1880

Friedrich Engels



L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza



I


Lo sviluppo del socialismo utopistico



  Il socialismo moderno, considerato nel suo contenuto, è anzitutto il risultato della visione, da una parte, degli antagonismi di classe, dominanti nella società moderna, tra possidenti e non possidenti, salariati e borghesi; dall'altra, dell'anarchia dominante nella produzione. Considerato invece nella sua forma teorica, esso appare all'inizio come una continuazione più avanzata, che vuol esser conseguente, dei principi sostenuti dai grandi illuministi francesi del XVIII secolo. Come ogni nuova teoria, esso ha innanzitutto ricollegarsi al materiale preesistente di idee, per quanto avesse la sua radice nei fatti economici .

I grandi uomini che in Francia, illuminando gli spiriti, li prepararono alla rivoluzione che si avvicinava, agirono essi stessi in un modo estremamente rivoluzionario. Non riconoscevano alcuna autorità esterna di qualsiasi specie essa fosse. Religione, concezione della natura, società, ordinamento dello Stato, tutto fu sottoposto alla critica più spietata; tutto doveva spiegare la propria esistenza davanti al tribunale della ragione o rinunziare all'esistenza. L'intelletto pensante fu applicato a tutto come unica misura. Era il tempo in cui, come dice Hegel, il mondo venne poggiato sulla testa, dapprima nel senso che la testa dell'uomo e i princìpi trovati dal suo pensiero pretendevano di valere come base di ogni azione e d'ogni associazione umana; ma più tardi anche nel senso più ampio che la realtà che era in contraddizione con questi princìpi fu effettivamente rovesciata da cima a fondo. Tutte le forme sociali e politiche che sino allora erano esistite, tutte le antiche concezioni che si erano tramandate furono gettate in soffitta come cose irrazionali; il mondo si era fino a quel momento lasciato guidare unicamente da pregiudizi; il passato meritava solo compassione e disprezzo. Ora per la prima volta spuntava la luce del giorno ; da ora in poi la superstizione, l'ingiustizia, il privilegio e l'oppressione dovevano essere soppiantati dalla verità eterna, dalla giustizia eterna, dall'eguaglianza fondata sulla natura, dai diritti inalienabili dell'uomo.

Noi sappiamo ora che questo regno della ragione non fu altro che il regno della borghesia idealizzato, che la giustizia eterna trovò la sua realizzazione nella giustizia borghese; che l'eguaglianza andò a finire nella borghese eguaglianza davanti alla legge; che la proprietà borghese fu proclamata proprio come uno dei più essenziali diritti dell'uomo; e che lo Stato secondo ragione, il contratto sociale di Rousseau, si realizzò, e solo così poteva realizzarsi, come repubblica democratica borghese. I grandi pensatori del secolo XVIII non poterono oltrepassare i limiti imposti loro dalla loro epoca più di quanto avevano potuto tutti i loro predecessori.

Ma, accanto all'antagonismo tra nobiltà feudale e borghesia , sussisteva l'antagonismo generale tra sfruttatori e sfruttati, tra ricchi oziosi e lavoratori poveri. E precisamente questa circostanza rendeva possibile ai rappresentanti della borghesia di ergersi a rappresentanti non soltanto di una classe particolare, ma di tutta l'umanità sofferente. E c'è di più, sin dalla sua origine la borghesia era affetta dall'antagonismo che le è proprio: non possono esserci capitalisti senza operai salariati, e nella stessa misura in cui il maestro della corporazione medievale evolveva nel borghese moderno, il garzone della corporazione e il giornaliero che non apparteneva a nessuna corporazione evolvevano nel proletario. E sebbene nel complesso la borghesia avesse il diritto di pretendere di rappresentare contemporaneamente, nella lotta contro la nobiltà, gli interessi delle diverse classi lavoratrici di quell'epoca, pure, in ogni grande movimento borghese, scoppiavano dei moti autonomi di quella classe che era la precorritrice più o meno sviluppata del proletariato moderno. Così nell'epoca tedesca della Riforma e della guerra dei contadini si ebbe la corrente di Thomas Münzer ; nella grande rivoluzione inglese i Levellers la grande rivoluzione francese Babeuf. Accanto a queste rivoluzionarie levate di scudi di una classe ancora immatura fecero la loro comparsa manifestazioni teoriche ad essa adeguate: nei secoli XVI e XVII descrizioni utopistiche di regimi sociali ideali , secolo XVIII già teorie comuniste vere e proprie (Morelly e Mably). La rivendicazione dell'uguaglianza non si limitò più ai diritti politici, essa doveva estendersi anche alla posizione sociale dei singoli; non si dovevano sopprimere semplicemente i privilegi di classe, ma le stesse differenze di classe. La prima forma con cui la nuova dottrina fece la sua comparsa fu così un comunismo ascetico che si ricollegava a Sparta . Seguirono poi i tre grandi utopisti: Saint-Simon, nel quale le tendenze borghesi conservavano ancora una certa validità accanto alla tendenza proletaria, Fourier e Owen, il quale, nel paese in cui la produzione capitalistica era più sviluppata e sotto l'impressione degli antagonismi che ne risultavano, sviluppò sistematicamente i suoi progetti per l'eliminazione delle differenze di classe ricollegandosi direttamente al materialismo francese.

È comune a tutti e tre il fatto che essi non si presentano come rappresentanti degli interessi del proletariato, che frattanto si era prodotto storicamente. Come gli illuministi, essi vogliono liberare non una classe determinata, ma tutta l'umanità . Come quelli, essi vogliono instaurare il regno della ragione e della giustizia eterna; ma il loro regno è infinitamente diverso da quello degli illuministi. Anche il mondo borghese ordinato secondo i princìpi di questi illuministi è irrazionale e ingiusto e trova il suo posto nel secchio dell'immondizia proprio come il feudalesimo e tutti i regimi sociali precedenti. Se la ragione e la giustizia effettive non hanno ancora regnato nel mondo, ciò proviene dal fatto che non se ne è avuta sinora una giusta conoscenza. Mancava proprio quel singolo uomo geniale che ora è apparso ed ha riconosciuto la verità; che esso sia comparso ora, che proprio ora sia stata conosciuta la verità, non è un avvenimento inevitabile che consegue necessariamente dal contesto dello sviluppo storico, ma un puro caso fortunato. Sarebbe potuto nascere ugualmente cinquecento anni prima e avrebbe allora risparmiato all'umanità cinquecento anni di errori, di lotte e di sofferenze.

Questo modo di vedere è sostanzialmente quello di tutti i socialisti inglesi e francesi e dei primi socialisti tedeschi, compreso Weitling. Il socialismo è l'espressione dell'assoluta verità , dell'assoluta ragione, dell'assoluta giustizia e basta che sia scoperto perché conquisti il mondo con la propria forza; poiché la verità è assoluta e indipendente dal tempo, dallo spazio e dallo sviluppo storico dell'uomo, è un semplice caso quando e dove sia scoperta. Inoltre poi la verità, la ragione e la giustizia assolute a loro volta sono diverse per ogni caposcuola; e poiché la forma particolare che la verità, la ragione e la giustizia assolute assumono è a sua volta condizionata dall'intelletto soggettivo, dalle condizioni di vita, dal grado di cognizioni e d'educazione a pensare di ognuno di essi, in questo conflitto di assolute verità non c'è nessuna altra soluzione possibile se non che esse si elidano vicendevolmente. Così stando le cose, non poteva allora venir fuori altro che una specie di socialismo medio eclettico, quale effettivamente regna fino ad oggi nella testa della maggior parte degli operai socialisti in Francia e in Inghilterra, una miscela che ammette un'infinita molteplicità di sfumature, e che risulta da ciò che hanno di meno incisivo le invettive critiche, i princìpi di economia e le rappresentazioni della società futura dei vari fondatori di sette; miscela che si ottiene tanto più facilmente, quanto più ai singoli elementi componenti, nel corso della discussione, vengono smussati gli angoli acuti della precisione, come ciottoli levigati nel torrente. Per fare del socialismo una scienza, bisognava anzitutto farlo poggiare su una base reale.

Frattanto, accanto e dopo la filosofia francese del XVIII secolo, era sorta la filosofia tedesca moderna e aveva trovato la sua conclusione in Hegel. Il suo merito maggiore fu la riassunzione della dialettica come la forma più alta del pensiero. Gli antichi filosofi greci erano stati tutti dei dialettici nati, spontanei, e la mente più universale che vi fu tra loro, Aristotele, aveva già indagato anche le forme più essenziali del pensiero dialettico . Per contro la filosofia moderna, quantunque la dialettica anche in essa abbia avuto degli splendidi rappresentanti (per es. Descartes e Spinoza), particolarmente per l'influenza inglese si era sempre più arenata nel cosiddetto modo di pensare metafisico, che quasi esclusivamente aveva dominato anche i filosofi francesi del secolo XVIII, almeno in quel che concerne i loro lavori specificamente filosofici. Al di fuori della filosofia propriamente detta, essi erano pure in condizione di dare dei capolavori di dialettica; ricorderemo solo il "Nipote di Rameau" di Diderot e il "Discorso sull'origine dell'ineguaglianza tra gli uomini" di Rousseau. Daremo qui brevemente l'essenziale di questi due metodi di pensiero, su cui dovremo ritornare ancora diffusamente.

Se sottoponiamo alla considerazione del nostro pensiero la natura o la storia umana o la nostra specifica attività spirituale, ci si offre anzitutto il quadro di un infinito intreccio di nessi, di azioni reciproche, in cui nulla rimane quel che era, ma tutto si muove, si cambia, nasce e muore . Questa visione primitiva, ingenua, ma sostanzialmente giusta del mondo è quella dell'antica filosofia greca e fu espressa chiaramente per la prima volta da Eraclito: Tutto è ed anche non è, perché tutto scorre, è in continuo cambiamento, è in continuo nascere e morire. Ma questa concezione, sebbene colga giustamente il carattere generale del quadro d'insieme dei fenomeni, pure non è ancora sufficiente per spiegare i particolari di cui questo quadro d'insieme si compone, e fino a quando non sappiamo far questo , non siamo chiaramente edotti neppure del quadro stesso. Per conoscere questi particolari dobbiamo staccarli dal loro contesto naturale e storico ed esaminarli ciascuno per sé, nella sua natura, nelle sue cause, nei suoi effetti particolari ecc. Questo è anzitutto il compito della scienza della natura e della ricerca storica, campi d'indagine che per ragioni molto valide non ebbero presso i greci dell'antichità classica che una posizione di secondo piano, perché questi dovevano prima di tutto raccogliere il materiale . Gli inizi dell'indagine scientifica della natura sorsero solo con i greci del periodo alessandrino e, più tardi, nel medioevo, furono ulteriormente sviluppati dagli arabi; una vera scienza della natura data, però, solo dalla seconda metà del secolo XV e da allora ha progredito con celerità sempre crescente. L'analisi della natura nelle sue singole parti, la ripartizione dei diversi fenomeni e degli oggetti della natura in classi determinate, l'analisi dell'interno dei corpi organici nelle loro molteplici conformazioni anatomiche sono state la condizione principale dei progressi giganteschi che nella conoscenza della natura gli ultimi quattrocento anni ci hanno portato. Ma questo metodo ci ha del pari lasciata l'abitudine di concepire le cose e i fenomeni della natura nel loro isolamento, al di fuori del loro vasto contesto complessivo; di concepirli perciò non nel loro movimento, ma nel loro stato di quiete, non come essenzialmente mutevoli, ma come entità fisse e stabili, non nella loro vita, ma nella loro morte. E poiché questa maniera di vedere le cose, come è accaduto con Bacone e con Locke, è passata dalla scienza della natura nella filosofia, ha prodotto la limitatezza specifica degli ultimi secoli, cioè il modo di pensare metafisico.

