, aggiungasi dieci milioni ai quaranta cinquantaduesimi, la metà dei quali sarà 5 1/2, cosicché se abbiamo cinque milioni e mezzo, ne abbiamo abbastanza » (W1LLIAM PETTY, Political anatomy of Ireland, 1672, ediz. Londra, 1691, pp. 13, 14).


158 1. MERCE E DENARO

in abstracto. Il suo modo di esistenza diventa adeguato al suo concetto.

Nella sfera interna della circolazione solo una merce può servire come misura di valore e quindi come denaro. Sul mercato mondiale regna una doppia misura di valore, l'oro e l'argento (108).

  108 Di qui l'assurdità di ogni legislazione che prescriva alle banche nazionali di tesaurizzare solo quel nobile metallo che funziona da denaro all'interno del paese. Sono noti p. es. i « soavi impedimenti » che a questo modo la Banca d'Inghilterra si è procurata da sola. Sulle grandi epoche storiche delle variazioni relative di valore dell'oro e dell'argento, vedi KARL MARX, Zur Kritik cit., p. 136 sgg. - Aggiunta alla seconda edizione. Nel suo Bank Act del 1844, sir Robert Peel tentò di rimediare all'inconveniente, permettendo alla Banca d'Inghilterra di emettere banconote contro argento in verghe, ma in modo che la riserva d'argento non superasse quella d'oro mai più di un quarto. In questo caso il valore dell'argento viene stimato secondo il suo prezzo di mercato (in oro) sulla piazza di Londra. - Alla quarta edizione. Ci ritroviamo in un'epoca di forte variazione relativa di valore fra oro e argento. Circa venticinque anni or sono, il rapporto di valore fra oro e argento era eguale a 15 1/2 : 1, ora è all'incirca eguale a 22 : l; e l'argento continua a calare in confronto dell'oro. In Sostanza questo fatto è conseguenza d'una rivoluzione nel modo di produzione dei due metalli. Prima l'oro si otteneva quasi soltanto con il lavaggio di strati auriferi alluvionali, prodotti dalla disgregazione atmosferica di rocce aurifere. Ora questo metodo non è più sufficiente, ed è stato messo in secondo piano dalla lavorazione delle stesse ganghe di quarzo aurifero stesso, fino ad ora fatta solo in seconda linea, benché ben nota già agli antichi DIODORO SICULO, III, pp. 12.14). D'altra parte, non solo sono stati scoperti nuovi enormi giacimenti d'argento nella parte occidentale delle Montagne Rocciose in America, ma questi giacimenti e le cave messicane d'argento sono state rese accessibili da ferrovie, che hanno permesso l'importazione di macchine moderne e di combustibile, e con ciò han reso possibile di ottenere argento su scala maggiore e a costi minori. Ma c'è una gran differenza nel modo di presentarsi dei due metalli nei filoni rispettivi. L'oro è per lo più puro, ma in cambio disperso nel quarzo in minutissime quantità; quindi occorre macinare tutta la vena, ed ottenerne l'oro per lavaggio oppure estrarlo per mezzo del mercurio. E da 1.000.000 di grammi di quarzo vengono spesso appena da uno a tre, e assai di rado da trenta a sessanta grammi d'oro. L'argento si presenta raramente allo stato puro, ma per lo più in minerali propri, relativamente facili ad essere staccati dalla ganga, che contengono per lo più dal quaranta al novanta per cento d'argento; oppure è in piccole quantità, ma contenuto in minerali di rame, piombo ecc., che già per se stessi torna conto sottoporre a lavorazione. Già da questo deriva (##) che mentre il lavoro per la produzione dell'oro è piuttosto aumentato, quello dell'argento è decisamente diminuito, e che quindi la caduta del valore di quest'ultimo si spiega in maniera del tutto naturale. Questa caduta del valore si esprimerebbe in una caduta del prezzo ancor maggiore, se il prezzo dell'argento non fosse tenuto alto anche oggi con mezzi artificiali. Ma i depositi argentiferi americani sono stati resi accessibili appena in piccola parte, e così c'è ogni probabilità che il valore dell'argento rimanga sul ribasso ancora per parecchio tempo. A ciò non potrà non contribuire anche la diminuzione relativa del fabbisogno d'argento per articoli di uso e di lusso, la sostituzione dell'argento con articoli placcati, con alluminio, ecc. E su questa base si misuri l'utopismo dell'idea bimetallistica, che un corso forzoso internazionale potrebbe risospingere l'argento all'antico rapporto di valore di 1 : 15 1/2. Piuttosto, è probabile che l'argento perderà sempre più anche sul mercato mondiale la sua qualità di denaro. F. E.


2. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI        159

La moneta mondiale funziona come mezzo generale di pagamento, mezzo generale d'acquisto e come materializzazione assolutamente sociale della ricchezza in genere (universal wealth). Predomina la funzione di mezzo di pagamento, per la compensazione dei bilanci internazionali. Da ciò la parola d'ordine del sistema mercantilistico: bilancia commerciale! (109). L'oro e l'argento servono da mezzo di acquisto internazionale essenzialmente tutte le volte che viene perturbato all'improvviso l'equilibrio abituale del ricambio organico fra varie nazioni. Servono infine come materializzazione assolutamente sociale della ricchezza quando non si tratta né di compera né di vendita, ma di trasferimento della ricchezza da un paese all'altro, e quando tale trasferimento in

   109 Gli avversari del sistema mercantilistico, che considera come fine del commercio mondiale il saldo in oro o in argento di una bilancia commerciale in eccedenza, hanno da parte loro misconosciuto completamente la funzione della moneta mondiale. Ho dimostrato particolareggiatamente sull'esempio del Ricardo (Zur Kritik cit., p. 150 sgg.), come la concezione erronea delle leggi che regolano la massa dei mezzi di circolazione, non faccia che rispecchiarsi nella concezione erronea del movimento internazionale dei metalli nobili. L'erroneo dogma del Ricardo: « Una bilancia commerciale sfavorevole non sorge mai da altro che da una ridondanza di circolante... L'esportazione della moneta è causata dal suo buon mercato, e non è l'effetto ma la causa di una bilancia sfavorevole » si trova quindi già nel Barbon: «La bilancia commerciale, se c'è, non è la causa del mandare il denaro fuori di una nazione; ma ciò proviene dalla differenza del valore del metallo nobile in verghe in ogni paese» (N. BARBON, A discourse concerning coining cit., pp. 59, 60). Il MacCulloch, in The literature of political economy. A classified catalogue, Londra, 1845, loda il Barbon per questa anticipazione, ma evita saggiamente anche solo di rammentare le forme ingenue sotto le quali appaiono ancora nel Barbon gli assurdi presupposti del « currency principle ». La mancanza di critica o anche la disonestà di quel catalogo culminano nelle sezioni sulla storia della teoria del denaro, perchè quivi il MacCulloch scodinzola da bravo sicofante di Lord Overstone (l'ex banchiere Lloyd,) ch'egli chiama « facile princeps argentariorum ».


160 I. MERCE E DENARO

forma di merci è escluso o dalla congiuntura del mercato delle merci, o dallo scopo stesso che si deve ottenere (110).

Come per la sua circolazione interna, ogni paese ha bisogno d'un fondo di riserva per la circolazione sul mercato mondiale. Le funzioni dei tesori sorgono dunque, in parte dalla funzione del denaro come mezzo interno di circolazione e di pagamento, in parte dalla sua funzione come moneta mondiale (110a). Per questa ultima parte si esige sempre la merce denaro reale, oro e argento in persona, ragione per la quale James Steuart caratterizza espressamente l'oro e l'argento, a differenza dei loro luogotenenti puramente locali, come money of the world.

Il movimento della corrente dell'oro e dell'argento è duplice. Da una parte si riversa, partendo dalle sue fonti, per tutto il mercato mondiale, dove viene deviato, in volume differente, dalle varie sfere nazionali di circolazione, per penetrare nei loro canali interni di circolazione, sostituire monete d'oro e d'argento logorate, fornire il materiale per merci di lusso e irrigidirsi nei tesori (111). Questo primo movimento è mediato dallo scambio diretto fra i lavori nazionali realizzati in merci, e il lavoro realizzato in metalli nobili dei paesi produttori d'oro e d'argento. Dall'altra parte, l'oro e l'argento scorrono continuamente qua e là fra le differenti sfere di circolazione nazionali, in un movi-

   110 P. es. nel caso di sussidi, prestiti in denaro per la condotta della guerra, o per la ripresa del pagamento in contanti delle banche, ecc., il valore può esser richiesto proprio in forma di denaro.
   110a Nota alla seconda edizione. «Non desidererei, invero, testimonianza della possibilità che ha il meccanismo della tesaurizzazione, nei paesi che pagano in metalli, di compiere ogni necessaria funzione di compensazione internazionale, senza aiuto notevole dalla circolazione generale, più con vincente della facilità con la quale la Francia, che stava proprio appena riprendendosi dal colpo di una invasione straniera distruttrice, completò nello spazio di ventisette mesi il pagamento del contributo di quasi venti milioni alle potenze alleate, al quale era stata costretta, e versando una porzione considerevole della somma in metallo, senza percettibili contrazioni e perturbamenti del corso del denaro all'interno, e neppure fluttuazioni allarmanti dei suoi scambi » (FULLARTON, Regulation of currencies cit., p. 191). Alla quarta edizione. Abbiamo un esempio ancor più convincente nella facilità con la quale la stessa Francia, nel 1871-1873 fu in grado di estinguere in trenta mesi una indennità di guerra più che decupla, e anche questa in parte notevole in moneta metallica. F. E.
   111 «Il denaro si divide fra le nazioni realtivamente al bisogno che esse ne hanno... in quanto è sempre attirato dai prodotti.» (LE TROSNE, De l'intérèt social cit. p. 916). «Le miniere che continuamente danno oro e argento, ne danno in sufficienza per fornire un tale equilibrio necessario ad ogni nazione» (J. VANDERLINT, Money answers cit. p. 40).


3. IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI 161

mento che segue le incessanti oscillazioni del corso dei cambi (112).

I paesi a produzione borghese sviluppata limitano al minimo richiesto dalle loro specifiche funzioni i tesori concentrati in massa nei serbatoi delle banche (113). Con qualche eccezione, il fatto che i serbatoi di tesori siano colmi in modo notevole al di sopra dei loro livello medio, indica un ristagno della circolazione delle merci o una interruzione nel flusso della metamorfosi delle merci (114).

 

   112 « I cambi salgono e scendono ogni settimana, e in certi momenti particolari dell'anno salgono in alto a svantaggio di una nazione, e in altri momenti salgono altrettanto in senso contrario » (N. BARBON, A discourse concerning coining cit., p. 39).
   113 Queste differenti funzioni possono entrare in un conflitto pericoloso appena interviene la funzione di un fondo di conversione per banconote.
   114 « Quel denaro che è più che di necessità assoluta per il commercio interno, è capitale morto... e non porta profitto al paese nel quale esso è tenuto, a meno che non sia esportato e anche importato nel commercio [estero] » (JOHN BELLERS, Essays cit., p. 12). «E che cosa fare se abbiamo troppo denaro monetato? Possiamo fondere il più pesante, e trasformarlo nello splendore dei piatti, del vasellame o degli utensili d'oro e d’argento; o esportarlo come merce dove ce n'è bisogno o desiderio; oppure prestarlo a interesse, dove l'interesse è alto ». (W. PETTY, Quantulumcumque cit., p. 39). « Il denaro non è altro che il grasso del corpo politico, e il troppo ne impaccia l’agilità, come troppo poco lo fa ammalato... come il grasso lubrifica il movimento dei muscoli, nutre in mancanza di vettovaglie, riempie le cavità spiacevoli, e abbellisce il corpo, così il denaro nello Stato ne accelera l'azione, lo nutre dal di fuori in tempi di carestia in patria, conguaglia i conti... abbellisce il tutto, e più particolarmente le singole persone che ne hanno in abbondanza » (W. PETTY, Political anatomy of Ireland, p. 14).

 

 

 

 

Quarto capitolo

 

TRASFORMAZIONE DEL DENARO IN CAPITALE

 

 


              1. La formula generale del capitale

              2. Contraddizioni della formula generale

             3. Compera e vendita della forza-lavoro
                               

 

 

 

 

1. La formula generale del capitale.

 

La circolazione delle merci è il punto di partenza del capitale. La produzione delle merci e la circolazione sviluppata delle merci, cioè il commercio, costituiscono i presupposti storici del suo nascere. Il commercio mondiale e il mercato mondiale aprono nel secolo XVI la storia moderna della vita del capitale. Se facciamo astrazione dal contenuto materiale della circolazione delle merci, dallo scambio dei vari valori d'uso, e se consideriamo soltanto le forme economiche generate da questo processo, troviamo che suo ultimo prodotto è il denaro. Questo ultimo prodotto della circolazione delle merci è la prima forma fenomenica del capitale. Dal punto di vista storico, il capitale si contrappone dappertutto alla proprietà fondiaria nella forma di denaro, come patrimonio in denaro, capitale mercantile e capitale usurario(1). Tuttavia, non c'è bisogno dello sguardo retrospettivo alla storia dell'origine del capitale, per riconoscere che il denaro è la prima forma nella quale esso si presenta: la stessa storia si svolge ogni giorno sotto i nostri occhi. Ogni nuovo capitale calca la scena, cioè il mercato - mercato delle merci, mercato del lavoro, mercato del denaro che sia - in prima istanza come denaro,

[1] Il contrasto fra il potere della proprietà fondiaria, il quale poggia su rapporti personali di servitù e di signoria, e il potere impersonale del denaro è espresso con chiarezza nei due proverbi francesi: «Nulle terre sans seigneur». «L'argent n'a pas de maître».


4. TRASFORMAZIONE DEL DENARO IN CAPITALE 163

ancora e sempre: denaro che si dovrà trasformare in capitale attraverso processi determinati. Denaro come denaro e denaro come capitale si distinguono in un primo momento soltanto attraverso la loro differente forma di circolazione.
La forma immediata della circolazione delle merci è M-D-M trasformazione di merce in denaro e ritrasformazione di denaro in merce, vendere per comprare. Ma accanto a questa forma, ne troviamo una seconda, specificamente differente, la forma D-M-D: trasformazione di denaro in merce e ritrasformazione di merce in denaro, comprare per vendere. Il denaro che nel suo movimento descrive quest'ultimo ciclo, si trasforma in capitale, diventa capitale, ed è già capitale per sua destinazione.
Consideriamo un po' più da vicino il ciclo D-M-D. Come la circolazione semplice delle merci, esso contiene due fasi antitetiche l'una all'altra. Nella prima fase, D-M, compera, il denaro viene trasformato in merce. Nella seconda fase, M-D, vendita, la merce viene ritrasformata in denaro. Ma l'unità delle due fasi è il movimento complessivo che scambia denaro contro merce, e questa stessa merce, a sua volta, contro denaro; che compera merce per venderla, ossia, se si trascurano le differenze formali fra compera e vendita, compera merce con il denaro e denaro con la merce(2). Il risultato nel quale si risolve tutto il processo è: scambio di denaro contro denaro, D-D. Se compero per cento lire sterline duemila libbre di cotone, e rivendo le duemila libbre di cotone per centodieci lire sterline, in fin dei conti ho scambiato cento lire sterline contro centodieci lire sterline, denaro contro denaro.
Ora, è evidente, certo, che il processo di circolazione D-M-D sarebbe assurdo e senza sostanza se si volesse servirsene come d'una via indiretta per scambiare l'identico valore in denaro contro l'identico valore in denaro, dunque, p. es., cento lire sterline contro cento lire sterline. Rimarrebbe più semplice e più sicuro, senza paragone, il metodo del tesaurizzatore, che tiene strette le sue cento lire sterline, e non le abbandona al pericolo della circolazione. D'altra parte, che il commerciante rivenda a centodieci lire sterline il cotone comperato a cento lire sterline, o che sia costretto a liberarsene a cento o anche a cin-

[2] " Avec de l'argent on achète des marchandises, et avec des marchandises on achète de l'argent " (MERCIER DE LA RIVIèRE, L'ordre naturel et essentiel des sociétés politiques cit., p. 543).


164 - II. TRASFORMAZIONE DEL DENARO IN CAPITALE

quanta lire sterline: in ogni circostanza il suo denaro ha descritto un movimento peculiare e originale, di tipo del tutto differente che nella circolazione semplice delle merci, differente p. es. da quello che ha luogo fra le mani del contadino che vende grano e con il denaro così reso liquido compera vestiti. Quel che importa è in primo luogo di caratterizzare le distinzioni di forma fra i cicli D-M-D e M-D-M: così si avrà anche la distinzione di contenuto che sta in agguato dietro quelle distinzioni di forma.
Esaminiamo in primo luogo quel che, è comune ad entrambe le forme.
Entrambi i cicli si suddividono nelle medesime fasi antitetiche: M-D, vendita, e D-M, compera. In ognuna delle due fasi stanno l'uno di contro all'altro i due medesimi elementi materiali, merce e denaro.- e due personaggi nelle medesime maschere caratteristiche economiche, un compratore e un venditore. Ciascuno dei due cicli è l'unità delle medesime fasi antitetiche, e tutte e due le volte questa unità è dovuta all'intervento di tre contraenti, uno dei quali non fa che vendere, l'altro non la che comprare, mentre il terzo a volta a volta compera e vende.
Ma quel che distingue a priori i due cicli M-D-M e D-M-D è l'ordine inverso delle identiche e antitetiche fasi del ciclo. La circolazione semplice delle merci comincia con la vendita e finisce con la compera; la circolazione del denaro come capitale comincia con la compera e finisce con la vendita. Là è la merce a costituire il punto di partenza e il punto conclusivo del movimento; qui è il denaro. Nella prima forma l'intermediario della circolazione complessiva è il denaro; nella seconda è, viceversa, la merce.
Nella circolazione M-D-M il denaro viene trasformato, alla fine, in merce che serve come valore d'uso. Dunque il denaro è definitivamente speso. Nella forma inversa, D-M-D, invece, il compratore spende denaro per incassare denaro come venditore. Alla compera della merce egli getta denaro nella circolazione, per tornare a sottrarvelo a mezzo della vendita della stessa merce. Non lascia andare il denaro che con la perfida intenzione di tornarne in possesso. Il denaro viene quindi soltanto anticipato(3).

[3] «Quando una cosa è comprata per essere rivenduta, la somma impiegata vien chiamata denaro anticipato; quando non è comprata per esser venduta, si può dire che è denaro speso» (JAMES STEUART, Works ecc., editi dal generale Sir. James Steuart, suo figlio, Londra, 1801, vol. I, p. 274).


4. - TRASFORMAZIONE DEL DENARO IN CAPITALE - 165

Nella forma M-D-M la medesima moneta cambia di posto due volte. Il venditore la riceve dal compratore, e la dà via in pagamento ad un altro venditore. Il processo complessivo che comincia con l'incasso di denaro in cambio di merce, si conclude con la consegna di denaro in cambio di merce. All'inverso nella forma D-M-D. Qui non è la medesima moneta a cambiare di posto due volte, ma la medesima merce. Il compratore la riceve dalle mani del venditore, e la dà via in mano d'un altro compratore. Come nella circolazione semplice delle merci il duplice spostamento della stessa moneta opera il suo definitivo trapasso da una mano all'altra, così qui il duplice spostamento della medesima merce opera il riafflusso del denaro al suo primo punto di partenza.
Il riafflusso del denaro al suo punto di partenza non dipende dal fatto che la merce sia venduta più cara di quanto sia stata comprata. Questa circostanza ha effetto solo sulla grandezza della sommi di denaro che riaffluisce. Il fenomeno del riafflusso come tale ha luogo appena la merce comperata è rivenduta, e così il ciclo D-M-D è descritto completamente. E questa è una distinzione tangibile fra la circolazione del denaro come capitale e la circolazione del denaro come puro e semplice denaro.
Il ciclo M-D-M è percorso completamente appena la vendita d'una merce porta denaro, che a sua volta viene sottratto dalla compera d'altra merce. Se tuttavia si ha riafflusso del denaro al suo punto di partenza, è soltanto mediante il rinnovamento ossia la ripetizione dell'intero percorso. Se vendo un quarter di grano per tre lire sterline e con queste tre lire sterline compero vestiti, per me le tre lire sterline sono spese definitivamente. Non ho più niente a che fare con esse. Sono del commerciante di vestiti. Ma se io vendo un secondo quarter di grano, il denaro riaffluisce a me, però non in seguito alla prima transazione, ma soltanto in seguito alla ripetizione di essa. Appena io porto a termine la seconda transazione e faccio una nuova compera, esso si allontana di nuovo da me. Dunque nel ciclo M-D-M la spesa del denaro non ha niente a che vedere con il suo riafflusso; invece nel ciclo D-M-D il riafflusso del denaro è condizionato proprio dal modo col quale esso viene speso. Senza questo riafflusso l'operazione è fallita, ossia il processo è interrotto e non è ancora compiuto, perché manca la seconda fase di esso, la vendita che integra e conclude la compera.
Il ciclo M-D-M comincia da un estremo, che è una merce, e conclude con un estremo, che è un'altra merce, la quale esce


166 - II. LA TRASFORMAZIONE DEL DENARO IN CAPITALE

dalla circolazione per finire nel consumo. Quindi il suo scopo finale è consumo, soddisfazione di bisogni, in una parola, valore d'uso. Il ciclo D-M-D comincia invece dall'estremo denaro, e conclude ritornando allo stesso estremo. Il suo motivo propulsore e suo scopo determinante è quindi il valore stesso di scambio.
Nella circolazione semplice delle merci i due estremi hanno la stessa forma economica. Entrambi sono merce. E sono anche merci della stessa grandezza di valore. Ma sono valori d'uso qualitativamente differenti, p. es., grano e vestiti. Lo scambio dei prodotti, la permuta dei differenti materiali nei quali il lavoro sociale si presenta, costituisce qui il contenuto del movimento. Altrimenti stanno le cose nel ciclo D-M-D. A prima vista esso sembra senza contenuto, perché tautologico. Entrambi gli estremi hanno la stessa forma economica. Entrambi sono denaro, quindi non sono valori d'uso qualitativamente distinti, poiché il denaro è per l'appunto la figura trasformata delle merci, nella quale i loro valori d'uso particolari sono estinti. Scambiare prima cento lire sterline contro cotone e poi di nuovo lo stesso cotone contro cento lire sterline, sembra una operazione tanto inutile quanto assurda(4). Una somma di denaro si può distinguere da un'altra somma di denaro, in genere, soltanto mediante la sua grandezza.


[4] «On n'échange pas de l'argent contre de l'argent», grida Mercier de la Rivière ai mercantilisti. (L'ordre naturel cit., p. 486). In un'opera che tratta ex professo del «commercio» e della «speculazione», si legge: Ogni commercio consiste nello scambio di cose di generi differenti; e il vantaggio (per il commerciante?) sorge da questa differenza. Scambiare una libbra di pane per una libbra di pane... non sarebbe seguito da nessun vantaggio... Quindi il commercio viene contrapposto con vantaggio al giuoco d'azzardo, che consiste in un mero scambio di denaro per denaro» (Th. CORBET, An inquiry into the causes and modes of the wealth of individuals; or the principles of trade and speculation explained, Londra, 1841, p. 5). Benché il Corbet non veda che D-D, scambiar denaro con denaro, è la forma caratteristica di circolazione, non solo del capitale commerciale, ma di ogni capitale, egli ammette per lo meno che questa forma è comune a un genere di commercio, alla speculazione, e al giuoco d'azzardo, ma poi arriva il MacCulloch e trova che comprare per vendere è speculare, e che quindi cade la differenza fra speculazione e commercio. «Ogni transazione nella quale un individuo compri un prodotto allo scopo di rivenderlo è, di fatto, una speculazione». (MACCULLOCH, A dictionary practical ecc. of commerce. Londra, 1847, p. 1009). Incomparabilmente piú ingenuo il Pinto, il Pindaro della Borsa di Amsterdam: «Le commerce est un jeu (questa frase è presa a prestito da Locke), et ce n'est pas avec des jueux qu'on peut gagner. Se si guadagnasse a lungo e tutto con tutti, bisognerebbe restituire, d'amore e d'accordo, le parti maggiori di profitto, per ricominciare il giuoco» (PINTO, Traité de la circulation et du crédit, Amsterdam, 1771, p. 231).


4. TRASFORMAZIONE DEL DENARO IN CAPITALE - 167

Dunque il processo D-M-D non deve il suo contenuto a nessuna distinzione qualitativa dei suoi estremi, poiché essi sono entrambi denaro, ma lo deve solamente alla loro differenza quantitativa. In fin dei conti, vien sottratto alla circolazione più denaro di quanto ve ne sia stato gettato al momento iniziale. Il cotone comprato a cento lire sterline, p. es., viene venduto una seconda volta a lire sterline cento + dieci, ossia a centodieci lire sterline. La forma completa di questo processo è quindi D-M-D', dove D' = D + DD(*), cioè è eguale alla somma di denaro originariamente anticipata, più un incremento. Chiamo plusvalore (surplus value) questo incremento, ossia questo eccedente sul valore originario. Quindi nella circolazione il valore originariamente anticipato non solo si conserva, ma altera anche la propria grandezza di valore, mette su un plusvalore, ossia si valorizza. E questo movimento lo trasforma in capitale. Certo, è anche possibile che in M-D-M i due estremi, M M, p. es. grano e vestiti, siano grandezze di valore quantitativamente differenti. Il contadino può vendere il suo grano al disopra del valore, o comprare i vestiti al di sotto del loro valore. Può essere gabbato a sua volta dal commerciante di vestiti. Tuttavia tale differenza di valore rimane puramente accidentale per questa forma di circolazione, per sé presa: essa non perde addirittura sensi e senno, come invece fa il processo D-M-D, quando i due estremi, p. es. grano e vestiti, siano equivalenti: qui anzi la loro equivalenza è condizione del corso normale. La ripetizione ossia il rinnovamento della vendita allo scopo di comprare, trova, come questo stesso processo, la sua misura e il suo termine in uno scopo finale che sta fuori di essa, nel consumo, nella soddisfazione di determinati bisogni. Nella compera a scopo di vendita invece, principio e fine sono la medesima cosa: denaro, valore di scambio, e già per ciò il movimento è senza fine. Certo, D è divenuto D + DD, cento sterline sono divenute sterline 100 + 10. Ma, considerate da un punto di vista semplicemente qualitativo, centodieci sterline sono la stessa cosa che cento sterline; cioè, denaro. E, considerate quantitativamente, centodieci sterline sono una somma di valore limitata quanto cento sterline. Se le centodieci sterline fossero spese come denaro, esse cesserebbero di rappresentare la loro parte. Cesserebbero di essere capitale. Sottratte alla circolazione, si pietrificano in un tesoro, e non s'accrescono neppure d'un centesimo, anche se continuano a stare immagazzinate fino al giorno del giudizio universale. Dunque, una volta che si tratti di valoriz-

[*] Ndr. abbiamo usato la notazione «DD» il luogo di delta D, non essendo disonibile il simbolo «delta».


168 - II. LA TRASFORMAZIONE DEL DENARO IN CAPITALE

zazione del valore, il bisogno che si ha di valorizzare centodieci sterline è lo stesso di quello che si ha per cento, poiché cento e centodieci sono entrambi espressioni limitate del valore di scambio, e quindi hanno ambedue la stessa vocazione di avvicinarsi alla ricchezza assoluta espandendo la propria grandezza. Certo, per un momento il valore di cento sterline inizialmente anticipato si distingue dal plusvalore di dieci sterline del quale s'accresce nella circolazione; ma questa distinzione torna subito a dileguarsi. Alla fine del processo, non si ha da una parte il valore originale di cento sterline e dall'altra il plusvalore di dieci sterline. Il risultato è un solo valore di centodieci sterline che si trova nella stessa e corrispondente forma, cioè pronto a cominciare il processo di valorizzazione, come le cento sterline originarie. Alla fine del movimento, risulta, ancora, denaro, e come nuovo inizio del movimento (5). Quindi la fine di ognuno dei singoli cicli nei quali si compie la compera per la vendita, costituisce di per se stessa l'inizio di un nuovo ciclo. La circolazione semplice delle merci - la vendita per la compera - serve di mezzo per un fine ultimo che sta fuori della sfera della circolazione, cioè per l'appropriazione di valori d'uso, per la soddisfazione di bisogni. Invece, la circolazione del denaro come capitale è fine a se stessa, poiché la valorizzazione del valore esiste soltanto entro tale movimento sempre rinnovato. Quindi il movimento del capitale è senza misura(6).

[5] «Il capitale si divide... nel capitale iniziale e nel guadagno, l'incremento del capitale... benché la prassi stessa torni a riunire subito questo guadagno al capitale e lo rimetta in corso con questo» (F. ENGELS, Umrisse zu einer Kritik der Nationaliekonomie in Deutsch-Franzosische Jahbucher, editi da A. Ruge e K. Marx, Parigi, 1844, p. 99).
[6] Aristotele contrappone l'economica alla crematistica. Egli parte dall'economica. In quanto essa è arte del guadagno, si limita a procurare i beni necessari alla vita, e utili per la casa o per lo Stato. «La vera ricchezza (n.d.r. instampabile) consiste di tali valori d'uso, perché la misura di questa specie di proprietà sufficiente alla prosperità non è illimitata. Vi è un altro modo di acquistare ricchezza, che chiamano di preferenza e a ragione, crematistica, per la quale si è ingenerata l'opinione che nessun limite vi sia alla proprietà e alla ricchezza. Il commercio ("n.d.r. instampabile2" significa letteralmente commercio al dettaglio e Aristotele sceglie questa forma, perché in essa prevale il valore d'uso) non appartiene per natura alla crematistica, poiché quivi lo scambio mira solo a ciò che è necessario per essi stessi (compratore e venditore)». Quindi, continua a spiegare Aristotele, la forma originale del piccolo commercio era il commercio di permuta, ma col suo estendersi sorge, di necessità, il denaro. Con l'invenzione del denaro il commercio di permuta dovette svilupparsi di necessità in (n.d.r. instampabile2), piccolo commercio di derrate, e questo, in contraddizione con la sua tendenza originaria, si ela-
[##] borò fino a diventare crematistica, arte di far denaro. La crematistica poi si distingue dall'economica perché (per essa la fonte della ricchezza è la circolazione (****). E sembra che la crematistica faccia perno tutta sul denaro, poiché il denaro è principio e fine di questa specie di scambio (****). Quindi anche la ricchezza alla quale tende la crematistica è illimitata. Infatti, ogni arte per la quale il proprio scopo non è mezzo, ma fine ultimo, è illimitata nella sua tendenza, poiché cerca di avvicinarsi ad esso sempre più; mentre le arti che perseguono mezzi ad un fine, non sono illimitate, poiché il fine stesso pone loro i limiti: per la crematistica non c'è nessun limite al fine, ma il suo fine consiste nell'arricchimento assoluto. La economica ha un limite, la crematistica no; ... la prima ha per fine qualcosa di differente dal denaro, la seconda, l'accrescimento del denaro stesso... La confusione fra queste due forme, che s'intrecciano l'una con l'altra, ha indotto alcuni a considerare fine ultimo dell'economica la conservazione e l'aumento del denaro all'infinito» (ARISTOTELE, De Republica, ed. Bekker, libro I, cap. 8, 9, passim [trad. V. Costanzi]).


4. TRASFORMAZIONE DEL DENARO IN CAPITALE - 169

Il possessore di denaro diventa capitalista nella sua qualità di veicolo consapevole di tale movimento. La sua persona, o piuttosto la sua tasca, è il punto di partenza e di ritorno del denaro. Il contenuto oggettivo di quella circolazione - la valorizzazione del valore - è il suo fine soggettivo, ed egli funziona come capitalista, ossia capitale personificato, dotato di volontà e di consapevolezza, solamente in quanto l'unico motivo propulsore delle sue operazioni è una crescente appropriazione della ricchezza astratta. Quindi il valore d'uso non dev'esser mai considerato fine immediato del capitalista(7). E neppure il singolo guadagno: ma soltanto il moto incessante del guadagnare(8). Questo impulso assoluto all'arricchimento, questa caccia appassionata al valore(9) è comune al capitalista e al tesaurizzatore, ma il tesaurizzatore è soltanto il capitalista ammattito, e invece il capitalista è il tesaurizzatore razionale. Quell'incessante accre-

[7] «Merci (qui nel senso di valori d'uso) non sono lo scopo determinante del capitalista commerciante; il suo scopo finale è il denaro» (TH. CHALMERS, On political economy ecc., 2. ed., Londra, 1832, p. [165] 166).
[8] «Il mercante non conta quasi per niente il lucro fatto, ma mira sempre al futuro» (A. GENOVESI, Lezioni di economia civile, (1765), edizione degli economisti italiani a cura del Custodi, parte moderna, vol. VIII, p. 139).
[9] «L'inestinguibile passione per il guadagno, l'auri sacra fames, guiderà sempre i capitalisti» (MACCULLOCH, The principles of political economy, Londra, 1830, p. 179). Questo giudizio non impedisce naturalmente allo stesso MacCulloch e consorti, quando si trovano in impacci teorici come p. es. quando trattano della sovrapproduzione, di trasformare lo stesso capitalista in un buon cittadino per il quale si tratta soltanto del valore d'uso e che sviluppa addirittura una fame da lupo, di stivali, cappelli, uova, cotonate ed altri familiarissimi generi di valori d'uso.


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scimento del valore, al quale tendono gli sforzi del tesaurizzatore quando cerca di salvare il denaro dalla circolazione10, viene raggiunto dal capitalista, più intelligente, che torna sempre di nuovo ad abbandonarlo alla circolazione10a.
Le forme autonome, le forme di denaro, assunte nella circolazione semplice dal valore delle merci, servono soltanto d'intermediario allo scambio di merci, e scompaiono nel risultato finale del movimento. Invece nella circolazione D-M-D, l'una e l'altra, merce e denaro, funzionano soltanto come differenti modi di esistere del valore stesso: il denaro come modo di esistenza generale, la merce come modo di esistenza particolare, per così dire, solo in travestimento(11). Il valore trapassa costantemente da una forma all'altra, senza perdersi in questo movimento, e si trasforma così in un soggetto automatico. Se si isolano le forme fenomeniche particolari assunte alternativamente nel ciclo della sua vita dal valore valorizzantesi, si hanno le dichiarazioni: capitale è denaro, capitale è merce(12). Ma di fatto qui il valore diventa soggetto di un processo nel quale esso, nell'assumere forma di denaro e forma di merce passando continuamente dall'una all'altra, altera anche la propria grandezza, e, in qualità di plusvalore, si stacca da se stesso in qualità di valore iniziale; valorizza se stesso. Perché il movimento durante il quale esso mette su plusvalore è il movimento suo proprio, il suo valorizzarsi, quindi la sua autovalorizzazione. Per il fatto d'esser valore, ha ricevuto la proprietà occulta di partorir valore. Scarica figli vivi, o per lo meno depone uova d'oro.
Come soggetto prepotente di tale processo, nel quale ora assume ora dimette la forma di denaro e la forma di merce, ma in questo variare si conserva e si espande, il valore ha bisogno prima di tutto di una forma autonoma, per mezzo della quale venga con-

10 **** (salvare) è una delle espressioni caratteristiche dei greci per la tesaurizzazione. Anche in inglese to save significa insieme salvare e risparmiare. 10a «Questo infinito che le cose non hanno in progresso, hanno in giro» (GALIANI, Della Moneta, p. 156). 11 «Ce n'est pas la matière qui fait le capital, mais la valeur de ces matières» (J. B. SAY, Traité d'économie politique, 3. ed., Parigi, 1817, vol. Il, p. 429). 12 «Currency (!) employed in producing articles... is capital» (MACLEOD, The theory and practice of banking, Londra, 1855, vol. I. cap. 1 [p. 155]). «Capital is commodities» (JAMES MILL, Elements of political economy, Londra, 1821, p. 74).


4. TRASFORMAZIONE DEL DENARO IN CAPITALE - 171

statata la sua identità con se stesso. E possiede questa forma solo nel denaro. Quindi il denaro costituisce il punto di partenza e il punto conclusivo d'ogni processo di valorizzazione. Era cento sterline, ora è centodieci sterline, e così via. Ma qui il denaro, per sé preso, conta solo come una forma del valore, poiché esso ha due forme. Senza l'assunzione della forma di merce il denaro non diventa capitale, quindi il denaro non si presenta qui in antagonismo con la merce, come nella tesaurizzazione. Il capitalista sa che tutte le merci, per quanto possano aver aspetto miserabile o per quanto possano aver cattivo odore, sono in fede e in verità denaro, sono giudei intimamente circoncisi, e per di più mezzi taumaturgici per far del denaro più denaro.
Se nella circolazione semplice il valore delle merci nei confronti del loro valore d'uso riceve tutt'al più la forma autonoma del denaro, qui esso si presenta improvvisamente come una sostanza dotata di proprio processo vitale e di moto proprio, per la quale merce e denaro sono entrambi pure e semplici forme. Ma c'è di più. Invece di rappresentare relazioni fra merci, il valore entra ora, per così dire, in relazione privata con se stesso. Si distingue, come valore originario, da se stesso come plusvalore, allo stesso modo che Dio Padre si distingue da se stesso come Dio Figlio, ed entrambi sono coetanei, e costituiscono di fatto una sola persona, poiché solo mediante il plusvalore di dieci sterline le cento sterline anticipate diventano capitale, e appena sono diventate capitale, e appena è generato il figlio, e mediante il figlio, il padre, la loro distinzione torna a scomparire, ed entrambi sono uno, centodieci sterline.
Il valore diventa dunque valore in processo, denaro in processo, e come tale capitale. Viene dalla circolazione, ritorna in essa, si conserva e si moltiplica in essa, ne ritorna ingrandito e torna a ripetere sempre di nuovo lo stesso ciclo(13). D-D', denaro figliante denaro - money which begets money -, così suona la descrizione del capitale in bocca ai suoi primi interpreti, i mercantilisti.
Comprare per vendere, ossia, in modo più completo, comprare per vendere più caro, D-M-D', sembra invero forma propria solo di una specie di capitale, del capitale mercantile. Ma anche il capitale industriale è denaro che si trasforma in merce, e mediante la vendita della merce si ritrasforma in più denaro.

[13] «Capital... valeur permanente, multipliante» (SISMONDI, Nouveaux principes de l'économie politique [Parigi, 1819], vol. 1, p. [88] 89).


172 - II. LA TRASFORMAZIONE DEL DENARO IN CAPITALE

Gli atti che si svolgono, p. es., fra la compera e la vendita, al di fuori della sfera di circolazione, non cambiano nulla a tale forma del movimento. Infine, nel capitale fruttifero la circolazione D-M-D' si presenta abbreviata, si presenta nel suo risultato prescindendo dal momento intermediario, in stile, per così dire, lapidario, come D-D', denaro che equivale a più denaro, valore più grande di se stesso.
Di fatto, quindi, D-M.D', è la formula generale del capitale, come esso si presenta immediatamente nella sfera d'ella circolazione.

2. Contraddizioni della formula generale.

La forma di circolazione nella quale il denaro esce dal bozzolo e si svela come capitale, contraddice a tutte le leggi che sono state spiegate in precedenza sulla natura della merce, del valore, del denaro e della circolazione stessa. Quel che distingue tale forma di circolazione dalla circolazione semplice delle merci è la serie successiva inversa dei due medesimi processi contrapposti, vendita e compera. Ma per quale incanto tale differenza, puramente formale, dovrebbe mutare la natura di questi processi?
E ancora. Questa inversione esiste soltanto per uno dei tre contraenti che commerciano l'uno con l'altro. Come capitalista, io compro merce da A e la rivendo a B, mentre come semplice possessore di merci vendo merce a B, e poi compero merce da A. Per i contraenti A e B questa differenza non esiste. Essi si presentano solo come compratori o venditori di merci. Io stesso, di volta in volta, sto loro di fronte come semplice possessore di denaro o semplice possessore di merci, compratore o venditore, e in entrambe le serie mi contrappongo solo come compratore ad una persona, solo come venditore all'altra; all'una come mero denaro, all'altra come mera merce; a nessuna delle due come capitale ossia come capitalista ossia rappresentante di qualcosa che sia più di denaro o merce, o che possa rappresentare un'azione al di fuori di quella del denaro o della merce. Per me, compera di A e vendita di B costituiscono una serie. Ma il nesso fra questi due atti esiste solo per me. A non si cura affatto della mia transazione con B, né B della mia transazione con A. Se p. es. volessi spiegare il guadagno particolare che mi procuro con il rovesciamento della serie, essi mi


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dimostrerebbero che io mi sbaglio nella successione stessa e che la transazione nel suo complesso non è cominciata con una compera, né è finita con una vendita, ma viceversa, è cominciata con una vendita e si è conclusa con una compera. Di fatto, il mio primo atto, la compera, dal punto di vista di A era una vendita, e il mio secondo atto, la vendita, dal punto di vista di B era una compera. E non soddisfatti di questo, A e B dichiareranno che tutta la serie era superflua e che era un trucco. A venderà la merce direttamente a B, e B la comprerà direttamente da A. A questo modo tutta la transazione si restringe e raggrinzisce in un atto unilaterale della circolazione abituale delle merci: dal punto di vista di A, semplice vendita, dal punto di vista di B, semplice compera. Dunque, con l'inversione della successione non siamo usciti al di fuori della sfera della circolazione semplice delle merci, anzi, dobbiamo star a vedere se essa per sua natura permetta la valorizzazione dei valori che in essa affluiscono, e quindi la formazione di plusvalore.
Prendiamo il processo di circolazione in una forma sotto la quale esso si presenti come semplice scambio di merci. Questo caso si verifica sempre quando entrambi i possessori di merci comprano merci l'uno dall'altro e il bilancio dei loro reciproci crediti viene pareggiato il giorno dei pagamenti. Il denaro qui serve da moneta di conto, per esprimere i valori delle merci nei loro prezzi, ma non si contrappone come cosa alle merci stesse. Finché si tratta del valore d'uso, è chiaro che entrambi i permutanti possono guadagnare. Entrambi alienano merci che per loro sono inutili come valori d'uso, e ricevono merci delle quali hanno bisogno per loro uso. E questo vantaggio può non esser l'unico. A, che vende vino e compera granaglie, produce forse più vino di quanto il contadino coltivatore di grano B potrebbe produrre nello stesso tempo di lavoro, e il coltivatore di cereali B produce forse più cereali nello stesso tempo di lavoro di quanto il vignaiuolo B potrebbe produrre. Quindi per lo stesso valore di scambio, A riceve più grano e B più vino che se, non essendoci lo scambio, ognuno dei due fosse costretto a produrre vino e grano per se stesso. Dunque, riferendoci al valore d'uso si può dire che «lo scambio è una transazione nella quale entrambe le parti guadagnano»(14). Altrimenti stanno le cose

[14] «Lo scambio è una transazione ammirevole, nella quale i due contraenti guadagnano... sempre (!)» (DESTUTT DE TRACY, Traité de la volonté et de ses effets, Parigi, 1826, p. 68). Questo stesso libro è apparso più tardi come Traité d'économie politique.


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per il valore di scambio. «Un uomo che ha molto vino e niente grano, tratta con un uomo che ha molto grano e niente vino, e fra di loro viene scambiato frumento pel valore di cinquanta contro un valore di cinquanta in vino. Questo scambio non è un aumento del valore di scambio né per l'uno né per l'altro; poiché già prima dello scambio ognuno di essi possedeva un valore eguale a quello ch'egli si è procurato mediante tale operazione»(15). La cosa non cambia, se il denaro entra fra le merci come mezzo di circolazione, e se gli atti della compera e della vendita si distaccano l'uno dall'altro in modo sensibile(16). Il valore delle merci è rappresentato nei loro prezzi prima che esse entrino nella circolazione, quindi è presupposto e non risultato di questa(17).
Da un punto di vista astratto, cioè, senza tener conto di circostanze che non scaturiscano dalle leggi immanenti della circolazione semplice delle merci, oltre la sostituzione d'un valore d'uso con un altro, non avviene in essa circolazione altro che una metamorfosi, un semplice cambiamento di forma della merce. In mano allo stesso possessore di merci rimane lo stesso valore, cioè la stessa quantità di lavoro sociale oggettivato, nella forma, prima, della sua merce, poi del denaro nel quale si trasforma, infine della merce nella quale questo denaro si ritrasforma. Questo cambiamento di forma della merce non implica nessuna mutazione della grandezza di valore. Ma il cambiamento subìto in questo processo dal valore della merce stessa si limita a un cambiamento della sua forma di denaro. Questa forma ha esistenza prima come prezzo della merce offerta in vendita, poi come somma di denaro che però era già espressa nel prezzo, in fine come prezzo d'una merce equivalente. Questo cambiamento di forma, in sé e per sé, non implica un'alterazione della grandezza di valore, come non l'implica il cambio d'un biglietto da cinque sterline in sovrane, mezze sovrane e scellini. Dunque, finché la circolazione della merce porta con sé soltanto un cambiamento di forma del suo valore, essa procura uno scambio di equivalenti, se il fenomeno avviene allo stato puro. Perfino l'economia volgare, per quanto poco sospetti che cos'è il valore, suppone quindi, tutte le volte che

[15] MERCIER DE LA RIVIÈRE, L'ordre naturel cit., p. 544.
[16] «Che uno di questi due valori sia denaro, o che entrambi siano merci usuali; nulla di più indifferente, per sé preso» (MERCIER DE LA RIVIERE, ivi, p. 543).
[17] «Non sono i contraenti a decidere sul valore; questo è deciso prima del contratto» (LE TROSNE, De l'intérét social, p. 906).


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vuol considerare alla sua maniera il fenomeno allo stato puro, che domanda e offerta coincidano, e cioè che la loro azione venga in generale a cessare. Se dunque entrambi i permutanti possono guadagnare riguardo al valore d'uso, non possono guadagnare entrambi sul valore di scambio. Anzi, qui vale il detto: «Dove vi è egualità, non vi è lucro»(18). Certo, le merci possono esser vendute a prezzi che si allontanino dai loro valori, ma questo allontanamento appare come infrazione della legge dello scambio delle merci(19)". Nella sua forma pura, quest'ultimo è uno scambio di equivalenti, quindi non è un mezzo di arricchirsi di valore(20).
Quindi, dietro ai tentativi di rappresentare la circolazione delle merci come fonte di plusvalore, sta in agguato per lo più un quid pro quo, una confusione fra valore d'uso e valore di scambio. P. es. in Condillac: «È falso», dice egli, «che negli scambi si dia valore eguale per valore eguale, al contrario, ognuno dei contraenti dà sempre un valore minore per uno maggiore... Di fatto, se si scambiasse sempre valore eguale per valore eguale non ci sarebbe nessun guadagno da fare per nessuno dei contraenti. Ma tutti e due guadagnano, o dovrebbero guadagnare. Perché? È che il valore delle cose c'è solo in relazione ai nostri bisogni, e quel che è di più per l'uno, è di meno per l'altro, e viceversa... Non si presuppone che noi mettiamo in vendita le cose necessarie al nostro consumo, ma il nostro superfluo... Vogliamo dare una cosa che ci è inutile, per procurarcene una che è necessaria... Era ovvio giudicare che nello scambio si desse valore eguale per valore eguale, tutte le volte che ognuna delle cose che si scambiavano era stimata di valore eguale alla stessa quantità di denaro... Ma nel calcolo deve entrare anche un'altra considerazione: resta a vedere se noi scambiamo tutti e due un superfluo per qualcosa di necessario»(21). È evidente che il Condillac non solo mescola insieme valore d'uso e valore di scambio, ma inoltre, in maniera veramente infantile, attribuisce

[18] «Dove è egualità, non è lucro» (GALIANI, Della Moneta, in Custodi, parte moderna, vol. IV, p. 244).
[19]19 «Lo scambio diventa vantaggioso per una delle parti, quando qualcosa di estraneo diminuisce o ingrandisce il prezzo; allora l'eguaglianza è lesa, ma la lesione procede da questa causa, e non dallo scambio» (LE TROSNE, De t'intérét social, p. 904).
[20] «Lo scambio è per sua natura un contratto d'eguaglianza, che si compie fra un valore ed un valore eguale. Non è dunque un mezzo di arricchirsi, poiché si dà tanto quanto si riceve» (LE TROSNE, ivi, p. 903).
[21] CONDILLAC, Le commerce et le gouvernement (1776), ediz. Daire e Molinari nelle Mélanges d'économie politique, Parigi, 1847, p. 287 [291].


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a una società a produzione di merci sviluppata una situazione nella quale il produttore produca egli stesso i propri mezzi di sussistenza e getti nella circolazione soltanto l'eccedente del proprio fabbisogno, il superfluo(22). Eppure l'argomento del Condillac è spesso ripetuto negli economisti moderni, specialmente quando si tratta di rappresentare come produttivo di plusvalore il commercio, la forma sviluppata dello scambio di merci. Si trova, p. es.: «Il commercio... aggiunge valore ai prodotti, poiché gli stessi prodotti hanno più valore in mano ai consumatori che in mano ai produttori; quindi esso dev'esser considerato letteralmente (strictly) un atto di produzione»(23). Ma le merci non sono pagate due volte, una volta per il loro valore d'uso e l'altra per il loro valore. E se il valore d'uso della merce è più utile al compratore che al venditore, la forma di denaro della merce è più utile al venditore che al compratore. Altrimenti, la venderebbe? E così si potrebbe dire, tal quale, che il compratore letteralmente (strictly) compie un «atto di produzione», in quanto, ad esempio, trasforma in denaro le calze del commerciante.
Se vengono scambiate merci oppure denaro e merci, cioè, equivalenti, evidentemente nessuno estrae dalla circolazione più valore di quanto non ve ne immetta. Quindi non ha luogo nessuna formazione di plusvalore. Ma il processo della circolazione delle merci nella sua forma pura determina uno scambio di equivalenti. Tuttavia nella realtà, le cose non si svolgono in purezza. Supponiamo quindi uno scambio di non equivalenti.
In ogni caso, sul mercato delle merci si trovano di contro solo possessore di merci e possessore di merci, e il potere che queste persone esercitano l'una sull'altra è soltanto il potere delle loro merci. La differenza materiale delle merci è il motivo materiale dello scambio e rende i possessori di merci reciprocamente dipendenti l'uno dall'altro, in quanto nessuno di essi tiene in

[22] E' giusta quindi la risposta del Le Trosne al suo amico Condillac: «Dans une... société formée il n'y a pas de surabondant en aucun genre» (LE TROSNE, op. cit., p. 907). Allo stesso tempo lo canzona, glossando: «se entrambi i permutanti ricevono altrettanto di più per altrettanto di meno, ricevono entrambi altrettanto» (LE TROSNE, op. Cit., p. 904). Proprio perché il Condillac non ha ancora la minima idea della natura del valore di scambio, è il garante adatto pei concetti infantili del prof. Wilhelm Roscher. Vedi le sue Grundlagen der Nationaloekonomie, 3. ed., 1858.
[23] S. P. NEWMAN, Elements of political economy, Andover e New York, 1835, p. 175.


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propria mano l'oggetto del proprio bisogno e ognuno di essi ha in mano l'oggetto del bisogno dell'altro. Oltre questa differenza materiale dei loro valori d'uso, fra le merci c'è soltanto un'altra differenza, la differenza fra la loro forma naturale e la loro forma trasmutata, la differenza fra merce e denaro. E così i possessori di merci si distinguono solo come venditore, possessore di merce, e compratore, possessore di denaro.
Poniamo ora che per un qualche inspiegabile privilegio sia dato al venditore di vendere la merce al di sopra del suo valore, a centodieci se essa vale cento, cioè con un rialzo nominale di prezzo del dieci per cento. Dunque il venditore incassa un plusvalore di dieci. Ma dopo esser stato venditore, diventa compratore. Ora l'incontra un terzo possessore di merci in qualità di venditore, che gode a sua volta il privilegio di vender la merce rincarata del dieci per cento. Il nostro personaggio ha guadagnato dieci come venditore, per perdere dieci come compratore(24). Il risultato di tutto ciò si riduce in realtà al fatto che tutti i possessori di merci si vendono l'uno all'altro le loro merci al dieci per cento al di sopra del loro valore, il che è esattamente la stessa cosa che se vendessero le merci ai loro valori. Un rialzo di prezzo nominale e generale di questo tipo produce lo stesso effetto che se p. es. i valori delle merci fossero stimati in argento invece che in oro. I nomi in denaro, cioè i prezzi delle merci, gonfierebbero; ma i loro rapporti di valore rimarrebbero inalterati.
Supponiamo viceversa che sia privilegio del compratore comperare le merci al di sotto del loro valore. Qui non c'è neppur bisogno di ricordare che il compratore torna a diventare venditore. Era venditore, prima di diventare compratore. Ha perduto già il dieci per cento come venditore prima di guadagnare il dieci per cento come compratore(25). Tutto torna come prima.
La formazione di plusvalore e quindi la trasformazione di denaro in capitale non può dunque essere spiegata né per il fatto che i venditori vendano le merci al di sopra del loro valore, né

[24] «L'aumento del valore nominale del prodotto... non arricchisce i venditori... poiché quel ch'essi guadagnano come venditori, è precisamente quel ch'essi spendono come compratori» (The essential principles of the wealth of nations, Londra, 1797, p. 66).
[25] «Se si è costretti a dare per 18 lire una quantità di produzione che ne valeva 24, quando si impiegherà questo stesso denaro per comprare, si avranno egualmente per 18 lire quel che si pagava 24 lire» (LE TROSNE, De l'intérét social cit., p. 897).


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per il fatto che i compratori le comperino al di sotto del loro valore(26).
Il problema non viene affatto semplificato introducendo di contrabbando relazioni estranee, cioè dicendo, per esempio, con le parole del colonnello Torrens: «La domanda effettiva consiste nella possibilità e nella inclinazione (!) del consumatore, di dare in cambio di merci, sia per mezzo di permuta immediata che per mezzo di permuta indiretta, una certa porzione di tutti gli ingredienti del capitale, maggiore di quanto costa la produzione delle merci stesse»(27). Nella circolazione produttori e consumatori stanno l'uno di fronte all'altro soltanto come venditori e compratori. Affermare che il plusvalore per il produttore scaturisce dal fatto che i consumatori pagano la merce al di sopra del suo valore, significa soltanto mascherare la semplice proposizione: il possessore di merci possiede come venditore il privilegio di vender troppo caro. Il venditore ha prodotto egli stesso la merce o ne rappresenta i produttori, ma anche il compratore ha prodotto egli stesso la merce rappresentata dal suo denaro, oppure rappresenta i produttori di essa. Quindi produttore sta di fronte a produttore. Quel che li distingue è che uno compra e l'altro vende. Che il possessore di merci sotto il nome di produttore venda la merce al di sopra del suo valore e sotto il nome di consumatore la paghi troppo cara, non ci fa fare neanche un passo avanti(28).
Quindi i sostenitori coerenti della illusione che il plusvalore scaturisca da un supplemento nominale di prezzo, ossia dal privilegio del venditore di vendere la merce troppo cara, suppongono una classe che compri soltanto senza vendere, che quindi anche consumi senza produrre. L'esistenza di tale classe è ancora inspiegabile dal punto di vista al quale finora siamo arrivati, quello della circolazione semplice. Ma facciamo una anticipazione. Il denaro col quale tale classe compra costantemente deve affluirle

[26] «Ogni venditore può dunque arrivare a rincarare abitualmente le sue mercanzie soltanto adattandosi anche a pagare abitualmente più care le mercanzie degli altri venditori; e, per la stessa ragione, ogni consumatore può arrivare a pagare abitualmente meno caro quello che compera, soltanto adattandosi anche a una analoga diminuzione sui prezzi delle cose che vende» (MERCIER DE LA RIVIÈRE, L'ordre naturel cit., p. 555).
[27] R. TORRENS, An essay on the production of wealth, Londra, 1821, p. 349.
[28] «L'idea che i profitti siano pagati dai consumatori è, certo, proprio assurda. Chi sono i consumatori?» (G. RAMSAY, An essay on the distribution of wealth, Edimburgo, 1836, p. 183).


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costantemente da parte degli stessi possessori di merci, senza scambio, gratuitamente, a qualsiasi titolo, di diritto o di forza. Vendere le merci al di sopra del valore a questa classe significa soltanto riprendersi in parte, per inganno, denaro dato via per niente(29). Così le città dell'Asia Minore pagavano il loro tributo annuo in denaro all'antica Roma. Con questo denaro, Roma comperava merci da esse, e le comprava a prezzo troppo caro. Gli uomini dell'Asia Minore gabbavano i romani, sottraendo abilmente dalle loro borse, per la via dei commercio, una parte .deL tributo. Eppure gli abitanti dell'Asia Minore rimanevano gabbati loro. E prima e poi, le loro merci venivano pagate loro col proprio denaro. Questo non è un metodo di arricchimento o di formazione di plusvalore.
Teniamoci dunque entro i limiti dello scambio di merci, dove i venditori sono compratori e i compratori sono venditori. Il nostro imbarazzo deriva forse dal fatto che noi abbiamo concepito le persone solo come categorie personificate, e non individualmente. Può darsi che il possessore di merci A sia tanto furbo da abbindolare i suoi colleghi B o C, e che nonostante la loro buona volontà questi non riescano a render pan per focaccia. A vende vino per il valore di quaranta sterline a B ed ottiene in cambio grano per il valore di cinquanta sterline, A ha trasformato le sue quaranta sterline in cinquanta sterline, ha fatto più denaro da meno denaro, e ha trasformato la sua merce in capitale. Guardiamo le cose più da vicino. Prima dello scambio avevamo per quaranta sterline di vino in mano di A e per cinquanta sterline di grano in mano di B: valore complessivo di novanta sterline. Dopo lo scambio, abbiamo lo stesso valore complessivo di novanta sterline. Il valore circolante non s'è ingrandito neppur di un atomo: quella che è cambiata è la distribuzione del valore circolante fra A e B. Si presenta da una parte come plusvalore quel che dall'altra è minusvalore, si presenta come un più da una parte quel che è un meno dall'altra. Sarebbe accaduto lo stesso cambiamento se A avesse rubato senz'altro a B dieci ster-

[29] «Se a qualcuno manca la domanda, il Malthus gli raccomanderà di pagare qualcun altro perché si prenda le sue merci?», domanda un ricardiano, tutto scandalizzato, al Malthus, il quale, come il suo scolaro, il prete Chalmers, glorifica economicamente la classe dei puri e semplici compratori ossia consumatori. Si veda: An inquiry into the principles respecting the nature of demand and the necessity of consumption, lately advocated by Mr. -Malthus ecc., Londra, 1821, p. 55.


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line, senza mascherare la cosa nella forma dello scambio. È evidente che la somma dei valori circolanti non può essere aumentata da nessun cambiamento nella loro distribuzione, così come un giudeo non aumenta la massa dei metalli nobili in un paese vendendo per una ghinea un farthing della Regina Anna. L'insieme della classe dei capitalisti di un paese non può sfruttare se stessa(30).
Dunque, ci si può rigirare come si vuole, il risultato è sempre lo stesso. Se si scambiano equivalenti, non nasce nessun plusvalore, e se si scambiano non-equivalenti, neppur in tal caso nasce plusvalore(31). La circolazione ossia lo scambio delle merci non crea nessun valore(32).
Quindi si capisce perché nella nostra analisi della forma fondamentale del capitale, che è la forma nella quale il capitale determina l'organizzazione economica della società moderna, non si sia tenuto conto alcuno, in un primo momento, delle forme popolari e per così dire antidiluviane del capitale, capitale mercantile e capitale usurario.
Nel capitale mercantile propriamente detto, la forma D-M-D', comperare per vendere più caro, si presenta allo stato più puro. D'altra parte, tutto intero il suo movimento si svolge all'interno della sfera della circolazione. Ma poiché è impossibile spiegare la trasformazione di denaro in capitale, cioè la formazione di plusvalore, con la circolazione stessa, il capitale mercantile

(30) Il Destutt de Tracy, benché membro dell'Institut, o forse proprio per questo, era d'opinione opposta. Dice che i capitalisti industriali fanno i loro profitti a questo modo: «Vendendo tutto quello che producono più caro di quel che non sia loro costato produrlo». E a chi vendono? In primo luogo: gli uni agli altri (Traité de la volonté cit., p. 239).
(31) «Lo scambio fra due valori eguali non aumenta né diminuisce la massa dei valori esistenti nella società. Lo scambio fra due valori diseguali... non cambia neppure esso nulla nella somma dei valori sociali, benché ag. giunga al patrimonio dell'uno quel che toglie al patrimonio dell'altro» (J. B. SAY, Traité d'économie politique, 3. ed., 1817, t. 11, p. 433 ogg.). Il Say, indifferente, com'è ovvio, alle conseguenze di questa proposizione, l'ha presa in prestito, quasi alla lettera, dai fisiocrati. L'esempio che segue serve a mostrare in che modo egli abbia sfruttato i loro scritti, che alla sua epoca erano scomparsi dalla circolazione, per aumentare il suo proprio «valore». Ma la proposizione più «celebre» di Monsieur Say: «On n'achète des produits qu'avec des produits», ivi, vol. II, p. 441, suona, nell'originale fisiocratico: «Les productions ne se paient qu'avec des productions», (LE TROSNE, De l'intérét social, p. 899).
(32) «Lo scambio non conferisce nessun valore ai prodotti» (F. WAYLAND, The elements of political economy, Boston, 1853, p. 168).


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appare cosa impossibile non appena si scambino equivalenti(33); quindi esso appare deducibile soltanto dalla doppia soverchieria ai produttori di merci che comprano e vendono, da parte del mercante che si insinua parassitariamente fra di essi. In questo senso il Franklin dice: «La guerra è rapina, il commercio è imbroglio»(34). Se la valorizzazione del capitale mercantile non va spiegata soltanto con l'inganno puro e semplice dei produttori di merci, occorre una lunga serie di articolazioni intermedie che manca ancora del tutto qui, dove la circolazione delle merci e i suoi momenti semplici costituiscono il nostro unico presupposto.
Quel che vale per il capitale mercantile vale a maggior ragione per il capitale usurario. Nel capitale mercantile gli estremi, - il denaro gettato sul mercato e il denaro aumentato sottratto al mercato - sono per lo meno connessi dalla mediazione della compera e della vendita, dal movimento della circolazione. Nel capitale usurario la forma D-M-D' è abbreviata e ridotta agli estremi immediati D-D', denaro che si scambia con più denaro; forma incompatibile con la natura del denaro e quindi inspiegabile dal punto di vista dello scambio di merci. Quindi Aristotele dice: «La crematistica essendo duplice, l'una commerciale, l'altra economica, questa necessaria e lodevole, quella fondata sulla circolazione e giustamente biasimata (poiché non è naturale, ma fondata sull'inganno reciproco), a buon diritto si detesta l'usura poiché quivi il denaro stesso è la fonte del guadagno e non viene adoperato al fine per cui fu inventato. Poiché il denaro nacque per lo scambio di merci, ma l'usura fa del denaro più denaro, onde da questa proprietà ha anche avuto il suo nome (****: interesse e nato). Poiché i figli sono simili ai loro genitori. E l'usura è denaro uscito dal denaro, cosicché fra tutti i modi di guadagno questo è il più contro natura»(35)
Nel caso della nostra indagine incontreremo come forma derivata, oltre il capitale mercantile, il capitale che porta inte-

[33] «Il commercio sarebbe impossibile sotto la legge degli equivalenti invariabili» (G. OPDYKE, A treatise on political economy, New York, 1851, p. 69). «La differenza fra valore reale e valore di scambio si fonda su questo fatto: il valore di una cosa è differente dal cosiddetto equivalente dato per essa nel commercio; cioè: questo equivalente, non è un equivalente» (F. ENGELS, Umrisse zu einer Kritik der Nationaloekonomie cit., p. 96).
[34] BENJAMIN FRANKLIN, Works, vol. II, ed. Sparks, in Positions to be examined concerning national wealth.
[35] ARISTOTELE, De Republica [trad. Costanzi], libro I, cap. 9.


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ressi; e vedremo allo stesso tempo perché essi appaiono storicamente prima della forma fondamentale moderna del capitale.
S'è visto che il plusvalore non può sorgere dalla circolazione, e che quindi nella sua formazione non può non accadere alle spalle della circolazione qualcosa che è invisibile nella circolazione stessa(36). Ma il plusvalore può scaturire da qualcosa d'altro che dalla circolazione? La circolazione è la somma di tutte le relazioni di scambio dei possessori di merci. Al di fuori di esse, il possessore di merce sta in relazione ormai soltanto con la propria merce. Per quel che riguarda il valore della merce, il rapporto è limitato al fatto che questa contiene una quantità del lavoro del possessore, misurata secondo determinate leggi sociali. Tale quantità di lavoro si esprime nella grandezza di valore della sua merce, e, poiché la grandezza di valore s'esprime in moneta di conto, in un prezzo, p. es.. di dieci sterline. Ma il suo lavoro non si rappresenta nel valore della merce e in un eccedente sul valore proprio di questa, non si rappresenta cioè in un prezzo di dieci che sia simultaneamente un prezzo di undici, non si rappresenta in un valore che sia più grande di se stesso. Il possessore di merci può col suo lavoro creare valori ma non valori che si valorizzino. Egli può alzare il valore d'una merce, aggiungendo al valore esistente nuovo valore mediante nuovo lavoro, p. es. facendo, con il cuoio, degli stivali. La medesima materia ha ora più valore, perché contiene una maggiore quantità di lavoro. Quindi lo stivale ha più valore del cuoio, ma il valore del cuoio è rimasto quel che era. Non si è valorizzato, non si è aggiunto un plusvalore durante la fabbricazione degli stivali. Dunque è impossibile che il produttore di merci, al di fuori della sfera della circolazione e senza entrare in contatto con altri possessori di merci, valorizzi valori e trasformi quindi denaro o merce in capitale.
Dunque è impossibile che dalla circolazione scaturisca capitale; ed è altrettanto impossibile che esso non scaturisca dalla circolazione. Deve necessariamente scaturire in essa, ed insieme non in essa.
Dunque, si ha un duplice risultato.
La trasformazione del denaro in capitale deve essere spiegata sulla base di leggi immanenti allo scambio di merci, cosicché

[36] «Non si ottiene profitto, con lo scambio, nelle condizioni abituali del mercato. Se non fosse esistito prima, il profitto non ci potrebbe essere neppure dopo la transazione» (RAMSAY, An essay on the distribution of wealth, p. 184).


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come punto di partenza valga lo scambio di equivalenti(37). Il nostro possessore di denaro, che ancora esiste soltanto come bruco di capitalista, deve comperare le merci al loro valore, le deve vendere al loro valore, eppure alla fine del processo deve trarne più valore di quanto ve ne abbia immesso. Il suo evolversi in farfalla deve avvenire entro la sfera della circolazione e non deve avvenire entro la sfera della circolazione. Queste sono le condizioni del problema. Hic Rhodus, hic salta!

3. Compera e vendita della forza-lavoro.

Il cambiamento di valore del denaro che si deve trasformare in capitale non può avvenire in questo stesso denaro, poiché esso, come mezzo di acquisto e come mezzo di pagamento, non fa che realizzare il prezzo della merce che compera o paga, mentre, permanendo nella sua propria forma, s'irrigidisce in pietrificazione di grandezza di valore immutabile(38). Il cambiamento non può neppure scaturire dal secondo atto della circolazione, la rivendita della merce, poiché questo atto fa ritornare la merce

[37] Dalla discussione che abbiamo offerto il lettore capisce che ciò significa soltanto: la formazione del capitale deve essere possibile anche se il prezzo delle merci è eguale al valore delle merci. Non può essere spiegata con la differenza fra i prezzi e i valori delle merci. Se i prezzi differiscono realmente dai valori, occorre ridurre i prezzi ai valori, cioè fare astrazione da questa circostanza come casuale, se si vuole avere davanti a sé puro il fenomeno della formazione del capitale sulla base dello scambio di merci, e se non si vuole essere confusi nell'osservarlo da circostanze secondarie perturbatrici ed estranee al vero e proprio andamento del fenomeno. Si sa del resto che tale riduzione non è affatto un puro e semplice procedimento scientifico. Le oscillazioni continue dei prezzi di mercato, i loro rialzi e i loro ribassi, si compensano, si eliminano reciprocamente e si riducono a prezzo medio, che è la loro regola interna. Ed essa costituisce la stella polare p. es. del mercante o dell'industriale in ogni impresa che abbracci un periodo di tempo d'una certa durata. Dunque essi sanno che, considerato nel suo insieme un periodo di una certa durata, le merci vengono vendute non sopra e non sotto il loro prezzo medio, ma proprio al loro prezzo medio. E se il pensiero disinteressato fosse semmai il loro interesse. il mercante e l'industriale si dovrebbero porre il problema della formazione del capitale a questo modo: data la regolazione dei prezzi mediante il prezzo medio, cioè in ultima istanza, mediante il valore della merce, come può nascere capitale? Dico «in ultima istanza», perché i prezzi medi non coincidono direttamente con le grandezze di valore delle merci, come credono A. Smith, il Ricardo, ecc.
[38] «Nella forma di denaro... il capitale non produce profitto» (RICARDO, Principles of political economy, p. 267).


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soltanto dalla forma naturale alla forma di denaro. Dunque la trasformazione deve avvenire nella merce che viene comprata nel primo atto, D-M, ma non nel valore di essa, poiché vengono scambiati equivalenti, cioè la merce vien pagata al suo valore. Il cambiamento può derivare dunque soltanto dal valore d'uso della merce come tale, cioè dal suo consumo. Per estrarre valore dal consumo d'una merce, il nostro possessore di denaro dovrebbe esser tanto fortunato da scoprire all'interno della sfera della circolazione, cioè sul mercato, una merce il cui valore d'uso stesso possedesse la peculiare qualità d'esser fonte di valore; tale dunque che il suo consumo reale fosse, esso stesso, oggettivazione di lavoro, e quindi creazione di valore. E il possessore di denaro trova sul mercato tale merce specifica: è la capacità di lavoro, ossia la forza-lavoro.
Per forza-lavoro o capacità di lavoro intendiamo l'insieme delle attitudini fisiche e intellettuali che esistono nella corporeità, ossia nella personalità vivente d'un uomo, e che egli mette in movimento ogni volta che produce valori d'uso di qualsiasi genere.
Tuttavia, affinché il possessore di denaro incontri sul mercato la forza-lavoro come merce, debbono essere soddisfatte diverse condizioni. In sé e per sé, lo scambio delle merci non include altri rapporti di dipendenza fuori di quelli derivanti dalla sua propria natura. Se si parte da questo presupposto, la forza-lavoro come merce può apparire sul mercato soltanto in quanto e perché viene offerta o venduta come merce dal proprio possessore, dalla persona della quale essa è la forza-lavoro. Affinché il possessore della forza-lavoro la venda come merce, egli deve poterne disporre, e quindi essere libero proprietario della propria capacità di lavoro, della propria persona(39). Egli si incontra sul mercato con il possessore di denaro e i due entrano in rapporto reciproco come possessori di merci, di pari diritti, distinti solo per esser l'uno compratore, l'altro venditore, persone dunque giuridicamente eguali. La continuazione di questo rapporto esige che il proprietario della forza-lavoro la venda sempre e soltanto per un tempo determinato; poiché se la vende in blocco, una volta per tutte, vende se stesso, si trasforma da

[39] Nei dizionari enciclopedici d'antichità classica, ai può leggere l'assurdità che nel mondo antico il capitale era pienamente sviluppato, «con l'eccezione che mancavano il lavoratore libero e il sistema del credito». Anche il Mommsen nella sua Storia romana si caccia in un quid pro quo dopo l'altro.


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libero in schiavo, da possessore di merce in merce. Il proprietario di forza-lavoro, quale persona, deve riferirsi costantemente alla propria forza-lavoro come a sua proprietà, quindi come a sua propria merce; e può farlo solo in quanto la mette a disposizione del compratore ossia gliela lascia per il consumo, sempre e soltanto, transitoriamente, per un periodo determinato di tempo, e dunque non rinuncia alla sua proprietà su di essa(40).
La seconda condizione essenziale affinché il possessore del denaro trovi la forza-lavoro sul mercato come merce, è che il possessore di questa non abbia la possibilità di vendere merci nelle quali si sia oggettivato il suo lavoro, ma anzi, sia costretto a mettere in vendita, come merce, la sua stessa forza-lavoro, che esiste soltanto nel suo corpo vivente.
Affinché qualcuno venda merci distinte dalla propria forzalavoro, deve, com'è ovvio, possedere mezzi di produzione, p. es. materie prime, strumenti di lavoro, ecc. Non può fare stivali senza cuoio. Inoltre, ha bisogno di mezzi di sussistenza. Nessuno, neppure un musicista avvenirista, può campare dei prodotti avvenire, e quindi neppure di valori d'uso la cui produzione è ancora incompleta; l'uomo è costretto ancora a consumare, giorno per giorno, prima di produrre e mentre produce, come il primo giorno della sua comparsa sulla scena della terra. Se i prodotti vengono prodotti come merci, debbono essere venduti dopo essere stati prodotti e possono soddisfare i bisogni del produttore sol-

[40] Quindi varie legislazioni stabiliscono un massimo di durata del contratto di lavoro. Tutti i codici dei popoli presso i quali il lavoro è libero regolano le condizioni di denuncia del contratto di lavoro. In vari paesi, p. es. al Messico (prima della guerra civile americana, anche nei territori strappati al Messico; e, di fatto, anche nelle province danubiane, fino alla rivoluzione di Kusa), la schiavitù è nascosta sotto la forma del peonaggio. Non solo il lavoratore singolo, ma anche la sua famiglia diventano di fatto proprietà di altre persone e delle loro famiglie, a mezzo di anticipi da ripagarsi in lavoro, che si accavallano di generazione in generazione. Juarez aveva abolito il peonaggio. Il cosiddetto imperatore Massimiliano lo reintrodusse con un decreto che venne esattamente definito nella Camera dei rappresentanti di Washington come decreto per la reintroduzione della schiavitù nel Messico.
«Delle mie particolari abilità fisiche e intellettuali, e delle mie particolari possibilità di attività io posso... alienare ad un altro un uso limitato nel tempo, poiché esse. dopo questa limitazione, conservano un rapporto esteriore con la mia totalità e universalità. Con l'alienazione di tutto il mio tempo concreto in virtù del lavoro e della totalità della mia produzione, io renderei proprietà di un altro ciò che c'è di sostanziale in essi, la mia attività e realtà universali, la mia personalità» (HEGEL, Philosophie des Rechts, Berlino, 1840. § 67, p. 104).


