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Friedrich Engels

 

I bakuninisti a lavoro

note sull'insurrezione in Spagna dell'estate 1873

 

 

La serie di articoli che segue (a eccezione della Nota preliminare) fu pubblicata da Engels con titolo Die Bakunisten an der Arbeit. Denkschrift tiber den Aufstand in Spanien im Sommer 1873, in Der Volksstaat, Lipsia, 31 ottobre, 2 e 5 novembre 1873, nn. 105, 106 e 107. Gli articoli vennero editi anche in estratto, con titolo Die Bakunisten an der Arbeit. Denkschrift über den letzen Aufstand in Spanien, Lipsia, 1873. Il lavoro fu ristampato 21 anni più tardi in una raccolta di saggi di Engels, Internationales aus dem «Volksstaat » (1871-1875), Berlino, 1894, nelle pp. 17-38, preceduto da una Vorbemerkung (1894), nelle pp. 16-17.

 

 

 

Nota preliminare


(1894)

Per facilitare la comprensione degli appunti seguenti, possono essere utili alcuni dati cronologici.

Il 9 febbraio 1873, re Amedeo, stanco del suo regno di Spagna — il primo re a far sciopero — abdicò. Il 12 dello stesso mese fu proclamata la repubblica; subito dopo, nelle province basche, scoppiò una nuova insurrezione carlista.

Il 10 aprile fu eletta un'Assemblea costituente, che si riunì nei primi giorni di giugno e l’8 proclamò la repubblica federale. L'11 si formò un nuovo ministero, presieduto da Pi y Margall. In pari tempo fu eletta una commissione per redigere il progetto della nuova costituzione, ma da essa furono esclusi i repubblicani di sinistra, i cosiddetti intransigenti. Cosi, il 3 luglio, quando fu proclamata questa nuova costituzione, gli intransigenti trovarono che essa non andava abbastanza avanti sulla linea della divisione della Spagna in «cantoni indipendenti»; si sollevarono perciò di nuovo nelle province: a Siviglia, Cordova, Granada, Malaga, Cadice, Alcoy, Murcia, Cartagena, Valenza ecc. Nei giorni dal 5 all'11 luglio furono ovunque vincitori e instaurarono in ciascuna delle suddette città un governo cantonale indipendente. Il 18 luglio, Pi y Margall rassegnò le dimissioni e fu sostituito da Salmerón, il quale inviò immediatamente le truppe contro gli insorti. Questi ultimi furono sconfitti in pochi giorni, dopo una debole resistenza; già il 26 luglio, in seguito alla caduta di Cadice, il potere del governo era restaurato in tutta l'Andalusia e quasi contemporaneamente furono sottomesse Murcia e Valenza; soltanto Valenza dimostrò una certa energia nella lotta.

Solo Cartagena resistette. II. massimo porto militare della Spagna, che insieme alla flotta era caduto nelle mani degli insorti, era difeso dalla parte di terra, al di là dei bastioni, anche da 13 forti staccati e perciò non era facile prenderlo. E, poiché il governo non voleva distruggere la base della propria flotta, il «cantone sovrano di Cartagena» restò in vita sino all'11 gennaio 1874, quando infine, non essendo assolutamente in grado di far nulla di meglio al mondo, capitolò.

Di questa insurrezione ignominiosa ci interessano qui solamente le azioni ancor più ignominiose degli anarchici bakuninisti; solamente esse sono descritte qui, più o meno particolareggiatamente, ad ammonimento dei nostri contemporanei.

 

I


Il rapporto della commissione dell'Aja sull'Alleanza segreta di Bakunin, ora pubblicato [*1] , ha rivelato al mondo operaio le azioni segrete, le furfanterie e la fraseologia demagogica, mediante la quale si voleva mettere il movimento proletario al servizio della tronfia ambizione e delle mire personali di alcuni geni incompresi. Intanto, questi sedicenti grandi uomini ci hanno dato in Spagna l'opportunità di conoscere anche la loro attività rivoluzionaria pratica. Vediamo come essi realizzano le loro frasi ultrarivoluzionarie sull'anarchia e sull'autogoverno, sull'abolizione di tutte le autorità, specialmente di quella statale, e sull'immediata e completa emancipazione dei lavoratori. Noi siamo ora infine in grado di far questo, perché abbiamo davanti a noi, oltre alle informazioni dei giornali sugli avvenimenti di Spagna, anche il rapporto inviato al congresso di Ginevra [1] dalla nuova federazione madrilena dell'Internazionale.