Per il metafisico le cose e le loro immagini riflesse nel pensiero, i concetti, sono oggetti isolati di indagine, da considerarsi successivamente e indipendentemente l'uno dall'altro, fissi, rigidi, dati una volta per sempre. Egli pensa per antitesi assolutamente immediate. Il suo parlare è: sì, sì, no, no. Quello che c'è di più viene dal maligno. Per lui una cosa esiste o non esiste; ugualmente è impossibile che una cosa sia nello stesso tempo se stessa ed un'altra. Positivo e negativo si escludono reciprocamente in modo assoluto; causa ed effetto stanno dal pari in rigida opposizione reciproca. Questa maniera di pensare ci appare a prima vista estremamente plausibile per il fatto che essa è proprio quella del cosiddetto senso comune. Solo che il senso comune, per quanto sia un compagno tanto rispettabile finché sta nello spazio compreso fra le quattro pareti domestiche, va incontro ad avventure assolutamente sorprendenti appena si arrischia nel vasto mondo dell'indagine scientifica; e la maniera metafisica di vedere le cose, giustificata e perfino necessaria in campi la cui estensione è più o meno vasta a seconda della natura dell'oggetto, tuttavia, ogni volta, urta prima o poi contro un limite, al di là del quale diventa unilaterale, limitata, astratta e si avvolge in contraddizioni insolubili, giacché, per le cose singole, dimentica il loro nesso, per il loro essere, dimentica il loro sorgere e tramontare, per il loro stato di quiete, dimentica il loro movimento, giacché, per vedere gli alberi, non vede la foresta. Per es., per i casi della vita quotidiana, sappiamo e possiamo dire con precisione se un animale esiste o meno; ma se indaghiamo con maggiore precisione, troveremo che alle volte questa è una cosa estremamente complessa, come sanno molto bene i giuristi, che invano si sono tormentati per scoprire un limite razionale a partire dal quale la soppressione del feto dal seno materno è un assassinio; e del pari è impossibile stabilire l'istante della morte, poiché la fisiologia dimostra che la morte non è un avvenimento unico ed istantaneo, ma un fenomeno la cui durata è molto lunga. Parimenti ogni corpo organico, in ogni istante, è e non è il medesimo; in ogni istante elabora materie tratte dall'esterno e ne secerne delle altre, in ogni istante cellule del suo corpo muoiono e se ne formano di nuove; dopo un tempo più o meno lungo la materia di questo corpo si è completamente rinnovata, sostituita da altri atomi, cosicché ogni essere organizzato è costantemente il medesimo e pure un altro. Considerando le cose con precisione, noi troviamo anche che i due poli di un'opposizione, il positivo e il negativo, sono tanto inseparabili l'uno dall'altro quanto contrapposti e che malgrado tutta la loro contrarietà si compenetrano vicendevolmente; troviamo del pari che causa ed effetto sono concetti che hanno validità come tali solo se li applichiamo ad un caso singolo, ma che, nella misura in cui consideriamo questo fatto singolo nella sua connessione generale con la totalità del mondo, queste rappresentazioni si confondono e si diffondono nella visione dell'universale azione reciproca, in cui cause ed effetti si scambiano continuamente la loro posizione, ciò che ora o qui è effetto, là o poi diventa causa e viceversa.

Tutti questi fenomeni e metodi di pensiero non rientrano nel quadro del pensiero metafisico. Per la dialettica invece, che considera le cose e le loro immagini concettuali essenzialmente nel loro nesso, nel loro concatenamento, nel loro movimento, nel loro sorgere e tramontare, fenomeni come quelli che abbiamo riferiti sopra sono altrettante conferme della maniera con cui essa peculiarmente procede. La natura è il banco di prova della dialettica e noi dobbiamo dire a lode della moderna scienza della natura che essa ha fornito a questo banco di prova un materiale estremamente ricco che va accumulandosi giornalmente e che di conseguenza essa ha dimostrato che, in ultima analisi, la natura procede dialetticamente e non metafisicamente . Ma poiché sino ad ora i naturalisti che hanno appreso a pensare dialetticamente si possono contare sulle dita, la confusione senza limiti che domina oggi nella scienza teorica della natura e che porta alla disperazione maestri e scolari, scrittori e lettori, si spiega con questo conflitto tra i risultati che sono stati scoperti e la maniera tradizionale di pensare.

Una rappresentazione esatta della totalità del mondo, del suo sviluppo e di quello dell'umanità, nonché dell'immagine di questo sviluppo quale si rispecchia nella testa degli uomini, può quindi effettuarsi solo per via dialettica, prendendo costantemente in considerazione le azioni reciproche del nascere e del morire, dei mutamenti progressivi o regressivi. E in questo senso ha proceduto la filosofia tedesca moderna sin dal suo principio. Kant iniziò la sua carriera scientifica risolvendo la stabilità del sistema sbarre newtoniano, e la sua eterna durata, una volta dato il famoso impulso iniziale, in un fenomeno che ha una storia: nella formazione, cioè, del sole e di tutti i pianeti da una massa nebulosa rotante. E ne trasse già la conseguenza che, posta questa formazione, era data del pari necessariamente la futura fine del sistema solare [12]. Le sue vedute un mezzo secolo più tardi ricevettero da Laplace una base matematica, e ancora un altro mezzo secolo più tardi lo spettroscopio dimostrò l'esistenza nello spazio cosmico di queste tali masse gassose incandescenti a diverso grado di condensazione

Questa filosofia tedesca moderna trovò la sua conclusione nel sistema hegeliano, nel quale, per la prima volta, e questo è il suo grande merito, tutto quanto il mondo naturale, storico e spirituale venne presentato come un processo, cioè in un movimento, in un cambiamento, in una trasformazione, in uno sviluppo che mai hanno tregua, e fu fatto il tentativo di dimostrare il nesso intimo esistente in questo movimento e in questo sviluppo . Mettendosi da questo punto di vista, la storia dell'umanità appariva non più come un groviglio confuso di violenze insensate che sono tutte ugualmente condannabili davanti al tribunale della ragione filosofica, ora divenuta matura, e che la cosa migliore è dimenticare al più presto possibile, ma come il processo di sviluppo dell'umanità stessa. E ora il compito del pensiero consiste nel seguire, attraverso tutte le deviazioni, la marcia graduale di tale processo che si compie a poco a poco e dimostrarne, attraverso tutte le accidentalità apparenti, l'intima regolarità.

Che Hegel non abbia assolto questo compito, qui non ha importanza . Il suo merito, che fa epoca, è quello di averlo posto, tanto più che questo è un compito che nessun individuo da solo potrà mai assolvere. Se Hegel, con Saint-Simon, la mente più universale della sua epoca, pure egli era limitato in primo luogo dall'ambito necessariamente ristretto delle sue conoscenze specifiche e in secondo luogo dalle conoscenze e dalle concezioni della sua epoca che, del pari, erano ristrette per ambito e profondità. Ma a tutto ciò si aggiungeva anche una terza cosa. Hegel era un idealista, cioè per lui i pensieri della sua testa non erano le immagini riflesse, più o meno astratte, delle cose e dei fenomeni reali, ma invece le cose e il loro sviluppo erano immagini riflesse realizzate dall'"idea", esistente già prima del mondo in qualche luogo. Conseguentemente tutto veniva poggiato sulla testa, e il nesso reale del mondo veniva completamente rovesciato. E per quanto alcuni nessi singoli venissero concepiti da Hegel in modo giusto e geniale, pure, per le ragioni che sono state addotte, molto, anche nei dettagli, doveva riuscire rabberciato, artificioso, architettato di sana pianta, in breve, sovvertito. Il sistema di Hegel fu come tale un colossale aborto, ma fu anche l'ultimo nel suo genere. Il fatto è che esso era affetto da un'altra contraddizione interna insanabile: da una parte aveva come suo presupposto iniziale la visione storica delle cose, secondo la quale la storia umana è un processo di sviluppo che, per sua natura, non può trovare la sua conclusione intellettuale nella scoperta di una verità cosiddetta assoluta, mentre dall'altra afferma di essere la quintessenza proprio di questa verità assoluta. Un sistema che abbracci completamente e concluda una volta per sempre la conoscenza della natura e della storia è in contraddizione con le leggi fondamentali del pensiero dialettico; la qual cosa tuttavia non esclude affatto, ma invece implica, che la conoscenza sistematica di tutto il mondo esterno possa fare di generazione in generazione dei passi da gigante La convinzione della completa assurdità dell'idealismo tedesco quale era esistito fino allora condusse necessariamente al materialismo, ma, si noti bene, non al materialismo puramente metafisico, esclusivamente meccanicistico, del secolo XVIII. Anziché rigettare semplicemente, in modo ingenuamente rivoluzionario, tutta la storia precedente, il materialismo moderno vede nella storia il processo di sviluppo dell'umanità ed è suo compito scoprirne le leggi di movimento. In contrasto con la rappresentazione dominante tanto nei francesi del XVIII secolo quanto in Hegel, secondo la quale la natura è un tutto che si muove in orbite ristrette e che rimane eguale a se stessa, con i suoi eterni corpi celesti, come aveva insegnato Newton, e con le sue specie immutabili di esseri organici, come aveva insegnato Linneo, il materialismo moderno riassume i moderni progressi della scienza della natura, secondo cui la natura ha anch'essa la sua storia svolgentesi nel tempo, i corpi celesti nascono e muoiono così come le specie degli organismi, dalle quali vengono abitati se si presentano circostanze favorevoli, e le orbite, nella misura in cui sono in generale ammissibili, assumono delle dimensioni infinitamente più grandiose. In entrambi i casi il materialismo moderno è essenzialmente dialettico e non ha più bisogno di una filosofia che stia al di sopra delle altre scienze. Dal momento in cui si esige da ciascuna scienza particolare che essa si renda conto della sua posizione nel nesso complessivo delle cose e della conoscenza delle cose, ogni scienza particolare che abbia per oggetto il nesso complessivo diventa superflua. Ciò che resta quindi ancora in piedi, autonomamente, di tutta quanta la filosofia che si è avuta fino ad ora è la dottrina del pensiero e delle sue leggi, cioè la logica formale e la dialettica. Tutto il resto si risolve nella scienza positiva della natura e della storia.

Tuttavia, mentre il rovesciamento della concezione della natura non si poteva compiere che nella misura in cui l'indagine forniva l'adeguato materiale di conoscenze positive, già molto prima si erano verificati dei fatti storici che determinarono una svolta decisiva nella concezione della storia. Nel 1831 a Lione era avvenuta la prima sollevazione di operai; dal 1838 al 1842 aveva raggiunto il suo culmine il primo movimento operaio nazionale, quello dei cartisti inglesi. La lotta di classe tra il proletariato e la borghesia si presentava in primo piano nella storia dei paesi più progrediti d'Europa, nella stessa misura in cui in quei paesi si sviluppavano da una parte la grande industria e dall'altra il dominio politico che la borghesia aveva di recente conquistato. Le dottrine dell'economia borghese sull'identità di interessi tra capitale e lavoro, sull'armonia universale e sul benessere universale del popolo come conseguenza della libera concorrenza venivano smentite dai fatti in modo sempre più convincente . Tutte queste cose non potevano più essere respinte, come non si poteva respingere il socialismo francese ed inglese che ne era l'espressione teorica, anche se estremamente imperfetta. Ma la vecchia concezione idealistica della storia, che non era stata ancora soppiantata, non conosceva lotte di classi poggianti su interessi materiali e, in generale, non conosceva interessi materiali; la produzione e tutti i rapporti economici non facevano in essa la loro comparsa che incidentalmente, come elementi subordinati della "storia della civiltà".

I nuovi fatti costrinsero a sottoporre ad una nuova indagine tutta la storia precedente e si vide allora che tutta la storia precedente era la storia delle lotte delle classi, che queste classi sociali che si combattono vicendevolmente sono di volta in volta risultati dei rapporti di produzione e di scambio, in una parola dei rapporti economici della loro epoca; che quindi di volta in volta la struttura economica della società costituisce il fondamento reale della società partendo dal quale si deve spiegare in ultima istanza tutta la sovrastruttura delle istituzioni giuridiche e politiche, così come gli orientamenti religiosi, filosofici e di altro genere di ogni periodo storico. Conseguentemente l'idealismo veniva cacciato dal suo ultimo rifugio, la concezione della storia; veniva data una concezione, materialistica della storia e veniva trovata la via per spiegare la coscienza dell'uomo col suo essere, invece di spiegare, come si era fatto sino allora, il suo essere con la sua coscienza .