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tanto dopo la vendita. Al tempo della produzione s'aggiunge il tempo necessario per la vendita.
Dunque, per trasformare il denaro in capitale il possessore di denaro deve trovare sul mercato delle merci il lavoratore libero; libero nel duplice senso che disponga della propria forza lavorativa come propria merce, nella sua qualità di libera persona, e che, d'altra parte, non abbia da vendere altre merci, che sia privo ed esente, libero di tutte le cose necessarie per la realizzazione della sua forza-lavoro.
Per il possessore di denaro, che trova il mercato del lavoro come sezione particolare del mercato delle merci, non ha alcun interesse il problema del perché quel libero lavoratore gli si presenti. nella sfera della circolazione. E per il momento non ha interesse neppure per noi. Noi teniamo fermo, sul piano teorico, al dato di fatto, come fa il possessore di denaro sul piano pratico. Una cosa è evidente, però. La natura non produce da una parte possessori di denaro o di merci e dall'altra puri e semplici possessori della propria forza lavorativa. Questo rapporto non è un rapporto risultante dalla storia naturale e neppure un rapporto sociale che sia comune a tutti i periodi della storia. Esso stesso è evidentemente il risultato d'uno svolgimento storico precedente, il prodotto di molti rivolgimenti economici, del tramonto di tutta una serie di formazioni più antiche della produzione sociale.
Anche le categorie economiche che abbiamo già considerato, portano le tracce della loro storia. Nell'esistenza del prodotto come merce sono racchiuse determinate condizioni storiche. Per divenire merce, il prodotto non dev'essere prodotto come mezzo immediato di sussistenza per colui che lo produce. Se avessimo indagato per vedere in quali circostanze tutti, o anche soltanto la maggior parte dei prodotti, assumono la forma di merce, avremmo trovato che ciò avviene soltanto sulla base di un modo di produzione assolutamente specifico, cioè del modo di produzione capitalistico. Ma tale ricerca era estranea all'analisi della merce. La produzione delle merci e la circolazione delle merci possono aver luogo anche se la massa, di gran lunga preponderante, dei prodotti destinati al fabbisogno del produttore, non si trasforma in merce, e dunque anche se ci manca ancor molto a che il processo sociale della produzione sia dominato in tutta la sua estensione e in tutta la sua profondità dal valore di scambio. La rappresentazione del prodotto come merce esige una divisione de1 lavoro entro la società, tanto sviluppata che la separazione fra


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valore d'uso e valore di scambio, che nel commercio di permuta diretta comincia soltanto, sia già compiuta. Tale grado di sviluppo è però comune a formazioni sociali economiche storicamente diversissime l'una dall'altra.
Oppure consideriamo il denaro; esso presuppone un certo livello dello scambio di merci. Le forme particolari del denaro, puro e semplice equivalente della merce, o mezzo di circolazione, o mezzo di pagamento, o denaro tesaurizzato, o moneta universale, indicano di volta in volta, a seconda della diversa estensione e della relativa preponderanza dell'una o dell'altra funzione, gradi diversissimi del processo sociale di produzione. Eppure, a norma dell'esperienza, una circolazione delle merci relativamente poco sviluppata è sufficiente per la produzione di tutte quelle forme. Ma per il capitale la cosa è differente. Le sue condizioni storiche d'esistenza non sono affatto date di per se stesse con la circolazione delle merci e del denaro. Esso nasce soltanto dove il possessore di mezzi di produzione e di sussistenza trova sul mercato il libero lavoratore come venditore della sua forza-lavoro e questa sola condizione storica comprende tutta una storia universale. Quindi il capitale annuncia fin da principio un'epoca del processo sociale di produzione(41). Ormai dobbiamo considerare più da vicino quella merce peculiare che è la forza-lavoro. Essa ha un valore, come tutte le altre merci(42). Come viene determinato?
Il valore della forza-lavoro, come quello di ogni altra merce, è determinato dal tempo di lavoro necessario alla produzione, e quindi anche alla riproduzione, di questo articolo specifico. In quanto valore, anche la forza-lavoro rappresenta soltanto una quantità determinata di lavoro sociale medio, oggettivato in essa. La forza-lavoro esiste soltanto come attitudine naturale dell'individuo vivente. Quindi la produzione di essa presuppone l'esistenza dell'individuo. Data l'esistenza dell'individuo, la produzione della forza-lavoro consiste nella riproduzione, ossia nella conservazione di esso. Per la pro-

[41] Dunque, quel che dà il carattere all'epoca capitalistica è il fatto che la forza-lavoro assume anche per lo stesso lavoratore la forma d'una merce che gli appartiene, mentre il suo lavoro assume la forma di lavoro salariato. D'altra parte la forma di merci dei prodotti del lavoro acquista validità generale solo da questo momento in poi.
[42] «Il valore (value or worth) d'un uomo, è come per tutte le altre cose, il suo prezzo; vale a dire, quanto si darebbe per usare la sua forza» (TH. HOBBES, Leviathan in Works, ed. Molesworth, Londra, 1839-1844, vol. III, p. 76).


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pria conservazione l'individuo vivente ha bisogno di una certa somma di mezzi di sussistenza. Dunque il tempo di lavoro necessario per la produzione della forza-lavoro si risolve nel tempo di lavoro necessario per la produzione di quei mezzi di sussistenza; ossia: il valore della forza-lavoro è il valore dei mezzi di sussistenza necessari per la conservazione del possessore della forza-lavoro. Però, la forza-lavoro si realizza soltanto per mezzo della sua estrinsecazione, si attua soltanto nel lavoro. Ma nell'attuazione della forza-lavoro, nel lavoro, si ha dispendio di una certa quantità di muscoli, nervi, cervello, ecc. umani, la quale deve a sua volta esser reintegrata. Questo aumento d'uscita esige un aumento d'entrata(43). Se il possessore di forza-lavoro ha lavorato oggi, deve essere in grado di ripetere domani lo stesso processo, nelle stesse condizioni di forza e salute. La somma dei mezzi di sussistenza deve dunque essere sufficiente a conservare l'individuo che lavora nella sua normale vita, come individuo che lavora. I bisogni naturali, come nutrimento, vestiario, riscaldamento, alloggio, ecc. sono differenti di volta in volta a seconda delle peculiarità climatiche e delle altre peculiarità naturali dei vari paesi. D'altra parte, il volume dei cosiddetti bisogni necessari, come pure il modo di soddisfarli, è anch'esso un prodotto della storia, e dipende quindi in gran parte dal grado d'incivilimento di un paese, e fra l'altro anche, ed essenzialmente, dalle condizioni, e quindi anche dalle abitudini e dalle esigenze fra le quali e con le quali si è formata la classe dei liberi lavoratori(44). Dunque la determinazione del valore della forza-lavoro, al contrario che per le altre merci, contiene un elemento storico e morale. Ma per un determinato paese in un determinato periodo, il volume medio dei mezzi di sussistenza necessari, è dato.
Il possessore della forza-lavoro è mortale. Dunque, se la sua presenza sul mercato dev'essere continuativa, come presuppone la trasformazione continuativa del denaro in capitale, il venditore della forza-lavoro si deve perpetuare, «come si perpetua ogni individuo vivente, con la procreazione»(45). Le

[43] Quindi il villicus dell'antica Roma che era l'amministratore a capo degli schiavi agricoli, riceveva «una razione più scarsa di costoro, perché aveva un lavoro più lieve di quelli» (TH. MOMMSEN, Roemische Geschichte, [vol. I, 2. ed., Berlino], 1856, p. 810).
[44] Cfr. Overpopulation and its remedy, Londra, 1846, di W. TH. THORNTON.
[45] Petty.


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forze-lavoro sottratte al mercato dalla morte e dal logoramento debbono esser continuamente reintegrate per lo meno con lo stesso numero di forze-lavoro nuove. Dunque, la somma dei mezzi di sussistenza necessari alla produzione della forzalavoro include i mezzi di sussistenza delle forze di ricambio, cioè dei figli dei lavoratori, in modo che questa razza di peculiari possessori di merci si perpetui sul mercato(46).
Per modificare la natura umana generale in modo da farle raggiungere abilità e destrezza in un dato ramo di lavoro, da farla diventare forza-lavoro sviluppata e specifica, c'è bisogno d'una certa preparazione o educazione, che costa a sua volta una somma maggiore o minore di equivalenti di merci. Le spese di formazione della forza-lavoro differiscono a seconda ch'essa ha carattere più o meno complesso. Queste spese di istruzione, infinitesime per la forza-lavoro ordinaria, entrano dunque nel ciclo dei valori spesi per la produzione della forza-lavoro.
Il valore della forza-lavoro si risolve nel valore d'una certa somma di mezzi di sussistenza. Quindi varia col valore di quei mezzi di sussistenza, cioè con la grandezza del tempo-lavoro richiesto dalla loro produzione.
Una parte dei mezzi di sussistenza, p. es., cibarie, mezzi di riscaldamento, ecc. sono consumati, e debbono essere sostituiti, di giorno in giorno. Altri mezzi di sussistenza, come vestiario, mobili, ecc. si logorano in periodi più lunghi, quindi debbono esser sostituiti a periodi più lunghi. Merci d'un certo genere debbono essere comprate oppure pagate giornalmente, altre settimanalmente, trimestralmente, ecc. Ma in qualsiasi maniera si possa distribuire la somma di quelle spese, p. es., nel corso d'un anno, essa dovrà esser coperta con l'introito medio, giorno per giorno. Se la massa delle merci richieste giornalmente per la produzione della forza-lavoro fosse eguale ad A, quella delle merci richieste settimanalmente fosse eguale a B, quella delle merci richieste trimestralmente fosse eguale a C, ecc., la media giornaliera di quelle merci sarebbe eguale a

36S A + 52 B + 4 C + ecc.

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365

[46] «Il prezzo naturale (del lavoro)... consiste in una quantità di cose necessarie e di comodi della vita che sono necessari, data la natura del clima e gli usi del paese, per mantenere il lavoratore e per rendergli possibile di allevare una famiglia, tale da poter conservare sul mercato una offerta non diminuita di lavoro» (R. TORRENS, An essay on the external corn trade, Londra, 1815, p. 62). Il termine «lavoro» sta qui, erroneamente, per «forza-lavoro».


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Posto che in questa massa di merci necessaria per la giornata media siano incorporate sei ore di lavoro sociale, nella forza-lavoro si oggettiva giornalmente una mezza giornata di lavoro sociale medio; cioè: per la produzione giornaliera della forza-lavoro si richiede una mezza giornata lavorativa. Tale quantità di lavoro richiesta per la sua produzione giornaliera, costituisce il valore giornaliero della forza-lavoro, ossia il valore della forza-lavoro giornalmente riprodotta. E così, se una mezza giornata di lavoro sociale medio si rappresenta in una massa aurea di tre scellini, ossia di un tallero, il prezzo corrispondente al valore giornaliero della forza-lavoro è di un tallero. Se il possessore della forza-lavoro l'offre in vendita per un tallero al giorno, il suo prezzo di vendita è eguale al suo valore, e il possessore del denaro, smanioso di trasformare in capitale il suo tallero, paga, secondo il nostro presupposto, questo valore.
L'ultimo limite, o limite minimo, del valore della forza-lavoro è costituito dal valore di una massa di merci senza la fornitura giornaliera delle quali il detentore della forza-lavoro, l'uomo, non può rinnovare il suo processo vitale; dunque, dal valore dei mezzi di sussistenza fisiologicamente indispensabili. Se il prezzo della forza-lavoro scende a questo minimo, scende al disotto del suo valore, perché a questo modo la forza-lavoro si può conservare e sviluppare solo in forma ristretta e ridotta. Ma il valore di ogni merce è determinato dal tempo-lavoro necessario per fornirla di bontà normale.
È un sentimentalismo troppo a buon mercato il trovare brutale queste determinazione del valore della forza-lavoro, la quale deriva dalla natura stessa della cosa, e gemere p. es. col Rossi: «Concepire la capacità di lavoro (puissance de travail) facendo astrazione dai mezzi di sussistenza del lavoro durante il processo di produzione, è concepire un'illusione (étre de raison). Chi dice lavoro, chi dice capacità di lavoro, dice allo stesso tempo lavoratore e mezzi di sussistenza, lavoratore e salario»(47). Chi dice capacità di lavoro non dice lavoro, e chi dice capacità di digerire, non dice digestione. Per quest'ultimo processo è ben noto che è necessario qualcosa di più di un buono stomaco. Chi dice capacità di lavoro, non astrae dai mezzi di sostentamento necessari alla sussistenza di tale capacità. Anzi, nel valore di essa si esprime proprio il valore di quei mezzi. Quando non è

[47] Rossi. Cours d'économie politique, Bruxelles, 1842, p. 370.


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venduta, quella capacità non serve niente al lavoratore, anzi in tal caso questi sentirà come crudele necessità di natura il fatto che la sua capacità di lavoro ha richiesto per esser prodotta una certa quantità di mezzi di sussistenza, e continua a richiederla per essere riprodotta. Allora scopre col Sismondi: «la capacità di lavoro, se non è venduta, non è niente»(48).
La natura peculiare di questa merce specifica, la forza-lavoro, ha per conseguenza che quando è concluso il contratto fra compratore e venditore il suo valore d'uso non è ancor passato realmente nelle mani del compratore. Il suo valore era determinato, come quello di ogni altra merce, prima ch'essa entrasse in circolazione, poiché per produrla era stata spesa una determinata quantità di lavoro sociale, ma il suo valore d'uso consiste soltanto nella sua ulteriore estrinsecazione. L'alienazione della forza-lavoro e il suo reale estrinsecarsi, cioè la sua esistenza come valore d'uso, sono dunque fatti distaccati nel tempo. Ma per le merci per le quali l'alienazione formale del valore d'uso mediante la vendita è distaccata nel tempo dalla consegna reale al compratore, il denaro di quest'ultimo funziona per lo più come mezzo di pagamento(49). In tutti i paesi dove domina il modo di produzione capitalistico la forza-lavoro viene pagata soltanto dopo che ha già funzionato durante il periodo fisso stabilito nel contratto: p. es. alla fine di ogni settimana. Dunque il lavoratore anticipa dappertutto al capitalista il valore d'uso della forzalavoro; la lascia consumare dal compratore prima che gliene sia stato pagato il prezzo: dunque il lavoratore fa credito dappertutto al capitalista. Che questo far credito non sia vuota fantasia non ce lo mostra soltanto l'occasionale perdita del salario, del quale l'operaio ha fatto credito, quando il capitalista fa bancarotta(50), ma anche una serie di effetti più duraturi(51). Però,

[48] SISMONDI, Nouveaux principes cit., vol. 1, p. 113.
[49] «Ogni lavoro è pagato quando è finito» (An inquiry into those principles respecting the nature of demand ecc., p. 104). «Il credito commerciale è cominciato necessariamente nel momento in cui l'operaio, primo fattore della produzione, ha potuto, per mezzo delle sue economie, aspettare il salario del suo lavoro fino alla fine della settimana, della quindicina, del mese, del trimestre, ecc.» (CH. GANILH, Des systèmes de l'économie politique, 2. ed., Parigi, 1821, vol. II, p. 150).
[50] «L'operaio presta la sua industriosità», ma, aggiunge astutamente lo Storch, «non rischia niente» altro che «di perdere il suo salario; ... l'operaio non trasmette niente di materiale» (STORCH, Cours d'économie politique, Pietroburgo. 1815, vol. Il, p. 37).
[51] Un esempio. A Londra ci sono due specie di fornai, quelli «full priced» che vendono il pane al suo pieno valore, e gli «undersellers» che lo (##) vendono al di sotto di questo valore. La seconda classe costituisce piú dei tre quarti del numero totale dei fornai (p. XXXII del report del commissario governativo H. S. TREMENHEERE sulle Grievances complained of by the journeymen bakers ecc., Londra, 1862). Questi undersellers vendono, quasi senza eccezione, pane adulterato mescolandovi allume, sapone, potassa, calce, farina di pietre del Derbyshire, ed altri simili ingredienti piacevoli, nutrienti e salubri (v. il libro azzurro sopra citato, ed anche la relazione del Committee of 1855 on the adulteration of bread, e del dott. HASSALL, Adulteration detected, 2. ed., Londra, 1861). Sir John Gordon dichiarò davanti al comitato del 1855: «in conseguenza di tali adulterazioni i poveri che vivono di due libbre di pane al giorno, non ricevono ora in realtà neppure la quarta parte di sostanza nutritiva, astrazion fatta dagli effetti dannosi sulla loro salute». Il Tremenheere (ivi, p. XLVIII), a ragione del fatto che «una grandissima parte della classe operaia, benché bene informata delle adulterazioni, accetta tuttavia allume, farina di pietra, ecc.» adduce che per essi è «questione di necessità prendere il pane come si preferisce darglielo, dal loro fornaio, o dal rivendugliolo». Siccome vengono pagati solo alla fine della settimana lavorativa, possono «pagare solo alla fine della settimana il pane consumato dalle loro famiglie durante la settimana»; e, aggiunge il Tremenheere citando dichiarazioni testimoniali, «è notorio che il pane composto di tali misture viene fatto espressamente per questa specie di clienti» (It is notorious that bread composed of those mixtures, is made expressly for sale in this manner). In molti distretti agricoli inglesi (ma ancor più in quelli scozzesi) il salario viene pagato quindicinalmente e perfino mensilmente. Con intervalli così lunghi fra i pagamenti il lavoratore agricolo è costretto a comprare le sue derrate a credito... Ha da pagare prezzi più alti ed è di fatto vincolato alla bottega che gli fa credito. Per es., a Horningsham in Wilts, dove il pagamento è mensile, la stessa farina che altrove pagherebbe uno scellino e dieci pence, gli costa due scellini e quattro pence a stone (Sixth report on public health by the medical officer of the Privy Council ecc., 1864, p. 264). «Gli stampatori a mano di cotonate di Paisly e di Kilmarnock (Scozia occidentale) costrinsero con uno sciopero nel 1853 a ridurre la scadenza dei pagamenti da un mese a quindici giorni» (Reports of the inspectors of factories. 3lst Oct. 1853, p. 34). Si può considerare un ulteriore gentile sviluppo del credito dato dall'operaio al capitalista quel metodo di molti possessori inglesi di miniere, che consiste nel pagare l'operaio solo alla fine del mese, mentre nel frattempo egli riceve dal capitalista anticipi, spesso in merci, ch'egli deve pagare al di sopra del prezzo di mercato (truck system). «È uso generale fra gli imprenditori di miniere di carbone pagare una volta al mese, e dare anticipi ai loro operai alla fine di ogni settimana intermedia. Questo anticipo vien dato nel negozio (cioè nel tommy shop ossia nella rivendita appartenente all'imprenditore stesso). L'uomo lo prende da una parte e lo ridà dall'altra parte» (Children's employment commission. III report, 1864, p. 38, n. 192).


192 - II. LA TRASFORMAZIONE DEL DENARO IN CAPITALE

che il denaro funzioni come mezzo di acquisto o come mezzo di pagamento, non cambia in nulla la natura dello scambio delle merci per sè preso. Il prezzo della forza-lavoro è stabilito per contratto benchè venga realizzato solo in un secondo tempo, come l'affitto di una casa. La forza-lavoro è venduta benchè venga pagata soltanto in un secondo tempo. Tuttavia, per una

(##)


4. TRASFORMAZIONE DEL DENARO IN CAPITALE - 193

comprensione netta del rapporto, è utile presupporre per un momento che il possessore della forza-lavoro ne riceva subito il prezzo stabilito per contratto, ogni volta che la vende.
Conosciamo ora il modo di determinare il valore che viene pagato dal possessore del denaro al possessore di quella merce peculiare che è la forza-lavoro. Il valore d'uso che il possessore del denaro riceve per la sua parte dello scambio si mostra soltanto nel consumo reale, nel processo di consumo della forza-lavoro. Il possessore del denaro compera sul mercato tutte le cose necessarie a questo processo, come materie prime, ecc., e le paga al loro prezzo intero. Il processo di consumo della forza-lavoro è allo stesso tempo processo di produzione di merce e di plusvalore. Il consumo della forza-lavoro, come il consumo di ogni altra merce, si compie fuori del mercato ossia della sfera della circolazione. Quindi, assieme al possessore di denaro e al possessore di forza-lavoro, lasciamo questa sfera rumorosa che sta alla superficie ed è accessibile a tutti gli sguardi, per seguire l'uno e l'altro nel segreto laboratorio della produzione, sulla cui soglia sta scritto: No admittance except on business. Qui si vedrà non solo come produce il capitale, ma anche come lo si produce, il capitale. Finalmente ci si dovrà svelare l'arcano della fattura del plusvalore.
La sfera della circolazione ossia dello scambio di merci, entro i cui limiti si muovono la compera e la vendita della forzalavoro, era in realtà un vero Eden dei diritti innati dell'uomo. Quivi regnano soltanto Libertà, Eguaglianza, Proprietà e Bentham. Libertà! Poichè compratore e venditore d'una merce, p. es. della forza-lavoro, sono determinati solo dalla loro libera volontà. Stipulano il loro contratto come libere persone, giuridicamente pari. Il contratto è il risultato finale nel quale le loro volontà si danno una espressione giuridica comune. Eguaglianza! Poichè essi entrano in rapporto reciproco soltanto come possessori di merci, e scambiano equivalente per equivalente. Proprietà! Poiché ognuno dispone soltanto del proprio. Bentham! Poichè ognuno dei due ha a che fare solo con se stesso. L'unico potere che li mette l'uno accanto all'altro e che li mette in rapporto è quello del proprio utile, del loro vantaggio particolare, dei loro interessi privati. E appunto perché così - ognuno si muove solo per sè e nessuno si muove per l'altro, tutti portano a compimento, per una armonia prestabilita delle cose, o sotto gli auspici d'una provvidenza onniscaltra, solo l'opera del


194 - II. LA TRASFORMAZIONE DEL DENARO IN CAPITALE

loro reciproco vantaggio, dell'utile comune, dell'interesse generale.
Nel separarci da questa sfera della circolazione semplice ossia dello scambio di merci, donde il liberoscambista vulgaris prende a prestito concezioni, concetti e norme per il suo giudizio sulla società del capitale e del lavoro salariato, la fisonomia delle nostre dramatis personae sembra già cambiarsi in qualche cosa. L'antico possessore del denaro va avanti come capitalista, il possessore di forza-lavoro lo segue come suo lavoratore; l'uno sorridente con aria d'importanza e tutto affaccendato, l'altro timido, restìo, come qualcuno che abbia portato al mercato la propria pelle e non abbia ormai da aspettarsi altro che la... conciatura.

 

 

 

 

 

III Sezione: La Produzione del plusvalore assoluto.

 

Quinto capitolo

PROCESSO LAVORATIVO
E PROCESSO DI VALORIZZAZIONE

 

 


              1. Processo lavorativo

              2. Processo di valorizzazione.

 


1. Processo lavorativo

L'uso della forza-lavoro è il lavoro stesso. Il compratore della forza-lavoro la consuma facendo lavorare il suo venditore. Attraverso tale processo quest'ultimo diventa actu quel che prima era solo potentia, forza-lavoro in azione, lavoratore. Per rappresentare il suo lavoro in merci, deve rappresentarlo prima di tutto in valori d'uso, cose che servono alla soddisfazione di bisogni d'una qualche specie. Dunque quel che il capitalista fa eseguire all'operaio è un valore d'uso particolare, un articolo determinato. La produzione di valori d'uso o beni non cambia la sua natura generale per il fatto che essa avviene per il capitalista e sotto il suo controllo. Quindi il processo lavorativo deve essere considerato in un primo momento indipendentemente da ogni forma sociale determinata.
In primo luogo il lavoro è un processo che si svolge fra l'uomo e la natura, nel quale l'uomo per mezzo della propria azione produce, regola e controlla il ricambio organico fra se stesso e la natura: contrappone se stesso, quale una fra le potenze della natura, alla materialità della natura. Egli mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua corporeità, braccia e gambe, mani e testa, per appropriarsi i materiali della natura in forma usabile per la propria vita. Operando mediante tale moto sulla natura fuori di sé e cambiandola, egli cambia allo stesso tempo la natura sua propria. Sviluppa le facoltà che in questa sono assopite e assoggetta il giuoco delle loro forze al proprio


196 III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

potere. Qui non abbiamo da trattare delle prime forme di lavoro, di tipo animalesco e istintive. Lo stadio nel quale il lavoro umano non s'era ancora spogliato della sua prima forma di tipo istintivo si ritira nello sfondo lontano delle età primeve, per chi vive nello stadio nel quale il lavoratore si presenta sul mercato come venditore della propria forza-lavoro. Il nostro presupposto è il lavoro in una forma nella quale esso appartiene esclusivamente all'uomo. Il ragno compie operazioni che assomigliano a quelle del tessitore, l'ape fa vergognare molti architetti con la costruzione delle sue cellette di cera. Ma ciò che fin da principio distingue il peggiore architetto dall'ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera. Alla fine del processo lavorativo emerge un risultato che era già presente al suo inizio nella idea del lavoratore, che quindi era già presente idealmente. Non che egli effettui soltanto un cambiamento di forma dell'elemento naturale; egli realizza nell'elemento naturale, allo stesso tempo, il proprio scopo, che egli conosce, che determina come legge il modo del suo operare, al quale deve subordinare la sua volontà. E questa subordinazione non è un atto singolo e isolato. Oltre lo sforzo degli organi che lavorano, è necessaria per tutta la durata del lavoro, la volontà conforme allo scopo, che si estrinseca come attenzione: e tanto più è necessaria quanto meno il lavoro, per il proprio contenuto e per il modo dell'esecuzione, attrae seco l'operaio; quindi quanto meno questi lo gode come giuoco delle proprie forze fisiche e intellettuali.
I momenti semplici del processo lavorativo sono la attività conforme allo scopo, ossia il lavoro stesso; l'oggetto del lavoro; e i mezzi di lavoro.
La terra (nella quale dal punto di vista economico è inclusa anche l'acqua), come originariamente provvede l'uomo di cibarie, di mezzi di sussistenza bell'e pronti(1), si trova ad essere, senza contributo dell'uomo, l'oggetto generale del lavoro umano. Tutte le cose che il lavoro non fa che sciogliere dal loro nesso immediato con l'orbe terracqueo, sono oggetti di lavoro che l'uomo si trova davanti per natura. Così il pesce, che vien preso e separato dal suo elemento vitale, l'acqua, il legname che viene abbattuto nella

[1] «Poiché le spontanee produzioni della terra sono di piccola quantità e del tutto indipendenti dall'uomo, sembrano essere state fornite dalla natura proprio come si dà a un giovanotto una piccola somma affinché si metta sulla strada dell'industriosità e possa fare la sua fortuna» (JAMES STEUART, Principles of political economy, ed. Dublino, 1770, vol. I, p. 116).


5. PROCESSO LAVORATIVO E PROCESSO DI VALORIZZAZIONE 197

foresta vergine, il minerale strappato dalla sua vena. Se invece l'oggetto del lavoro è già filtrato, per così dire, attraverso lavoro precedente, lo chiamiamo, materia prima. P. es. il minerale già estratto, quando viene sottoposto a lavaggio. Ogni materia prima è oggetto di lavoro; ma non ogni oggetto di lavoro è materia prima. L'oggetto di lavoro è materia prima soltanto quando ha subìto un cambiamento mediante il lavoro.
Il mezzo di lavoro è una cosa o un complesso di cose che il lavoratore inserisce fra sé e l'oggetto del lavoro, e che gli servono da conduttore della propria attività su quell'oggetto. L'operaio utilizza le proprietà meccaniche, fisiche, chimiche delle cose, per farle operare come mezzi per esercitare il suo potere su altre
cose, conformemente al suo scopo(2) . Immediatamente - astrazion fatta dall'afferrare mezzi di sussistenza già bell'e pronti, p. es. frutta, nel che gli servono come mezzi di lavoro i soli organi del suo corpo - il lavoratore non s'impadronisce dell'oggetto del lavoro, ma del mezzo di lavoro. Così lo stesso elemento naturale diventa organo della sua attività: un organo che egli aggiunge agli organi del proprio corpo, prolungando la propria statura naturale, nonostante la Bibbia. La terra è non solo la sua dispensa originaria, ma anche il suo arsenale originario di mezzi di lavoro. P. es. gli fornisce la pietra che gli serve per il lancio, per macinare e limare, per premere e pestare, per tagliare, ecc. La terra stessa è un mezzo di lavoro, eppure presuppone a sua volta, prima di poter servire come mezzo di lavoro nell'agricoltura, tutta una serie di altri mezzi di lavoro e uno sviluppo della forza lavorativa relativamente già elevato(3). In genere, appena il processo lavorativo è sviluppato almeno in piccola parte, ha bisogno di mezzi di lavoro già preparati. Strumenti e armi di pietra si trovano nelle più antiche caverne abitate da uomini. All'inizio della storia dell'umanità, la parte principale fra i mezzi di lavoro, assieme a pietre, legna, ossa e conchiglie lavorate, è rappresentata dall'animale addomesticato, dunque cambiato anch'esso per

[2] «La ragione è tanto astuta quanto potente. L'astuzia consiste in genere nell'attività mediatrice, la quale, facendo agire gli oggetti gli uni sugli altri conformemente alla loro propria natura e facendoli logorare dal lavorio dell'uno sull'altro, mentre non s'immischia immediatamente in questo processo, non fa tuttavia che portare a compimento il proprio fine» (HEGEL, Enzyklopaedie, parte prima, Logica, Berlino, 1840, p. 382).
[3] Il Ganilh nel suo scritto, del resto assai misero, Théorie de l'économie politique, Parigi, 1815, enumera giustamente, contro i fisiocratici, la lunga serie di processi di lavoro che costituiscono il presupposto dell'agricoltura vera e propria.


198 III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

mezzo del lavoro, allevato(4). L'uso e la creazione dei mezzi di lavoro, benché già propri, in germe, di certe specie animali, contraddistinguono il processo lavorativo specificamente umano; per questo il Franklin definisce l'uomo «a toolmaking animal", un animale che fabbrica strumenti. Le reliquie dei mezzi di lavoro hanno, per il giudizio su formazioni sociali scomparse, la stessa importanza che ha la struttura delle reliquie ossee per conoscere l'organizzazione di generi animali estinti. Non è quel che vien fatto, ma come vien fatto, con quali mezzi di lavoro, ciò che distingue le epoche economiche(5). I mezzi di lavoro non servono soltanto a misurare i gradi dello sviluppo della forza lavorativa umana, ma sono anche indici dei rapporti sociali nel cui quadro vien compiuto il lavoro. Fra i mezzi di lavoro i mezzi meccanici di lavoro, il cui complesso possiamo chiamare il sistema osseo e muscolare della produzione, ci offrono note caratteristiche d'una epoca sociale di produzione che sono più decisive di quanto non siano quei mezzi di lavoro che servono soltanto da ricettacoli dell'oggetto di lavoro, e il cui complesso può essere designato in modo del tutto generale come sistema vascolare della produzione, come tubi, botti, ceste, orci, ecc. Questi hanno una funzione importante soltanto quando comincia la fabbricazione chimica(5a).
Oltre le cose che trasmettono l'efficacia del lavoro al suo oggetto, e quindi in un modo o nell'altro servono come conduttori dell'attività, il processo lavorativo annovera fra i suoi mezzi, in un senso più ampio, anche tutte le condizioni oggettive che in genere sono richieste affinchè esso abbia luogo. Queste condizioni non rientrano direttamente nel processo lavorativo, il quale però senza di esse può non verificarsi affatto, o si verifica solo incompletamente. Il mezzo universale di lavoro di questo tipo è ancora una volta la terra stessa, poichè essa dà al lavoratore il locus standi e al processo lavorativo dà il suo campo d'azione

[4] Nelle Réflexions sur la formation et la distribution des richesses (1766) il TURGOT spiega bene l'importanza dell'animale addomesticato per gli inizi della civiltà.
[5] Fra tutte le merci le vere e proprie merci di lusso sono le meno importanti per il confronto tecnologico fra differenti epoche di produzione.
[5a] Nota alla seconda edizione. Per quanto poco la storiografia che si è avuta sinora conosca lo svolgimento della produzione materiale, e dunque il fondamento di ogni vita sociale e quindi di ogni storia reale, per lo meno l'epoca preistorica è stata divisa, in base a ricerche di naturalisti, non di cosiddetti storici, a seconda del materiale, degli strumenti e delle armi, in età della pietra, età del bronzo, età del ferro.


5. PROCESSO LAVORATIVO E PROCESSO DI VALORIZZAZIONE 199

(field of employment). Mezzi di lavoro di questo genere già procurati mediante il lavoro sono p. es. edifici di lavoro, canali, strade, ecc.
Dunque nel processo lavorativo l'attività dell'uomo opera, attraverso il mezzo di lavoro, un cambiamento dell'oggetto di lavoro che fin da principio era posto come scopo. Il processo si estingue nel prodotto. Il suo prodotto è un valore d'uso, materiale naturale appropriato a bisogni umani mediante cambiamento di forma. Il lavoro s'è combinato col suo oggetto. Il lavoro si è oggettivato, e l'oggetto è lavorato. Quel che dal lato del lavoratore s'era presentato nella forma del moto, ora si presenta dal lato del prodotto come proprietà ferma, nella forma dell'essere. L'operaio ha filato, e il prodotto è un filato.
Se si considera l'intero processo dal punto di vista del suo risultato, cioè del prodotto, mezzo di lavoro e oggetto di lavoro si presentano entrambi come mezzi di produzione(6), e il lavoro stesso si presenta come lavoro produttivo(7).
Se dal processo lavorativo risulta come prodotto un valore d'uso, in esso entrano come mezzi di produzione altri valori d'uso, prodotti di processi lavorativi precedenti. Lo stesso valore d'uso che è il prodotto di questi ultimi costituisce il mezzo di produzione di quel lavoro. Quindi i prodotti non sono soltanto risultato, ma anche, insieme, condizione del processo lavorativo.
Con l'eccezione dell'industria estrattiva che trova in natura il suo oggetto di lavoro, come l'attività mineraria, la caccia, la pesca (l'agricoltura solo in quanto dissoda la terra vergine, in prima istanza), tutte le branche dell'industria trattano un oggetto che è materia prima, cioè oggetto di lavoro già filtrato attraverso il lavoro, che è già anch'esso prodotto del lavoro. Così, p. es., la semente dell'agricoltura. Animali e piante che si è soliti considerare come prodotti naturali, sono non solo prodotti del lavoro, forse del lavoro dell'anno precedente, ma anche, nella loro forma del momento, prodotti di una trasformazione continuata attraverso molte generazioni, sotto controllo umano, e per mezzo di lavoro umano. E per quel che riguarda in particolare i mezzi

[6] Sembra paradossale chiamare mezzo di produzione della pesca, p. es., il pesce non ancora pescato. Però finora non è stata ancora inventata l'arte di pescare pesci in acque nelle quali non ce ne sono.
[7] Questa definizione del lavoro produttivo come risulta dal punto di vista del processo lavorativo semplice, non è affatto sufficiente per il processo di produzione capitalistico.


200 III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

di lavoro la loro stragrande maggioranza mostra tracce di lavoro trascorso, anche allo sguardo più superficiale.
La materia prima può costituire la sostanza principale d'un prodotto, oppure può entrare nella sua formazione soltanto come materiale ausiliario. Il materiale ausiliario viene consumato dal mezzo di lavoro, come il carbone dalla macchina a vapore, l'olio dalla ruota, il fieno dal cavallo da tiro, oppure viene aggiunto alla materia prima, per operarvi un cambiamento materiale, come il cloro vien dato alla tela non candeggiata, il carbone vien combinato col ferro, il colore vien dato alla lana; oppure può aiutare a compiere il lavoro stesso, come p. es. i materiali adoprati per l'illuminazione e il riscaldamento del locale di lavoro. La differenza fra materiale principale e materiale ausiliario si dissolve nella fabbricazione di prodotti chimici veri e propri, poichè nessuna delle materie prime adoperate torna a presentarsi come sostanza del prodotto(8).
Poichè ogni cosa possiede varie proprietà, e quindi è atta a essere applicata a usi differenti, lo stesso prodotto può costituire materia prima dì differentissimi processi lavorativi. P. es. il grano è materia prima per il mugnaio, per il fabbricante d'amido, per il distillatore, per l'allevatore di bestiame, ecc. Come semente diventa materia prima della propria produzione. Così il carbone viene dall'industria mineraria come prodotto, e vi ritorna come mezzo di produzione.
Lo stesso prodotto può servire da mezzo di lavoro e da materia prima nello stesso processo lavorativo. P. es. nell'ingrassamento del bestiame, dove il bestiame, che è la materia prima che quivi si lavora, è anche mezzo della preparazione del concime.
Un prodotto che esista in forma finita e pronta per i1 consumo può tornare a divenire materia prima di un altro prodotto, come l'uva diventa materia prima del vino. In altri casi il lavoro può congedare il suo prodotto in forme nelle quali esso sia usabile soltanto, ancora, come materia prima. La materia prima in questo stato si chiama semifabbricato e si chiamerebbe meglio fabbricato graduale, come p. es. il cotone, il filo, il refe. Benchè sia già prodotto essa stessa, la materia prima iniziale può dover passare attraverso tutta una scala di processi distinti nei quali tornerà sempre a funzionare da materia prima, in forma sempre cam-

[8] Lo Storch distingue la materia prima vera e propria come «matière» dalle materie ausiliarie quali «matériaux»; lo Cherbuliez designa le materie ausiliarie come «matières instrumentales».


5. PROCESSO LAVORATIVO E PROCESSO DI VALORIZZAZIONE 201

biata, fino all'ultimo processo lavorativo, che la distaccherà da sé come mezzo di sussistenza finito o come mezzo di lavoro finito.
Ecco dunque: che un valore d'uso si presenti come materia prima, mezzo di lavoro o prodotto dipende assolutamente dalla sua funzione determinata nel processo lavorativo, dalla posizione che occupa in esso; e col cambiare di questa posizione cambiano quelle determinazioni.
Dunque, col loro ingresso in nuovi processi lavorativi in qualità di mezzi di produzione, i prodotti perdono il carattere di prodotti e funzionano ormai soltanto come fattori oggettivi del lavoro vivente. Il filatore tratta il fuso solo come mezzo col quale fila, il lino come oggetto ch'egli fila. Certo, non si può filare senza materiale da filare e senza fusi: quindi, quando comincia la filatura, la presenza di questi prodotti è presupposta. Ma in questo processo della filatura è indifferente che lino e fusi siano prodotti di lavoro trascorso, quanto è indifferente, nell'atto della nutrizione, che il pane sia il prodotto dei lavori trascorsi del contadino, del mugnaio, del fornaio, ecc. E viceversa. Quando i mezzi di produzione fanno valere nel processo produttivo il loro carattere di prodotti di lavoro trascorso, ciò avviene per mezzo dei loro difetti. Un coltello che non taglia, refe che si strappa continuamente, fan ricordare vividamente il coltellaio A, il filatore B. Quando il prodotto è riuscito, la mediazione delle sue qualità d'uso per opera di lavoro trascorso è estinta.
Una macchina che non serve nel processo lavorativo è inutile, e inoltre cade in preda alla forza distruttiva del ricambio organico naturale. Il ferro arrugginisce, il legno marcisce. Refe non tessuto o non usato in lavori a maglia, è cotone sciupato. Queste cose debbono essere afferrate dal lavoro vivo, che le evochi dal regno dei morti, le trasformi, da valori d'uso possibili soltanto, in valori d'uso reali e operanti. Lambite dal fuoco del lavoro, divenute propria parte di esso come corpi, animate per le funzioni che hanno, secondo la loro definizione e secondo il loro compito, nel processo, certo quelle cose vengono anche consumate, ma appropriatamente, come elementi della formazione di nuovi valori d'uso, di nuovi prodotti, capaci di entrare nel consumo individuale come mezzi di sussistenza o in un nuovo processo lavorativo come mezzi di produzione.
Se dunque i prodotti presenti non sono soltanto risultati ma anche condizioni d'esistenza del processo lavorativo, d'altra parte, l'unico mezzo per conservare e realizzare come valori d'uso questi


202 III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

prodotti di lavoro trascorso è gettarli nel processo lavorativo, dunque il loro contatto con il lavoro vivente.
Il lavoro consuma i suoi elementi materiali, i suoi oggetti e il suo mezzo, se ne ciba, ed è quindi processo di consumo. Tale consumo produttivo si distingue dal consumo individuale per il fatto che quest'ultimo consuma i prodotti come mezzi di sussistenza dell'individuo vivente, mentre il primo li consuma come mezzi di sussistenza del lavoro, cioè della attuantesi forza-lavoro dell'individuo stesso. Il prodotto del consumo individuale è quindi lo stesso consumatore, il risultato del consumo produttivo è un prodotto distinto dal consumatore.
In quanto il suo mezzo e il suo oggetto stesso sono già prodotti, il lavoro consuma prodotti per creare prodotti, ossia utilizza prodotti come mezzi di produzione di prodotti. Ma come il processo lavorativo si svolge originariamente soltanto fra l'uomo e la terra che esiste già senza il suo contributo, in esso continuano ancora sempre a servire quei mezzi di produzione che esistono per natura, che non rappresentano nessuna combinazione di materiale naturale e di lavoro umano.
Il processo lavorativo, come l'abbiamo esposto nei suoi movimenti semplici e astratti, è attività finalistica per la produzione di valori d'uso; appropriazione degli elementi naturali pei bisogni umani; condizione generale del ricambio organico fra uomo e natura; condizione naturale eterna della vita umana; quindi è indipendente da ogni forma di tale vita, e anzi è comune egualmente a tutte le forme di società della vita umana. Perciò non abbiamo avuto bisogno di presentare il lavoratore in rapporto con altri lavoratori. Sono stati sufficienti da una parte l'uomo e il suo lavoro, e dall'altra la natura e i suoi materiali. Come dal sapore del grano non si sente chi l'ha coltivato, così non si vede da questo processo sotto quali condizioni esso si svolga, sotto la sferza brutale del sorvegliante di schiavi o sotto l'occhio inquieto del capitalista, non si vede se lo compie Cincinnato arando i suoi pochi jugeri o il selvaggio che abbatte una bestia con un sasso(9).

[9] Per questa logicissima ragione, certo, il colonnello Torrens scopre nel sasso del selvaggio... l'origine del capitale. «Nella prima pietra che il selvaggio getta sull'animale selvatico che egli insegue, nel primo bastone da lui afferrato per tirar giù il frutto che non può cogliere con le mani, noi vediamo già l'appropriazione d'un articolo allo scopo di procurarsene un altro e scopriamo così... l'origine del capitale" (R. Torrens, An essay on the production of wealth ecc., pp. 70, 71). Forse si può spiegare con quel primo bastone (stock) perchè in inglese stock sia sinonimo di capitale.


5. PROCESSO LAVORATIVO E PROCESSO DI VALORIZZAZIONE 203

Torniamo al nostro capitalista in spe. L'abbiamo lasciato dopo che aveva acquistato sul mercato tutti i fattori necessari al processo lavorativo, i fattori oggettivi ossia i mezzi di produzione, il fattore personale ossia la forza-lavoro. Ha scelto, con l'occhio scaltro del conoscitore, i mezzi di produzione e le forze-lavoro convenienti al suo genere particolare di operazioni, filatura, calzoleria, ecc. Dunque il nostro capitalista si mette a consumare la merce che ha comprato: la forza-lavoro; cioè fa consumare i mezzi di produzione al detentore della forzalavoro, all'operaio, attraverso il suo lavoro. Naturalmente la natura generale del processo lavorativo non cambia per il fatto che il lavoratore lo compie per il capitalista invece che per se stesso. Ma neppure la maniera determinata di fare stivali o di filare il refe può cambiare in un primo momento per l'inserirsi del capitalista. In un primo momento questi deve prendere la forza-lavoro come la trova sul mercato; tanto vale anche per il lavoro da essa compiuto, com'era sorto in un periodo nel quale non c'erano ancora capitalisti. La trasformazione anche del modo di produzione attraverso la subordinazione del lavoro al capitale può avvenire solo più tardi, e va quindi considerata più tardi.
Ora, il processo lavorativo nel suo svolgersi come processo di consumo della forza-lavoro da parte del capitalista ci mostra due fenomeni peculiari.
L'operaio lavora sotto il controllo del capitalista, al quale appartiene il tempo dell'operaio. Il capitalista sta attento a che il lavoro si svolga per bene e che i mezzi di produzione vengano impiegati appropriatamente; dunque fa attenzione a che non si sperperi materia prima, e che lo strumento di lavoro non venga danneggiato, cioè che venga logorato soltanto quanto è reso necessario dal suo uso nel lavoro.
Però, in secondo luogo: il prodotto è proprietà del capitalista, non del produttore diretto, dell'operaio. Il capitalista paga, p. es., il valore giornaliero della forza-lavoro. Dunque per quel giorno l'uso di essa gli appartiene come quello di ogni altra merce, p. es. di un cavallo noleggiato per un giorno. Al compratore della merce appartiene l'uso della merce, e infatti il possessore della forza-lavoro, dando il suo lavoro, non dà altro che il valore d'uso che ha venduto. Dal momento che egli è entrato nell'officina del capitalista, il valore d'uso della sua forzalavoro, cioè l'uso di essa, il lavoro, è appartenuto al capitalista. Questi, mediante la compera della forza-lavoro ha incorporato il lavoro stesso, come lievito vivo, ai morti elementi


204 III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

costitutivi del prodotto, che anch'essi gli appartengono. Dal suo punto di vista il processo lavorativo è semplicemente il consumo della merce forza-lavoro, da lui acquistata, merce ch'egli tuttavia può consumare soltanto aggiungendole mezzi di produzione. Il processo lavorativo è un processo che si svolge fra cose che il capitalista ha comprato, fra cose che gli appartengono. Dunque il prodotto di questo processo gli appartiene, proprio come gli appartiene il prodotto del processo di fermentazione nella sua cantina(10).

2. Processo di valorizzazione.

Il prodotto - proprietà del capitalista - è un valore d'uso, refe, stivali, ecc. Ma benchè p. es. gli stivali costituiscano in certo senso la base del progresso sociale e il nostro capitalista sia un deciso progressista, egli non, fabbrica gli stivali per amor degli stivali. Il valore d'uso non è affatto la cosa qu'on aime pour elleméme, nella produzione delle merci. Quivi in genere i valori d'uso vengono prodotti soltanto perché e in quanto essi sono sostrato materiale, depositari del valore di scambio. E per il nostro capitalista si tratta di due cose: in primo luogo egli vuol produrre un valore d'uso che abbia un valore di scambio, un articolo destinato alla vendita, una merce; e in secondo luogo vuol produrre una merce il cui valore sia più alto della somma dei valori delle merci necessarie alla sua produzione, i mezzi di produzione e la forza-lavoro, per le quali ha anticipato sul mercato il suo buon

[10]«I prodotti vengono appropriati... prima di essere convertiti in capitale, e questa conversione non li sottrae a quella appropriazione» (CHERBULIEZ, Riche ou pauvre, ed. Parigi, 1841, pp. 53, 54). «Il proletario, dando il suo lavoro per un determinato vettovagliamento, ... rinuncia completamente a ogni diritto... sui prodotti che il suo lavoro farà nascere. L'attribuzione di questi prodotti rimane quella che era prima; non è modificata in nessun modo dalla convenzione della quale parliamo. I prodotti, per dirla in breve, continuano ad appartenere esclusivamente al capitalista che ha fornito le materie prime e il vettovagliamento. Questa è una conseguenza rigorosa della legge di appropriazione, la stessa legge il principio fondatnentale della quale era viceversa l'attribuzione esclusiva ad ogni lavoratore dei prodotti del suo lavoro» (ivi, p. 58). JAMES MILL, Elements of political economy, p. 70: «Quando i lavoratori vengono pagati per il loro lavoro... il capitalista è proprietario non solo del capitale» (qui intende dire: mezzi di produzione) «ma anche del lavoro (of labour also). Se quel che viene pagato come salario al lavoro, com'è uso, viene incluso nel concetto di capitale, è assurdo parlare di lavoro separatamente dal capitale. Il termine capitale in questo senso include l'uno e l'altro, capitale e lavoro».


5. IL PROCESSO DI VALORIZZAZIONE 205

denaro. Non vuole produrre soltanto un valore d'uso, ma una merce, non soltanto valore d'uso, ma valore, e non soltanto valore, ma anche plusvalore.
In realtà noi abbiamo considerato finora, com'è evidente, soltanto un lato del processo, dato che qui si tratta di produzione di merci. Come la merce stessa è unità di valore d'uso e valore, anche il processo di produzione della merce deve essere unità di processo lavorativo e di processo di formazione di valore.
Consideriamo ora il processo di produzione anche come processo di formazione di valore.
Noi sappiamo che il valore di ogni merce è determinato dalla quantità del lavoro materializzato nel suo valore d'uso, dal tempo di lavoro socialmente necessario per la produzione di essa. Questo vale anche per il prodotto che il nostro capitalista ha ottenuto come risultato del processo lavorativo. Si deve quindi calcolare per prima cosa il lavoro che è oggettivato in questo prodotto.
Si tratti, p. es., di refe.
Per la preparazione del refe è stata necessaria in primo luogo la sua materia prima, p. es. dieci libbre di cotone. Non abbiamo da metterci a indagare qual è il valore del cotone, perchè il capitalista l'ha comprato sul mercato al suo valore, p. es. a dieci scellini. Il lavoro richiesto per la produzione del cotone è già rappresentato come lavoro generalmente sociale nel suo prezzo. Ammettiamo inoltre che la massa di fusi logorantesi nella lavorazione del cotone, la quale rappresenta per noi tutti gli altri mezzi di lavoro, abbia un valore di due scellini. Se una massa aurea di dodici scellini è il prodotto di ventiquattro ore lavorative ossia di due giornate lavorative, ne segue in primo luogo che nel refe sono oggettivate due giornate lavorative.
Non ci deve sconcertare la circostanza che il cotone ha cambiato la sua forma, e che la massa logorata dei fusi è scomparsa del tutto. Secondo la legge generale del valore, p. es. dieci libbre di refe sono un equivalente di dieci libbre di cotone e di un quarto di fuso quando il valore di quaranta libbre di refe è eguale al valore di quaranta libbre di cotone più il valore d'un fuso intero, vale a dire, quando per produrre le due parti di questa equazione è richiesto lo stesso tempo di lavoro. In questo caso il medesimo tempo di lavoro si presenta, una volta nel valore d'uso refe, l'altra volta nei valori d'uso cotone e fusi. Per il valore è dunque indifferente presentarsi nel refe, nel fuso, o nel cotone. Che fuso e cotone invece di starsene tranquilli l'uno


206 III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

accanto all'altro entrino col processo di filatura in una combinazione che cambia le loro forme d'uso e li trasforma in refe, non tocca il loro valore più che se fossero stati sostituiti con un equivalente in refe per mezzo d'un semplice scambio.
Il tempo di lavoro richiesto per la produzione del cotone è parte del tempo di lavoro richiesto per la produzione del refe del quale esso costituisce la materia prima; perciò è contenuto nel refe. Altrettanto vale per il tempo di lavoro richiesto per la produzione della massa di fusi senza il cui logoramento e consumo non si può filare il cotone(11).
Dunque, in quanto si considera il valore del refe, cioè il tempo di lavoro richiesto per la sua produzione, i differenti e particolari processi lavorativi, separati nel tempo e nello spazio, che debbono venir percorsi per produrre il cotone stesso e la massa logorata dei fusi, e infine per fare, con il cotone e coi fusi, il refe, possono venir considerati come fasi distinte e successive di un solo e medesimo processo lavorativo. Tutto il lavoro contenuto nel refe è lavoro trascorso. Che il tempo di lavoro richiesto per la produzione dei suoi elementi costitutivi sia trascorso prima, si trovi cioè al passato remoto, mentre invece il lavoro adoperato direttamente per il processo conclusivo, per la filatura, stia più vicino al presente, e sia al passato prossimo, è una circostanza del tutto indifferente. Se per la costruzione d'una casa è necessaria una determinata misura di lavoro, p. es. trenta giornate lavorative, il fatto che la trentesima giornata lavorativa è passata nella produzione ventinove giorni dopo la prima, non cambia nulla alla quantità complessiva del tempo di lavoro incorporato in quella casa. Così pure il tempo di lavoro contenuto nel materiale lavorativo e nei mezzi di lavoro può essere considerato senz'altro come speso semplicemente in uno stadio precedente del processo della filatura, prima del lavoro applicato in ultimo sotto la forma della filatura.
I valori dei mezzi di produzione, del cotone e dei fusi, espressi nel prezzo di dodici scellini, sono dunque parti costitutive del valore di refe, cioè del valore del prodotto.
Solo che occorre adempiere a due condizioni. Uno: cotone e fusi debbono esser serviti realmente alla produzione d'un valore d'uso. Nel nostro caso, dev'esserne sorto il refe. Per il valore è

[11]«Non il solo lavoro applicato direttamente alle merci influisce sul loro valore, ma anche il lavoro che viene adoperato per gli attrezzi, gli strumenti e per gli edifici coi quali si assiste quel lavoro» (Ricardo, Principlesof political economy, p. 16).


5. PROCESSO LAVORATIVO E PROCESSO DI VALORIZZAZIONE 207

indifferente quale valore d'uso ne sia il portatore, ma da un valore d'uso deve pur essere portato. Due: si presuppone che sia stato adoperato soltanto il tempo di lavoro necessario nelle condizioni sociali della produzione date nel momento. Se dunque fosse necessaria solo una libbra di cotone per filare una libbra di refe, nella preparazione di una libbra di refe non si dovrebbe consumare più di una libbra di cotone. Altrettanto per il fuso. Se al capitalista viene la fantasia di adoperare fusi d'oro invece che di ferro, nel valore del refe però quel che conta è soltanto il lavoro socialmente necessario, cioè il tempo di lavoro necessario alla produzione di fusi di ferro.
Adesso sappiamo qual parte del valore del refe costituiscono i mezzi di produzione, cotone e fusi. E' eguale a dodici scellini, cioè alla materializzazione di due giornate lavorative. Ora si tratta dunque della parte del valore che viene aggiunta al cotone dal lavoro del filatore stesso.
Dobbiamo ora considerare questo lavoro da un punto di vista del tutto differente da quello usato durante il processo lavorativo. Là si trattava dell'attività, idonea al suo fine, di trasformare il cotone in refe. Tanto più appropriato allo scopo il lavoro, tanto migliore il refe, presupponendo che tutte le altre circostanze rimangano eguali. Il lavoro del filatore era distinto specificamente da altri lavori produttivi e la distinzione si manifestava soggettivamente e oggettivamente, nello scopo particolare della filatura, nella particolarità delle sue operazioni, nella natura particolare dei suoi mezzi di produzione, nel particolare valore d'uso del prodotto di essa; cotone e fuso servono quivi come mezzi di sussistenza del lavoro di filatura, ma con essi non si possono fare cannoni rigati. Invece, appena il lavoro del filatore è produttivo di valore, cioè fonte di valore, esso non è affatto distinto dal lavoro del rigatore di cannoni, ossia, ed è ciò che qui più ci importa, non è affatto distinto dai lavori del piantatore di cotone e del fusaio. Soltanto per questa identità il coltivare cotone, fare fusi e filare possono costituire parti del medesimo valore complessivo, del valore del refe, distinte solo quantitativamente. Qui non si tratta più della qualità, della natura e del contenuto del lavoro, ma ormai soltanto della sua quantità. E questa ha da essere semplicemente contata. Supponiamo che il lavoro di filatura sia lavoro semplice, lavoro sociale medio. Più avanti vedremo che l'ipotesi opposta non cambia niente alla cosa.
Durante il processo lavorativo il lavoro si converte conti-


208 III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

nuamente dalla forma dinamica in quella dell'essere, dalla forma del movimento in quella dell'oggettività. Alla fine di un'ora il movimento della filatura si presenta in una quantità determinata di refe, cioè in una quantità determinata di lavoro; è un'ora di lavoro, oggettivata nel cotone. Diciamo ora di lavoro; cioè dispendio di forza vitale del filatore durante un'ora, poichè qui il lavoro della filatura conta soltanto in quanto dispendio di forza-lavoro, non in quanto è il lavoro specifico del filare.
Ora, è d'importanza decisiva che per tutta la durata del processo, cioè della trasformazione del cotone in refe, venga consumato soltanto il tempo di lavoro socialmente necessario. Se in condizioni di produzione normali, cioè in condizioni sociali medie, a libbre di cotone debbono essere trasformate durante una ora lavorativa in b libbre di refe, solo la giornata lavorativa che trasforma 12 a libbre di cotone in 12 b libbre di refe conta come giornata lavorativa di dodici ore. Poiché soltanto il tempo di lavoro socialmente necessario conta come creatore di valore.
Come il lavoro, anche la materia prima e il prodotto appaiono qui in una luce del tutto differente da quella del punto di vista del processo lavorativo vero e proprio. La materia prima si presenta qui come assorbente di una determinata quantità di lavoro. Infatti essa si trasforma in refe mediante questo assorbimento perchè la forza-lavoro è stata spesa in forma di filatura e le è stata aggiunta. Ma adesso il prodotto, il refe, è ormai soltanto misura del lavoro assorbito dal cotone. Se in un'ora vien filata ossia trasformata in una libbra e due terzi di refe una libbra e due terzi di cotone, dieci libbre di refe indicano sei ore lavorative assorbite. Determinate quantità di prodotto, fissate in base alla esperienza, non rappresentano ormai altro che determinate quantità di lavoro, masse determinate di tempo di lavoro cristallizzato. Ormai sono semplicemente materializzazione d'un'ora, di due ore, d'un giorno di lavoro sociale.
Che il lavoro sia per l'appunto lavoro di filatura, la sua materia prima il cotone e il suo prodotto il refe, qui diventa tanto indifferente quanto che l'oggetto del lavoro sia anch'esso già prodotto, e quindi materia prima. Se l'operaio fosse occupato nella miniera di carbone invece che nella filanda, l'oggetto del lavoro, il carbone, sarebbe presente per natura. Tuttavia una quantità determinata di carbone estratto dalla vena, p. es., un quintale, rappresenterebbe una quantità determinata di lavoro assorbito.
Per la vendita della forza-lavoro si era presupposto che il


5. PROCESSO LAVORATIVO E PROCESSO DI VALORIZZAZIONE 209

suo valore giornaliero fosse eguale a tre scellini; e che in questi fossero incorporate sei ore lavorative, e che dunque per produrre la somma media dei mezzi di sussistenza giornalieri del lavoratore fosse richiesta tale quantità di lavoro. Ora, se il nostro filatore durante un'ora lavorativa trasforma una libbra e due terzi di cotone in una libbra e due terzi di refe(12), in sei ore trasformerà dieci libbre di cotone in dieci libbre di refe. Quindi durante il processo di filatura il cotone assorbe sei ore lavorative. Lo stesso tempo di lavoro è rappresentato da una quantità d'oro di tre scellini. Dunque mediante la filatura stessa viene aggiunto al cotone un valore di tre scellini.
Guardiamo ora il valore complessivo del prodotto, cioè delle dieci libbre di refe. In queste dieci libbre sono oggettivate due giornate lavorative e mezza; due, contenute nel cotone e nel fuso, mezza, di lavoro assorbito durante il processo della filatura. Il medesimo tempo di lavoro è rappresentato in una massa d'oro di quindici scellini. Dunque il prezzo adeguato al valore delle dieci libbre di refe ammonta a quindici scellini, il prezzo di una libbra di refe a uno scellino e sei pence.
Il nostro capitalista si adombra: il valore del prodotto è eguale al valore del capitale anticipato. Il valore anticipato non si è valorizzato, non ha generato nessun plusvalore, e così il denaro non si è trasformato in capitale. Il prezzo delle dieci libbre di refe è di quindici scellini, e quindici scellini erano stati spesi al mercato per gli elementi costitutivi del prodotto, cioè, il che è la stessa cosa, per i fattori del processo lavorativo: dieci scellini per il cotone, due per la massa dei fusi logorati, e tre scellini per la forza-lavoro. Non serve a niente che il valore del refe sia gonfiato, poichè questo suo valore è soltanto la somma dei valori che prima erano distribuiti fra il cotone, il fuso e la forza-lavoro; e da tale semplice addizione di valori esistenti non può sorgere nè ora nè mai un plusvalore(13). Ora questi valori

[12] Le cifre sono qui del tutto arbitrarie.
[13] Questa è la proposizione fondamentale sulla quale poggia la dottrina fisiocratica della improduttività di ogni lavoro non agricolo, ed è inconfutabile per gli economisti... di professione. «Questo modo d'imputare a una cosa sola il valore di molte altre (per esempio, alla tela quel che consuma il tessitore), di ammucchiare molti valori su di uno solo, per così dire, a strati, ha per effetto che quel valore s'ingrossa d'altrettanto... Il termine di addizione dipinge benissimo il modo col quale si forma il prezzo delle opere della mano d'opera; questo prezzo non è altro che un totale di più valori consumati e addizionati; ma addizionare non è moltiplicare» (MERCIER DE LA RIVIèRE, L'ordre naturel cit, p. 599).


210 III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

sono tutti concentrati su di una cosa sola, ma altrettanto accadeva per la somma di denaro di quindici scellini, prima che questa si frantumasse attraverso tre acquisti di merce.
In sé e per sé questo risultato non è strano. Il valore di una libbra di refe è uno scellino e sei pence, e quindi per dieci libbre di refe il nostro capitalista avrebbe dovuto pagare sul mercato quindici scellini. Che egli comperi la sua abitazione privata bell'e fatta, sul mercato, o che se la faccia costruire, nessuna di queste due operazioni aumenterà il denaro sborsato nel procurarsi la casa.
Forse il capitalista, che sa il fatto suo quanto a economia politica volgare, dirà di aver anticipato il suo denaro con l'intenzione di farne più denaro. Ma di buone intenzioni è lastricata la via dell'inferno, e tanto varrebbe che avesse l'intenzione di far denaro senza produrre(14). Minaccia che non ci cascherà più. In futuro comprerà la merce bell'e fatta sul mercato, invece di fabbricarla egli stesso. Ma se tutti i suoi fratelli capitalisti faranno altrettanto, dove trovare la merce sul mercato? E non può mangiare denaro. Si mette a catechizzare: Si rifletta alla sua astinenza. Avrebbe potuto scialacquare i suoi quindici scellini. Invece, li ha consumati produttivamente e ne ha fatto del refe. Ma in compenso, ha ben del refe invece di rimorsi. E non deve a nessun costo ricadere nella parte del tesaurizzatore che ci ha mostrato qual'è il risultato dell'ascetismo. E poi, dove non c'è niente, l'imperatore non ha più diritti. Qualunque possa essere il merito della rinuncia del capitalista, non c'è nulla per pagarla a parte, poichè il valore del prodotto che risulta dal processo lavorativo è eguale soltanto alla somma dei valori delle merci immessevi. Se ne resti dunque quieto pensando che della virtù la virtù è premio. Invece, il capistalista diventa indiscreto. Il refe è inutile per lui. L'ha prodotto per venderlo. E che lo venda; - oppure, più semplicemente ancora, in futuro produca solo per il suo fabbisogno personale, come dice la ricetta che gli ha prescritto il suo medico curante MacCulloch come mezzo sperimentato contro l'epidemia della sovrapproduzione. Il capitalista s'inalbera: allora l'operaio avrebbe creato dal nulla, con le sole sue braccia, i frutti del lavoro, avrebbe prodotto merci dal nulla? Non è stato lui, il capitalista, a dargli il materiale col quale

[14] Così p. es. il capitalista sottrasse nel 1844-47 parte del suo capitale alle imprese produttive per giocarselo nelle speculazioni sulle azioni ferroviarie. Così, al tempo della guerra civile americana, chiuse la fabbrica e gettò l'operaio sul lastrico, per giocare alla Borsa del cotone di Liverpool.


5. PROCESSO LAVORATIVO E PROCESSO DI VALORIZZAZIONE 211

e nel quale soltanto quegli può incarnare il suo lavoro? E poichè la maggior parte della società consiste di questi nullatenenti, non ha reso alla società, coi suoi mezzi di produzione, il suo cotone e i suoi fusi, un servizio incommensurabile, e così all'operaio, che ha per giunta provveduto di mezzi di sussistenza? E non deve mettere in conto questo servizio? E l'operaio non gli ha reso il servizio di trasformare cotone e fuso in refe? Inoltre, qui non si tratta di servizi(15). Un servizio non è altro che l'effetto utile d'un valore d'uso, sia della merce, sia del lavoro(16). Ma quello che conta qui è il valore di scambio. Il capitalista ha pagato all'operaio il valore di tre scellini. L'operaio gli ha restituito un equivalente esatto nel valore di tre scellini aggiunto al cotone: gli ha restituito valore per valore. Il nostro amico, che poco fa era ancora tanto fiero del suo capitale, assume d'un tratto il contegno modesto del proprio operaio. Non ha lavorato anche lui? Non ha compiuto il lavoro di sorveglianza, di sovraintendenza nei confronti del filatore? E questo suo lavoro non crea valore anch'esso? Il suo sorvegliante e il suo direttore si stringono nelle spalle. Ma intanto il capitalista ha ripreso, ridendo allegramente, la sua antica fisionomia. Ci ha voluto canzonare, con tutta quella litania. Non gliene importa niente. Lascia questi sciocchi pretesti e questi vuoti sofismi ai professori di economia politica, che proprio per questo son pagati. Egli è un uomo pratico, che fuori degli affari non riflette sempre a quel che dice, ma negli affari sa sempre quel che fa.
Vediamo un po' più da vicino. Il valore giornaliero della forza-lavoro ammontava a tre scellini perchè in esso è ogget-

[15] «Lascia pure celebrare, adornare, e lisciare... Ma chi prende più o meglio (di quel che dia), ciò è usura, e si chiama aver fatto non servizio ma danno al suo prossimo, come accade rubando e rapinando. Non tutto è servizio e beneficio al prossimo quel che si chiama servizio e beneficio. Poichè un adultero e un'adultera si fan reciprocamente gran servizio e compiacenza. Un cavalleggero fa gran servizio da cavalleggero a un masnadiero incendiario aiutandolo a rapinare per le strade, a saccheggiare le terre e le genti. I papisti rendono gran servizio ai nostri non affogandoli tutti, non bruciandoli tutti, non assassinandoli tutti, non facendoli tutti marcire in carcere, ma lasciandone vivere alcuni, o scacciandoli, o togliendo loro tutto quel che hanno. Anche il diavolo rende grandi, incommensurabili servizi ai suoi servitori... In conclusione il mondo è pieno di grandi, bei servizi e benefici giornalieri» (MARTIN LUTERO, An die Pfarrherrn, wider den Wucher zu predigen ecc., Wittenberg, 1540).
[16] In Per la critica dell'economia politica, p. 14, ho osservato fra l'altro su questo argomento: «Si capisce che "servizio" la categoria servizio (service) debba fare ad economisti della specie di J. B. Say e di F. Bastiat».


212 III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

tivata una mezza giornata lavorativa, cioè perchè i mezzi di sussistenza necessari giornalmente alla produzione della forza-lavoro costano una mezza giornata lavorativa. Ma il lavoro trapassato, latente nella forza-lavoro, e il lavoro vivente che può fornire la forza-lavoro, cioè i costi giornalieri di mantenimento della forza-lavoro e il dispendio giornaliero di questa sono due grandezze del tutto distinte. La prima determina il suo valore di scambio, l'altra costituisce il suo valore d'uso. Che sia necessaria una mezza giornata lavorativa per tenerlo in vita per ventiquattro ore, non impedisce affatto all'operaio di lavorare per una giornata intera. Dunque il valore della forza-lavoro e la sua valorizzazione nel processo lavorativo sono due grandezze differenti. A questa differenza di valore mirava il capitalista quando comperava la forza-lavoro. L'utile qualità di produrre refe e stivali, propria della forza-lavoro, era per il capitalista soltanto la conditio sine qua non, poichè, per creare valore, il lavoro dev'essere speso in forma utile: ma decisivo era invece il valore d'uso specifico di questa merce, che è quello di esser fonte di valore, e di più valore di quanto ne abbia essa stessa. Questo è il servizio specifico che il capitalista se ne aspetta. E in questo egli procede secondo le eterne leggi dello scambio delle merci. Di fatto, il venditore della forza-lavoro realizza il suo valore di scambio e aliena il suo valore d'uso, come il venditore di qualsiasi altra merce. Non può ottenere l'uno senza cedere l'altro. Il valore d'uso della forza-lavoro, il lavoro stesso, non appartiene affatto al venditore di essa, come al negoziante d'olio non appartiene il valore d'uso dell'olio da lui venduto. Il possessore del denaro ha pagato il valore giornaliero della forza-lavoro; quindi a lui appartiene l'uso di essa durante la giornata, il lavoro di tutt'un giorno. La circostanza che il mantenimento giornaliero della forza-lavoro costa soltanto una mezza giornata lavorativa, benchè la forza-lavoro possa operare, cioè lavorare, per tutta una giornata, e che quindi il valore creato durante una giornata dall'uso di essa superi del doppio il suo proprio valore giornaliero, è una fortuna particolare per il compratore, ma non è affatto un'ingiustizia verso il venditore.
Il nostro capitalista ha preveduto questo caso, che lo mette in allegria. Quindi il lavoratore trova nell'officina non solo i mezzi di produzione necessari per un processo lavorativo di sei ore, ma quelli per dodici ore. Se dieci libbre di cotone hanno assorbito sei ore lavorative e si sono trasformate in dieci libbre di refe, venti libbre di cotone assorbiranno dodici ore di lavoro


5. PROCESSO LAVORATIVO E PROCESSO DI VALORIZZAZIONE 213

e si trasformeranno in venti libbre di refe. Consideriamo il prodotto del processo lavorativo prolungato. Adesso nelle venti libbre di refe sono oggettivate cinque giornate lavorative: quattro, nella massa di cotone e di fusi consumata; una, assorbita dal cotone durante il processo di filatura. Ma l'espressione in oro di cinque giornate lavorative è: trenta scellini, cioè una sterlina e dieci scellini. Questo è dunque il prezzo delle venti libbre di refe. La libbra di refe costa, come prima, uno scellino e sei pence. Ma il totale del valore delle merci immesse nel processo ammontava a ventisette scellini. Il valore del refe ammonta a trenta scellini. Il valore del prodotto è cresciuto di un nono oltre il valore anticipato per la sua produzione. Così ventisette scellini si sono trasformati in trenta scellini. Han deposto un plusvalore di tre scellini. Il colpo è riuscito, finalmente. Il denaro è trasformato in capitale.
Tutti i termini del problema sono risolti e le leggi dello scambio delle merci non sono state affatto violate. Si è scambiato equivalente con equivalente; il capitalista, come compratore, ha pagato ogni merce al suo valore, cotone, massa dei fusi, forzalavoro; poi ha fatto quel che fa ogni altro compratore di merci; ha consumato il loro valore d'uso. Il processo di consumo della forza-lavoro che insieme è processo di produzione della merce, ha reso un prodotto di venti libbre di refe del valore di trenta scellini. Il capitalista torna ora sul mercato e vende merce, dopo aver comprato merce. Vende la libbra di cotone a uno scellino e sei pence, non un quattrino più o meno del suo valore. Eppure trae dalla circolazione tre scellini di più di quelli che vi ha immesso inizialmente. Tutto questo svolgimento di trasformazione in capitale del denaro del nostro capitalista, avviene e non avviene nella sfera della circolazione. Avviene attraverso la mediazione della circolazione, perchè ha la sua condizione nella compera della forza-lavoro sul mercato delle merci; non avviene nella circolazione, perchè questa non fa altro che dare inizio al processo di valorizzazione, il quale avviene nella sfera della produzione. E così «tout est pour le mieux dans le meilleur des mondes possibles».
Il capitalista, trasformando denaro in merci che servono per costituire il materiale di un nuovo prodotto ossia servono come fattori del processo lavorativo, incorporando forza-lavoro vivente alla loro morta oggettività. trasforma valore, lavoro trapassato, oggettivato, morto, in capitale, in valore autovalorizzantesi; mo-


214 III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

stro animato che comincia a «lavorare» come se avesse amore in corpo.
Ma confrontiamo il processo di creazione di valore e il processo di valorizzazione: quest'ultimo non è altro che un processo di creazione di valore prolungato al di là di un certo punto. Se il processo di creazione di valore dura soltanto fino al punto nel quale il valore della forza-lavoro pagato dal capitale è sostituito da un nuovo equivalente, è processo semplice di creazione di valore; se il processo di creazione di valore dura al di là di quel punto, esso diventa processo di valorizzazione.
Inoltre, se confrontiamo il processo di creazione del valore col processo lavorativo, quest'ultimo consiste nel lavoro utile, che produce valori d'uso. Qui il movimento viene considerato qualitativamente, nel suo modo e nella sua caratteristica particolari, secondo il suo fine e il suo contenuto. Il medesimo processo lavorativo si presenta invece solo dal suo lato quantitativo nel processo di creazione del valore. Qui si tratta ormai soltanto del tempo del quale il lavoro abbisogna per condurre a termine le sue operazioni, ossia della durata del dispendio utile di forza-lavoro. Qui anche le merci che vengono immesse nel processo lavorativo non valgono più come fattori materiali, determinati in base alla loro funzione, della forza-lavoro operante per il proprio fine: contano ormai soltanto come quantità determinate di lavoro oggettivato. Che sia contenuto nei mezzi di produzione o che venga aggiunto mediante la forza-lavoro, il lavoro conta ormai soltanto secondo la sua misura di tempo. Ammonta a tante ore, tante giornate, ecc.
Tuttavia conta solo in quanto il tempo consumato per la produzione del valore d'uso è necessario socialmente. Ciò comprende vari elementi. La forza-lavoro deve funzionare in condizioni normali. Se la filatrice meccanica è il mezzo di lavoro per la filatura che predomina nella società, non si può mettere fra le mani dell'operaio un filatoio a mulinello. L'operaio non deve ricevere, invece di cotone di bontà normale, dello scarto che si strappi ad ogni momento. In tutti e due i casi, egli consumerebbe per la produzione di una libbra di refe più del tempo di lavoro socialmente necessario, e questo tempo eccedente non creerebbe valore o denaro. Tuttavia, il carattere normale dei fattori oggettivi del lavoro non dipende dall'operaio, ma dal capitalista. Un'altra condizione è il carattere normale della forzalavoro stessa. Questa deve possedere, per la specialità nella quale viene adoperata, la misura media prevalente di attitudine,


5. PROCESSO LAVORATIVO E PROCESSO DI VALORIZZAZIONE 215

rifinitura e sveltezza. Ma il nostro capitalista ha comprato sul mercato del lavoro forza-lavoro di bontà normale. Questa forza dev'essere spesa con la misura media abituale di sforzo, nel grado d'intensità usuale in quella data società. Il capitalista veglia a ciò con lo stesso scrupolo che mette in atto perchè non si sprechi tempo senza lavorare. Ha comprato la forza-lavoro per un periodo determinato, e ci tiene ad avere il suo. Non vuole essere derubato. E infine - e per questo lo stesso personaggio ha un proprio code pénal - non ci deve essere nessun consumo irrazionale di materia prima e di mezzi di lavoro, perchè materiale o mezzi di lavoro sciupati rappresentano quantità di lavoro oggettivato spese in maniera superflua, e quindi non contano e non entrano nel prodotto della creazione del valore(17)..