È noto che in Spagna, nella scissione dell'Internazionale, i membri dell'Alleanza segreta ebbero il sopravvento; la grande maggioranza dei lavoratori spagnoli parteggiava per essi. Quando nel febbraio del 1873 fu proclamata la repubblica, gli alleanzisti spagnoli si trovarono in una posizione molto difficile. La Spagna è industrialmente un paese tanto arretrato, che non vi si può neppure parlare di un'immediata completa emancipazione della classe operaia. Prima di arrivare a questo, la Spagna deve ancora percorrere diversi gradi preliminari dello sviluppo e sgombrare la strada da tutta una serie di ostacoli. La repubblica offriva l'occasione propizia per superare nel più breve tempo possibile quei gradi preliminari e per rimuovere rapidamente quegli ostacoli. Ma questa occasione poteva essere utilizzata soltanto mediante l'intervento politico attivo della classe operaia spagnola. La massa degli operai lo sentiva: essa insisteva dovunque perché si prendesse parte agli avvenimenti, si approfittasse dell'occasione per agire, invece di lasciare come per il passato, il campo libero alle classi possidenti, alle loro azioni e ai loro intrighi.

Il governo indisse le elezioni per le Cortes costituenti: quale posizione doveva prendere l'Internazionale? I capi dei bakuninisti erano nel più grande imbarazzo. Un'inattività politica prolungata appariva di giorno in giorno sempre più ridicola e impossibile; gli operai volevano «vedere i fatti». D'altra parte, gli alleanzisti avevano predicato per anni che non si poteva prender parte ad alcuna rivoluzione che non avesse per scopo l'immediata completa emancipazione della classe operaia; che l'esecuzione di qualsiasi azione politica implicava il riconoscimento dello Stato, questo principio del male, e che perciò la partecipazione a una qualsiasi elezione era un delitto che meritava la pena di morte. Come essi siano usciti da questo dilemma, ce lo dice il sovraeccitato rapporto di Madrid:

    «Le stesse persone, che respingevano la decisione dell'Aja sull'attività politica della classe operaia, calpestarono gli statuti dell'associazione, portando così la divisione, la lotta e il disordine nell'Internazionale spagnola; quegli stessi che ebbero l'impudenza di presentar noi agli occhi degli operai come degli ambiziosi cacciatori di cariche, desiderosi soprattutto, con il pretesto di portare al potere la classe operaia, di prendersi il potere per sé; quegli stessi che si chiamano autonomi, rivoluzionari, anarchici ecc., in questa occasione si sono gettati con fervore a far della politica, ma della politica della peggior specie, della politica borghese. Essi non hanno lavorato per procurate il potere politico alla classe operaia — quest'idea, al contrario, li fa inorridire — ma per aiutare una frazione della borghesia, composta di avventurieri, di ambiziosi e di cacciatori di cariche, sedicenti repubblicani intransigenti, ad afferrare il timone.
    «Già alla vigilia delle elezioni generali per le Cortes costituenti gli operai di Barcellona, di Alcoy e di altre località esigevano di sapere quale politica dovessero seguire gli operai, sia nella lotta parlamentate sia in tutte le altre lotte. Si tennero perciò due grandi riunioni, una a Barcellona e l'altra ad Alcoy. In tutte e due, gli alleanzisti lottarono con tutte le loro forze per impedire che fosse determinata la condotta politica che l'Internazionale [nota bene [2]: la loro] doveva osservare. Si decise quindi che l'Internazionale, come associazione, non dovesse esercitare nessuna azione 'politica; ma che gli internazionalisti, ognuno per conto suo, potessero agire come volevano e si potessero associare a qualunque partito cui avessero creduto opportuno: e tutto questo in forza della loro famosa autonomia! E quali furono le conseguenze dell'applicazione di urna così insulsa dottrina? Che la grande massa degli internazionalisti, compresi gli anarchici, parteciparono alle elezioni senza un programma, senza una bandiera, senza candidati propri, contribuendo così all'elezione quasi esclusiva di repubblicani borghesi. Entrarono alla Camera solo due o tre operai: gente che non rappresentava assolutamente nulla, che non ha levato una sola volta la voce in difesa degli interessi della nostra classe e che votò allegramente per tutte le proposte reazionarie presentate dalla maggioranza».