Ma con questa concezione materialistica della storia era altrettanto incompatibile il socialismo che era esistito fino allora, quanto la concezione della natura del materialismo francese con la dialettica e con la moderna scienza della natura. Il socialismo precedente criticava, è vero, il vigente modo di produzione capitalistico e le sue conseguenze, ma non poteva darne una spiegazione né quindi venirne a capo: non poteva che respingerlo semplicemente come un male Si trattava invece di presentare da una parte questo modo di produzione capitalistico nel suo nesso storico e nella sua necessità nell'ambito di un determinato periodo storico, e quindi anche la necessità del suo tramonto, dall'altra, invece, di svelarne anche il carattere interiore, che ancora era rimasto celato, perché sinora la critica si era appuntata più sulle cattive conseguenze che sul processo della cosa stessa. Questo si ebbe con la scoperta del plusvalore. Fu dimostrato che l'appropriazione di lavoro non pagato è la forma fondamentale del modo di produzione capitalistico e dello sfruttamento dell'operaio che con esso viene compiuto; che il capitalista, anche se compra la forza lavoro del suo operaio secondo il pieno valore che essa, come merce, ha sul mercato, ne trae tuttavia un valore maggiore di quello che per essa ha pagato, e che in ultima istanza questo plusvalore costituisce la somma di valore per cui la massa di capitale continuamente crescente si accumula tra le mani delle classi possidenti. Il processo tanto della produzione capitalistica quanto della produzione del capitale era spiegato.

Entrambe queste grandi scoperte: la concezione materialistica della storia e la rivelazione del segreto della produzione capitalistica mediante il plusvalore, le dobbiamo a Marx. Con queste due grandi scoperte il socialismo è diventato una scienza che ora si tratta innanzitutto di elaborare ulteriormente in tutti i suoi particolari e nessi.

Così press'a poco stavano le cose nel campo del socialismo teorico e della defunta filosofia, quando Dühring, non senza un baccano notevole, irruppe nella scena e annunziò di aver compiuto una rivoluzione perfetta e totale della filosofia, dell'economia politica e del socialismo.

Vediamo che cosa Dühring ci promette e che cosa mantiene.











II

 

materialismo dialettico



 

Abbiamo visto nell'Introduzione me i filosofi francesi del XVIII secolo, coloro che prepararono la rivoluzione, si appellassero alla ragione come unico giudice di tutto ciò che esiste. Si doveva costruire uno Stato secondo ragione e una società secondo ragione e tutto ciò che contraddiceva alla ragione eterna doveva essere eliminato senza misericordia. Abbiamo visto del pari che questa ragione eterna in realtà non era altro che l'intelletto idealizzato del cittadino della classe media che proprio allora andava evolvendosi nel borghese moderno. Ora, quando la Rivoluzione francese ebbe realizzato questa società secondo ragione e questo Stato secondo ragione, le nuove istituzioni, per quanto razionali esse fossero a paragone del precedente stato di cose, tuttavia non risultarono affatto assolutamente razionali. Lo Stato secondo ragione era completamente andato in fumo. Il contratto sociale di Rousseau aveva trovato la sua realizzazione nel Terrore, uscita dal quale la borghesia, che aveva perduto la fede nella propria capacità politica, si era rifugiata prima nella corruzione del Direttorio, e finalmente sotto la protezione del dispotismo napoleonico. La pace perpetua che era stata promessa si trasformò in una guerra di conquista senza fine. La società secondo ragione non ebbe una sorte migliore. Il contrasto tra ricchi e poveri, anziché risolversi nel benessere generale, fu acuito dall'eliminazione dei privilegi corporativi e di altro genere che lo coprivano e delle istituzioni benefiche della Chiesa che lo attenuavano lo slancio dell'industria su base capitalistica elevò miseria e povertà delle masse lavoratrici a condizione di vita per la società mero dei delitti crebbe di anno in anno. Se i vizi feudali, che prima facevano spudoratamente mostra di sé alla luce del sole, furono, se non soppressi, almeno temporaneamente confinati in secondo piano, al loro posto tanto più rigogliosamente fiorirono i vizi borghesi sino allora coltivati in segreto. Il commercio, sviluppandosi, divenne sempre più imbroglio. La parola d'ordine rivoluzionaria della "fratellanza" si realizzò nelle angherie e nelle invidie della lotta della concorrenza. Al posto dell'oppressione violenta subentrò la corruzione, al posto della spada, quale leva principale del potere sociale, subentrò il denaro. Il diritto della prima notte passò dai signori feudali ai fabbricanti borghesi. La prostituzione dilagò in misura sinora inaudita. Il matrimonio stesso rimase, come prima, una forma giuridicamente riconosciuta, un mantello che ufficialmente copriva la prostituzione e venne inoltre completato dall'adulterio praticato su larga scala. Per farla breve, confrontate con le pompose promesse degli illuministi, le istituzioni sociali e politiche instaurate con il "trionfo della ragione" si rivelarono caricature e amare delusioni. Mancavano ancora solo gli uomini che constatassero questa delusione: e questi uomini vennero all'inizio del nuovo secolo. Nel 1802 apparvero le "Lettere ginevrine" di Saint-Simon; nel 1808 apparve la prima opera di Fourier, quantunque le basi della sua teoria datassero dal 1799; il primo gennaio del 1800 Robert Owen prese la direzione di New Lanark

Ma in questo periodo il modo di produzione capitalistico e con esso l'antagonismo tra borghesia e proletariato era ancora poco o nulla sviluppato. La grande industria che era appena sorta in Inghilterra era ancora sconosciuta in Francia. Ma solo la grande industria sviluppa, da una parte, quei conflitti che rendono ineluttabilmente necessario un rivoluzionamento del modo di produzione : conflitti non solo tra le classi che essa forma, ma anche tra le stesse forze produttive e le forme di scambio che essa parimente crea; e dall'altra sviluppa, proprio in queste gigantesche forze produttive, anche i mezzi per risolvere questi conflitti. Se quindi intorno al 1800 i conflitti scaturenti dal nuovo ordinamento sociale erano solo sul nascere, questo vale ancora molto di più riguardo ai mezzi per la loro soluzione. Le masse nullatenenti di Parigi durante il Terrore avevano potuto, per un istante, conquistare il potere , con questo fatto avevano dimostrato solo che nelle condizioni di allora questo potere non era possibile. Il proletariato che cominciava appena a distaccarsi da queste masse nullatenenti, come ceppo di una nuova classe, ancora assolutamente incapace di una azione politica indipendente, si presentava come un ceto oppresso, sofferente, al quale, nella incapacità in cui era di aiutarsi da se stesso, un aiuto poteva tutt'al più portarsi dall'esterno, dall'alto.

Questa situazione storica teneva in suo potere anche i fondatori del socialismo. All'immaturità della produzione capitalistica, all'immaturità della posizione delle classi, corrispondevano teorie immature. La soluzione delle questioni sociali, che restava ancora celata nelle condizioni economiche poco sviluppate, doveva uscire dal cervello umano. La società non offriva che inconvenienti: eliminarli era compito della ragione pensante. Si trattava di inventare un nuovo e più perfetto sistema di ordinamento sociale e di elargirlo alla società dall'esterno, con la propaganda e, dove fosse possibile, con l'esempio di esperimenti modello. Questi nuovi sistemi sociali erano, sin dal principio, condannati ad essere utopie: quanto più erano elaborati nei loro particolari, tanto più dovevano andare a finire nella pura fantasia.

Una volta stabilito tutto questo, non ci fermeremo neanche un momento di più su questo lato che oggi appartiene completamente al passato. Possiamo lasciare a rigattieri della letteratura à la Dühring il compito di andare in giro sofisticando solennemente su queste fantasticherie, che oggi ormai fanno soltanto sorridere, e il far valere di fronte a tali "follie" la superiorità del loro sobrio modo di pensare. Noi preferiamo invece rallegrarci dei germi geniali di idee e dei pensieri che affiorano dovunque sotto questo manto fantastico e per i quali quei filistei non hanno occhi

Saint-Simon già nelle sue "lettere ginevrine" stabilisce il principio che "tutti gli uomini debbono lavorare". Nello stesso scritto sa già che il dominio del Terrore fu il dominio delle masse, nullatenenti. "Guardate - grida loro - che cosa accade in Francia nel periodo in cui vi dominano i vostri compagni: essi portano la fame." Concepire invece la Rivoluzione francese come una lotta di classe fra nobiltà, borghesia e nullatenenti era per l'anno 1802 una scoperta genialissima. Nel 1816 egli dichiara che la politica è la scienza della produzione e predice che la politica si dissolverà completamente nell'economia . Se il riconoscimento che la realtà economica è la base delle istituzioni politiche appare qui soltanto ancora in germe, tuttavia la trasformazione del governo politico, esercitato su uomini, in un'amministrazione di cose e in una direzione di processi produttivi è qui espressa già chiaramente, e con essa quell'abolizione dello Stato, su cui di recente si è fatto tanto chiasso. Con pari superiorità sui suoi contemporanei egli dichiara nel 1814, immediatamente dopo l'entrata degli alleati a Parigi, e ancora nel 1815 durante la guerra dei cento giorni, che l'alleanza della Francia con l'Inghilterra, e secondariamente l'alleanza di tutti e due i paesi con la Germania, è per l'Europa l'unica garanzia di uno sviluppo prosperoso e di pace . Per predicare ai francesi del 1815 l'alleanza con i vincitori di Waterloo, ci voleva certo un po' più di coraggio che per dichiarare una guerra di chiacchiere ai professori tedeschi .

Mentre in Saint-Simon scorgiamo una geniale larghezza di vedute grazie alla quale in lui sono contenute in germe quasi tutte le idee non rigorosamente economiche dei socialisti venuti più tardi, in Fourier troviamo una critica delle vigenti condizioni sociali, ricca di uno spirito schiettamente francese, ma non perciò meno profondamente penetrante. Fourier prende in parola la borghesia, i suoi ispirati profeti prerivoluzionari e i suoi interessati apologeti post-rivoluzionari. Egli svela spietatamente la misère materiale e morale del mondo borghese e le contrappone tanto le splendide promesse degli illuministi di una società in cui dominerà la ragione, di una civiltà che darà ogni felicità e di una perfettibilità umana illimitata, quanto l'ipocrita fraseologia degli ideologi borghesi contemporanei, dimostrando come, dovunque, alla frase più altisonante corrisponda la realtà più miserevole, e coprendo di beffe mordaci questo irrimediabile fiasco delle frasi. Fourier non è solo un critico; la sua natura perennemente gaia ne fa un satirico e proprio uno dei più grandi satirici di tutti i tempi. La speculazione e la frode che fiorirono col tramonto della rivoluzione, nonché la generale grettezza bottegaia del commercio francese di allora, vengono descritte da lui con uno spirito pari alla sua maestria. Ancora più magistrale è la sua critica della forma borghese dei rapporti sessuali e della posizione della donna nella società borghese. Egli dichiara per la prima volta che, in una data società, il grado di emancipazione della donna è la misura naturale dell'emancipazione generale . Ma dove Fourier appare più grande è nella sua concezione della storia della società. Egli divide tutto il suo corso quale sinora si è svolto, in quattro fasi di sviluppo: stato selvaggio, stato patriarcale, barbarie, civiltà, la quale ultima coincide con quella che oggi si chiama società borghese e dimostra che l'"ordinamento civile eleva ognuno di quei vizi, che la barbarie pratica in una maniera semplice, ad un modo di essere complesso, a doppio senso, ambiguo e ipocrita", che la civiltà si muove in un "circolo vizioso", in contraddizioni che continuamente riproduce senza poterle superare, cosicché essa raggiunge sempre il contrario di ciò che essa vuol raggiungere o che dà a vedere di voler raggiungere . Cosicché, per es., "nella civiltà la povertà sorge dalla stessa abbondanza". Fourier, come si vede, maneggia la dialettica con la stessa maestria del suo contemporaneo Hegel. Con pari dialettica egli, di fronte alle chiacchiere sull'infinita perfettibilità umana, mette in rilievo il fatto che ogni fase storica ha il suo ramo ascendente, ma ha anche il suo ramo discendente ed applica questo modo di vedere anche al futuro di tutta l'umanità. Come Kant introdusse nella scienza naturale la futura distruzione della Terra, così Fourier introduce nel pensiero storiografico la futura distruzione dell'umanità.