[17] Questa è una delle circostanze che rincarano la produzione fondata sulla schiavitù. In questo tipo di produzione il lavoratore va distinto, secondo l'esatta espressione degli antichi, soltanto come instrumentum vocale dall'animale, instrumentum semivocale, e dall'inerte strumento di lavoro come instrumentunt mutum. Ma ci pensa lui a far sentire all'animale e allo strumento di lavoro che non è loro eguale, ma è un uomo, e si procura, maltrattandoli e sciupandoli con amore [con amore: in italiano nel testo], la sicurezza di quella differenza. Quindi in tale modo di produzione vale come principio economico l'adoprare gli strumenti di lavoro più rozzi, più pesanti, ma difficili a esser rovinati proprio per la loro goffa pesantezza. Perciò, fino allo scoppio della guerra civile, negli stati schiavisti del golfo del Messico si trovavano aratri di struttura cinese antica, che rimuovono il terreno come fa il maiale o la talpa, ma non lo spaccano e non lo rivoltano. Cfr. J. E. CAIBNES, The slave power, Londra, 1862, p. 46 sgg. L'OLMSTED, nel suo Seabord slave states [p. 46 sgg.], racconta fra l'altro: «Mi sono stati mostrati attrezzi che fra noi nessun uomo ragionevole permetterebbe appesantissero un lavoratore da lui salariato: il loro peso eccessivo e la loro struttura grossolana renderebbero il lavoro, a mio giudizio, più grave almeno del dieci per cento di quel che fanno gli attrezzi ordinariamente usati da noi. E mi si assicura che non potrebbe esser fornito agli schiavi niente di più leggero o meno rozzo, per la maniera trascurata e grossolana con la quale gli schiavi ne usano, e che attrezzi come noi diamo costantemente ai nostri lavoranti, trovandoci il nostro profitto, non durerebbero neppure un giorno in un campo di grano della Virginia. Con tutto che quivi il terreno è più leggero e più libero da pietre del nostro. Così pure, quando ho domandato perchè nelle fattorie i muli sono generalmente sostituiti ai cavalli, la prima ragione che ne è stata data, e che è dichiaratamente anche la decisiva, è che i cavalli non possono sopportare il trattamento che ricevono costantemente dai negri, mentre i muli possono sopportare le bastonate o anche la perdita di un pasto o due ogni tanto, senza risentirne materialmente, e non sentono il freddo e non si ammalano se sono trascurati o sovraccaricati di lavoro. Ma non ho bisogno di andar oltre la finestra della stanza dove scrivo, per vedere quasi di continuo un trattamento del bestiame che assicurerebbe l'immediato licenziamento del guidatore da parte di quasi ogni proprietario di bestiame nelle fattorie del Nord».


216 lll. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

Vediamo ora che la distinzione precedentemente ottenuta attraverso l'analisi della merce, fra il lavoro in quanto crea valore d'uso, e il medesimo lavoro in quanto crea valore, si è ora presentata come distinzione fra i differenti aspetti del processo di produzione.
Il processo di produzione, in quanto unità di processo lavorativo e di processo di creazione di valore, è processo di produzione di merci; in quanto unità di processo lavorativo e di processo di valorizzazione, è processo di produzione capitalistico, forma capitalistica della produzione delle merci.
Abbiamo già notato che per il processo di valorizzazione è del tutto indifferente che il lavoro appropriatosi dal capitalista sia lavoro semplice, lavoro sociale medio, oppure lavoro più complesso, lavoro di importanza specifica superiore. Il lavoro che viene stimato come lavoro superiore, più complesso, in confronto al lavoro sociale medio, è l'estrinsecazione d'una forza-lavoro nella quale confluiscono costi di preparazione superiori, la cui produzione costa più tempo di lavoro, e che quindi ha valore superiore a quello della forza-lavoro semplice. Se il valore di questa forza è superiore, essa si manifesterà anche in lavoro superiore e si oggettiverà quindi, negli stessi periodi di tempo, in valori relativamente superiori. Tuttavia, qualunque sia la differenza fondamentale fra lavoro di filatura e lavoro di gioielleria, la porzione di lavoro per mezzo della quale il lavorante gioielliere non fa che reintegrare il valore della propria forza-lavoro, non si distingue affatto qualitativamente dalla porzione aggiuntiva di lavoro con la quale egli crea plusvalore. In entrambi i casi, il plusvalore risulta soltanto attraverso un'eccedenza quantitativa di lavoro, attraverso la durata prolungata del medesimo processo produttivo, in un caso, processo di produzione di refe, nell'altro, processo di produzione di gioielli(18).

[18] La differenza fra lavoro superiore e lavoro semplice, «skilled» e «unskilled labour» poggia in parte su pure e semplice illusioni, o per lo meno su differenze che hanno cessato da lungo tempo di essere reali e continuano a sussistere ormai soltanto nella convenzione tradizionale; e in parte sulla situazione ancor più diseredata di certi strati della classe operaia, che permette loro ancor meno che ad altri di ottenere il valore della propria forza-lavoro. Qui le circostanze casuali hanno una parte così grande che gli stessi generi di lavoro cambiano di rango. Dove p. es. la sostanza fisica della classe operaia è indebolita e relativamente esaurita come accade in tutti i paesi a produzione capitalistica sviluppata, i lavori brutali che chiedono molta forza muscolare, salgono di rango nei confronti di lavori molto più fini, che scendono al gradino del lavoro semplice: come p. es. il lavoro (####) d'un bricklayer (muratore) prende in Inghilterra un grado molto più alto di quello di un tessitore di damasco. Dall'altra parte il lavoro di un fustian cutter (tagliatore di fustagno), benchè costi tanto sforzo corporeo e per giunta sia insalubre, figura come lavoro «semplice». Del resto, non ci si deve immaginare che il cosiddetto «skilled labour» occupi un posto importante dal punto di vista quantitativo nel lavoro nazionale. Il Laing calcola che in Inghilterra (e Galles) la vita di lavoratrice della classe media, oltre i banchieri, ecc., anche gli «operai di fabbrica» meglio pagati! Neppure i bricklavers (muratori) mancano fra i «lavoratori potenziati». E così rimangono gli undici milioni che si è detto (S. LAING, National distress ecc., Londra, 1844, [p. 51]). «La grande classe che non ha nulla da dare in cambio del suo cibo fuor che lavoro ordinario, è la gran massa del popolo» (JAMES MILL nell'articolo Colony in Supplement to the Encyclopaedia Britannica, 1831, [p. 8]).


5. PROCESSO LAVORATIVO E PROCESSO DI VALORIZZAZIONE 217

D'altra parte, in ogni processo di creazione di valore il lavoro superiore dev'essere ridotto sempre a lavoro sociale medio, p. es. una giornata di lavoro superiore deve essere ridotta a x giornate di lavoro semplice(19) . Dunque, con l'ipotesi che l'operaio adoperato dal capitale compia lavoro sociale medio semplice si risparmia un'operazione superflua e si semplifica l'analisi.

[19] «Dove ci si riferisce al lavoro come misura del valore, s'implica necessariamente: lavoro di un tipo particolare..., poichè è facile stabilire la proporzione nella quale gli altri tipi di lavoro stanno con il primo» (Outlines of political economy, Londra, 1832, pp, 22, 23).


 

 

 

 

 

 

 

 

Sesto capitolo

 

CAPITALE COSTANTE E CAPITALE VARIABILE






I differenti fattori del processo lavorativo prendono parte differente alla formazione del valore del prodotto. L'operaio aggiunge nuovo valore all'oggetto del lavoro, mediante l'aggiunta della sua determinata quantità di lavoro, astrazion fatta dal contenuto determinato, dallo scopo e dal carattere tecnico del suo lavoro. D'altra parte ritroviamo come parti costitutive del valore del prodotto i valori dei mezzi di produzione consumati: p. es. nel valore del refe, i valori del cotone e del fuso. Il valore dei mezzi di produzione viene dunque conservato attraverso il suo trasferimento nel prodotto. Questo trasferimento avviene nel processo lavorativo durante la trasformazione dei mezzi di produzione in prodotto. È mediato dal lavoro. Ma come? L'operaio non fa un lavoro duplice nello stesso periodo di tempo: non lavora per un momento ad aggiungere un valore al cotone col proprio lavoro, e per un altro momento a conservare il vecchio valore di questo, ossia, il che è la stessa cosa, a trasferire il valore del cotone che lavora e del fuso col quale lavora nel prodotto, che è il refe; ma conserva il vecchio valore mediante la semplice aggiunta di nuovo valore. Però, siccome l'aggiunta di nuovo valore all'oggetto del lavoro e la conservazione dei vecchi valori nel prodotto sono due risultati completamente differenti, prodotti nello stesso periodo di tempo dall'operaio benché in tale periodo questi faccia un lavoro solo, questa bilateralità del risultato può essere spiegata evidentemente soltanto con la bilateralità del suo stesso lavoro. Per una delle sue qualità, il lavoro deve creare valore, e per un'altra deve conservare o trasferire valore, nello stesso istante. In che modo ogni operaio fa questa aggiunta di tempo di lavoro e quindi di valore? Sempre e soltanto nella forma del suo modo particolare di lavoro. Il filatore aggiunge tempo di lavoro solo filando, il tessitore solo tessendo, il fabbro battendo il ferro.


6. CAPITALE COSTANTE E CAPITALE VARIABILE 219

Ma i mezzi di produzione, cotone e fuso, refe e telaio, ferro e incudine, diventano elementi costitutivi d'un prodotto, d'un nuovo valore d'uso, appunto mediante la forma idonea a un fine nella quale filatore, tessitore, fabbro aggiungono lavoro in genere e quindi nuovo valore (20). La vecchia forma del loro valore d'uso trapassa, ma soltanto per passare in una nuova forma di valore d'uso. Ma quando é stato studiato il processo di formazione del valore, é risultato che, in quanto un valore d'uso é consumato in modo idoneo per la produzione di un nuovo valore d'uso, il tempo di lavoro necessario per la produzione del valore d'uso consumato costituisce una parte del tempo di lavoro necessario per la produzione del valore d'uso nuovo, e che dunque quel che vien trasferito dal mezzo di produzione consumato al nuovo prodotto, é il tempo di lavoro. Dunque l'operaio conserva i valori dei mezzi di produzione consumati, cioè li trasferisce nel prodotto come parti costitutive del valore, non attraverso la sua aggiunta di lavoro in genere, ma attraverso il carattere utile particolare, attraverso la forma produttiva specifica di questo lavoro aggiuntivo. Il lavoro, col suo semplice contatto, risveglia dal regno dei morti i mezzi di produzione, li anima a fattori del processo lavorativo e si combina con essi in nuovi prodotti, ma soltanto in quella sua qualità di attività produttiva idonea a un fine: filare, tessere, battere il ferro. Se il lavoro produttivo specifico dell'operaio non fosse filare, questi non trasformerebbe il cotone in refe, e quindi non trasferirebbe i valori del cotone e del fuso nel refe. Se invece lo stesso operaio cambia mestiere e diventa falegname, aggiungerà valore al suo materiale anche allora, con una giornata lavorativa. Dunque l'operaio aggiunge valore al materiale mediante il suo lavoro e non in quanto si tratti di lavoro di filatura o lavoro di falegnameria, ma in quanto si tratta di lavoro astratto, sociale in genere; e aggiunge una determinata grandezza di valore non perché il suo lavoro abbia un particolare contenuto utile, ma perché dura un tempo determinato. Dunque il lavoro del filatore aggiunge neovalore ai valori del cotone e del fuso, nella sua qualità astratta e generale, come dispendio di forza-lavoro umana; e trasferisce il valore di questi mezzi di produzione nel prodotto, conservandone così il valore nel prodotto, nella sua qualità utile, concreta, particolare di processo di filatura. Di qui la bilateralità del suo risultato nello stesso istante.

[20] " Il lavoro dà una nuova creazione in cambio d'una creazione estinta " (An essay on the political economy of nations, Londra, 1821, p. 13).


220 III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

Con l'aggiunta semplicemente quantitativa di lavoro si aggiunge nuovo valore, con la qualità del lavoro aggiunto vengono conservati nel prodotto i vecchi valori dei mezzi di produzione. Questo duplice effetto dello stesso lavoro in conseguenza del suo carattere bilaterale si vede tangibilmente in vari fenomeni. Si supponga che una qualche invenzione metta il filatore in grado di filare in sei ore tanto cotone quanto ne filava prima in trentasei. Il suo lavoro come attività utile e idonea, produttiva, ha sestuplicato la propria forza. Il suo prodotto è un sestuplo, trentasei libbre di refe invece di sei. Ma ora le trentasei libbre di refe assorbono soltanto il tempo di lavoro che prima ne assorbivano sei: di lavoro nuovo viene loro aggiunto un sesto soltanto di quanto accadeva col vecchio metodo, e quindi soltanto un sesto del valore di prima. D'altra parte nel prodotto, nelle trentasei libbre di refe, c'è un valore sestuplo di cotone. Nelle sei ore di filatura viene conservato un valore di materia prima sei volte più grande che viene poi trasferito nel prodotto, benché allo stesso materiale venga aggiunto un neovalore sei volte minore. Questo mostra come la proprietà per la quale il lavoro conserva valori durante il medesimo e indivisibile processo sia essenzialmente distinta dalla proprietà per la quale crea valore. Quanto più tempo di lavoro necessario passa durante l'operazione della filatura nella stessa quantità di cotone, tanto maggiore é il neovalore che viene aggiunto al cotone, ma quante più libbre di cotone vengono filate nello stesso tempo di lavoro, tanto maggiore risulterà il valore vecchio che vien conservato nel prodotto. Supponiamo inversamente che la produttività del lavoro di filatura rimanga inalterata, che dunque il tessitore abbia ancora bisogno come prima della identica quantità di tempo per trasformare in refe una libbra di cotone; ma varii il valore di scambio del cotone, una libbra di cotone salga o scenda a sei volte il suo prezzo. In entrambi i casi il filatore continua ad aggiungere alla stessa quantità di cotone lo stesso tempo di lavoro di prima, cioè lo stesso valore, e in entrambi i casi produce in egual periodo di tempo egual quantità di refe. Tuttavia il valore ch'egli trasferisce dal cotone nel refe, cioè nel prodotto, é o diminuito di sei volte, o di sei volte aumentato. Altrettanto accade quando i mezzi di lavoro rincarano o scendono di prezzo, ma rendono sempre lo stesso servizio nel processo lavorativo. Se le condizioni tecniche del processo di filatura rimangono inalterate, e se analogamente non si ha nessuna variazione di valore dei suoi mezzi di produzione, il filatore continua ancora a


6. CAPITALE COSTANTE E CAPITALE VARIABILE 221

consumare come prima, in tempi di lavoro eguali, quantità eguali di materia prima e di macchine, di valori invariabili. Il valore che egli conserva nel prodotto sta allora in rapporto diretto al neovalore che aggiunge. In due settimane aggiunge il doppio di lavoro, quindi il doppio di valore che in una; e in insieme consuma il doppio di materiale del doppio valore e logora il doppio di macchine del doppio valore, quindi conserva nel prodotto di due settimane il doppio di valore che nel prodotto di una settimana. Date condizioni di produzione invariate, l'operaio conserva tanto più valore quanto più ne aggiunge; però non conserva più valore perché ne aggiunga di più, bensì perché l'aggiunge in condizioni invariate e indipendenti dal suo proprio lavoro. Naturalmente, si può dire, in senso relativo, che l'operaio conserva valori vecchi sempre nella stessa proporzione con cui aggiunge neovalore. Che il cotone salga da uno a due scellini o che cali a sei pence, egli conserva sempre nel prodotto d'un'ora solo la metà del valore di cotone, quali che ne siano le variazioni, di quanto ne conserva nel prodotto di due ore. Se inoltre varia la produttività del suo lavoro, che salga o che cali, l'operaio filerà in un'ora lavorativa più o meno cotone di prima, e analogamente conserverà più o meno valore di cotone nel prodotto d'un'ora lavorativa: ma ciò nonostante in due ore lavorative conserverà il doppio del valore che conserva in un'ora lavorativa. Il valore, astrazion fatta dalla sua rappresentazione puramente simbolica nei segni di valore, esiste soltanto in un valore d'uso, in una cosa. (L'uomo stesso, considerato come semplice presenza di forza lavorativa, è un oggetto naturale, una cosa, se anche cosa vivente e autocosciente, e il lavoro stesso è espressione in cose di quella forza). Quindi se va perduto il valore d'uso va perduto anche il valore. I mezzi di produzione non perdono il loro valore simultaneamente alla perdita del valore di uso, perché di fatto attraverso il processo lavorativo essi perdono la forma originaria del loro valore d'uso soltanto per raggiungere nel prodotto la forma d'un altro valore d'uso. Ma se per il valore è importante esistere in qualche valore d'uso, è altrettanto indifferente quale sia il valore d'uso nel quale esiste, come mostra la metamorfosi delle merci. Da ciò segue che nel processo lavorativo si ha trapasso di valore dal mezzo di produzione al prodotto solamente in quanto il mezzo di produzione perde assieme al suo valore d'uso indipendente anche il suo valore di scambio; esso dà al prodotto solo il valore che perde come mezzo di produzione.


222 III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

Ma sotto questo riguardo i fattori oggettivi del processo lavorativo si comportano in maniera differente. Il carbone col quale si riscalda la macchina scompare senza lasciar traccia, come pure l'olio col quale si unge l'asse della ruota, e così via. Il colore e altri materiali ausiliari scompaiono, ma si manifestano nelle qualità del prodotto. La materia prima costituisce la sostanza del prodotto, ma ha mutato la propria forma. Dunque, la materia prima e i materiali ausiliari perdono la forma indipendente con la quale sono entrati, come valori d'uso, nel processo lavorativo. Altrimenti per i mezzi di lavoro veri e propri. Un attrezzo, una macchina, l'edificio d'una fabbrica, un recipiente, ecc., servono nel processo lavorativo solo in quanto conservano la loro forma originaria, e domani tornano a entrare nel processo lavorativo proprio nella stessa forma che avevano ieri. E conservano la loro forma indipendente di fronte al prodotto così durante la loro vita, che è il processo lavorativo, come anche dopo la loro morte. I cadaveri delle macchine, degli attrezzi, degli edifici da lavoro, ecc., continuano ad esistere separati dai prodotti che avevano contribuito a produrre. Ora, se consideriamo l'intero periodo durante il quale un mezzo di lavoro del genere presta servizio, dal giorno del suo ingresso nell'officina fino al giorno del suo esilio nel deposito dei rifiuti, durante questo periodo il suo valore d'uso è stato consumato completamente dal lavoro, e quindi il suo valore di scambio é trapassato completamente nel prodotto. Per esempio, se una filatrice meccanica è vissuta dieci anni, il suo valore complessivo è trapassato durante il decennale processo lavorativo nel prodotto del decennio. Il periodo di vita d'un mezzo di produzione comprende dunque un numero grande o piccolo di processi lavorativi che si son continuamente tornati a ripetere con esso. E per i mezzi di lavoro succede come per gli uomini. Ogni uomo va morendo di ventiquattro ore al giorno. Ma a prima vista non si riconosce precisamente in nessun uomo di quanti giorni egli sia già avanzato verso la morte. Però questo non impedisce alle società d'assicurazione sulla vita di trarre dalla durata media della vita degli uomini conclusioni sicurissime, e, quel che è molto più, assai profittevoli. Altrettanto vale pei mezzi di lavoro. Si sa per esperienza quanto resiste in media un mezzo di lavoro, p. es. una macchina d'un certo tipo. Posto che il suo valore d'uso nel processo lavorativo duri soltanto sei giorni, essa perde in media un sesto del suo valore di uso ogni giornata lavorativa, e quindi cede un sesto del suo valore al prodotto giornaliero. A questo modo si


6. CAPITALE COSTANTE E CAPITALE VARIABILE 223

calcola il logoramento di tutti i mezzi di lavoro, quindi, la loro perdita p. es. giornaliera di valore d'uso, e la loro corrispondente cessione di valore al prodotto. Così é chiaro e lampante che un mezzo di lavoro non cede mai al prodotto più valore di quanto ne perda nel processo lavorativo attraverso la distruzione del proprio valore d'uso. Se non avesse valore da perdere, cioè se non fosse anche esso prodotto di lavoro umano, non cederebbe nessun valore al prodotto. Sarebbe servito a formare valore d'uso, senza servire a formare valore di scambio; questo dunque é il caso di tutti i mezzi di produzione dati in natura, senza intervento umano, terra, vento, acqua, ferro nel filone, legname nella foresta vergine, ecc. Qui incontriamo un altro fenomeno interessante. Sia una macchina p. es. del valore di mille sterline, e si logori in mille giorni. In questo caso un millesimo del valore della macchina passa giornalmente da questa al suo prodotto giornaliero. Contemporaneamente la macchina opera nel suo insieme, sia pure con vitalità decrescente, nel processo lavorativo. Si vede dunque che un fattore del processo lavorativo, un mezzo di produzione, entra completamente nel processo lavorativo, ma solo parzialmente nel processo di valorizzazione. La distinzione fra processo lavorativo e processo di valorizzazione si riflette qui sui loro fattori oggettivi, poiché lo stesso mezzo di produzione conta nello stesso processo di produzione per intero come elemento del processo lavorativo e solo parzialmente come elemento della formazione di valore(21). Ma viceversa un mezzo di produzione può entrare completamente nel processo di valorizzazione, benché passi solo parzialmente nel processo lavorativo. Si supponga che nella filatura del cotone per ogni centoquindici libbre se ne abbiano quindici di

[21] Qui non si tratta di riparazioni dei mezzi di lavoro, come macchine, edifizi, ecc. Una macchina in riparazione non funziona come mezzo di lavoro, ma come materiale di lavoro. Con essa non si fa lavoro, ma è essa che viene lavorata, per aggiustare il suo valore d'uso. Per il nostro scopo, questi lavori di riparazione si possono sempre pensare come inclusi nel lavoro richiesto per la produzione dei mezzi di lavoro. Nel testo si tratta del logoramento che non può esser curato da nessun dottore, e che porta a poco a poco alla morte, di "quella specie di logoramento che non può essere riparato ogni tanto, e che, nel caso di un coltello, lo ridurrebbe all'ultimo in quello stato che farebbe dire al coltellinaio: non merita una nuova lama". Abbiam visto nel testo che una macchina passa p. es. interamente in ogni singolo processo lavorativo, ma solo parzialmente nel contemporaneo processo di valorizzazione. Da questo punto di vista va giudicato il seguente ###scambio di concetti: "Il Ricardo parla della porzione di lavoro del meccanico nel fare macchine da calzettaio" come contenuta p. es. in alcune paia di calze. "Tuttavia il lavoro totale che ha prodotto ogni singolo paio di calze... include l'intero lavoro del meccanico, non una porzione di esso; perché una macchina ne fa molte paia, e nessuno di queste paia potrebbe essere stato fatto senza la minima parte della macchina" (Observations on certain verbal disputes in political economy, particularly relating to value and to demand and supply, Londra, 1821, p. 54). L'autore, un " wiseacre " [saccente] pieno di non comune sufficienza, ha ragione con la sua confusione e con la polemica che ne consegue solo perché né il Ricardo né nessun altro economista, prima o dopo di lui, ha distinto esattamente i due aspetti del lavoro, e quindi ha analizzato, meno che mai, la loro parte differente nella formazione del valore.


224 III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

cascame che non danno refe ma solo devil's dust(*). Eppure, se questo scarto del quindici per cento é normale, inseparabile dalla lavorazione media del cotone, il valore delle quindici libbre di cotone che non sono elemento del refe, affluisce nel valore del refe altrettanto delle cento libbre che ne costituiscono la sostanza. Il valore d'uso di quindici libbre di cotone deve andare in polvere per fare cento libbre di refe. Dunque la scomparsa di questo cotone é una condizione di produzione del refe, e appunto per questo esso cede il suo valore al refe. Questo vale per tutti gli escrementi del processo lavorativo, per lo meno nella misura che questi rifiuti non tornino a costituire nuovi mezzi di produzione e quindi nuovi valori di uso indipendenti. Così nelle grandi fabbriche di macchine a Manchester la sera si vedono mucchi di cascami di ferro andare su grandi carri dalla fabbrica alla fonderia, come trucioli piallati da macchine gigantesche, che ritorneranno il giorno dopo dalla fonderia alla fabbrica come ferro massiccio. I mezzi di produzione trasferiscono valore nella nuova forma del prodotto solo in quanto durante il processo lavorativo perdono valore nella forma dei loro vecchi valori d'uso. Il massimo di perdita di valore che essi possono tollerare nel processo lavorativo é evidentemente limitato dalla grandezza di valore iniziale con la quale sono entrati nel processo lavorativo, ossia dal tempo di lavoro richiesto per la loro propria produzione. Dunque i mezzi di produzione non possono mai aggiungere al prodotto più valore di quanto ne posseggano indipendentemente dal processo lavorativo al quale servono. Per quanto utile possa essere un materiale da lavoro, una macchina, un mezzo di produzione: se costa centocinquanta sterline, dicansi cinquecento giornate lavorative, esso non aggiungerà mai più di centocin-

[*] Polvere lanosa.


6. CAPITALE COSTANTE E CAPITALE VARIABILE 225

quanta sterline al prodotto complessivo alla cui formazione esso serve. Il suo valore é determinato non mediante il processo lavorativo, nel quale trapassa come mezzo di produzione, ma dal processo lavorativo dal quale proviene come prodotto. Nel processo lavorativo esso serve soltanto come valore d'uso, come cosa con proprietà utili, e quindi non darebbe nessun valore al prodotto, se non avesse posseduto valore prima della sua immissione nel processo (22). Mentre il lavoro produttivo cambia mezzi di produzione in elementi costitutivi di un nuovo prodotto, il loro valore subisce una metempsicosi: trasmigra dal corpo consumato nel corpo di nuova formazione. Ma questa metempsicosi avviene, per così dire, alle spalle del lavoro reale. L'operaio non può aggiungere nuovo lavoro, dunque non può creare nuovo valore, senza conservare valori vecchi, poiché deve aggiungere il lavoro sempre in forma utile determinata, e non lo può aggiungere in forma utile senza fare dei prodotti mezzi di produzione di un nuovo prodotto, trasferendo così il loro valore nel nuovo prodotto. Dunque, conservare valore aggiungendo valore é una dote di natura della forza-lavoro in atto, del lavoro vivente; dote di natura che non costa niente all'operaio ma frutta molto al capitalista:

[22] Si capisce quindi l'assurdità dell'insipido J. B. Say, che vuol dedurre il plusvalore (interesse, profitto, rendita), dai " services productifs " forniti nel processo lavorativo dai mezzi di produzione terra, strumenti, cuoio, ecc. mediante i loro valori d'uso. I1 sig. Wilhelm Roscher, che tralascia solo a malincuore di registrare nero su bianco idee apologetiche ammodino, esclama: "Giustissima l'osservazione di J. B. SAY, Traité, vol. I, cap. 4: "il valore prodotto da un frantoio, detratti tutti i costi, è insomma qualcosa di nuovo, essenzialmente differente dal lavoro col quale é stato costruito il frantoio stesso" (Die Grundlagen der Nationaloekonomie, 3. ed., 1858, p. 82, nota). Giustissimo! L'"olio" prodotto dal frantoio é qualcosa di assai differente dal lavoro che è costata la costruzione del frantoio. E per "valore" il sig. Roscher intende una cosa come "olio", poiché 1` "olio" ha valore, "in natura" però si trova petrolio, anche se relativamente "non molto", al che mira probabilmente anche la sua altra osservazione: "Essa (la natura!) non produce quasi per niente valori di scambio" [p. 79]. La natura roscheriana col suo valore di scambio assomiglia a quella vergine folle col suo bambino che era però "si petit". Lo stesso "dotto" ("savant sérieux") osserva ancora, nell'occasione sopraccitata: "La scuola del Ricardo suole sussumere anche il capitale sotto il concetto del lavoro, come "lavoro economizzato". Ciò é inabile(!) perché(!) insomma (!) il possessore del capitale(!) ha pure(!) fatto più(!) della semplice(?!) produzione(?) e(??) conservazione dello stesso (di quale stesso?): appunto (?!?) l'astinenza dal proprio godimento, in cambio di che egli p. es.(!!!) esige un interesse" (ivi). Com'é " abile "! questo " metodo automatico-fisiologico " dell'economia politica, che pure sviluppa da un semplice " esigere " per l'appunto " valore "!


226 III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

gli frutta la conservazione del valore esistente di capitale(22a). Finchè gli affari van bene, il capitalista é troppo sprofondato nel far plusvalore per vedere questo dono gratuito del lavoro. Ma le interruzioni violente del processo lavorativo, le crisi, glielo fanno notare in maniera tangibile(23) . Quel che si logora, in genere, nei mezzi di produzione é il loro valore di uso, consumando il quale il lavoro crea prodotti. Di fatto, il loro valore non viene consumato(24) , e quindi non può neppure esser riprodotto: viene conservato, ma non perché nel processo lavorativo si compia un'operazione con esso, ma perché il valore d'uso nel quale esso inizialmente esiste, scompare, certo, ma scompare in un altro valore d'uso. Il valore dei mezzi di produzione torna quindi a presentarsi nel valore del prodotto, ma, parlando con esattezza, non viene riprodotto. Quel che viene prodotto, é il nuovo valore d'uso, nel quale si ripresenta il vecchio valore di scambio(25) .

[22a] "Fra tutti gli strumenti dell'attività agricola, il lavoro dell'uomo… é quello sul quale l'agricoltore deve contare di più per la reintegrazione del suo capitale. Gli altri due, - l'insieme del bestiame da lavoro e... i carri, gli aratri, le vanghe, ecc. - non sono proprio niente senza una data porzione del primo " (EDMUND BURKE, Thoughts and details on scarcity, originally presented to the Rt. Hon. W. Pitt in the ntonth of November 1795, ediz. Londra, 1800, p. 10).
[23] Nel Times del 26 nov. 1862 un fabbricante la cui filanda occupa ottocento operai e consuma in media centocinquanta balle di cotone dell'India orientale ossia circa centotrenta balle di cotone americano alla settimana, si lamenta davanti al pubblico dei costi annuali della sospensione del lavoro nella sua fabbrica, e li valuta a seimila sterline. Fra queste spese ci sono molte voci che qui non c'interessano, come rendita fondiaria, imposte, premi di assicurazione, stipendi dei lavoratori ingaggiati annualmente, manager, ragioniere, ingegnere, ecc. Ma poi calcola centocinquanta sterline di carbone, per riscaldare di tanto in tanto la fabbrica e per mettere in movimento ogni tanto la macchina a vapore, e inoltre i salari per gli operai che con lavoro occasionale mantengono "in corso" le macchine. Infine, calcola milleduecento sterline per il deterioramento di queste ultime, poiché: "il tempo e il principio naturale del deterioramento non sospendono la loro attività per il fatto che la macchina a vapore cessa di girare". Egli rileva espressamente che questa somma di milleduecento sterline è tenuta così bassa perché le macchine sono già in stato di avanzato logoramento.
[24] "Consumo produttivo: dove il consumo di una merce è parte del processo di produzione.... In questi casi non c'è consumo di valore " (S. P. NEWMAN, Elements of political economy, p. 296).
[25] In un compendio nord-americano, che ha avuto forse venti edizioni. si legge: "Non importa in qual forma il capitale riappaia". Dopo una prolissa enumerazione di tutti i possibili ingredienti della produzione il cui valore riappare nel prodotto, si dichiara a mo' di conclusione: "Le varie specie di cibo, vestiario ed alloggio necessarie per l'esistenza e il comodo dell'es-(###)sere umano, cambiano anch'esse. Esse sono consumate di tempo in tempo e il loro valore riappare nel nuovo vigore conferito al corpo e alla mente dell'uomo, formando nuovo capitale, che viene riadoperato nel processo di produzione" (F. WAYLAND, Elements of political economy, pp. 31, 32). Astrazìon fatta da tutte le altre stravaganze, non é p. es. il prezzo del pane che riappare nella forma rinnovata, ma le sue sostanze ematopoietiche. Invece quel che riappare come valore della forza non sono i mezzi di sussistenza, ma il loro valore. Gli identici mezzi di sussistenza, se costano solo la metà, producono altrettanto di muscoli, ossa, ecc., in breve, la stessa forza, ma non forza dello stesso valore. Questa conversione di " valore " in " forza " e tutta la farisaica indeterminatezza nascondono il tentativo, del resto vano, di estorcere un plusvalore dal puro e semplice ripresentarsi di valori anticipati.


6. CAPITALE COSTANTE E CAPITALE VARIABILE 227

Altrimenti van le cose per il fattore soggettivo del processo del lavoro, cioè per la forza-lavoro. Mentre il lavoro, mediante la sua forma idonea al fine, trasferisce e conserva nel prodotto il valore dei mezzi di produzione, ogni momento del moto del lavoro crea valore aggiuntivo, neovalore. Poniamo che il processo di produzione si interrompa al punto nel quale l'operaio ha prodotto l'equivalente per il valore della propria forza-lavoro, p. es. al punto nel quale l'operaio ha aggiunto, con un lavoro di sei ore, un valore di tre scellini. Questo valore costituisce l'eccedenza del valore del prodotto sulle sue parti costitutive dovute al valore dei mezzi di produzione. È l'unico valore originale che sia nato entro questo processo, la unica parte di valore del prodotto che sia prodotta mediante il processo stesso. Certo, reintegra soltanto il denaro anticipato dal capitalista per la compera della forza-lavoro, speso poi dall'operaio stesso in mezzi di sussistenza. In riferimento ai tre scellini spesi, il neovalore di essi appare solo come riproduzione: ma esso è riprodotto realmente, non solo apparentemente, come il valore dei mezzi di produzione. La reintegrazione di un valore mediante un altro qui è mediata da una nuova creazione di valore. Tuttavia sappiamo già che il processo lavorativo continua a durare oltre il punto nel quale sarebbe riprodotto e aggiunto all'oggetto del lavoro solo un puro e semplice equivalente del valore della forza-lavoro. Invece delle sei ore a ciò sufficienti il processo dura p. es. dodici ore. Dunque con la messa in atto della forza-lavoro non viene riprodotto solo il suo proprio valore ma viene anche prodotto un valore eccedente. Questo plusvalore costituisce l'eccedenza del valore del prodotto sul valore dei fattori del prodotto consumati, cioè dei mezzi di produzione e della forza-lavoro. Con l'esposizione delle parti differenti avute dai differenti


228 III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

fattori del processo lavorativo nella formazione del valore del prodotto abbiamo di fatto caratterizzato le funzioni delle differenti componenti del capitale nel suo proprio processo di valorizzazione. L'eccedenza del valore complessivo del prodotto sulla somma dei valori dei suoi elementi costitutivi è l'eccedenza del capitale valorizzato sul valore del capitale inizialmente anticipato. I mezzi di produzione da una parte, la forza-lavoro dall'altra, sono solo le differenti forme d'esistenza assunte dal valore iniziale del capitale quando s'è svestito della sua forma di denaro e s'è trasformato nei fattori del processo lavorativo. Dunque la parte del capitale che si converte in mezzi di produzione, cioè in materia prima, materiali ausiliari e mezzi di lavoro, non cambia la propria grandezza di valore nel processo di produzione. Quindi la chiamo parte costante del capitale, o, in breve, capitale costante. Invece la parte del capitale convertita in forza-lavoro cambia il proprio valore nel processo di produzione. Riproduce il proprio equivalente e inoltre produce un'eccedenza, il plusvalore, che a sua volta può variare, può essere più grande o più piccolo. Questa parte del capitale si trasforma continuamente da grandezza costante in grandezza variabile. Quindi la chiamo parte variabile del capitale, o in breve: capitale variabile. Le medesime parti costitutive del capitale che dal punto di vista del processo lavorativo si distinguono come fattori oggettivi e fattori soggettivi, mezzi di produzione e forza-lavoro, dal punto di vista del processo di valorizzazione si distinguono come capitale costante e capitale variabile. Il concetto del capitale costante non esclude affatto una rivoluzione nei valori delle sue componenti. Supponiamo che la libbra di cotone oggi costi sei pence, e domani, essendo venuto a mancare il raccolto del cotone, salga a uno scellino. Il vecchio cotone, che continua ad essere lavorato, è comprato al valore di sei pence, ma ora aggiunge al prodotto una frazione di valore d'uno scellino. E il cotone già filato, forse già circolante sul mercato come refe, aggiunge anch'esso al prodotto il doppio del suo valore originario. Tuttavia è chiaro che queste variazioni di valore sono indipendenti dalla valorizzazione del cotone entro il processo della filatura propriamente detto. Se il vecchio cotone non fosse ancora entrato affatto nel processo lavorativo, ora potrebbe essere rivenduto a uno scellino invece che a sei pence. Viceversa: questo risultato tanto più è certo quanti meno processi lavorativi ha percorso il cotone. E' quindi legge della speculazione,


6. CAPITALE COSTANTE E CAPITALE VARIABILE 229

in tali rivoluzioni dei valori, speculare sulle materie prime nella loro forma meno lavorata, cioè piuttosto sul refe che sul tessuto e piuttosto sul cotone stesso che sul refe. In questi casi, il cambiamento di valore sorge nel processo che produce cotone, non nel processo nel quale il cotone funziona da mezzo di produzione, e quindi come capitale costante. Il valore di una merce è certo determinato dalla quantità del lavoro in essa contenuto, ma tale quantità è a sua volta determinata socialmente. Se è cambiato il tempo di lavoro richiesto socialmente per la produzione di quella data quantità - e nei raccolti sfavorevoli la stessa quantità di cotone, p. es., rappresenta una quantità di lavoro maggiore che non nei raccolti favorevoli - si ha una reazione sulla vecchia merce che vale sempre e soltanto come unico esemplare della propria specie(26) , il cui valore viene misurato sempre per mezzo del lavoro socialmente necessario, cioè necessario sempre, anche nelle condizioni sociali presenti. Come il valore del materiale grezzo, può cambiare il valore dei mezzi di lavoro che già sono in servizio nel processo produttivo, delle macchine, ecc., e con essi la porzione di valore che cedono al prodotto. P. es., se in seguito ad una nuova invenzione una macchina dello stesso tipo può essere riprodotta con diminuito dispendio di lavoro, la macchina vecchia si svalorizza più o meno, e quindi trasmette corrispondentemente meno valore al prodotto. Ma anche qui il cambiamento di valore ha origine al di fuori del processo di produzione, dove la macchina funziona come mezzo di produzione. In quel processo essa non cede mai più valore di quanto ne possegga indipendentemente da esso. Allo stesso modo che una variazione nel valore dei mezzi di produzione, pur se reagisce su di essi anche dopo che già sono stati immessi nel processo, non altera il loro carattere di capitale costante, così neppure una variazione nella proporzione fra capitale costante e capitale variabile influisce sulla loro distinzione funzionale. Le condizioni tecniche del processo lavorativo possono p. es. essere trasformate in modo che dove una volta dieci operai lavoravano con dieci attrezzi di scarso valore una massa di materia prima relativamente piccola, ora un operaio lavori un materiale cento volte maggiore, con una macchina più cara. In questo caso il capitale costante, cioè la massa di valore dei mezzi di produzione adoperati, sarebbe cresciuta di molto,

[26] "Tutti i prodotti di una stessa specie formano veramente una sola massa, il cui prezzo viene determinato in generale e senza riguardo alle circostanze particolari" (LE TROSNE, De l'intérét social, p. 893).


230 III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

e la parte variabile del capitale, cioè quella anticipata in forza-lavoro, sarebbe di molto diminuita. Eppure questa variazione cambia soltanto il rapporto di grandezza fra capitale costante e capitale variabile, ossia le proporzioni dello scindersi del capitale complessivo in componenti costanti e variabili, ma non intacca la distinzione fra costante e variabile.

 

 

 

 



 

 

 

Settimo capitolo

IL SAGGIO DEL PLUSVALORE



1. Il grado di sfruttamento della forza-lavoro.

Il plusvalore generato nel processo di produzione dal capitale anticipato C, cioè la valorizzazione del valore di capitale C anticipato, si presenta in un primo momento come eccedenza del valore del prodotto sulla somma dei valori degli elementi della sua produzione.
Il capitale C si scinde in due parti, una somma di denaro è spesa per mezzi di produzione, e un'altra somma di denaro è spesa per forza-lavoro; c rappresenta la parte di valore trasformata in capitale costante, v quella trasformata in capitale variabile*. Dunque all'inizio si ha C=c+v, p. es. il capitale anticipato di cinquecento sterline é eguale a 410 sterline (c) più 90 sterline (v). Alla fine del processo di produzione risulta merce il cui valore é eguale a (c+v)+p dove p é il plusvalore, p. es. (410 sterline (c)+90 sterline (v)) + 90 sterline (p). Il capitale iniziale C si é trasformato in C', da cinquecento sterline ne sono venute cinquecentonovanta. La differenza fra i due é eguale a p, un plusvalore di novanta. Poiché il valore degli elementi della produzione é eguale al valore del capitale anticipato, é in realtà una tautologia dire che l'eccedenza del valore del prodotto sul valore degli elementi della sua produzione é eguale alla valorizzazione del capitale anticipato ossia eguale al plusvalore prodotto.
Intanto, questa tautologia esige una definizione più esatta. Quel che vien comparato col valore del prodotto é il valore degli elementi di produzione consumati nella formazione del valore del prodotto stesso. Ma noi abbiamo veduto invece che la parte del

*. Le formule seguenti vengono date (sull'esempio dell'ed. I.M.E.L.) secondo la trascrizione usata da Engels per l'edizione inglese, più vicina all'uso contemporaneo a noi, che non quella originale (usata anche nell'ed. Roy, e mantenuta nella nuova edizione di questa delle Editions Sociales).


232 III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

capitale costante impiegato consistente di mezzi di lavoro cede al prodotto solo una porzione del suo valore mentre l'altra porzione continua a esistere nella vecchia forma. Qui dobbiamo astrarre da questa seconda porzione, perché essa non rappresenta nessuna parte nella formazione del valore: introdurla nel calcolo non cambierebbe niente. Poniamo che c=410 sterline consista di materia prima per 312 sterline, di materie ausiliarie per 44 sterline, di macchine logorantisi nel processo per 54 sterline, ma che il valore delle macchine realmente adoperate ammonti a Lst. 1054. Noi calcoliamo come anticipato per la generazione del valore del prodotto soltanto il valore di 54 sterline, perduto dalle macchine attraverso il loro funzionamento e quindi ceduto al prodotto. Se avessimo calcolato anche le mille sterline che continuano a esistere nella loro vecchia forma come macchina a vapore, ecc., dovremmo calcolarle anche da tutte e due le parti, dalla parte del valore anticipato e dalla parte del valore del prodotto26a: così avremmo rispettivamente 1500 sterline e 1590 sterline. La differenza ossia il plusvalore sarebbe sempre di novanta sterline, come prima. Quindi per capitale costante anticipato per la produzione del valore intendiamo sempre e soltanto, quando dal nesso non risulti evidente il contrario, il valore dei mezzi di produzione consumati nella produzione.
Con questo presupposto torniamo alla formula C=c+v, che si trasforma in C'=(c+v)+p, e che perciò trasforma C in C'. Sappiamo che il valore del capitale costante non fa che ripresentarsi nel prodotto. Il prodotto in valore realmente creato ex novo nel processo é dunque differente dal valore del prodotto conservato nel processo; quindi non si ha, come appare a prima vista, (c + v) + p, ossia (410 sterline (c) + 90 sterline (v)) + 90 sterline (p), ma: v + p; ossia Lst. 90 + Lst. 90, non 590 sterline, ma Lst. 180. Se c, il capitale costante, fosse eguale a zero, se, in altre parole, ci fossero branche dell'industria nelle quali il capitalista non avesse da adoperare né mezzi di produzione prodotti, né materia prima, né materiali ausiliari, né strumenti di lavoro, ma soltanto materiali presenti in natura e forza-lavoro, allora non ci sarebbe da trasferire nel prodotto nessuna parte costante di valore. Questo elemento del valore del prodotto, nel nostro

26a «Se computiamo come parte degli anticipi il valore del capitale fisso impiegato, dobbiamo computare il valore di tale capitale che rimane alla fine dell'anno come parte dell'entrata annua» (MALTHUS, Principles of political economy, 2. ed., Londra, 1836, p. 269).


7. IL SAGGIO DEL PLUSVALORE 233

esempio le quattrocentodieci sterline, cadrebbe; ma il prodotto di valore di centottanta sterline, che contiene novanta sterline di plusvalore, rimarrebbe proprio della stessa grandezza che se c rappresentasse la massima somma di valore. Avremmo: C=(O+v)=v, e C', il capitale valorizzato, =v+p: essendo C'-C =p, come prima. Se viceversa si avesse p=0, se, in altre parole, la forza-lavoro il cui valore viene anticipato in capitale variabile, avesse prodotto soltanto un equivalente, si avrebbe quindi: C=c+v, e poi: C' (il valore del prodotto)=(c+v)+O, quindi: C=C'. 11 capitale anticipato non si sarebbe valorizzato.
Di fatto, già sappiamo che il plusvalore è semplicemente conseguenza del cambiamento di valore che avviene in v, nella parte di capitale convertita in forza-lavoro, che quindi si ha: v+p=v+DELTAv (v più incremento di v). Ma il reale cambiamento di valore e il rapporto secondo il quale il valore cambia, vengono oscurati per il fatto che in conseguenza della crescita della sua componente variabile, cresce anche il capitale complessivo anticipato. Era di cinquecento e diventa di cinquecentonovanta. Dunque la pura e semplice analisi del processo esige che si astragga completamente da quella parte del valore del prodotto nella quale non fa che riapparire valore costante del capitale, cioè esige che si ponga il capitale costante C come eguale a zero, applicando così una legge matematica per il caso di operazioni con grandezze costanti e variabili, quando la grandezza costante sia collegata alla variabile solo da addizione o sottrazione.
Un'altra difficoltà sorge dalla forma iniziale del capitale variabile. Così nell'esempio soprariportato, si ha che C' é eguale a quattrocentodieci sterline di capitale costante più novanta sterline di capitale variabile, più novanta sterline di plusvalore. Ma novanta sterline sono una grandezza data, cioè costante, e quindi sembra spropositato trattarle come grandezza variabile. Ma qui Lst. 90 (v), cioè novanta sterline di capitale variabile, sono in realtà soltanto un simbolo del processo percorso da questo valore. La parte di capitale anticipata nella compera della forza-lavoro è una quantità determinata di lavoro oggettivato, quindi una grandezza di valore costante, come il valore della forza-lavoro comperata. Ma nel processo di produzione proprio alle novanta sterline anticipate subentra la forza-lavoro attuantesi, al lavoro morto subentra lavoro vivente, a una grandezza statica subentra una grandezza in movimento, al posto d'una costante subentra una variabile. Il risultato é: la riproduzione di v, più


234     III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

incremento di v. Dal punto di vista della produzione capitalistica tutto questo ciclo è automatismo del valore convertito in forza-lavoro, che era inizialmente costante. A suo credito si iscrive il processo e il risultato di esso. Se quindi la formulazione « novanta sterline di capitale variabile, ossia, di valore che si valorizza » appare contraddittoria, fatto sta ch'essa non fa che riprodurre una delle contraddizioni immanenti alla produzione capitalistica.
A prima vista, l'equazione : capitale costante = zero, riesce sconcertante. Eppure, la si compie costantemente nella vita quotidiana. Se p. es. qualcuno vuol calcolare il guadagno dell'Inghilterra nell'industria cotoniera, per prima cosa sottrae il prezzo del cotone pagato agli Stati Uniti, all'India, all'Egitto, ecc.; cioè pone eguale a zero il valore di capitale che non fa che ripresentarsi nel valore di prodotto.
Certamente, il rapporto del plusvalore, non solo con la parte del capitale dalla quale sgorga direttamente e della quale rappresenta il cambiamento di valore, ma anche con il capitale complessivo anticipato, ha la sua grande importanza economica. Quindi tratteremo estesamente questo problema nel terzo libro. Per valorizzare una parte del capitale mediante la sua conversione in forza-lavoro, un'altra parte del capitale dev'essere trasformata in mezzi di lavoro. Affinché il capitale variabile funzioni, dev'essere anticipato capitale costante, in proporzioni corrispondenti, a seconda del carattere tecnico determinato del processo lavorativo. Tuttavia la circostanza che per un processo chimico s'adoperino ritorte ed altri recipienti, non impedisce che nella analisi si faccia astrazione dalla ritorta stessa. In quanto la creazione di valore e il cambiamento di valore vengono considerati per se stessi, cioè, allo stato puro, i mezzi di produzione, figure materiali del capitale costante, forniscono solo il materiale per fissare la forza fluida che forma il valore. E quindi anche la natura di questo materiale è indifferente, cotone o ferro che sia. Anche il valore di questo materiale é indifferente. L'unica cosa che deve fare è d'esser a disposizione in una massa sufficiente per potere assorbire la quantità di lavoro da spendersi durante il processo di produzione. Data questa massa, il suo valore può salire o diminuire, oppure può essere senza valore, come il mare o la terra: il processo della creazione di valore e del cambiamento di valore non ne viene intaccato27.

27. Nota alla seconda edizione. E evidente che «nihil creari posse de nihilo», come dice Lucrezio [Lucrezio, De rerum natura, I, 149, 205;### II, [287]. Dal nulla non vien nulla. «Creazione di valore » è conversione di forza-lavoro in lavoro. Da parte sua, la forza-lavoro è soprattutto materiale naturale convertito in organismo umano.


7. IL SAGGIO DEL PLUSVALORE 235

In primo luogo dunque poniamo che la parte di capitale costante sia eguale a zero. Dunque il capitale anticipato si ridurrà da c+v a v, e il valore del prodotto (c+v)+p si ridurrà al prodotto del valore (v + p). Dato che il prodotto del valore sia eguale a centottanta sterline, nel che è rappresentato il lavoro che scorre per tutta la durata del processo di produzione, dobbiamo detrarre il valore del capitale variabile, che è eguale a novanta sterline, per ottenere il plusvalore, novanta sterline. La cifra di novanta sterline, cioè p, esprime qui la grandezza assoluta del plusvalore prodotto. Ma la sua grandezza proporzionale, cioè il rapporto di valorizzazione del capitale variabile, è evidentemente determinato dal rapporto del plusvalore col capitale variabile, ossia é espresso dalla formula P/V. Dunque, nell'esempio fatto sopra sarebbe: 90/90 = 100 %. Chiamo saggio del plusvalore questa valorizzazione relativa del capitale variabile, cioè la grandezza relativa del plusvalore28.
Abbiamo visto che l'operaio durante una sezione del processo lavorativo produce solo il valore della propria forza-lavoro, cioè il valore dei mezzi di sussistenza che gli sono necessari. Poiché egli produce in una situazione che poggia sulla divisione sociale del lavoro, non produce direttamente i propri mezzi di sussistenza, ma li produce nella forma di una merce particolare, il refe, p. es., cioè un valore eguale al valore dei suoi mezzi di sussistenza, ossia eguale al denaro col quale li compera. La parte della sua giornata lavorativa ch'egli consuma a questo scopo è maggiore o minore di volta in volta a seconda del valore della media quotidiana dei mezzi di sussistenza che gli sono necessari, dunque a seconda del tempo di lavoro medio richiesto per la loro produzione. Se il valore dei mezzi di sussistenza quotidiani dell'operaio rappresenta in media sei ore lavorative oggettivate, l'operaio deve lavorare in media sei ore al giorno per poterlo produrre. Se egli non lavorasse per il capitalista, ma per se stesso, indipendente, l'operaio dovrebbe sempre, eguali rima-

28. Nello stesso senso degli inglesi quando usano rate of profit, rate of interest, ecc. Dal terzo libro si vedrà che il saggio del profitto è facile da capire, quando si conoscono le leggi del plusvalore. Facendo la strada all'inverso non si capisce ni l'un ni l'autre.


236     III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

nendo le altre circostanze, lavorare in media ancora per la stessa parte aliquota della giornata, per produrre il valore della propria forza-lavoro, e con ciò ottenere i mezzi di sussistenza necessari per il proprio mantenimento cioè per la propria continua riproduzione. Ma poiché nella parte della giornata lavorativa, nella quale produce il valore giornaliero della forza-lavoro, dicansi tre scellini, l'operaio produce soltanto un equivalente del valore della forza-lavoro, già pagato dal capitalista28a; e dunque col valore di nuova creazione non fa che reintegrare il valore variabile di capitale anticipato, quella produzione di valore si presenta come pura e semplice riproduzione. Chiamo dunque tempo di lavoro necessario la parte della giornata lavorativa nella quale si svolge questa riproduzione, e chiamo lavoro necessario il lavoro speso durante di essa29. Necessario per l'operaio, perché indipendente dalla forma sociale del suo lavoro. Necessario per il capitale e per il mondo del capitale, perché la loro base è l'esistenza costante dell'operaio.
Il secondo periodo del processo lavorativo, nel quale l'operaio sgobba oltre i limiti del lavoro necessario, gli costa certo lavoro, dispendio di forza-lavoro, ma per lui non crea nessun valore. Esso crea plusvalore, che sorride al capitalista con tutto il fascino d'una creazione dal nulla. Chiamo tempo di lavoro soverchio questa parte della giornata lavorativa, e pluslavoro (surplus labour) il lavoro speso in esso. Per conoscere il plusvalore è altrettanto decisivo intenderlo come puro e semplice coagulo di tempo di lavoro soverchio, come pluslavoro semplicemente oggettivato, quanto è decisivo, per conoscere il valore in generale, intenderlo come puro e semplice coagulo di tempo di lavoro, come semplice lavoro oggettivato. Solo la forma per spremere al produttore immediato, al lavoratore, questo pluslavoro, di-

28a. Nota alla terza edizione. L'autore usa qui il linguaggio corrente fra gli economisti. Il lettore ricorderà che a p. 191 è stato dimostrato come in realtà non sia il capitalista ad « anticipar » denaro all'operaio, ma l'operaio al capitalista. F. E.
29. In quest'opera abbiamo finora adoperato il termine «lavoro necessario» per indicare il tempo di lavoro necessario socialmente alla produzione d'una merce in genere. D'ora in poi lo usiamo anche per il tempo di lavoro necessario alla produzione della merce specifica: forza-lavoro. L'uso degli stessi termini tecnici in senso diverso provoca inconvenienti, ma non si può evitare completamente in nessuna scienza. Si pensi p. es. alle matematiche superiori e a quelle inferiori.


7. IL SAGGIO DEL PLUSVALORE 237

stingue le formazioni economiche della società; p. es., la società della schiavitù da quella del lavoro salariato30.
Poiché il valore del capitale variabile è eguale al valore della forza-lavoro da esso acquistata, poiché il valore di questa forza-lavoro determina la parte necessaria della giornata lavorativa, e il plusvalore è determinato a sua volta dalla parte eccedente della giornata lavorativa, ne segue che il plusvalore sta al capitale variabile nello stesso rapporto che il pluslavoro sta al lavoro necessario; cioè il saggio del plusvalore è:

 

p

   

pluslavoro

---

=

------------------

v

   

pluslavoro

 

I due rapporti esprimono la stessa relazione in forma differente, l'uno nella forma del lavoro oggettivato, l'altro nella forma del lavoro in movimento.
Quindi, il saggio del plusvalore è l'espressione esatta del grado di sfruttamento della forza-lavoro da parte del capitale, cioè dell'operaio da parte del capitalista30a.
Secondo la nostra ipotesi il valore del prodotto era eguale a (410 sterline (c)+90 sterline (v»+ 90 sterline (p), il capitale anticipato era eguale a Lst. 500. Poiché il plusvalore é eguale a novanta e il capitale anticipato a cinquecento, secondo il modo usuale di calcolare si avrebbe il saggio del plusvalore, (che si suol confondere con il saggio del profitto) eguale al diciotto per

30. Il signor Guglielmo Tucidide Roscher scopre, con una genialità veramente degna di Gottsched, che al giorno d'oggi la formazione di plusvalore o plusprodotto con l'accumulazione a ciò connessa è dovuta alla «parsimonia» del capitalista, il quale «esige in cambio, p. es., un interesse», mentre « nei gradi più bassi della civiltà... i più deboli sono stati costretti alla parsimonia dai più forti» (Die Grundlagen cit., p. 78). A risparmiare lavoro? O a risparmiare prodotti superflui non esistenti? Quel che costringe un Roscher e i suoi consorti e storcere le ragioni più o meno plausibili di giustificazione del capitalista per la sua appropriazione di plusvalori esistenti, per farle diventare ragioni del sorgere del plusvalore è, oltre una reale ignoranza, il timore apologetico di una analisi coscienziosa del valore e del plusvalore, e di un risultato forse reprensibile e non grato in alto loco.
30a. Nota alla seconda edizione. Il saggio del plusvalore, sebbene espressione esatta del grado di sfruttamento della forza-lavoro, non è l'espressione della entità assoluta dello sfruttamento. P. es. se il lavoro necessario è eguale a cinque ore e il pluslavoro è eguale a cinque ore, il grado di sfruttamento è del cento per cento. Qui l'entità dello sfruttamento è misurata da cinque ore. Se invece il lavoro necessario è eguale a sei ore e il pluslavoro a sei ore, il grado di sfruttamento del cento per cento rimane immutato, mentre l'entità dello sfruttamento cresce del venti per cento, da cinque a sei ore.


238   III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

cento, percentuale così bassa che commuoverebbe certo il signor Carey e altri armonisti. Di fatto però il saggio del plusvalore non é eguale a P/C cioè a P/(c+v)„ ma a P/v, dunque non a 90/500, ma a 90/90, cioè al 100%, più del quintuplo del grado apparente di sfruttamento. Ora, benché noi non conosciamo nel caso dato la grandezza assoluta della giornata lavorativa, e neppure la periodicità del processo lavorativo (giorno, settimana, ecc.) e infine neppure il numero degli operai messi in moto contemporaneamente dal capitale variabile di novanta sterline, tuttavia il saggio del plusvalore p/v, per la sua convertibilità in

 

pluslavoro

------------------

lavoro necessario

 

ci mostra con esattezza il rapporto reciproco delle due parti costitutive della giornata lavorativa: é il 100%. Dunque l'operaio ha lavorato metà della giornata per sé e metà per il capitalista.
Quindi il metodo per calcolare il saggio del plusvalore é in breve il seguente: prendiamo il valore intero del prodotto e poniamo eguale a zero il valore costante del capitale, il quale non fa altro che ripresentarsi nel valore del prodotto. La residua somma di valore é l'unico prodotto in valore realmente generato nel processo di formazione della merce. Se il plusvalore é dato, lo sottraiamo da questo prodotto di valore per trovare il capitale variabile. Viceversa, quando é dato il capitale variabile, e noi cerchiamo il plusvalore. Quando sian dati l'uno e l'altro, c'è da compiere soltanto l'operazione conclusiva, cioè da calcolare il rapporto fra il plusvalore e il capitale variabile, P/v.
Per quanto il metodo sia semplice, sembra tuttavia opportuno esercitare il lettore con alcuni esempi sul modo di concepire le cose che ne costituisce la base, e che non gli é abituale.
Facciamo in primo luogo l'esempio di una filanda da diecimila fusi meccanici del tipo mule, che fila refe del n. 32 con cotone americano e produce una libbra di refe per settimana e per fuso. Il cascame é del sei per cento. Dunque vengono lavorate alla settimana diecimila e seicento libbre di cotone, che danno diecimila libbre di refe e seicento di cascame. Nell'aprile del 1871 questo cotone costa sette pence e tre quarti alla libbra, dunque, 342 sterline tonde per 10.600 libbre. 1 10.000 fusi, in-


7. IL SAGGIO DEL PLUSVALORE 239

cluse le macchine per la prima filatura e la motrice a vapore, costano una sterlina al fuso, cioè 10.000 sterline. Il loro logoramento ammonta al 10%; cioè a 1000 sterline, eguali a 20 sterline settimanali. L'affitto dell'edificio della filanda è di 300 sterline, cioè di sei sterline alla settimana. Di carbone (4 libbre all'ora e a cavallo vapore, per cento cavalli vapore (dati dall'indicatore) e per 60 ore alla settimana compreso il riscaldamento dell'edificio) se ne consumano 11 tonnellate alla settimana, che a 8 scellini e 6 pence la tonnellata costano 4 sterline e mezza alla settimana; il gas costa una sterlina alla settimana, l'olio 4 sterline e mezza alla settimana, dunque i materiali ausiliari costano 10 sterline alla settimana. Quindi la parte costante del valore di Lst. 378 alla settimana. Il salario degli operai ammonta a 52 sterline alla settimana. Il prezzo del refe è di 12 pence e un quarto alla libbra; cioè 10.000 libbre danno 510 sterline; il plusvalore è 510 430=80 sterline. Poniamo la parte costante del valore di Lst. 378 eguale a zero, perché non contribuisce alla formazione settimanale del valore. Rimane il prodotto di valore settimanale di 132 sterline = 52 sterline (v) + 80 sterline (p).
Il saggio del plusvalore é quindi di 80/52 = 153 e 11/13 per cento. Data una giornata lavorativa media di dieci ore il risultato di tutto ciò é: lavoro necessario eguale a tre ore e 31/33, pluslavoro eguale a sei ore e 2/33 31.
Per il 1815 il Jacob dà il seguente calcolo, molto difettoso per la previa compensazione di molte voci, ma sufficiente per il nostro scopo: si suppone che il prezzo del grano sia di 80 scellini al quarter, e che il rendimento medio sia di 22 bushels all'acro, cosicché l'acro rende 11 sterline.

 

Produzione di valore per acro

sementi grano: .. Lst. 1, scell. 9

decime, fitti, tasse: Lst. 1, scell. 1

concime: » 2, » 10

rendita: ...... » 1, » 8

salario: » 3, » 10

profitto del fittavolo
e interesse: .. .. » 1, » 2

Totale Lst. 7, scell. 9

Totale Lst. 3, scell. 11

 

31. Nota alla seconda edizione. L'esempio dato nella prima edizione, di una filanda per il 1860, conteneva alcuni errori di fatto. I dati offerti nel testo, precisi ed esatti, mi sono stati forniti da un fabbricante di Manchester. Va notato che in Inghilterra il vecchio cavallo-vapore era calcolato sul dia-###metro del cilindro, mentre quello nuovo si conta secondo la forza reale, segnata dall'indicatore.


240     III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

Il plusvalore, sempre supponendo che il prezzo del prodotto sia eguale al suo valore, viene qui distribuito fra le differenti rubriche, profitto, interesse, decime, ecc. Per noi queste rubriche sono indifferenti. Le addizioniamo e otteniamo un plusvalore di 3 sterline e 11 scellini. Poniamo eguali a zero, come parte costante del capitale le 3 sterline e i 19 scellini di sementi e di concime. Rimane un capitale variabile anticipato di 3 sterline e 10 scellini, al posto del quale è stato prodotto un neovalore di 3 sterline e 10 scellini più 3 sterline e il scellini. Dunque P/v ammonta a una somma eguale a Lst. 3, scell. 11/Lst. 3, scell.10, più del cento per cento. Il lavoratore adopera più della metà della sua giornata lavorativa per la produzione d'un plusvalore che varie persone si distribuiscono fra loro con differenti pretesti31a.

2. Rappresentazione del valore del prodotto in parti proporzionali del prodotto.

Ritorniamo ora all'esempio che ci ha mostrato come il capitalista faccia del denaro capitale. Il lavoro necessario del suo filatore ammontava a sei ore, altrettanto il pluslavoro, quindi il grado di sfruttamento della forza-lavoro era del cento per cento.
Il prodotto della giornata lavorativa di dodici ore sono 20 libbre di refe del valore di 30 scellini. Non meno di 8/10 (24 scellini) di questo valore di refe sono costituiti dal valore dei mezzi di produzione logorati, valore il quale non fa altro che tornare a ripresentarsi (20 libbre di cotone a 20 scellini, fusi, ecc. a 4 scellini), cioè consistono di capitale costante. I restanti due decimi sono il neovalore di 6 scellini, una metà dei quali reintegra il valore giornaliero anticipato della forza-lavoro, cioè il capitale variabile, e l'altra metà costituisce un plusvalore di 3 scellini. Il valore complessivo delle 20 libbre di refe è dunque composto come segue:
valore di refe di 30 scellini = 24 scellini (e) + (3 scellini (v) + 3 scellini (p)).

31a. Questi calcoli valgono solo come illustrazione. Si è infatti supposto che i prezzi siano eguali ai valori. Nel terzo libro vedremo che questa identificazione non si può fare così semplicemente neppure per i prezzi medi.


7. IL SAGGIO DEL PLUSVALORE 241

Poiché questo valore complessivo è rappresentato nel prodotto complessivo di 20 libbre di refe, anche i differenti elementi di valore debbono essere rappresentabili in parti proporzionali al prodotto.
Se in 20 libbre di refe esiste un valore di refe di 30 scellini, 8/10 di tale valore, ossia la sua parte costante di 24 scellini, esisteranno in 8/10 del prodotto, ossia in 16 libbre di refe. Di queste, 13 libbre e un terzo rappresentano il valore della materia prima, del cotone filato a 20 scellini, e 2 libbre e due terzi rappresentano il valore dei materiali ausiliari e dei mezzi di lavoro logorati, fusi, ecc., a 4 scellini.
Dunque 13 libbre e un terzo di cotone rappresentano tutto il cotone filato nel prodotto complessivo di 20 libbre di refe, la materia prima del prodotto complessivo; ma nient'altro. Certo, esse contengono soltanto 13 libbre e 1/3 di cotone per il valore di 13 scellini e 1/3, ma il loro valore addizionale di 6 scellini e due terzi costituisce un equivalente per il cotone filato nelle altre 6 libbre e due terzi di refe. L'effetto é come se a questo ultimo refe fosse stato tolto tutto il cotone e tutto il cotone del prodotto complessivo fosse compresso in 13 libbre e 1/3 di refe. Ma le 13 libbre e 1/3 a loro volta non contengono neppure un atomo del valore dei materiali ausiliari e dei mezzi di lavoro consumati, né del neovalore creato nel processo di filatura.
Allo stesso modo, altre 2 libbre e 2/3 di refe, che racchiudono il resto del capitale costante (=4 scellini), non rappresentano altro che il valore dei materiali ausiliari e dei mezzi di lavoro consumati nel prodotto complessivo di 20 libbre di refe.
Quindi 8/10 del prodotto, cioè 16 libbre di refe, benché, se considerati corporeamente, come valore d'uso, come refe, siano formazioni del lavoro di filatura altrettanto delle restanti parti del prodotto, considerati invece in questo nesso non contengono nessun lavoro di filatura, non contengono nessun lavoro assorbito durante il processo di filatura vero e proprio. E' come se si fossero trasformati in refe senza filatura, e come se la loro figura di refe fosse pura menzogna e inganno. Di fatto, quando il capitalista li vende, a 24 scellini, ricomprando così i suoi mezzi di produzione, si vede che 16 libbre di cotone sono soltanto cotone, fusi, carbone, ecc., travestiti.
Viceversa, adesso i rimanenti 2/10 del prodotto, ossia 4 libbre di refe, non rappresentano nulla all'infuori del neovalore di 6 scellini prodotto nel processo di filatura di dodici ore. Quanto in essi era contenuto delle materie prime e dei mezzi di


242     III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

produzione utilizzati, era già stato estratto e incorporato alle prime 16 libbre di refe. Il lavoro di filatura incarnato nelle 20 libbre di refe é concentrato nei 2/10 del prodotto. È come se il filatore avesse filato con l'aria 4 libbre di refe, ossia come se le avesse filate con cotone e con fusi sorti senza contributo di lavoro umano, presenti in natura, e che non aggiungono nessun valore al prodotto.
Delle 4 libbre di refe nelle quali ha dunque esistenza l'intero prodotto di valore del processo di filatura giornaliero, una metà rappresenta soltanto la reintegrazione della forza-lavoro utilizzata, cioè il capitale variabile di 3 scellini; le altre 2 libbre di refe rappresentano soltanto il plusvalore di 3 scellini.
Poiché 12 ore lavorative del filatore si oggettivano in 6 scellini, nel valore di refe di 30 scellini sono oggettivate 60 ore lavorative. Esse hanno esistenza in 20 libbre di refe delle quali 8/10, cioè 16 libbre, sono la materializzazione di 48 ore lavorative trascorse precedentemente al processo di filatura, cioè la materializzazione del lavoro oggettivato nei mezzi di produzione del refe, e 2/10, cioè 4 libbre, sono invece la materializzazione delle 12 ore lavorative spese nel processo di filatura stesso.
Abbiamo visto sopra che il valore del refe è eguale alla somma del neovalore generato durante la sua produzione, e dei valori già preesistenti nei suoi mezzi di produzione. Ora s'è visto come le componenti del valore del prodotto, differenti funzionalmente ossia concettualmente, si possono rappresentare in parti proporzionali del prodotto stesso.
Questa scomposizione del prodotto - del risultato del processo di produzione - in una quantità di prodotto che rappresenta soltanto il lavoro contenuto nei mezzi di produzione ossia la parte costante del capitale; in un'altra quantità che rappresenta solo il lavoro necessario aggiunto nel processo di produzione ossia la parte variabile del capitale; e in un'ultima quantità di prodotto che rappresenta il pluslavoro aggiunto nello stesso processo, ossia il plusvalore: questa scomposizione è altrettanto semplice che importante, come mostrerà la sua ulteriore applicazione a problemi complicati e ancora insoluti.
Abbiamo considerato or ora il prodotto complessivo come risultato finito della giornata lavorativa di dodici ore. Ma lo possiamo anche accompagnare nel processo del suo sorgere, continuando tuttavia a presentare i prodotti parziali come parti di prodotto funzionalmente differenti.
Il filatore produce in 12 ore 20 libbre di refe, e quindi in


7. IL SAGGIO DEL PLUSVALORE 243

un'ora produce 1 libbra e 2/3; in 8 ore 13 libbre e 1/3, quindi un prodotto parziale del valore complessivo del cotone filato durante tutta la giornata lavorativa. Allo stesso modo, il prodotto parziale dell'ora e trentasei minuti seguenti è eguale a 2 libbre e 2/3 di refe, quindi rappresenta il valore dei mezzi di lavoro consumati durante le 12 ore lavorative. Così pure il filatore nell'ora e dodici minuti che seguono produce 2 libbre di refe eguali a 3 scellini, valore di prodotto eguale all'intero prodotto di valore ch'egli crea in 6 ore di lavoro necessario. Infine negli ultimi 6/5 d'ora egli produce ancora 2 libbre di refe il cui valore è eguale al plusvalore generato col suo pluslavoro di mezza giornata. Questo tipo di calcolo serve al fabbricante inglese per uso domestico, ed egli ci dirà per esempio che nelle prime 8 ore, ossia dei due terzi della giornata lavorativa, si rifà del suo cotone, ecc. È evidente che la formula è giusta; di fatto non è altro che la prima formula, trasferita dallo spazio nel quale le parti finite del prodotto sono giustapposte, al tempo, nel quale si succedono. Ma questa formula può essere accompagnata anche da idee molto barbariche, specie in cervelli altrettanto interessati, praticamente, al processo di valorizzazione, quanto pieni di interesse a fraintenderlo teoricamente. Così ci si può immaginare che il nostro filatore p. es. nelle prime 8 ore della sua giornata lavorativa produca ossia reintegri il valore del cotone, nell'ora e trentasei minuti seguenti produca o reintegri il valore dei mezzi di lavoro logorati, nell'ora e dodici minuti seguenti produca o reintegri il valore del salario, e dedichi al padrone della fabbrica, alla produzione del plusvalore, soltanto la celeberrima «ultima ora». Sulle spalle del filatore si carica così il doppio miracolo di produrre cotone, fusi, macchine a vapore, carbone, olio, ecc. nello stesso istante nel quale fila con essi, e di quintuplicare una giornata lavorativa di grado dato d'intensità. Infatti nel nostro caso la produzione della materia prima e dei mezzi di lavoro richiede 24/6 = 4, quattro giornate lavorative di dodici ore, e la loro trasformazione in refe, un'altra giornata lavorativa di dodici ore. Che la rapacità creda a tali miracoli e che non le manchino mai i sicofanti dottrinari che li dimostrino, ce lo mostrerà un solo esempio, celebre nella storia.