Mentre in Francia l'uragano della rivoluzione ripulì il paese, in Inghilterra avvenne una rivoluzione più silenziosa, ma non per ciò meno poderosa. Il vapore e le nuove macchine utensili trasformarono la manifattura nella grande industria moderna e rivoluzionarono così tutta la base della società borghese. Il sonnolento processo di sviluppo del periodo della manifattura si trasformò in un periodo di vero Sturm und Drang della produzione. Con velocità sempre crescente si compì la scissione della società in grandi capitalisti e proletari nullatenenti: tra queste due classi, invece del ceto medio ben definito di una volta, conduce oggi un'esistenza malsicura una massa instabile di artigiani e di piccoli commercianti, la parte più fluttuante della popolazione. Il nuovo modo di produrre era ancora solo all'inizio della sua fase ascendente: esso era ancora il modo di produzione normale e, date le circostanze, l'unico modo possibile. Ma già allora produceva inconvenienti sociali stridenti: assembrarsi di una popolazione senza sede nei peggiori quartieri delle grandi città; dissolversi di tutti i legami tradizionali, della subordinazione patriarcale, della famiglia; sopralavoro specialmente delle donne e dei fanciulli in misura spaventosa, enorme degradazione della classe operaia gettata improvvisamente a vivere in condizioni del tutto nuove . Apparve allora come riformatore un industriale ventinovenne, un uomo dal carattere di fanciullo, semplice sino al sublime e ad un tempo dirigente nato come pochi. Robert Owen aveva fatta sua la dottrina dei materialisti dell'illuminismo, secondo la quale il carattere dell'uomo è, da una parte, il prodotto dell'organizzazione in cui nasce e, dall'altra, delle circostanze che lo circondano durante la sua vita e specialmente durante il periodo del suo sviluppo. Nella rivoluzione industriale la maggior parte degli uomini della sua classe vedevano solo confusione e caos, che permettono di pescare nel torbido ed arricchirsi rapidamente. Egli vide invece in essa l'occasione per applicare il suo principio favorito e così mettere ordine nel caos. Lo aveva già tentato con successo a Manchester come dirigente di una fabbrica di più di cinquecento operai; dal 1800 al 1829 diresse in qualità di condirettore le grandi filande di New Lanark in Scozia seguendo gli stessi principi, ma solo con maggiore libertà d'azione e con un successo che gli procurò rinomanza europea. Una popolazione, che salì poco a poco a 2.500 unità e che originariamente si componeva degli elementi più svariati e per la massima parte fortemente degradati, fu da lui trasformata in una perfetta colonia modello, nella quale l'ubriachezza, la polizia, il giudice penale, i processi, l'assistenza ai poveri, il bisogno di beneficenza erano cose sconosciute. E tutto questo semplicemente per il fatto che egli mise questa gente in condizioni più degne dell'uomo e, soprattutto, fece educare adeguatamente la generazione nuova. Egli fu l'inventore degli asili d'infanzia e li introdusse qui per la prima volta. A partire dal secondo anno di vita i bambini venivano a scuola dove tanto si divertivano che a stento potevano essere ricondotti a casa. Mentre i suoi concorrenti lavoravano da tredici a quattordici ore al giorno, a New Lanark si lavorava solo dieci ore e mezza. Allorché una crisi cotoniera costrinse a fermare il lavoro per la durata di quattro mesi, agli operai rimasti disoccupati fu corrisposto il pieno salario. E, così stando le cose, lo stabilimento aveva più che raddoppiato il valore e corrisposto sino all'ultimo ai proprietari un lauto profitto.

Con tutto ciò Owen non era soddisfatto. L'esistenza che aveva creato per i suoi operai era ancora ai suoi occhi molto lontana dall'essere un'esistenza degna dell'uomo; "quegli uomini erano miei schiavi": le condizioni relativamente favorevoli in cui egli li aveva messi erano ancora molto lontane dal permettere uno sviluppo generale e razionale del carattere e dell'intelletto e meno ancora permettevano una libera attività.

"E tuttavia la parte attiva di questi 2.500 uomini produceva per la società altrettanta ricchezza reale quanto appena un mezzo secolo prima avrebbe potuto produrne una popolazione di 600.000 uomini. Io mi chiedevo: che cosa avviene della differenza tra la ricchezza consumata da 2.500 persone e quella che i 600.000 avrebbero dovuto consumare?"

La risposta era chiara. Essa era stata impiegata per versare ai proprietari dello stabilimento il 5% di interesse sul capitale investito ed inoltre più di 300.000 lire sterline (6.000.000 di marchi) di profitto. E ciò che era vero di New Lanark, lo era, e in misura ancora maggiore, per tutte le fabbriche inglesi.

"Senza questa nuova ricchezza creata dalle macchine non si sarebbero potute condurre le guerre per abbattere Napoleone, e per mantenere i principi aristocratici della società. Eppure questo nuovo potere era stato creato dalla classe operaia"

Ad essa perciò ne appartenevano anche i frutti. Le nuove potenti forze produttive, che sino allora erano servite solo per l'arricchimento dei singoli e l'asservimento delle masse, offrivano a Owen la base per un rinnovamento sociale ed erano destinate, come proprietà comune, a lavorare solo per il benessere comune.

In una tale maniera, tipica del mondo degli affari, e, per così dire, frutto del calcolo commerciale, sorse il comunismo di Owen. E mantenne sempre lo stesso carattere orientato verso la pratica. Così nel 1823 Owen propose di alleviare la miseria irlandese mediante colonie comuniste e allegò ai progetti calcoli completi sulle spese di impianto, sulle spese annue e sui redditi prevedibili . E così nel suo piano definitivo per l'avvenire, l'elaborazione tecnica dei dettagli è condotta con tale cognizione di causa che, una volta ammesso il metodo di riforma sociale proposto da Owen, anche dal punto di vista di uno specialista ben poco si può dire contro l'organizzazione particolare.

Il passaggio al comunismo fu il punto critico della vita di Owen. Sino a quando si era presentato come semplice filantropo non aveva raccolto altro che ricchezza, plausi, onori e gloria. Era l'uomo più popolare d'Europa. Non solo uomini del suo ceto, ma uomini di Stato e principi lo ascoltavano plaudendo. Ma quando si fece avanti con le sue teorie comuniste, la situazione cambiò di punto in bianco. Tre grandi ostacoli gli sembrava che soprattutto sbarrassero la strada alla riforma sociale: la proprietà privata, la religione e la forma attuale del matrimonio. Attaccandoli egli sapeva che cosa lo attendeva: il bando da tutta la sicurtà ufficiale e la perdita di tutta la sua posizione sociale. Ma non si lasciò distogliere dall'attaccarli senza riguardi e avvenne quello che aveva previsto. Messo al bando dalla società ufficiale, seppellito nel silenzio della stampa, impoverito dal fallimento di esperimenti comunisti in America ai quali aveva sacrificata tutta la sua fortuna, si volse direttamente alla classe operaia e rimase a lavorare nel suo seno per altri trent'anni. Tutti i movimenti sociali, tutti i veri progressi che in Inghilterra sono stati realizzati nell'interesse degli operai, sono legati al nome di Owen. Così nel 1819, dopo una lotta quinquennale, riuscì a fare approvare la prima legge per la limitazione del lavoro delle donne e dei fanciulli nelle fabbriche . Così presiedette il primo congresso in cui le Trade Unions di tutta l'Inghilterra si unirono in un'unica grande organizzazione sindacale . Così introdusse, come misure di transizione verso l'organizzazione completamente comunista della società, da una parte, le società cooperative (di consumo e di produzione) che da allora hanno per lo meno fornito la prova pratica che tanto il mercante quanto il fabbricante sono persone delle quali si può benissimo fare a meno, dall'altra parte, i magazzini di lavoro, istituzioni per lo scambio di prodotti del lavoro per mezzo di una carta-moneta lavoro la cui unità era costituita dall'ora lavorativa ; istituzioni che necessariamente dovevano fallire, ma che anticipavano in modo perfetto la banca di scambio proudhoniana di molto posteriore, e se ne distinguevano solo perché non volevano rappresentare la panacea di tutti i mali sociali, ma solo un primo passo per una trasformazione molto più radicale della società.

Questi sono gli uomini ai quali il sommo Dühring, dall'alto della sua "verità definitiva di ultima istanza", guarda con quel disprezzo con cui nell'introduzione abbiamo dato qualche esempio. E questo disprezzo, sotto un certo rispetto, non è privo di una sua ragion sufficiente: poggia sostanzialmente su un'ignoranza veramente spaventosa delle opere dei tre utopisti. Così di Saint-Simon ci si dice che "la sua idea fondamentale era sostanzialmente giusta e che, prescindendo da alcune unilateralità, fornisce anche oggi l'impulso diretto verso delle riforme effettive". Ma quantunque sembri che Dühring abbia avuto effettivamente tra le mani alcune delle opere di Saint-Simon, invano cercheremo nelle ventisette pagine che vi si riferiscono l'"idea fondamentale" di Saint-Simon, così come prima invano cercavamo che cosa il Tableau économique di Quesnay "potesse significare per Quesnay stesso", e alla fine siamo costretti ad accontentarci di questa frase:

"l'immaginazione e il sentimento filantropico (...) con l'esaltazione della fantasia che vi si collega, domina tutta la cerchia delle idee di Saint-Simon"!

Di Fourier conosce e considera solo le fantasie avveniristiche dipinte con particolari romanzeschi, ciò che in verità, per stabilire l'infinita superiorità di Dühring su Fourier, è "molto più importante" che non l'indagare come costui "abbia tentato di criticare occasionalmente l'effettivo stato delle cose". Occasionalmente! Ma se quasi in ogni pagina sprizzano le scintille della satira e della critica sulle miserie della tanto esaltata civiltà! È come se si dicesse che Dühring solo "occasionalmente" dichiara Dühring il più grande pensatore di tutti i tempi. Quanto alle dodici pagine dedicate a Robert Owen, Dühring non ha altra fonte che la misera biografia del filisteo Sargant che ignorava anche lui gli scritti più importanti di Owen, quelli sul matrimonio e sull'organizzazione comunista . Dühring si può spingere arditamente sino all'affermazione che in Owen non si può "presupporre alcun comunismo deciso". Certo se Dühring avesse solo avuto tra le mani il "Book of the New Moral World" di Owen, vi avrebbe trovato espresso non soltanto il comunismo più deciso, con pari dovere di lavoro e pari diritto al prodotto, pari proporzionalmente all'età, come Owen non manca mai di aggiungere, ma anche l'elaborazione completa per l'edificio della comunità comunista dell'avvenire con lo schema, il piano e la veduta complessiva a volo d'uccello. Se invece si limita lo "studio diretto degli scritti originali dei rappresentanti delle idee socialiste" alla conoscenza del titolo o al massimo del motto di pochi di questi scritti, come fa qui Dühring, certo non rimane altro che una tale asserzione stupida e inventata di sana pianta. Non solo Owen ha predicato il "comunismo deciso", ma lo ha praticato per cinque anni (dalla fine del quarto al principio del quinto decennio del secolo) nella colonia di Harmony Hall nello Hampshire , il cui comunismo, quanto a decisione, non lascia niente a desiderare. Io stesso ho conosciuto molti che parteciparono allora a questo esperimento comunista modello. Ma di tutto questo, come in generale di tutta l'attività di Owen tra il 1836 e il 1850, Sargant non sa assolutamente nulla ed ecco perché la "profonda storiografia" di Dühring rimane nella più buia ignoranza. Dühring chiama Owen "sotto ogni riguardo un vero mostro di importuna filantropia". Ma allorché lo stesso Dühring ci istruisce intorno a libri di cui a stento conosce titolo e motto, noi non abbiamo assolutamente il diritto di dire che egli è "sotto ogni riguardo un vero mostro di importuna ignoranza", perché questo sulle nostre labbra sarebbe certamente "ingiurioso".