244     III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

3. «L'ultima ora» del Senior.

Una bella mattina dell'anno 1836 Nassau W. Senior, famoso per la sua scienza economica e per il suo bello stile, una specie di Clauren fra gli economisti inglesi, fu citato da Oxford a Manchester, per imparar quivi l'economia politica, invece di insegnarla a Oxford. I fabbricanti l'avevano prescelto come loro campione contro il Factory act di recente emanato e contro l'agitazione per le dieci ore che andava anche oltre. Con l'abituale acume pratico, avevano riconosciuto che il signor professore «wanted a good deal o/ finishing»*. Quindi gli prescrissero una visita a Manchester. Da parte sua il professore ha stilato la lezione ricevuta a Manchester dai fabbricanti nell'opuscolo: Letters on the Factory Act, as it affects the cotton manufacture, Londra, 1837. Quivi si possono leggere fra l'altro le edificanti parole che seguono:
«Secondo la legge attuale nessuna fabbrica che impieghi persone al di sotto dei diciotto anni d'età, può lavorare più a lungo di undici ore e mezza giornaliere, cioè dodici ore duranti i primi cinque giorni e nove il sabato. L'analisi (!) che segue ci mostra però che in una fabbrica del genere tutto il guadagno netto deriva dall'ultima ora. Un fabbricante spende 100.000 sterline - 80.000 nell'edificio della fabbrica e in macchine, 20.000 in materie prime e salario. Il rendimento annuo della fabbrica, supponendo che il capitale compia un ciclo all'anno e il guadagno lordo ammonti al 15%, deve ammontare a merci per il valore di 115.000 sterline... Di queste 115.000 sterline, ognuna delle ventitré mezz'ore lavorative ne produce giornalmente 5/115, cioè 1/23. Di quei 23/23 che costituiscono l'insieme delle 115.000 sterline (constituting the whole Lst. 115.000), 20/23, cioè 100.000 sulle 115.000, reintegrano soltanto il capitale; 1/23, ossia 5.000 sterline sulle 15.000 di guadagno lordo (!) reintegrano il logoramento della fabbrica e delle macchine. I residui 2/23, cioè le due ultime mezz'ore di ogni giornata, producono il guadagno netto, del dieci

*. Aveva bisogno di una buona rifinitura.


7. IL SAGGIO DEL PLUSVALORE 245

per cento. Se quindi, fermi restando i prezzi, la fabbrica potesse lavorare tredici ore invece di undici e mezza, con una aggiunta di circa 2.600 sterline al capitale circolante, il guadagno netto verrebbe più che raddoppiato. D'altra parte, se le ore lavorative venissero ridotte di un'ora al giorno, il guadagno netto scomparirebbe, e se venissero ridotte d'una ora e mezza, scomparirebbe anche il guadagno lordo»32.
E il signor professore chiama ciò una «analisi»! Se egli credeva alle lamentazioni del fabbricante, che gli operai sperperano il tempo migliore della giornata nella produzione cioè riproduzione o reintegrazione del valore di edifici, macchine, cotone, carbone, ecc., ogni analisi era superflua. Aveva solo da rispondere: « Egregi signori! Se voi fate lavorare per dieci ore invece che per undici e mezzo, ferme rimanenti le altre circostanze, il consumo giornaliero di cotone, macchine, ecc. diminuirà di un'ora e mezza. Quindi voi guadagnate altrettanto quanto perdete. I vostri operai sprecheranno in futuro un'ora e mezza di meno per la riproduzione ossia reintegrazione del valore del capitale anti-

32 Senior, ivi, pp. 12, 13. Non ci soffermiamo sulle curiosità indifferenti al nostro scopo, come p. es. l'affermazione che i fabbricanti calcolino la sostituzione delle macchine logorate, ecc., cioè di una componente del capitale, al capitolo guadagno, «lordo» o «netto», sporco o pulito che sia. Né ci soffermiamo sull'esattezza o erroneità dei dati numerici. LEONHARD HORNER provò in A letter to Mr. Senior ecc., Londra, 1837, che essi non valgono più della cosiddetta « analisi ». Leonhard Horner fu uno dei Factory inquiry commissioners del 1833, e fino al 1859 ispettore delle fabbriche, di fatto censore delle fabbriche; egli si é fatto meriti immortali presso la classe operaia inglese. Per tutta la vita ha lottato non solo coi fabbricanti esasperati, ma anche coi ministri per i quali era incommensurabilmente più importante contare i voti dei padroni di fabbriche alla Camera bassa, che le ore lavorative delle « braccia » nella fabbrica.
Aggiunta alla nota 32. L'esposizione del Senior é confusa, astrazion fatta dal suo contenuto. Propriamente, quel che voleva dire, é questo: I1 fabbricante occupa l'operaio per ore 11 1/2 ossia 23/2 ore giornaliere. Come la singola giornata lavorativa, così il lavoro annuale consiste di 11 1/2 ossia 23/2 ore (moltiplicate per il numero delle giornate lavorative di un anno). Ciò presupposto, le 23/2 ore lavorative producono il prodotto annuo di Lst. 115.000; 1/2 ora lavorativa produce Lst. 1/23 x 115.000; 20/2 ore lavorative producono Lst. 20/23 x 115.000 = Lst. 100.000, cioè sostituiscono soltanto il capitale anticipato. Rimangono 3/2 ore lavorative, che producono Lst. 3/23x115.000=15.000, cioè il guadagno lordo. Di queste 3/2 ore lavorative, 1/2 ora lavorativa produce Lst. 1/23x115.000=5.000, cioè essa produce soltanto il ricambio per il logoramento della fabbrica e delle macchine. Le ultime due mezz'ore lavorative, cioè l'ultima ora lavorativa, produce Lst. 2/23 x 115.000=Lst. 10.000, cioè il profitto netto. Nel testo il Senior trasforma gli ultimi 2/23 del prodotto in parti della giornata lavorativa stessa.


246.     III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

cipato ». Se non credeva loro sulla parola, ma, nella sua qualità di competente, riteneva necessaria un'analisi, egli doveva anzitutto invitare i signori fabbricanti a non rimescolare disordinatamente, in una questione che verte esclusivamente sul rapporto fra guadagno netto e grandezza della giornata lavorativa, macchine e edificio della fabbrica, materie prime e lavoro, ma a volersi compiacere invece di mettere da una parte il capitale costante, contenuto nell'edificio, nelle macchine, nelle materie prime, ecc., e dall'altra il capitale anticipato nel salario. Se poi risultava ad esempio che secondo il calcolo del fabbricante l'operaio riproduce ossia reintegra il salario in 2/2 ore di lavoro, cioè in un'ora, l'analizzatore doveva continuare:
Secondo la vostra dichiarazione l'operaio produce nella penultima ora il suo salario, e nell'ultima il vostro plusvalore, ossia il guadagno netto. Poiché egli produce valori eguali in periodi eguali, il prodotto della penultima ora ha lo stesso valore di quello dell'ultima. Inoltre l'operaio produce valore solo in quanto spende lavoro, e la quantità del suo lavoro è misurata per mezzo del suo tempo di lavoro. Secondo la vostra dichiarazione, quest'ultimo ammonta a undici ore e mezza giornaliere. L'operaio consuma una parte di queste undici ore e mezza per produrre ossia reintegrare il suo salario; l'altra parte, per la produzione del vostro guadagno netto. Durante la giornata lavorativa egli non fa nient'altro. Ma poiché, a norma della dichiarazione, il suo salario e il plusvalore da lui fornito sono valori di eguale grandezza, è evidente che egli produce il proprio salario in cinque ore e tre quarti; e il vostro guadagno netto in altre cinque ore e tre quarti. Poiché inoltre il valore del prodotto refe di due ore è eguale alla somma del valore del suo salario e del valore del vostro guadagno netto, la misura di questo valore in refe dev'essere di undici ore lavorative e mezza. Quella del prodotto dalla penultima ora dev'essere di cinque ore lavorative e tre quarti, e così quella della ultima ora. Ora siamo arrivati a un punto scabroso. Dunque, attenzione! La penultima ora lavorativa è una comune ora lavorativa, come la prima. Ni plus ni moins. Come può dunque il filatore produrre in una sola ora lavorativa un valore in refe che rappresenta cinque ore lavorative e tre quarti? In realtà l'operaio non compie nessun miracolo del genere. Quel tanto di valore d'uso che egli produce in una ora lavorativa, è una quantità determinata di refe. Il valore di questo refe è della misura di cinque ore lavorative e tre quarti, delle


7. IL SAGGIO DEL PLUSVALORE 247

quali quattro e tre quarti stanno, senza che l'operaio vi abbia a che fare, nei mezzi di produzione consumati ora per ora, nel cotone, nelle macchine, ecc., mentre quattro quarti d'ora, cioè un'ora, sono aggiunti dall'operaio. Dunque, poiché il suo salario è prodotto in cinque ore lavorative e tre quarti, e il prodotto in refe d'un'ora di filatura contiene anch'esso cinque ore lavorative e tre quarti, non é affatto per stregoneria che il prodotto in valore delle cinque ore e tre quarti di filatura dell'operaio é eguale al valore del prodotto d'una ora di filatura. Ma voi prendete proprio la strada sbagliata quando pensate che l'operaio perda anche un solo atomo di tempo della sua giornata lavorativa nella riproduzione o nella « reintegrazione » dei valori del cotone, delle macchine, ecc. Il valore del cotone e dei fusi trapassa di per se stesso nel refe per il semplice fatto che il lavoro dell'operaio fa refe del cotone e dei fusi, per il fatto che egli fila: quel trapasso è dovuto alla qualità del suo lavoro, e non alla quantità. Certo, in un'ora, l'operaio trasferirà nel refe più valore di cotone, ecc. che in una mezz'ora, ma soltanto perché in un'ora egli fila più cotone che in mezz'ora. Dunque, capirete: il vostro modo di dire, che l'operaio produce nella penultima ora il valore del suo salario e nell'ultima il guadagno netto, non significa nient'altro se non che nel prodotto in refe di due ore della sua giornata lavorativa, che stiano davanti o che stiano di dietro, sono incorporate undici ore lavorative e mezza, proprio quante ne conta la sua intera giornata lavorativa. E il modo di dire che egli produce nelle prime cinque ore e tre quarti il suo salario e nelle ultime cinque ore e tre quarti il vostro guadagno netto non significa null'altro se non che voi pagate le prime cinque ore e tre quarti e non pagate le ultime cinque ore e tre quarti. Parlo di pagamento del lavoro invece che di pagamento della forza-lavoro, per parlare il vostro gergo. Ma se ora, egregi signori, confrontate il rapporto fra il tempo-lavoro che pagate e il tempo-lavoro che non pagate, troverete che é un rapporto fra mezza giornata e mezza giornata, cioè un rapporto del cento per cento, il che é certamente una graziosa percentuale. E non c'è neppure il minimo dubbio che quando voi fate sgobbare le vostre « braccia » per tredici invece di undici ore e mezza, e segnate l'ora e mezza eccedente sul conto del semplice pluslavoro - e non c'era altro da aspettarsi da voi -, questo aumenterà da cinque ore e tre quarti a sette e un quarto, e quindi il saggio del plusvalore crescerà dal cento per cento al 126 23/3%.


248     III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

Invece siete di un ottimismo troppo stravagante se sperate che il saggio del plusvalore possa salire dal cento al duecento, e addirittura a più del duecento per cento, cioè « più che raddoppiarsi », con l'aggiunta di un'ora e mezza. D'altra parte - strana cosa è il cuore dell'uomo, specialmente se l'uomo tiene il suo cuore nella borsa - siete pessimisti troppo insensati, se temete che tutto il vostro guadagno netto se ne vada in fumo con la riduzione della giornata lavorativa da undici ore e mezza a dieci ore e mezza. Ma nient'affatto! Ferme supponendo tutte le altre circostanze, il pluslavoro scenderà da cinque ore e tre quarti a quattro ore e tre quarti, il che dà ancora un saggio del plusvalore piuttosto considerevole, cioè l'82 14/23%. Ma la fatale « ultima ora » sulla quale voi avete favoleggiato più dei chiliasti sulla fine del mondo è «all bosh»*. La sua perdita non costerà a voi il « guadagno netto », e non costerà ai bambini d'ambo i sessi che voi consumate col lavoro la « purezza dell'anima»32a.

*. Nient'altro che chiacchiere.
32a. Se il Senior ha dimostrato che dall'« ultima ora lavorativa » dipendono il guadagno netto del fabbricante, l'esistenza della industria cotoniera inglese e la grandezza dell'Inghilterra sul mercato mondiale, in cambio il Dr. Andrew Ure ha aggiunto un'altra dimostrazione, che i bambini delle fabbriche e gli adolescenti al di sotto dei 18 anni quando non vengono tenuti chiusi nella calda e pura atmosfera morale delle fabbriche per dodici ore intere, ma vengono scacciati «un'ora » prima nel mondo esterno, freddo di sentimenti e frivolo, perdono la salute dell'anima per gli inganni dell'ozio e dei vizi. Nei loro reports semestrali, gli ispettori delle fabbriche non si stancano mai, dal 1848 in poi, di stuzzicare i fabbricanti con l'« ultima ora », 1'« ora fatale ». Il sig. Howell nella sua relazione sulle fabbriche del 31 maggio 1855 dice così: « Se il seguente ingegnoso calcolo (egli cita il Senior) fosse corretto, ogni cotonificio del Regno Unito avrebbe lavorato in perdita dal 1850 in poi » (Reports of the insp. of fact. for the hall year ending 30th Apr. 1855, pp. 19, 20). Quando nel 1848 fu approvato al parlamento il bill delle dieci ore, i fabbricanti graziosamente imposero ad alcuni lavoratori normali delle filande di lino disseminate nelle campagne fra le contee di Dorset e di Somerset, una contropetizione, dove ira l'altro è detto: « I vostri supplicanti, che sono genitori, credono che un'ora supplementare di riposo non possa avere nessun altro effetto che la demoralizzazione dei loro figlioli, poiché l'ozio é il padre dei vizi ». Qui il rapporto sulle fabbriche del 31 ottobre 1848 commenta: « L'atmosfera delle filande di lino dove lavorano i figli di questi genitori così teneri e virtuosi, é greve di tante particole di polvere e di filamenti della materia prima, che è eccezionalmente spiacevole passare anche solo dieci minuti nelle camere dei filatoi, perché non ci si riesce senza sensazioni penosissime, riempiendovisi subito senza scampo occhi, orecchi, narici e bocca di nuvole di polvere di lino. Per via della fretta febbrile delle macchine, il lavoro esige a sua volta ###applicazione incessante di abilità e di movimento sotto il controllo di un'attenzione instancabile, e sembra un po' duro far sì che dei genitori applichino l'espressione " ozio " ai propri figli che, detratto il periodo del pasto, sono incatenati per 10 ore intere a tale occupazione, in tale atmosfera... Questi bambini lavorano più a lungo dei servi agricoli dei villaggi vicini... tali chiacchiere crudeli sull" ozio e i vizi " debbono essere bollate a fuoco come cant della più bell'acqua e come la più svergognata ipocrisia... Quella parte del pubblico che circa dodici anni or sono fu scossa dalla arroganza con la quale si proclamava pubblicamente e con tutta serietà, con la sanzione d'alte autorità, che tutto il "guadagno netto" del fabbricante deriva dalla "ultima ora" di lavoro e che quindi la riduzione d'un'ora della giornata lavorativa distrugge il guadagno netto; questa parte del pubblico, diciamo, crederà appena ai suoi occhi trovando ora che la scoperta originale delle virtù dell'"ultima ora " é stata migliorata da allora in poi, tanto da includervi in eguale proporzione "morale" e "profitto", cosicché se la durata del lavoro dei fanciulli viene ridotta a dieci ore intere, scompare la morale dei bambini insieme al guadagno netto di coloro che li impiegano, poiché l'una e l'altro dipendono da quell'ultima, da quella fatale ora » (Reports of the insp. of fact. for 31st Oct. 1848, p. 101). Lo stesso rapporto sulle fabbriche dà poi esempi della « morale » e delle « virtù » di quei signori fabbricanti, dei sotterfugi, dei trucchi, degli allettamenti, delle minacce, delle falsificazioni, ecc. da loro usate per far sotto. scrivere petizioni di quel genere da pochi operai del tutto andati in malora, per poi darla a bere al parlamento presentandole come petizioni di tutta una branca dell'industria, di intere contee. Rimane estremamente caratteristico per lo stato odierno della cosiddetta « scienza » economica che né il Senior stesso il quale, sia detto a suo onore, sostenne energicamente più tardi la legislazione sulle fabbriche, e neppure i suoi antagonisti iniziali e posteriori, siano riusciti a risolvere i sofismi della « scoperta originale ». Si appellavano alla esperienza dei fatti. Il why e il wherefore [perché e per come] sono rimasti un arcano.


7. IL SAGGIO DEL PLUSVALORE 249

Quando verrà il momento che suonerà davvero la vostra « ultima ora », pensate al professore di Oxford. Ed ora: in un mondo migliore mi auguro di poter godere di più la vostra degna conversazione. Addio..."33*. Il 15 aprile 1848, in polemica contro la legge delle dieci ore, James Wilson, uno dei principali mandarini degli studi economici, ha strombettato di nuovo sul London

33. Però il signor professore aveva pur tratto qualche profitto dalla sua gita a Manchester! Nelle Letters on the Factory act tutto il « guadagno netto », « profitto » e « interessi » e addirittura something more [qualcosa di più] dipendono da un'ora lavorativa dell'operaio non pagata! Un anno prima delle sue Outlines of political economy scritte per il maggior bene comune degli studenti di Oxford e dei colti filistei, aveva ancora « scoperto », contro il Ricardo che determina il valore mediante il tempo di lavoro, che il profitto discende dal lavoro del capitalista e l'interesse dal suo ascetismo, dalla sua « astinenza ». La fandonia stessa era vecchia, ma nuova la parola « astinenza ». Il signor Roscher la tedeschizza esattamente con Enthaltung. I suoi compatrioti meno ferrati in latino, i Wirth, gli Schulze, e gli altri valentuomini l'han monacata e l'han chiamata Entsagung [rinuncia].
* In italiano nel testo.


250     III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

Economist il segnale di battaglia della «ultima ora» scoperta dal Senior nel 1836.

4. Il plus prodotto.

Chiamiamo plusprodotto (surplus produce, produit net) la parte del prodotto (un decimo delle 20 libbre di refe, cioè due libbre di refe nell'esempio del paragrafo 2) che rappresenta il plusvalore. Come il saggio del plusvalore viene determinato non dal suo rapporto alla somma complessiva, ma alla parte costitutiva variabile del capitale, così il livello del plusprodotto é determinato dal suo rapporto non al resto del prodotto complessivo, ma alla parte del prodotto nella quale é rappresentato il lavoro necessario. Come la produzione di plusvalore é lo scopo determinante della produzione capitalistica, così non è la grandezza assoluta del prodotto, ma la grandezza relativa del plusprodotto a dare la misura del grado della ricchezza34.
La somma del lavoro necessario e del pluslavoro, dei periodi di tempo nei quali l'operaio produce e il valore che reintegra la sua forza-lavoro, e il plusvalore, costituisce la grandezza assoluta del suo tempo di lavoro: la giornata lavorativa (working day).

34. « Per un individuo con un capitale di ventimila sterline i cui profitti ammontano a duemila sterline annue, sarebbe cosa del tutto indifferente che il suo capitale impiegasse cento o mille lavoratori, che le merci prodotte si vendessero a diecimila o a ventimila sterline, sempre presupponendo che i suoi profitti non scendano in nessun caso al di sotto delle duemila sterline. L'interesse reale di una nazione non é identico? Presupponendo che le sue entrate nette reali, le sue rendite e i suoi profitti rimangano identici, non ha la minima importanza che una nazione consista di dieci o dodici milioni di abitanti » (RICARDO, Principles cit., p. 416). Molto tempo prima del Ricardo, Arturo Young, il fanatico del plusprodotto, che, del resto é uno scrittore senza spirito critico e prolisso, la cui fama è in rapporto inverso al merito, aveva scritto fra l'altro: « Di che utilità sarebbe in un regno moderno una intera provincia il cui terreno fosse suddiviso all'antica maniera romana e coltivato, sia pure nel modo migliore possibile, da piccoli contadini indipendenti? Che scopo avrebbe, fuor che quello, unico, di generare uomini (the mere purpose of breeding men), cosa che in sè e per sé non ha nessuno scopo? (is a most useless purpose) ». ARTHUR YOUNG, Political arithmetic ecc., Londra 1774, p. 47. Aggiunta alla nota 34. Strana é la « forte inclinazione a rappresentare la ricchezza eccedente (net wealth) come vantaggiosa per la classe operaia - perché le darebbe possibilità di lavoro. Ma se anche lo fa, é evidente che non è per il fatto di essere eccedente » (TH. HOPKINS, On rent of land ecc., Londra, 1828, p. 126).



 

 

 

 

 

 

 

Ottavo capitolo

LA GIORNATA LAVORATIVA




1 - I limiti della giornata lavorativa.

Eravamo partiti dal presupposto che la forza-lavoro viene comprata e venduta al suo valore. Il suo valore, come quello di ogni altra merce, è determinato dal tempo di lavoro necessario per la sua produzione. Se dunque la produzione dei mezzi di sostentamento quotidiani medi dell'operaio esige 6 ore, questi deve lavorare in media 6 ore al giorno per produrre quotidianamente la propria forza- lavoro, ossia per riprodurre il valore che ha ottenuto vendendola. Allora la parte necessaria della sua giornata lavorativa ammonta a 6 ore, e quindi, caeteris paribus, è una grandezza data. Ma con ciò non è ancora data la grandezza della giornata lavorativa stessa.
Supponiamo che la linea a ------ b rappresenti la durata o lunghezza del tempo di lavoro necessario, diciamo 6 ore. A seconda che il lavoro viene prolungato oltre a b di una, tre o sei ore ecc. abbiamo le tre differenti linee:
Giornata lavorativa I: a --------------------- b --- c,
Giornata lavorativa II: a --------------------- b --------- c,
Giornata lavorativa - III: a --------------------- b ------------------- c,
che rappresentano tre differenti giornate lavorative di 7, 9, e 12 ore. La linea di prolungamento (b --- c) rappresenta la lunghezza del pluslavoro. Poiché la giornata lavorativa è eguale ad (a ---- b) più (b ----- c), cioè è (a ---------- c), varia con la grandezza variabile (b ----- c). Poiché (a ---- b) è data, il rapporto di (b ----- c) ad (a ---- b) può sempre esser misurato. Nella giornata lavorativa I ammonta ad un sesto, nella giornata lavorativa II ammonta a tre sesti, nella giornata lavorativa - III a sei sesti di (a --- b). Poiché inoltre la proporzione (tempo di pluslavoro : tempo di lavoro necessario) determina il saggio del plusvalore, quest'ultimo è dato da quel rapporto. In quelle tre diverse giornate lavorative ammonta rispet-


252 - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

tivamente a 16 e 2/3 per cento, 50% e 100%. Viceversa il saggio del plusvalore, da solo, non ci darà  la grandezza della giornata lavorativa. Per esempio, se esso fosse eguale al 100%, la giornata lavorativa potrebbe essere di 8, 10, 12 ore ecc. Indicherebbe che le due parti della giornata lavorativa, lavoro necessario e pluslavoro, hanno la stessa grandezza, ma non indicherebbe quanto è grande ognuna di quelle parti. Dunque la giornata lavorativa non è una grandezza costante, ma una grandezza variabile. Certo, una delle sue parti è determinata dal tempo di lavoro richiesto per la continua riproduzione dell'operaio, ma la sua grandezza complessiva cambia con la lunghezza o durata del pluslavoro. La giornata lavorativa è dunque determinabile, ma presa in sè e per sè è indeterminata 35. Ora, benché la giornata lavorativa non sia una grandezza fissa, ma anzi fluida, tuttavia essa può variare soltanto entro certi limiti. Però il suo limite minimo è indeterminabile. Certo, se poniamo la linea di prolungamento (b --- c), ossia il pluslavoro, come eguale a zero, otteniamo un limite minimo, cioè la parte del giorno che l'operaio deve necessariamente lavorare per la propria conservazione. Ma, sul piano del modo di produzione capitalistico, il lavoro necessario può costituire sempre soltanto una sola parte della giornata lavorativa dell'operaio; quindi la giornata lavorativa non può mai esser ridotta a questo minimo. Invece la giornata lavorativa ha un limite massimo, che non è prolungabile al di là  di un certo termine. Questo limite massimo è determinato da due cose. In primo luogo è determinato dal limite fisico della forza-lavoro. Durante il giorno naturale di 24 ore, un uomo può spendere soltanto una quantità  determinata di forza vitale; così un cavallo può lavorare solo 8 ore giorno per giorno. Durante una parte del giorno la forza lavorativa deve riposare, dormire, durante un'altra parte l'uomo ha da soddisfare altri bisogni fisici, nutrirsi, pulirsi, vestirsi ecc. Oltre questo limite puramente fisico, il prolungamento della giornata lavorativa urta contro limiti morali. L'operaio ha bisogno di tempo per la soddisfazione di bisogni intellettuali e sociali, la cui estensione e il cui numero sono determinati dallo stato generale della civiltà . La variazione della giornata lavorativa si muove dunque entro limiti fisici e sociali. Ma tanto

35. «Il lavoro d'un giorno è indeterminato, può esser lungo o corto». An Essay on Trade and Commerce, containing Observations on Taxation ecc., Londra, 1770, p. 73.


8. LA GIORNATA LAVORATIVA - 253

gli uni che gli altri sono di natura assai elastica e permettono un larghissimo margine di azione. Così troviamo giornate lavorative di otto, dieci, dodici, quattordici, sedici e diciotto ore, quindi di diversissima lunghezza.
Il capitalista ha comperato la forza-lavoro al suo valore del giorno. Gli appartiene il valore d'uso di essa durante una giornata lavorativa. Ha dunque acquisito il diritto di far lavorare l'operaio per sè durante una giornata. Ma, che cos'è una giornata lavorativa?36. In ogni caso, è meno di un giorno naturale di vita. Quanto meno? Il capitalista ha la sua opinione su questa ultima Thule che è il limite necessario della giornata lavorativa. Come capitalista, egli è soltanto capitale personificato. La sua anima è l'anima del capitale. Ma il capitale ha un unico istinto vitale, l'istinto cioè di valorizzarsi, di creare plusvalore, di assorbire con la sua parte costante, che sono i mezzi di produzione, la massa di pluslavoro più grande possibile37. Il capitale è lavoro morto, che si ravviva, come un vampiro, soltanto succhiando lavoro vivo e più vive quanto più ne succhia. Il tempo durante il quale l'operaio lavora è il tempo durante il quale il capitalista consuma la forza-lavoro che ha comprato38. Se l'operaio consuma per se stesso il proprio tempo disponibile, egli deruba il capitalista39.
Dunque il capitalista invoca la legge dello scambio delle merci. Come ogni altro compratore, cerca di spremere dal valore d'uso della sua merce la maggiore utilità  possibile. Ma all'improvviso s'alza la voce dell'operaio, che era ammutolita nell'incalzare e nel tumulto del processo di produzione:

36. Questa domanda è infinitamente più importante della celebre domanda di Sir Robert Peel alla Camera di commercio di Birmingham: «What is a pound?» domanda che potè esser posta soltanto perché il Peel era all'oscuro della natura della moneta quanto i «little shilling men» di Birmingham.
37. «Écompito del capitalista di spremere dal capitale speso la maggior somma possibile di lavoro» («D'obtenir du capital dépensé la plus forte somme de trovail possible»). J. G. COURCELLE-SENEUIL, Traité théorique et pratique des entreprises industrielles, 2. ed., Parigi, 1857, p. 62.
38. «Un'ora di lavoro perduta ogni giorno è un danno straordinario per uno Stato commerciale,.. Grandissimo è il consumo di beni di lusso fra i lavoratori poveri di questo regno: particolarmente fra la plebe manifatturiera; ma così consumano anche il loro tempo, il più fatale dei consumi», An Essay on Trade and Commerce, ecc. pp. 47 e 153. 39. «Se il libero lavoratore si prende un istante di riposo,...la sordida economia che lo segue con occhio inquieto.., pretende che ciò sia derubarla» (N. LINGUET Théorie des Lois Civiles ecc., Londra, 1767, vol. II, p. 466).


254 - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

La merce che ti ho venduto si distingue dal volgo delle altre merci per il fatto che il suo uso crea valore, e valore maggiore di quanto essa costi. E per questa ragione tu l'hai comprata. Quel che dalla tua parte appare come valorizzazione del capitale, dalla mia parte è dispendio eccedente di forza-lavoro. Tu ed io, sul mercato, conosciamo soltanto una legge, quella dello scambio di merci. E il consumo della merce non appartiene al venditore che la aliena, ma al compratore che l'acquista. A te dunque appartiene l'uso della mia forza-lavoro quotidiana. Ma, col suo prezzo di vendita quotidiano, io debbo, quotidianamente, poterla riprodurre, per poterla tornare a vendere. A parte il logorio naturale per l'età  ecc., io debbo essere in grado di lavorare domani nelle stesse condizioni normali di forza, salute e freschezza di oggi. Tu mi predichi continuamente il vangelo della «parsimonia» e della «astinenza». Ebbene: voglio amministrare il mio unico patrimonio, la forza-lavoro, come un ragionevole e parsimonioso economo e voglio astenermi da ogni folle sperpero di essa. Ne voglio render disponibile quotidianamente, mettendolo in moto e convertendolo in lavoro, soltanto quel tanto che è compatibile con la sua durata normale e col suo sano sviluppo. Tu puoi mettere a tua disposizione, in un solo giorno, con uno smoderato prolungamento della giornata lavorativa, una quantità  della mia forza-lavoro maggiore di quanta io ne possa ristabilire in tre giorni. Quel che tu guadagni così in lavoro, io lo perdo in sostanza lavorativa. L'uso della mia forza lavorativa e il depredamento di essa sono cose del tutto differenti. Se il periodo medio nel quale un operaio medio può vivere, data una misura ragionevole di lavoro, ammonta a trent'anni, il valore della mia forza-lavoro, che tu mi paghi di giorno in giorno, è (1 / (365 x 30)) cioè, 1 / 10.950 del suo valore complessivo. Ma se tu la consumi in 10 anni, tu mi paghi quotidianamente 1/10.950 del suo valore complessivo, invece di 1/3.650: cioè mi paghi soltanto un terzo del suo valore giornaliero, e mi rubi quindi quotidianamente due terzi del valore della mia merce. Tu mi paghi la forza-lavoro di un giorno, mentre consumi quella di tre giorni. Questo è contro il nostro contratto e contro la legge dello scambio delle merci. Io esigo quindi una giornata lavorativa di lunghezza normale, e lo esigo senza fare appello al tuo cuore, perché in que-


8. LA GIORNATA LAVORATIVA - 255

stioni di denaro non si tratta più di sentimento. Tu puoi essere un cittadino modello, forse membro della Lega per l'abolizione della crudeltà  verso gli animali, per giunta puoi anche essere in odore di santità, ma la cosa che tu rappresenti di fronte a me non ha cuore che le batta in petto. Quel che sembra che vi palpiti, è il battito del mio proprio cuore. Esigo la giornata lavorativa normale, perché esigo il valore della mia merce, come ogni altro venditore40.
É evidente: astrazione fatta da limiti del tutto elastici, dalla natura dello scambio delle merci, così com'è, non risulta nessun limite della giornata lavorativa, quindi nessun limite del pluslavoro. Il capitalista, cercando di rendere più lunga possibile la giornata lavorativa e, quando è possibile, cercando di farne di una due, sostiene il suo diritto di compratore. Dall'altra parte, la natura specifica della merce venduta implica un limite del suo consumo da parte del compratore, mentre l'operaio, volendo limitare la giornata lavorativa ad una grandezza normale determinata, sostiene il suo diritto di venditore. Qui ha dunque luogo una antinomia: diritto contro diritto, entrambi consacrati dalla legge dello scambio delle merci. Fra diritti eguali decide la forza. Così nella storia della produzione capitalistica la regolazione della giornata lavorativa si presenta come lotta per i limiti della giornata lavorativa - lotta fra il capitalista collettivo, cioè la classe dei capitalisti, e l'operaio collettivo, cioè la classe operaia.

2. La voracità  di pluslavoro. Fabbricante e boiardo.

Il capitale non ha inventato il pluslavoro. Ovunque una parte della società  possegga il monopolio dei mezzi di produzione, il lavoratore, libero o schiavo, deve aggiungere al tempo di lavoro necessario al suo sostentamento tempo di lavoro eccedente per produrre i mezzi di sostentamento per il possessore dei mezzi

40. Durante il grande sciopero dei London builders, nel 1860-61, per la riduzione della giornata lavorativa a nove ore, il comitato pubblicò una dichiarazione che quasi coincide con l'arringa del nostro operaio. La dichiarazione allude, non senza ironia, al fatto che l'imprenditore edilizio più avido di profitti, un certo Sir M. Peto, era in odore di santità . (Lo stesso Peto, dopo il 1867, finì allo stesso modo di... Strousberg!).


256 - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

di produzione41, sia questo proprietario nobile ateniese*, teocrate etrusco, civis romanus, barone normanno, negriero americano, boiardo valacco, proprietario agrario moderno, o capitalista41. É evidente, tuttavia, che, quando in una formazione sociale economica è preponderante non il valore di scambio, ma il valore d'uso del prodotto, allora il pluslavoro è limitato da una cerchia di bisogni più o meno ampia, ma non sorge dal carattere stesso della produzione nessun bisogno illimitato di pluslavoro. Quindi, nell'antichità, il sovraccarico di lavoro si mostra spaventoso dove si tratta di ottenere il valore di scambio nella sua forma indipendente di moneta, cioè nella produzione di oro e di argento. Qui la forma ufficiale del sovraccarico di lavoro è il lavorare coatti fino a morirne. Basta leggere Diodoro Siculo42. Ma nel mondo antico queste sono eccezioni. Però, appena popoli la cui produzione si muove nelle forme inferiori del lavoro degli schiavi, della corvée ecc., vengono attratti in un mercato internazionale dominato dal modo di produzione capitalistico, il quale fa evolvere a interesse preponderante la vendita dei loro prodotti all'estero, allora sull'orrore barbarico della schiavitù, della servitù della gleba ecc. s'innesta l'orrore civilizzato del sovraccarico di lavoro. Perciò, negli Stati meridionali dell'Unione americana, il lavoro dei negri conservò un carattere patriarcale moderato, finché la produzione fu prevalentemente orientata sui bisogni locali immediati. Ma, nella stessa misura

41. «Coloro che lavorano.., in realtà  nutrono insieme i prebendari, chiamati i ricchi, e se stessi». (EDMUND BURKE, Thoughts and detail on scarsity, Londra, 1860, p. 2).
*. Scritto in caratteri greci "Bello e buono", cioè nobile.[ndr] 42. Il Niebuhr osserva con molta ingenuità, nella sua Storia Romana: «Non ci si può nascondere che opere come quelle degli etruschi, che ancora nelle loro rovine ci empiono di stupore, presuppongono, in piccoli (!) Stati, signori e servi.» Molto più profondamente, il Sismondi ha detto che i merletti di Bruxelles presuppongono signori del salario e servi del salario.
43. «E poiché a nissuno d'essi» (nelle miniere d'oro fra l'Egitto, l'Etiopia e l'Arabia) «è permesso di fare quanto pur l'esigenza del corpo vorrebbesi, a modo che nemmeno hanno fascia, ed altro, che copra le parti, che ognuno vorrebbe nascoste, facile cosa è concepire quale acuto senso di pietà  debbono fare quegli infelici a chiunque vegga l'estrema calamità, in cui sono. Né a chi tra essi sia ammalato o mutilato, si accorda venia, o remissione di Sorte; né in nessun caso scusa l'età  senile, o la femminil debolezza; e tutti vengono spinti a tirare innanzi il lavoro a furia di flagello, finché oppressi dalla enormità  dei mali spirino sotto la fatica». Biblioteca Storica di DIODORO SICULO [volgarizzata dal cav. Compagnoni, tomo secondo, Milano. Sonzogno, 1820, p. 23], libro terzo, cap. VI.


8. LA GIORNATA LAVORATIVA - 257

che l'esportazione del cotone divenne interesse vitale di quegli Stati, il sovraccarico di lavoro del negro, e qua e là  il consumo della sua vita in sette anni di lavoro, divenne fattore d'un sistema calcolato e calcolatore. Non si trattava più di trarre dal negro una certa massa di prodotti utili. Ormai si trattava della produzione del plusvalore stesso. Analogo il processo per la corvée, p. es. nei principati danubiani.
Il confronto fra la voracità  di pluslavoro nei principati danubiani e la stessa voracità  nelle fabbriche inglesi offre un interesse particolare, perché il pluslavoro ha nella corvée una forma indipendente, percepibile immediatamente.
Poniamo che la giornata lavorativa consti di 6 ore di lavoro necessario e 6 ore di pluslavoro. In questo caso il lavoratore libero fornisce al capitalista 6 per 6, cioè 36 ore di pluslavoro alla settimana. É la stessa cosa che se lavorasse 3 giorni alla settimana per sè, e 3 giorni gratis per il capitalista. Ma ciò non è visibile. Pluslavoro e lavoro necessario sfumano uno nell'altro. P. es., posso esprimere lo stesso rapporto dicendo che il lavoratore lavora 30 secondi al minuto per sè e 30 secondi per il capitalista ecc.. Per la corvée è differente. Il lavoro necessario, che per esempio il contadino valacco compie per il proprio sostentamento, è separato nello spazio dal suo pluslavoro per il boiardo. Il contadino compie il primo nel proprio campo, il secondo nel fondo padronale. Quindi tutt'e due le parti del tempo di lavoro esistono l'una accanto all'altra, indipendentemente. Nella forma della corvée, il pluslavoro è separato nettamente dal lavoro necessario. Questa differente forma di presentazione non cambia nulla, manifestamente, nel rapporto quantitativo di pluslavoro e di lavoro necessario. Tre giorni di plusvalore alla settimana rimangono tre giorni di un lavoro che non rappresenta nessun equivalente per il lavoratore, si chiami esso corvée o lavoro salariato. Tuttavia nel capitalista la voracità  di pluslavoro si presenta nell'impulso a uno smodato prolungamento della giornata lavorativa, mentre nel boiardo, più semplicemente, si presenta come caccia diretta a giornate di corvée44. Nei principati danubiani la corvée era connessa a rendite in natura e ad altri accessori della servitù della gleba, ma costituiva il tributo decisivo alla classe dominante. In tali condizioni, di rado la corvée derivava dalla servitù della gleba, ma,

44. Quanto segue si riferisce alla situazione delle province rumene come si presentavano prima della rivoluzione seguita alla guerra di Crimea.


258 - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

viceversa, la servitù della gleba derivava dalla corvée44a. É il caso delle province rumene. Il loro modo di produzione originario era fondato sulla proprietà  comune, ma non sulla proprietà  comune in forma slava o addirittura indiana. Una parte dei terreni veniva coltivata in forma indipendente dai membri della comunità, come libera proprietà  privata; un'altra parte - l'ager publicus - veniva lavorata dagli stessi membri in comune. I prodotti di questo lavoro comune servivano in parte come fondo di riserva per cattivi raccolti e per altre eventualità, in parte come tesoro pubblico per coprire i costi della guerra, della religione, e altre spese della comunità . Nel corso del tempo dignitari militari ed ecclesiastici usurparono tanto la proprietà  comune che i servizi che per essa si solevano fare. Il lavoro dei contadini liberi sulla terra della propria comunità, si trasformò in corvée per i ladri della terra della comunità . Così, si svilupparono contemporaneamente anche rapporti di servitù, ma di fatto e non di diritto, finché la Russia, liberatrice del mondo, elevò la servitù della gleba a legge, con il pretesto di abolirla. Il codice della corvée, proclamato dal generale russo Kisselev nel 1831, era stato dettato, naturalmente, dagli stessi boiardi. Così la Russia, con un colpo solo, conquistò i magnati dei principati danubiani e i battimani dei cretini liberali di tutta Europa.
A norma del Règlement organique - come si chiama quel codice della corvée, - ogni contadino valacco, oltre una gran quantità  di versamenti in natura, tutti specificati nei particolari, deve al cosiddetto proprietario fondiario: 1. dodici giornate lavorative in genere; 2. una giornata di lavoro dei campi; 3. una giornata di trasporto di legname. Tutto sommato, 14 giornate all'anno. Tuttavia, con profonda conoscenza dell'economia poli-

44a. Nota alla terza edizione. Questo vale anche per la Germania e specialmente per la Prussia ad oriente dell'Elba. Nel secolo XV il contadino tedesco era quasi dappertutto un uomo soggetto a determinate prestazioni in prodotti e in lavoro, ma per il resto libero, per lo meno di fatto. I coloni tedeschi nel Brandeburgo, in Pomerania, nella Slesia e nella Prussia orientale erano riconosciuti liberi perfino giuridicamente. La vittoria della nobiltà  nella guerra dei contadini mise fine a questa situazione. Non tornarono a diventare servi della gleba soltanto i contadini della Germania meridionale, ch'erano stati vinti. Già  dalla metà  del secolo XVI in poi i liberi contadini della Prussia orientale, del Brandeburgo, della Pomerania e della Slesia, e subito di seguito anche quelli dello Schleswig-Holstein, vengono abbassati a servi della gleba. (MAURER, Fronhoef, vol. IV; MEITZEN, Der Boden des preussischen Staats; HANSSEN, Leibeigenschaft in Schleswig- Holstein) F.E.


8. LA GIORNATA LAVORATIVA - 259

tica, la giornata lavorativa non viene intesa nel suo senso ordinario, ma si intende la giornata lavorativa necessaria a fornire un prodotto medio giornaliero; però il prodotto medio giornaliero è determinato astutamente in modo che neppure un ciclope ne verrebbe a capo in ventiquattro ore. Lo stesso Règlement dichiara, negli asciutti termini della genuina ironia russa, che per 12 giornate lavorative si deve intendere il prodotto del lavoro manuale di 36 giorni, che per una giornata di lavoro dei campi si devono intendere 3 giorni e per una giornata di trasporto di legname altri 3 giorni. In tutto, 42 giorni di corvée. Ma a tutto questo si deve aggiungere la cosiddetta Jobagie, prestazioni di servizio che spettano al padrone del fondo per bisogni straordinari della produzione. Ogni villaggio deve provvedere ogni anno un determinato contingente per la J o b a g i e , in rapporto alla entità  della sua popolazione. Questa corvée supplementare viene calcolata in 14 giorni per ogni contadino valacco. Così la corvée prescritta ammonta a 56 giorni all'anno. Ma, dato il cattivo clima, l'anno agricolo conta in Valacchia soltanto 210 giorni, dei quali vengono meno 40 per le domeniche e le feste, 30 di media per il cattivo tempo, in somma, 70 giorni. Rimangono 140 giorni. Il rapporto fra la corvée e il lavoro necessario, 56/84, cioè il 66 e due terzi per cento, indica un saggio di plusvalore molto inferiore di quello che regola il lavoro della mano d'opera agricola o di fabbrica inglese. Però questa è soltanto la corvée prescritta per legge. E il Règlement organique ha saputo render facile l'evasione delle proprie norme, con spirito ancor più «liberale» della legislazione inglese sulle fabbriche. Dopo avere fatto 56 di 12 giorni, il lavoro nominale di ognuno dei 56 giorni di corvée viene a sua volta determinato in modo che occorra necessariamente un supplemento di lavoro nei giorni successivi. Per esempio in una giornata dev'essere sarchiato un appezzamento di terreno che richiede per questa operazione per lo meno il doppio, specialmente nelle piantagioni di granturco. Per alcuni singoli lavori agricoli, il lavoro giornaliero legale è interpretabile in modo da far cominciare la giornata nel mese di maggio e da farla finire nel mese di ottobre. Per la Moldavia le disposizioni sono anche più dure. Un boiardo esclamò nell'ebbrezza della vittoria: «Le dodici giornate annuali di corvée del


260 - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

Règlement organique ammontano a 365 giorni all'anno!»45.
Il Règlement organique dei principati danubiani era una espressione positiva di quella voracità  di pluslavoro che è legalizzata in ogni paragrafo di esso; i Factory Acts inglesi sono espressioni negative della stessa voracità . Queste leggi frenano l'istinto del capitale a smungere smodatamente la forza-lavoro; esse lo frenano mediante la limitazione coatta della giornata lavorativa in nome dello Stato e, invero, da parte di uno Stato dominato da capitalisti e proprietari terrieri. Fatta astrazione da un movimento operaio che cresce sempre più minaccioso di giorno in giorno, la limitazione del lavoro nelle fabbriche è stata dettata dalla stessa necessità  che ha sparso il guano sui campi d'Inghilterra. La stessa cieca brama di rapina che aveva esaurito la terra, in questo caso, aveva colpito alla radice, nel primo caso, l'energia vitale della nazione. Qui epidemie periodiche parlavano lo stesso chiaro linguaggio della diminuzione dell'altezza dei soldati in Germania e in Francia46.
Il Factory Act del 1850, ora (1867) vigente, permette 10 ore per la giornata settimanale media, cioè 12 ore per i primi 5 giorni feriali, dalle 6 di mattina alle 6 di sera, detratte però mezz'ora per la colazione e un'ora per il pasto di mezzogiorno, cosicché rimangono 10 ore e mezza lavorative, e 8 ore il sabato, dalle 6 di mattina alle 2 del pomeriggio,

45. Ulteriori particolari si trovano in E. REGNAULT, Histoire politique et sociale des Principautés Danubiennes, Parigi, 1855, [pag 303, 321 sgg.].
46. «In generale, ed entro certi limiti, per gli esseri organici, il fatto ch'essi superano la misura media della loro specie, è indice di prosperità . Per quanto riguarda l'uomo, la misura della sua natura diminuisce quando la crescita viene intralciata da condizioni naturali o sociali. In tutti i paesi europei che hanno la coscrizione, la statura media e, in genere, l'idoneità  al servizio militare degli adulti è diminuita, da quando la coscrizione è stata introdotta. In Francia, prima della rivoluzione (1789), il minimo per un soldato di fanteria era di 165 centimetri; nel 1818 (legge del 10 marzo), era di 157; secondo la legge del 21 marzo 1852 è di 156 centimetri; in media, in Francia, più della metà  dei coscritti vengono scartati per deficienza di statura o vizi di costituzione. In Sassonia la statura militare era di 178 centimetri nel 1780; ora è di 155. In Prussia è di 157. Secondo i dati del dott. Meyer, nella Gazzetta Bavarese del 9 maggio 1862, da una media di nove anni risulta che in Prussia, su 1000 coscritti, 716 non sono idonei al servizio militare: 317 per deficienza di statura, 399 per vizi di costituzione... Nel 1858 la città  di Berlino non potè provvedere il contingente di soldati di riserva che le era Stato assegnato; mancavano 156 uomini» (J. VON LIEBIG, Die Chemie in ihrer Anwendung auf Agrikultur und Physiologie, 7. ed., 1862, vol. I pp. 117, 118).


8. LA GIORNATA LAVORATIVA - 261

detratta mezz'ora per la colazione. Rimangono 60 ore lavorative, 10 e mezzo per ognuno dei primi 5 giorni feriali, 7 e mezzo per l'ultimo47. Sono nominati speciali custodi della legge, gli ispettori di fabbrica, direttamente sottoposti al ministero dell'interno, le cui relazioni vengono pubblicate ogni semestre in nome del parlamento. Queste relazioni forniscono dunque una statistica regolare e ufficiale della voracità  di pluslavoro del capitalista.
Ascoltiamo per un momento gli ispettori di fabbrica46. «Il fabbricante fraudolento comincia il lavoro un quarto d'ora (a volte più, a volte meno) prima delle sei antimeridiane e lo finisce un quarto d'ora (a volte più, a volte meno) dopo le sei pomeridiane. Toglie cinque minuti al principio e alla fine della mezz'ora nominalmente concessa per la colazione, dieci minuti al principio e alla fine dell'ora nominalmente concessa per il pasto meridiano. Di sabato lavora un quarto d'ora, a volte più, a volte meno, dopo le due pomeridiane. Così il suo guadagno ammonta:

 

Prima delle sei antimeridiane

a 15 minuti


Dopo le sei antimeridiane

a 15 minuti


Per il periodo della colazione

a 10 minuti

Totale

Per il periodo del pasto meridiano

a 20 minuti

in 5 giorni:


60 minuti

300 minuti

al sabato



Prima delle sei antimeridiane

a 15 minuti

Totale

Per il periodo della colazione

a 10 minuti

settimanale

Dopo le due pomeridiane

a 15 minuti

340 minuti

 


47. La storia della Legge sulle fabbriche del 1850 segue nel corso di questo capitolo.
48. Mi soffermo solo ogni tanto sul periodo che va dall'inizio della grande industria in Inghilterra al 1845 e rimando il lettore a: La situazione della classe operaia in Inghilterra di FRIEDRICH ENGELS, Lipsia, 1845. I Factory Reports, Reports on Mines ecc., apparsi dopo il 1845, mostrano come Engels abbia compreso profondamente lo spirito del modo capitalistico di produzione; anche il più superficiale confronto del suo scritto con i rapporti ufficiali della Children's Employment Commission, 1863-67, pubblicati dopo 18 o 20 anni da quel lavoro, mostrano in che modo ammirevole egli dipingesse la situazione nei suoi particolari. Quei rapporti trattano infatti di rami d'industria pei quali, nel 1862, non era stata ancora introdotta la legislazione sulle fabbriche e, in parte, ancora non è stata introdotta. Qui dunque non era stata imposta dall'esterno una trasformazione più o meno grande alle condizioni esposte da Engels. Io prendo i miei esempi soprattutto dal periodo del libero scambio dopo il 1848, da quell'epoca paradi-(###)siaca, sulla quale alcuni commessi viaggiatori del libero scambio, tanto chiacchieroni quanto scientificamente sciagurati, raccontano ai tedeschi, soffiando alla Faucher [giuoco di parole sul nome di J. Faucher e sul verbo fauchen, soffiare], una quantità  così straordinaria di cose. Del resto l'Inghilterra figura qui in primo piano soltanto perché rappresenta classicamente la produzione capitalistica, perché essa sola possiede una statistica ufficiale e continuativa sull'argomento che trattiamo.


262 - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

Ossia 5 ore e 40 minuti alla settimana, il che, moltiplicato per 50 settimane lavorative (detratte due settimane di vacanze e interruzioni occasionali), è eguale a 27 giornate lavorative»49.
«Se si prolunga la giornata lavorativa di cinque minuti quotidiani oltre la durata normale, si hanno due giorni e mezzo di produzione all'anno»50. «Un'ora addizionale quotidiana, ottenuta raspando ora qui ora là  un trattino di tempo, fa diventare tredici i dodici mesi dell'anno»51.
Le crisi, durante le quali viene interrotta la produzione e si lavora solo a «tempo ridotto», cioè solo per alcuni giorni alla settimana, non cambiano naturalmente per nulla l'impulso al prolungamento della giornata lavorativa. Quanto meno affari si fanno, tanto maggiore dev'essere il guadagno nell'affare che si fa. Meno tempo si può lavorare, più grande è la parte del tempo di lavoro che si deve dare al pluslavoro. Gli ispettori di fabbrica riferiscono come segue sul periodo della crisi dal 1857 al 1858:
«Si può ritenere illogico che abbia luogo un qualsiasi sovraccarico di lavoro in un momento nel quale il commercio va così male; ma proprio questa cattiva situazione sprona gente senza scrupoli a trasgressioni; costoro si assicurano così un profitto straordinario...». «Proprio nello stesso periodo», dice Leonard Horner, «nel quale 122 fabbriche del mio distretto sono state del tutto abbandonate, altre 143 sono ferme e tutte le altre lavorano a tempo ridotto, il sovraccarico di lavoro viene continuato oltre il tempo stabilito dalla legge»52. «Benché», dice il signor Howell, «nel maggior numero delle fabbriche si lavori soltanto per metà  del tempo, in conseguenza del cattivo stato degli affari, io continuo a ricevere, come prima, lo stesso numero di lagnanze, che agli operai vengono strappati (snatched) mezz'ora o tre quarti

49. Suggestions ecc. by M L. HORNER, Inspector of Factories, in Factories Regulation Act Ordered by the House of Commons to be printed 9th Aug. 1859, p 4, 5.
50. Reports of the Insp. of Fact. 31 st Oct. 1856, p. 35.
51. Reports ecc., 30th.4 april 1858, p. 9.
52. Reports ecc., 30th.4 april 1858, p. 43.


8. LA GIORNATA LAVORATIVA - 263

d'ora ogni giorno, mediante la decurtazione delle pause loro garantite dalla legge per i pasti e per il riposo»53.
Lo stesso fenomeno si ripete su scala minore durante la terribile crisi del cotone del 1861-186554.
«Quando sorprendiamo operai al lavoro durante le ore dei pasti o in altre ore illegali, si avanza il pretesto che gli operai non vogliono affatto lasciare la fabbrica, che occorre addirittura costringerli a interrompere il loro lavoro» (pulizia delle macchine ecc.), «specialmente il sabato pomeriggio. Ma, se le «braccia» rimangono nella fabbrica dopo che le macchine sono ferme, questo avviene soltanto perché non è stato loro concesso nessun periodo di tempo per tali lavori durante le ore lavorative stabilite dalla legge, dalle sei di mattina alle sei di sera»55.
«Il profitto straordinario, ottenibile mediante sovraccarico di lavoro oltre il tempo legale, sembra essere per molti fabbricanti una tentazione troppo grande perché le si possa resistere. Essi

53. Ivi, p. 25. 54.Reports ecc. for the half year ending 30th ApriI 1861, vedi appendice n. 2. Reports ecc. 31st Oct. 1862, pp. 7, 52, 53. Le trasgressioni tornano ad aumentare di numero con l'ultimo semestre 1863. Cfr. Reports ecc. ending 3lst Oct. 1863, p. 7. 55. Reports ecc. 3lst Oct. 1860, p. 23. Con quale fanatismo - secondo le deposizioni giudiziarie dei fabbricanti - le braccia di questi fabbricanti si oppongano ad ogni interruzione del lavoro nella fabbrica, ce lo mostra questo curioso fenomeno. Ai primi di giugno del 1863 pervennero ai magistrates [giudici di pace, pretori] di Dewshury (Yorkshire) denunce, secondo le quali i proprietari di otto grandi fabbriche presso Batley avrebbero contravvenuto alla legge sulle fabbriche. Una parte di questi signori era accusata di avere ridotto all'esaurimento cinque ragazzi fra i dodici e quindici anni, facendoli lavorare dalle 6 di mattina del venerdì alle quattro pomeridiane del sabato seguente, senza permettere nessun ristoro, altro che i periodi dei pasti e un'ora di sonno verso mezzanotte. E questi ragazzi avevano da compiere il loro ininterrotto lavoro di trenta ore nella «shoddy-hole» (il buco degli stracci), com'è chiamato il bugigattolo dove vengono disfatti gli stracci di lana e dove un'atmosfera mareggiante di polvere, cascami ecc, costringe anche gli operai adulti ad annodarsi continuamente fazzoletti attorno alla bocca, a protezione dei polmoni! I signori accusati assicurarono, invece di giurare (come quaccheri erano uomini troppo scrupolosamente religiosi per poter giurare), che, nella loro gran misericordia, avevano permesso a quegli sciagurati fanciulli quattro ore di sonno; ma quei cocciuti fanciulli non volevano assolutamente andare a letto! I signori quaccheri vennero condannati a una multa di venti sterline. Il Dryden aveva presentito questi quaccheri: «Volpe tutta piena di apparente santità  - che temeva di giurare ma avrebbe mentito come il demonio - che aveva l'aspetto della quaresima e l'ammiccar devoto - e non poteva peccare - prima d'aver detto la sua preghiera!».


264 - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

speculano sulla probabilità  di non essere scoperti e calcolano che, anche nel caso che siano scoperti, la esiguità  delle pene pecuniarie e delle spese di giudizio garantisce loro pur sempre un bilancio attivo...»56. «Dove il tempo addizionale viene ottenuto mediante la moltiplicazione di piccoli furti («a multiplication of small thefts») durante la giornata, per gli ispettori ci sono difficoltà  quasi insuperabili nello stabilire le prove della trasgressione»57. Questi «piccoli furti» del capitale sul tempo dei pasti e sul tempo di riposo dell'operaio vengono designati dagli ispettori di fabbrica anche come «petty pilfering of minutes.»58, sgraffignare i minuti, «snatching a few minutes», rubare pochi minuti59 o, come lo chiamano tecnicamente gli operai, «nibbling and cribbling at meal times»60.
É evidente che in questa atmosfera la formazione del plusvalore mediante il pluslavoro non è un segreto. Un rispettabilissimo padrone di fabbrica mi disse: «Se lei mi permette di far lavorare soltanto dieci minuti quotidiani di tempo supplementare, mette mille sterline al l'anno nelle mie tasche»61. «Atomi di tempo sono gli elementi dei guadagno»62.
Da questo punto di vista non c'è niente di più caratteristico della designazione degli operai che lavorano per tutto il tempo come «full timers», e di fanciulli sotto i tredici anni, che possono lavorare solo sei ore, come «half timers63. L'operaio qui non è altro che tempo di lavoro personificato. Tutte le differenze individuali si risolvono in quella di «operai a tempo intero» e «operai a tempo dimezzato».

3. Branche dell'industria inglese senza limite legale allo sfruttamento.

L'impulso al prolungamento della giornata lavorativa, la fame da lupi mannari di pluslavoro, è stata finora studiata in un settore nel quale mostruosi eccessi, non sorpassati - così dice un

56. Reports ecc. 31st Oct 1856, p. 34.
57. Ivi, p. 35.
58. [meschino scroccare di minuti]. Ivi, p. 48.
59. Ivi
60. [rosicchiare e grattare le ore dei pasti]. Ivi.
61. Ivi
62. «Moments are the elements of profit»; Rep. of the insp. ecc. 3Oth April 1860, p. 56.
63. Questa espressione è ufficialmente adottata, come nella fabbrica, anche nei rapporti sulle fabbriche.


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economista borghese inglese neppure dalle crudeltà  degli spagnoli contro i pellirosse d'America64, hanno finito col far mettere il capitale alla catena della regolamentazione legale. Ma diamo uno sguardo ad alcune branche di produzione, dove lo sfruttamento della forza- lavoro è ancor oggi libero da vincoli, o era tale fino a ieri.
«Il signor Broughton, magistrato di contea, dichiarò, come presidente di una riunione tenuta nel palazzo comunale di Nottingham il 14 gennaio 1860, che fra la parte della popolazione della città  occupata nella fabbricazione di merletti dominava un livello di sofferenze e privazioni sconosciuto al resto del mondo civile... Alle due, alle tre, alle quattro del mattino, fanciulli di nove o dieci anni vengono strappati ai loro sporchi letti e costretti a lavorare fino alle dieci, undici, dodici di notte, per un guadagno di pura sussistenza; le loro membra si consumano, la loro figura si rattrappisce, i tratti del volto si ottundono e la loro umanità  s'irrigidisce completamente in un torpore di pietra, orrido solo a vedersi. Non siamo sorpresi che il signor Mallet ed altri fabbricanti s'alzassero a protestare contro ogni discussione... Il sistema, come l'ha descritto il Rev. Montagu Valpy, è un sistema di schiavitù illimitata, schiavitù socialmente, fisicamente, moralmente, intellettualmente parlando... Che cosa si deve pensare di una città, che tiene una pubblica riunione per preparare una petizione affinché il tempo di lavoro degli uomini sia limitato a diciotto ore quotidiane?... Noi declamiamo contro i piantatori della Virginia e della Carolina. Ma il loro mercato dei negri, con tutti gli orrori della frusta e del traffico di carne umana, è proprio più detestabile di questa macellazione lenta di esseri umani, che ha luogo allo scopo di fabbricare veli e collarini a vantaggio di capitalisti?»65.
L'industria ceramica (pottery) dello Staffordshire è stata oggetto di tre inchieste parlamentari durante gli ultimi ventidue anni. I risultati sono raccolti nella relazione del signor Scriven

64. «La cupidigia dei proprietari di fabbrica, le cui crudeltà  nella caccia al guadagno sono a mala pena superate da quelle commesse dagli spagnuoli durante la conquista dell'America, nella caccia all'oro» JOHN WADE, History of the Middle and Working Classes, 3. ed., Londra, 1835, p. 114. La parte teorica di questo libro, che è una specie di sommario di economia politica, contiene alcune cose per quel tempo originali, come p. es. sulle crisi commerciali. La parte storica ha purtroppo il difetto di plagiare svergognatamente Sir M. EDEN, History of the Poor, Londra, 1790.
65. Daily Telegraph di Londra, 17 gennaio 1860.


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del 1841 per i «Children's Employment Commissioners», nella relazione del dottor Greenhow del 1860, pubblicata su ordine dell'ufficiale medico del Consiglio Privato (Public Health, 3rd Report, I, 102-113), e infine nella relazione del signor Longe del 1863, nel First Report of the Children's Employment Commission del 13 giugno 1863. Per il mio tema è sufficiente trarre dalle relazioni del 1860 e del 1863 alcune deposizioni degli stessi fanciulli sfruttati. Dai fanciulli ci si può fare un'idea degli adulti, in specie delle ragazze e donne, e in un ramo d'industria accanto al quale la filatura del cotone e simili sembra un'occupazione assai piacevole e sana.66
William Wood, di nove anni, «aveva sette anni e dieci mesi quando cominciò a lavorare». Fin da principio egli «ran moulds» (portava gli articoli modellati nell'essiccatoio, riportando indietro gli stampi vuoti). Tutti i giorni della settimana viene alle sei di mattina e smette alle nove circa di sera. «Lavoro fino alle nove di sera ogni giorno della settimana. Così ho fatto per esempio le ultime sette o otto settimane». Dunque quindici ore di lavoro per un bambino di sette anni! J. Murray, ragazzo dodicenne, depone: «I run moulds and turn jigger» (porto stampi e giro la ruota). Vengo alle sei, spesso alle quattro del mattino. La notte scorsa ho lavorato tutta la notte fino a stamattina alle otto. Non sono andato a letto dall'altra notte in poi. Oltre a me anche altri otto o nove ragazzi hanno lavorato per tutta la notte scorsa. Stamattina sono tornati tutti meno uno. Ricevo tre scellini e sei pence (un tallero e cinque grossi) alla settimana. Se lavoro per tutta la notte, non ricevo niente in più. Nell'ultima settimana ho lavorato per due notti intere». Fernyhough, ragazzo decenne: «Non sempre ho tutta un'ora per il pasto di mezzogiorno; spesso mezz'ora soltanto; ogni giovedì, venerdì e sabato»67.
Il dott. Greenhow dichiara che la durata media della vita nei distretti ceramieri di Stoke-upon-Trent e di Wolstanton è straordinariamente breve. Benché nel distretto di Stoke soltanto il 36,6 per cento della popolazione maschile sopra i venti anni e a Wolstanton solo il 30,4 per cento sia occupato nelle fabbriche di stoviglie, più della metà  dei casi di morte fra gli uomini di quel-

66. Cfr. ENGELS, Situazione, cit., pp. 249-51.
67. Children's Employment Commission. First Report ecc. 1863, Evidence [Deposizioni], pp. 16, 18,19.


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l'età, nel primo distretto, circa due quinti nel secondo, risulta da malattie polmonari fra i vasai. Il dott. Boothroyd, medico praticante a Hanley, depone: «Ogni generazione successiva di vasai è più nana e più debole della precedente». Altrettanto un altro medico, il sig. McBean: «Da quando iniziai la mia pratica fra i vasai, venticinque anni fa, la marcata degenerazione di questa classe si è progressivamente mostrata in una diminuzione di statura e di peso». Queste deposizioni sono tratte dalla relazione del dott. Greenhow del 186068.
Quanto segue si trova nella relazione dei commissari del 1863. Il dott. J. T. Arledge, primario dell'ospedale del North Staffordshire, dice: «Come classe, i vasai, uomini e donne, costituiscono una popolazione degenerata, fisicamente e moralmente. Di regola sono piccoli e mal cresciuti, mal fatti e spesso deformi di petto. Invecchiano prematuramente e vivono poco tempo; sono flemmatici e anemici; rivelano la loro debolezza di costituzione con ostinati attacchi di dispepsia, di malattie del fegato e dei reni e di reumatismo. Sono soggetti soprattutto a malattie di petto: polmonite, tisi, bronchite e asma. Una forma d'asma è ad essi peculiare ed è conosciuta come asma dei vasai o tisi dei vasai. La scrofolosi, che attacca le glandole, le ossa o altre parti del corpo, è malattia di più di due terzi dei vasai. Che la degenerazione (degenerescence) della popolazione di questo distretto non sia ancor maggiore, si deve soltanto al reclutamento dai circostanti distretti agricoli e allo scambio di matrimoni con razze più sane». Il sig. Charles Pearson, già  house surgeon dello stesso ospedale, scrive fra l'altro in una lettera al commissario Longe: «Posso parlare soltanto in base a osservazioni personali e non a statistiche, ma non esito ad assicurare che la mia indignazione tornava sempre a sollevarsi, alla vista di quei poveri fanciulli la cui salute veniva sacrificata in omaggio all'avidità  dei loro genitori e dei loro datori di lavoro». Enumera le cause delle malattie dei vasai, e conclude la serie con quella culminante: «long hours» («lunghe ore lavorative»). La relazione della commissione spera che «una manifattura che ha una posizione così preminente agli occhi del mondo non sarà  più soggetta all'accusa infamante che il suo grande successo sia accompagnato da degenerazione fisica, molteplici e diffuse sofferenze corporali e morte precoce della popolazione operaia col cui lavoro e con la cui abilità  sono stati rag-

68. Public Health, 3rd Report ecc., pp. 102, 104, 105.


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giunti così grandi risultati69. Quel che vale per le industrie ceramiche in Inghilterra, vale anche per quelle della Scozia70.
La manifattura dei fiammiferi data dal 1833, dalla scoperta del modo di fissare il fosforo sull'accenditoio. Si è sviluppata in Inghilterra dal 1845 in poi, rapidamente, e si è estesa, partendo specialmente dalle parti di Londra a densa popolazione, anche a Manchester, Birmingham, Liverpool, Bristol, Norwich, Newcastle, Glasgow; con essa s'è diffuso il trisma, che un medico di Vienna scoperse già  nel 1845 esser la malattia peculiare dei lavoranti in fiammiferi. Metà  degli operai di questa manifattura sono bambini sotto i tredici anni e adolescenti di meno di diciotto anni. Essa ha così cattiva fama, per la sua insalubrità  e per la repugnanza che desta, che soltanto la parte più decaduta della classe operaia, vedove semiaffamate ecc., le cede i figli, «fanciulli stracciati, semiaffamati, del tutto trascurati e non educati»71. Dei testimoni esaminati dal commissario White (1863), duecentosettanta erano sotto i diciotto anni, quaranta sotto i dieci anni, dieci avevano solo otto, cinque avevano solo sei anni. Giornata lavorativa che andava dalle dodici alle quattordici, alle quindici ore; lavoro notturno; pasti irregolari, per lo più presi negli stessi locali di lavoro, che sono appestati dal fosforo. Dante avrebbe trovato che questa manifattura supera le sue più crudeli fantasie infernali.
Nella fabbricazione di carta da parati, i generi più grossolani vengono stampati a macchina, i generi più fini a mano (block printing). I mesi di affari più intensi sono fra i primi di ottobre e la fine di aprile. Durante tale periodo questo lavoro dura spesso, e quasi senza interruzione, dalle sei di mattina alle dieci di sera, e anche più avanti nella notte.
J. Leach depone: «L'inverno passato (1862), su diciannove ragazze sei mancarono insieme dal lavoro, per malattie derivate da sovraccarico di lavoro. Per tenerle sveglie, devo urlare». W. Duffy: «Spesso i bambini non potevano tenere gli occhi aperti per la stanchezza; ma spesso nemmeno noi possiamo tenere gli occhi aperti». J. Lightbourne: «Ho tredici anni... L'inverno scorso abbiamo lavorato fino alle nove di sera, e l'inverno precedente fino alle dieci. L'inverno scorso piangevo quasi tutte le sere dal dolore delle piaghe ai piedi». G. Apsden: «Quando questo ragazzo aveva sette anni, avevo preso l'abitudine

69. Children's Employment Commission. 1863, pp. 24, 22 e XI.
70. Ivi, p. XLVII.
71. Ivi, p. LIV.


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di portarlo sulle spalle, andando e venendo dalla fabbrica, e lui soleva lavorare sedici ore... Spesso mi inginocchiavo per dargli da mangiare mentre stava alla macchina, perché non doveva né lasciarla, né fermarla». Smith, il socio direttore di una fabbrica di Manchester: «Noi (vuol dire: le sue «braccia» che lavorano per "noi") lavoriamo senza interruzioni per i pasti, cosicché il lavoro giornaliero di dieci ore e mezza è finito alle quattro e mezza pomeridiane, e dopo è tutto tempo extra»72. (Ma questo signor Smith non si prende nessun pasto durante dieci ore e mezza?). Noi (sempre Smith) raramente cessiamo il lavoro prima delle sei di sera (intende dire, cessiamo il consumo delle «nostre» macchine di forza-lavoro), "cosicché noi" (iterum Crispinus) lavoriamo di fatto per un tempo extra durante tutto l'anno... I fanciulli e gli adulti (centocinquantadue bambini e adolescenti sotto i diciotto anni, centoquaranta adulti) hanno lavorato, tanto gli uni che gli altri, in media, durante gli ultimi diciotto mesi, al minimo sette giornate e cinque ore alla settimana, cioè settantotto ore e mezza alla settimana. Per le sei settimane che finiscono il 2 maggio di quest'anno (1863) la media è stata più alta - otto giornate, ossia ottantaquattro ore alla settimana!». Eppure lo stesso signor Smith, così devoto al pluralis maiestatis, aggiunge sorridendo: «Il lavoro a macchina è facile». E altrettanto dicono quelli che usano il sistema del block printing: «Il lavoro a mano è più sano che il lavoro a macchina». Nel complesso i signori fabbricanti si dichiarano, con indignazione, contrari alla proposta di «fermar le macchine per lo meno durante i pasti». Il signor Otley, manager di una fabbrica di carta da parati nel Borough (a Londra), dice: «Una legge che permettesse ore lavorative dalle sei di mattina alle nove di sera, ci (!) converrebbe molto, ma le ore del Factory Act, dalle sei di mattina alle sei di sera, non ci (!) convengono... La nostra macchina viene fermata durante il pasto di mezzogiorno» (che magnanimità ). «Fermare la macchina non

72. Questo non va inteso nel nostro senso del tempo di pluslavoro. Quei signori considerano il lavoro di dieci ore e mezza come giornata lavorativa normale, che dunque include anche il pluslavoro normale. Dopo di questo comincia «il tempo supplementare», che viene pagato un po' meglio. Si vedrà, in altra occasione, che l'impiego della forza-lavoro durante la cosiddetta giornata normale vien pagato al di sotto del valore, cosicché «il tempo supplementare» è un semplice trucco dei capitalisti per spremere più «pluslavoro»: e ciò rimane del resto un trucco, anche quando la forza-lavoro impiegata durante la «giornata normale» viene realmente pagata in pieno.


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procura perdite degne di nota, nè di carta, nè di colore». «Ma, continua con simpatia, posso capire che la perdita che ne segue non piaccia». La relazione della commissione ritiene ingenuamente che il timore di alcune «ditte principali» di «perdere» tempo, cioè tempo nel quale appropriarsi di lavoro altrui, perciò di «perder profitto», non sia «ragione sufficiente» per far «perdere» a bambini sotto i tredici anni e a adolescenti sotto i diciotto, anni il loro pasto di mezzogiorno, durante 12 o 16 ore, oppure per darglielo come si dà  carbone e acqua alla macchina a vapore, come si dà  sapone alla lana, come si dà  olio alla ruota, ecc. - durante il processo di produzione, come puro e semplice materiale ausiliario del mezzo di lavoro»73.
Nessun ramo d'industria inglese - (facciamo astrazione dalla panificazione meccanica che comincia a farsi strada solo da poco tempo) - ha conservato fino ad oggi modi di produzione così antichi, anzi, come si può vedere dai poeti dell'età  imperiale romana, precristiani, quanto il panificio. Ma il capitale, come abbiamo già  osservato, è in un primo momento indifferente di fronte al carattere tecnico del processo di lavoro del quale si impadronisce: in un primo momento lo prende come lo trova.
L'incredibile adulterazione del pane, specialmente a Londra, venne rivelata la prima volta dal comitato della Camera bassa «sull'adulterazione dei cibi (1855-7856)» e dallo scritto del dott. Hassall: Adulterations detected74. Conseguenza di queste rivelazioni fu la legge del 6 agosto 1860: «for preventing the adulteration of articles of food and drink»; legge inefficace, poiché naturalmente mostra la massima delicatezza verso ogni freetrader che intraprende «to turn a honest penny»* mediante la compravendita di merci falsificate75. Il comitato stesso aveva

73. Children's Employment Commission 1863, pp. 123, 124, 149 e LIV 74. L'allume, macinato fino, o mescolato col sale, è un normale articolo di commercio, che porta il nome significativo di «baker's sfuff» [ materiale da fornaio].
* . Di guadagnarsi qualche meritato soldo.
75. La fuliggine è, come è noto, una forma di carbonio molto energica e costituisce un concime che spazzacamini capitalistici vendono ai fittavoli inglesi. Ora, neI 1862 il «juryman» [giurato] britannico ebbe a decidere in un processo se fuliggine mescolata, all'insaputa dell'acquirente, col novanta per cento di polvere e di sabbia fosse fuliggine «reale», in senso «commerciale», o fuliggine «adulterata», in senso «legale». Gli «amis du commerce» decisero che era fuliggine commerciale «reale» e respinsero la querela del fittavolo, il quale per giunta ebbe a pagare le spese del processo.