Gli utopisti, abbiamo visto, furono utopisti perché non potevano essere altro in un'epoca in cui la produzione capitalistica era ancora così poco sviluppata. Essi furono obbligati a costruire gli elementi di una nuova società traendoli dal proprio cervello, perché nella vecchia società questi elementi generalmente non erano ancora chiaramente visibili; per i tratti fondamentali del loro nuovo edificio essi furono ridotti a fare appello alla ragione, precisamente perché non potevano ancora fare appello alla storia del loro tempo. Ma se oggi, quasi ottant'anni dopo la loro apparizione, Dühring entra in scena con la pretesa di sviluppare un sistema "di valore decisivo" di un nuovo ordinamento sociale, traendolo come risultato necessario non già dal materiale fornito dallo sviluppo storico, ma dal suo sommo intelletto, dalla sua ragione gravida di verità definitive, egli, che dovunque fiuta epigoni, proprio egli stesso non è che l'epigono degli utopisti, l'ultimo utopista. Egli chiama i grandi utopisti col nome di "alchimisti sociali". Può darsi. L'alchimia fu necessaria a suo tempo. Ma da quel tempo la grande industria ha sviluppato le contraddizioni che erano latenti nel modo di produzione capitalistico, facendole diventare antagonismi così stridenti, che l'imminente crollo di questo modo di produzione si può per così dire toccare con mano; che le stesse nuove forze produttive possono essere mantenute e ulteriormente sviluppate solo mediante l'introduzione di un nuovo modo di produzione, adeguato al grado di sviluppo che al presente hanno raggiunto; che la lotta tra le due classi prodotte dal modo di produzione sinora vigente, e che si riproducono sempre in una posizione di inasprito antagonismo, ha invaso tutti i paesi civili e diventa ogni giorno più accanita, e che, infine, anche la conoscenza di questo nesso storico, delle condizioni della trasformazione sociale che esso rende necessaria e dei tratti essenziali di questa trasformazione parimente da esso condizionati, è già acquisita. E se oggi Dühring fabbrica un nuovo ordinamento sociale utopistico, traendolo dalla sua sublime scatola cranica anziché dal materiale economico presente, egli non fa soltanto della semplice "alchimia sociale", ma si comporta piuttosto come un uomo che, dopo la scoperta e la constatazione delle leggi della chimica moderna, volesse ristabilire di nuovo la vecchia alchimia e utilizzare i pesi atomici, le formule molecolari, le valenze degli atomi, la cristallografia e l'analisi spettroscopica, unicamente per la scoperta... della pietra filosofale.

 



III

 

materialismo storico



 

La concezione materialistica della storia parte dal principio che la produzione e, con la produzione, lo scambio dei suoi prodotti sono la base di ogni ordinamento sociale, che, in ogni società che si presenta nella storia, la distribuzione dei prodotti, e con essa l'articolazione della società in classi o stati, si modella su ciò che si produce, sul modo come si produce e sul modo come si scambia ciò che si produce. Conseguentemente le cause ultime di ogni mutamento sociale e di ogni rivolgimento politico vanno ricercate non nella testa degli uomini, nella loro crescente conoscenza della verità eterna e dell'eterna giustizia, ma nei mutamenti del modo di produzione e di scambio; esse vanno ricercate non nella filosofia, ma nell'economia dell'epoca che si considera. Il sorgere della conoscenza che le istituzioni sociali vigenti sono irrazionali ed ingiuste, che la ragione è diventata un nonsenso, il beneficio un malanno, è solo un segno del fatto che nei metodi di produzione e nelle forme di scambio si sono inavvertitamente verificati dei mutamenti per i quali non è più adeguato quell'ordinamento sociale che si attagliava a condizioni economiche precedenti. Con ciò è detto nello stesso tempo che i mezzi per eliminare gli inconvenienti che sono stati scoperti debbono del pari esistere, più o meno sviluppati, negli stessi mutati rapporti di produzione. Questi mezzi non devono, diciamo, essere inventati dal cervello, ma essere scoperti per mezzo del cervello nei fatti materiali esistenti della produzione.

Su queste basi, quale è dunque la posizione del socialismo moderno?

L'ordinamento sociale vigente, ed è questo un fatto ammesso ora quasi generalmente, è stato creato dalla classe oggi dominante, la borghesia. Il modo di produzione peculiare della borghesia, da Marx in poi designato col nome di modo di produzione capitalistico, era incompatibile con i privilegi locali e di ceto e con i vincoli reciproci dell'ordinamento feudale; la borghesia infranse l'ordinamento feudale e sulle sue rovine instaurò l'ordinamento sociale borghese, il regno della libera concorrenza, della libertà di domicilio, dell'uguaglianza dei diritti dei possessori delle merci, insomma tutte quelle che si chiamano delizie borghesi. Il modo di produzione capitalistico si poté ora sviluppare liberamente. Le forze produttive elaborate sotto la direzione della borghesia si svilupparono da quando il vapore e le nuove macchine utensili trasformarono la vecchia manifattura nella grande industria con celerità e proporzioni fino allora inaudite. Ma come al loro tempo la manifattura e l'artigianato, che sotto la sua azione si era ulteriormente sviluppato, erano venuti in conflitto con i vincoli feudali delle corporazioni, così la grande industria, arrivata al suo più pieno sviluppo, viene in conflitto con i limiti entro i quali la confina il modo di produzione capitalistico. Le nuove forze produttive hanno ormai superato la forma borghese del loro sfruttamento; né questo conflitto tra forze produttive e modo di produzione è un conflitto sorto nella testa degli uomini, come press'a poco quello tra il peccato originale e la giustizia divina, ma esiste nei fatti, obiettivamente, fuori di noi, indipendentemente dalla volontà e dalla condotta stessa di quegli uomini che lo hanno determinato. Il socialismo moderno non è altro che il riflesso ideale di questo conflitto reale, il suo ideale rispecchiarsi, in primo luogo nella testa della classe che sotto di esso direttamente soffre, la classe operaia.

Ora, in che cosa consiste questo conflitto?

Prima della produzione capitalistica, cioè nel medioevo, sussisteva dappertutto la piccola produzione, fondata sul fatto che i lavoratori avevano la proprietà privata dei loro mezzi di produzione: l'agricoltura dei piccoli contadini, liberi o servi, l'artigianato delle città. I mezzi di lavoro, terra, attrezzi agricoli, laboratori, utensili, erano mezzi di lavoro individuali, destinati solo all'uso individuale, quindi necessariamente modesti, minuscoli, limitati. Ma proprio perciò essi appartenevano anche, di regola, al produttore stesso. Concentrare questi mezzi di produzione sparpagliati e ristretti, estenderli, trasformarli nelle leve potentemente efficienti della produzione attuale: questa è stata precisamente la funzione storica del modo di produzione capitalistico e della classe che lo rappresenta, la borghesia. Come essa abbia adempiuto questa sua funzione, a partire dal XV secolo, passando per i tre stadi della cooperazione semplice, della manifattura e della grande industria, è stato descritto diffusamente da Marx nella quarta sezione del "Capitale". Ma la borghesia, come vi è parimente dimostrato, non poteva trasformare quei mezzi di produzione limitati in possenti forze produttive, senza trasformarli da mezzi di produzione individuali in mezzi di produzione sociali che possono esser usati solo da una collettività di uomini. Al posto del filatoio, del telaio a mano, del maglio del fabbro, subentrarono la macchina per filare, il telaio meccanico, il maglio a vapore; al posto del laboratorio individuale subentrò la fabbrica, che esige il lavoro associato di centinaia e migliaia di uomini. E con i mezzi di produzione, così la produzione stessa si trasformò da una serie di atti individuali in una serie di atti sociali e i prodotti si trasformarono da prodotti individuali in prodotti sociali. Il filo, il tessuto, gli oggetti di metallo che ora uscivano dalla fabbrica, erano il prodotto comune di molti operai, per le cui mani essi dovevano passare successivamente prima di essere pronti. Nessuno di loro può dire individualmente: "Questo l'ho fatto io, è il mio prodotto".

Ma laddove la divisione naturale del lavoro in seno alla società è la forma naturale della produzione, essa imprime ai prodotti la forma di merci il cui scambio reciproco, compra e vendita, mette i singoli produttori in condizione di soddisfare i loro svariati bisogni. Questo avveniva già nel medioevo. Il contadino, per es., vendeva prodotti agricoli all'artigiano e a sua volta comprava da esso prodotti artigiani. In questa società di produttori individuali, di produttori di merci, si insinuò dunque il nuovo modo di produzione. Nel bel mezzo della divisione del lavoro naturale, priva di un piano, quale dominava in tutta la società, questo nuovo modo di produzione instaurò la divisione del lavoro secondo un piano, con cui era organizzata nella fabbrica; accanto alla produzione individuale apparve la produzione sociale. I prodotti di entrambi venivano venduti allo stesso mercato e quindi a prezzi, almeno approssimativamente, eguali. Ma l'organizzazione secondo un piano era più forte della divisione naturale del lavoro; le fabbriche che lavoravano socialmente producevano i loro prodotti più a buon mercato che non i piccoli produttori individuali. La produzione individuale soggiacque successivamente in tutti i campi, la produzione sociale rivoluzionò tutto l'antico modo di produzione. Ma questo suo carattere rivoluzionario fu così poco riconosciuto che, al contrario, essa fu introdotta come mezzo per accrescere e favorire la produzione delle merci. Essa sorse ricollegandosi direttamente a leve determinate e già esistenti della produzione e dello scambio delle merci: il capitale mercantile, l'artigianato, il lavoro salariato. Poiché essa stessa si presentava come una nuova forma della produzione di merci, le forme di appropriazione della produzione di merci rimasero in pieno vigore anche per essa.

Nella produzione di merci, quale si era sviluppata nel medioevo, non poteva affatto sorgere la questione a chi dovesse appartenere il prodotto del lavoro. Il produttore individuale lo aveva, di regola, confezionato con una materia prima che gli apparteneva e che spesso era prodotta da lui stesso, con mezzi di lavoro propri e col lavoro manuale proprio e della sua famiglia. Non c'era assolutamente nessun bisogno che egli se lo appropriasse, gli apparteneva in modo assolutamente spontaneo. La proprietà dei prodotti era quindi fondata sul proprio lavoro. Anche laddove ci si serviva del lavoro altrui, di regola questo aiuto restava cosa accessoria e chi lo prestava frequentemente riceveva, oltre al salario, anche un'alra remunerazione: l'apprendista e il garzone delle corporazioni lavoravano per avviarsi a diventare maestri, più che per il vitto e il salario. A questo punto venne la concentrazione dei mezzi di produzione in grandi officine e manifatture, la loro trasformazione in mezzi di produzione effettivamente sociali. Ma i mezzi di produzione e i prodotti sociali furono trattati come se fossero ancora quali erano prima, mezzi di produzione e prodotti individuali. Se ancora il possessore di mezzi di lavoro si era appropriato il prodotto perché di regola era un prodotto suo proprio, e il lavoro sussidiario altrui era solo l'eccezione, ora il possessore degli strumenti di lavoro continuò ad appropriarsi il prodotto, malgrado non fosse più il suo prodotto, ma esclusivamente il prodotto del lavoro altrui. In questo modo i prodotti, oramai creati socialmente, se li appropriarono non già coloro che mettevano effettivamente in movimento i mezzi di produzione e che effettivamente creavano i prodotti, ma il capitalista. I mezzi di produzione e la produzione sono diventati essenzialmente sociali, ma sono sottoposti ad una forma di appropriazione che ha come presupposto la produzione privata individuale, nella quale quindi ognuno possiede il proprio prodotto e lo porta al mercato. Il modo di produzione viene sottoposto a questa forma di appropriazione malgrado ne elimini il presupposto . In questa contraddizione che conferisce al nuovo modo di produzione il suo carattere capitalistico, risiede già in germe tutto il contrasto del nostro tempo. Quanto più il nuovo modo di produzione divenne dominante in tutti i campi decisivi della produzione e in tutti i paesi di importanza economica decisiva, e conseguentemente soppiantò la produzione individuale sino ai suoi residui insignificanti, tanto più crudamente doveva apparire anche l'inconciliabilità della produzione sociale e dell'appropriazione capitalistica.

I primi capitalisti, come abbiamo detto, trovarono già esistente la forma del lavoro salariato; ma lavoro salariato come eccezione, occupazione ausiliaria, accessoria, fase transitoria. Il lavoratore agricolo che andava temporaneamente a lavorare a giornata aveva il suo palmo di terra col quale, in mancanza di meglio, poteva vivere. Gli ordinamenti delle corporazioni si davano cura che il garzone di oggi diventasse il maestro di domani. Ma non appena i mezzi di produzione divennero sociali e furono concentrati nelle mai dei capitalisti, tutto questo mutò. Il mezzo di produzione, così come il prodotto del piccolo produttore individuale, perdette sempre più di valore e a costui non restò altro che andare a salario presso il capitalista. Il lavoro salariato, prima eccezione e occupazione sussidiaria, divenne regola e forma fondamentale di tutta la produzione; prima occupazione accessoria, diventò ora l'attività esclusiva dell'operaio. Il salariato temporaneo si trasformò nel salariato a vita. La quantità dei salariati a vita fu inoltre smisuratamente accresciuta dal contemporaneo crollo dell'ordinamento feudale, dalla dispersione del personale dei signori feudali, dall'espulsione dei contadini dalle loro fattorie, ecc. La separazione tra i mezzi di produzione concentrati nelle mani dei capitalisti e i produttori, ridotti a non possedere altro che la loro forza-lavoro, divenne perfetta. La contraddizione tra produzione sociale e appropriazione capitalistica si presentò come antagonismo tra proletariato e borghesia.

Abbiamo visto che il modo di produzione capitalistico si inserì in una società di produttori di merci, di produttori individuali, il cui nesso sociale era determinato dallo scambio dei loro prodotti. Ma ogni società fondata sulla produzione di merci ha questo di particolare: che in essa i produttori hanno perduto il dominio sui loro propri rapporti sociali. Ognuno produce per sé con mezzi di produzione che casualmente possiede e per il fabbisogno del suo scambio individuale. Nessuno sa né quale quantità del suo articolo arriva al mercato, né in generale quale quantità ne è richiesta; nessuno sa se il suo prodotto individuale risponde ad un effettivo bisogno, né se potrà cavarne le spese, né se in generale potrà vendere. Domina l'anarchia della produzione sociale. Ma la produzione di merci, come ogni altra forma di produzione, ha le sue leggi specifiche, immanenti, inseparabili da essa. E queste leggi si attuano malgrado l'anarchia, in essa e per mezzo di essa. Esse compaiono nell'unica forma di nesso sociale che continua ad esistere, nello scambio, e si fanno valere sui prodotti individuali come leggi coattive della concorrenza. Da principio esse sono quindi sconosciute a questi stessi produttori e devono essere scoperte da loro a poco a poco e solo con una lunga esperienza. Esse dunque si attuano senza i produttori e contro i produttori, come leggi naturali della loro forma di produzione agenti ciecamente. Il prodotto domina i produttori.

Nella società medievale, specialmente nei primi secoli, la produzione era essenzialmente indirizzata al consumo personale. Essa appagava in prevalenza soltanto i bisogni del produttore e della sua famiglia. Laddove, come nella campagna, sussistevano rapporti di dipendenza personale, la produzione contribuiva anche all'appagamento dei bisogni del signore feudale. Quindi non c'era scambio e conseguentemente i prodotti non assumevano neppure il carattere di merci. La famiglia del contadino produceva quasi tutto quello di cui abbisognava, attrezzi e indumenti nonché mezzi di sussistenza. Solo allorché venne a produrre un eccedenza sul proprio fabbisogno e sui versamenti in natura dovuti al signore feudale, solo allora cominciò a produrre anche merci; questa eccedenza immessa nello scambio, offerta in vendita, divenne merce. Gli artigiani cittadini dovettero, certo, già sin dal principio, produrre per lo scambio. Ma essi provvedevano col proprio lavoro anche alla massima parte del loro fabbisogno personale; avevano orti e piccoli campi; mandavano il loro bestiame nel bosco comunale che forniva loro inoltre legname da costruzione e legna da ardere; le donne filavano il lino, la lana, ecc. La produzione per lo scambio, la produzione di merci, era solo sul nascere. Da qui scambio limitato, mercato limitato, modo di produzione stabile, isolamento locale verso l'esterno e unione locale all'interno: la marca nella campagna, la corporazione nella città.

Ma con l'estensione della produzione di merci, e specialmente con l'apparire del modo di produzione capitalistico, entrarono più apertamente e più prepotentemente in azione le leggi della produzione di merci sinora latenti. I vecchi vincoli si allentarono, e vecchie barriere di separazione furono infrante, i produttori si trasformarono sempre più in produttori di merci indipendenti e isolati. Apparve l'anarchia della produzione sociale e sempre più fu spinta al suo estremo. Ma il principale strumento con cui il modo di produzione capitalistico accresceva questa anarchia della produzione sociale era precisamente l'opposto dell'anarchia: era la crescente organizzazione della produzione, in quanto produzione sociale, in ogni singola azienda produttiva. Con questa leva, esso mise fine alla vecchia pacifica stabilità. Laddove veniva introdotto in un ramo di industria, non tollerava accanto a sé nessun altro modo di produzione più vecchio. Laddove si impadroniva di un mestiere ne distruggeva l'antica forma artigiana. Il campo del lavoro divenne un campo di battaglia. Le grandi scoperte geografiche e le colonizzazioni che seguirono moltiplicarono i territori di sbocco e accelerarono la trasformazione dell'artigianato in manifattura. La lotta non scoppiò soltanto tra i singoli produttori di una località; le lotte locali sviluppandosi divennero a loro volta lotte nazionali; come le guerre commerciali dei secoli XVII e XVIII . Finalmente la grande industria e la creazione del mercato mondiale resero universale la lotta e ad un tempo le conferirono una violenza inaudita. Tra i singoli capitalisti, così come tra intere industrie e interi paesi, il problema della loro esistenza viene deciso dalle condizioni più o meno favorevoli della produzione, che possono essere naturali o artificiali. Chi soccombe viene eliminato senza nessun riguardo. È la lotta darwiniana per l'esistenza dell'individuo, trasportata, con accresciuto furore, dalla natura alla società. Il punto di vista dell'animale nella natura appare come l'apice dell'umano sviluppo. La contraddizione tra produzione sociale e appropriazione capitalistica si riproduce come antagonismo tra l'organizzazione della produzione nella singola fabbrica e l'anarchia della produzione nel complesso della società.

Il modo di produzione capitalistico si muove entro queste due forme nelle quali si manifesta quella contraddizione che gli è immanente per la sua origine e descrive, senza possibilità di uscirne, quel "circolo vizioso" che già Fourier vi aveva scoperto. Ciò che Fourier non poteva invero ancora scorgere ai suoi tempi, è che questo circolo progressivamente si restringe, che il movimento rappresenta piuttosto una spirale, e che, come quello dei pianeti, raggiungerà la sua fine collidendo col centro. È la forza motrice dell'anarchia sociale della produzione che trasforma sempre più la grande maggioranza degli uomini in proletari e, a loro volta, sono le masse proletarie che metteranno termine, infine, all'anarchia della produzione. È la forza motrice dell'anarchia sociale della produzione che trasforma l'infinita perfettibilità delle macchine della grande industria in una legge coercitiva che impone al singolo capitalista industriale di perfezionare sempre più le proprie macchine, pena la rovina. Ma perfezionare le macchine significa render superfluo del lavoro umano. Se l'introduzione e l'aumento del macchinario significa soppiantare milioni di operai manuali con pochi operai addetti alle macchine, il miglioramento del macchinario significa soppiantare un numero sempre crescente di operai - essi stessi addetti alle macchine - e in ultima analisi creare una massa di salariati disponibili superiore alla quantità media di unità che il capitale ha bisogno di occupare: creare cioè un vero esercito di riserva industriale, come lo chiamavo già nel 1845 , disponibile per i tempi in cui l'industria lavora ad alta pressione, gettato sul lastrico nella crisi che necessariamente segue, in tutti i tempi palla di piombo al piede della classe operaia nella sua lotta per l'esistenza col capitale, regolatore che serve a tenere il salario a quel basso livello che è adeguato alle esigenze dei capitalisti. Così avviene che, per dirla con Marx, la macchina diviene il più potente mezzo di guerra del capitale contro la classe operaia; che lo strumento di lavoro strappa giornalmente dalle mani dell'operaio i mezzi di sussistenza; che il prodotto stesso dell'operaio si trasforma in uno strumento per l'asservimento dell'operaio. Così accade che l'economizzare mezzi di lavoro diventa a priori ad un tempo una dilapidazione senza ritegno della forza-lavoro ed una rapina ai danni dei normali presupposti della funzione del lavoro; che le macchine, che sono il mezzo più potente per abbreviare il tempo di lavoro, si mutano nel mezzo più infallibile per trasformare tutta la vita dell'operaio e della sua famiglia in tempo di lavoro disponibile per la valorizzazione del capitale; così accade che il sopralavoro degli uni diventa il presupposto della disoccupazione degli altri, e che la grande industria che dà la caccia a nuovi consumatori su tutta la superficie terrestre, in patria riduce il consumo delle masse ad un minimo di fame e così mina il proprio mercato interno.

"La legge infine che equilibra costantemente sovrappopolazione relativa, ossia l'esercito industriale di riserva da una parte e volume ed energia dell'accumulazione dall'altra, incatena l'operaio al capitale in maniera più salda che i cunei di Efesto non saldassero alla roccia Prometeo. Questa legge determina un'accumulazione di miseria proporzionata all'accumulazione di capitale. L'accumulazione di ricchezza all'uno dei poli è dunque al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza, brutalizzazione e degradazione morale al polo opposto, ossia dalla parte della classe che produce il proprio prodotto come capitale"

(Marx, "Il Capitale", pag. 671)

E aspettare dal modo di produzione capitalistico un'altra distribuzione dei prodotti, significa pretendere che gli elettrodi di una batteria, stando in collegamento con la batteria, non debbano scomporre l'acqua e sviluppare ossigeno al polo positivo e idrogeno al polo negativo.

Abbiamo visto come la perfettibilità della macchina moderna, spinta al punto più alto, si trasformi, mediante l'anarchia della produzione nella società, in un'imposizione che costringe il singolo capitalista industriale a migliorare necessariamente le proprie macchine, ad elevarne la forza produttiva. La semplice eventualità effettiva di estendere l'ambito della sua produzione, si trasforma per lui in un'imposizione di egual natura. La enorme forza espansiva della grande industria, di fronte alla quale quella dei gas è un vero giuoco da bambini, si presenta ora ai nostri occhi come un bisogno di espansione sia qualitativa che quantitativa che si fa beffa di ogni pressione contraria. Questa pressione contraria è formata dal consumo, dallo scambio, dai mercati per i prodotti della grande industria. Ma la capacità di estensione dei mercati, sia estensiva che intensiva, è dominata anzitutto da leggi affatto diverse, che agiscono in modo molto energico. La espansione dei mercati non può andare pari passo con quella della produzione. La collisione diviene inevitabile e poiché non può presentare nessuna soluzione sino a che non manda a pezzi lo stesso modo di produzione capitalistico, diventa periodica. La produzione capitalistica genera un nuovo "circolo vizioso".