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formulato, in maniera più o meno ingenua, la convinzione che il libero commercio significa in sostanza commercio di materiali adulterati o, come dice spiritosamente l'inglese, «materiali sofisticati». E infatti questa specie di «sofistica» sa far nero del bianco e bianco del nero, meglio di Protagora, e sa dimostrare ad oculos che ogni realtà  è pura apparenza, meglio degli Eleati76. Ad ogni modo, il comitato aveva diretto gli occhi del pubblico sul suo «pane quotidiano», e così sui fornai. Contemporaneamente, risuonava in pubbliche adunanze e in petizioni al parlamento il grido dei garzoni fornai londinesi sul sovraccarico di lavoro, ecc. Il grido divenne così urgente che il signor H. S. Tremenheere, che era anche membro della più volte ricordata commissione del 1863, venne nominato commissario reale inquirente. Il suo rapporto77, insieme alle deposizioni dei testimoni, eccitò il pubblico - non il cuore del pubblico, ma il suo stomaco. L'inglese, che conosce bene la sua Bibbia, sapeva sì che l'uomo se non è, per elezione gratuita, capitalista o proprietario terriero o fornito di una sinecura - è chiamato a mangiare il suo pane col sudore della sua fronte; ma non sapeva di dover mangiare nel suo pane, quotidianamente, una certa dose di sudore umano, mescolato con deiezioni di ascessi, ragnatele, blatte morte e lievito tedesco marcito - senza tener conto dell'allume, dell'arenaria e di altri piacevoli ingredienti minerali. Senza nessun riguardo a sua santità  il freetrade, la fin allora «libera» panificazione venne sottoposta alla sorveglianza di ispettori statali (conclusione della sessione parlamentare del 1863). Con lo stesso Atto del parlamento venne proibito il lavoro dalle nove di sera alle cinque di mattina per i garzoni fornai al disotto di diciotto anni. Quest'ultima clausola dice quanto interi volumi

76. Il chimico francese Chevallier, in un trattato sulle «sophistications» delle merci, conta, per molti dei più di seicento articoli che ha esaminato, dieci, venti, trenta metodi di adulterazione. Aggiunge che non conosce tutti i metodi e che non ricorda tutti quelli che conosce. Per lo zucchero indica sei tipi di adulterazione, per l'olio d'oliva nove, per il burro dieci, per il sale dodici, per il latte diciannove, per il pane venti, per l'acquavite ventitre per la farina ventiquattro, per la cioccolata ventotto, per il vino trenta, per il caffè trentadue, ecc.. Neppure il buon Dio sfugge a questo destino: vedi: ROUARD DE CARD, De la falsification des substances sacramentales, Parigi, 1856.
77. Report ecc. relating to the Grievances complained of by the Journeymen Bakers ecc., Londra, 1862; e Second report ecc., Londra 1863.


272 - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

sul sovraccarico di lavoro in questo ramo d'affari così patriarcalmente casalingo.
«Il lavoro di un garzone fornaio londinese comincia di regola verso le undici di notte. A quest'ora fa la pasta, operazione faticosissima che dura da mezz'ora a tre quarti d'ora, a seconda della infornata da fare e della finezza della lavorazione. Si stende poi sulla tavola da impastare, che serve anche da coperchio della madia dove si lavora la farina, e dorme un paio d'ore con un sacco da farina sotto la testa e un altro sacco da farina attorno al corpo. Poi comincia un rapido e ininterrotto lavoro di quattro ore: gramolare, pesare la pasta, spianarla, infornarla, sfornarla, ecc.. La temperatura dei locali dei forni ammonta a 75-90 gradi*, e nei piccoli forni piuttosto più che meno. Quando è compiuta l'operazione di fare pani, panini ecc., comincia la distribuzione del pane; ed una parte considerevole di questi garzoni giornalieri, dopo aver compiuto il pesante lavoro notturno che abbiamo descritto, di giorno porta il pane in ceste o lo trasporta in carretti a mano di casa in casa, lavorando spesso anche nel forno fra un viaggio e l'altro. A seconda della stagione e della grandezza dell'impresa, il lavoro finisce fra l'una e le sei pomeridiane, mentre un'altra, parte dei garzoni lavora fino a tardi, intorno alla mezzanotte, nel forno»78, «Durante la stagione londinese, i garzoni dei fornai che vendono il pane a prezzo «intero«, nel Westend, cominciano regolarmente alle undici di notte e sono occupati nella cottura del pane, con l'interruzione di una o due pause, spesso assai brevi, fino alle otto della mattina seguente; poi sono usati fino alle quattro, cinque, sei, e perfino alle sette pomeridiane per il trasporto e la distribuzione del pane, oppure, a volte, nella cottura dei biscotti nel forno. Compiuto il lavoro, possono avere sei, spesso solo cinque o quattro ore di sonno. Di venerdì il lavoro comincia sempre prima, circa alle dieci di sera, e dura senza interruzione, sia nella preparazione, sia nella consegna del pane, fino alla sera del sabato seguente, alle otto, ma per lo più fino alle quattro o alle cinque di mattina della domenica seguente. Anche nei forni di qualità, che vendono il pane a «prezzo intero», devono essere dedicate quattro o cinque ore della domenica in lavoro preparatorio per il giorno seguente... I garzoni fornai degli «underselling masters» (di quelli che vendono il pane al

*. secondo la scala Fahrenheit; corrispondente a 24-32 °C.
78. Ivi, First report ecc. p. VI


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disotto del prezzo intero), i quali ammontano, come abbiamo osservato sopra, a più di tre quarti dei fornai londinesi, hanno ore di lavoro anche più lunghe, ma il loro lavoro è limitato quasi del tutto al forno, poiché i loro padroni, eccettuata la fornitura a piccoli negozi di rivendita, vendono soltanto nel proprio negozio. Verso la fine della settimana.., cioè il giovedì, il lavoro vi comincia verso le dieci di notte e dura con una brevissima interruzione fino a tardi nella notte della domenica79.
Per quanto riguarda gli «underselling masters», perfino il punto di vista borghese comprende che «il lavoro non pagato dei garzoni (the unpaid labour of the men) costituisce il fondamento della loro concorrenza»80. E il «full priced baker» denuncia i suoi concorrenti «underselling» alla commissione d'inchiesta, come ladri di lavoro altrui e adulteratori. «Essi riescono soltanto ingannando il pubblico e spremendo dai loro garzoni diciotto ore di lavoro per un salario di dodici»81.
L'adulterazione del pane e la formazione di una classe di fornai che vende il pane al disotto del prezzo normale hanno avuto sviluppo in Inghilterra dal principio del secolo XVIII, appena cominciò a decadere il carattere corporativo del mestiere e dietro il mastro fornaio, padrone nominale, si pose il capitalista, nella forma di mugnaio o commerciante commissionario in farina82. Così era posta la base della produzione capitalistica, dello sfrenato prolungamento della giornata lavorativa e del lavoro notturno, benché quest'ultimo prendesse seriamente piede in Londra soltanto dal 182483.
Da quanto procede, si comprenderà  come la relazione della commissione di inchiesta annoveri i garzoni fornai fra quegli operai di breve vita, i quali, dopo esser per fortuna sfuggiti alla decimazione dei bambini, normale per tutti i settori della classe

79. Ivi, p. LXXI.
80. GEORGE READ, The History of Baking, Londra, 1848, p. 16.
81. Report (First) ecc. Evidence. Deposizione del «full priced baker» [ fornaio a prezzo normale] Cheeseman, p. 168
82. GEORGE READ, ivi. Alla fine del sec. XVII e al principio del sec. XVIII, i «factors» [agenti] che si insinuavano in ogni possibile branca di mestiere erano ancor denunciati come «public nuisances» [dannosi per la comunità ]. Così, p. es., il Grand jury, durante la sessione trimestrale dei giudici di pace della contea del Somerset, diresse alla Camera bassa un «presentement» [memoriale] dove fra l'altro si dice: «questi agenti di Blackwell Hall sono un danno pubblico e sono di pregiudizio all'industria tessile e dovrebbero essere repressi come dannosi» (The Case of our English Wool ecc., Londra, 1865, pp. 6, 7).
83. First report ecc., p. VIII.


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operaia, raggiungono raramente il quarantaduesimo anno di vita. Ciò nondimeno, il mestiere del fornaio è sempre sovraccarico di postulanti. Le fonti d'afflusso di queste «forze-lavoro» sono, per Londra, la Scozia, i distretti agricoli occidentali d'Inghilterra e la Germania.
Negli anni 1858-60, i garzoni fornai d'Irlanda organizzarono a proprie spese grandi meetings per l'agitazione contro il lavoro notturno e domenicale. Il pubblico prese partito per essi con ardore irlandese, come per esempio al meeting di maggio a Dublino nel 1860. E di fatto questo movimento fece introdurre l'esclusivo lavoro diurno a Wexford, Kilkenny, Clonmel, Waterford ecc., e con successo. «A Limerick, dove le sofferenze dei giornalieri superavano, com'era noto, ogni misura, quel movimento falli per l'opposizione dei padroni di forni e, in ispecie, dei fornai-mugnai. L'esempio di Limerick condusse a un regresso a Ennis e a Tipperary. A Cork, dove il pubblico risentimento si manifestò nella forma più vivace possibile, i padroni misero in disfatta il movimento usando il loro potere di licenziare i garzoni. A Dublino i padroni fecero la resistenza più decisa e, perseguitando i garzoni che stavano a capo dell'agitazione, costrinsero il resto a cedere e a piegarsi al lavoro notturno e domenicale»84. La commissione di quel governo inglese che in Irlanda è armato fino ai denti fa, in tono da mortorio, le sue rimostranze contro gli implacabili padroni di forni di Dublino, Limerick, Cork ecc.: «Il comitato ritiene che le ore lavorative siano limitate da leggi naturali che non possono essere impunemente violate. I padroni costringono i loro operai, sotto minaccia di licenziamento, a violare le proprie convinzioni religiose, a disubbidire alla legge. A tenere in non cale la pubblica opinione» (tutto questo si riferisce al lavoro domenicale); «con ciò, si provoca cattivo sangue fra capitale e lavoro e si dà  un esempio pericoloso per la religione, la moralità  e l'ordine pubblico... Il comitato ritiene che il prolungamento della giornata lavorativa al di là  delle dodici ore sia un intervento usurpatorio nella vita privata e domestica dell'operaio e conduca a risultati morali disastrosi, per l'intervento nella vita domestica di un uomo e nell'adempimento dei suoi doveri familiari come figlio, fratello, marito e padre. Un lavoro oltrepassante le dodici ore tende a minare la salute del lavoratore, conduce a invecchiamento precoce e a morte prematura, quindi all'infelicità  delle famiglie dei lavoratori, che

84. Report of Committee on the Baking Trade in Ireland for 1861.


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vengono private («are deprived») della cura e del sostegno del capofamiglia, proprio nel momento in cui sono più necessari»85.
Poco fa eravamo in Irlanda. Eccoci dall'altra parte del Canale. In Scozia, il lavoratore agricolo, l'uomo dell'aratro, denuncia il suo lavoro di tredici o quattordici ore, compiuto in un clima dei più aspri, con quattro ore di lavoro supplementare per la domenica (in questa terra di sabbatari!)86. Allo stesso tempo, davanti a un Grand Jury di Londra, stanno tre lavoratori delle ferrovie: un controllore, un macchinista, un segnalatore; una gran catastrofe ferroviaria ha spedito all'altro mondo centinaia di passeggeri, e la causa della sciagura è la negligenza degli impiegati; questi dichiarano unanimemente davanti ai giurati: «dieci o dodici anni or sono il nostro lavoro durava soltanto otto ore al giorno; durante gli ultimi cinque o sei anni lo si è spinto fino a quattordici, diciotto e venti ore e, nei casi di affluenza di viaggiatori più forte del solito, come nei periodi dei treni per le escursioni, il lavoro è durato spesso quaranta o cinquanta ore, senza interruzione. Noi non siamo ciclopi, ma uomini comuni. A un certo punto la nostra forza-lavoro viene a mancare. Ci prende il torpore. Il cervello cessa di pensare e l'occhio di vedere». Il «respectable British juryman», proprio assolutamente rispettabile, risponde con un verdetto che manda quei lavoratori davanti alle Assise, per «manslaughter» (omicidio colposo); ma esprime, in un delicato codicillo, il pio desiderio che i signori magnati del capitale delle ferrovie vogliano, per il futuro, esser un po' più scialacquatori nell'acquisto del numero necessario di «forze-lavoro» e più «tem-

85. Ivi
86. Riunione pubblica dei lavoratori agricoli a Lasswade, presso Glasgow, del 5 gennaio 1866 (Si veda il Workman's Advocate del 13 gennaio 1866). La formazione di una Trades' Union fra i lavoratori agricoli, che è cominciata prima in Scozia, alla fine del 1865, è un avvenimento storico. I lavoratori salariati fecero nel marzo 1867, in uno dei più oppressi distretti agricoli inglesi, il Buckinghamshire, un grande sciopero per aumentare il loro salario settimanale da 9-10 scellini a 12 scellini. (Si vede, da quanto precede, che il movimento del proletariato agricolo inglese, il quale, dopo la repressione delle sue dimostrazioni violente, dal 1830 in poi e specialmente dopo la introduzione della nuova legge sui poveri era del tutto spezzato, ricomincia nel periodo 1860-1870, finché, nel 1872, fa epoca. Su questo ritornerò nel secondo volume, come pure ritornerò sui libri azzurri pubblicati a cominciare dal 1867 sulla situazione del lavoratore agricolo inglese. Aggiunta alla terza edizione).


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peranti», o più «economi» o «pronti all'abnegazione», nello smungimento della forza- lavoro pagata87.
Dalla variopinta folla di lavoratori di tutte le professioni, di tutte le età, di entrambi i sessi, che ci si serrano attorno, con più impazienza delle anime degli uccisi intorno a Ulisse, e sui volti dei quali, senza bisogno di guardare i libri azzurri che hanno sottobraccio, si scorge a prima vista il sovraccarico di lavoro, scegliamo ancora due figure, le quali, proprio perché così contrastanti fra loro, provano che tutti gli uomini sono eguali davanti al capitale: una crestaia e un fabbro.
Durante le ultime settimane del giugno 1863 tutti i quotidiani londinesi riportarono un pezzo con l'insegna «sensational»: Death from simple overwork (Morte da semplice sovraccarico di lavoro). Si trattava della morte della crestaia Mary Anne Walkley, di venti anni, occupata in un rispettabilissimo laboratorio di corte sfruttata da una signora dal riposante nome di Elisa. Si tornò a riscoprire la vecchia storia88, tante volte raccontata, che queste ragazze lavorano in media sedici ore e mezzo, ma durante la stagione anche spesso per trent'ore di seguito, mentre la loro «forza-lavoro» che viene a mancare vien tenuta in moto con eventuali somministrazioni di Sherry, di vino di Porto o di caffè.

87. Reynolds' Paper, [21] gennaio 1866. Questo settimanale riporta, settimana per settimana, subito dopo, sotto i «sensational headings» [titoli sensazionali]: «Fearful and fatal accidents» [ terribili e fatali disgrazie]; «appalling tragedies» [orrende tragedie] ecc., tutta una serie di recenti catastrofi ferroviarie. Un lavoratore della linea North Stafford commenta: «Ognuno conosce le conseguenze di una interruzione momentanea dell'attenzione del macchinista e del fuochista. Ma com'è possibile che ciò non avvenga, con l'enorme prolungamento del lavoro, con un pessimo tempo, senza pausa, senza ristoro? Prendete il caso seguente come esempio di quel che capita ogni giorno. Lunedì scorso un fuochista cominciò il suo lavoro giornaliero la mattina prestissimo. Finì dopo quattordici ore e cinquanta minuti. Fu chiamato di nuovo al lavoro ancor prima di aver avuto il tempo di prendere il suo tè. E così ebbe da sgobbare ventinove ore e quindici minuti senza interruzione. Il resto del suo lavoro settimanale ha la struttura seguente: mercoledì quindici ore, giovedì quindici ore e trentacinque minuti, venerdì quattordici ore e mezzo, sabato quattordici ore e dieci minuti: somma, ottantotto ore e quaranta minuti in una Settimana. E ora pensate alla sua meraviglia, quando ricevette la paga per sei giornate lavorative. Era un novellino e domandò che cosa s'intende per lavoro giornaliero. Risposta: tredici ore, cioè settantotto ore alla settimana. Ma, e il pagamento per le dieci ore e quaranta minuti straordinarie? Dopo lunga discussione ricevette un rimborso di dieci pence (neppure dieci grossi d'argento)». Ivi, numero del 4 febbraio 1866.
88. Cfr. F. ENGELS, Situazione ecc., pp. 253, 254.


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Ed era proprio il culmine della stagione. Si trattava di far venir fuori belli e pronti in un batter d'occhio, i magnifici vestiti di gaia di nobili ladies per il ballo in onore della principessa di Galles, da poco importata. Mary Anne Walkley aveva lavorato ventisei ore e mezza senza interruzione, assieme ad altre sessanta ragazze, trenta per stanza, in una stanza che appena poteva contenere un terzo della necessaria cubatura d'aria, mentre le notti dormivano due a due in un letto, in uno dei buchi soffocanti ottenuti stipando varie pareti di legno in una sola stanza da letto89. E questo era uno dei migliori laboratori di mode di Londra. Mary Anne Walkley s'ammalò il venerdì e morì la domenica, senza neppur aver prima finito l'ultimo pezzo dell'ornamento, con gran meraviglia della signora Elisa. Il medico, signor Keys, chiamato troppo tardi al letto della moribonda, depose davanti al «Coroner's jury» con queste secche parole: «Mary Anne Walkley è morta di lunghe ore lavorative in laboratorio sovraffollato e in dormitorio troppo stretto e mal ventilato». Per dare al medico una lezione di buone maniere, il Coroner's jury, dichiarò invece: «la deceduta è morta di apoplessia, ma c'è ragione di temere che la sua morte sia stata affrettata da sovraccarico di

89. Il dott. Letheby, medico consulente presso il Board of Health, dichiarò in quel l'occasione: «Il minimo d'aria per gli adulti dovrebbe essere di trecento piedi cubi in una stanza da letto e cinquecento piedi cubi in una stanza di soggiorno». Il dott. Richardson, primario di un ospedale londinese: «Cucitrici di ogni tipo, crestaie, sarte e semplici cucitrici patiscono di una triplice miseria: sovraccarico di lavoro, deficienza di aria e deficienza di nutrimento o di digestione. Nel complesso, questo tipo di lavoro è in tutti i casi più adatto per donne che per uomini. Ma la sciagura di questo mestiere è che esso, specialmente nella capitale, è monopolizzato da un ventisei capitalisti i quali, con i mezzi coercitivi derivanti dal capitale (that spring from capital) spremono la economia dal lavoro (force economy out of labour; intende: economizzano spese mediante lo sperpero di forza-lavoro). Il loro potere viene sentito da tutta questa classe di operaie. Se una sarta riesce a procurarsi una piccola clientela, la concorrenza la costringe a lavorare da morirne in casa propria, per poterla conservare: e deve per forza infliggere lo stesso sovraccarico di lavoro alle sue aiutanti. Se la sua impresa fallisce, o se essa non può iniziare un'impresa indipendente, essa si rivolge a uno stabilimento, dove il lavoro non è minore, ma il pagamento è sicuro. In questa situazione, essa diventa una semplice schiava, gettata qua e là  da ogni fluttuazione della società ; ora a casa, a morir di fame, o quasi, in una stanzetta; poi, di nuovo al lavoro, quindici, sedici, perfino diciotto ore su ventiquattro, in un'atmosfera appena tollerabile e con un nutrimento che, anche se buono, non può esser digerito per mancanza di aria pura. Di queste vittime si nutre la consunzione, che non è altro che una malattia da aria cattiva» (Dott. RICHARDSON, Work and Overwork in Social Science Review, 18 luglio 1863).


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lavoro in laboratorio sovraffollato ecc.». Il Morning Star, organo dei signori del libero scambio Cobden e Bright, esclamava: «I nostri schiavi bianchi, che s'affaticano a morte, languono e muoiono in silenzio»90.
«Lavorare a morte è all'ordine del giorno, non soltanto nei laboratori delle crestaie, ma in mille luoghi, in ogni luogo dove prosperano gli affari... Prendiamo come esempio il fabbro ferraio. Se si deve credere ai poeti, non c'è uomo energico e allegro più del fabbro ferraio. S'alza la mattina presto e fa saltar scintille al cospetto del sole; mangia e beve e dorme come nessun altro. Da un punto di vista strettamente fisico, il fabbro si trova, se lavora normalmente, in una delle migliori posizioni umane. Ma seguiamolo nella città, vediamo il carico di lavoro che viene addossato a quest'uomo forte; e che posto prende negli elenchi della mortalità  del nostro paese? A Marylebone (uno dei più vasti quartieri di Londra), i fabbri muoiono alla media del trentun per mille all'anno, cioè undici al di sopra della media della mortalità  dei maschi adulti in Inghilterra. Questa occupazione, che è quasi istintiva come le altre arti degli uomini, e in sè e per sè è irreprensibile, diventa distruttrice dell'uomo, mediante il semplice eccesso di lavoro. Il fabbro può battere il martello tante volte, al giorno, fare tanti passi, respirare tante volte, compiere tanto lavoro da vivere in media, diciamo,

90. Morning Star, 23 giugno 1863. Il Times si servì del caso, per difendere i proprietari americani di schiavi contro il Bright ecc., e dichiarò: «moltissimi di noi ritengono che, finché noi facciam lavorare le nostre giovani donne tanto che ne muoiono, usando la sferza della fame invece dello schiocco della frusta, non abbiamo il diritto di aizzare col ferro e col fuoco contro famiglie che sono proprietarie di schiavi di padre in figlio e che, per lo meno, nutrono bene i loro schiavi e li fanno lavorare moderatamente» (Times, 2 luglio 1863). Allo stesso modo sermoneggiò lo Standard, un foglio tory, contro il rev. Newman Hall: «Ha scomunicato i proprietari di schiavi, ma prega in comune con quella brava gente che fa lavorare i cocchieri e i conduttori di omnibus di Londra ecc., per paghe da cani, soltanto sedici ore al giorno». Alla fine parlò l'oracolo, quel signor Thomas Carlyle, sul quale già  nel 1850 ho pubblicato: «Il genio è andato al diavolo, il culto è rimasto». Con una breve parabola, egli riduce l'unico avvenimento grandioso della storia contemporanea, la guerra civile americana, a questo livello: il Pietro del Nord vuol fracassare con tutta la sua forza il cranio al Paolo del Sud, per la ragione che il Pietro del Nord affitta il suo operaio «a giornata» e il Paolo del Sud l'affitta e «a vita» (Macmillan's Magazine. Ilias Americana in nuce. Fascicolo d'Agosto, 1863 [p. 301]). Così è finalmente scoppiata la bolla di sapone della simpatia dei tories pei salariati delle città  - non di quelli agricoli, per amor del cielo! -. Il nocciolo è: schiavitù!


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cinquant'anni. Lo si costringe a batter tanti colpi di martello in più, a far tanti passi in più, a respirar tante volte in più al giorno, sicché, in complesso, il suo dispendio di vita aumenta di un quarto al giorno. Egli tiene testa allo sforzo, e il risultato è che egli compie un quarto di lavoro in più per un periodo limitato e muore a trentasette anni invece che a cinquanta»91.

4. Lavoro diurno e notturno. Il sistema dei turni.

Il capitale costante, i mezzi di produzione, considerati dal punto di vista del processo di valorizzazione, esistono solo allo scopo di assorbir lavoro e, con ogni goccia di lavoro, una quantità  proporzionale di pluslavoro. In tanto che essi non fanno questo, la loro semplice esistenza costituisce per il capitalista una perdita negativa; poiché, durante il tempo nel quale rimangono inoperosi, essi rappresentano un'inutile anticipazione di capitale; e questa perdita diventa positiva appena l'interruzione nel loro impiego rende necessarie spese supplementari per il ricominciamento del lavoro. Il prolungamento della giornata, la al di là  dei limiti della giornata naturale, fino entro la notte, opera soltanto come palliativo, calma solo approssimativamente la sete da vampiro che il capitale ha del vivo sangue del lavoro. Quindi, l'istinto immanente della produzione capitalistica è di appropriarsi lavoro durante tutte le ventiquattro ore del giorno. Ma poiché questo è impossibile fisicamente, quando vengano assorbite continuamente, giorno e notte, le medesime forze-lavoro, allora, per superare l'ostacolo fisico, c'è bisogno di avvicendare le forze-lavoro divorate durante il giorno e la notte. Questo avvicendamento ammette vari metodi; p. es. può esser regolato in modo che una parte del personale operaio provveda per una settimana al servizio diurno, per la seguente al servizio notturno ecc.. Si sa che questo sistema dei turni, questa rotazione, predominava nel periodo giovanile, sano, dell'industria cotoniera inglese e delle altre; che, fra l'altro, fiorisce presentemente nelle filande di cotone del governatorato di Mosca. Questo processo di produzione di ventiquattro ore continue esiste ancor oggi come sistema in molti rami dell'industria della Gran Bretagna rimasti finora «liberi», fra gli altri negli alti forni, nelle ferriere, nei laminatoi e in altre officine metallurgiche dell'In-

91. Dott. RICHARDSON, Work and Overwork in Social Science Review, 18 luglio 1863 [p. 476 sgg.].


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ghilterra, del Galles e della Scozia. Il processo lavorativo abbraccia qui, oltre le ventiquattro ore dei sei giorni di lavoro, anche, in gran parte, le ventiquattro ore della domenica. Gli operai sono uomini e donne, adulti e bambini dell'uno e dell'altro sesso. L'età  dei fanciulli e degli adolescenti percorre tutti i gradi intermedi, dagli otto anni (in alcuni casi dai sei) ai diciotto92. In alcune branche anche le donne e le giovinette lavorano di notte assieme al personale maschile93.
Fatta astrazione dagli effetti nocivi generali del lavoro notturno94 la durata stessa del processo di produzione, senza interruzioni nelle ventiquattro ore, offre un'occasione, assai

92. Children's Employment Commission, Third Report, Londra, 1864 pp. IV,V, VI.
93. «Nello Staffordshire e nel Galles del Sud, ragazze e giovani donne vengono impiegate nelle miniere di carbone e agli ammassi del coke, non solo di giorno, ma anche di notte. Questo è Stato osservato spesso nelle relazioni presentate al parlamento, come pratica connessa con grandi mali a tutti noti. Queste donne, che lavorano assieme agli uomini e che se ne distinguono a mala pena nel vestire, sporche di sudiciume e di fumo, sono esposte alla deteriorazione del loro carattere, perché perdono il rispetto di se stesse, cosa che è conseguenza quasi inevitabile della loro occupazione non femminile», ivi, 194, p. XXVI; cfr. Fourth Report (1865), 61, p. XIII. Lo stesso per le vetrerie.
94. Un padrone di acciaierie, che impiega fanciulli pel lavoro notturno, osservava: «Sembra naturale che i ragazzi che lavorano di notte non possano dormire di giorno e non possano trovar vero riposo, ma che se ne vadano in giro tutto il giorno», ivi, Fourth Report. 63, p. XIII. Un medico osserva, fra l'altro, sull'importanza della luce del sole per la conservazione e lo sviluppo del corpo: «La luce agisce anche direttamente sui tessuti del corpo, indurendoli e dando loro elasticità . I muscoli di animali che vengono privati della quantità  normale di luce diventano molli e perdono l'elasticità, l'energia nervosa perde il tono per mancanza di stimoli e viene menomata l'elaborazione di tutto ciò che sta crescendo... Nel caso dei fanciulli, l'afflusso costante di abbondante luce durante il giorno e di luce solare diretta durante una parte del giorno è assolutamente essenziale per la salute. La luce aiuta a elaborare i cibi in buon sangue plastico e indurisce la fibra quando questa è formata; agisce anche come stimolante degli organi della vista e, attraverso di essi, provoca una maggiore attività  in varie funzioni cerebrali». Il signor W. Strange, primario del General Hospital di Worcester, dal cui scritto sulla «salute» (1864) è tolto questo passo, scrive, in una lettera ad uno dei commissari d'inchiesta, il sig. White: «Ho avuto occasione, tempo fa, nel Lancashire, di osservare gli effetti del lavoro notturno sui ragazzi delle fabbriche, e dichiaro senza esitazione, contrariamente alla prediletta assicurazione di alcuni datori di lavoro, che la salute dei ragazzi ne soffrì ben presto» (ivi, 284, p. 55). In genere, che tali cose costituiscano oggetto di serie controversie, mostra meglio di ogni altra considerazione come la produzione capitalistica operi sulle funzioni cerebrali dei capitalisti e dei loro vassalli.


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benvenuta, per oltrepassare il limite della giornata lavorativa nominale. Per esempio: nei rami d'industria ricordati poco fa, che sono molto faticosi, la giornata lavorativa ufficiale ammonta per ogni operaio a dodici ore al massimo notturne o diurne. Ma il sovraccarico di lavoro al di là  di questo limite è, in molti casi, «veramente spaventoso» («truly fearful»), per usare le parole della relazione ufficiale95. «Mente umana non può», dice la relazione, «riflettere alla quantità  di lavoro che vien compiuta, a quanto dicono le deposizioni dei testimoni, da fanciulli dai nove ai dodici anni, senza giungere irresistibilmente alla conclusione che tale abuso di potere dei genitori e dei datori di lavoro non deve più esser permesso»96.
«La pratica di far lavorare i fanciulli, in generale, a turni diurni e notturni, conduce a un vergognoso prolungamento della giornata la tanto nei momenti di slancio degli affari quanto durante il normale corso delle cose. In molti casi, questo prolungamento non solo è crudele, ma addirittura incredibile. Non si può evitare che uno dei fanciulli dei turno di ricambio rimanga qua e là  assente, per una causa o per l'altra: e allora uno o più dei presenti, che hanno già  compiuto la loro giornata lavorativa, debbono occupare il posto vacante. Questo sistema è così noto a tutti quanti, che il direttore d'un laminatoio, alla mia domanda come venisse occupato il posto dei fanciulli del turno di ricambio rimasti assenti, rispose: «So bene che lei lo sa quanto me», e ammise senz'altro il fatto»97
«In un laminatoio, dove la giornata lavorativa normale durava dalle sei del mattino fino alle cinque e mezza di sera, un ragazzo lavorò quattro notti alla settimana, prolungando il lavoro fino per lo meno alle otto e mezza pomeridiane del giorno seguente... e questo per sei mesi». «Un altro, a nove anni, aveva lavorato a più riprese per tre turni di lavoro di dodici ore l'uno, di seguito, e a dieci anni, due giorni e due notti di seguito». «Un terzo, che ora ha dieci anni, per tre notti aveva lavorato dalle sei di mattina a mezzanotte e le altre notti fino alle nove di sera». «Un quarto, che ora ha tredici anni, ha lavorato dalle sei pomeridiane fino al mezzogiorno del giorno seguente per tutta una settimana e, spesso, ha fatto tre turni di seguito, per esempio dalla mattina del lunedì a martedì notte». «Un quinto, che ora

95. Ivi, 57, p. XI.
96. Ivi, (Fourth report, 1865), p. XII.
97. Ivi.


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ha dodici anni, ha lavorato in una fonderia a Stavely dalle sei di mattina alla mezzanotte per quattordici giorni di fila, e ora non può più continuare». George Allinsworth, di nove anni: «Sono venuto qui venerdì scorso; la mattina dopo dovevamo cominciare alle tre di mattina, così rimasi qui tutta la notte. Vivo a cinque miglia di qui. Ho dormito sul pavimento, con un grembiule di cuoio sotto e una giacchetta addosso. Gli altri due giorni ero qui alle sei di mattina. Eh! Fa caldo davvero qui! Prima di venir qui fui allo stesso lavoro, in un alto forno in campagna, quasi per un anno intero. Anche là  si cominciava alle tre di mattina il sabato, sempre, ma almeno potevo andare a dormire a casa, perché ero vicino. Gli altri giorni cominciavo la mattina alle sei a finivo alle sei o alle sette di sera» ecc.98.
Sentiamo ora come il capitale stesso intenda questo sistema delle ventiquattro ore. Naturalmente, ne passa sotto silenzio le forme estreme, l'abuso che ne vien fatto per prolungamenti «crudeli e incredibili» della giornata lavorativa;

98. Ivi, p. XIII. Il grado di educazione di queste «forze-lavoro» non può naturalmente esser diverso da quello che si presenta nei seguenti dialoghi con uno dei commissari d'inchiesta. «Jeremias Haynes, di 12 anni:... Quattro per quattro fa otto, ma quattro quattro (4 fours) fanno sedici... Un re è lui che ha tutto l'oro e l'argento (A king is him that has all the money and gold). Noi abbiamo un re, si dice che è una regina, la chiamano principessa Alessandra. Si dice che ha sposato il figlio della regina. Una principessa è un uomo». Wm. Turner, dodicenne: «Non vivo in Inghilterra. Penso che ci sia questo paese, ma non ne sapevo niente prima». John Morris, quattordicenne: «Ho sentito dire che Dio ha fatto il mondo, e che tutta la gente è affogata, meno uno; ho sentito, che questo era un uccellino». William Smith, quindicenne: «Dio ha fatto l'uomo; l'uomo ha fatto la donna». Edward Taylor, quindicenne: «Non so niente di Londra». Henry Matthewman, diciassettenne «Qualche volta vado in chiesa... Un nome sul quale hanno predicato è stato un Gesù Cristo, ma non so dire altri nomi e non so dire neppur niente su di lui. Non è stato ucciso, ma è morto come gli altri. In qualche modo non era lo stesso degli altri, perché in qualche modo era religioso e gli altri non lo è» (He was not the same as other people in some ways, because he was religious in some ways, and others isn't); (ivi, 74, p. XV). «Il diavolo è una buona persona, non so dove vive», «Cristo era un briccone» (The devil is a good person, I don't know where he lives, Christ was a wicked man). «Questa ragazza (dieci anni) compita GOD come DOG, e non sapeva il nome della regina» (Ch. Empl. Comm., V Rep., 1866, p. 55, n. 278). Lo stesso sistema che domina nelle industrie metallurgiche or ora citate domina anche nelle vetrerie e nelle cartiere. Nelle cartiere dove la carta viene fabbricata a macchina, il lavoro notturno è regola per tutti i procedimenti, eccetto che per la cernita degli stracci. In alcuni casi il lavoro notturno continua incessantemente tutta la settimana, per mezzo dell'avvicendamento, e va di solito dalla domenica notte alle dodici di notte (#####) del sabato seguente. Il personale del turno di giorno lavora per cinque giornate dodici ore e per una diciotto, mentre quello del turno notturno cinque nottate di dodici ore e una di sei ore, per settimana. In altri casi ogni turno lavora ventiquattro ore di seguito, a giorni alterni. Un turno lavora sei ore il lunedì e diciotto il sabato, per completare le ventiquattro ore. In altri casi è introdotto un sistema intermedio, col quale tutti gli addetti alle macchine della cartiera lavorano quindici o sedici ore al giorno, tutti i giorni della settimana; questo sistema, dice il commissario d'inchiesta Lord, sembra combinare tutti i mali dei turni di dodici e di venti quattro ore. Con questo sistema di lavoro notturno lavorano ragazzi sotto i tredici anni, adolescenti sotto i diciotto e donne. Talvolta, col sistema delle dodici ore, costoro dovevano lavorare per un doppio turno, ventiquattro ore, per assenza della loro muta; le testimonianze dimostrano che spessissimo ragazzi e ragazze lavorano per un tempo supplementare che si estende non di rado a ventiquattro, anche trentasei ore di lavoro ininterrotto. Nel procedimento «continuativo e invariabile della lucidatura, si trovano ragazze dodicenni che lavorano per tutto il mese quattordici ore giornaliere, senza riposo o interruzione regolari, eccetto due o tre interruzioni di mezz'ora, al massimo, per i pasti». In alcune fabbriche, dove si è abbandonato del tutto il lavoro notturno regolare, si lavora per un tempo supplementare spaventosamente lungo, e «spesso proprio nei procedimenti che comportano maggior sudiciume, maggior calore e maggior monotonia» (Children's Employment Commission. Report IV, 1865, pp. XXXVIII e XXXIX).


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il capitale parla del sistema soltanto nella sua forma «normale».
I signori Naylor e Vickers, padroni di acciaierie, che impiegano dalle seicento alle settecento persone, solo il dieci per cento delle quali al di sotto dei diciotto anni e di questi impiegano ancora solo venti ragazzi come personale notturno, si esprimono come segue: «I ragazzi non soffrono affatto per il calore. La temperatura è probabilmente di 86°-90° *. Nelle fucine e nei laminatoi le braccia lavorano giorno e notte a turni, però tutto l'altro lavoro è lavoro diurno, dalle sei di mattina alle sei di sera. Nella fucina le ore lavorative vanno dalle dodici alle dodici. Alcune braccia lavorano sempre di notte senza avvicendamento di lavoro diurno e lavoro notturno... Non troviamo che il lavoro notturno e il lavoro diurno facciano differenza quanto alla salute (la salute dei signori Naylor e Vickers?) e verosimilmente la gente dorme meglio se ha sempre le stesse ore di riposo, invece di alternarle... Circa venti ragazzi al di sotto dei diciotto anni lavorano col turno di notte... Non potremmo farcela (not well do) senza il lavoro notturno di ragazzi sotto i diciotto anni... La nostra obiezione sarebbe: l'aumento dei costi di produzione. É difficile ottenere operai specializzati e capi reparto, ma ragazzi se ne pos-

*. Secondo la scala Fahrenheit; corrispondente a 30°-32° gradi centigradi.


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sono ottenere quanti se ne vuole... Naturalmente, data la piccola proporzione di ragazzi che impieghiamo, limitazioni del lavoro notturno sarebbe di scarsa importanza o di scarso interesse per noi»99.
Il signor J. Ellis, della ditta dei signori John Brown & Co., ferriere e acciaierie, che impiegano tremila fra uomini e ragazzi, e precisamente «giorno e notte a turni» per una parte del lavoro pesante al ferro e all'acciaio, dichiara che nel lavoro pesante all'acciaio ci sono uno o due ragazzi ogni due uomini. La impresa del Brown & Co. conta cinquecento ragazzi al di sotto dei diciotto anni e, di questi, un terzo circa, cioè centosettanta, al di sotto dei tredici anni. Riguardo alla modificazione della legge che veniva proposta, il signor Ellis opina: «Non credo che sarebbe cosa molto riprovevole (very objection able) non far lavorare nessuna persona al di sotto di diciotto anni oltre le dodici ore su ventiquattro. Ma non credo che, al di sopra dei dodici anni, si possa fissare una qualsiasi linea oltre la quale i ragazzi possano essere dispensati dal lavoro notturno. Noi preferiremmo addirittura che fosse proibito di impiegare, in genere, ragazzi sotto i tredici anni o anche sotto i quattordici, piuttosto d'una proibizione di usare durante la notte i ragazzi che ormai abbiamo. I ragazzi del turno di giorno debbono avvicendarsi al lavoro anche nei turni di notte, perché gli uomini non possono lavorare continuamente di notte: rovinerebbe la loro salute. Noi crediamo tuttavia che il lavoro notturno non sia nocivo, se fatto a settimane alterne». (I signori Naylor e Vickers credevano, viceversa, in concordanza con l'interesse della loro industria, che non il lavoro notturno continuo, ma proprio quello a periodi alternati potesse riuscir nocivo). «Noi troviamo che gli uomini che compiono il lavoro notturno a turni alternati sono altrettanto sani che quelli che lavorano solo di giorno... Le nostre obiezioni contro la proibizione d'impiegare ragazzi sotto i diciotto anni al lavoro notturno sarebbero fatte per via dell'aumento della spesa, ma questa è l'unica ragione» (che cinica ingenuità !). «Crediamo che questo aumento sarebbe più di quanto l'azienda (the trade) potrebbe onestamente sopportare, tenuto il debito conto del successo da ottenersi dal suo esercizio (as the trade with due regard to ecc. could fairly bear!» Che fraseologia melliflua!). «Qui il lavoro è scarso e potrebbe venire a mancare, se ci fosse un regolamento del genere» (cioè, Ellis, Brown & Co.

99. Fourth report ecc., 1865, 79, p. XVI


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potrebbero cadere nel fatale imbarazzo di dover pagare completamente il valore della forza-lavoro)100.
Le «Ferriere e acciaierie Ciclope», dei signori Cammel & Co., sono esercite sulla stessa grande scala di quelle del summenzionato John Brown & Co. Il direttore e amministratore aveva consegnato per iscritto la sua deposizione testimoniale al commissario governativo White, ma poi trovò più conveniente sopprimere il manoscritto che gli era stato riconsegnato per la revisione. Ma il signor White ha memoria tenace. Ricorda con estrema precisione che per quei signori ciclopi la proibizione del lavoro notturno di bambini e adolescenti era «impossibile; sarebbe lo stesso che chiudere le loro officine»: eppure la loro impresa conta poco più del sei per cento di ragazzi al disotto dei diciotto anni e soltanto l'un per cento al disotto dei tredici anni101.
Sullo stesso argomento il signor E. F. Sanderson, della ditta Sanderson, Bros. & Co., acciaio fucinato e laminato, di Attercliffe, dichiara: «Dalla proibizione di far lavorare di notte adolescenti al disotto dei diciotto anni deriverebbero grandi difficoltà . La difficoltà  maggiore deriverebbe dall'aumento dei costi, che accompagnerebbe di necessità  una sostituzione del lavoro di fanciulli col lavoro di uomini. Non posso dire a quanto ammonterebbe, ma probabilmente non sarebbe tanto da permettere al fabbricante di alzare il prezzo dell'acciaio e, di conseguenza, la perdita ricadrebbe su di lui, poiché gli uomini» (che gente stravagante!) «rifiuterebbero naturalmente di sopportarla». Il signor Sanderson non sa quanto paga i fanciulli, ma «forse la somma ammonta a quattro o cinque scellini a testa alla settimana... Il lavoro dei ragazzi è di un tipo pel quale, in generale («generailly», naturalmente non sempre «in ispecie») la forza dei ragazzi è per l'appunto sufficiente e, di conseguenza, non deriverebbe dalla maggior forza degli uomini nessun guadagno per compensare la perdita, oppure soltanto nei pochi casi in cui il metallo è pesantissimo. Nè gli uomini vedrebbero volentieri di non avere sotto di sè dei ragazzi, poiché gli uomini sono meno ubbidienti dei ragazzi. E poi, i ragazzi devono cominciare da bambini per imparare il mestiere. Limitando i ragazzi al solo lavoro diurno, non si raggiungerebbe questo scopo». E perché no? Perché i ragazzi non possono imparare il mestiere di giorno? Che ragione

100. Ivi, 80, p. XVI.
101. Ivi, 82, p. XVII.


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si porta? «Perché, a questo modo, gli uomini che lavorano a turni settimanali avvicendando lavoro notturno e lavoro diurno verrebbero separati dai ragazzi del loro turno durante metà  del tempo e perderebbero metà  del profitto che traggono dai ragazzi stessi. L'avviamento che viene dato dagli uomini ai ragazzi viene infatti calcolato come parte del salario lavorativo di questi ragazzi stessi, quindi mette gli uomini in grado di avere più a buon mercato il lavoro dei ragazzi. Ogni uomo perderebbe metà  del suo profitto». (In altre parole, i signori Sanderson dovrebbero pagare di tasca propria, invece che col lavoro notturno dei ragazzi, una parte del salario degli adulti. Il profitto dei signori Sanderson scenderebbe un po', in questa occasione, ed è questa la buona ragione sandersoniana per la quale i ragazzi non possono imparare di giorno il loro mestiere)102. Inoltre, questo getterebbe sugli adulti, che ora vengono rimpiazzati dai fanciulli, il peso d'un continuo lavoro notturno, ch'essi non sopporterebbero. Insomma: le difficoltà  sarebbero così grandi, da condurre probabilmente alla soppressione completa del lavoro notturno. E. F. Sanderson dice: «Per quanto riguarda la produzione dell'acciaio, presa per sè, non si avrebbe la minima differenza, ma!». Ma i signori Sanderson hanno da fare ben altro che produrre acciaio! La produzione dell'acciaio è un semplice pretesto per la produzione del plusvalore. I forni di fusione, i laminatoi ecc., gli edifici, le macchine, il ferro, il carbone ecc, hanno da far ben altro che trasformarsi in acciaio. Sono lì per succhiare pluslavoro e, naturalmente, ne succhiano più in 24 ore che in 12. Di fatto, essi danno ai Sanderson, per grazia di Dio e della legge, una cambiale tratta sul tempo di lavoro di un certo numero di braccia durante tutte le ventiquattro ore della giornata e perdono il loro carattere di capitale, quindi sono pura perdita per i Sanderson, appena venga interrotta la loro funzione di succhiar lavoro. «Ma allora si verificherebbe la perdita derivante da un macchinario tanto costoso che rimarrebbe inattivo per metà  del tempo; per ottenere la massa di prodotti che noi siamo in grado di fornire col presente sistema, dovremmo raddoppiare i locali e il macchinario, il che raddoppierebbe le spese». Ma perché proprio questi Sanderson pretendono un pri-

102. «Nella nostra epoca di riflessioni e di ragionamenti, non deve aver fatto molta strada chi non sappia dare una buona ragione di ogni cosa, anche la peggiore o più stravagante o pervertita. Tutto quel che è stato mandato in malora nel mondo è stato mandato in malora per buone ragioni» (HEGEL, Enzyklopaedie, Erster Teil: Die Logik, p. 249).


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vilegio nei confronti degli altri capitalisti, che possono far lavorare solo di giorno e i cui edifici, macchinari, materie prime, rimangono quindi inattivi la notte? E. F. Sanderson risponde, in nome di tutti i Sanderson: «E' vero che questa perdita derivante dal macchinario inattivo colpisce tutte le manifatture nelle quali si lavora soltanto di giorno. Ma, nel nostro caso, l'uso dei forni fusori causerebbe una perdita straordinaria. Se vengono tenuti accesi, si sciupa del combustibile» (invece del quale ora si sciupa il combustibile dell'operaio); «se non vengono tenuti accesi, si ha una perdita di tempo nel riaccendere il fuoco e per raggiungere il necessario grado di calore (mentre la perdita di tempo per il sonno, anche da parte di fanciulli di otto anni, è guadagno di tempo di lavoro per la stirpe dei Sanderson); poi i forni soffrirebbero del cambio di temperatura» (mentre questi medesimi forni non soffrono nulla per l'alternarsi del lavoro notturno con il lavoro diurno)103.

103. Children's Employment Commission, Fourth Report, 1865, 85, p. XVII. Il commissario inquirente White risponde a un analogo, delicato scrupolo dei signori fabbricanti di vetrami, che sono impossibili «ore regolari pei pasti» dei ragazzi, perché a questo modo una data quantità  dei calore irradiato dai forni sarebbe «pura perdita», cioè sarebbe «sciupata», - senza lasciarsi commuovere come l'Ure, il Senior e la canea dei loro meschini imitatori tedeschi, come il Roscher ecc., «dalla temperanza», «abnegazione», «parsimonia dei capitalisti nello spendere il loro danaro e dal loro «sperpero», degno di Timur e di Tamerlano, di vita umana -: «Se si garantissero ore regolari pei pasti potrebbe andar sciupata una certa quantità  di calore, più di quanto oggi sia di regola; ma anche in valore di denaro non è niente, in confronto con lo sciupio di energia vitale («the waste of animal power») che ora deriva al regno dal fatto che i ragazzi nel periodo della crescita, occupati nelle vetrerie, non trovano neppure il tempo di prendere con agio e di digerire i loro pasti» (ivi, p. XLV). E questo avviene «nell'anno di progresso» 1865. Astrazion fatta dai dispendi di energia nell'alzare e nel trasportare oggetti pesanti, uno di questi ragazzi delle fabbriche di bottiglie e di vetrami percorre, eseguendo ininterrottamente il suo lavoro, dalle quindici alle venti miglia (inglesi) ogni sei ore: e il lavoro dura spesso dalle quattordici alle quindici ore! In molte di queste vetrerie predomina, come nelle filande di Mosca, il sistema dei turni di sei ore. «Durante il periodo lavorativo settimanale, sei ore sono il più lungo tempo di riposo ininterrotto, dal quale va detratto il tempo per andare e tornare dalla fabbrica, per lavarsi, vestirsi, cibarsi, tutte cose che costano tempo. Così rimane di fatto un brevissimo periodo di tempo per il riposo. Non c'è tempo per il giuoco e per cambiare aria, se non a spese di quel sonno che è indispensabile per ragazzi che compiono un lavoro così faticoso in una atmosfera così calda... Anche questo breve sonno è interrotto, perché il ragazzo si deve svegliare da solo, se è notte, o si sveglia per il rumore esterno, se è giorno». Il signor White cita casi nei quali un ragazzo ha lavorato trentasei ore di seguito; altri, nei quali fanciulli di dodici anni sgobbano fino alle due di (####) notte e poi dormono nella fabbrica fino alle cinque di mattina (tre ore!) per cominciare di nuovo il lavoro giornaliero! «La massa di lavoro» dicono i redattori della relazione generale, Tremenheere e Tufnell, «che i ragazzi, le ragazze, le donne, compiono nel corso del loro cerchio magico lavorativo («spell of labours») diurno o notturno, è favolosa» (ivi, XLIII, XLIV). E qualche sera, sul tardi, può darsi che il capitale vetrario, «pieno di abnegazione», se ne vada barcollando, intontito dal vin di Porto, canterellando idiotamente «Britons never, never, shall be slaves!» [I britanni non saranno mai schiavi, giammai!].


288 - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

5. La lotta per la giornata lavorativa normale. Leggi coercitive per il prolungamento della giornata lavorativa dalla meta del sec. XIV alla fine del sec. XVII.

«Che cos'è una giornata lavorativa?» Qual è la quantità  del tempo durante il quale il capitale può consumare la forza-lavoro della quale esso paga il valore d'una giornata? Fino a che punto la giornata lavorativa può essere prolungata al di là  del tempo di lavoro necessario per la riproduzione della forza-lavoro stessa? S'è visto che a queste domande il capitale risponde: la giornata lavorativa conta ventiquattro ore complete al giorno, detratte le poche ore di riposo senza le quali la forza-lavoro ricusa assolutamente di rinnovare il suo servizio. In primo luogo è evidente che l'operaio, durante tutto il tempo della sua vita, non è altro che forza-lavoro, e perciò che tutto il suo tempo disponibile, è, per natura e per diritto, tempo di lavoro, e dunque appartiene alla autovalorizzazione del capitale. Tempo per un'educazione da esseri umani, per lo sviluppo intellettuale, per l'adempimento di funzioni sociali, per rapporti socievoli, per il libero giuoco delle energie vitali fisiche e mentali, perfino il tempo festivo domenicale e sia pure nella terra dei sabbatari104 -: fronzoli puri e semplici! Ma il capitale, nel suo smi-

104. P. es., in Inghilterra, qua e là  nelle campagne, si condanna ancora a pene detentive qualche operaio per non aver santificato la festa, avendo egli lavorato in tal giorno nell'orticello davanti alla sua abitazione. Ma lo stesso operaio viene punito per violazione di contratto, se la domenica rimane lontano, sia pure per bacchettoneria religiosa, dalla ferriera, dalla cartiera, dalla vetreria. Il parlamento, così ortodosso, non ha orecchio per la mancata santificazione della festa, quando avviene durante «il processo di valorizzazione» del capitale. In un memoriale (agosto 1863) nel quale i lavoranti giornalieri londinesi nei negozi di pesce e di pollame rivendicano l'abolizione del lavoro domenicale, è detto che il lavoro di costoro dura in media quindici ore alla giornata durante i primi sei giorni della settimana e otto o dieci la domenica. Da quel memoriale si rileva anche che è proprio la ghiottoneria delicata dei bacchettoni aristocratici a incoraggiare quel «lavoro domenicale». Quei «santi», così zelanti «in cute curanda», dimostrano il loro cristianesimo con la rassegnazione che mettono nel sopportare il sopra(####)lavoro, le privazioni e la fame di terze persone. Obsequium ventris   i s t i s (agli operai) perniciosius est.


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surato e cieco impulso, nella sua voracità  da lupo mannaro di pluslavoro, scavalca non soltanto i limiti massimi morali della giornata lavorativa, ma anche quelli puramente fisici. Usurpa il tempo necessario per la crescita, lo sviluppo e la sana conservazione del corpo. Ruba il tempo che è indispensabile per consumare aria libera e luce solare. Lesina sul tempo dei pasti e lo incorpora, dove è possibile, nel processo produttivo stesso, cosicché al lavoratore vien dato il cibo come a un puro e semplice mezzo di produzione, come si dà   carbone alla caldaia a vapore, come si dà   sego e olio alle macchine. Riduce il sonno sano che serve a raccogliere, rinnovare, rinfrescare le energie vitali, a tante ore di torpore quante ne rende indispensabili il ravvivamento di un organismo assolutamente esaurito. Qui non è la normale conservazione della forza-lavoro a determinare il limite della giornata lavorativa, ma, viceversa, è il massimo possibile dispendio giornaliero di forza-lavoro, per quanto morbosamente coatto e penoso, a determinare il limite del tempo di riposo dell'operaio. Il capitale non si preoccupa della durata della vita della forza-lavoro. Quel che gli interessa è unicamente e soltanto il massimo di forza-lavoro che può essere resa liquida in una giornata lavorativa. Esso ottiene questo scopo abbreviando la durata della forza-lavoro, come un agricoltore avido ottiene aumentati proventi dal suolo rapinandone la fertilità.
Con il prolungamento della giornata lavorativa, la produzione capitalistica, che è essenzialmente produzione di plusvalore, assorbimento di pluslavoro, non produce dunque soltanto il rattrappimento della forza-lavoro umana, che vien derubata delle sue condizioni normali di sviluppo e di attuazione, morali e fisiche; ma produce anche l'esaurimento e la estinzione precoce della forza-lavoro stessa105. Essa prolunga il tempo di produzione dell'operaio entro un termine dato, mediante l'accorciamento del tempo che questi ha da vivere.
Il valore della forza-lavoro include però anche il valore delle merci necessarie per la riproduzione dell'operaio o per la perpetuazione della classe operaia. Dunque, se il prolunga-

105. «Nei nostri precedenti rapporti abbiam dato le deposizioni di vari sperimentati fabbricanti, i quali dicono che le ore eccedenti... celano sicuramente il pericolo di esaurire prematuramente la forza-lavoro degli uomini». Child. empl. comm., IV report, 1865,ivi, 64 p. XIII.


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mento contro natura della giornata lavorativa, al quale tende di necessità   il capitale nel suo sregolato istinto a valorizzare se stesso, abbrevia il periodo di vita degli operai e, con esso, la durata della loro forza-lavoro, diventa necessaria una più rapida sostituzione degli operai logorati, quindi diventa necessario sottoporsi a maggiori costi di logoramento nella riproduzione della forza-lavoro, proprio come la parte di valore di una macchina da riprodurre quotidianamente è tanto più grande, quanto più rapido è il logorio della macchina. Quindi sembra che il capitale sia indotto dal suo stesso interesse a una giornata lavorativa normale.
Il proprietario di schiavi si compra il lavoratore come si compra il cavallo. Se perde lo schiavo, perde un capitale che dev'essere sostituito con un nuovo esborso sul mercato degli schiavi. Ma: «le risaie della Georgia e le paludi del Mississippi sono certo distruttive e fatali per la costituzione umana: tuttavia lo sperpero di vita umana richiesto dalla coltivazione di questi distretti non è così grande da non poter essere compensato con le straboccanti riserve della Virginia e del Kentucky. Considerazioni di carattere economico potrebbero offrire una qualche garanzia di trattamento umano per gli schiavi, identificando l'interesse del padrone con la conservazione dello schiavo, ma, dopo l'introduzione della tratta degli schiavi, quelle considerazioni si trasformano in ragioni di estrema rovina dello schiavo, poiché, dal momento che il suo posto può esser colmato con l'importazione da riserve straniere, la durata della sua vita diventa meno importante della produttività   di questa vita finché dura. Dunque nei paesi importatori di schiavi, è massima dell'impiego di schiavi che l'economia più efficace consiste nello spremere il maggior rendimento possibile nel più breve tempo possibile dal bestiame umano (human chattle). Proprio nelle coltivazioni tropicali, dove spesso i profitti annuali eguagliano il capitale complessivo delle piantagioni, la vita dei negri viene sacrificata senza nessuno scrupolo. Proprio quell'agricoltura delle Indie Occidentali, che da secoli sono culla di fastosa ricchezza, ha inghiottito milioni di uomini di razza africana. E oggi, proprio a Cuba, dove i redditi si contano in milioni e dove i piantatori sono principi, vediamo che gran parte della classe degli schiavi, a parte il nutrimento estremamente rozzo e le vessazioni accanitissime e incessanti, è indirettamente distrutta di anno in anno


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dalla tortura lenta del sopralavoro e della mancanza di sonno e di riposo»106. Mutato nomine de te fabula narratur! Invece di tratta degli schiavi, leggi mercato del lavoro, invece di Kentucky e Virginia leggi Irlanda e distretti agricoli d'Inghilterra, Scozia e Galles, invece di Africa, leggi Germania! Abbiamo visto come il sovraccarico di lavoro spazzi via i fornai di Londra, eppure il mercato londinese del lavoro è sempre straboccante di candidati alla morte, tedeschi e di altri paesi, pronti a entrare nei forni. Abbiamo visto che la ceramica è uno dei rami dell'industria che concedono vita più breve. Ma per questo mancheranno i vasai? Josiah Wedgwood, l'inventore della ceramica moderna, che di origine è un comune operaio, dichiarò nel 1785, davanti alla Camera dei Comuni, che l'intera manifattura occupava da 15 a 20.000 persone107. Nel 1861, la popolazione delle sole sedi cittadine di quella industria ammontava in Gran Bretagna a 101.302 persone. «L'industria cotoniera conta novant'anni di vita... Nel periodo di tre generazioni della razza inglese essa ha divorato nove generazioni di operai cotonieri»108. Certo, in singoli periodi di slancio febbrile, il mercato del lavoro ha rivelato lacune preoccupanti, come p. es. nel 1834. Ma allora i signori fabbricanti proposero ai Poor Law Commissioners di mandare al nord la «sovrappopolazione» dei distretti rurali, spiegando che «i fabbricanti l'avrebbero assorbita e consumata»109. Queste furono le loro proprie parole. «A Manchester s'installarono agenti col permesso dei Poor Law Commissioners. Si prepararono liste di lavoratori agricoli che venivano consegnate a questi agenti. I fabbricanti accorrevano negli uffici e, dopo che essi avevano scelto quel che loro conveniva, dall'Inghilterra meridionale venivano spedite le famiglie. Questi pacchi umani venivano spediti con le loro etichette, come balle di mercanzia, per via d'acqua o su carri-merci; alcuni si avviavano a piedi e molti erravano, sperduti e semiaffamati, per i distretti manifatturieri. La cosa si sviluppò in una vera branca di commercio. La Camera dei Comuni difficilmente lo crederà, ma questo commercio regolare, questo traffico di carne umana, continuò: quegli uomini venivano com-

106. CAIRNES, The slave power, pp. 110, 111.
107. JOHN WARD, History of the borough of Stoke-upon-Trent, Londra, 1843, p. 42.
108. Discorso del Ferrand alla Camera dei Comuni del 27 aprile 1863.
109. «That the manufactures would absorb it and use it up. Queste furono le precise parole del cotoniere» (ivi).


292 - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

prati e venduti dagli agenti di Manchester ai fabbricanti di Manchester con la stessa regolarità   delle vendite di negri ai piantatori di cotone degli Stati Uniti del sud... L'anno 1860 segnò lo zenit dell'industria cotoniera... Tornavano a mancare le braccia. I fabbricanti tornarono a rivolgersi agli agenti di carne umana.., e costoro rovistarono le dune del Dorset, le colline del Devon e le piane del Wilts, ma la sovrappopolazione era già   stata divorata». Il Bury Guardian lamentava che, dopo la conclusione del trattato commerciale anglo-francese, potevano venire assorbite diecimila braccia addizionali e che, presto, ne sarebbero state necessarie fra le trentamila e le quarantamila in più. Dopo che gli agenti e i sub agenti di quel commercio di carne umana ebbero frugato minutamente quasi senza risultato, nel 1860, i distretti agricoli, «una deputazione di fabbricanti si rivolse al signor Villiers, presidente del Poor law board*, con la richiesta di permettere di nuovo di far venire i figli dei poveri e gli orfani dalle workhouses»110.

*. Comitato per i poveri.
110. Ivi. Il Villiers, nonostante tutta la sua buona volontà, era posto dalla legge in una situazione tale che non poteva non respingere la sollecitazione dei fabbricanti. Ma quei signori raggiunsero lo stesso i loro scopi per la condiscendenza delle amministrazioni locali della legge sui poveri. Il sig. A. Redgrave, ispettore delle fabbriche, assicura che questa volta il sistema di far valere «legalmente» gli orfani e i figli indigenti come apprentices (apprendisti) non «era accompagnato dai vecchi inconvenienti» - (su quegli «inconvenienti», cfr. ENGELS, Die Lage der arbeitenden Klasse cit.) - benché ad ogni modo, per lo meno in un caso, «si sia abusato del sistema, per quanto riguarda un gruppo di ragazze e di giovani donne, che furono condotte nel Lancashire e nel Cheshire dai distretti agricoli scozzesi». In questo «sistema», il fabbricante conclude contratti per periodi determinati con le autorità   delle case dei poveri; nutre, veste e alloggia i ragazzi e dà   loro un piccolo supplemento in denaro. Suona piuttosto singolare la seguente osservazione del signor Redgrave, specialmente se si riflette che l'annata del 1860 è unica perfino fra le annate prospere dell'industria cotoniera inglese, che inoltre i salari erano alti, perché la richiesta straordinaria di lavoro si era scontrata con lo spopolamento dell'Irlanda, con una emigrazione senza precedenti dai distretti agricoli inglesi e scozzesi in Australia e America, con una diminuzione reale della popolazione in alcuni distretti agricoli inglesi, parte in seguito alla rottura felicemente raggiunta della forza vitale, parte in seguito al precedente esaurimento della popolazione disponibile per opera dei commercianti di carne umana. E ciò nonostante, il sig. Redgrave dice: «Questo genere di lavoro (quello dei ragazzi delle case dei poveri) viene ricercato tuttavia soltanto quando non se ne può trovare nessun altro, perché è lavoro caro (high priced labour). Il salario ordinario di un fanciullo di tredici anni sarebbe all'incirca di quattro scellini alla settimana; ma alloggiare, vestire, nutrire, provvedere di assistenza medica e di sorveglianza adatta cinquanta o cento fanciulli del (####) genere e, per giunta, dar loro un piccolo supplemento in denaro non si può ottenere con quattro scellini alla settimana» (Rep. of the Insp. of Factories for 30th April 1860, p. 27). Il signor Redgrave dimentica di dirci come l'operaio possa fornire tutto ciò ai propri ragazzi per i loro quattro scellini di salario, se non lo può fare il fabbricante per cinquanta o cento ragazzi che vengono alloggiati, nutriti e sorvegliati in comune. Per prevenire deduzioni erronee dal testo, debbo qui osservare ancora che l'industria cotoniera inglese, dopo essere stata assoggetata al Factory act del 1850 con la sua regolamentazione del tempo di lavoro ecc., deve essere considerata come l'industria modello inglese. L'operaio cotoniere inglese sta meglio del suo compagno di sorte sul continente, sotto ogni aspetto. «L'operaio prussiano lavora nella fabbrica per lo meno dieci ore di più del suo rivale inglese, alla settimana, e se viene impiegato a domicilio, al suo proprio telaio, scompare perfino questo limite delle ore lavorative supplementari» (Rep. of the Insp. of Fact., 31st Oct. 1855, p. 103). Dopo l'esposizione industriale del 1851, il summenzionato ispettore di fabbrica Redgrave fece un viaggio sul continente, specialmente in Francia e in Prussia, per indagare sulle condizioni ivi prevalenti nelle fabbriche. Dell'operaio di fabbrica tedesco dice: «Riceve un salario, sufficiente per procurarsi un cibo semplice e quel minimo di comodità   al quale è abituato e del quale si accontenta... Vive peggio e lavora più forte del suo rivale inglese» (Rep. of the Insp. of Fact., 3lst Oct. 1853, p. 85).


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L'esperienza mostra in generale al capitalista una sovrappopolazione costante, cioè una sovrappopolazione relativamente al bisogno momentaneo di valorizzazione del capitale, benché il flusso di tale sovrappopolazione sia costituito da generazioni rachitiche, di vita breve, che si sostituiscono rapidamente l'una all'altra, raccolte, per così dire, prima della maturazione111. Certo, l'esperienza mostra, d'altra parte, all'osservatore intelligente, con quanta rapidità   e profondità   la produzione capitalistica, la quale, storicamente parlando, data appena da ieri, abbia intaccato alla radice l'energia vitale del popolo, come il costante assorbimento di elementi vitali integri provenienti dalla campagna porti soltanto un certo rallentamento alla degenerazione della popolazione, e come perfino i lavoratori agricoli, nonostante l'aria libera e il principle of natural selection che domina in modo così onnipotente e che permette la sopravvivenza solo degli individui più forti, comincino gia a deperire112. In pra-

111. «Quelli che soffrono di eccesso di lavoro muoiono con una strana rapidità, ma i posti di coloro che scompaiono tornano subito ad essere occupati e un frequente cambio delle persone non porta nessuna alterazione sulla scena». England and America, Londra, 1833, vol. I, p. 55. (L'autore è E. G. Wakefield).
112. Vedi Public Health, Sixth Report of the Medical Officer of the Privy Council, 1863, pubblicato a Londra nel 1864. Questo rapporto tratta particolarmente dei lavoranti agricoli, «La contea di Sutherland... è rappresentata comunemente come una contea molto migliorata... ma una recente indagine (####) ha scoperto che anche quivi, in distretti una volta famosi per begli uomini e soldati valorosi, gli abitanti sono degenerati in una razza magra e intristita. Nelle posizioni più sane, sulle pendici collinose verso il mare, i volti dei loro fanciulli sono tanto sottili e pallidi quanto potrebbero essere solo nell'atmosfera putrida di un vicolo londinese» (THORNTON, Overpopulation ecc., pp. 74, 75). Assomigliano di fatto a quei trentamila «gallant highlanders» [intrepidi montanari] che Glasgow accomuna promiscuamente a ladri e prostitute nei suoi wynds [vicoli] e nei suoi closes [cortili].


294 - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

tica, la prospettiva di un futuro imputridimento dell'umanità   e di uno spopolamento infine incontenibile non influisce sul movimento del capitale, che ha così «buone ragioni» di negare le sofferenze della generazione di lavoratori che lo circonda, nè più nè meno di quanto su di esso influisca la possibilità   della caduta della terra sul sole. Ciascuno sa, in ogni imbroglio di speculazione sulle azioni, che il temporale una volta o l'altra deve scoppiare, ma ciascuno spera che il fulmine cada sulla testa del suo prossimo, e non prima che egli abbia raccolto e portato al sicuro la pioggia d'oro. Après mois le déluge! è il motto di ogni capitalista e di ogni nazione capitalistica. Quindi il capitale non ha riguardi per la salute e la durata della vita dell'operaio, quando non sia costretto a tali riguardi dalla società  113. Al lamento per il deperimento fisico e mentale, per la morte prematura, per la tortura del sopralavoro, il capitale risponde: dovrebbe tale tormento tormentar noi, dal momento che aumenta il nostro piacere (il profitto)? Ma, considerando il fenomeno nel suo complesso, tutto ciò non dipende neppure dalla buona o cattiva volontà   del capitalista singolo. La libera concorrenza fa valere le leggi immanenti della produzione capitalistica come legge coercitiva esterna nei confronti del capitalista singolo114.

113. «Benché la salute della popolazione sia, un fattore così importante del capitale nazionale, noi temiamo di dover confessare che i capitalisti non sono affatto pronti a conservare e a valutare questo tesoro... Il rispetto per la salute degli operai è stato imposto con la forza ai fabbricanti» (Times, 5 novembre 1851). «Gli uomini del West Riding sono divenuti i fabbricanti di panni di tutta la umanità  ... è stata sacrificata la salute degli operai, e la razza sarebbe degenerata in poche generazioni. Ma cominciò una reazione. Il bill di Lord Shaftesbury limitò le ore di lavoro dei ragazzi ecc.» (Report of the registrar general for October 1861 1861).
114. Quindi troviamo, p. es., che all'inizio del 1863 ventisei ditte che posseggono estese fabbriche di ceramiche nello Staffordshire, fra le quali anche J. Wedgwood e figli, fanno una petizione per «un intervento coercitivo dello Stato». La «concorrenza con altri capitalisti» non permetterebbe loro, a quanto dicono, nessuna limitazione «volontaria» del tempo di lavoro dei ragazzi ecc. «Quindi, per quanto deploriamo i mali summenzionati, sarebbe impossibile impedirli con un qualsiasi accordo fra i fabbricanti... Conside(####)rati tutti questi punti, siamo giunti alla convinzione che è necessaria una legge coercitiva». Child. Emp. Comm., 1st rep., 1863, p. 322.
Aggiunta alla nota 114. Il più recente passato ci ha offerto un esempio ancor più lampante. In un periodo di affari febbrili, l'alto livello dei prezzi del cotone aveva costretto i proprietari di tessiture di cotone di Blackburn a diminuire, per un periodo determinato e per un comune accordo, il tempo di lavoro nelle loro fabbriche. Il periodo scadeva circa alla fine di novembre (1871). Intanto i fabbricanti più ricchi, che uniscono filanda e tessitura, si servivano della sospensione di produzione provocata da quell'accordo per estendere le proprie imprese e per fare grossi profitti a spese dei piccoli padroni. E questi, stretti dal bisogno, si rivolsero agli operai delle fabbriche, incitandoli a mandare avanti seriamente l'agitazione per le nove ore, promettendo contributi in denaro a tale scopo.


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La fissazione della giornata lavorativa normale è il risultato di una lotta multisecolare fra capitalista e operaio. Però la storia di questa lotta mostra due correnti contrapposte. Si confronti, p. es., la legislazione inglese contemporanea sulle fabbriche con gli statuti inglesi del lavoro del sec. XIV fino verso la metà   e oltre del sec. XVIII115. Mentre la legge moderna sulle fabbriche accorcia coercitivamente la giornata lavorativa, quegli statuti cercano di allungarla coercitivamente. Certo, le pretese del capitale allo stato embrionale, nel suo primo divenire, dunque quando assicura il suo diritto di assorbire una quantità   sufficiente di pluslavoro non ancora mediante la pura e semplice forza dei rapporti economici, ma anche con l'ausilio del potere dello Stato, sono in tutto e per tutto assai modeste, se si confrontano con le concessioni che è costretto a fare, ringhiando e resistendo, in età   adulta. Ci vogliono secoli perché il «libero» lavoratore si adatti volontariamente, in conseguenza dello sviluppo del modo capitalistico di produzione, cioè sia socialmente costretto a vendere per il prezzo dei suoi mezzi di sussistenza abituali l'intero suo periodo attivo di vita, anzi, la sua capacità   stessa di lavoro, sia costretto a vendere la sua primogenitura per un piatto di lenticchie. É quindi cosa naturale che il prolungamento della giornata lavorativa, che il capitale cerca di imporre per coercizione statale agli operai adulti, dalla metà   del sec. XIV fino alla fine del sec. XVII, coincida all'incirca col limite del tempo di lavoro che nella seconda metà   del sec. XIX viene tracciato qua e là, da parte dello Stato, alla trasformazione di sangue dell'infanzia in capitale. Quel che oggi, p. es. nello Stato del Massachussetts,

115. Questi statuti degli operai, che si trovano contemporaneamente anche in Francia, nei Paesi Bassi ecc., in Inghilterra sono stati aboliti formalmente soltanto nel 1813, dopo che da lungo tempo i rapporti di produzione li avevano fatti mettere da parte.