In effetti, dal 1825, anno in cui scoppiò la prima crisi generale, tutto il mondo industriale e commerciale, la produzione e lo scambio di tutti i popoli civili e di tutte le loro appendici più o meno barbariche, si sfasciano una volta ogni dieci anni circa. Il commercio langue, i mercati sono ingombri, si accumulano i prodotti tanto numerosi quanto inesitabili, il denaro contante diviene invisibile, il credito scompare, le fabbriche si fermano, le masse operaie, per aver prodotto troppi mezzi di sussistenza, mancano di mezzi di sussistenza; fallimenti e vendite all'asta si susseguono. La stagnazione dura per anni, forze produttive e prodotti vengono dilapidati e distrutti in gran copia, sino a che finalmente le masse di merci accumulate defluiscono grazie ad una svalutazione più o meno grande e produzione e scambio a poco a poco riprendono il loro cammino. Gradualmente la loro andatura si accelera, si mette al trotto, il trotto dell'industria si trasforma in galoppo e questo si accelera sino ad assumere l'andatura sfrenata di un vero steeple-chase [corsa ad ostacoli] industriale, commerciale, creditizio e speculativo per ricadere finalmente, dopo salti da rompersi il collo, nel baratro del crac. E così sempre da capo, tutto questo dal 1825 lo abbiamo sperimentato per ben cinque volte e in questo momento (1877) lo stiamo sperimentando per la sesta volta. E il carattere di queste crisi è così nettamente marcato che Fourier le ha colte tutte quante, allorché definì la prima come crise pléthorique, crisi di sovrabbondanza

Nelle crisi la contraddizione tra produzione sociale e appropriazione capitalistica perviene allo scoppio violento. La circolazione delle merci è momentaneamente annientata; il mezzo della circolazione, il denaro, diventa un ostacolo per la circolazione; tutte le leggi della produzione e della circolazione delle merci vengono sovvertite. La collisione economica raggiunge il suo culmine. Il modo della produzione si ribella contro il modo dello scambio, le forze produttive si ribellano contro il modo di produzione che esse hanno già superato.

Il fatto che l'organizzazione sociale della produzione nell'interno della fabbrica ha raggiunto il punto in cui diventa incompatibile con l'anarchia della produzione esistente nella società accanto ad essa e al di sopra di essa, questo fatto viene reso tangibile agli stessi capitalisti dalla potente concentrazione dei capitali che ha luogo durante le crisi, mediante la rovina di un gran numero di grandi capitalisti e di un numero ancora maggiore di piccoli capitalisti. Tutto il meccanismo del modo di produzione capitalistico si arresta sotto la pressione delle forze produttive che esso stesso produce. Esso non riesce più a trasformare in capitale tutta questa massa di mezzi di produzione: essi giacciono inoperosi e, precisamente per questa ragione, anche l'esercito industriale di riserva è costretto a restare inoperoso. Mezzi di produzione, mezzi di sussistenza, operai disponibili, tutti gli elementi della produzione e della ricchezza generale, esistono in sovrabbondanza. Ma "la sovrabbondanza diventa fonte di miseria e penuria" (Fourier) perché è precisamente essa che ostacola la trasformazione dei mezzi di produzione e di sussistenza in capitale. Infatti nella società capitalistica i mezzi di produzione non possono entrare in azione se prima non si sono trasformati in capitale, in mezzi per lo sfruttamento della forza-lavoro umana. La necessità che i mezzi di produzione e di sussistenza assumano il carattere di capitale si erge come uno spettro tra essi e gli operai. Essa sola impedisce il contatto tra le leve reali e le leve personali della produzione; essa sola proibisce ai mezzi di produzione di funzionare e agli operai di lavorare e di vivere. Da una parte dunque viene conclamata la incapacità del modo di produzione capitalistico di continuare a dirigere queste forze produttive. Dall'altra queste stesse forze produttive spingono con forza sempre crescente alla soppressione della contraddizione, alla propria emancipazione dal loro carattere di capitale, all'effettivo riconoscimento del loro carattere di forze produttive sociali.

È questa reazione al proprio carattere di capitale delle forze produttive nel loro rigoglioso sviluppo, è questa progressiva spinta a far riconoscere la propria natura sociale, ciò che obbliga la stessa classe capitalistica a trattare sempre più come sociali queste forze produttive, nella misura in cui è possibile, in generale, sul piano dei rapporti capitalistici. Tanto il periodo di grande prosperità nell'industria con la sua illimitata inflazione creditizia, quanto lo stesso crac con la rovina di grandi imprese capitalistiche, spingono a quella forma di socializzazione di masse considerevolmente grandi di mezzi di produzione, che incontriamo nelle diverse specie di società anonime. Molti di questi mezzi di produzione e di scambio sono sin dal principio così enormi da escludere, come ad es. avviene nelle strade ferrate, ogni altra forma di sfruttamento capitalistico. Ad un certo grado di sviluppo, neanche questa forma è più sufficiente ; il rappresentante ufficiale della società capitalistica, lo Stato, deve assumerne la direzione . La necessità della trasformazione in proprietà statale si manifesta anzitutto nei grandi organismi di comunicazione: poste, telegrafi, ferrovie.

Se le crisi hanno rivelato l'incapacità della borghesia a dirigere ulteriormente le moderne forze produttive, la trasformazione dei grandi organismi di produzione e di traffico in società anonime e in proprietà statale mostra che la borghesia non è indispensabile per il raggiungimento di questo fine. Tutte le funzioni sociali del capitalista sono oggi compiute da impiegati salariati. Il capitalista non ha più nessuna attività sociale che non sia l'intascar rendite, il tagliar cedole e il giocare in borsa, dove i capitali si spogliano a vicenda dei loro capitali. Se il modo di produzione capitalistico ha cominciato col soppiantare gli operai, oggi esso soppianta i capitalisti e li relega, precisamente come gli operai, tra la popolazione superflua, anche se in un primo tempo non li relega tra l'esercito industriale di riserva.

Ma né la traformazione in società anonime , né la trasformazione in proprietà statale, sopprime il carattere di capitale delle forze produttive. Nelle società anonime questo carattere è evidente. E a sua volta lo Stato moderno è l'organizzazione che la società capitalistica si dà per mantenere il modo di produzione capitalistico di fronte agli attacchi sia degli operai che dei singoli capitalisti. Lo Stato moderno, qualunque ne sia la forma, è una macchina essenzialmente capitalistica, uno Stato dei capitalisti, il capitalista collettivo ideale. Quanto più si appropria le forze collettive, tanto più diventa un capitalista collettivo, tanto maggiore è il numero di cittadini che esso sfrutta. Gli operai rimangono dei salariati, dei proletari. Il rapporto capitalistico non viene soppresso, viene invece spinto al suo apice. Ma giunto all'apice, si rovescia. La proprietà statale delle forze produttive non è la soluzione del conflitto, ma racchiude in sé il mezzo formale, la chiave della soluzione.

Questa soluzione può consistere solo nel fatto che si riconosca in effetti la natura sociale delle moderne forze produttive e che quindi il modo di produzione, di appropriazione e di scambio sia messo in armonia con il carattere sociale dei mezzi di produzione. E questo può accadere solo a condizione che, apertamente e senza tergiversazioni, la società si impadronisca delle forze produttive le quali si sottraggono ad ogni altra direzione che non sia quella sua. Così il carattere sociale dei mezzi di produzione e dei prodotti che oggi si volge contro gli stessi produttori, che sconvolge periodicamente il modo di produzione e di scambio e si impone con forza possente e distruttiva solo come cieca legge naturale, viene fatto valere con piena consapevolezza dai produttori e, da causa di turbamento e di sconvolgimento periodico, si trasforma nella più potente leva della produzione stessa.

Le forze socialmente attive agiscono in modo assolutamente uguale alle forze naturali: in maniera cieca, violenta, distruttiva, sino a quando non le riconosciamo e non facciamo i conti con esse. Ma una volta che le abbiamo riconosciute, che ne abbiamo compreso il modo di agire, la direzione e gli effetti, dipende solo da noi il sottometterle sempre più al nostro volere e per mezzo di esse raggiungere i nostri fini. E questo vale in modo tutto particolare per le odierne potenti forze produttive. Fino a quando ostinatamente ci rifiuteremo di intenderne la natura e il carattere, e a questa intelligenza si oppongono il modo di produzione capitalistico e i suoi sostenitori, queste forze agiranno malgrado noi e contro di noi, e, come abbiamo diffusamente esposto, ci domineranno. Ma una volta che siano comprese nella loro natura, esse, nelle mani dei produttori associati, possono essere trasformate da demoniache dominatrici in docili serve. È questa la differenza tra la forza distruttiva dell'elettricità del lampo nella tempesta e l'elettricità domata del telegrafo e della lampada ad arco; la differenza tra l'incendio e il fuoco che agisce al sevizio dell'uomo. Quando le odierne forze produttive saranno considerate in questo modo, conformemente alla loro natura finalmente conosciuta, all'anarchia sociale della produzione subentrerà una regolamentazione socialmente pianificata della produzione, conforme ai bisogni sia della comunità che di ogni singolo. Così il modo di appropriazione capitalistico, in cui il prodotto asservisce anzitutto chi lo produce, ma poi anche colui che se lo appropria, viene sostituito dal modo di appropriazione dei prodotti fondato sulla natura stessa dei moderni mezzi di produzione: da una parte da un'appropriazione direttamente sociale come mezzo per mantenere ed allargare la produzione, dall'altra da un'appropriazione direttamente individuale come mezzo di sussistenza e di godimento.

Il modo di produzione capitalistico, trasformando in misura sempre crescente la grande maggioranza della popolazione in proletari, crea la forza che, pena la morte, è costretta a compiere questo rivolgimento, spingendo in misura sempre maggiore alla trasformazione dei grandi mezzi di produzione socializzati in proprietà statale, essa stessa mostra la via per il compimento di questo rivolgimento. Il proletariato si impadronisce del potere dello Stato e anzitutto trasforma i mezzi di produzione in proprietà dello Stato. Ma così sopprime se stesso come proletariato, sopprime ogni differenza di classe e ogni antagonismo di classe e sopprime anche lo Stato come Stato. La società esistita sinora, smoventesi sul piano degli antagonismi di classe, aveva necessità dello Stato, cioè dell'organizzazione della classe sfruttatrice in ogni periodo, per conservare le condizioni esterne della sua produzione e quindi specialmente per tener con la forza la classe sfruttata nelle condizioni di oppressione date dal modo vigente di produzione (schiavitù, servitù della gleba, semiservitù feudale, lavoro salariato). Lo Stato era il rappresentante ufficiale di tutta la società, la sua sintesi in un corpo visibile, ma lo era in quanto era lo Stato di quella classe che per il suo tempo rappresentava, essa stessa, tutta quanta la società: nell'antichità era lo Stato dei cittadini padroni di schiavi, nel medioevo lo Stato della nobiltà feudale, nel nostro tempo lo Stato della borghesia. Ma, diventando alla fine effettivamente il rappresentante di tutta la società, si rende, esso stesso, superfluo. Non appena non ci sono più classi sociali da mantenere nell'oppressione, non appena con l'eliminazione del dominio di classe e della lotta per l'esistenza individuale fondata sull'anarchia della produzione sinora esistente, saranno eliminati anche le collisioni e gli eccessi che sorgono da tutto ciò, non ci sarà da reprimere più niente di ciò che rendeva necessaria una forza repressiva particolare, uno Stato. Il primo atto con cui lo Stato si presenta realmente come rappresentante di tutta la società, cioè la presa di possesso di tutti i mezzi di produzione in nome della società, è ad un tempo l'ultimo suo atto indipendente in quanto Stato. L'intervento di una forza statale nei rapporti sociali diventa superfluo successivamente in ogni campo e poi viene meno da se stesso. Al posto del governo sulle persone appare l'amministrazione delle cose e la direzione dei processi produttivi. Lo stato non viene "abolito": esso si estingue. Questo è l'apprezzamento che deve farsi della frase "Stato popolare libero" , tanto quindi per la sua giustificazione temporanea in sede di agitazione, quanto per la sua definitiva insufficienza in sede scientifica; e questo è del pari l'apprezzamento che deve farsi dell'esigenza dei cosiddetti anarchici che lo Stato debba essere abolito dall'oggi al domani.