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che finora è lo Stato più libero della repubblica americana del nord, viene proclamato come limite statutario al lavoro dei fanciulli al di sotto dei dodici anni, era in Inghilterra, ancora alla metà   del sec. XVII, la giornata lavorativa normale di artigiani nel pieno delle forze, di robusti servi agricoli e di giganteschi fabbri ferrai116.
Il primo Statute of labourers (23 anno del regno di Edoardo III, 1349) ebbe il suo pretesto immediato (non la causa, poiché la legislazione di questo tipo perdura per secoli senza quel pretesto) nella gran peste che aveva decimato la popolazione, cosicché, come dice uno scrittore tory, «la difficoltà   di far lavorare operai a prezzi ragionevoli» (cioè a prezzi che lasciassero a chi impiegava gli operai una quantità   ragionevole di pluslavoro) «era divenuta di fatto intollerabile»117. Quindi vennero imposti per forza di legge salari ragionevoli e così pure i limiti della giornata lavorativa. Quest'ultimo punto, che qui è l'unico che ci interessi, è ripetuto nello statuto del 1496 (sotto Enrico VII). La giornata lavorativa doveva allora durare, il che però non si ottenne mai, per tutti gli artigiani (artificers) e lavoranti agricoli, nel periodo da marzo a settembre, dalle cinque di mattina fin tra le sette e le otto di sera, ma le ore dei pasti ammontavano a un'ora per la prima colazione, un'ora e mezza per il

116. «Nessun fanciullo al di sotto dei dodici anni può essere impiegato in nessuna fabbrica per più di dieci ore al giorno» General Statutes of Massachussetts, 63, cap. 12. (Queste ordinanze vennero emanate fra il 1836 e il 1858). «Il lavoro compiuto in un periodo di dieci ore giornaliere deve essere considerato come giornata lavorativa legale in tutte le fabbriche delle industrie cotoniera, laniera, della seta, della carta, vetraria e del lino, come nelle manifatture del ferro e del bronzo. Inoltre si dispone che d'ora in avanti nessun minorenne, occupato in qualsiasi tipo di fabbrica, possa venire tenuto o invitato a lavorare più di dieci ore al giorno o sessanta ore settimanali; inoltre, si dispone che d'ora in avanti nessun minorenne al di sotto dei dieci anni possa venire occupato come operaio in nessuna fabbrica entro il territorio di questo Stato». State of New Jersey. An act to limit the hours of labour ecc., 61 e 62». (Legge dell'11 marzo 1855). «Nessun minore che abbia compiuto i dodici anni e non abbia raggiunto i quindici può essere impiegato in nessun manifattura per più di undici ore giornaliere, né prima delle cinque di mattina, nè dopo le sette e mezza di sera». Revised statutes of the State of Rhode Island, cap. 139, § 23, 1. luglio 1857.
117. Sophisms of Free Trade, 7. ed., Londra, 1850, p. 205. Lo stesso tory ammette del resto: «Atti del parlamento che regolano i salari, ma contro l'operaio e in favore del padrone, sono durati per il lungo periodo di 464 anni. La popolazione è cresciuta. Allora queste leggi sono state trovate, e di fatto son divenute inutili e gravose» (ivi, p. 206).


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pasto del mezzogiorno e mezz'ora per il pasto delle quattro: cioè proprio il doppio di quanto è concesso dalla legge sulle fabbriche ora vigente118. Nell'inverno si doveva lavorare dalle cinque del mattino fino all'imbrunire, con le stesse interruzioni. Uno statuto elisabettiano del 1562, per tutti i lavoratori «ingaggiati con salario a giornata o a settimana» lascia intatta la durata della giornata lavorativa, ma cerca di limitare gli intervalli a due ore e mezza per l'estate e a due per l'inverno. Il pasto di mezzogiorno deve durare soltanto un'ora, mentre «il sonno pomeridiano di una mezz'ora» dev'essere permesso solo da metà   maggio a metà   agosto. Per ogni ora di assenza dev'essere detratto un penny (circa 8 pfennig) dal salario. Tuttavia, nella pratica, la situazione dei lavoratori era più favorevole che nel libro degli statuti. Il padre dell'economia politica, che in certo modo è anche l'inventore della statistica, William Petty, dice in uno scritto da lui pubblicato nell'ultimo terzo del sec. XVII: «I lavoratori (labouring men, propriamente, allora, lavoratori agricoli) lavorano dieci ore al giorno e fanno venti pasti alla settimana, cioè tre al giorno nei giorni lavorativi e due le domeniche; donde si vede chiaramente che, se volessero digiunare il venerdì sera e se volessero dedicare al pasto di mezzogiorno un'ora e mezza, mentre ora abbisognano di due ore, dalle undici all'una di mattina, se dunque essi lavorassero per un ventesimo di più e consumassero un ventesimo di meno ci si potrebbe procacciare il decimo dell'imposta sopra ricordata»119. Non aveva ragione il dott. Andrew Ure, di accusare con alte grida il bill delle dodici ore del 1833 d'essere un regresso verso i tempi delle tenebre? Certo, le regole degli statuti e quelle citate dal Petty valgono anche per gli «apprentices» (apprendisti). Ma dalla seguente lamentela si vede la situazione del lavoro dei fanciulli ancora alla fine del secolo XVII: «I nostri ragazzi, qui in Inghilterra, non

118. J. Wade osserva a buon diritto, in riferimento a questo statuto: «Dallo statuto del 1496 risulta che allora il nutrimento era considerato equivalente a un terzo dell'entrata di un artigiano e a una metà   dell'entrata di un lavoratore agricolo, il che indica un grado di indipendenza dei lavoratori superiore a quello oggi prevalente; poiché la nutrizione dei lavoratori nell'agricoltura e nella manifattura corrisponde oggi a una parte molto maggiore dei loro salari» (J. WADE, History ecc. ., pp. 24, 25 e 577). Un'occhiata, anche superficialissima, al Chronicon pretiosum ecc. del vescovo Fleetwood (prima ed., Londra, 1707; seconda ed., Londra, 1745) basta a confutare l'opinione che tale differenza si riduca, per esempio, alla differenza fra i prezzi relativi delle cibarie e del vestiario di oggi e d'allora.
119.W. PETTY, Political Anatomy of Ireland, 1672, ed. 1691, p. 10.


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fanno niente del tutto fino al momento di divenire apprendisti; poi hanno bisogno, naturalmente, di molto tempo - sette anni - per divenire artigiani perfetti». Invece si celebra la Germania, perché quivi i fanciulli vengono allevati fin dalla culla almeno «a un qualche po' di occupazione»120.
Ancora per la maggior parte del sec. XVIII, fino all'epoca della grande industria, al capitale non è riuscito in Inghilterra d'impadronirsi dell'intera settimana dell'operaio mediante il pagamento del valore settimanale della forza-lavoro, eccezion fatta tuttavia per i lavoratori agricoli. La circostanza che potevano vivere una settimana intera col salario di quattro giornate non sembrava agli operai ragione sufficiente per lavorare per il capitalista anche le altre due giornate. Una parte degli economisti inglesi, al servizio del capitale, denunciava questa ostinazione nella maniera più rabbiosa; un'altra parte difendeva gli operai. Ascoltiamo per esempio la polemica fra il Postlethwayt, il cui dizionario commerciale godeva allora della stessa fama di cui

120. A Discourse on the Necessity of Encouraging Mechanic Industry, Londra, 1689, p. 12. Il Macaulay, che ha falsificato e aggiustato la storia inglese nell'interesse dei whigs e della borghesia, declama a questo modo: «La pratica di mettere i ragazzi al lavoro prematuramente... è prevalsa nel diciassettesimo secolo, su una scala che, comparata con l'estensione dell'industria a quell'epoca, sembra quasi incredibile. A Norwich, sede principale della industria laniera, una creaturina di sei anni era ritenuta atta al lavoro. Molti scrittori del tempo, e fra di essi alcuni che erano considerati eminenti per benignità, ricordano con esultanza il fatto che in quella sola città   ragazzi e fanciulle di tenera età   creavano una ricchezza superiore a quel che era necessario per la loro sussistenza, per l'ammontare di dodicimila sterline annue. Con più cura esaminiamo la storia del passato, più ragione troveremo di dissentire da coloro che immaginano la nostra età   feconda di nuovi mali sociali... Quel che è nuovo è l'intelligenza che scopre tali mali e l'umanità   che ovvia ad essi» (History of England, vol. I, p. 419). Il Macaulay avrebbe potuto continuare a riferire che amis du commerce «eminenti per benignità  » del sec. XVII raccontano con «esultanza» o come in una casa pei poveri olandese venisse impiegato un bambino di quattro anni, e che questo caso di «vertu mise en pratique» passa come esempio in tutti gli scritti degli umanitari alla Macaulay, fino al tempo di Adam Smith. É esatto che con il sorgere della manifattura, distinta dall'artigianato, si mostrano tracce dello sfruttamento dei fanciulli il quale, fino a un certo grado, è esistito dai tempi dei tempi fra i contadini e che è stato più sviluppato quanto. più duro era il giogo gravante sul villano. La tendenza del capitale è evidente, ma i dati di fatto erano ancora isolati, come apparizioni di neonati con due teste. Quindi venivano annotati con «esultanza» pei contemporanei e pei posteri, da profetici «amis du commerce», e ne veniva raccomandata l'imitazione. Lo stesso Macaulay, sicofante e apologeta scozzese, dice: «Oggi sentiamo parlare solo di regresso e vediamo solo progresso». Che occhi e, soprattutto, che orecchie!


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oggi godono scritti analoghi del MacCulloch e del MacGregor, e il già   citato autore dell'Essay on Trade and Commerce121.
Il Postlethwayt dice fra l'altro: «Non posso concludere queste poche osservazioni, senza rilevare il modo di dire corrente in bocca a troppe persone, che se il lavoratore (industrious poor) può ottenere in cinque giornate tanto che gli basti per vivere non vuol lavorare sei intere giornate. Di qui essi concludono che è necessario rincarare anche i mezzi di sussistenza più necessari, per mezzo di imposte o con qualsiasi altro mezzo, per costringere l'artigiano e l'operaio della manifattura a un lavoro ininterrotto di sei giornate alla settimana. Sono costretto a chieder permesso d'essere d'opinione differente da quella di questi grandi politici, che lottano per la schiavitù perpetua della popolazione lavoratrice (the perpetual slavery of the working people) di questo regno; essi dimenticano il proverbio «all work and no play» (solo lavoro e niente giuochi fa stupidi). Non si vantano gli inglesi della genialità   e della destrezza dei loro artigiani e dei loro operai delle manifatture, che hanno procurato finora alle merci britanniche credito e celebrità? A quale circostanza si deve questo fatto? Probabilmente a nient'altro che al modo col quale la nostra popolazione lavoratrice si sa svagare a modo proprio. Se fossero costretti a sgobbare per tutto l'anno, per ognuna delle sei giornate della settimana, in continua ripetizione della stessa operazione, non ne rimarrebbe ottusa la loro genialità   e non diverrebbero pigri e stupidi, invece di essere pronti ed abili, e in seguito a tale eterna schiavitù i nostri operai non perderebbero, invece di conservarla, la loro fama?... Che tipo di abilità   artistica potremmo aspettarci da animali così duramente tribolati (hard driven animals)? ... Molti di essi compiono in quattro giorni tanto lavoro quanto un francese in cinque

121. Il più rabbioso fra gli accusatori degli operai è l'anonimo autore, già   citato nel testo, di An essay on trade and commerce, containig observations on taxation ecc., Londra, 1770. Ne aveva già   scritto in Considerations on taxes, Londra, 1765. Anche Polonio Arthur Young, l'ineffabile chiacchierone statistico, segue sulla stessa linea. Fra i difensori degli operai stanno in prima fila: JACOB VANDERLINT in Money answers all things, Londra, 1734; il Rev. NATHANIEL FORSTER, D.D., in An enquiry into the causes of the present high price of provisions Londra, 1767; il Dott. PRICE, e specialmente anche il POSTLETHWAYT, tanto in un supplemento al suo Universal dictionary of trade and commerce, quanto in Great Britain's commercial interests explained and improved, seconda ed., Londra, 1755. I dati di fatto, poi, si trovano constatati in molti altri scrittori contemporanei, p. es. in Josiah Tucker.


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o in sei. Ma se gli inglesi devono essere eterni lavoratori a sgobbo, c'è da temere che degenereranno (degenerate) anche al di sotto dei francesi. Se il nostro popolo è celebre per il suo coraggio in guerra, non siamo soliti dire che ciò è dovuto, da una parte, al buon roostbeef e al buon pudding inglese nel suo corpo, dall'altra, e non meno, al nostro spirito costituzionale e alla nostra libertà? E perché la maggior genialità, energia ed abilità   dei nostri artigiani ed operai manifatturieri non dovrebbe esser dovuta alla libertà   con la quale si svagano come meglio loro piace? Spero che non perderanno più questi privilegi, nè la buona vita dalla quale viene tanto la loro operosità   che il loro coraggio!»122.
A ciò l'autore dell'Essay on trade and commerce risponde: «Se vien ritenuto istituzione divina solennizzare il settimo giorno della settimana, ciò implica che gli altri giorni della settimana appartengono al lavoro (egli intende, al capitale, come si vedrà   subito), e non si può biasimare come cosa crudele costringere alla osservanza di questo comandamento di Dio... Che l'umanità   inclini per natura all'agio e all'indolenza, ne facciamo funesta esperienza nella condotta della nostra plebe delle manifatture, che in media non lavora più di quattro giornate alla settimana, fuorché nel caso di un rincaro dei mezzi di sussistenza... Posto che un bushel di grano rappresenti tutti i mezzi di sussistenza dell'operaio, che costi cinque scellini e che l'operaio guadagni uno scellino per giornata col suo lavoro, egli ha bisogno di lavorare solo cinque giornate alla settimana; e solo quattro se il bushel costa quattro scellini... Ma poiché il salario del lavoro in questo regno è molto più alto, a confronto del prezzo dei mezzi di sussistenza, l'operaio manifatturiero che lavora quattro giornate alla settimana ha un eccesso di denaro, col quale vive ozioso il resto della settimana... Spero di aver detto abbastanza per rendere evidente che un lavoro moderato durante sei giorni alla settimana non è schiavitù. I nostri lavoratori agricoli lo fanno e, secondo tutte le apparenze, sono i più felici fra i lavoratori (labouring poor)123, ma gli olandesi lo fanno nelle manifatture e sembrano un popolo felicissimo. Lo fanno i francesi,

122. POSTLETHWAYT, ivi, first prelirninary discourse, p. 14.
123. An Essay ecc. Egli stesso, a p. 96, racconta in che cosa consistesse, già   nel 1770, «la felicità  » del lavorante agricolo inglese: «Le loro energie lavorative (their working powers) sono sempre in tensione estrema (on the stretch); non posson vivere peggio di come fanno (they cannot live cheaper than they do), né lavorare più duramente (no, work harder)».


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quando non interferiscono le molte giornate festive...124. Ma la nostra plebe si è messa in testa l'idea fissa che le spetti, come inglesi, per diritto di nascita, il privilegio di essere più liberi e indipendenti (della popolazione lavoratrice) di ogni altro paese di Europa. Ora, questa idea può essere di qualche utilità   quando influisca sul coraggio dei nostri soldati, ma quanto meno essa è forte negli operai manifatturieri, tanto meglio per loro e per lo Stato. Gli operai non dovrebbero ritenersi mai indipendenti dai loro superiori («independent of their superiors«)... É estremamente pericoloso incoraggiare la plebe, in uno Stato commerciale come il nostro, dove forse, su otto parti della popolazione complessiva, sette sono gente con scarsa o nessuna proprietà  ... 125. La cura non sarà   completa, finché i nostri poveri dell'industria non si acconceranno a lavorare sei giornate per la stessa somma che ora guadagnano in quattro giornate»126. A questo scopo, come per «estirpare la pigrizia, la corruzione e i vaneggiamenti romantici sulla libertà  », idem «per diminuire la tassa dei poveri, per promuovere lo spirito dell'industria e per abbassare il prezzo del lavoro nelle manifatture», il nostro fido Eckart del capitale propone il provato sistema di chiudere in una «casa di lavoro ideale» (an ideal workhouse) quei lavoratori che vengono a dipendere dalla pubblica beneficenza, in una parola gli indigenti. «Tale casa dovrebbe esser resa una casa del terrore (house of terror)»127. In questa «casa del terrore», in tale «ideale di casa di lavoro» si dovrebbe lavorare per «quattordici ore giornaliere, compresi però i periodi occorrenti ai pasti, cosicché rimangano dodici ore lavorative piene»128.
Dodici ore lavorative al giorno nella «casa di lavoro ideale»,

124. Il protestantesimo rappresenta una parte importante nella genesi del capitale, già   per aver trasformato quasi tutti i giorni festivi tradizionali in giorni lavorativi.
125. An Essay ecc., pp. 15, 41, 96, 97, 55, 57.
126. Ivi, p. 69. Jacob Vanderlint ha dichiarato già   nel 1734 che l'arcano della lamentela dei capitalisti sulla pigrizia della plebe operaia stava semplicemente nel fatto che i capitalisti esigevano sei giornate lavorative invece di quattro, per lo stesso salario.
127. An Essay ecc., pp. 242: «Tale casa di lavoro ideale dev'essere resa una «casa di terrore», e non un asilo pei poveri, non un rifugio dove essi «debbano essere nutriti con abbondanza, aver vestiti caldi e decenti e fare solo un po' di lavoro».
128. «In this ideal workhouse the poor shall work 14 hours in a day, allowing proper time for meals, in such manner that there shall remain 12 hours of neat labour» (ivi). I francesi, dice altrove, ridono delle nostre idee esaltate di libertà   (ivi, p. 78).


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nella casa del terrore del 1770! Sessantatre anni più tardi, nel 1833, quando il parlamento inglese diminuì la giornata lavorativa degli adolescenti dai tredici ai diciotto anni a dodici ore lavorative piene per quattro branche di fabbricazione, sembrò che fosse spuntato il giorno del giudizio per l'industria inglese! Nel 1852, quando L. Bonaparte cercò di prender piede nella borghesia, dando un colpo alla giornata lavorativa legale, la popolazione operaia francese gridò ad una sola voce: «La legge che abbrevia a dodici ore la giornata lavorativa è l'unico bene rimastoci della legislazione repubblicana!»129. A Zurigo il lavoro degli adolescenti al di sopra dei dieci anni è limitato a dodici ore; nell'Argovia il lavoro degli adolescenti fra i dodici e i diciotto anni è stato ridotto, nel 1862, da dodici ore e mezza a dodici, in Austria, nel 1860, a dodici ore, per fanciulli fra i quattordici e i sedici anni130.
Quale «progresso dal 1770 a oggi», giubilerebbe «esultando» il Macaulay!
La «casa del terrore» per gli indigenti, che nel 1770 era ancora un sogno per l'anima del capitale, si è innalzata pochi anni dopo come gigantesca «casa di lavoro» proprio per l'operaio manifatturiero: il suo nome è fabbrica. E questa volta l'ideale è impallidito al confronto con la realtà  .

6. La lotta per la giornata lavorativa normale. Leggi coercitive sulla limitazione del tempo di lavoro. La legislazione inglese sulle fabbriche dal 1833 al 1864.

Il capitale aveva avuto bisogno di secoli per prolungare la giornata lavorativa fino ai suoi limiti massimi normali e poi, al di là   di questi, fino ai limiti della giornata naturale di dodici

129. «Si opponevano specialmente a lavorare al di là   delle dodici ore al giorno perché la legge che fissava queste ore è l'unico bene che rimane loro dalla legislazione della repubblica» (Rep. of insp. of fact., 31st Oct., 1856, p. 80). La legge francese delle dodici ore, del 5 settembre 1850, che è una edizione imborghesita del decreto del governo provvisorio del 2 marzo 1848, si applica a tutti gli ateliers senza distinzione. Prima di tale legge la giornata lavorativa in Francia era illimitata. Nelle fabbriche durava quattordici, quindici ore e anche più. Vedi: Des classes ouvrières en France, pendant l'année 1848. Par M. BLANQUI. Al signor Blanqui, l'economista, non il rivoluzionario, era stata affidata da parte del governo l'inchiesta sulle condizioni degli operai.
130. Il Belgio conferma di essere lo stato borghese modello anche in riferimento alla regolamentazione della giornata lavorativa. Lord Howard de Walden, plenipotenziario inglese a Bruxelles, riferisce al Foreign Office, il (####) 12 maggio 1862: «Il ministro Rogier mi ha informato che nè una legge generale nè regolamenti locali limitano in qualsiasi modo il lavoro dei fanciulli; che il governo ha avuto l'intenzione, ad ogni seduta, durante gli ultimi tre anni, di proporre alla Camera una legge sull'argomento, ma che ha trovato sempre un ostacolo insuperabile nella gelosa opposizione ad ogni e qualsiasi legislazione contraria al principio della completa libertà   del lavoro»!


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ore131: ma ora, dopo la nascita della grande industria nell'ultimo terzo del secolo XVIII, si ebbe una acceleramento violento e smisurato, travolgente come una valanga. Tutti i limiti, di morale e di natura, di sesso e di età, di giorno e di notte, furono spezzati. Perfino i concetti di giorno e di notte, che nei vecchi statuti erano semplici, alla contadina, si confusero tanto che un giudice inglese del 1860 dovette ricorrere a un acume veramente talmudistico per spiegare «con valore di sentenza» quel che sia la notte e quel che sia il giorno132xcviii. Il capitale celebrava le sue orge.
Appena la classe operaia, soverchiata dal fracasso della produzione, cominciò a tornare in qualche modo in se stessa, cominciò la sua resistenza, e in un primo tempo nel paese di nascita della grande industria, in Inghilterra. Tuttavia, per tre decenni, le concessioni strappate dalla classe operaia rimasero puramente nominali. Dal 1802 al 1833 il parlamento emanò 5 Acts sul lavoro, ma fu tanto scaltro da non votare neanche un soldo per la loro esecuzione legale, per il personale necessario di funzionari ecc.133.

131. «É certo assai deplorevole che una qualsiasi classe di persone debba sgobbare per dodici ore al giorno, il che, includendo il tempo per i pasti e per andare al lavoro e tornare, ammonta di fatto a quattordici ore su ventiquattro... Senza entrare nella questione della salute, nessuno esiterà, credo, ad ammettere che, da un punto di vista morale, un assorbimento così completo del tempo delle classi lavoratrici, senza interruzione, dalla prima età di tredici anni, e, nelle industrie non regolate, anche da età più giovane, sia straordinariamente dannoso e un male da deplorare assai... Quindi, nell'interesse della morale pubblica, per l'educazione di una popolazione virtuosa, e per dare alla gran massa del popolo un ragionevole godimento della vita, bisogna insistere affinché in ogni ramo di attività una parte di ogni giornata lavorativa debba essere riservata al riposo e alla ricreazione? (LEONARD HORNER in Reports of Insp. of Fact. for 31st Dec. 1841).
132. Vedi: Judgement of Mr. J. H. Otwey, Belfast, Hilary Sessions, County Antrim, 1860.
133. È molto caratteristico del regime di Luigi Filippo, il roi bourgeois, il fatto che l'unica legge sulle fabbriche emanata sotto di lui, il 22 marzo 1841, non sia stata mai eseguita. E questa legge riguarda soltanto il lavoro dei fanciulli. Stabilisce otto ore per i fanciulli fra gli otto e i dodici anni, dodici per quelli fra i dodici e i sedici anni ecc., con molte eccezioni che permettono il lavoro notturno perfino per i fanciulli di otto anni. La (####) sorveglianza e l'attuazione della legge rimasero affidate alla buona volontà degli «amis du commerce», in un paese dove anche un topo è amministrato dalla polizia. Soltanto dopo il 1853 c'è un ispettore governativo compensato, in un solo dipartimento, il Département du Nord. Né è meno caratteristico dello sviluppo della società francese in genere il fatto che la legge di Luigi Filippo sia rimasta, fino alla rivoluzione del 1848, l'unica in tutto l'edificio legislativo francese, che pure avvolge tutto nelle sue fila!


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Così quegli Acts rimasero lettera morta. «Fatto sta che, prima dell'Atto del 1833, fanciulli e giovani venivano logorati dal lavoro ("were worked") per tutta la notte e per tutto il giorno, o per tutti e due, ad libitum»134.
L'esistenza di una giornata lavorativa normale data per l'industria moderna soltanto dall'Atto sulle fabbriche del 1833, comprendente le fabbriche per la lavorazione del cotone, della lana, del lino e della seta. Nulla serve a definire lo spirito del capitale meglio della storia della legislazione inglese sulle fabbriche dal 1833 al 1864!
La legge del 1833 dichiara che la giornata lavorativa normale di fabbrica deve cominciare alle cinque e mezzo di mattina e deve finire alle otto e mezza di sera, che entro tali limiti, che costituiscono un periodo di quindici ore, dev'essere considerato legale far lavorare adolescenti (cioè persone fra i tredici e i diciotto anni) in qualsiasi momento della giornata, sempre presupponendo che un medesimo adolescente non lavori più di dodici ore entro una giornata, eccezion fatta per alcuni casi specialmente preveduti. La sesta sezione dell'Atto stabilisce: «che sarà   concessa, nel corso di ogni giornata, non meno di un'ora e mezza per i pasti ad ognuna di tali persone dal tempo di lavoro limitato». Fu proibito di far lavorare fanciulli al di sotto dei nove anni, con un'eccezione che ricorderemo più avanti; il lavoro dei fanciulli dai nove ai tredici anni venne limitato a otto ore al giorno. Per tutte le persone fra i nove e i diciotto anni fu proibito il lavoro notturno, cioè, secondo quella legge, il lavoro fra le otto e mezza di sera e le cinque e mezza di mattina.
I legislatori erano tanto lontani dal voler intaccare la libertà  del capitale di succhiare a fondo la forza-lavoro degli adulti, cioè dall'intaccare quella che essi chiamavano «la libertà   del lavoro», che escogitarono un loro proprio sistema per prevenire tali orripilanti conseguenze della legge sulle fabbriche.
«Il gran male del sistema delle fabbriche, com'è presentemente regolato», dice la prima relazione del consiglio centrale

134. Rep. of Insp. of Fact. 3Oth April 1860, p. 51.


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della commissione del 25 giugno 1833, «consiste nel fatto che esso crea la necessità   di estendere il lavoro dei fanciulli alla durata estrema raggiunta dalla giornata lavorativa degli adulti. L'unico rimedio a questo in conveniente, senza ricorrere alla limitazione del lavoro degli adulti, dal che sorgerebbe un male maggiore di quello a cui si cerca di rimediare, sembra essere il progetto di adoperare doppie serie di ragazzi». Quindi questo piano venne eseguito, in modo che, per esempio, dalle cinque e mezza di mattina fino all'una e mezza pomeridiane veniva messo al lavoro un gruppo di fanciulli dai nove ai tredici anni, dall'una e mezza alle otto e mezza un altro gruppo ecc.; e gli si dette il nome di sistema a relais (System of Relays. Relay significa, tanto in inglese che in francese, il cambio dei cavalli di posta in varie stazioni).
Ma, in premio del fatto che i signori fabbricanti avevano ignorato con la massima sfacciataggine tutte le leggi sul lavoro dei fanciulli emanate nei ventidue anni precedenti, ora gli si indorò anche la pillola. Il parlamento stabilì che, dopo il primo marzo 1834 nessun fanciullo al di sotto degli undici anni potesse lavorare più di otto ore in una fabbrica, dopo il primo marzo 1835 nessun fanciullo al di sotto dei dodici, dopo il primo marzo 1836 nessun fanciullo al di sotto dei tredici! Questo «liberalismo» così riguardoso per il «capitale» era tanto più degno di approvazione, in quanto il dott. Farre, Sir A. Carlisle, Sir B. Brodie, Sir C. Bell, il sig. Guthrie ecc., in breve tutti i più importanti physicians e surgeons di Londra, avevano dichiarato nelle loro deposizioni davanti alla Camera bassa: periculum in mora! Il dott. Farre si era espresso anche un po' più grossolanamente: «É necessaria subito una legislazione per la prevenzione della morte in tutte le forme nelle quali essa possa essere inflitta prematuramente; e certamente questo metodo (delle fabbriche) deve essere considerato uno dei i metodi di infliggere la morte»135. Lo stesso parlamento «riformato», che per delicatezza verso i signori fabbricanti incatenava ancora per anni all'inferno del lavoro di fabbrica, per settantadue ore settimanali, dei fanciulli meno che tredicenni, proibiva invece fin dal primo momento ai piantatori, nell'Atto di emancipazione, che pure somministrava la libertà   a gocce, di far lavorare qualsiasi schiavo negro più di quarantacinque ore alla settimana!

135. «Legislation is equally necessary for the prevention of death, in any form in which it can be prematurely inflicted, and certainly this must be viewed as a most  c r u e l  m o d e  of inflicting it».


306 - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

Ma il capitale, per nulla riconciliato, aprì da quel momento una agitazione rumorosa, durata vari anni. Essa si svolgeva soprattutto sull'età   delle categorie che, sotto il nome di fanciulli, avevano visto il loro lavoro limitato ad otto ore ed erano state sottoposte a un certo obbligo scolastico. Secondo l'antropologia capitalistica, la fanciullezza cessava coi dieci, o al massimo con gli undici anni. Più si avvicinava la scadenza per la esecuzione completa dell'Atto sulle fabbriche, il fatale anno 1836, più, selvaggiamente infuriava il canagliume dei fabbricanti. Di fatto gli riuscì di intimidire il governo, fino a fargli proporre nel 1835 che il limite d'età   dei fanciulli fosse abbassato dai tredici ai dodici anni. Ma intanto la pressure froin without* cresceva minacciosamente. Alla Camera bassa mancò il coraggio. Essa rifiutò di gettare fanciulli tredicenni sotto la ruota Juggernaut** del capitale per più di otto ore al giorno e l'Atto del 1833 entrò in pieno vigore. Rimase immutato fino al giugno del 1844.
Durante il decennio nel quale tale Atto ha regolato il lavoro di fabbrica, prima parzialmente e poi integralmente, le relazioni ufficiali degli ispettori di fabbrica straboccano di lamentele sull' impossibilità   di mandano ad effetto. Infatti, poiché la legge del 1833 lasciava liberi i signori del capitale di far cominciare, interrompere, finire, in ogni momento che preferissero, ad ogni «adolescente» e ad ogni «fanciullo» il suo lavoro di dodici ore e rispettivamente di otto ore entro il periodo di quindici ore dalle cinque e mezza di mattina fino alle otto e mezza di sera, poiché inoltre lasciava loro anche la libertà   di assegnare alle differenti persone ore differenti per i pasti, quei signori escogitarono subito un nuovo sistema a relais, col quale i cavalli da lavoro non venivano cambiati in determinate stazioni, ma tornavano sempre ad essere riattaccati in stazioni che cambiavano. Non indugiamo oltre sulla bellezza di questo sistema, perché dovremo tornare a parlarne. Ma è chiaro, a prima vista, che esso aboliva l'Atto sulle fabbriche non solo nello spirito, ma anche nella lettera. Come potevano fare gli ispettori di fabbrica a imporre il tempo di lavoro determinato dalla legge e la concessione dei periodi legali per i pasti, con tutta quella complicata contabilità   su ogni singolo fanciullo e ogni adolescente? In gran parte delle fabbriche il vecchio, brutale abuso tornò presto a fiorire impunito. In una

*. pressione dal di fuori.
**. Ruota del carro del dio indiano Visnù dalla quale si lasciavano schiacciare i fedeli durante le processioni.


8. LA GIORNATA LAVORATIVA - 307

riunione col ministro degli interni (1844), gli ispettori di fabbrica dimostrarono l'impossibilità   di ogni controllo mentre durava il sistema a relais di nuova invenzione136. Ma intanto le circostanze s'erano molto cambiate. Gli operai delle fabbriche, a cominciare specialmente dal 1838, avevano fatto del Bill delle dieci ore il loro grido economico di battaglia, come della Carta il loro motto politico. Anche una parte dei fabbricanti, che avevano regolato l'esercizio della loro industria secondo l'Atto del 1833, seppelliva il parlamento con memoriali sulla «concorrenza» immorale dei loro «falsi fratelli», ai quali maggiore impudenza o più felici circostanze locali permettevano di infrangere la legge. Inoltre, per quanto il singolo fabbricante avesse sempre voglia di lasciar libero corso all'antica bramosia di rapina, tuttavia i portavoce e capi politici della classe dei fabbricanti ordinavano di tenere un contegno differente e un linguaggio differente verso gli operai. Avevano aperto la campagna per l'abolizione della legge sul grano e, per vincerla, avevano bisogno dell'aiuto degli operai! Quindi, per il regno millenario del free trade, non promettevano solo il raddoppiamento della pagnotta, ma anche l'accettazione del Bill delle dieci ore137. Tanto meno dunque dovevano combattere una misura che doveva rendere effettivo l'Atto del 1833 e nient'altro. Minacciati nel loro più sacro interesse, la rendita fondiaria, i tories tuonarono finalmente, scandalizzati e con tono da filantropi, contro le «pratiche infami»138 dei loro nemici.
Così si giunse all'Atto aggiuntivo sulle fabbriche del 7 giugno 1844, che entrò in vigore il 10 settembre 1844. Esso raggruppa una nuova categoria fra la massa degli operai che godono della sua protezione: le donne al di sopra dei diciotto anni. Esse vennero equiparate sotto ogni aspetto alle «giovani persone»: il loro tempo di lavoro fu limitato a dodici ore, il lavoro notturno fu interdetto per esse ecc. Dunque, per la prima volta, la legislazione si vide costretta a controllare direttamente e ufficialmente anche il lavoro dei maggiorenni. Nella relazione sulle fabbriche del 1844-45 si dice ironicamente: «Non è venuto a nostra conoscenza nessun caso di donne adulte che abbiano espresso qualche lamentela su questa interferenza nei loro diritti»139. Il

136. Rep. of Insp. of Fact., 31st October 1849, p. 6.
137. Rep. of Insp. of Fact., 31st October 1848, p. 98.
138. Del resto Leonard Horner usa ufficialmente il termine «nefarious practice» (Rep. of Insp. of Fact., 31st October 1859, p. 7).
139. Rep. ecc. for 30th September 1844, p. 15.


308 - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

lavoro dei fanciulli al di sotto dei tredici anni venne ridotto a sei ore e mezza al giorno e, in certe condizioni, a sette140.
Per eliminare gli abusi del «sistema a relais» spurio, la legge prese fra l'altro le seguenti importanti disposizioni particolari: «La giornata lavorativa per i fanciulli e gli adolescenti va calcolata dal momento della mattina nel quale qualsiasi fanciullo o adolescente comincia a lavorare nella fabbrica». Cosicché, per esempio, se A comincia il lavoro alle otto del mattino e B alle dieci, tuttavia la giornata lavorativa di B deve finire alla stessa ora di quella di A. L'inizio della giornata lavorativa deve essere annunciato per mezzo di un orologio pubblico: per esempio il più vicino orologio della ferrovia, sul quale si deve regolare la campana della fabbrica. Il fabbricante deve affiggere nella fabbrica un avviso a grandi caratteri, nel quale siano indicati il principio, la fine, le pause della giornata lavorativa. Fanciulli che comincino il loro lavoro di mattina, prima delle dodici, non possono più venire impiegati dopo l'una pomeridiana. Quindi il turno pomeridiano deve consistere di fanciulli differenti da quelli del turno mattutino. L'ora e mezza per i pasti deve esser data a tutti gli operai protetti dalla legge negli stessi periodi della giornata, e prima delle tre pomeridiane dev'essere data per lo meno un'ora. Fanciulli e adolescenti non debbono esser impiegati per più di cinque ore prima dell'una pomeridiana, senza che ci sia una pausa di almeno mezz'ora per un pasto. Fanciulli, adolescenti o donne non devono rimanere durante nessuno dei pasti in una stanza della fabbrica dove abbia luogo qualsiasi processo lavorativo ecc..
S'è visto che queste disposizioni minuziose, che regolano con tanta uniformità   militare, al suono della campana, periodi, limiti, pause del lavoro, non erano affatto prodotti di arzigogoli parlamentari: si erano sviluppate a poco a poco dalla situazione, come leggi naturali del modo moderno di produzione. La loro formulazione, il loro riconoscimento ufficiale, la loro proclamazione da parte dello Stato, erano il risultato di lunghe lotte di classe. Una delle loro prime conseguenze fu che la pratica sottopose agli stessi limiti anche la giornata lavorativa degli operai di fabbrica maschi adulti, poiché nel maggior numero di processi lavorativi la cooperazione dei fanciulli, degli adolescenti e delle

140. L'Atto permette di far lavorare per dieci ore i fanciulli, quando non lavorano un giorno dopo l'altro, ma solo a giorni alternati. Nel complesso, questa clausola rimase inefficace.


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donne era indispensabile agli operai adulti. Dunque, nel complesso, durante il periodo dal 1844 al 1847, la giornata lavorativa di dodici ore ebbe validità   generale e uniforme in tutte le branche industriali soggette alla legislazione sulle fabbriche.
Però i fabbricanti non permisero questo «progresso» senza un «regresso» che lo compensasse. Spinta da loro, la Camera dei Comuni ridusse da nove a otto anni l'età   minima dei fanciulli da consumare col lavoro, per garantire «la provvista addizionale di ragazzi di fabbrica» dovuta al capitale in nome di Dio e della Legge141.
Gli anni 1846-47 fanno epoca nella storia economica dell'Inghilterra. Revoca delle leggi sul grano, abolizione dei dazi di importazione sul cotone e su altre materie prime, il libero commercio proclamato stella polare della legislazione! In breve: era l'aurora del millennio. Dall'altra parte, negli stessi anni giungevano alla massima altezza il movimento cartista e l'agitazione per le dieci ore, che trovavano alleati nei tories anelanti vendetta. Nonostante la resistenza fanatica dell'esercito liberoscambista che, con il Bright e il Cobden in testa, mancava ora alla parola data, il Bill delle dieci ore, al quale da tanto tempo si aspirava, fu approvato dal parlamento.
Il nuovo Atto sulle fabbriche, dell'8 giugno 1847, stabilì che il primo luglio 1847 si doveva avere un abbreviamento provvisorio a undici ore della giornata lavorativa degli «adolescenti» (dai 13 ai 18 anni) e di tutte le operaie, ma che dal primo maggio 1848 doveva entrare in vigore la limitazione definitiva della giornata lavorativa a dieci ore. Per il resto, l'Atto era soltanto una aggiunta e un emendamento delle leggi del 1833 e del 1844.
Il capitale intraprese una campagna preliminare per impedire la piena esecuzione dell'Atto il primo maggio 1848. E cioè proprio gli operai, ammaestrati, come si pretendeva, dall'esperienza, avrebbero dovuto aiutare a distruggere la loro propria opera. Il momento era stato scelto con abilità  . «Si deve rammentare che, in seguito alla terribile crisi del 1846-47, grandi sofferenze avevano imperato fra gli operai delle fabbriche, poiché molte fabbriche avevano lavorato solo per poco tempo e altre erano rimaste ferme del tutto. Un numero considerevole di operai si trovava quindi in una situazione gravissima, molti erano pieni

141. «Poiché una riduzione delle loro ore di lavoro avrebbe causato l'impiego di un maggior numero (di fanciulli), si pensò che la fornitura supplementare di fanciulli dagli otto ai nove anni di età avrebbe corrisposto all'accresciuta richiesta (Rep. ecc. 30th Sept. 1844, p. 13).


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di debiti. Quindi si poteva ritenere, con sufficiente certezza, che essi avrebbero preferito il periodo lavorativo più lungo per compensare le perdite passate, forse per pagare i debiti, per ritirare dalla casa di pegno i loro mobili, per sostituire le cose che avessero vendute o per avere nuovi vestiti, per sè e per le loro famiglie»142. I signori delle fabbriche cercarono di aumentare l'effetto naturale di quelle circostanze con una riduzione generale dei salari del dieci per cento, che fu fatta, per così dire, per la solenne inaugurazione della nuova era del libero commercio. Poi seguì un ulteriore riduzione dell'otto e un terzo per cento, appena la giornata lavorativa fu abbreviata a undici ore, e del doppio, quando venne definitivamente limitata a dieci ore. Quindi, dove le condizioni lo permettevano in una maniera o nell'altra, ebbe luogo una riduzione dei salari almeno del venticinque per cento143. E con queste probabilità, preparate in una situazione così favorevole, si dette inizio all'agitazione fra gli operai per la revoca dell'Atto del 1847, senza disdegnare nessun mezzo di inganno, di corruzione e di minaccia: ma tutto invano. Riguardo alla mezza dozzina di petizioni nelle quali gli operai furono costretti a lamentarsi della «loro oppressione sotto quell'Atto», gli stessi petitori dichiararono, all'interrogatorio orale, che le loro sottoscrizioni erano state estorte. «Erano oppressi, ma da qualcos'altro che l'Atto sulle fabbriche»144. Ma se i fabbricanti non riuscirono a far parlare gli operai nel senso voluto, questo servì solo a farli gridare, proprio loro, tanto più forte nella stampa e in parlamento, in nome degli operai. Denunciavano gli ispettori di fabbrica come una specie di commissari della Convenzione, che sacrificavano spietatamente l'infelice operaio al loro capriccio di riformatori del mondo. Anche questa manovra fallì. L'ispettore di fabbrica Leonard Horner fece personalmente, e fece fare dai suoi viceispettori, numerosi interrogatori nelle fabbriche del Lancashire. Circa il settanta per

142. Rep. of Insp. of Fact., 31st October 1848, p. 16.
143. «Ho trovato che ad uomini i quali erano soliti ricevere dieci scellini alla settimana, era stato tolto uno scellino per una riduzione del dieci per cento e, dai rimanenti nove scellini, uno scellino e sei pence per la riduzione del tempo: insieme. erano stati tolti loro due scellini e mezzo; e ciò nonostante, molti di essi dissero che preferivano lavorare dieci ore (ivi).».
144. «Benché sottoscrivessi la petizione, dissi subito che mettevo mano a una cosa cattiva. ? Allora perché l'avete sottoscritta?? Perché se avessi rifiutato sarei stato messo fuori». Dal che appare che questo firmatario si sentiva «oppresso», ma non proprio dall'Atto sulle fabbriche (ivi, p. 102).


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cento degli operai interrogati si dichiararono per le dieci ore, una percentuale molto minore per le undici ore e una minoranza del tutto insignificante per le vecchie dodici ore145.
Un'altra manovra «alla buona» fu quella di far lavorare dalle dodici alle quindici ore gli operai maschi adulti e poi dichiarare che questo fatto era la migliore espressione dei più cari desideri dei proletari. Ma lo «spietato» ispettore di fabbrica Leonard Horner si fece trovare un'altra volta sul posto. La maggior parte dei «sopraorario» deposero «che avrebbero di gran lunga preferito lavorar dieci ore a minor salario, ma che non avevano scelta: tanti di loro erano disoccupati, tanti filatori erano costretti a lavorare come semplici piecers*, che, se avessero rifiutato il prolungamento del tempo di lavoro, altri avrebbero preso subito il loro posto, cosicché per loro la questione era: o lavorare per il periodo prolungato o finir sul lastrico»146.
La campagna del capitale era fallita pel momento, e la legge sulle dieci ore entrò in vigore il primo maggio 1848. Ma intanto, il fiasco del partito dei cartisti, di cui i capi erano stati gettati in carcere e l'organizzazione frantumata, aveva già  scosso la fiducia in se stessa della classe operaia inglese. Poco dopo, l'insurrezione parigina del giugno, soffocata nel sangue, riunì tanto nell'Europa continentale come in Inghilterra tutte le frazioni delle classi dominanti, proprietari fondiari e capitalisti, lupi di borsa e merciai, protezionisti e liberoscambisti, governo e opposizione, preti e liberi pensatori, giovani meretrici e vecchie suore, nella invocazione comune per la salvezza della proprietà, della religione, della famiglia, della società! La classe operaia venne screditata dappertutto e messa al bando, venne posta sotto la «loi des suspects». I signori delle fabbriche non avevano dunque nessun bisogno di aver riguardo. E proruppero in aperta ribellione, non solo contro la legge delle dieci ore, ma contro tutta la legislazione che dal 1833 in poi aveva cercato, in qualche modo, di frenare il «libero» dissanguamento della forza-

145. Rep. of insp. of fact., 31st oct. 1848, p. 17. Nel distretto del signor Horner vennero interrogati a questo modo 16.270 operai maschi adulti, in 181 fabbriche. Le loro deposizioni si trovano nell'Appendix del Rapporto di fabbrica per il semestre scaduto, ottobre 1848. Questi interrogativi dei testimoni offrono materiale di molto valore anche per altri riguardi.
*. Attaccafili
146. Ivi. Si vedano le deposizioni nn. 69, 70, 71, 72, 92, 93, raccolte da Leonard Horner personalmente, e quelle raccolte dal viceispettore A., nn. 51, 52, 58, 59, 62, 70 della Appendix. Anche un fabbricante disse la verità. Vedi il n. 14 dopo il n. 265, ivi.


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lavoro. Fu una proslavery rebellion in miniatura, attuata per più di due anni con cinica spregiudicatezza e con energia terroristica, e tanto più a buon mercato l'una e l'altra, perché il capitalista rivoltoso non rischiava nient'altro che la pelle dei suoi operai.
Per comprendere quanto segue, ci si deve rammentare che gli Atti sulle fabbriche del 1833, del 1844 e del 1847 erano tutti in vigore, salvo gli articoli emendati dall'uno o dall'altro di essi; che nessuno di quegli Atti aveva limitato la giornata lavorativa dell'operaio maschio al di sopra dei diciotto anni, e che, dal 1833 in poi, il periodo di quindici ore, dalle cinque e mezza della mattina fino alle otto e mezza di sera, era rimasto la «giornata» legale, entro la quale doveva essere compiuto il lavoro degli adolescenti e delle donne, prima di dodici ore, poi di dieci, alle prescritte condizioni.
I fabbricanti cominciarono qua e là   con il licenziamento d'una parte, talvolta della metà, dei giovani e delle operaie da loro occupati, reintroducendo invece il lavoro notturno fra gli operai maschi adulti, che era ormai caduto quasi in disuso. Ed esclamavano che la legge delle dieci ore non lasciava loro nessun'altra alternativa!147
i Il secondo passo fu diretto contro le pause legali per i pasti. Sentiamo gli ispettori di fabbrica: «Dopo la riduzione delle ore lavorative a dieci giornaliere, i fabbricanti, benché in pratica non abbiano finora condotto alle ultime conseguenze il loro proposito, affermano che, se p. es. si lavora dalle nove di mattina alle sette di sera, essi soddisfano alla prescrizione della legge dando un'ora per il pasto prima delle nove di mattina e mezz'ora dopo le sette di sera, il che fa un'ora e mezza per i pasti. Per ora, in alcuni casi, concedono una mezz'ora o un'ora per il pasto di mezzogiorno, ma insistono nel dire di non aver nessun obbligo di concedere nessuna parte dell'ora e mezza nel corso della giornata di dieci ore»148. Dunque, i signori delle fabbriche affermano che le disposizioni minuziose e precise sulle pause per i pasti nell'Atto del 1844 danno agli operai soltanto il permesso di mangiare e bere prima dell'ingresso nella fabbrica e dopo l'uscita dalla fabbrica: cioè a casa propria! E perché gli operai non dovrebbero far il loro pranzo prima delle nove di mattina? Tuttavia i giuristi della Corona decisero che i pasti prescritti «deb-

147. Reports ecc. for 31st October 1848, pp. 133, 134.
148. Reports ecc. for, 30th April 1848, p. 47.


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bono esser dati in pause durante la giornata lavorativa reale, che è illegale far lavorare dalle nove di mattina fino alle sette di sera senza interruzione per dieci ore di fila»149.
Dopo queste dimostrazioni piuttosto amichevoli, il capitale iniziò la sua rivolta con un passo che corrispondeva alla lettera della legge del 1844, quindi era legale.
Certo, la legge del 1844 proibiva di far lavorare di nuovo, dopo l'una pomeridiana, fanciulli dagli otto ai tredici anni che erano stati impiegati prima delle dodici antimeridiane. Ma non regolava in nessun modo il lavoro di sei ore e mezza dei fanciulli il cui periodo lavorativo cominciasse alle dodici antimeridiane o più tardi! Quindi, fanciulli di otto anni potevano essere impiegati, se avevano cominciato il lavoro alle dodici antimeridiane, dalle dodici all'una: un'ora, dalle due alle quattro pomeridiane: due ore, dalle cinque fino alle otto e mezzo di sera: tre ore e mezza; tutto sommato le sei ore e mezza legali! E c'è di meglio. Per adattare l'uso che si faceva dei fanciulli al lavoro degli operai maschi adulti fino alle otto e mezza di sera, i fabbricanti non avevano bisogno di altro che di non dar loro nessun lavoro prima delle due pomeridiane, e poi li potevano trattenere ininterrottamente nella fabbrica fino alle otto e mezza di sera. «Ed ora si ammette espressamente che, da qualche tempo in qua, s'è infiltrata in Inghilterra, per la bramosia dei fabbricanti di far girare le loro macchine per più di dieci ore, la pratica di far lavorare fino alle otto e mezza di sera bambini dagli otto ai tredici anni, d'ambo i sessi, soli con gli uomini adulti, dopo che tutti gli adolescenti e le donne se ne sono andati dalla fabbrica»150. Operai e ispettori di fabbrica hanno protestato per ragioni igieniche e morali. Ma il capitale ha risposto:

«Le mie azioni ricadono sul mio capo! Io chiedo giustizia, chiedo la penale in adempimento del mio contratto»*.

E di fatto, secondo la statistica presentata alla Camera dei Comuni il 26 luglio 1850, si ha che il 15 luglio 1850, nonostante tutte le proteste, erano soggetti a questa «prassi» 3742 fanciulli, in 275 fabbriche151. E non basta! L'occhio linceo del capitale ha scoperto che l'Atto del 1844 non permette un lavoro antimeridiano di cinque ore senza una pausa di almeno trenta minuti di ristoro,

149. Reports ecc. for 31st 0ct. 1848, p. 130.
150. Ivi, p. 42
*. Parole di Shylock in SHAKESPEARE, Il mercante di Venezia, Atto IV, scena I, trad. G. S. Gargano
151. Reports ecc. for 31st 0ct. 1850, pp. 5, 6.


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ma non prescrive niente del genere per il lavoro pomeridiano. Quindi ha preteso ed è riuscito a estorcere il godimento, non solo di far sgobbare ininterrottamente figli di operai di otto anni dalle due alle otto e mezza di sera, ma anche di far patir loro la fame! «Sì, il suo petto. Così dice il contratto»152.
Questo aggrapparsi, come Shylock, alla lettera della legge del 1844, là   dove essa regola il lavoro dei fanciulli, doveva tuttavia servire soltanto di passaggio intermedio alla rivolta aperta contro la stessa legge, là dove regola il lavoro di «adolescenti e donne». Si ricorderà   che lo scopo e il contenuto principali di quella legge era la eliminazione dello «spurio sistema a relais». I fabbricanti aprirono la loro rivolta con la semplice dichiarazione che i paragrafi dell'Atto del 1844, che proibivano lo sfruttamento a piacere di adolescenti e di donne in brevi periodi della giornata di fabbrica di quindici ore scelti a piacere del padrone, erano rimasti «relativamente innocui» (comparatively harmless) finché il tempo di lavoro era limitato a dodici ore. Ma sotto la legge delle dieci ore essi erano per loro un danno (hardship) intollerabile»153. Quindi i fabbricanti annunziarono con estrema freddezza agli ispettori che non avrebbero tenuto conto della lettera della legge e che avrebbero reintrodotto di propria iniziativa il vecchio sistema154. Questo, secondo loro, avveniva nell'interesse degli stessi malconsigliati operai, «per poter pagar loro salari più alti». «Era l'unico progetto possibile per mantenere, sotto la legge delle dieci ore, la supremazia industriale della Gran Bretagna»155. «Potrà essere un po' difficile trovare delle irregolarità   sotto il sistema a relais: ma che cosa vuol dire? (what of that?). Il grande interesse manifattu-

152. La natura del capitale è sempre la stessa, tanto nella forma non sviluppata del capitale quanto nella sua forma sviluppata. Nel codice imposto, sotto l'influenza dei proprietari di schiavi, al territorio del Nuovo Messico, poco tempo prima dello scoppio della guerra civile americana, è detto: l'operaio, in quanto il capitalista ne ha comprato la forza-lavoro, «è il suo (del capitalista) denaro». (The labourer i s  h i s  (the capitalist's) money). La stessa concezione era corrente fra i patrizi romani. Il denaro da essi anticipato al debitore plebeo s?era trasformato, mediante il cibo di questo, in carne e sangue del debitore. Quindi la legge delle dieci tavole, alla Shylock! Lasciamo in sospeso l'ipotesi del Linguet, che i creditori patrizi organizzassero, di tempo in tempo, sull'altra riva del Tevere, conviti di carne di debitori ben cucinata, come pure l'ipotesi del Daumersulla cena cristiana.
153. Reports ecc. for 30st April 1848, p. 28.
154. Così dice, fra l'altro, il filantropo Ashworth in una schifosa lettera di tono quacquero diretta a Leonard Horner (Reports ecc. April 1849, p. 4).
155. Ivi, p. 134.


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riero di questo paese deve essere trattato forse come cosa secondaria, per risparmiare un po' di fatica in più (some littie trouble) agli ispettori e viceispettori di fabbrica»?156.
Naturalmente tutte queste chiacchiere e bugie non servirono a niente. Gli ispettori di fabbrica procedettero in via giudiziaria. Ma subito il ministro degli interni, Sir George Grey, fu sommerso da un tal polverone di petizioni di fabbricanti, che in una circolare del 5 agosto 1848 dette agli ispettori le seguenti istruzioni: «di non procedere, in generale, per infrazioni della lettera dell'Atto, tutte le volte che non è dimostrato che si fa abuso del sistema a relais per far lavorare oltre le dieci ore adolescenti e donne». Di conseguenza, l'ispettore di fabbrica J. Stuart permise il cosiddetto sistema delle mute entro il periodo di quindici ore della giornata di fabbrica, per tutta la Scozia, dove il sistema tornò presto a fiorire all'antica maniera. Invece gli ispettori di fabbrica inglesi dichiararono che il ministro non aveva nessun potere dittatoriale per la sospensione delle leggi e continuarono ad agire con la stessa procedura contro i ribelli schiavisti.
Ma a che pro tutte le citazioni in tribunale, quando i tribunali, che erano i county magistrates157, pronunciavano sentenze assolutorie? In quei tribunali i signori delle fabbriche erano giudici di se stessi. Ecco un esempio. Un certo Eskrigge, cotoniere della ditta Kershaw, Leese e Co., aveva proposto all'ispettore di fabbrica del suo distretto lo schema di un sistema a relais destinato alla propria fabbrica. Ricevuta risposta negativa, in un primo tempo si tenne passivo. Pochi mesi dopo, un individuo di nome Robinson, anch'egli cotoniere, e se non proprio il Venerdì ad ogni modo parente del l'Eskrigge, era citato davanti ai Barough Justices* di Stockport, per avere introdotto il medesimo progetto di relais che l'Eskrigge aveva escogitato. Al banco dei magistrati sedevano quattro giudici, fra i quali tre cotonieri con a capo lo stesso inevitabile Eskrigge. L'Eskrigge assolse il Robinson, poi dichiarò che quel che era diritto per il Robinson era giusto per l'Eskrigge. Poi, facendosi forte della propria decisione, che era giuridicamente valida, in-

156. Ivi, p. 140
157. Questi «county magistrates», i «great unpaid», come li chiama W. Cobbett, sono una specie di giudici di pace, non pagati, costituiti dai notabili delle contee. Di fatto costituiscono i tribunali patrimoniali delle classi dominanti.
*. Giudici di pace della città.


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trodusse subito il sistema nella propria fabbrica158. Del resto, già   la composizione di quel tribunale era una aperta infrazione della legge159. «Questa specie di farse giudiziarie» o, esclama l'ispettore Howell, «invoca un rimedio.., o adattate la legge a queste sentenze, o la fate amministrare da un tribunale meno fallace, che adatti le sue deliberazioni alla legge... in tutti i casi del genere. Che desiderio si prova di un giudice stipendiato»!160
I giuristi della Corona dichiararono assurda l'interpretazione dell'Atto del 1844 data dai fabbricanti, ma i salvatori della società   non si lasciarono confondere. Leonard Horner riferisce: «Dopo aver tentato, con dieci querele in sette differenti distretti giudiziari, di far eseguire la legge e dopo essere stato appoggiato, in un caso solo dai magistrati... ritengo inutile continuare a perseguire in giudizio per elusione della legge. Quella parte dell'Atto che fu concepita allo scopo di creare uniformità   nelle ore di lavoro.., non esiste più nel Lancashire. Inoltre, nè io nè i miei subordinati abbiamo alcun mezzo per accertarci che le fabbriche dove impera il cosiddetto sistema a relais non facciano lavorare giovani e donne oltre le dieci ore... Alla fine dell'aprile 1849, già   centodiciotto fabbriche del mio distretto lavoravano con quel metodo e, in questi ultimi tempi, il loro numero aumenta rapidamente. Adesso, in generale, lavorano tredici ore e mezza, dalle sei di mattina fino alle sette e mezza di sera; in alcuni casi quindici ore, dalle cinque e mezza di mattina fino alle otto e mezza di sera»161. Già nel dicembre 1848, Leonard Horner aveva una lista di sessantacinque fabbricanti e di ventinove sorveglianti di fabbrica i quali dichiaravano, all'unanimità, che nessun sistema di ispezione poteva impedire, con il sistema a relais, l'estensione, anche massima del sopralavoro162. I medesimi bambini e adolescenti venivano fatti passare (shifted) ora dalla filatura alla tessitura ecc., ora, durante le 15 ore, da una fabbrica all'altra163. Come controllare un sistema «che fa abuso del termine "muta",

158. Reports ecc. for 30th April 1849, pp. 21, 22. Cfr. esempi analoghi ivi, pp. 4, 5.
159. I punti 1e 2 della legge di Guglielmo IV, cap. 29, § 10, conosciuta sotto il nome di Sir John Hobhouse's Factory act, proibiscono che un qualsiasi proprietario di filanda o tessitura di cotone, o il padre, figlio e fratello di tal proprietario possano funzionare come giudice di pace in questioni che riguardano il Factory act.
160 Ivi.
161. Reports ecc. for 30th April 1849, p. 5.
162. Reports ecc. for 31th Oct. 1849, p. 6.
163. Reports ecc. for 30th Apr. 1849, p. 21.


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per mescolare le "braccia" come carte da giuoco, con una infinita varietà   di rigiri, e per spostare ogni giorno le ore di lavoro e di riposo per i differenti individui in modo che lo stesso e medesimo assortimento di braccia non lavori mai allo stesso tempo nello stesso luogo!»164.
Ma astrazion fatta dal sovraccarico reale di lavoro, questo cosiddetto sistema a relais era un parto della fantasia del capitale, così stravagante che neppure il Fourier, nei suoi schizzi umoristici sulle «courtes séances», l'ha mai superato; solo che qui l'attrazione del lavoro era trasformata in attrazione del capitale. Si guardino quei progetti dei fabbricanti, che la buona stampa ha decantato come modelli di «quel che può compiere un grado ragionevole di attenzione e di metodo» («what a reasonable degree of care and method can accomplish»). Il personale operaio veniva talvolta distribuito in dodici o quindici categorie, che a loro volta, variavano continuamente la loro composizione. Durante il periodo di quindici ore della giornata di fabbrica, il capitale attraeva l'operaio una volta per trenta minuti, un'altra per un'ora, per respingerlo subito dopo, ma per attrarlo di nuovo nella fabbrica e respingerlo dalla fabbrica, incalzandolo qua e là per vari e dispersi brandelli di tempo, senza mai perder la presa su di esso, finché il lavoro di dieci ore fosse compiuto. Come sul palcoscenico, le stesse persone dovevano presentarsi alternativamente nelle differenti scene dei differenti atti. Ma, come un attore appartiene al palcoscenico per tutta la durata del dramma, così ora gli operai appartenevano alla fabbrica per la durata di quindici ore, però senza calcolare in queste il tempo per venirne via e per andarvi. Così le ore di riposo si trasformavano in ore di ozio coatto, che spingevano il giovane operaio all'osteria e la giovane operaia nel bordello. Ad ogni nuova trovata che il capitalista escogitava quotidianamente per tenere in moto le sue macchine per dodici o quindici ore senza aumentare il suo personale operaio, l'operaio doveva inghiottire i suoi pasti ora in uno ora in un altro brandello di tempo. All'epoca dell'agitazione per le dieci ore, i fabbricanti gridavano che la canaglia operaia faceva petizioni allo scopo di ottenere un salario di dodici ore in cambio di un lavoro di dieci ore. Ora essi avevano rovesciato la medaglia: pagavano un salario di dieci ore e, in cambio, potevano disporre delle forze-lavoro per

164. Reports ecc. for 1st December 1848 p. 95.


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dodici e per quindici ore!165. Ecco cosa c'era sotto! Ecco l'edizione della legge delle dieci ore preparata dai fabbricanti! Ed erano quegli stessi liberoscambisti, pieni di untuosità   e stillanti amore per gli uomini, che per dieci anni interi, durante l'agitazione dell'Anticorn law, avevano dimostrato agli operai, con calcoli tirati al soldo e al centesimo, che quando si fosse avuta la libera importazione del grano un lavoro di dieci ore sarebbe stato pienamente sufficiente, coi mezzi che aveva l'industria inglese, ad arricchire i capitalisti166. La rivolta biennale del capitale ebbe finalmente il suo coronamento con la sentenza di uno fra i quattro supremi tribunali d'Inghilterra, la Court of Exchequer, la quale, in un caso portato davanti ad essa l'8 febbraio 1850, stabilì che, sebbene i fabbricanti avessero agito contro il senso dell'Atto del 1844, tuttavia quest'ultimo conteneva alcune parole che gli toglievano ogni senso. «Con questa sentenza la legge delle dieci ore era abolita»167. Una massa di fabbricanti che, fino a quel momento, avevano ancora esitato ad applicare il sistema a relais agli adolescenti e alle operaie, vi si gettarono in pieno167.
Ma con questa vittoria apparentemente decisiva del capitale, ebbe subito inizio un rovesciamento. Finora gli operai avevano esercitato una resistenza passiva, benché inflessibile e rinnovata giorno per giorno. Ora protestarono a gran voce in meetings minacciosi nel Lancashire e nello Yorkshire. Dunque la cosiddetta legge delle dieci ore era un puro e semplice imbroglio, un trucco parlamentare, e non era mai esistita! Gli ispettori di fabbrica ammonivano il governo, in termini pressanti, che l'antagonismo fra le classi era arrivato a una tensione di grado incredibile. Anche una parte dei fabbricanti brontolava: «Per le sentenze contraddittorie dei magistrati siamo in una situazione del tutto anormale e anarchica. Nello Yorkshire vige una legge, un'altra nel Lancashire, una legge vige in una parrocchia del

165. Vedi Reports ecc.for 30th April 1849, p. 6, e l'ampia discussione dello «shifting system» da parte degli ispettori di fabbrica Howell e Saunders, in Reports ecc. for 31st Oct. 1848. Vedi anche la petizione alla regina del clero di Ashton e dintorni, primavera 1849, contro lo «shift system».
166. Cfr. per esempio: The factory question and the Ten Hours bill, di R. H. GREG [Londra], 1837.
167. F. ENGELS, Il Bill inglese delle dieci ore (nella Neue Rheinische Zeitung. Politisch-okonomische Revue, da me diretta. Fascicolo dell'aprile 1850, p. 13). Lo stesso «alto» tribunale scoprì, durante la guerra civile americana, un altro rigiro di parole che invertiva la legge contro l'armamento di navi pirate facendone l'esatto contrario.
168. Reports ecc. for 30th April 1850.


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Lancashire, un'altra invece negli immediati dintorni. Il fabbricante delle grandi città può eludere la legge, quello di campagna non trova il personale sufficiente per il sistema a relais e, ancor meno, per spostare gli operai da una fabbrica all'altra ecc.». E il primo diritto innato del capitale è l'eguale sfruttamento della forza-lavoro.
In queste circostanze si venne a un compromesso fra operai e fabbricanti, suggellato poi parlamentarmente nel nuovo Atto sulle fabbriche, aggiuntivo, del 5 agosto 1850. Per «gli adolescenti e le donne», la giornata lavorativa venne elevata da dieci ore a dieci ore e mezza nei primi cinque giorni della settimana e limitata a sette ore e mezza il sabato. Il lavoro doveva svolgersi nel periodo dalle sei del mattino alle sei della sera169, con pause di un'ora e mezza per i pasti, da concedersi contemporaneamente e in conformità alle disposizioni del 1844 ecc. Così s'era messo fine, una volta per sempre, al sistema a relais170. Per il lavoro dei fanciulli rimase in vigore la legge del 1844.
Anche questa volta, come già prima, una categoria di fabbricanti si assicurò particolari diritti signorili sui figli dei proletari. Erano i setaiuoli. Nel 1833 avevano minacciosamente singhiozzato che «se ci si ruba la libertà di far crepare dal lavoro fanciulli di ogni età per dieci ore al giorno, è come fermare le nostre fabbriche» («if the liberty of working children of any age for 10 hours a day was taken away, it would stop their works»). Secondo loro era impossibile comprare un numero sufficiente di fanciulli al di sopra dei tredici anni. Ed estorsero il privilegio desiderato. Ad una indagine compiuta più tardi, il pretesto che avevano addotto si rivelò come una pura e semplice menzogna171, il che tuttavia non impedì loro, per un decennio, di filar seta, per dieci ore al giorno, col sangue di bambinelli che dovevano esser messi in piedi su sedie per poter compiere il loro lavoro172. Certo, l'Atto del 1844 li «derubò» della «libertà» di logorar dal lavoro per più di sei ore e mezza al giorno bambini al di sotto degli undici anni. Ma, in cambio, assicurò loro il privilegio

169. Nell'inverno il periodo può aver luogo fra le sette di mattina e le sette di sera.
170. «La legge presente (del 1850) era un compromesso col quale gli operai rinunciavano al beneficio della legge sulla giornata di dieci ore in cambio del vantaggio di un inizio e di un termine contemporanei del lavoro di coloro il cui tempo di lavoro è limitato?. (Reports ecc. for 30th April 1852, p. 14).
171. Reports ecc. for 30th Sept. 1844, p. 13.
172. Ivi


320 - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

di logorar col lavoro, per dieci ore al giorno, fanciulli fra gli undici e i tredici anni, e cancellò l'obbligo scolastico prescritto per altri ragazzi di fabbrica. Questa volta il pretesto fu: «la delicatezza del tessuto esige nelle dita una leggerezza di tocco che si può assicurare soltanto con un precoce ingresso nella fabbrica»173. Si macellavano fanciulli interi per averne solo le dita delicate, come nella Russia meridionale si macella il bestiame ovino e bovino solo per averne la pelle e il sego. Finalmente, nel 1850, il privilegio concesso nel 1844 venne limitato ai reparti della torcitura e dell'annaspatura della seta; ma quivi, il tempo di lavoro dei fanciulli dagli undici ai tredici anni venne elevato da dieci a dieci ore e mezza, come indennizzo al capitale derubato della sua «libertà». Pretesto: «nelle seterie il lavoro è più leggero che nelle altre fabbriche e non è affatto dannoso per la salute come nelle altre fabbriche»174. Più tardi, un'indagine medica ufficiale dimostrò, viceversa, che «la quota media della mortalità nei distretti dell'industria serica è eccezionalmente alta e, nella parte femminile della popolazione, è anche più alto che nei distretti cotonieri del Lancashire»175. Questo abuso dura

173. «The delicate texture of the fabric in which they were employed requiring a lightness of touch, only to be acquired by their early introduction to these factories». Rep. ecc. for 3lst Oct. 1846, p. 20.
174. Report ecc. for 31st Oct. 1861, p. 26.
175. Ivi, p. 27. In generale, la popolazione operaia soggetta alla legge sulle fabbriche è molto migliorata fisicamente. Tutte le deposizioni mediche concordano su ciò e la mia osservazione diretta, in periodi differenti, me ne ha convinto. Tuttavia, astrazion fatta dallo spaventoso indice di mortalità dei bambini nei primi anni di vita, le relazioni ufficiali del dott. Greenhow indicano che lo stato di salute dei distretti industriali è sfavorevole quando venga comparato con distretti agricoli di salute normale. Come prova di ciò, si veda fra l'altro la seguente tabella della relazione del 1861 del dott. Greenhow:

Percentuale uomini adulti
occupati nella manifattura

Indice mortalità per affezioni
polmonari ogni 100.000 uomini

Nome del distretto

Indice mortalità per affezioni
polmonari ogni 100.000 donne

Percentuale di donne adulte
occupate nella manifattura

tipo del lavoro femminile


14,9

593

Wigan

644

18,0

cotone


42,6

708

Blackburn

734

34,9

cotone


37,3

547

Halifax

564

20,4

ritorto di lana


41,9

611

Bradford

603

30,0

ritorto di lana


31,0

691

Macclesfield

804

26,0

seta


14,9

588

Leek

705

17,2

seta


36,6

721

Stoke-upon-Trent

665

19,3

terraglie


30,4

726

Woolstanton

727

13,9

terraglie


-

305

otto distretti agricoli sani

340

-





8. LA GIORNATA LAVORATIVA - 321

fino ad oggi, nonostante le proteste degli ispettori di fabbrica, ripetute ogni semestre176.
La legge del 1850 cambiò il periodo di quindici ore dalle cinque e mezza di mattina alle otto e mezza di sera in quello di dodici ore dalle sei di mattina alle sei di sera, ma solo per «adolescenti e donne»: dunque non per i fanciulli, che rimanevano sempre sfruttabili ancora per una mezz'ora prima dell'inizio e per due ore e mezza dopo la conclusione di quel periodo sebbene la durata complessiva del loro lavoro non dovesse sorpassare le sei ore e mezza. Durante la discussione della legge, gli ispettori di fabbrica sottoposero al parlamento una statistica degli infami abusi permessi da tale anomalia. Ma invano. Nello sfondo stava in agguato il progetto di tornare ad elevare a 15 ore la giornata lavorativa degli operai adulti, servendosi dei fanciulli, appena venissero anni prosperi. L'esperienza dei tre anni seguenti mostrò che tale tentativo era destinato a fallire per la resistenza degli operai maschi adulti177. L'Atto del 1850 venne quindi finalmente integrato, nel 1853, con la proibizione di «adoperare fanciulli la mattina prima e, la sera dopo gli adolescenti e le donne». Da questo momento in poi, l'Atto sulle fabbriche del 1850 regolò con poche eccezioni la giornata lavorativa di tutti gli operai nelle branche industriali ad esso soggette178. Era trascorso ormai mezzo secolo dall'emanazione del primo Atto sulle fabbriche179.

176. È noto con quanta ripugnanza i «liberoscambisti» inglesi abbiano rinunciato al dazio protettivo sui manufatti di seta. Al posto della protezione contro l'importazione dalla Francia, ci si serve ora della mancanza di protezione dei ragazzi di fabbrica inglesi.
177. Reports ecc. for 30th April 1853, p. 30. 178. Durante gli anni culminanti della industria cotoniera inglese, il 1859 e il 1860, alcuni fabbricanti cercarono di disporre i filatori ecc. maschi adulti in favore del prolungamento della giornata lavorativa, con l'esca di salari superiori per il tempo straordinario. I filatori dei filatoi di cotone a mano e i sorveglianti dei filatoi automatici misero fine all'esperimento con un memoriale ai loro padroni, dove fra l'altro è detto: «A dirla chiara, la nostra vita ci è di peso; finchè siamo confinati nelle fabbriche quasi due giornate (venti ore) alla settimana più degli altri operai, ci sentiamo come gli iloti del paese e rimproveriamo a noi stessi di perpetuare un sistema dannoso a noi e alle generazioni future... Questo dunque è per comunicarvi rispettosamente che, quando ricominceremo il lavoro dopo le feste di Natale e Capodanno, lavoreremo sessanta ore alla settimana e non più: ossia dalle sei alle sei, con un'ora e mezza di pausa...» (Reports ecc., for the 30th April 1860, p. 30).
179. Sui mezzi che la formulazione di questa legge assicura a chi la vuole infrangere, cfr. il parliamentary return: factory regulations acts (6 agosto [####] 1859) e, quivi, le «suggestions for amending the factory acts to enable the inspector to prevent illegal working, now become very prevalent», di Leonard Horner.


322 - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

La legislazione intervenne per la prima volta fuori della sua sfera iniziale nel 1845, con il «Printworks act» (legge sulle stamperie di cotone ecc.). La ripugnanza con la quale il capitale ammise questa nuova «stravaganza» si fa sentire in ogni riga dell'Atto. Questo limita la giornata lavorativa per i fanciulli dagli otto ai tredici anni e per le donne a sedici ore, fra le sei di mattina e le dieci di sera, senza nessuna pausa legale per i pasti; permette di sfinire a piacere operai maschi al di sopra dei tredici anni, facendoli lavorare giorno e notte180. È un aborto parlamentare181.
Tuttavia, con questa vittoria nelle grandi branche industriali, che sono la creatura più genuina del modo moderno di produzione, il principio si era affermato. Il meraviglioso sviluppo delle grandi industrie fra il 1853 e il 1860, accompagnato passo passo dalla rinascita fisica e morale dell'operaio di fabbrica, colpì anche l'occhio più stupido. Quegli stessi fabbricanti, ai quali la limitazione e regolazione legale della giornata lavorativa era stata strappata a viva forza, attraverso una guerra civile semisecolare, indicavano, millantandosi, il contrasto fra le loro fabbriche e i settori di sfruttamento ancora «liberi»182, farisei della «economia politica» proclamavano ora che il riconoscimento della necessità di una giornata lavorativa regolata dalla legge era una nuova caratteristica conquista della loro «scienza»183. È facile capire come, dopo che i magnati della fabbrica si furono adattati all'inevitabile e si furono riconciliati con esso, la forza di resistenza del capitale si indebolisse gradualmente, mentre simultaneamente la forza di attacco della classe operaia cresceva col numero degli alleati ch'essa trovava negli strati della società non direttamente interessati. Quindi, dopo il 1860, si ebbe un progresso relativamente rapido.

180. «Fanciulli dagli otto anni in su sono stati invero logorati dal lavoro compiuto dalle sei di mattina fino alle nove di sera durante l?ultimo semestre (1857) nel mio distretto» (Reports ecc. for 31st Oct. 1857, p. 39).
181. «È ammesso ormai che la legge sulle stamperie di cotone è un errore, per quanto riguarda le sue norme sull?istruzione e anche quelle protettive» (Reports ecc. for 31st Oct. 1862, p. 52).
182. Così per esempio E. Potter, nella lettera al Times del 24 marzo 1863. Il Times gli rammenta la ribellione dei fabbricanti contro la legge sulle dieci ore.
183. Così, fra gli altri, il signor W. Newmarch, collaboratore ed editore di TOOKE, History of prices. È progresso scientifico fare vili concessioni all?opinione pubblica?