La presa di possesso di tutti i mezzi di produzione da parte della società, sin dall'apparire del modo di produzione capitalistico nella storia, è stata spesso assai sognata più o meno oscuramente sia dai singoli che da intere sette, come un ideale dell'avvenire. Ma essa poteva diventare possibile, poteva diventare una necessità storica, solo quando fossero esistite le condizioni materiali della sua attuazione. Essa, come ogni altro progresso sociale, diviene realizzabile non già per mezzo della conoscenza acquisita che l'esistenza delle classi contraddice alla giustizia, all'eguaglianza, ecc., non già per la semplice volontà di abolire queste classi, ma per mezzo di certe nuove condizioni economiche. La divisione della società in una classe che sfrutta e in una classe che è sfruttata, in una classe che domina e in una classe che è oppressa, è stata la conseguenza necessaria del precedente angusto sviluppo della produzione. Sino a quando il complessivo lavoro sociale fornisce solo un provento che supera soltanto di poco ciò che è necessario per un'esistenza stentata di tutti, sino a quando perciò il lavoro impegna tutto o quasi tutto il tempo della maggioranza dei membri della società, necessariamente la società si divide in classi. Accanto a questa grande maggioranza dedita esclusivamente al lavoro, si forma una classe emancipata dal lavoro immediatamente produttivo, la quale cura gli affari comuni della società: direzione del lavoro, affari di Stato, giustizia, scienza, arti, ecc. A base della divisione in classi sta quindi la legge della divisione del lavoro. Ma ciò non impedisce che questa divisione in classi non si sia effettuata mediante forza e rapina, astuzia e inganno e che la classe dominante, una volta in sella, non abbia mai mancato di consolidare il proprio dominio a spese della classe che lavora e di trasformare la direzione della società in sfruttamento delle masse.

Ma se, di conseguenza, la divisione in classi ha una certa giustificazione storica, tale giustificazione essa l'ha soltanto per un determinato intervallo di tempo, per determinate condizioni sociali. Essa si è fondata sull'insufficienza della produzione e sarà eliminata dal pieno sviluppo delle moderne forze produttive. Ed in effetti, l'abolizione delle classi sociali ha come suo presupposto un grado di sviluppo storico di cui non solo l'esperienza di questa o di quella determinata classe dominante, ma in generale l'esistenza di una classe dominante e quindi della stessa differenza di classe, è diventata un anacronismo, un vecchiume. Essa ha quindi come suo presupposto un alto grado di sviluppo della produzione nel quale l'appropriazione dei mezzi di produzione e dei prodotti, e perciò del potere politico, del monopolio della cultura e del potere spirituale da parte di una particolare classe della società non solo è diventata superflua, ma è diventata anche economicamente, politicamente e intellettualmente un ostacolo allo sviluppo. Questo punto oggi è raggiunto. Se ormai è difficile dire che il fallimento politico e intellettuale della borghesia sia ancora un segreto per essa stessa, il suo fallimento economico si ripete regolarmente ogni dieci anni. In ogni crisi la società soffoca sotto il peso delle proprie forze produttive e dei propri prodotti che essa non può utilizzare, ed è impotente davanti all'assurda contraddizione che i produttori non hanno niente da consumare perché mancano i consumatori. La forza di espansione dei mezzi di produzione strappa i legami che ad essi sono imposti dal modo di produzione capitalistico. La loro liberazione da questi legami è la sola condizione preliminare di uno sviluppo ininterrotto e costantemente accelerato delle forze produttive, e quindi di un incremento praticamente illimitato della produzione stessa. Ma non basta. L'appropriazione sociale dei mezzi di produzione elimina non solo l'ostacolo artificiale oggi esistente della produzione, ma anche la vera e propria completa distruzione di forze produttive e di prodotti, che al presente è l'immancabile campagna della produzione e che raggiunge il suo punto culminante nelle crisi. L'appropriazione sociale, eliminando l'insensato sciupio del lusso delle classi oggi dominanti e dei loro rappresentanti politici, libera inoltre a vantaggio della collettività una massa di mezzi di produzione e di prodotti. La possibilità di assicurare, per mezzo della produzione sociale, a tutti i membri della collettività un'esistenza che non solo sia completamente sufficiente dal punto di vista materiale e diventi ogni giorno più ricca, ma garantisca loro lo sviluppo e l'esercizio completamente liberi delle loro facoltà fisiche e spirituali: questa possibilità esiste ora per la prima volta, ma esiste . ( * )

Con la presa di possesso dei mezzi di produzione da parte della società, viene eliminata la produzione di merci e con ciò il dominio del prodotto sui produttori. L'anarchia all'interno della produzione sociale viene sostituita dall'organizzazione cosciente secondo un piano. La lotta per l'esistenza individuale cessa. In questo modo, in un certo senso, l'uomo si separa definitivamente dal regno degli animali e passa da condizioni di esistenza animali a condizioni di esistenza effettivamente umane. La cerchia delle condizioni di vita che circondano gli uomini e che sinora li hanno dominati passa ora sotto il dominio e il controllo degli uomini, che adesso, per la prima volta, diventano coscienti ed effettivi padroni della natura, perché, diventano padroni della loro propria organizzazione in società. Le leggi della loro attività sociale che sino allora stavano di fronte a loro come leggi di natura estranee e che li dominavano, vengono ora applicate dagli uomini con piena cognizione di causa e quindi dominate. L'organizzazione in società propria degli uomini, che sino ad ora stava loro di fronte come una legge elargita dalla natura e dalla storia, diventa ora la loro propria libera azione. Le forze obiettive ed estranee che sinora hanno dominato la storia passano sotto il controllo degli uomini stessi. Solo da questo momento gli uomini stessi faranno con piena coscienza la loro storia, solo da questo momento le cause sociali da loro poste in azione avranno prevalentemente, e in misura sempre crescente, anche gli effetti che essi hanno voluto. È questo il salto dell'umanità dal regno della necessità al regno della libertà .

Compiere quest'azione di liberazione universale è il compito storico del proletariato moderno. Studiarne a fondo le condizioni storiche e conseguentemente la natura stessa e dare così alla classe, oggi oppressa e chiamata in azione, la coscienza delle condizioni e della natura della sua propria azione è il compito del socialismo scientifico, espressione teorica del movimento proletario.

 

NOTE

( * ) Poche cifre bastano per dare un'idea approssimativa dell'enorme forza di espansione dei moderni mezzi di produzione persino sotto la pressione capitalistica. Secondo i più recenti calcoli di Giffen la ricchezza complessiva di Gran Bretagna e Irlanda ammonta in cifra tonda a:

1814

2.200 milioni di sterline

=

44 milioni di marchi

1865

6.100 milioni di sterline

=

122 milioni di marchi

1875

8.500 milioni di sterline

=

170 milioni di marchi



Per quanto riguarda la devastazione dei mezzi di produzione e dei prodotti nelle crisi, la perdita complessiva della sola industria siderurgica tedesca nell'ultimo crac fu valutata intorno a 445 milioni di marchi, al secondo congresso degli industriali tedeschi, Berlino, 21 febbraio 1878.

Le cifre qui pubblicate sulla somma totale delle ricchezze della Gran Bretagna e dell'Irlanda sono ricavate dalla conferenza di Robert Giffen sull'accumulazione di capitale nel regno Unito ("Recent accumulation of capital in the United Kingdom"), tenuta il 15 gennaio 1878 alla Statistical Society e stampata sul londinese "Journal of the Statistical Society", marzo 1878.







I. Società medievale.

Piccola produzione individuale. Mezzi di produzione adattati all'uso individuale, perciò rozzi e primitivi, minuscoli, di efficacia minima. Produzione per il consumo immediato sia del produttore stesso che del suo signore feudale. Solo laddove ha luogo un'eccedenza della produzione su questo consumo, questa eccedenza viene offerta in vendita e destinata allo scambio: la produzione mercantile è quindi solo sul nascere, ma già ora essa contiene in sé, in germe, l'anarchia nella produzione sociale.

II. Rivoluzione capitalistica.

Trasformazione dell'industria in un primo tempo per opera della cooperazione semplice e della manifattura. Concentrazione in grandi officine di mezzi di produzione sin qui sparsi, e quindi loro trasformazione da mezzi di produzione individuali in mezzi di produzione sociali: trasformazione che non tocca in complesso la forma dello scambio. Le vecchie forme di appropriazione rimangono in vigore. Appare il capitalista: nella sua qualità di proprietario dei mezzi di produzione si appropria anche i prodotti e li trasforma in merci. La produzione è diventata un atto sociale; lo scambio e con esso l'appropriazione rimangono atti individuali, atti del singolo. Il prodotto sociale se lo appropria il capitalista singolo. Contraddizione fondamentale da cui sorgono tutte le contraddizioni tra le quali si muove la società moderna e che la grande industria mette chiaramente in evidenza.

A. Separazione del produttore dai mezzi di produzione. Condanna dell'operaio al lavoro salariato vita natural durante. Antagonismo tra proletariato e borghesia.

B. Crescente rilievo e progredente efficienza delle leggi che dominano la produzione mercantile. Sfrenata lotta di concorrenza. Contraddizione tra l'organizzazione sociale della singola fabbrica e l'anarchia sociale nel complesso della produzione.

C. Da una parte perfezionamento del macchinario diventato per opera della concorrenza legge coercitiva per ogni singolo industriale e che equivale ad un sempre crescente licenziamento di operai: esercito industriale di riserva. Dall'altra parte estensione illimitata della produzione e del pari legge coercitiva della concorrenza per ogni singolo industriale. Da una parte e dall'altra sviluppo inaudito delle forze produttive, eccedenza dell'offerta sulla domanda, sovrapproduzione, ingorgo dei mercati, crisi decennali, circolo vizioso: qua eccedenza di mezzi di produzione e di prodotti, là eccedenza di operai senza occupazione e senza mezzi di sussistenza; ma queste due leve della produzione e del benessere sociale non possono andare insieme perché la forma capitalistica della produzione impedisce alle forze produttive di agire, ai prodotti di circolare, ove precedentemente non si siano trasformati in capitale: ciò che è precisamente impedito dal loro eccesso. La contraddizione si è sviluppata sino a diventare il controsenso per cui il modo di produzione si ribella contro la forma dello scambio. È provato che la borghesia è incapace di continuare ulteriormente a dirigere le proprie forze produttive sociali.

D. Parziale riconoscimento del carattere sociale delle forze produttive, riconoscimento a cui è obbligato lo stesso capitalista. Appropriazione dei grandi organismi di produzione e di traffico, prima da parte di società anonime, più tardi da parte di trust e in ultimo da parte dello Stato. La borghesia dimostra di essere una classe superflua; tutte le sue funzioni sociali vengono ora compiute da impiegati stipendiati.

III. Rivoluzione proletaria.

Soluzione delle contraddizioni: il proletariato si impadronisce del potere pubblico e in virtù di questo potere trasforma i mezzi di produzione sociale che sfuggono dalle mani della borghesia, in proprietà pubblica. Con quest'atto il proletariato libera i mezzi di produzione dal carattere di capitale che sinora essi avevano e dà al loro carattere sociale la piena libertà di esplicarsi. Ormai diviene possibile una produzione sociale conforme ad un piano prestabilito. Lo sviluppo della produzione rende anacronistica l'ulteriore esistenza di classi sociali distinte. Nella misura in cui scompare l'anarchia della produzione sociale, vien meno anche l'autorità politica dello Stato. Gli uomini, finalmente padroni della forma loro propria di organizzazione sociale, diventano perciò ad un tempo padroni della natura, padroni di se stessi, liberi.