8. LA GIORNATA LAVORATIVA - 323

Le tintorie e le officine di candeggio184 vennero assoggettate, nel 1860, all'Atto sulle fabbriche del 1850, le manifatture di merletti e pizzi e le fabbriche di calze nel 1861. In seguito alla prima relazione della «Commissione d'inchiesta sul lavoro dei fanciulli» (1863), la manifattura di ogni tipo di terraglia (non più la sola ceramica), dei fiammiferi, delle capsule, delle cartucce, della carta da parati, la tagliatura del fustagno (fustian cutting) e numerosi processi lavorativi compresi sotto il nome di «finishing» (rifinitura) seguirono la sorte delle altre industrie. Nel 1863 il «candeggio all'aria aperta»185 e i fornai

184. L'Atto del 1860 sulle candeggiature e le tintorie dispone che la giornata lavorativa venga ridotta provvisoriamente, dal 1 agosto 1861, a dodici ore e, dal 1 agosto 1862, definitivamente a dieci ore, cioè a dieci ore e mezzo pei giorni feriali e sette e mezza per il sabato, Ma quando comiciò la cattiva annata del 1862, si ripeté la vecchia farsa. I signori fabbricanti rivolsero petizioni al parlamento affinchè fosse tollerato, solo per un altro anno ancora, che si facessero lavorare per dodici ore adolescenti e donne... «Nella condizione presente dell'industria (era il tempo della carestia di cotone) è un gran vantaggio per gli operai che si permetta loro di lavorare dodici ore al giorno e di ricavare tutto il salario possibile... Si era già riusciti a portare alla Camera bassa un bill in qesto senso: ma cadde per l'agitazione degli operai nelle aziende di candeggio scozzesi» (Reports ecc. for 31st Oct. 1862, pp. 14, 15). Il capitale, battuto così da quegli stessi operai nel cui nome pretendeva di parlare, scoperse allora, con l'ausilio di occhiali giuridici, che l'Atto del 1860, steso, come tutti gli Atti del parlamento per la «protezione del lavoro» con rigiri e spirali di parole di dubbio significato, offriva un pretesto per escludere dai suoi provvedimenti i «calenderers» e i «finishers» [ cilindratori e rifinitori]. La giurisdizione inglese, sempre fedele serva del capitale, sanzionò questo cavillo attraverso la Corte dei «common pleas» [ tribunale civile]. «Ciò ha lasciato grave insoddisfazione fra gli operai.., ed è molto spiacevole che la chiara intenzione della legislazione sia resa vana, con il pretesto di una manchevole definizione di termini» (ivi, p. 18).
185. I «candeggiatori all'aria aperta» si erano sottratti alla legge del 1860 sul «candeggio», mediante la menzogna che non facevano lavorare donne di notte. La menzogna venne scoperta dagli ispettori dì fabbrica; ma, contemporaneamente, le petizioni operaie tolsero al parlamento le sue idee sul candeggio all'aria aperta come cosa fresca e odorosa di prati. In questo candeggio all'aria si adoperano essiccatoi alla temperatura dai 90 ai 100 gradi Fahrenheit, dove lavorano soprattutto delle ragazze. «Cooling» (rinfrescarsi) è l'espressione tecnica per l'occasionale scappata dall'essicatoio all'aria aperta. «Quindici ragazze nell'essiccatoio. Calore da ottanta a novanta gradi per la tela, di cento gradi e più per i cambrics [batista]. Dodici ragazze stirano e sovrappongono le pezze in una stanzetta di circa dieci piedi quadrati, che ha al centro una stufa del tutto chiusa. Le ragazze stanno in piedi tutte attorno alla stufa, che irradia un caldo terribile e asciuga rapidamente i cambrics per le stiratrici. Il numero delle ore per queste braccia è illimitato. Quando c'è molto da fare, lavorano molti (####) giorni di seguito fino alle nove e alle dodici di notte» (Reports ecc. for 3lst Oct. 1862, p. 56). Un medico dichiara: «Non sono concesse ore speciali per rinfrescarsi, ma quando la temperatura diventa troppo insopportabile o le mani delle operaie sono sporche di sudore, vien loro permesso di uscire per qualche minuto... La mia esperienza nel curare le malattie di queste operaie mi costringe a constatare che il loro stato di salute è molto inferiore a quello delle filatrici di cotone (e il capitale, nelle sue suppliche al parlamento, le aveva descritto più che sane, alla Rubens!). Le malattie che più si osservano fra di esse sono: tisi, bronchite, malattie uterine, isteria nelle forme più gravi, reumatismi. Tutte derivano, a mio parere, direttamente o indirettamente, dall'aria sovrariscaldata delle loro stanze da lavoro e dalla mancanza di vesti calde e comode, sufficienti per proteggerle dall'atmosfera fredda e umida, quando ritornano a casa durante i mesi invernali (ivi, pp. 56, 57). Gli ispettori di fabbrica fanno la seguente osservazione sulla legge del 1863, strappata in ritardo ai gioviali «candeggiatori all'aria aperta»: «Questo Atto non solo ha mancato di assicurare agli operai la protezione che sembra loro assicurare.., ma è formulato in modo che la protezione comincia soltanto quando si sorprendono al lavoro fanciulli e donne dopo le otto di sera; e anche allora il sistema di prova prescritto è così coperto di clausole, che è difficile si possa avere una pena» (ivi, p. 52). «Come legge con scopi umani e tendenti all'educazione è fallita del tutto e in pieno. Sarà difficile poter chiamare cosa umanitaria il permettere a donne e bambini, cioè, il che poi in fine è la stessa cosa, costringerli a lavorare quattordici ore al giorno e forse più, con o senza i pasti, a caso, senza limiti riguardo all'età, senza distinzione di sesso e senza riguardo alle abitudini sociali delle famiglie del vicinato nel quale si trovano le candeggiature» (Reports ecc. for 30th April 1863, p. 40).


324 - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

vennero sottoposti a leggi particolari: per il candeggio, fra l'altro, fu proibito il lavoro di bambini, adolescenti e donne nel periodo notturno (dalle otto di sera alle sei di mattina); per i fornai, fu proibito l'impiego di garzoni al di sotto dei diciotto anni fra le nove di sera e le cinque di mattina. Ritorneremo più tardi sulle proposte fatte in seguito dalla Commissione sopra ricordata, che minacciano di privare della «libertà» tutte le branche importanti dell'industria inglesi, eccettuate l'agricoltura, le miniere e i trasporti185a.

7. LA LOTTA PER LA GIORNATA LAVORATIVA NORMALE. RIPERCUSSIONI IN ALTRI PAESI DELLA LEGISLAZIONE INGLESE SULLE FABBRICHE.

Il lettore ricorda che la produzione di plusvalore, ossia la estrazione di pluslavoro, costituisce il contenuto e fine specifico della produzione capitalistica, fatta astrazione da qualsiasi trasfor-

185a. Nota alla seconda edizione. Dopo il 1866, quando scrivevo quanto sta nel testo, si è riavuta una reazione.


8. LA GIORNATA LAVORATIVA - 325

mazione del modo di produzione stesso, derivante eventualmente dalla subordinazione del lavoro al capitale; ricorda anche che, dal punto di vista finora svolto, soltanto l'operaio indipendente, quindi legalmente maggiorenne, contratta, come venditore di merce, con il capitalista. Dunque, il fatto che nel nostro schizzo storico le parti principali siano rappresentate, da un lato, dalla industria moderna e, dall'altro dal lavoro di persone minorenni fisicamente e giuridicamente, significa che la prima vale per noi come sfera particolare e il secondo come esempio particolarmente impressionante dell'estorsione di lavoro fino all'ultimo sangue. Dal semplice nesso dei dati di fatto storici risulta quanto segue, pur senza anticipazione degli svolgimenti ulteriori.
In primo luogo: l'impulso del capitale verso il prolungamento, senza misura e senza scrupolo, della giornata lavorativa, viene soddisfatto anzitutto in quelle industrie che prime furono rivoluzionate dall'acqua, dal vapore, dalle macchine, e che furono le prime creazioni del modo di produzione moderno: nelle filande e nelle tessitorie di cotone, lana, lino, e seta. Il modo materiale di produzione cambiato e i rapporti sociali fra produttori, cambiati in corrispondenza di quello186, creano dapprima eccessi mostruosi, provocando poi, in antitesi agli eccessi, il controllo sociale che delimita per legge la giornata lavorativa con le sue pause, la regola e la rende uniforme. Quindi, durante la prima metà del secolo XIX, quel controllo si presenta soltanto come legislazione eccezionale187. Appena il controllo ebbe conquistato il regno originario del nuovo modo di produzione, si trovò che, nel frattempo, non solo molte altre branche della produzione erano nel regime di fabbrica vero e proprio, ma anche manifatture condotte in modo più o meno invecchiato, come le ceramiche, le vetrerie ecc., mestieri antiquati, artigiani, come quello del fornaio, ed infine anche addi-

186. La condotta di ciascuna di queste classi (capitalisti e operai) è stata il risultato della rispettiva situazione nella quale erano state poste» (Reports ecc. for 31st Oct. 1848, p. 113).
187. «I tipi di occupazione che cadevano sotto quelle limitazioni erano connessi con la manifattura di prodotti tessili mediante l'aiuto di forza motrice a vapore o idraulica. Una attività di lavoro doveva adempire a due condizioni per rientrare sotto la protezione degli ispettori di fabbrica, cioè l'uso di forza vapore o di forza idraulica e la lavorazione di fibre determinate e specificate» (Reports ecc. for 31st October 1864, p. 8).


326 - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

rittura il cosiddetto lavoro a domicilio188, disseminato qua e là, come la fabbricazione dei chiodi ecc., si erano dati da lungo tempo allo sfruttamento capitalistico, nello stesso modo che la fabbrica. Quindi la legislazione fu costretta a spogliarsi a poco a poco del suo carattere eccezionale; oppure, nei paesi dove essa procede sul modello della casistica romana, come in Inghilterra, dovette dichiarare di proprio arbitrio che ogni edificio dove si lavori è una fabbrica (factory)189.
In secondo luogo: la storia della regolazione della giornata lavorativa in alcuni modi di produzione, la lotta che ancora dura per tale regolazione, in altri modi, dimostrano tangibilmente che il lavoratore isolato, il lavoratore come «libero» venditore della propria forza- lavoro, soccombe senza resistenza quando la produzione capitalistica ha raggiunto un certo grado di maturità. La creazione della giornata lavorativa normale è dunque il prodotto di una guerra civile, lenta e più o meno velata, fra la classe dei capitalisti e la classe degli operai. Siccome la lotta si apre nell'ambito dell'industria moderna, si svolge dapprima nel paese che all'industria moderna ha dato i natali, l'Inghilterra190. Gli operai delle fabbriche inglesi sono stati i campioni non solo della classe operaia inglese, ma della classe operaia moderna in generale, come i loro teorici

188. Sulla situazione di questa cosiddetta industria domestica c'è un materiale ricchissimo nelle ultime relazioni della Children's Employment Commission. 189. «Le leggi dell'ultima tornata (1864)... abbracciano branche di lavoro di tipo differente, nelle quali predominano abitudini molto differenti, e l'applicazione di forza meccanica per mettere in moto le macchine non fa più parte, come prima, delle condizioni necessarie affinché un'officina costituisca una fabbrica a termini di legge» (Reports ecc. 31st Oct. 1864, p. 8). 190. Il Belgio, il paradiso del liberalismo continentale, non mostra nessuna minima traccia di tale movimento. Perfino nelle sue miniere di carbone e di metallo, operai di ambo i sessi e d'ogni grado d'età vengono consumati con piena «libertà» per ogni durata e per ogni periodo. Su mille persone occupate in quelle miniere, ci sono 733 uomini, 88 donne, 135 giovanetti e 44 ragazze al di sotto dei 16 anni; negli altiforni e simili, su ogni mille persone ci sono: 668 uomini, 149 donne, 98 giovanetti e 85 ragazze al di sotto dei sedici anni. A tutto questo si aggiunge poi un basso salario per uno sfruttamento enorme di forze lavorative mature e immature: come media giornaliera, 2 scellini e 8 pence per gli uomini, uno scellino e 8 pence per le donne, uno scellino e due pence e mezzo per i giovanetti. In cambio, il Belgio ha quasi raddoppiato nel 1863 (in confronto al 1850) la quantità e il valore della sua esportazione di carbone, ferro ecc..


8. LA GIORNATA LAVORATIVA - 327

gettarono per primi il guanto di sfida alla teoria del capitale191. Perciò l'Ure il filosofo della fabbrica, denuncia come ignominia incancellabile della classe operaia inglese il fatto che essa abbia scritto sulla sua bandiera «la schiavitù delle leggi sulle fabbriche», di contro al capitale che combatteva virilmente per «la piena libertà del lavoro»192.
La Francia viene zoppicando lentamente dietro l'Inghilterra. Ha bisogno della rivoluzione di febbraio per partorire la legge delle dodici ore193 molto più difettosa dell'originale inglese. Tuttavia il metodo rivoluzionario francese fa valere anch'esso i suoi peculiari pregi. D'un sol colpo detta a tutti gli ateliers e a tutte le fabbriche, senza distinzione, la medesima limitazione della giornata lavorativa, mentre la legislazione inglese cede repugnando, ora su questo punto, ora su quell'altro, alla pressione della situazioni, ed è sulla strada migliore per covare un nuovo intrigo giuridico194. Dall'altra parte, la legge francese proclama

191. Quando Robert Owen, poco dopo il primo decennio del secolo presente, non solo sostenne teoricamente la necessità di una limitazione della giornata lavorativa, ma introdusse realmente nella sua fabbrica, a New Lanark, la giornata di dieci ore, si irrise a ciò come utopia comunista, proprio come alla sua «combinazione di lavoro produttivo e educazione dei bambini», proprio come ai negozi cooperativi degli operai da lui creati. Oggi la prima utopia è legge sulle fabbriche, la seconda figura come frase ufficiale in tutti gli Atti sulle fabbriche, mentre la terza serve perfino di copertura a imbrogli reazionari.
192. URE (traduzione francese): Philosophie des manufactures, Parigi, 1836, vol. lI, pp. 39, 40, 67, 77 ecc..
193. Nel compte-rendu del «Congresso internazionale di Statistica, tenuto a Parigi nel 1855», si ha fra l'altro: «la legge francese, che limita a dodici ore la durata del lavoro quotidiano nelle fabbriche e nei laboratori, non limita questo lavoro entro ore fisse determinate (periodi di tempo); solo per il lavoro dei fanciulli è prescritto il periodo fra le cinque di mattina e le nove di sera. Quindi una parte dei fabbricanti si serve del diritto loro conferito da questo infausto silenzio per far lavorare senza interruzione, giorno e notte, ad eccezione, forse, delle domeniche. A questo scopo adoperano due serie differenti di operai, nessuna delle quali trascorre più di dodici ore al posto di lavoro; ma il lavoro nello stabilimento dura giorno e notte. La legge è soddisfatta; ma l'umanità ?». Oltre «l'influsso disgregatore del lavoro notturno sull'organismo umano», viene anche sottolineato «l'influsso fatale della confusione notturna dei due sessi negli stessi laboratori malamente illuminati».
194. «P. es., nel mio distretto, un fabbricante è, nello stesso complesso di cortili e di edifici, candeggiatore e tintore sotto l'Atto sulle candeggiature e sulle tintorie, stampatore sotto l'Atto sulle stamperie e rifinitore sotto l'Atto sulle fabbriche...» (Report of Mr. Baker in Reports ecc. for 3lst Oct. 1861, p. 20). Dopo avere enumerato le differenti disposizioni di quegli Atti e le complicazioni che ne risultano, il sig. Baker dice: «È evidente come (####) dev'essere difficile assicurare l'esecuzione di questi tre Atti del parlamento quando il padrone della fabbrica preferisca eludere la legge». Ma così ai signori giuristi sono assicurati i processi.


328 - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

in linea di principio quello che in Inghilterra era stato ottenuto soltanto in nome dei fanciulli, dei minorenni, delle donne, e solo di recente viene rivendicato come diritto generale195.
Negli Stati Uniti dell'America del Nord ogni movimento operaio indipendente rimase paralizzato, finché la schiavitù deturpava una parte della repubblica. Il lavoro in pelle bianca non può emanciparsi, in un paese dove viene marchiato a fuoco quand'è in pelle nera. Ma dalla morte della schiavitù germogliò subito una vita nuova e ringiovanita. Il primo frutto della guerra civile fu l'agitazione per le otto ore, che cammina con gli stivali dalle sette leghe della locomotiva, dall'Atlantico al Pacifico, dalla Nuova Inghilterra alla California. Il Congresso operaio generale di Baltimora (16 agosto 1866) dichiara: «La prima e grande necessità del presente, per liberare il lavoro di questo paese dalla schiavitù capitalista, è la promulgazione di una legge per la quale otto ore devono costituire la giornata lavorativa normale in tutti gli Stati dell'Unione americana. Noi siamo decisi a impegnare tutta la nostra forza fino a che sarà raggiunto questo glorioso risultato»196. Contemporaneamente (primi di settembre del 1866) il Congresso operaio internazionale di Ginevra, su proposta del Consiglio Generale di Londra, approvò la seguente risoluzione: «Dichiariamo che la limitazione della giornata lavorativa è una condizione preliminare, senza la quale non possono non fallire tutti gli altri sforzi di eman-

195. Così alla fine gli ispettori di fabbrica osano dire: «Queste obiezioni (del capitale contro la limitazione legale del tempo di lavoro) devono cedere al grande principio dei diritti del lavoro... C'è un momento nel quale cessa il diritto del padrone (master's) sul lavoro del suo operaio e questi può disporre del proprio tempo, anche se non è esaurito» (Reports ecc. for 3lst Oct. 1862, p. 54).
196. «Noi, operai di Dunkirk, dichiariamo che la durata del tempo di lavoro richiesta sotto l'attuale sistema è troppo lunga e non lascia all'operaio nessun tempo per il riposo e per l'istruzione, anzi lo abbassa a uno stato di servitù che è poco migliore della schiavitù ("a condition of servitude but little better than slavery"). Perciò decidiamo che otto ore sono sufficienti per una giornata lavorativa e debbono essere riconosciute legalmente come sufficienti; perciò invochiamo in aiuto la potente leva della stampa;.., perciò consideriamo nemici della riforma del lavoro e dei diritti degli operai tutti coloro che rifiuteranno questo aiuto». Resolution of the workingmen of Dunkirk, Nex York State, 1866.


8. LA GIORNATA LAVORATIVA - 329

cipazione... Proponiamo otto ore lavorative come limite legale della giornata lavorativa».
Così il movimento operaio, maturato istintivamente dai rapporti di produzione sulle due rive dell'Atlantico, pone il suo sigillo alla dichiarazione dell'ispettore inglese di fabbrica R. J. Saunders: «Non si potranno mai fare passi ulteriori per la riforma della società con qualche prospettiva di riuscita, se prima non si sarà limitata la giornata lavorativa e non sarà stata imposta rigorosamente la osservanza del limite prescritto»197.
Dobbiamo confessare che il nostro operaio esce dal processo produttivo differente da quando vi era entrato. Sul mercato si era presentato come proprietario della merce «forza-lavoro» di fronte ad altri proprietari di merci, proprietario di merce di fronte a proprietario di merce. Il contratto per mezzo del quale aveva venduto al capitalista la propria forza-lavoro dimostrava, per così dire, nero sul bianco, che egli disponeva liberamente di se stesso. Concluso l'affare, si scopre che egli non era «un libero agente», che il tempo per il quale egli può liberamente vendere la propria forza-lavoro è il tempo per il quale egli è costretto a venderla198, che in realtà il suo vampiro non lascia la presa «finché c'è un muscolo, un tendine, una goccia di sangue da sfruttare»199. A «protezione» contro il serpente dei loro tormenti, gli operai debbono assembrare le loro teste e ottenere a viva forza, come classe, una legge di Stato, una barriera sociale potentissima, che impedisca a loro stessi di vender sè e la loro schiatta alla morte e alla schiavitù, per mezzo di un volontario contratto con il capitale200. Al pomposo catalogo dei «diritti

197. Reports ecc. for 31st Oct. 1848, p. 112.
198. «Questi procedimenti» (le manovre del capitale, p. es. nel 1848-1850) «hanno procurato inoltre la prova incontrovertibile di quanto sia falsa l'affermazione che vien così spesso messa avanti, che gli operai non abbiano bisogno di nessuna protezione, ma debbano esser considerati come liberi amministratori dell'unica proprietà che posseggono: il lavoro delle loro mani, il sudore della loro fronte» (Reports ecc. for 30th April 1850, p. 45). «Il lavoro libero, dato che in genere così lo si possa chiamare, ha bisogno, anche in un paese libero, del forte braccio della legge che lo protegga» (Reports ecc. for 3lst Oct. 1864, p. 34). «Permettere, il che significa lo stesso che costringere.., a lavorare quattordici ore al giorno, con o senza i pasti ecc.» (Reports ecc. for 3Oth April 1863, p. 40).
199. F. ENGELS, Lage der arbeiten Klasse cit. p. 5
Il Bill inglese delle dieci ore cit., p. 1. 200. Il bill delle dieci ore ha «salvato gli operai da una degenerazione completa e ne ha tutelato lo stato fisico, nelle branche industriali ad esso soggette» (Reports ecc. for 31st Oct. 1859, p. 47). «Il capitale» (nelle fabbriche) (####) «non può mai tenere le macchine in movimento al di là di un periodo limitato, senza danneggiare gli operai nella salute e nella morale; ed essi non sono in posizione da potersi proteggere da soli.» (ivi, p. 8).


330 - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

inalienabili dell'uomo» subentra la modesta Magna Charta di una giornata lavorativa limitata dalla legge, la quale «chiarisce finalmente quando finisce il tempo venduto dall'operaio e quando comincia il tempo che appartiene all'operaio stesso»201.
Quantum mutatus ab illo!

201. «Un vantaggio anche maggiore è costituito dal fatto che si distingue finalmente con chiarezza fra il tempo appartenente all'operaio stesso e quello del suo imprenditore (his master's time). L'operaio sa ora in che momento termina il tempo che egli vende e comincia il suo tempo e, sapendolo in precedenza esattamente, può disporre in precedenza dei propri minuti per i propri scopi (ivi, p. 52). Esse (le leggi sulle fabbriche), rendendo gli operai padroni del proprio tempo, hanno dato loro un'energia morale che li può condurre a impossessarsi eventualmente del potere politico» (ivi, p. 47). Con ironia contenuta e usando espressioni molto prudenti, gli ispettori di fabbrica accennano che l'attuale legge delle dieci ore redime anche in certo modo il capitalista dalla sua brutalità naturale di mera personificazione del capitale e gli ha dato il tempo per una certa «educazione». Prima, «l'imprenditore (master) non aveva tempo che per il denaro, e l'operaio non aveva tempo che per il lavoro» (ivi, p. 48).

 

 

 

 

 

 

 

 

Nono capitolo

SAGGIO E MASSA DEL PLUSVALORE


In questo capitolo, come è stato fatto finora, il valore della forza- lavoro, quindi la parte della giornata lavorativa necessaria alla riproduzione o conservazione della forza-lavoro, è assunto come grandezza costante, data.
Premesso questo, insieme al saggio è data anche la massa del plusvalore fornita dal singolo operaio al capitalista entro un periodo di tempo determinato. Se, per esempio, il lavoro necessario ammonta a sei ore giornaliere, espresse in una quantità d'oro di 3 scellini, eguale a un tallero, il tallero sarà il valore giornaliero di una forza-lavoro, ossia il valore capitale anticipato nell'acquisto di una forza-lavoro. Se inoltre il il saggio del plusvalore ammontasse al 100%, questo capitale variabile di una tallero produrrà una massa di plusvalore di un tallero, ossia l'operaio fornirà giornalmente una massa di pluslavoro di 6 ore.
Ma il capitale variabile è l'espressione in denaro del valore complessivo di tutte le forze-lavoro che il capitalista impiega simultaneamente. Il suo valore è quindi eguale al valore medio di una forza-lavoro, moltiplicato per il numero delle forze-lavoro impiegate. Dato il valore della forza-lavoro, l'ammontare del capitale variabile sta quindi in proporzione diretta col numero degli operai impiegati simultaneamente. Se il valore giornaliero di una forza-lavoro è eguale a un tallero, si deve dunque anticipare un capitale di cento talleri per sfruttare giornalmente 100 forze-lavoro, un capitale di n talleri per sfruttare giornalmente n forze-lavoro.
Allo stesso modo: se un capitale variabile di un tallero, valore giornaliero di una forza-lavoro, produce un plusvalore giornaliero di un tallero, un capitale variabile di 100 talleri produrrà un plusvalore giornaliero di cento, e un capitale di n talleri un plusvalore di un tallero moltiplicato n. La massa del plusvalore


332     - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

prodotto è quindi eguale al plusvalore fornito dalla giornata lavorativa del singolo operaio, moltiplicato per il numero degli operai impiegati. Ma siccome la massa del plusvalore prodotta dal singolo operaio è determinata quando sia dato il valore della forza-lavoro, dal saggio del plusvalore, ne consegue questa prima legge: la massa del plusvalore prodotto è eguale all'ammontare del capitale variabile anticipato, moltiplicato per il saggio del plusvalore, ossia, è determinata dalla ragion composta del numero delle forze-lavoro simultaneamente sfruttate da uno stesso capitalista e del grado di sfruttamento della forza-lavoro singola..
Se chiamiamo quindi P la massa del plusvalore, e se chiamiamo p il plusvalore fornito giornalmente in media dal singolo operaio, se chiamiamo v il capitale variabile anticipato giornalmente nell'acquisto della singola forza-lavoro, V la somma complessiva del capitale variabile; f il valore di una forza lavoro media, se chiamiamo a' / a (pluslavoro diviso lavoro necessario) il suo grado di sfruttamento e n il numero degli operai impiegati, avremo:

 


 

Si suppone sempre, non solo che il valore di una forza-lavoro media sia costante, ma che gli operai impiegati dal capitalista siano ridotti a operai medi. In certi casi eccezionali in cui il plusvalore prodotto non aumenta in proporzione al numero degli operai sfruttati, ma allora non rimane costante nemmeno il valore della forza-lavoro.
Nella produzione di una determinata massa di plusvalore, la diminuzione di un fattore può quindi essere sostituita dall'aumento di un altro. Diminuendo il capitale variabile e aumentando allo stesso tempo, nella stessa proporzione, il saggio del plusvalore, la massa del plusvalore prodotto rimane invariata. Se, secondo le supposizioni precedenti, il capitalista deve anticipare 100 talleri per sfruttare giornalmente 100 operai, e se il saggio del plusvalore ammonta al cinquanta per cento , questo capitale variabile di 100 talleri renderà un plusvalore di cinquanta talleri ossia di ore lavorative 100 x 3. Se il saggio del


9. SAGGIO E MASSA DEL PLUSVALORE      - 333

plusvalore viene raddoppiato, ossia se la giornata lavorativa, anziché essere prolungata da sei a nove ore, viene prolungata da sei a 12 ore, il capitale variabile di 1.800 ?, diminuito della metà, darà ancora un plusvalore di 1.800 ?, ossia di ore lavorative 50 x 6. La diminuzione del capitale variabile è quindi compensabile mediante l'aumento proporzionale del grado di sfruttamento della forza-lavoro; ossia, la diminuzione del numero degli operai occupati è compensabile mediante un prolungamento proporzionale della giornata lavorativa. Quindi, entro certi limiti, la offerta di lavoro che il capitale può estorcere diventa indipendente dalla offerta di operai202. Ossia, la diminuzione del saggio del plusvalore lascia invariata la massa del plusvalore prodotto, qualora l'ammontare del capitale variabile o il numero degli operai occupati aumentino in proporzione.
Tuttavia, la sostituzione del numero degli operai ossia della grandezza del capitale variabile, mediante l'aumento del saggio del plusvalore o mediante il prolungamento della giornata lavorativa ha limiti insuperabili. Qualunque sia il valore della forza-lavoro, che il tempo di lavoro necessario al mantenimento dell'operaio sia quindi di due ore o di dieci, il valore complessivo producibile da un operaio giorno per giorno è sempre minore del valore in cui si oggettivano ventiquattro ore lavorative, minore di docici scellini ossia quattro talleri, se questa è l'espressione monetaria di 24 ore lavorative oggettivate. Secondo la nostra supposizione precedente, per cui occorrevano giornalmente sei ore lavorative per riprodurre la forza-lavoro stessa, cioè per reintegrare il valore capitale anticipato per il suo acquisto, un capitale variabile di cinquecento talleri che impiega cinquecento operai a un saggio di plusvalore del cento per cento ossia con una giornata lavorativa di dodici ore, produce giornalmente un plusvalore di cinquecento talleri ossia di ore lavorative 6 x 500. Un capitale di cento talleri che impiega giornalmente cento operai a un saggio di plusvalore del duecento per cento, ossia con una giornata lavorativa di 18 ore, produce soltanto una massa di plusvalore di duecento talleri, ossia di ore lavorative 12 x 100. E il suo prodotto di valore complessivo, equivalente al capitale variabile anticipato più il plusvalore,

202. Questa legge elementare sembra ignorata dai signori dell'economia volgare i quali, Archimedi alla rovescia, credono di aver trovato nella determinazione dei prezzi di mercato del lavoro attraverso la domanda e l'offerta il punto d'appoggio, non per sollevare il mondo, ma per tenerlo fermo.


334     - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

non raggiungerà mai, giorno per giorno, la somma di quattrocento talleri, ossia di ore lavorative 24 x 100. Il limite assoluto della giornata lavorativa media, la quale è per natura sempre minore di ventiquattro ore, costituisce un limite assoluto alla sostituzione della diminuzione del capitale variabile mediante l'aumento del saggio del plusvalore, ossia alla sostituzione della diminuzione del numero degli operai sfruttati mediante un aumento del grado di sfruttamento della forza-lavoro. Questa seconda legge, di evidenza tangibile, è importante per la spiegazione di molti fenomeni che risalgono a una tendenza del capitale di cui dovremo trattare più avanti, cioè alla tendenza del capitale alla massima riduzione possibile del numero degli operai da esso occupati, ossia della propria componente variabile investita in forza-lavoro, tendenza che è in contrasto con l'altra sua tendenza a produrre la maggior massa possibile di plusvalore. Viceversa. Se aumenta la massa delle forze-lavoro impiegate, ossia l'ammontare del capitale variabile, ma se questo aumento non è proporzionale alla diminuzione del saggio del plusvalore, la massa del plusvalore prodotto diminuisce.
Una terza legge risulta dalla determinazione della massa del plusvalore prodotto ad opera dei due fattori, saggio del plusvalore e grandezza del capitale variabile anticipato. Dati il saggio del plusvalore, ossia il grado di sfruttamento della forza-lavoro e il valore della forza-lavoro, ossia la grandezza del tempo di lavoro necessario, è ovvio che la massa di valore e plusvalore prodotto sarà tanto maggiore quanto maggiore sarà il capitale variabile. Dato il limite della giornata lavorativa e dato il limite della sua parte costitutiva necessaria, la massa di valore e plusvalore prodotta da un capitalista singolo dipende evidentemente ed esclusivamente dalla massa di lavoro che egli mette in movimento. Ma quest'ultima dipende, entro i presupposti dati, dalla massa della forza-lavoro, ossia dal numero degli operai che egli sfrutta e questo numero è a sua volta determinato dalla grandezza del capitale variabile da lui anticipato. Dato il saggio del plusvalore e dato il valore della forza-lavoro, le masse del plusvalore prodotto variano quindi in proporzione diretta con le grandezze del capitale variabile anticipato. Ma si sa che il capitalista divide il suo capitale in due parti. Una parte la investe in mezzi di produzione. Questa è la parte costante del suo capitale. L'altra la investe in forza-lavoro viva. Questa parte costituisce il suo capitale variabile. Sulla base del medesimo modo di produzione, si ha una differente


9. SAGGIO E MASSA DEL PLUSVALORE      - 335

divisione del capitale in parte costante e parte variabile, a seconda della differenza dei rami della produzione. Entro il medesimo ramo di produzione la proporzione varia col variare della base tecnica e della combinazione sociale del processo di produzione. Ma in qualunque maniera un capitale dato si divida in parte costante e parte variabile, che quest'ultima stia alla prima come uno sta a due, a dieci o ad x, la legge or ora stabilita non ne viene intaccata, giacchè, secondo la precedente analisi, il valore del capitale costante riappare nel valore dei prodotti, ma non entra nel prodotto di valore di nuova creazione. Per impiegare mille filatori occorrono naturalmente più materie prime, fusi ecc. che non per impiegarne cento. Ma sia che il valore di questi mezzi di produzione da aggiungersi aumenti, sia che diminuisca, sia che rimanga invariato, che sia piccolo o che sia grande, tale valore rimarrà senza alcun influsso sul processo di valorizzazione delle forze-lavoro che muovono i mezzi di produzione. La legge sopra constatata assume quindi questa forma: le masse di valore e plusvalore prodotte da capitali diversi, a valore dato ed essendo eguale il grado di sfruttamento della forza-lavoro, variano in proporzione diretta al variare delle grandezze delle parti variabili di quei capitali, cioè delle loro parti convertite in forza-lavoro vivente.
Questa legge contraddice evidentemente a ogni esperienza fondata sull'apparenza. Ognuno sa che un industriale del cotone il quale, calcolate le percentuali del capitale complessivo impiegato, impieghi relativamente molto capitale costante e poco capitale variabile, non arraffa per questo un guadagno o un plusvalore minore che non un fornaio che mette in movimento relativamente molto capitale variabile e poco capitale costante. Per risolvere quest'apparente contraddizione, occorrono ancor molti termini intermedi, come occorrono molti termini intermedi, dal punto si vista dell'algebra elementare, per capire che 0/0 può rappresentare una grandezza reale. Benché l'economia classica non abbia mai formulato questa legge, rimane istintivamente ferma su di essa, perché è una conseguenza necessaria della legge del valore in genere e cerca si salvarla dalle contraddizioni della sua apparenza mediante una astrazione forzata. Si vedrà più avanti203, come la scuola ricardiana sia incespicata su questa pietra dello scandalo. L'economia volgare, la quale «in realtà proprio nulla ha appreso», insiste qui, come dappertutto, sulla

203. Ulteriori particolari nel libro quarto.


336     - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

apparenza, contro la legge che regola l'apparenza stessa. Al contrario di Spinoza, essa ritiene che «la ignoranza sia una ragione sufficiente».
Il lavoro che viene messo in movimento, giorno per giorno, dal capitale complessivo di una società può essere considerato un'unica giornata lavorativa. Se, per esempio, il numero degli operai è di un milione e la giornata lavorativa media di un operaio di 10 ore, la giornata lavorativa sociale sarà di 10 milioni di ore. Data la durata di questa giornata lavorativa, siano i suoi limiti fissati fisicamente o socialmente, la massa del plusvalore può essere aumentata soltanto aumentando il numero degli operai, cioè aumentando la popolazione operaia. L'aumento della popolazione costituisce, in questo caso, il limite matematico della produzione di plusvalore ad opera del capitale complessivo sociale. Viceversa, quando l'entità della popolazione sia data, questo limite viene costituito dal possibile prolungamento della giornata lavorativa204. Si vedrà, nel capitolo seguente, che questa legge vale solo per la forma di plusvalore sinora trattata.
Dalle considerazioni fatte fin qui sulla produzione del plusvalore risulta che non qualsiasi somma di denaro o di valore è trasformabile in capitale, che anzi tale trasformazione presuppone un minimo determinato di denaro o valore di scambio in mano al singolo possessore di denaro o di merci. Il minimo di capitale variabile è il prezzo di costo di una singola forza-lavoro che venga utilizzata tutto l'anno, giorno per giorno, per la produzione di plusvalore. Se questo operaio fosse in possesso dei propri mezzi di produzione e si accontentasse di vivere da operaio, gli basterebbe il tempo di lavoro necessario per la riproduzione dei suoi mezzi di sussistenza, diciamo 8 ore giornaliere. Gli basterebbero quindi anche mezzi di produzione per 8 ore lavorative soltanto. Il capitalista, invece, che gli fa fare oltre a queste 8 ore, diciamo, 4 ore di pluslavoro, abbisogna di una somma di denaro addizionale per procurarsi i mezzi di produzione addizionali. Tuttavia, data la nostra ipotesi, egli dovrebbe impiegare già 2 operai per poter vivere da operaio col plusvalore giornalmente appropriatosi,

204. Il lavoro di una società, vale a dire il tempo impiegato nell'economia(economic time), rappresenta una grandezza data, diciamo 10 ore giornaliere di un milione di uomini, ossia 10 milioni di ore ... Il capitale ha un limite al suo aumento. In ogni dato periodo, questo limite consiste nella misura reale del tempo impiegato nell'economia. (An Essay on the Political Economy of Nations, Londra, 1821, pp. 47, 49).


9. SAGGIO E MASSA DEL PLUSVALORE      - 337

cioè per poter soddisfare i suoi bisogni di prima necessità. In tal caso, scopo della sua produzione sarebbe il puro e semplice sostentamento, non l'aumento della ricchezza, mentre proprio quest'ultimo è il presupposto della produzione capitalistica. Per vivere soltanto con il doppio di agio dell'operaio comune e per ritrasformare in capitale la metà del plusvalore prodotto, egli dovrebbe aumentare di otto volte, insieme al numero degli operai, il minimo del capitale anticipato. Certo, anch'egli può metter direttamente mano al processo di produzione come il suo operaio, ma allora sarà una cosa intermedia fra il capitalista e l'operaio, sarà un «piccolo padrone». Un certo livello della produzione capitalistica implica che il capitalista possa impiegare tutto il tempo durante il quale funziona da capitalista, cioè come capitale personificato, nell'appropriazione e quindi nel controllo del lavoro altrui e nella vendita dei prodotti di tale lavoro205. Le corporazioni del medioevo cercarono d'impedire con la forza la trasformazione del maestro artigiano in capitalista, limitando a un massimo molto ristretto il numero dei lavoratori che il singolo maestro aveva diritto di impiegare. Il possessore di denaro o di merci si trasforma realmente in capitalista, solo quando la somma minima anticipata per la produzione supera di gran lunga il massimo medioevale. Qui, come nelle scienze naturali, si rivela la validità della legge scoperta da Hegel nella sua Logica, che mutamenti puramente quantitativi si risolvono a un certo punto in differenze qualitative205a.

205. Il fittavolo (farmer) non può contare sul proprio lavoro; e se lo fa, sostengo che ci rimetterà. La sua occupazione dovrebbe consistere nella sorveglianza di tutta la azienda: deve badare al suo trebbiatore poichè, altrimenti, ben presto il salario sarà sperperato per del grano non trebbiato; allo stesso modo debbono essere sorvegliati i suoi mietitori, falciatori ecc.; egli deve costantemente controllare i suoi steccati; deve badare affinchè nulla venga trascurato; il che accadrebbe se egli venisse trattenuto in un punto qualsiasi. An Enquiry into the connection between the price of provisions, and the size of farms ecc. By a farmer, Londra, 1773, p. 12. Questo scritto è molto interessante. Vi si può studiare la genesi del «capitalist farmer» o «merchant farmer», come è chiamato espressamente, e ascoltare la sua autoglorifìcazione di fronte allo «small farmer» che si preoccupa essenzialmente della propria sussistenza. «La classe dei capitalisti viene esentata dapprima in parte e infine del tutto, dalla necessità di fornire un lavoro manuale». (Textbook of lectures on the polit economy of nations. Del Rev. Richard Jones, Hertford, 1852, lezione III, p. 39).
205a. La teoria molecolare applicata alla chimica moderna, sviluppata scientificamente per la prima volta da Laurent e da Gerhardt, non si basa su altra legge (Aggiunta alla terza edizione). Osserviamo, per spiegare questa (####) dichiarazione piuttosto oscura a chi non conosce la chimica, che l'autore qui parla delle «serie omologhe» delle combinazioni dell'idrato di carbonio, chiamato così per la prima volta da C. Gerhardt nel 1843, delle quali ognuna ha una particolare formula di composizione algebrica. Così la serie delle paraffine Cn Hn + 2n; quella degli alcool normali: Cn H2 n + 2n; quella degli acidi grassi normali: Cn H2n O2 e molte altre. Negli esempi citati, viene formato ogni volta un corpo qualitativamente diverso mediante la semplice aggiunta quantitativa di CH2 alla formula molecolare. Sulla partecipazione di Laurent e Gerhardt alla constatazione di questo importante fatto, da Marx sopravalutata, vedi Kopp, Entwicklung der Chemie, Monaco, 1873, pagine 709 e 716, e Schorlemmer, Rise and Progress of Organic Chemistry, Londra, 1879, p. 54. (F. E.).


338     - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

Il minimo della somma di valore, di cui deve disporre il singolo possessore di denaro o di merci per compiere la sua metamorfosi in capitalista, varia nei diversi gradi di sviluppo della produzione capitalistica ed è diverso nelle diverse sfere della produzione, a grado di sviluppo dato, secondo le loro particolari condizioni tecniche. Certe sfere della produzione richiedono, sin dagli inizi della produzione capitalistica, un minimo di capitale, che però ancora non si può trovare in mano a singoli individui. Ne conseguono in parte sussidi statali a privati, come in Francia all'epoca di Colbert e come in diversi Stati tedeschi fino all'epoca nostra, in parte la costituzione di società con un monopolio legale per l'esercizio di determinati rami dell'industria e del commercio206, precorritrici delle moderne società per azioni.

* * *

Non ci soffermeremo sui particolari dei mutamenti subiti dal rapporto fra capitalista e operaio salariato nel corso del processo di produzione, quindi neanche sulle ulteriori determinazioni del capitale stesso. Intendiamo qui mettere in rilievo solo pochi punti principali.
All'interno del processo di produzione il capitale si è sviluppato in comando sul lavoro, cioè sulla forza-lavoro in attività, ossia sul l'operaio stesso. Il capitale personificato, il capitalista, vigila affinché l'operaio compia il suo lavoro regolarmente e con il dovuto grado di intensità.
Il capitale si è sviluppato inoltre in un rapporto di coercizione, che forza la classe operaia a compiere un lavoro maggiore di quello richiesto dall'ambito ristretto delle sue necessità vitali. E come produttore di laboriosità altrui, come pompatore di plus-

206. Martin Lutero chiama gli istituti di questa specie «la società Monopolia».


9. SAGGIO E MASSA DEL PLUSVALORE      - 339

lavoro e sfruttatore di forza-lavoro, il capitale supera in energia, dismisura ed efficacia tutti i sistemi di produzione del passato fondati sul lavoro forzato diretto.
In un primo tempo, il capitale subordina a sé il lavoro nelle condizioni tecniche, storicamente date, in cui lo trova. Perciò non cambia immediatamente il modo di produzione. La produzione di plusvalore nella forma sin qui contemplata, mediante il semplice prolungamento della giornata lavorativa, si è presentata quindi indipendente da ogni cambiamento del modo di produzione. Nel panificio, che è antiquato, tale produzione di plusvalore non si è presentata meno efficace che nel cotonificio, che è moderno.
Se consideriamo il processo di produzione dal punto di vista del processo lavorativo, l'operaio non trattava i mezzi di produzione come capitale, ma come semplice mezzo e materiale della sua attività produttiva adeguata allo scopo. In una conceria, per es., egli tratta le pelli semplicemente come suo oggetto di lavoro. Non è la pelle del capitalista che egli concia. Le cose stanno diversamente non appena consideriamo il processo di produzione dal punto di vista del processo di valorizzazione. I mezzi di produzione si trasformano subito in mezzi di assorbimento di lavoro altrui. Non è più l'operaio che adopera i mezzi di produzione, ma sono i mezzi di produzione che adoperano l'operaio. Invece di venire da lui consumati come elementi materiali della sua attività produttiva, essi consumano lui come fermento del loro processo vitale; e il processo vitale del capitale consiste solo nel suo movimento di valore che valorizza se stesso. Fonderie e officine che di notte riposino e non succhino lavoro vivo sono «pura perdita» («mere loss») per il capitalista. Perciò, fonderie e officine costituiscono un «titolo al lavoro notturno» delle forze-lavoro. La semplice trasformazione del denaro in un certo numero di fattori oggettivi del processo di produzione, in mezzi di produzione, trasforma questi ultimi in titolo giuridico e diritto d'imperio sul lavoro e sul pluslavoro altrui. Per concludere, un altro esempio ci mostrerà come si rispecchi nella coscienza dei cervelli capitalistici questa inversione, anzi, questo stravolgimento del rapporto fra lavoro morto e lavoro vivo, fra il valore e la forza creatrice di valore, che è peculiare e caratteristico della produzione capitalistica. Durante la rivolta dei fabbricanti inglesi del 1848-50 «il capo della filanda di lino e cotone di Paisley, una delle ditte più antiche e rispettabili della Scozia occidentale, la compagnia Carlile, figli & Co., che esiste


340     - III. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE ASSOLUTO

dal 1752 ed è di generazione in generazione sempre in mano alla stessa famiglia» - questo intelligentissimo gentleman scriveva dunque nel Glasgow Daily Mail del 25 aprile 1849 una lettera207 intitolata Il sistema a relais, in cui si trova fra l'altro questo passo di grottesca ingenuità: «Consideriamo ora gli inconvenienti che derivano da una riduzione del tempo di lavoro da 12 a 10 ore ... Essi "ammontano" al più grave e serio danneggiamento delle prospettive e della proprietà del fabbricante. Se egli (cioè le sue "braccia") «lavorava per 12 ore e ora viene limitato a 10, ogni gruppo di 12 macchine o fusi del suo stabilimento viene ridotto a 10 ("then every 12 machines or spindles, in his establishment, shrink to 10") e se volesse vendere la sua fabbrica, i gruppi di 12 macchine verrebbero valutati solo come gruppi di 10, cosicchè in tutto il paese verrebbe sottratta a ogni fabbrica una sesta parte del valore»208
Per questo avito cervello capitalistico della Scozia occidentale, il valore dei mezzi di produzione, dei fusi ecc. si confonde tanto con la loro qualità capitalistica di valorizzare se stessi ossia di ingoiare giornalmente un determinato quantitativo di lavoro gratuito altrui, da fare immaginare davvero al capo della casa Carlile & Co. che nel caso di vendita della sua fabbrica non gli verrebbe pagato soltanto il valore dei fusi, ma per giunta la loro valorizzazione, non soltanto il lavoro che è in essi e che è necessario per la produzione di fusi della stessa specie, ma anche il pluslavoro che i fusi aiutano a pompare giornalmente dai bravi scozzesi occidentali di Paisley; e appunto per questo, egli ritiene che, abbreviando di due ore la giornata lavorativa, il prezzo di vendita dei suoi filatoi diminuirebbe: una dozzina costerebbe come una decina!

207. Report of Insp. of Fact. for 3Oth ,4pril 1849, p. 59.
208. Ivi, p. 60. L'ispettore di fabbrica Stuart, scozzese egli stesso e, all'opposto degli ispettori di fabbrica inglesi, completamente legato al modo di ragionare capitalistico, osserva espressamente che questa lettera, da lui inserita nel suo rapporto, «è la comunicazione di gran lunga più utile fatta ai suoi colleghi da uno qualunque dei fabbricanti che usano il sistema a relais, ed è calcolata particolarmente per rimuovere i pregiudizi e gli scrupoli contro quel sistema».




 

 


Decimo capitolo

CONCETTO DEL PLUSVALORE RELATIVO


Finora, quella parte della giornata lavorativa che produce soltanto un equivalente del valore della forza-lavoro pagato dal capitale, è stata per noi una grandezza costante, e lo è di fatto in date condizioni di produzione, a un dato grado di sviluppo economico della società. Oltre questo suo tempo necessario di lavoro, l'operaio poteva lavorare due, tre, quattro, sei ore, ecc. Il saggio del plusvalore e la grandezza della giornata lavorativa dipendevano dalla grandezza di quel prolungamento. Se il tempo necessario di lavoro era costante, la giornata lavorativa complessiva era invece variabile. Si supponga ora una giornata lavorativa la cui grandezza e la cui suddivisione in lavoro necessario e pluslavoro siano date. Per esempio: la linea a c, a -------------------- b ---- c, rappresenti una giornata lavorativa di 12 ore, il segmento a -------------------- b rappresenti 10 ore di lavoro necessario, il segmento b ---- c rappresenti 2 ore di pluslavoro. Si domanda ora: come si può aumentare la produzione di plusvalore, cioè come si può prolungare il pluslavoro, senza ulteriori prolungamenti, ossia indipendentemente da ogni altro prolungamento di a ------------------------ c?
Nonostante che i limiti della giornata lavorativa a ------------------------- c siano dati, b ------ c sembra prolungabile, se non mediante estensione oltre il suo termine c, che è anche termine della giornata a --------------------- c, mediante lo spostamento del suo inizio b in direzione opposta, verso a. Supponiamo che in

a ---------------- b'-- b ---- c

b' -- b sia eguale alla metà  di b c, cioè a 1 ora lavorativa. Se ora


8     - IV. CONCETTO DEL PLUSVALORE RELATIVO

nella giornata lavorativa a c, di dodici ore, si sposta a b' il punto b, b c si estenderà  a b' c, il pluslavoro crescerà  della metà , cioè da due a tre ore, benché la giornata lavorativa conti come prima soltanto dodici ore. Ma questa estensione del pluslavoro da b c a b' c, da due a tre ore, è evidentemente impossibile senza una simultanea contrazione del lavoro necessario da a b ad a b', da dieci a nove ore. Al prolungamento del pluslavoro corrisponderebbe l'accorciamento del lavoro necessario: cioè, una parte del tempo di lavoro, che fin allora l'operaio ha consumato di fatto per se stesso, si trasforma in tempo di lavoro per il capitalista. Quel che vien cambiato, non sarebbe la durata della giornata lavorativa, ma la sua suddivisione in lavoro necessario e pluslavoro.
D'altra parte, la grandezza del pluslavoro è evidentemente data, anch'essa, quando siano dati la grandezza della giornata lavorativa e il valore della forza-lavoro. Il valore della forza-lavoro, cioè il tempo di lavoro richiesto per la produzione di essa, determina il tempo di lavoro necessario per la riproduzione del suo valore. Se un'ora di lavoro si rappresenta in una quantità  d'oro di mezzo scellino ossia 6 pence, e se il valore della forza-lavoro ammonta a cinque scellini al giorno, l'operaio deve lavorare dieci ore al giorno per reintegrare quel valore giornaliero della sua forza-lavoro che gli è pagato dal capitale, ossia per produrre un equivalente del valore dei mezzi di sussistenza che gli sono necessari giorno per giorno. Quando è dato il valore di questi mezzi di sussistenza, è dato il valore della forza-lavoro dell'operaio1 , e quando è dato questo, è data anche la grandezza del suo tempo di lavoro necessario. Ma la grandezza del pluslavoro si

1. Il valore del salario medio giornaliero è determinato da ciò che occorre all'operaio «per vivere, lavorare e generare» (WILLIAM PETTY, Political anatomy of Ireland, 1672, p. 34). «Il prezzo del lavoro è sempre costituito dal prezzo dei mezzi di sostentamento necessari». L'operaio non riceve il salario corrispondente «tutte le volte... che il salario dell'operaio non è sufficiente a nutrire una famiglia grande, come capita che molti di essi abbiano, in modo corrispondente al suo basso livello di vita e alla sua situazione di operaio» (J. VANDERLINT, Money answers cit., p. 15). «Il semplice operaio il quale ha solo le sue braccia e la sua laboriosità, non ha nulla, se non in quanto riesce a vendere la sua fatica ad altri... In ogni genere di lavoro si deve arrivare, e di fatto si arriva, al punto che il salario dell'operaio si limita a quanto gli è necessario per il suo sostentamento» (TURGOT, Réflexions ecc., in Oeuvres, ed. Daire, vol. I, p. 10). « Il prezzo dei mezzi di sussistenza è di fatto eguale al costo della produzione del lavoro» (MALTHUS, Inquiry into ecc. Rent, Londra, 1815, p. 48, nota).


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ottiene sottraendo dalla giornata lavorativa complessiva il tempo necessario di lavoro. Sottraendo dieci ore da dodici ore, ne restano due; e non è prevedibile come nelle condizioni date il pluslavoro possa venire prolungato oltre due ore. Certo, il capitalista può pagare all'operaio solo quattro scellini e sei pence, o anche meno, invece di cinque scellini. Per riprodurre questo valore di quattro scellini e sei pence basterebbero nove ore di lavoro; quindi spetterebbero al pluslavoro tre invece che due ore, delle dodici che fan la giornata lavorativa; e il plusvalore stesso salirebbe da uno scellino a uno scellino e mezzo . Ma questo risultato sarebbe raggiunto tuttavia soltanto comprimendo il salario dell'operaio al di sotto del valore della forza-lavoro dell'operaio. Coi quattro scellini e sei pence ch'egli produce in nove ore, l'operaio adesso dispone d'un decimo di mezzi di sussistenza meno di prima, e così ha luogo soltanto una riproduzione rattrappita della sua forza-lavoro. Qui il pluslavoro verrebbe prolungato soltanto sorpassando i suoi limiti normali, i suoi domini verrebbero estesi soltanto con una mutilazione usurpatrice dei domini del tempo di lavoro necessario. Malgrado che questo metodo rappresenti una parte importante nel movimento reale del salario, esso qui viene escluso per il presupposto che le merci, e quindi anche la forza-lavoro, vengano comprate e vendute al loro pieno valore. Una volta stabilito questo presupposto, il tempo di lavoro necessario per la produzione della forza-lavoro ossia per la riproduzione del suo valore non può diminuire per il fatto che il salario dell'operaio cali al di sotto del valore della sua forza-lavoro, ma può diminuire soltanto quando cali questo valore stesso. Data la durata della giornata lavorativa, il prolungamento del pluslavoro deve derivare dall'accorciamento del tempo di lavoro necessario, e non viceversa, cioè l'accorciamento del tempo di lavoro necessario non deve derivare dal prolungamento del pluslavoro. Nel nostro esempio il valore della forza-lavoro deve calare effettivamente di un decimo affinché il tempo di lavoro necessario diminuisca di un decimo, cioè da dieci a nove ore e affinché per questa ragione il pluslavoro si prolunghi da due a tre ore.
Ma tale diminuzione di un decimo del valore della forza-lavoro comporta, a sua volta, che la stessa massa di mezzi di sussistenza che prima veniva prodotta in dieci ore, ora venga prodotta in nove. Ma ciò è impossibile senza un aumento della forza produttiva del lavoro. Un calzolaio, per esempio, è in grado di fare, con dati mezzi, in una giornata lavorativa di dodici ore,


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un paio di stivali. Se dovesse fare due paia di stivali nello stesso tempo, la forza produttiva del suo lavoro dovrebbe raddoppiare; ma essa non può raddoppiare senza un cambiamento dei suoi mezzi di lavoro o del suo metodo di lavoro, o dell'uno e degli altri insieme. Deve dunque subentrare una rivoluzione nelle condizioni di produzione del suo lavoro, cioè nel suo modo di produzione, e quindi nello stesso processo lavorativo. Per aumento della forza produttiva del lavoro intendiamo qui in genere un cambiamento nel processo lavorativo per il quale si abbrevia il tempo di lavoro richiesto socialmente per la produzione di una merce, per il quale dunque una minor quantità  di lavoro acquista la forza di produrre una maggior quantità  di valore d'uso.2 Dunque, mentre nella produzione del plusvalore nella figura che abbiamo fin qui considerato, si supponeva come dato il modo di produzione, ora, per la produzione di plusvalore mediante trasformazione di lavoro necessario in pluslavoro, non basta affatto che il capitale s'impossessi del processo lavorativo nella sua figura storica mente tramandata ossia presente e poi non faccia altro che prolungarne la durata. Il capitale non può fare a meno di metter sotto sopra le condizioni tecniche e sociali del processo lavorativo, cioè lo stesso modo di produzione, per aumentare la forza produttiva del lavoro, per diminuire il valore della forza-lavoro mediante l'aumento della forza produttiva del lavoro, e per abbreviare così la parte della giornata lavorativa necessaria alla riproduzione di tale valore.
Chiamo plusvalore assoluto il plusvalore prodotto mediante prolungamento della giornata lavorativa; invece, chiamo plusvalore relativo il plusvalore che deriva dall'accorciamento del tempo di lavoro necessario e dal corrispondente cambiamento nel rapporto di grandezza delle due parti costitutive della giornata lavorativa.
L'aumento della forza produttiva, se vuol diminuire il valore della forza-lavoro, deve impadronirsi di quei rami d'industria i cui prodotti determinano il valore della forza-lavoro, cioè appartengono. alla sfera dei mezzi di sussistenza abituali, oppure li possono sostituire. Ma il valore di una merce non è determi-

2. «Quando si perfezionano le arti, che non è altro che la scoperta di nuove vie, onde si possa compiere una manifattura con meno gente o (che è lo stesso) in minor tempo di prima» (GALIANI, Della Moneta, pp. 158, 159). «L'economia sulle spese di produzione non può essere altro che l'economia sulla quantità di lavoro impiegata nella produzione» (SISMONDI, Etudes ecc., I, p. 22).


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nato soltanto dalla quantità  del lavoro che le dà  l'ultima forma, ma anche e altrettanto dalla massa di lavoro contenuta nei suoi mezzi di produzione. Per esempio: il valore d'uno stivale non è determinato soltanto dal lavoro del calzolaio, ma anche dal valore del cuoio, della pece, del filo, ecc. Dunque, anche l'aumento della forza produttiva e la corrispondente riduzione a più buon mercato delle merci nelle industrie che forniscono gli elementi materiali del capitale costante, cioè i mezzi di lavoro e il materiale di lavoro per la produzione dei mezzi di sussistenza necessari, fanno anch'essi calare il valore della forza-lavoro. Invece, nelle branche della produzione che non forniscono né mezzi di sussistenza necessari, né mezzi di produzione per la preparazione di questi, l'aumento della forza produttiva lascia intatto il valore della forza-lavoro.
È ovvio che la merce ridotta più a buon mercato fa calare il valore della forza-lavoro solo pro tanto, cioè soltanto nella proporzione in cui trapassa nella riproduzione della forza-lavoro. Le camicie, per esempio, sono un mezzo di sussistenza necessario, ma sono solo un mezzo di sussistenza fra molti altri. Ch'esse vengano ridotte più a buon mercato, diminuisce soltanto la spesa che l'operaio sostiene per le camicie. La somma complessiva dei mezzi di sussistenza necessari consiste tuttavia solo di merci differenti, tutte prodotti di industrie particolari, e il valore di ognuna di queste merci costituisce sempre una parte aliquota del valore della forza-lavoro. Ma questo valore decresce col decrescere del tempo di lavoro necessario per la sua riproduzione e l'accorciamento complessivo di questo tempo di lavoro è eguale alla somma dei suoi accorciamenti in tutti quei rami particolari di produzione. Noi qui trattiamo questo risultato generale come se esso fosse risultato immediato e fosse fine immediato in ogni singolo caso. Quando un singolo capitalista riduce più a buon mercato per es. le camicie mediante un aumento della forza produttiva del lavoro, non è affatto necessario che si proponga il fine di far calare pro tanto il valore della forza-lavoro e quindi il tempo di lavoro necessario; ma egli contribuisce ad aumentare il saggio generale del plusvalore solo in quanto e per quanto finisce per contribuire a quel risultato di far calare il valore della forza-lavoro.3 Bisogna

3. «Supponiamo che i prodotti del fabbricante siano raddoppiati da perfezionamenti nelle macchine..; egli sarà in grado di vestire i suoi operai con una minore quota parte del suo ricavo complessivo.., e così viene all'operaio una parte minore del ricavo complessivo» (RAMSAY, An essay on the distribution ecc., pp. 168 [169]).


12     - IV. CONCETTO DEL PLUSVALORE RELATIVO

distinguere le tendenze generali e necessarie del capitale dalle forme nelle quali esse si presentano.
Ora non abbiamo da considerare come e perché le leggi immanenti della produzione capitalistica si presentino nel movimento esterno dei capitali, come e perché si facciano valere come leggi coercitive della concorrenza e quindi giungano alla coscienza del capitalista individuale come motivi direttivi del suo operare: ma fin da principio è evidente che una analisi scientifica della concorrenza è possibile soltanto quando si sia capita la natura intima del capitale, proprio come il moto apparente dei corpi celesti è intelligibile solo a che ne conosca il movimento reale, ma non percepibile coi sensi. Tuttavia, per intendere la produzione del plusvalore relativo e sul solo fondamento dei risultati già  raggiunti, è da osservare quanto segue.
Se un'ora di lavoro si rappresenta in una quantità  d'oro di sei pence, ossia mezzo scellino, nella giornata lavorativa di dodici ore si produce un valore di sei scellini. Poniamo che con la forza produttiva del lavoro data si finiscano in queste dodici ore, dodici pezzi d'una merce. Il valore dei mezzi di produzione, materie prime, ecc. consumate in ogni pezzo, sia di 6 pence. A queste condizioni, la singola merce costa uno scellino cioè sei pence per il valore dei mezzi di produzione e sei pence per il valore nuovo aggiunto nella sua lavorazione. Poniamo ora che a un capitalista riesca di raddoppiare la forza produttiva del lavoro e quindi di produrre ventiquattro invece di dodici pezzi di quel genere di merci, nella giornata lavorativa di dodici ore. Invariato rimanendo il valore dei mezzi di produzione, ora il valore della singola merce cala a nove pence, cioè: sei pence per il valore dei mezzi di produzione, tre pence per il nuovo valore aggiunto con l'ultimo lavoro. Nonostante il raddoppio della forza produttiva, la giornata lavorativa produce anche adesso solo un neovalore di sei scellini, come prima: ma questo si distribuisce ora su un numero doppio di prodotti singoli. Quindi ad ogni prodotto tocca ormai soltanto un ventiquattresimo invece di un dodicesimo di questo valore complessivo, tre pence invece di sei pence : ossia, - il che è lo stesso - ora ai mezzi di produzione viene aggiunta soltanto una mezz'ora di lavoro durante la loro trasformazione in prodotti, calcolando pezzo per pezzo, invece di un'ora intera come prima. Il valore individuale di questa merce sta ora al di sotto del suo valore sociale, cioè, essa costa meno tempo di lavoro che il gran cumulo degli stessi articoli prodotto nelle condizioni sociali medie. Il pezzo costa in media


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uno scellino, ossia rappresenta due ore di lavoro sociale: col modo di produzione cambiato, costa solo nove pence, ossia contiene solo un'ora e mezza di lavoro sociale. Ma il valore reale di una merce non è il suo valore individuale, bensì il suo valore sociale: cioè il suo valore sociale non viene misurato mediante il tempo di lavoro che essa costa di fatto al produttore nel singolo caso, ma mediante il tempo di lavoro richiesto socialmente per la sua produzione. Dunque se il capitalista che applica il nuovo metodo vende la propria merce al suo valore sociale di uno scellino, la vende 3 pence al di sopra del suo valore individuale realizzando così un plusvalore straordinario di tre pence. Ma d'altra parte per lui ora la giornata lavorativa di dodici ore è rappresentata da ventiquattro pezzi della merce, invece che dai dodici di prima. Dunque, per vendere il prodotto di una sola giornata lavorativa, egli ha bisogno di uno smercio doppio, ossia di un mercato due volte più grande. Rimanendo invariate per il resto le circostanze, le sue merci conquistano un mercato più vasto solo mediante una contrazione dei loro prezzi. Le venderà  quindi al di sopra del loro valore individuale, ma al di sotto del loro valore sociale, diciamo a dieci pence il pezzo. Anche in tal caso, ricaverà  sempre un plusvalore straordinario di un penny per ogni singolo pezzo. Per lui, questo aumento del plusvalore ha luogo tanto se la sua merce appartiene alla sfera dei mezzi di sussistenza necessari, e quindi trapassa, con funzione determinante, nel valore generale della forza-lavoro, quanto se ciò non avviene. Astrazione fatta dall'ultima circostanza, per ogni singolo capitalista esiste dunque il motivo per ridurre la merce più a buon mercato aumentando la forza produttiva del lavoro.
Però, anche in questo caso, l'aumento della produzione di plusvalore deriva dall'accorciamento del tempo di lavoro necessario e dal corrispondente prolungamento del pluslavoro.3a Ammonti il tempo di lavoro necessario a dieci ore, ossia ammonti il valore giornaliero della forza-lavoro a cinque scellini, il pluslavoro a due ore e quindi a uno scellino il plusvalore prodotto giornalmente. Ma ora il nostro capitalista produce ventiquattro

3a. «Il profitto d'un uomo non dipende dal suo poter disporre del prodotto del lavoro d'altri uomini, ma dal suo poter disporre del lavoro stesso. Se egli può vendere le sue merci a un prezzo superiore, mentre i salari dei suoi operai rimangono inalterati, è chiaro che ne trae un beneficio... A mettere in moto quel lavoro è sufficiente una porzione minore di quel ch'egli produce, e di conseguenza ne rimane per lui una porzione maggiore» (Outlines of political economy, Londra, 1832, pp. 49, 50).


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pezzi, che vende a 10 pence il pezzo, ossia, in tutto, a venti scellini. Poiché il valore dei mezzi di produzione è eguale a dodici scellini, quattordici pezzi e due quinti non fanno che reintegrare il capitale costante anticipato. La giornata lavorativa di dodici ore è rappresentata nei nove pezzi e tre quinti che rimangono. Poiché il prezzo della forza-lavoro è eguale a cinque scellini, nel prodotto di sei pezzi è rappresentato il tempo di lavoro necessario, e il pluslavoro è rappresentato in tre pezzi e tre quinti. Il rapporto fra lavoro necessario e pluslavoro, che nelle condizioni sociali medie ammontava a 5 : 1, adesso ammonta soltanto a 5 : 3. Lo stesso risultato si ottiene anche come segue: il valore in prodotti della giornata lavorativa di dodici ore è di venti scellini. Di questi, dodici appartengono al valore dei mezzi di produzione, il quale non fa che ripresentarsi. Rimangono dunque otto scellini come espressione in denaro del valore nel quale si presenta la giornata lavorativa. Questa espressione in denaro è più elevata dell'espressione in denaro del lavoro sociale medio dello stesso genere, poiché dodici ore di tale lavoro si esprimono solo in sei scellini. Il lavoro di forza produttiva eccezionale opera come lavoro potenziato, ossia crea negli stessi periodi di tempo valori superiori a quelli creati dal lavoro sociale medio dello stesso genere. Ma il nostro capitalista paga ora solo cinque scellini, come prima, per il valore giornaliero della forza-lavoro. Quindi ora l'operaio per riprodurre tale valore abbisogna, invece che delle dieci ore di prima, solo di sette ore e un quinto; quindi il suo pluslavoro cresce di due ore e quattro quinti, e il plusvalore da lui prodotto cresce da uno a tre scellini. Quindi il capitalista che applica il modo di produzione perfezionato, si appropria per il pluslavoro una parte della giornata lavorativa maggiore di quella appropriatasi dagli altri capitalisti nella stessa industria. Egli fa singolarmente quel che il capitale fa in grande e in generale nella produzione del plusvalore relativo. Ma d'altra parte quel plusvalore straordinario scompare appena il nuovo modo di produzione si generalizza e con ciò scompare la differenza fra il valore individuale delle merci prodotte più a buon mercato e il loro valore sociale. Quella stessa legge della determinazione del valore mediante il tempo di lavoro, che si fa sensibile al capitalista possessore del nuovo metodo nella forma del suo dover vendere la propria merce al di sotto del suo valore sociale, costringe i suoi concorrenti, nella forma di legge coercitiva della concorrenza, a introdurre il nuovo


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modo di produzione.4 Dunque, il saggio generale del plusvalore è insomma intaccato da tutto questo processo soltanto quando l'aumento della forza produttiva del lavoro s'è impadronito di rami di produzione, e dunque ha ridotto più a buon mercato merci che entrano nella cerchia dei mezzi necessari di sussistenza e quindi costituiscono elementi del valore della forza-lavoro.
Il valore delle merci sta in rapporto inverso alla forza produttiva del lavoro; e altrettanto il valore della forza-lavoro, perché determinato da valori di merci. Invece, il plusvalore relativo sta in rapporto diretto alla forza produttiva del lavoro. Cresce col crescere della forza produttiva, e cala col calare di essa. Una giornata lavorativa sociale media di dodici ore, presupponendo invariato il valore del denaro, dà  sempre lo stesso prodotto di valore di sei scellini, in qualunque modo poi questa somma si distribuisca fra equivalente per il valore della forza-lavoro e plusvalore. Ma se, in seguito all'aumento della forza produttiva, il valore dei mezzi di sussistenza quotidiani e quindi il valore giornaliero della forza-lavoro cala da cinque a tre scellini, allora il plusvalore sale da uno scellino a tre scellini. Per riprodurre il valore della forza-lavoro, prima erano necessarie dieci ore di lavoro, e ora solo sei. Quattro ore di lavoro sono disponibili e possono venire annesse ai domini del pluslavoro. È quindi istinto immanente e tendenza costante del capitale aumentare la forza produttiva del lavoro per ridurre più a buon mercato la merce, e con la riduzione a più buon mercato della merce ridurre più a buon mercato l'operaio stesso .5

4. «Se il mio vicino, facendo molto con poco lavoro, può vendere a buon mercato, io devo fare in modo di vendere a buon mercato come lui. Cosicchè ogni arte, ogni metodo od ogni macchina che operi col lavoro di meno braccia, e di conseguenza più a buon mercato, genera negli altri una specie di costrizione e di emulazione, o di usare la stessa arte, metodo o macchina, o di inventare qualcosa di analogo, in modo che ognuno sia sullo stesso piano, e che nessuno sia in grado di vendere al di sotto del prezzo dei suoi vicini» (The Advantages of the East-India Trade to England, Londra, 1720, p. 67).
5. «In qualunque proporzione le spese di un operaio siano diminuite, nella stessa proporzione sarà diminuito il suo salario, se contemporaneamente saranno eliminate le restrizioni imposte all'industria» (Considerations concerning taking off the Bounty on Corn exported ecc., Londra, 1753, p. 7). «L?interesse dell?industria richiede che il grano e gli altri mezzi di sussistenza siano il più a buon mercato possibile, poichè qualunque cosa li faccia rincarare, fa rincarare per forza anche il lavoro... In tutti i paesi dove non ci sono restrizioni all?industria, il prezzo dei mezzi di sussistenza non può non influire sul prezzo del lavoro. Questo diminuirà sempre, quando le cose (####) necessarie alla vita diventeranno più a buon mercato» (ivi, p. 3). «I salari sono diminuiti nella stessa proporzione dell'aumento delle forze produttive. È vero che le macchine rendono più a buon mercato le cose necessarie alla vita, ma rendono più a buon mercato anche l?operaio» (A prize essay on the comparative merits of competition and co-operation, Londra, 1834, p. 27)


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Per il capitalista che produce la merce, il valore assoluto di questa è, in sè e per sè, indifferente: gli interessa solo il plusvalore insito nella merce e realizzabile nella vendita. La realizzazione di plusvalore implica di per se stessa la reintegrazione del valore anticipato. Poiché ora il plusvalore relativo cresce in proporzione diretta dello sviluppo della forza produttiva del lavoro, mentre il valore delle merci cala in proporzione inversa dello stesso sviluppo, poiché dunque il medesimo e identico processo riduce più a buon mercato le merci e aumenta il plusvalore in esse contenuto, ecco risolto l'enigma perché il capitalista, il quale si preoccupa solo della produzione di valori di scambio, cerchi costantemente di far calare il valore di scambio delle merci: contraddizione con la quale il Quesnay, uno dei fondatori dell'economia politica, tormentava i suoi avversari, e alla quale essi non riuscivano a rispondere. «Voi ammettete», dice il Quesnay, «che nella fabbricazione di prodotti industriali quanto più si possono risparmiare, senza svantaggio per la produzione, spese o lavori costosi, tanto più vantaggioso è questo risparmio, poiché diminuisce il prezzo del manufatto. E malgrado ciò voi credete che la produzione della ricchezza che proviene dai lavori degli industriali consista nell'aumento del valore di scambio dei loro manufatti»6
Dunque, nella produzione capitalistica la economia di lavoro mediante lo sviluppo della forza produttiva del lavoro7 non ha

6. «Ils conviennent que plus on peut, sans préjudice, épargner de frais ou de travaux dispendieux dans la fabrication des ouvrages des artisans, plus cette épargne est profitable par la diminution du prix de ces ouvrages. Cependant il croient que la production de richesse qui résulte des travaux des artisans consiste dans l?augmentation de la valeur vénale de leurs ouvrages» (QUESNAY, Dialogues sur le commerce et sur les travaux des artisans, pp. 188, 189).
7. «Questi speculatori, così economi del lavoro degli operai che dovrebbero pagare» (J. N. BIDAUT, Du monopole qui s?établit dans les arts industriels et le commerce, Parigi, 1828, p. 13). «Il padrone sarà sempre intento ad economizzare tempo e lavoro» (DUGALD STEWART, Works, edite da Sir W. Hamilton, vol. VIII, Edimburgo, 1855, Lectures on political economy, p. 318). «Il loro (dei capitalisti) interesse è che le forze produttive degli operai che essi impiegano siano le più grandi possibili. La loro attenzione è diretta quasi esclusivamente all?aumento di tale forza » (R. JONES, Textbook of lectures ecc., lezione III).


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affatto lo scopo di abbreviare la giornata lavorativa. Ha solo lo scopo di abbreviare il tempo di lavoro necessario per la produzione di una determinata quantità  di merci. Che per l'aumento della forza produttiva del suo lavoro, l'operaio produca in un'ora per esempio il decuplo di merce di prima e consumi quindi per ogni pezzo il decimo di tempo di lavoro, non impedisce affatto di farlo lavorare dodici ore come prima, e che gli si facciano produrre in queste dodici ore milleduecento pezzi invece dei centoventi di prima. Anzi, la sua giornata lavorativa può essere contemporaneamente prolungata, cosicché egli adesso produca millequattrocento pezzi in quattordici ore, ecc. Quindi si può leggere in una pagina di economisti dello stampo d'un Mac Culloch, d'un Ure, d'un Senior e tutti quanti*, che l'operaio deve esser grato al capitale per lo sviluppo delle forze produttive, perché tale sviluppo abbrevia il tempo di lavoro necessario, e, nella pagina seguente, che l'operaio deve manifestare quella gratitudine lavorando per l'avvenire quindici invece di dieci ore. Entro i limiti della produzione capitalistica, lo sviluppo della forza produttiva del lavoro ha lo scopo di abbreviare la parte della giornata lavorativa nella quale l'operaio deve lavorare per se stesso, per prolungare, proprio con quel mezzo, l'altra parte della giornata lavorativa nella quale l'operaio può lavorare gratuitamente per il capitalista. Nei metodi particolari di produzione dei plusvalore relativo, che ora passiamo a considerare, si vedrà  fino a che punto questo risultato sia raggiungibile anche senza ridurre le merci più a buon mercato.

 

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*. In italiano nel testo.

 

 

 

 

 

 

 

 

Undicesimo capitolo

COOPERAZIONE


La produzione capitalistica comincia realmente, come abbiamo visto, solo quando il medesimo capitale individuale impiega allo stesso tempo un numero piuttosto considerevole di operai, e quindi il processo lavorativo s'estende e si ingrandisce e fornisce prodotti su scala quantitativa piuttosto considerevole. L'operare di un numero piuttosto considerevole di operai, allo stesso tempo, nello stesso luogo (o, se si vuole, nello stesso campo di lavoro), per la produzione dello stesso genere di merci, sotto il comando dello stesso capitalista, costituisce storicamente e concettualmente il punto di partenza della produzione capitalistica. Per esempio, in riferimento al modo della produzione in sé, la manifattura non si distingue ai suoi inizi dalla industria artigiana delle corporazioni quasi per altro che per il maggior numero degli operai occupati contemporaneamente dallo stesso capitale. Si ha soltanto un ingrandimento dell'officina del mastro artigiano.
In un primo momento la differenza è dunque semplicemente quantitativa. Si è visto che la massa del plusvalore prodotta da un dato capitale è eguale al plusvalore fornito dal singolo operaio moltiplicato per il numero degli operai occupati allo stesso tempo. Questo numero, in sé e per sé, non cambia per niente il saggio del plusvalore, ossia il grado di sfruttamento della forza-lavoro; e ogni cambiamento qualitativo del processo lavorativo sembra indifferente per quanto riguarda la produzione di valore in merci in generale. Questo segue dalla natura del valore. Se una giornata lavorativa di dodici ore si oggettiva in sei scellini, milleduecento giornate come quella si oggettivano in sei scellini moltiplicati per milleduecento. In quest'ultimo caso si sono incorporate nei prodotti dodici per milleduecento ore lavorative, nell'altro dodici. Nella produzione di valore molti contano sempre soltanto come molti singoli. Dunque per la produzione di


11. COOPERAZIONE      19

valore non fa nessuna differenza che milleduecento operai lavorino singolarmente, oppure riuniti sotto il comando dello stesso capitale.
Tuttavia, entro certi limiti, ha luogo una modificazione. Lavoro oggettivato in valore è lavoro di qualità sociale media; dunque esplicazione di una forza-lavoro media. Ma una grandezza media esiste sempre soltanto come media di molte differenti grandezze individuali dello stesso genere. In ogni ramo d'industria l'operaio individuale, Pietro o Paolo, s'allontana più meno dall'operaio medio. Queste differenze individuali, che in matematica si chiamano «errori», si compensano e scompaiono appena si riunisca un numero piuttosto considerevole di operai. Il famoso sofista e sicofante Edmund Burke pretende addirittura di sapere, per le sue esperienze pratiche di fittavolo, che già per «un plotone così poco numeroso» come quello costituito da cinque lavoranti di fattoria, scompare ogni differenza individuale di lavoro e che quindi i primi cinque qualsiasi lavoranti agricoli inglesi in età adulta presi insieme forniscano nello stesso tempo proprio la stessa quantità di lavoro di altri cinque lavoranti qualsiasi inglesi8. Comunque sia, è chiaro che la giornata lavorativa complessiva d'un numero piuttosto considerevole di operai occupati nello stesso tempo, divisa per il numero degli operai è in sè e per sè una giornata di lavoro sociale medio. La giornata lavorativa del singolo sia per esempio di dodici ore. Allora la giornata lavorativa di dodici operai occupati nello stesso tempo costituisce una giornata lavorativa complessiva di centoquarantaquattro ore e benché il lavoro di ognuno di quei dodici operai possa differire o meno dal lavoro sociale medio e quindi benché il singolo possa abbisognare di più o meno tempo per la stessa operazione, tuttavia la giornata lavorativa di ogni singolo possiede la qualità media sociale, in quanto è un dodicesimo della giornata

8. «Senza dubbio, c'è una grande differenza fra il valore del lavoro d'un uomo e quello di un altro, per forza destrezza, e appllicazione. Ma sono sicurissimo, per le mie osservazioni assai accurate, che qualsiasi dato gruppo di cinque uomini, nell'insieme fornirà una porzione di lavoro eguale ad ogni altro gruppo di cinque, entro i limiti di età che ho stabilito; cioè, che fra quei cinque uomini ce ne sarà uno che possiede tutte le qualificazioni d'un buon lavoratore, uno cattivo, e gli altri tre mediocri, avvicinantisi al primo al primo e all'ultimo. Cosicché anche in un piccolo plotone, come quello di soli cinque uomini, troverete la piena effettuazione di tutto quel che cinque uomini possono guadagnare» (E. BURKE, Thoughts and details ecc., p. [15] 16). Cfr. il Quetelet sull'individuo medio.


20     IV. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE RELATIVO

lavorativa complessiva di centoquarantaquattro ore. Ma per il capitalista che occupa una dozzina di operai, la giornata lavorativa esiste come giornata lavorativa complessiva di quei dodici operai. La giornata lavorativa di ogni singolo esiste come parte aliquota della giornata lavorativa complessiva, in maniera del tutto indipendente dal fatto che i dodici operai compiano operazioni connesse l'una all'altra, o che invece tutto il nesso fra il lavoro dell'uno e quello dell'altro consista nel fatto di lavorare per lo stesso capitalista. Se invece questi dodici operai vengono occupati a coppie, ognuna da un piccolo mastro artigiano, diventa un fatto casuale che ognuno dei mastri artigiani produca la stessa massa di lavoro, e quindi che realizzi il saggio generale del plusvalore. Si avrebbero differenze individuali. Se un operaio consumasse nella produzione d'una merce molto più tempo di quanto è richiesto socialmente, se il tempo di lavoro necessario per lui individualmente differisse molto dal tempo socialmente necessario ossia dal tempo di lavoro medio, il lavoro di questo operaio non sarebbe considerato lavoro medio, la sua forza-lavoro non sarebbe considerata forza-lavoro media; essa non troverebbe da vendersi, oppure troverebbe, ma solo al di sotto del valore medio della forza-lavoro. Dunque si presuppone un minimo determinato di abilità nel lavoro e più avanti vedremo che la produzione capitalistica trova i mezzi per misurare questo minimo. Ciò non di meno il minimo differisce dalla media benché dall'altra parte debba venire pagato il valore medio della forza-lavoro. Quindi dei sei piccoli mastri artigiani, l'uno riceverebbe qualcosa in più, l'altro riceverebbe qualcosa in meno del saggio generale del plusvalore. Le ineguaglianze si compenserebbero per la società, ma non per il singolo mastro artigiano. Dunque la legge della valorizzazione, in genere, si realizza completamente per il singolo produttore soltanto quando egli produce come capitalista, impiega molti operai allo stesso tempo e quindi mette in moto fin da principio lavoro sociale medio9.
Anche se il modo di lavoro rimane identico, l'impiego contemporaneo d'un numero piuttosto considerevole d'operai effettua una rivoluzione nelle condizioni oggettive del processo

9. Il signor Professore Roscher pretende d'aver scoperto che una cucitrice, occupata per due giornate dalla Signora del Professore, fornisce più lavoro che non due cucitrici occupate dalla Signora del Professore nella stessa giornata. Il signor Professore non faccia le sue osservazioni sul processo di produzione del capitale nella camera dei bambini, e non le faccia in circostanze nelle quali manca il personaggio principale, il capitalista.


11. COOPERAZIONE      21

lavorativo. Edifici nei quali lavori molta gente, depositi di materie prime, ecc., recipienti, strumenti, apparecchi, ecc. che servono a molti nello stesso tempo o a turno, in breve, una parte dei mezzi di produzione viene ora consumata in comune nel processo lavorativo. Da una parte il valore di scambio delle merci e quindi anche dei mezzi di produzione, non viene affatto accresciuto per via d'un qualsiasi aumento nello sfruttamento del loro valore d'uso. Dall'altra parte, cresce la scala dei mezzi di produzione usati in comune. Una camera nella quale lavorino venti tessitori coi loro venti telai dev'essere per forza più ampia della camera del tessitore indipendente con due garzoni. Ma la produzione di un laboratorio per venti persone costa meno lavoro della produzione di dieci laboratori da due persone ognuno, e così in genere il valore di mezzi di produzione concentrati in massa e comuni non cresce in proporzione del loro volume e del loro effetto utile. I mezzi di produzione consumati in comune cedono al singolo prodotto una minor parte costitutiva del loro valore, in parte perché il valore complessivo che cedono si distribuisce simultaneamente su una maggior massa di prodotti, in parte perché essi entrano nel processo della produzione con un valore che in assoluto è maggiore, mantenendo presente la loro sfera d'azione è relativamente minore di quello dei mezzi di produzione isolati. Così cala una parte costitutiva del valore del capitale costante, e proporzionalmente alla sua grandezza cala dunque anche il valore complessivo della merce L'effetto è lo stesso che se i mezzi di produzione della merce venissero prodotti più a buon mercato. Questa economia nell'impiego dei mezzi di produzione deriva soltanto dal loro consumo comune nel processo di lavoro di molte persone. Ed essi vengono ad avere questo carattere in quanto sono condizioni di lavoro sociale ossia sono condizioni sociali del lavoro, a differenza dei mezzi di produzione dispersi e relativamente costosi di singoli operai o piccoli maestri artigiani indipendenti, anche quando i molti lavorano insieme soltanto perché si trovano nello stesso locale, e non lavorano l'un con l'altro. Una parte dei mezzi di lavoro acquista questo carattere sociale prima che lo acquisti lo stesso processo lavorativo.
L'economia di mezzi di produzione va considerata, in generale, da un duplice punto di vista. Primo, in quanto riduce le merci più a buon mercato e con ciò fa calare il valore della forza-lavoro. Secondo, in quanto altera il rapporto fra plusvalore e capitale complessivo anticipato, cioè fra plusvalore e la somma


22     IV. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE RELATIVO

in valore delle parti costitutive costanti e variabili del capitale complessivo. Quest'ultimo punto sarà discusso soltanto nella prima sezione del terzo libro di quest'opera, alla quale rimandiamo, per mantenere i nessi, anche molte cose che rientrerebbero già in questo capitolo. L'andamento dell'analisi impone questa scomposizione dell'argomento trattato; scomposizione che corrisponde anche allo spirito della produzione capitalistica. Infatti, poiché qui le condizioni di lavoro si contrappongono per conto proprio all'operaio, anche la loro economia appare come operazione particolare che non lo riguarda affatto ed è quindi separata dai metodi che accrescono la sua produttività personale.
La forma del lavoro di molte persone che lavorano l'una accanto all'altra e l'una assieme all'altra secondo un piano, in uno stesso processo di produzione, o in processi di produzione differenti ma connessi, si chiama cooperazione10.
Come la forza d'attacco di uno squadrone di cavalleria o la forza di resistenza di un reggimento di fanteria è sostanzialmente differente dalle forze di attacco e di resistenza sviluppate da ogni singolo cavaliere o fantaccino, così la somma meccanica delle forze dei lavoratori singoli è sostanzialmente differente dal potenziale sociale di forza che si sviluppa quando molte braccia cooperano contemporaneamente a una stessa operazione indivisa; per esempio, quando c'è da sollevare un peso, da girare una manovella, o da rimuovere un ostacolo11. Qui il lavoro singolo non potrebbe produrre affatto l'effetto del lavoro combinato oppure potrebbe produrlo soltanto in periodi molto più lunghi oppure soltanto su infima scala. Qui non si tratta soltanto di aumento della forza produttiva individuale mediante la cooperazione, ma di creazione d'una forza produttiva che dev'essere in sè e per sè forza di massa.11a.

10. «Concours de forces» (DESTUTT DE TRACY Traité de la Volonté ecc., p. 80).
11. «Ci sono numerosi lavori di specie così semplice da non ammettere una divisione in parti, che però non possono esser compiuti senza la cooperazione di molte paia di braccia. Per esempio, il sollevare un grosso tronco e metterlo su un carro... in breve, ogni cosa che non possa esser fatta senza che molte paia di braccia si aiutino reciprocamente nella stessa attività indivisa e compiuta nello stesso tempo» (E. G. WAKEFIELD, A View of the Art of Colonization, Londra, 1849, p. 168). 11a. «Mentre un uomo non è capace, e dieci debbono fare uno sforzo per sollevare una tonnellata, pure cento uomini la possono sollevare con la sola forza di un dito d'ognuno» (JOHN BELLERS, Proposals for raising a College of Industry, Londra, 1696, p. 21).


11. COOPERAZIONE      23

Astrazion fatta dal nuovo potenziale di forza che deriva dalla fusione di molte forze in una sola forza complessiva, il semplice contatto sociale genera nella maggior parte dei lavori produttivi una emulazione e una peculiare eccitazione degli spiriti vitali (animal spirits) le quali aumentano la capacità di rendimento individuale dei singoli, cosicché una dozzina di persone insieme forniscono in una giornata lavorativa un prodotto complessivo molto maggiore di quello di dodici operai singoli che lavorino ognuno dodici ore, o di un operaio che lavori dodici giorni di seguito12. Questo deriva dal fatto che l'uomo è per natura un animale, se non politico, come pensa Aristotele, certo sociale13. Benché molte persone compiano insieme e contemporaneamente la stessa operazione, oppure operazioni dello stesso genere, il lavoro individuale di ciascuno può tuttavia rappresentare, come parte del lavoro complessivo, differenti fasi del processo di lavoro di per sè preso, fasi che l'oggetto del lavoro percorre più rapidamente in conseguenza della cooperazione. P. esempio, quando dei muratori fanno catena per passare le pietre da costruzione di mano in mano dai piedi fino alla cima d'una impalcatura, ciascuno di essi fa la stessa cosa, ma tuttavia le singole operazioni costituiscono parti continue d'una operazione complessiva, fasi particolari che nel processo lavorativo debbono esser percorse da ogni pietra da costruzione, e attraverso le quali per esempio le ventiquattro mani dell'operaio complessivo la mandano avanti più alla svelta delle due mani di ogni singolo operaio che

12.«C'è anche» (se lo stesso numero di lavoranti viene impiegato da un fittavolo solo per trecento, invece che da dieci fittavoli per trenta acri) «nella proporzione dei servi di fattoria un vantaggio che non sarà compreso tanto facilmente, fuorché dagli uomini pratici; perché è naturale dire: come uno sta a quattro, così tre sta a dodici; ma questo non vale in pratica; poiché nel periodo del raccolto e in molte altre operazioni che richiedono anch'esse d'esser affrettate, col mettere molte braccia insieme il lavoro è fatto meglio e più speditamente: p. es., nel raccolto, due guidatori, due caricatori, due legatori, due rastrellatori, e il resto al pagliaio e al fienile faranno insieme il doppio del lavoro che lo stesso numero di braccia farebbe se diviso in differenti squadre e in differenti masserie» ([J. ARBUTHNOT,] An Inquiry into the Connection between the present price of provisions and the size of farms. By a farmer, Londra, 1773, pp. 7, 8).
13. Propriamente, la definizione di Aristotele dice che l'uomo è per natura cittadino. Essa è caratteristica dell'antichità quanto è caratteristica dello spirito yankee la definizione del Franklin, che l'uomo è per natura e «facitore di strumenti».


24     11. COOPERAZIONE

che salga e scenda per l'impalcatura14. L'oggetto del lavoro percorre lo stesso spazio in un tempo più breve. D'altra parte, si ha combinazione di lavoro, p. es. quando una costruzione viene iniziata contemporaneamente da parti differenti, benché le persone che cooperano facciano la stessa cosa o cose dello stesso genere. La giornata lavorativa combinata di centoquarantaquattro ore, che nello spazio attacca l'oggetto del lavoro da molte parti, poiché l'operaio combinato o operaio complessivo ha occhi e mani davanti e di dietro, e possiede fino a un certo punto la dote dell'ubiquità, fa procedere il prodotto complessivo più alla svelta che non dodici giornate lavorative di dodici ore di operai più o meno isolati, che debbono applicarsi al loro lavoro in maniera più unilaterale. Parti differenti del prodotto, separate nello spazio, maturano nello stesso tempo.
Abbiamo sottolineato il fatto che le molte persone integrantisi a vicenda fanno la stessa cosa oppure cose dello stesso genere, perché questa, che è la forma più semplice di lavoro comune, ha grande importanza anche nella forma più perfezionata della cooperazione. Se il processo di lavoro è complicato, la semplice massa dei collaboranti permette di distribuire fra differenti braccia le differenti operazioni, e quindi di compierle contemporaneamente, e di abbreviare così il tempo di lavoro necessario a fabbricare il prodotto complessivo15.
In molti rami di produzione si hanno momenti critici, cioè periodi di tempo determinati dalla natura del processo lavorativo stesso, durante i quali debbono essere raggiunti nel lavoro determinati risultati. Se per esempio si ha da tosare un gregge di pecore

14. «Si deve osservare inoltre che questa divisione parziale del lavoro può aversi anche quando gli operai sono occupati in una sola operazione. Per esempio, dei muratori occupati a far passare dei mattoni di mano in mano su un'impalcatura più alta, fanno tutti la stessa operazione, eppure si ha fra loro una specie di divisione del lavoro, la quale consiste in ciò: ciascuno di essi fa passare il mattone per uno spazio dato, e tutti insieme lo fanno arrivare al punto destinato molto più alla svelta di quanto farebbero se ciascuno portasse il suo mattone separatamente sull'impalcatura più alta» (F. SKARBEK, Théorie des richesses sociales, 2 ed., Parigi, 1839, voI. I, pp. 97, 98).
15. «Se si tratta di eseguire un lavoro complicato, parecchie cose debbono esser fatte simultaneamente. Uno ne fa una mentre un altro ne fa un'altra; e tutti contribuiscono all'effetto che un uomo solo non avrebbe potuto produrre. Uno rema mentre un altro tiene il timone, e un altro ancora getta la rete o lancia la fìocina sul pesce; e la pesca ha una riuscita che senza questa collaborazione sarebbe impossibile» (DESTUTT DE TRACY, Traité de la Volonté ecc., p. 78).


IV. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE RELATIVO      25

o da mietere e immagazzinare il grano d'un certo numero di morgen, la quantità e la qualità del prodotto dipendono dal cominciare e dal finire l'operazione a un certo momento. Qui lo spazio di tempo che può esser preso dal processo di lavoro è prescritto come p. es. per la pesca delle aringhe. Da una sola giornata il singolo può ritagliarsi solo una giornata lavorativa, diciamo di dodici ore, ma la cooperazione p. es. di cento persone amplia una giornata di dodici ore a una giornata lavorativa di milleduecento ore. La brevità del termine nel quale si può lavorare è compensata dalla grandezza della massa di lavoro gettata nel campo di produzione al momento decisivo. Che l'effetto si raggiunga nel tempo debito, qui dipende dall'impiego simultaneo di molte giornate lavorative combinate; e l'ampiezza dell'effetto utile dipende dal numero degli operai, che tuttavia rimane sempre inferiore al numero degli operai che raggiungerebbero lo stesso effetto nello stesso tempo rimanendo isolati16. Proprio perché manca questa cooperazione, nella parte occidentale degli Stati Uniti va sciupata ogni anno una gran quantità di grano, e nelle parti delle Indie orientali dove il dominio inglese ha distrutto la antica comunità, va sciupata ogni anno una gran quantità di cotone17.
Da una parte, la cooperazione permette di dilatare l'ambito spaziale del lavoro, e quindi per certi processi lavorativi è richiesta già dall'estensione stessa dell'oggetto del lavoro, come per il prosciuga mento di terreni, per la costruzione di argini, per la irrigazione, per la costruzione di canali, strade, ferrovie, ecc. Dall'altra parte, la cooperazione rende possibile, relativamente alla scala della produzione, una contrazione spaziale del campo

16. «La sua (del lavoro agricolo) esecuzione nel momento critico ha tanto maggiore importanza» ( [ARBUTHNOT,] An Inquiry into the Connection between the present price ecc., [ Londra 1773, p. .. 7]). «Nell'agricoltura non c'è fattore più importante del fattore tempo» (LIEBIG, Uber Theorie und Praxis in der Landwirtschaft, [ Brunswick], 1856, p. 23). 17. «L'altro malanno è uno che non ci si aspetterebbe di trovare in un paese che esporta più lavoro di ogni altro paese del mondo, ad accezione, forse, della Cina e dell'Inghilterra: l'impossibilità di procurarsi un sufficiente numero di braccia per il raccolto del cotone. La conseguenza è che gran quantità della messe non viene colta, mentre un'altra parte viene raccolta da terra quando è caduta, ed è naturalmente macchiata e in parte guasta cosicché per mancanza di lavoratori nella stagione dovuta il coltivatore è di fatto costretto ad adattarsi alla perdita di una gran parte di quel raccolto che l'Inghilterra aspetta con tanta ansia» (Bengal Hurkaru, Bimonthly Overland Summary of News, 22 luglio 1861).


26     11. COOPERAZIONE

di produzione. Tale restrizione dell'ambito spaziale del lavoro, accompagnata dalla dilatazione della sua sfera d'azione, per la quale si risparmiano una gran quantità di false spese (faux frais), deriva dalla conglomerazione degli operai, dalla riunione di diversi processi di lavoro e dalla concentrazione dei mezzi di produzione18.
La giornata di lavoro combinata produce quantità di valore d'uso maggiori della somma di un eguale numero di giornate lavorative individuali singole, e quindi diminuisce il tempo di lavoro necessario per produrre un determinato effetto utile. Che la giornata lavorativa combinata riceva tale forza produttiva accresciuta, nel caso dato, perché essa eleva il potenziale meccanico del lavoro, o perché dilata nello spazio la sfera d'azione del lavoro, o perché contrae nello spazio, in rapporto alla scala di produzione, il campo di produzione, o perché nel momento critico rende liquido molto lavoro in poco tempo, o perché eccita l'emulazione dei singoli intensificandone gli spiriti vitali, o perché imprime alle operazioni dello stesso genere compiute da molte persone il carattere della continuità e della multilateralità, o perché compie contemporaneamente operazioni differenti, o perché economizza i mezzi di produzione mediante l'uso in comune di essi, o perché conferisce al lavoro individuale il carattere di lavoro sociale medio, - in ogni caso, la forza produttiva specifica della giornata lavorativa combinata è forza produttiva sociale del lavoro, ossia forza produttiva del lavoro sociale. E deriva dalla cooperazione stessa. Nella cooperazione pianificata con altr' l'operaio si spoglia dei suoi limiti individuali e sviluppa la facoltà della sua specie19.
Poiché in generale non si può avere cooperazione diretta fra lavoratori senza che stiano insieme, e quindi il loro agglome-

18. «Col progresso della coltivazione, tutto il capitale e il lavoro che prima si applicavano, disseminati, a cinquecento acri e forse più ancora, ora sono concentrati in una coltivazione più completa di cento acri». Benché «relativamente all'ammontare del capitale e del lavoro impiegati, lo spazio sia più ristretto, si ha ora una sfera allargata di produzione, in confronto con la sfera di produzione prima posseduta ossia coltivata da un singolo agente indipendente della produzione» (R. JONES, An Essay on the Distribution of Wealth. On Rent, Londra, 1831, p. 191).
19. «La forza di ciascun uomo è minima, ma la riunione delle minime forze forma una forza totale maggiore anche della somma delle forze medesime fino a che le forze per essere riunite possono diminuire il tempo ed accrescere io spazio della loro azione» (G. R. CARLI, Nota a P. VERRI, Meditazioni ecc., vol. XV, p. 196).


IV. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE RELATIVO      27

ramento in uno spazio determinato è condizione della loro cooperazione, non si può avere cooperazione fra salariati senza che lo stesso capitale, lo stesso capitalista, li impieghi nello stesso tempo, cioè comperi nello stesso tempo le loro forze-lavoro. Il valore complessivo di queste forze-lavoro, ossia il totale del salario per il giorno, la settimana, ecc. dev'essere quindi riunito nella tasca del capitalista prima che quelle forze-lavoro vengano riunite nel processo produttivo. Il pagamento di trecento operai d'un sol tratto, anche per un giorno solo, esige un esborso di capitale maggiore del pagamento di pochi operai settimana per settimana durante tutto l'anno. Dunque, il numero degli operai impegnati nella cooperazione, ossia la scala della cooperazione, dipende in primo luogo dalla grandezza del capitale che il capitalista singolo è in grado di sborsare per l'acquisto di forze-lavoro; cioè, dipende dalla misura nella quale ogni singolo capitalista dispone di volta in volta dei mezzi di sussistenza di molti operai.
E per il capitale costante le cose stanno come per il capitale variabile. P. es. la spesa per le materie prime del capitalista che impiega trecento operai è trenta volte maggiore di quella di ognuno dei trenta capitalisti che impiegano ciascuno dieci operai. Certo, il volume del valore e la massa materiale dei mezzi di lavoro usati in comune non crescono nella stessa proporzione del numero degli operai impiegati, però crescono in maniera considerevole. Dunque, la concentrazione di masse piuttosto grandi di mezzi di produzione in mano di singoli capitalisti è condizione materiale della cooperazione degli operai salariati e la misura della cooperazione, ossia la scala della produzione, dipende dalla misura di tale concentrazione.
In principio era apparsa necessaria una certa grandezza minima del capitale individuale affinché il numero degli operai simultaneamente sfruttati e quindi la massa del plusvalore prodotto, fosse sufficiente a esimere dal lavoro manuale la persona che impiegava gli operai, e a farne da piccolo mastro artigiano un capitalista, istituendo così formalmente il rapporto capitalistico. Adesso, quella grandezza minima si presenta come condizione materiale della trasformazione di molti processi lavorativi individuali dispersi e indipendenti gli uni dagli altri in un processo lavorativo sociale combinato.
Così pure in principio il comando del capitale sul lavoro si presentava solo come conseguenza formale del fatto che l'operaio, invece di lavorare per sè, lavora per il capitalista, e quindi sotto il capitalista. Con la cooperazione di molti operai salariati


28     11. COOPERAZIONE

il comando del capitale si evolve a esigenza della esecuzione del processo lavorativo stesso, cioè a condizione reale della produzione. Ora l'ordine del capitalista sul luogo di produzione diventa indispensabile come l'ordine del generale sul campo di battaglia.
Ogni lavoro sociale in senso immediato, ossia ogni lavoro in comune, quando sia compiuto su scala considerevole, abbisogna, più o meno, d'una direzione che procuri l'armonia delle attività individuali e compia le funzioni generali che derivano dal movimento del corpo produttivo complessivo, in quanto differente dal movimento degli organi autonomi di esso. Un singolo violinista si dirige da solo, un'orchestra ha bisogno di un direttore. Questa funzione di direzione, sorveglianza, coordinamento, diventa funzione del capitale appena il lavoro ad esso subordinato diventa cooperativo. La funzione direttiva riceve note caratteristiche specifiche in quanto funzione specifica del capitale.
Motivo propulsore e scopo determinante del processo capitalistico di produzione è in primo luogo la maggior possibile autovalorizzazione del capitale20, cioè la produzione di plusvalore più grande possibile, e quindi il maggiore sfruttamento possibile della forza-lavoro da parte del capitalista. Con la massa degli operai simultaneamente impiegati cresce la loro resistenza, e quindi necessariamente la pressione del capitale per superare tale resistenza. La direzione del capitalista non è soltanto una funzione particolare derivante dalla natura del processo lavorativo sociale e a tale processo pertinente; ma è insieme funzione di sfruttamento di un processo lavorativo sociale ed è quindi un portato dell'inevitabile antagonismo fra lo sfruttatore e la materia prima vivente da lui sfruttata. Così pure, col crescere del volume dei mezzi di produzione che l'operaio salariato si trova davanti come proprietà altrui, cresce la necessità del controllo affinché essi vengano adoprati convenientemente21. Inoltre, la

20. «Profit... is the sole end of trade» (J. VANDERLINT, Money answers ecc., p. 11).
21. Un foglio filisteo inglese, lo Spectator del 26 maggio 1866, riferisce che, in seguito all'introduzione di una specie di compartecipazione fra capitalista ed operai nella Wirework company of Manchester [Compagnia per la fabbricazione dei fili metallici di Manchester], «il primo risultato fu un'improvvisa diminuzione dello sciupio di materiale, poiché gli operai non vedevano perché dovessero sperperare la loro proprietà più di qualsiasi altro padrone; e lo sperpero di materiale è, assieme ai cattivi crediti, la maggior fonte di perdite per le manifatture». Lo stesso foglio scopre che il difetto (####) fondamentale dei Rochdale cooperative experiments era: «They showed that association of workmen could manage shops, mills, and almost all forms of industry with success, and they immensely improved the condition of the men, but then they did not leave a clear piace for masters» (Hanno dimostrato che le associazioni di operai possono gestire con successo negozi, fabbriche, e quasi tutte le forme d'industria, e hanno immensamente migliorato la situazione di quella gente; ma!... ma, poi non han lasciato disponibile nessun posto pei capitalisti. Quelle horreur!).


IV. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE RELATIVO      29

cooperazione degli operai salariati è un semplice effetto del capitale che li impiega simultaneamente; la connessione delle loro funzioni e la loro unità come corpo produttivo complessivo stanno al di fuori degli operai salariati, nel capitale che li riunisce e li tiene insieme. Quindi agli operai salariati la connessione fra i loro lavori si contrappone, idealmente come piano, praticamente come autorità del capitalista, come, potenza d'una volontà estranea che assoggetta al proprio fine le loro azioni.
Dunque la direzione capitalistica è, quanto al contenuto, di duplice natura a causa della duplice natura del processo produttivo stesso che dev'essere diretto, il quale da una parte è processo lavorativo sociale per la fabbricazione di un prodotto, dall'altra parte processo di valorizzazione del capitale; ma quanto alla forma è dispotica. Questo dispotismo sviluppa poi le sue forme peculiari mano a mano che la cooperazione si sviluppa su scala maggiore. Prima, il capitalista viene esentato dal lavoro manuale appena il suo capitale ha raggiunto quella grandezza minima che sola permette l'inizio della produzione capitalistica; ora torna a cedere a sua volta a un genere particolare di operai salariati la funzione della sorveglianza diretta e continua dei singoli operai e dei singoli gruppi di operai. Allo stesso modo che un esercito ha bisogno di ufficiali e sottufficiali militari, una massa di operai operanti insieme sotto il comando dello stesso capitale ha bisogno di ufficiali superiori (dirigenti, managers) e di sottufficiali (sorveglianti, foremen, overlookers*, contremaitres) industriali, i quali durante il processo di lavoro comandano in nome del capitale. Il lavoro di sorveglianza si consolida diventando loro funzione esclusiva. Chi tratta di economia politica, quando confronta il modo di produzione dei contadini indipendenti o degli artigiani autonomi con il sistema delle piantagioni fondato sulla schiavitù, annovera questo lavoro di sorveglianza

* capireparto, controllori.


30     11. COOPERAZIONE

fra i faux frais de production21a Invece, quando esamina il modo di produzione capitalistico, egli identifica la funzione direttiva, in quanto deriva dalla natura stessa del processo lavorativo comune, con la stessa funzione, in quanto portato del carattere capitalistico, quindi antagonistico, di questo processo22. Il capitalista non è capitalista perché dirigente industriale ma diventa comandante industriale perché è capitalista. Il comando supremo nell'industria diventa attributo del capitale, come nell'età feudale il comando supremo in guerra e in tribunale era attributo della proprietà fondiaria22a.
L'operaio è proprietario della propria forza-lavoro finché negozia col capitalista come venditore di essa; ed egli può vendere solo quello che possiede: la sua individuale, singola forza lavorativa. Questo rapporto non viene in alcun modo cambiato per il fatto che il capitalista comperi cento forze-lavoro invece di una e invece di concludere un contratto con un singolo operaio lo concluda con cento operai indipendenti l'uno dall'altro. Può impiegare i cento operai senza farli cooperare. Il capitalista paga quindi il valore delle cento forze-lavoro autonome, ma non paga la forza-lavoro combinata dei cento operai. Come persone indipendenti gli operai sono dei singoli i quali entrano in rapporto con lo stesso capitale ma non in rapporto reciproco fra loro. La loro cooperazione comincia soltanto nel processo lavorativo, ma nel processo lavorativo hanno già cessato d'appartenere a se stessi. Entrandovi, sono incorporati nel capitale. Come cooperanti, come membri d'un organismo operante, sono essi stessi soltanto un modo particolare d'esistenza del capitale. Dunque, la forza produttiva sviluppata dall'operaio come operaio sociale è forza produttiva del capitale. La forza produttiva sociale del

21a. Il professor Cairnes, dopo aver rappresentato la «superintendence of labour» come uno dei caratteri principali della produzione schiavistica negli Stati meridionali dell'America del Nord, continua: «Siccome il contadino proprietario (del Nord) riceve l'intero prodotto del suo terreno, egli non abbisogna di particolare sprone per darsi da fare. Qui la sorveglianza si rende del tutto superflua» (CAIRNES, The Slave Power, pp. 48, 49).
22. Sir James Steuart, che in genere si contraddistingue per l'occhio aperto alle differenze sociali caratteristiche fra differenti modi di produzione, osserva: «Perché le grandi imprese manifatturiere rovinano l'industria privata, se non perché si avvicinano di più alla semplicità del lavoro degli schiavi?» (Principles of Political Economy, Londra, 1767, vol I, pp. 167 168).
22a. August Comte e la sua scuola avrebbero quindi potuto dimostrare l'eterna necessità dei signori feudali, alla stessa maniera come hanno fatto per i signori del capitale.


IV. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE RELATIVO      31

lavoro si sviluppa gratuitamente appena gli operai vengono posti in certe condizioni; e il capitale li pone in quelle condizioni. Siccome la forza produttiva sociale del lavoro non costa nulla al capitale, perché d'altra parte non viene sviluppata dall'operaio prima che il suo stesso lavoro appartenga al capitale, essa si presenta come forza produttiva posseduta dal capitale per natura, come sua forza produttiva immanente.
L'effetto della cooperazione semplice si manifesta in maniera straordinaria nelle opere colossali degli asiatici, degli egiziani, degli etruschi ecc. dell'antichità. «In tempi passati avvenne che questi Stati asiatici, dopo avere provveduto alle loro spese civili e militari, si trovassero in possesso d'un sovrappiù di mezzi di sussistenza, che potevano spendere per opere di magnificenza e di utilità. Avevano a disposizione le mani e le braccia di quasi tutta la popolazione non agri cola, il monarca e i sacerdoti avevano potere esclusivo su quel sovrappiù: ciò offriva loro i mezzi di erigere quegli imponenti monumenti dei quali riempirono il paese ... Per muovere le statue colossali e le masse enormi il cui trasporto ci fa stupire, si adoperava prodigalmente quasi solo lavoro umano. Erano sufficienti il numero dei lavoratori e la concentrazione dei loro sforzi. Così vediamo potenti scogliere di coralli emergere dalle profondità dell'oceano, ingrossarsi a formare isole e terraferma, benché ogni depositante (depositary) singolo sia piccolissimo, debole, trascurabile. I lavoratori non agricoli d'una monarchia asiatica possono contribuire ben poco all'opera, fuor che con i loro sforzi fisici individuali, ma la loro forza è il loro numero; e il potere di dirigere quelle masse ha dato origine a quelle opere titaniche. Ed è stata la concentrazione in una o in poche mani dei prodotti con cui sostentavano la vita quei lavoratori, a render possibili tali imprese»23. Questa potenza dei re asiatici ed egiziani o dei teocrati etruschi ecc., si è trasferita nella società moderna al capitalista, sia che si presenti come capitalista singolo, sia che si presenti come capitalista collettivo, come avviene nelle società per azioni.
La cooperazione nel processo di lavoro che troviamo agli

23. R. JONES, Textbook of Lectures, ecc., pp. 77, 78. Le collezioni assire, egiziane, ecc, antiche in Londra e in altre capitali europee ci rendono testimoni oculari di quei processi di lavoro cooperativo.


32     11. COOPERAZIONE

inizi dell'incivilimento dell'umanità, presso popoli cacciatori23a o, per esempio, nell'agricoltura delle comunità indiane, poggia da una parte sulla proprietà comune delle condizioni di produzione, dall'altra sul fatto che il singolo individuo non si è ancora strappato dal cordone ombelicale della tribù o della comunità, come l'ape singola non si stacca dall'alveare. Entrambi questi fatti la distinguono dalla cooperazione capitalistica. L'applicazione sporadica della cooperazione su larga scala nel mondo antico, nel medioevo e nelle colonie moderne poggia su rapporti immediati di signoria e servitù, e per la maggior parte dei casi sulla schiavitù. Invece la forma capitalistica presuppone fin da principio, l'operaio salariato libero, il quale vende al capitale la sua forza-lavoro. Tuttavia storicamente questa forma si sviluppa in antagonismo all'economia contadina e all'esercizio artigiano indipendente, abbia questo forma corporativa o meno24. Di fronte al contadino o all'artigiano indipendenti, non è la cooperazione capitalistica che si presenta come una forma storica particolare della cooperazione, ma è proprio la cooperazione di per sè che si presenta come una forma storica peculiare del processo di produzione capitalistico, la quale lo distingue specificamente.
Come la forza produttiva sociale del lavoro sviluppata mediante la cooperazione si presenta quale forza produttiva del capitale, così la cooperazione stessa si presenta quale forma specifica del processo produttivo capitalistico, in opposizione al processo produttivo dei singoli operai indipendenti o anche dei piccoli mastri artigiani. È il primo cambiamento al quale soggiace il reale processo di lavoro per il fatto della sua sussunzione sotto il capitale. Questo cambiamento avviene in maniera naturale e spontanea. Il suo presupposto che è l'impiego simultaneo di un numero considerevole di salariati nello stesso processo lavorativo, costituisce il punto di partenza della produzione capitalistica. E questo coincide con l'esistenza dello stesso capitale. Se

23a Forse non ha torto il LINGUET nella sua Théorie des Lois civiles, quando dice che la caccia è la prima forma di cooperazione e la caccia all'uomo (guerra) è una delle prime forme di caccia.
24. La piccola economia contadina e l'esercizio artigiano indipendente, che entrambi costituiscono in parte la base del modo di produzione feudale, in parte si presentano dopo la dissoluzione di quest'ultimo accanto all'impresa capitalistica, costituiscono allo stesso tempo il fondamento economico della comunità classica nella sua epoca migliore, dopo che si fu disciolta la originaria proprietà comune orientale, e prima che la schiavitù si fosse impadronita seriamente della produzione.


IV. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE RELATIVO      33

quindi il modo capitalistico di produzione da una parte si presenta come necessità storica affinché il processo lavorativo si trasformi in un processo sociale, dall'altra parte questa forma sociale del processo lavorativo si presenta come metodo applicato dal capitale per sfruttare il processo stesso più profittevolmente mediante l'accrescimento della sua forza produttiva.
Nella sua forma semplice che abbiamo finora considerato, la cooperazione coincide con la produzione su scala di una certa grandezza, ma non costituisce affatto una forma fissa, caratteristica di un'epoca particolare dello sviluppo del modo capitalistico di produzione. Tutt'al più si presenta approssimativamente come tale agli inizi della manifattura, ancora artigianali25 e in quel genere di grande agricoltura che corrisponde al periodo della manifattura e si distingue dall'economia contadina sostanzialmente solo per la massa dei lavoratori simultaneamente impiegati e per il volume dei mezzi di produzione concentrati. La cooperazione semplice è ancora sempre la forma predominante di quei rami di produzione nei quali il capitale opera su larga scala, senza che la divisione del lavoro o le macchine vi abbiano una parte importante.
La cooperazione rimane la forma fondamentale del modo di produzione capitalistico, benché la sua figura semplice, per sè presa, si presenti come forma particolare accanto alle sue altre forme più evolute.

25. «Che l'unione di abilità, industriosità ed emulazione di molte persone insieme nella stessa opera non sia la via di farli progredire? E sarebbe stato altrimenti possibile per l'Inghilterra aver condotto la sua manifattura laniera a tanta perfezione?» (BERKELEY, The Querist, Londra. 1750, p. 56, par. 521).

 

 

 

 

 

 

 


Dodicesimo capitolo

DIVISIONE DEL LAVORO E MANIFATTURA


1- Duplice origine della manifattura.
Quella cooperazione che poggia sulla divisione del lavoro si crea la propria figura classica nella manifattura, e predomina come forma caratteristica del processo di produzione capitalistico durante il vero e proprio periodo della manifattura, il quale, così all'ingrosso, va dalla metà del secolo XVI all'ultimo terzo del diciottesimo.
L'origine della manifattura è duplice.
In un caso, vengono riuniti in una sola officina, sotto il comando di uno stesso capitalista, operai di mestieri differenti e indipendenti, attraverso le cui mani deve passare un prodotto per raggiungere la sua ultima perfezione. P. esempio una carrozza era il prodotto complessivo dei lavori di un gran numero di artigiani indipendenti, come carradore, sellaio, tagliatore, magnano, cinghiaio, tornitore, lavorante di passamaneria, vetraio, pittore, verniciatore, doratore, ecc. La manifattura delle carrozze riunisce in un edificio da lavoro, dove tutti lavorano contemporaneamente l'uno per l'altro, tutti questi differenti artigiani. Certo, non si possono dare le dorature a una carrozza prima che sia finita. Ma se si fanno contemporaneamente molte carrozze, una parte di esse può essere costantemente sottoposta alla doratura, mentre un'altra parte percorre una fase anteriore del processo di produzione. Fino a questo punto siamo ancora sul piano della cooperazione semplice, che trova pronto il suo materiale di uomini e cose. Però subentra prestissimo un mutamento essenziale. Il tagliatore, magnano, cinghiaio, ecc. impiegato soltanto nel far carrozze, perde poco per volta con l'abitudine anche la capacità di esercitare in tutta la sua estensione l'antico mestiere. In compenso ora la sua attività, divenuta unilaterale, riceve la forma più confacente al fine del suo lavoro in questa sfera d'azione più ri-


12. DIVISIONE DEL LAVORO E MANIFATTURA      35

stretta. All'origine la manifattura delle carrozze si presentava come una combinazione di mestieri indipendenti. A poco a poco diventa divisione della produzione di carrozze nelle sue differenti operazioni particolari, ognuna delle quali si cristallizza in funzione esclusiva d'un lavoratore, e il cui complesso viene compiuto dalla unione di questi lavoratori parziali. Anche la manifattura dei panni e tutta una serie di altre manifatture sono sorte dalla combinazione di differenti mestieri sotto il comando di uno stesso capitale26.
Però la manifattura sorge anche nella maniera opposta. Vengono occupati contemporaneamente nella stessa officina, da parte dello stesso capitale, molti artigiani che fanno la stessa cosa o cose analoghe, per esempio, carta o caratteri da stampa o aghi. Questa è cooperazione nella forma più semplice. Ognuno di questi artigiani (forse assistito da uno o due garzoni) fa interamente la merce, dunque esegue una dopo l'altra le differenti operazioni richieste per la produzione della merce stessa: continua cioè a lavorare alla sua antica maniera artigianale. Ma intanto circostanze esteriori inducono ben presto ad utilizzare altrimenti il concentramento degli operai nello stesso ambiente e la contemporaneità dei loro lavori. Si debba p. es. consegnare a scadenza fissa una quantità piuttosto considerevole di merce finita. Il lavoro viene perciò suddiviso. Invece di fare eseguire le differenti operazioni dallo stesso artigiano in una successione temporale si sciolgono le operazioni l'una dall'altra, si isolano, si giustappongono nello spazio, ognuna viene affidata ad un artigiano differente,

26. Ecco una citazione atta a darci un esempio più moderno di questo modo di formazione della manifattura. La filatura e tessitura della seta di Lione e di Nimes, «è del tutto patriarcale; impiega molte donne e molti bambini, ma senza esaurirli né corromperli; li lascia nelle loro belle vallate della Drôme, del Varo, dell'Isère, di Valchiusa, per allevarvi i bachi e dipanare i bozzoli ...; non diventa mai una fabbrica vera e propria. Per esservi così bene osservato ... il principio della divisione del lavoro vi assume un carattere speciale. Certo, ci sono delle trattore, degli innaspatori, dei tintori, degli incollatori e poi dei tessitori; ma non sono riuniti nello stesso stabilimento, non dipendono da uno stesso padrone; sono tutti indipendenti » (A. BLANQUI, Cours d'Économie Industrielle, recueilli par A. Blaise, Parigi, 1838-39, p. 79). Da quando il Blanqui ha scritto queste parole, i differenti operai indipendenti sono stati in parte riuniti in fabbriche. (Alla quarta edizione. E da quando Marx ha scritto quanto sopra, il telaio meccanico ha acquistato cittadinanza in quelle fabbriche e sta rapidamente eliminando il telaio a mano. Ed anche l'industria della seta di Krefeld ne sa qualcosa. F. E.).


36     IV. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE RELATIVO

e tutte insieme vengono eseguite contemporanea mente dagli artigiani cooperanti. Questa suddivisione casuale si ripete, manifesta i suoi vantaggi peculiari, e a poco a poco si ossifica diventando la sistematica divisione del lavoro. Da prodotto individuale d'un artigiano indipendente, che fa tante cose, la merce si trasforma nel prodotto sociale d'una associazione di artigiani, ciascuno dei quali esegue continuamente solo un'unica operazione parziale e sempre la stessa. Quelle stesse operazioni che confluivano l'una nell'altra come operazioni successive del mastro cartaio artigiano tedesco, diventano autonome nella manifattura cartaria olandese come operazioni parziali parallele e giustapposte di molti operai cooperanti. Il mastro artigiano spillaio di Norimberga costituisce l'elemento fondamentale della manifattura inglese degli spilli. Ma mentre quell'un mastro spillaio percorreva una serie di forse venti operazioni successive, qui nella mani fattura ben presto venti spillai eseguono ciascuno solo una delle venti operazioni che in seguito alle esperienze fatte vengono ancor molto più frazionate, isolate e rese autonome come funzioni esclusive di singoli operai.
Dunque la manifattura ha origine, cioè si elabora dal lavoro artigianale, in duplice maniera. Da un lato, parte dalla combinazione di mestieri di tipo differente, autonomi, i quali vengono ridotti a dipendenza e unilateralità fino al punto da costituire ormai soltanto operazioni parziali reciprocamente integrantesi del processo di produzione d'una sola e medesima merce. Dall'altro lato la manifattura parte dalla cooperazione di artigiani dello stesso tipo, disgrega uno stesso mestiere individuale nelle sue differenti operazioni particolari, e le isola e le rende indipendenti fino al punto che ciascuna di esse diviene funzione esclusiva d'un operaio particolare. Quindi la manifattura, da una parte introduce o sviluppa ulteriormente la divisione del lavoro in un processo di produzione; dall'altra parte combina mestieri prima separati. Ma qualunque ne sia il punto particolare di partenza, la sua figura conclusiva è sempre la stessa: un meccanismo di produzione i cui organi sono uomini.
Per intendere esattamente la divisione del lavoro nella manifattura è d'importanza essenziale tener fermo ai punti seguenti: in primo luogo, qui l'analisi del processo di produzione nelle sue fasi particolari coincide completamente con la disgregazione d'una attività artigianale nelle sue differenti operazioni parziali. Composta o semplice l'operazione rimane artigianale, e quindi dipendente dalla forza, dalla abilità, dalla sveltezza e dalla sicu-


12. DIVISIONE DEL LAVORO E MANIFATTURA      37

rezza dell'operaio singolo nel maneggio del suo strumento. Il mestiere rimane la base. Questa base tecnica ristretta esclude una analisi realmente scientifica del processo di produzione, poiché ogni processo parziale percorso dal prodotto dev'essere eseguibile come lavoro parziale artigianale. E proprio perché a questo modo l'abilità artigianale rimane fondamento del processo di produzione, ogni operaio viene appropriato esclusivamente ad una funzione parziale, e la sua forza-lavoro viene trasformata nell'organo di tale funzione parziale, vita natural durante. Infine questa divisione del lavoro è una specie particolare della cooperazione, e molti dei suoi vantaggi scaturiscono dalla natura generale della cooperazione, e non da questa sua forma particolare.

2. L'operaio parziale e il suo strumento.

Se noi ora entriamo più da vicino nei particolari, è evidente, in primo luogo, che un operaio il quale esegue per tutta la vita sempre la stessa ed unica operazione semplice, trasforma tutto il proprio corpo nello strumento di quella operazione, automatico e unilaterale, e che quindi consuma per essa meno tempo dell'artigiano che esegue, avvicendandole, tutta una serie di operazioni. Ma l'operaio complessivo combinato, che costituisce il meccanismo vivente della manifattura, consiste unicamente di tali operai parziali unilaterali. Quindi in confronto con il mestiere artigianale indipendente si produce di più in meno tempo, ossia viene aumentata la forza produttiva del lavoro27. Inoltre, il metodo del lavoro parziale si perfeziona, dopo che questo lavoro parziale è reso autonomo come funzione esclusiva di una persona. La costante ripetizione della stessa azione limitata e la concentrazione dell'attenzione su questa azione limitata insegnano, per esperienza, a raggiungere l'effetto utile prefisso con il minimo dispendio di forza. Ma poiché convivono sempre contemporaneamente differenti generazioni di operai che lavorano

27. «Più il lavoro in qualunque manifattura di gran varietà dev'essere suddiviso e assegnato a diversi artefici, meglio sarà, necessariamente, eseguito e con maggiore sveltezza, con meno perdita di tempo e lavoro» (The Advantages of the East India trade, Londra, 1720, p. 71).


38      IV. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE RELATIVO

insieme nelle stesse manifatture, gli artifici tecnici così ottenuti presto si consolidano, s'accumulano e si trasmettono28.
La manifattura produce infatti il virtuosismo dell'operaio parziale riproducendo all'interno dell'officina la separazione originale e naturale dei mestieri che ha trovato nella società, e spingendola sistematicamente all'estremo. D'altra parte la sua trasformazione del lavoro parziale nella professione a vita d'un uomo corrisponde all'istinto di società più antiche di rendere ereditari i mestieri, di fossilizzarli in caste o di ossificarli in corporazioni, quando determinate condizioni storiche generino una variabilità dell'individuo incompatibile con il sistema delle caste. Le caste e le corporazioni derivano dalla stessa legge di natura che regola la divisione delle piante e degli animali in specie e sottospecie, solo che ad un certo grado di sviluppo l'ereditarietà delle caste o l'esclusività delle corporazioni viene decretata come legge della società29.
«Le mussoline di Dakka non sono mai state superate in finezza, nè le cotonine e le altre stoffe del Coromandel in splendore e durata dei colori. Eppure vengono prodotte senza capitale, senza macchine, senza divisione del lavoro né uno qualsiasi degli altri mezzi che offrono tanti vantaggi alle fabbricazioni europee. Il tessitore è un singolo individuo che fabbrica il suo tessuto su ordinazione del cliente con un telaio di costruzione semplicissima che spesso consiste soltanto di stanghe di legno rozzamente connesse. Non possiede neppure un apparecchio per tendere l'ordito, e quindi il telaio deve rimaner disteso per tutta la sua lunghezza e diventa così largo e informe, da non trovar

28.«Lavoro compiuto agevolmente non è che abilità trasmessa » (Th. HODGSKIN Popular Political Economy [ Londra 1827], p. 48).
29.« Ma parliamo delle arti singolarmente coltivate dagli Egizi, e condotte da essi a giusto fine. Presso questo solo popolo agli artigiani non è permesso altr'officio nella repubblica, ed altr'ordine di faccende, che quello che dalle leggi è determinato, ed insegnato da genitori... Altrove veggiamo che gli artefici distraggonsi in molte cose diverse... poiché alcuni di essi mettonsi a coltivare la terra; alcuni a mercatare; alcuni eziandio esercitano nello stesso tempo due o tre mestieri: moltissimi nelle città governate a popolo vanno correndo alle pubbliche assemblee... Ma presso gli Egizi, se alcuno degli artefici si dà agli affari pubblici, o se esercita più arti ad un tempo, incorre in pene gravissime. Per la qual ragione la repubblica degli antichi Egizi fu distinta; ed ognuno conservò e stette sempre nell'ordine, a cui per la discendenza da suoi maggiori egli apparteneva » (Biblioteca storica di DIODORO SICULO [volgarizzata dal Cav. Compagnoni, tomo primo, Milano, 1820, pp. 147-481], libro primo, sezione seconda, cap. XI)


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posto nella capanna del produttore, il quale è costretto quindi a eseguire il suo lavoro all'aperto, dove viene interrotto da ogni cambiamento di tempo»30. Solo l'abilità particolare accumulata di generazione in generazione e ereditata di padre in figlio fornisce tale virtuosismo all'indù come al ragno. E tuttavia uno di questi tessitori indiani esegue un lavoro complicatissimo, in confronto con quello della maggior parte degli operai di manifattura.
L'artigiano che esegue successivamente i diversi procedimenti parziali nella produzione di un manufatto, è costretto a cambiar ora di posto, ora di strumenti. Il passaggio da una operazione all'altra interrompe il corso del suo lavoro e forma come dei pori nella sua giornata lavorativa. Questi pori si chiudono appena l'artigiano esegue continuamente per tutta la giornata una sola e identica operazione, ossia scompaiono man mano che diminuisce la varietà della sua operazione. Qui l'aumentata produttività si deve o al crescere del dispendio di forza-lavoro in un dato periodo di tempo, dunque a crescente intensità del lavoro, oppure a una diminuzione del consumo improduttivo di forza-lavoro. Infatti l'eccedente nel dispendio di forze richiesto da ogni passaggio dalla quiete al moto trova una compensazione quando la rapidità normale una volta raggiunta presenti una durata più lunga. D'altra parte, la continuità d'un lavoro uniforme distrugge la forza di tensione e di slancio degli spiriti vitali, che trovano ristoro e stimolo nel variare dell'attività stessa.
La produttività del lavoro non dipende soltanto dal virtuosismo dell'operaio, ma anche dalla perfezione dei suoi strumenti. Gli strumenti della stessa specie, come quelli da taglio, da trapanazione, da urto, da percussione, ecc. vengono adoperati in diversi processi di lavoro, e nello stesso processo lavorativo lo stesso strumento serve a differenti operazioni. Però, appena le differenti operazioni d'un processo lavorativo sono slegate l'una dall'altra ed appena ogni operazione parziale raggiunge in mano all'operaio parziale una forma per quanto possibile adeguata, e quindi esclusiva, diventa necessario modificare gli strumenti che prima servivano a scopi differenti. La direzione del cambiamento di forma dello strumento risulta dall'esperienza delle particolari difficoltà arrecate dalla forma immutata. La differenziazione de-

30. Historical and descriptive Account of British India ecc. di HUGH MURSAY, JAMES WILSON, ecc., Edimburgo, 1832, vol II, pp. 449, 450. Il telaio indiano è d'alto liccio, cioè l'ordito è teso verticalmente.


40     IV. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE RELATIVO

gli strumenti di lavoro, per la quale strumenti della stessa specie ricevono forme fisse particolari per ogni uso particolare, e la loro specializzazione, per la quale ciascuno di tali strumenti particolari ha tutta la sua piena efficacia soltanto in mano ad operai parziali specifici, danno alla manifattura il suo carattere. Solo a Birmingham si producono circa cinquecento varietà di martelli, che non soltanto servono ognuna per un processo particolare di produzione, ma spesso un certo numero di varietà serve soltanto per differenti operazioni nello stesso processo. Il periodo della manifattura semplifica, perfeziona e moltiplica gli strumenti di lavoro adattandoli alle funzioni particolari esclusive dei lavoratori parziali31: e così crea contemporaneamente una delle condizioni materiali delle macchine, che consistono d'una combinazione di strumenti semplici.
L'operaio parziale e il suo strumento costituiscono gli elementi semplici della manifattura. Volgiamoci ora alla sua figura complessiva.

3. Le due forme fondamentali della manifattura - Manifattura eterogenena e manifattura organica

La struttura della manifattura ha due forme fondamentali, le quali, benché occasionalmente s'intreccino fra loro, costituiscono due specie sostanzialmente differenti, e in particolare hanno funzioni del tutto differenti anche nella posteriore trasformazione della manifattura in industria funzionante con le macchine, in grande industria. Questo duplice carattere deriva dalla natura del manufatto stesso, che viene formato per semplice congiunzione meccanica di prodotti parziali indipendenti, oppure deve la sua figura finita a una serie di processi e manipolazioni connessi fra loro.

31. Nella sua grande opera che ha fatto epoca, sulla Origine delle specie, il DARWIN osserva, in riferimento agli organi naturali delle piante e degli animali: «Finché un medesimo organo deve compiere lavori differenti, possiamo forse trovare un motivo della sua variabilità nel fatto che la selezione naturale conserva o sopprime ogni minima variazione di forma meno accuratamente di come farebbe se quell'organo fosse destinato a un solo fine speciale. Allo stesso modo coltelli destinati a tagliare ogni sorta di cose, possono avere, nel complesso, una forma comune; ma strumenti destinati a un solo uso devono avere una forma differente per ogni uso differente» [ On the Origin of Species by means of natural Selection, Londra, 1859, p. 149].


12. DIVISIONE DEL LAVORO E MANIFATTURA      41

Per esempio una locomotiva consiste di più di cinquemila parti indipendenti. Però non può valere come esempio della prima specie di manifattura vera e propria, perché essa è creatura della grande industria. Invece può ben valere l'orologio, col quale anche William Petty illustrò la divisione manifatturiera del lavoro. Da opera individuale d'un artigiano di Norimberga l'orologio s'è trasformato in prodotto sociale d'un numero stragrande di operai parziali, come quelli addetti al meccanismo grezzo, alla molla, al quadrante, alla spirale, alla foratura delle pietre e alla lavorazione delle leve a rubino, alle lancette, alla cassa, alle viti, alla doratura, con molte suddivisioni, come per esempio l'addetto alle ruote (e le ruote di ottone e di acciaio distinte a loro volta), ai rocchetti, al meccanismo delle lancette, acheveur de pignon (che fissa le ruote sui rocchetti, lustra le faccette, ecc.); l'addetto al perno del rocchetto; planteur de finissage (che mette varie ruote e alberi nel meccanismo), finisseur de barillet (taglia i denti delle ruote, calibra i fori, rafferma la posizione e l'arresto), addetto allo scappamento, nello scappamento a cilindro ancora l'addetto ai cilindri, addetto alle serpentine, ai bilancieri, ai remontori (i meccanismi coi quali si regolano gli orologi), planteur d'échappement (il vero e proprio facitore di scappamenti); poi il repasseur de barillet (che fissa completamente il tamburo), lucidatore d'acciaio, lustratore delle ruote, lustratore delle viti, pittore delle cifre, addetto al quadrante (fonde lo smalto sul rame), fabricant de pendents (fa soltanto gli anelli della cassa), finisseur de charnière (mette l'asticciola d'ottone al centro della cassa), faiseur de secret (fa le molle della cassa che fanno scattare il coperchio), graveur, ciseleur, polisseur de botte, ecc. ecc., e infine il repasseur che mette insieme l'orologio completo e lo consegna in funzione. Poche parti soltanto nell'orologio passano attraverso mani differenti, e tutte queste membra disjecta si ricompongono solo nella mano che infine le collega in un tutto meccanico. Tale rapporto esterno fra il prodotto finito e i suoi diversi elementi lascia al caso, qui come per manufatti analoghi, la combinazione degli operai parziali nella stessa officina. I lavori parziali stessi possono esser compiuti a loro volta come lavorazioni artigiane indipendenti l'una dall'altra, come avviene nel cantone di Vaud e a Neuchatel mentre per esempio a Ginevra esistono grandi mani fatture d'orologi, cioè ha luogo la cooperazione immediata dei lavoratori parziali sotto il comando d'un solo capitale. Anche in questo ultimo caso è raro che quadrante, molle e cassa siano fabbricati nella manifattura stessa. Qui la conduzione combinata di tipo manifatturiero


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è profittevole solo in situazioni eccezionali, perché la concorrenza fra gli operai che vogliono lavorare a domicilio raggiunge il massimo, il frantumarsi della produzione in una massa di processi eterogenei permette uno scarso uso di mezzi di lavoro in comune, e perché con la fabbricazione sparpagliata il capitalista risparmia le spese per l'edificio da lavoro, ecc.32. Tuttavia, anche la posizione di questi lavoratori parziali che lavorano in casa, ma per un capitalista (fabbricante, établisseur), è del tutto diversa da quella dell'artigiano indipendente che lavora per i propri clienti33.
Il secondo tipo di manifattura, che è la forma perfezionata della manifattura, produce manufatti che percorrono fasi di sviluppo connesse fra di loro, una successione di processi graduati, come per esempio nella manifattura degli aghi da cucire, il filo d'acciaio passa per le mani di settantadue e perfino di novantadue operai parziali specifici.
Tale manifattura, combinando mestieri originariamente dispersi, diminuisce la separazione spaziale fra le fasi particolari della produzione del manufatto. Si abbrevia il tempo del passaggio del manufatto da uno stadio all'altro, e così pure il lavoro che funge da intermediario in questi passaggi34. Così si guadagna della forza produttiva nei confronti del mestiere; e

32. Nel 1854 Ginevra ha prodotto ottantamila orologi, neppure un quinto della produzione di orologi del cantone di Neuchatel. La Chaux-de-Fonds, che può esser considerata come una sola grande manifattura di orologi, ne fornisce da sola ogni anno il doppio di Ginevra. Dal 1850 al 1861 Ginevra ha fornito settecentoventimila orologi. Vedi Report from Geneva on the Watch Trade, in Reports by H. M.'s Secretaries of Embassy and Legation on the Manufactures, Commerce ecc., n. 6, 1863. La mancanza di connessione fra i processi nei quali si scompone la produzione di manufatti che sono il risultato d'un semplice montaggio, rende in sè e per sè molto difficile la trasformazione di tali manifatture nella conduzione a macchinario della grande industria; ma per l'orologeria poi si aggiungono altri due ostacoli: il volume piccolissimo e la delicatezza dei suoi elementi, e il suo carattere di lusso dal quale viene la sua varietà cosicché, per esempio nelle migliori case di Londra, non si fa in tutto l'anno quasi neppure una dozzina di orologi che si assomiglino. La fabbrica d'orologi di Vacheron e Constantin, che usa con successo le macchine, fornisce anch'essa al massimo da tre a quattro varietà di grandezza e di forma.
33. Nell'orologeria, classico esempio di manifattura eterogenea, si può studiare con gran precisione la sopra ricordata differenziazione e specializzazione degli strumenti di lavoro, derivante dalla scomposizione dell'attività artigiana.
34. «In una coabitazione così stretta il trasporto dev'essere necessariamente minore» (The Advantages of the East India Trade, p. 106).


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questo guadagno scaturisce precisamente dal carattere cooperativo generale della manifattura. D'altra parte, il principio della divisione del lavoro che è peculiare della mani fattura, esige un isolamento delle differenti fasi di produzione, che sono rese indipendenti le une dalle altre come altrettanti lavori parziali di tipo artigiano. Produrre e conservare la connessione fra le funzioni isolate rende necessario un continuo trasporto del manufatto da una mano all'altra e da un processo all'altro. Dal punto di vista della grande industria ciò si presenta come limite caratteristico, costoso e immanente al principio della manifattura35.
Consideriamo una quantità determinata di materie prime, per esempio di stracci nella manifattura della carta o di filo d'acciaio nella manifattura degli aghi: vediamo che la materia prima percorre nelle mani dei differenti operai parziali una successione temporale graduale di fasi di produzione, fino alla forma definitiva. Consideriamo invece l'officina come un solo meccanismo complessivo: vediamo che la materia prima si trova simultaneamente in tutte le sue fasi di produzione, tutt'in una volta. L'operaio complessivo combinato di operai parziali tira il filo con una parte delle sue molte mani armate di strumenti, mentre con altre mani e strumenti lo stende, con altre lo taglia, lo appuntisce, ecc.. I diversi processi graduali sono trasformati da una successione temporale in una giustapposizione spaziale. Di qui la fornitura di maggior quantità di merce finita nello stesso spazio di tempo36. Quella simultaneità deriva, certo, dalla forma cooperativa generale del complessivo, però la manifattura non solo trova presenti le condizioni della cooperazione, ma le crea in parte per la prima volta, scomponendo l'attività di tipo artigianale. D'altra parte essa raggiunge questa organizzazione sociale del processo lavorativo solo saldando uno stesso operaio ad uno stesso particolare.

35. «L'isolamento dei differenti stadi della manifattura che consegue all'impiego di lavoro manuale, aumenta immensamente i costi di produzione; e la perdita deriva principalmente dai puri e semplici spostamenti da un processo all'altro» (The industry of nations, Londra, 1855, parte II, p. 200).
36. «Essa (la divisione del lavoro) produce anche una economia di tempo, scomponendo il lavoro nelle sue differenti branche, che tutte possono essere messe in esecuzione allo stesso momento... Eseguendo in una volta sola tutti i differenti processi che un individuo avrebbe dovuto eseguire separatamente, diventa possibile produrre una quantità di spilli, p. es., completamente finiti, nello stesso tempo nel quale uno spillo solo sarebbe stato altrimenti soltanto tagliato o aguzzato» (DUGALD STEWART, Works, ed. da Sir W. Hamilton, Edimburgo, vol. VIII, Lectures ecc., p. 319).


44     IV. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE RELATIVO

Poiché il prodotto parziale di ogni operaio parziale è insieme nulla più d'un grado particolare di sviluppo dello stesso manufatto, quel che un operaio consegna all'altro, oppure un gruppo di operai consegna all'altro gruppo, è la materia prima di quest'ultimo operaio o gruppo. Il risultato del lavoro dell'uno costituisce il punto di partenza del lavoro dell'altro. Quindi un operaio occupa qui l'altro direttamente. Il tempo di lavoro necessario per raggiungere l'effetto utile prefisso in ogni processo parziale viene accertato in base all'esperienza, e il meccanismo complessivo della manifattura poggia sul presupposto che in un tempo di lavoro dato si raggiunga un risultato dato. Solo con questo presupposto i differenti processi di lavoro che si integrano reciprocamente possono continuare ininterrottamente, uno accanto all'altro nel tempo e nello spazio. È evidente che questa diretta dipendenza reciproca dei lavori e quindi dei lavoratori, costringe ogni singolo individuo ad adoperare per la sua funzione solo il tempo necessario, e che così si genera una continuità, uniformità, regolarità, un ordine37 e in ispecie anche una intensità di lavoro molto differenti da quelle del mestiere indipendente o anche della cooperazione semplice. Nella produzione delle merci, il fatto che si adoperi per una merce soltanto il tempo di lavoro socialmente necessario per la sua produzione, si presenta in genere come costrizione esterna della concorrenza, perché, per esprimerci superficialmente, ogni singolo produttore deve vendere la merce al suo prezzo di mercato. Invece nella manifattura la fornitura di una data quantità di prodotti entro un tempo di lavoro dato diventa legge tecnica dello stesso processo di produzione38 .
Tuttavia, differenti operazioni abbisognano di periodi di tempo diseguali e quindi forniscono quantità diseguali di prodotti parziali in periodi di tempo eguali. Se dunque lo stesso operaio deve eseguire giorno per giorno sempre e soltanto quella stessa operazione, per differenti operazioni dovrà essere adoprato un differente numero proporzionale di operai, p. es. quattro fonditori e due rompitori per un brunitore, in una manifattura di caratteri da stampa dove il fonditore fonde duemila caratteri, il rom-

37. «Quanto maggiore la varietà degli artefici in ogni manifattura ..., tanto maggiore l'ordine e la regolarità di ogni lavoro. Questo dev'essere compiuto necessariamente in meno tempo, la fatica dev'essere minore » (The Advantages of the East India Trade, p. 68)..
38. Però, in molte branche l'industria manifatturiera raggiunge tale risultato solo incompletamente, perché non sa controllare con sicurezza le condizioni generali chimiche e fisiche del processo di produzione


12. DIVISIONE DEL LAVORO E MANIFATTURA      45

pitore ne divide quattromila e il brunitore ne lucida ottomila all'ora. Qui ritorna il principio della cooperazione nella sua forma più semplice: impiego contemporaneo di molte persone che fanno qualcosa di omogeneo; ma ora lo fanno come espressione d'un rapporto organico. Dunque la divisione manifatturiera del lavoro non semplifica e non moltiplica soltanto gli organi qualitativamente differenti dell'operaio sociale complessivo, ma crea anche una proporzione matematica fissa per l'estensione quantitativa di quegli organi, cioè per il numero relativo degli operai, ossia per la grandezza relativa dei gruppi di operai in ogni funzione particolare. Con la articolazione qualitativa, essa sviluppa anche la regola e proporzionalità quantitativa dei processo di lavoro sociale.
Quando per una data scala della produzione è stabilito in base alla esperienza quale sia il più conveniente numero proporzionale dei differenti gruppi di operai parziali, questa scala si può allargare soltanto adoperando un multiplo di ogni particolare gruppo di operai39. Si aggiunga che lo stesso individuo esegue certi lavori allo stesso modo tanto su scala più vasta che su scala minore, per esempio il lavoro di sorveglianza, il trasporto dei prodotti parziali da una fase all'altra della produzione, ecc.. Dunque, che queste funzioni 0divengano indipendenti, ossia che vengano affidate ad operai particolari, diventa vantaggioso soltanto con l'aumento del numero degli operai impiegati, ma questo aumento deve investire subito tutti i gruppi, proporzionalmente.
Il singolo gruppo, dato da un certo numero di operai i quali compiono la stessa funzione parziale, consiste di elementi omogenei e costituisce un organo particolare del meccanismo complessivo. Tuttavia in varie manifatture già il gruppo è un corpo lavorativo articolato, mentre il meccanismo complessivo è costituito dalla ripetizione o moltiplicazione di questi organismi produttivi elementari. Prendiamo ad esempio la manifattura di bottiglie: essa si scompone in tre fasi sostanzialmente diverse. In primo luogo la fase preparatoria: preparazione della

39. «Quando l'esperienza, a seconda della particolar natura dei prodotti di ogni manifattura, ha insegnato tanto il modo più vantaggioso di dividere la fabbricazione in operazioni parziali, quanto il numero di operai ad esse necessario, tutte le manifatture che non adoperano un multiplo esatto di questo numero produrranno a maggior costo... Questa è una delle cause dell'estensione colossale degli stabilimenti manifatturieri» (CH. BABBAGE . On the Economy of Machinery [ I ed.] Londra, I 1832 cap. XXI pp. 172, 173).


46     IV. LA PRODUZIONE DEL PLUSVALORE RELATIVO

composizione del vetro, mischiatura della sabbia, della calce, ecc., e fusione di questa composizione in una massa fluida di vetro40. In questa prima fase sono impiegati vari operai parziali, come pure nella fase conclusiva: toglier le bottiglie dall'essiccatoio, assortirle, imballaggio, ecc. Al centro tra queste due fasi sta la vera e propria arte vetraria cioè la lavorazione della massa vitrea fluida. Ad una sola bocca della fornace del vetro lavora un gruppo che in Inghilterra si chiama lo «hole» (buco) ed è composto di un bottle-maker o finisher, d'un blower, d'un gatherer, d'un putter-up o whetter off e d'un taker in* . Questi cinque operai parziali costituiscono altrettanti organi d'un corpo lavorativo unico, il quale può operare solo come unità, cioè solo attraverso la cooperazione diretta di quei cinque. Se manca una delle cinque membra che costituiscono questo corpo, questo è paralizzato. Ma una fornace da vetro ha diverse aperture, in Inghilterra per esempio, da quattro a sei, ognuna delle quali contiene un crogiuolo di terra pieno di pasta vitrea e occupa un proprio gruppo di operai formato ognuno da cinque membra. Qui la disposizione di ogni singolo gruppo poggia direttamente sulla divisione del lavoro, mentre il vincolo fra i differenti gruppi omogenei è la cooperazione semplice, che adopera più economicamente, mediante il consumo in comune, uno dei mezzi di produzione, che in questo caso è la fornace da vetro. Una di queste fornaci da vetro con i suoi quattro o sei gruppi costituisce una vetreria, e una manifattura di vetro comprende un certo numero di tali vetrerie oltre l'apparato e gli operai per le fasi iniziali della produzione e quelle conclusive.
Infine la manifattura può evolversi in una combinazione di diverse manifatture, allo stesso modo che essa sorge in parte da una combinazione di diversi mastri artigiani. P. es., le vetrerie inglesi di una certa importanza fabbricano da sole i loro crogiuoli di terra, perché la riuscita buona o cattiva del prodotto dipende sostanzialmente dalla loro qualità. Qui la manifattura d'un mezzo di produzione viene collegata con la manifattura del prodotto. Inversamente, la manifattura del prodotto può venir collegata con manifatture nelle quali esso serve soltanto, a sua volta, da

40. In Inghilterra il forno fusorio è distinto dalla fornace vetraria, dove il vetro viene lavorato; invece nel Belgio, per