Questo è il risultato della bakuniniana «astensione dalla politica». In tempi normali, quando il proletariato sapeva in anticipo che poteva mandare al massimo solo alcuni rappresentanti al parlamento e che gli era del tutto impossibile ottenere una maggioranza parlamentare, si poteva riuscire qua e là a far credere agli operai che è una grande azione rivoluzionaria restare a casa all'epoca delle elezioni e attaccare non già lo Stato nel quale si vive e che ci opprime, ma lo Stato come tale, lo Stato in generale, che non esiste in nessun luogo e che non può quindi nemmeno difendersi. Splendido modo, fra l'altro, di fare il rivoluzionario, per della gente il cui cuore casca facilmente nei pantaloni. E che i capi degli alleanzisti spagnoli siano di questa fatta, risulta particolarmente dallo scritto sopra menzionato sull'Alleanza.

Ma, non appena gli avvenimenti stessi cominciano a spingere il proletariato in primo piano sulla scena, l'astensione diventa un'assurdità manifesta e l'attivo intervento della classe operaia una necessità inevitabile. Tale era il caso in Spagna. L'abdicazione di Amedeo aveva tolto ai radicali monarchici [3] il potere e la possibilità di riconquistarlo presto; per gli alfonsisti [4], la cosa era ancor più impossibile; i carlisti, come quasi sempre, preferivano la guerra civile alla lotta elettorale. Tutti questi partiti si astennero secondo l'uso spagnolo: presero parte alle elezioni soltanto i repubblicani federalisti, divisi in due campi, e la massa degli operai. Per la potente attrazione che il nome dell'Internazionale esercitava ancora sugli operai spagnoli, per l'eccellente organizzazione che, almeno in pratica, esisteva ancora nella sezione spagnola, c'era la certezza che, nei distretti industriali della Catalogna, a Valenza, nelle città andaluse ecc, ogni candidatura posta e appoggiata dall'Internazionale sarebbe facilmente passata e che si sarebbe sicuramente inviata alle Cortes una minoranza abbastanza forte per essere, a ogni costo, arbitra della situazione fra le due ali dei repubblicani. Gli operai sentivano questo, sentivano che era venuto il momento di mettere in moto la loro organizzazione, allora ancora potente. Ma i signori capi della scuola di Bakunin avevano da tanto tempo predicato il Vangelo dell'astensione incondizionata, che non potevano repentinamente cambiare: e trovarono così quella scappatoia vergognosa di far astenere l'Internazionale come associazione, ma di lasciar votare i membri individualmente, a loro piacimento. Il risultato di questa dichiarazione di bancarotta politica fu che gli operai, come sempre in simili casi, votarono per quelli che nei loro discorsi si mostravano più radicali — per gli intransigenti — e perciò presero su di sé in maggior grado la responsabilità dei passi ulteriori dei loro eletti e si trovarono implicati nelle loro azioni.

 

II


Gli alleanzisti non potevano persistere nella ridicola posizione in cui si erano cacciati con la loro abile politica elettorale, altrimenti ' avrebbero perduto per sempre il loro dominio sull'Internazionale spagnola. Dovevano agire, almeno per salvare le apparenze. Ciò che doveva salvarli era lo sciopero generale.

Lo sciopero generale è nel programma di Bakunin la leva per mezzo della quale si compie la rivoluzione sociale. Un bel mattino tutti gli operai di tutti i rami dell'industria di un paese, o meglio, del mondo intero, cessano il lavoro, e in questo modo, al massimo in quattro settimane, costringono le classi possidenti o a sottomettersi umilmente o ad attaccare gli operai, in modo che questi avrebbero allora il diritto di difendersi e, cogliendo l'occasione, di rovesciare tutta la vecchia società. Il progetto è ben lungi dall'essere nuovo: i socialisti francesi, e dopo di essi i socialisti belgi, hanno inforcato fin dal 1848 questo cavallo di parata, che è tuttavia di origine inglese. Durante il rapido e violento sviluppo del cartismo [5] , che seguì la crisi del 1837, tra gli operai inglesi si predicava, fin dal 1839, il «mese sacro» [6], la sospensione del lavoro su 14.0pt; color:black'>scala nazionale [*2], suscitando una tal eco tra gli operai, che nelle fabbriche dell'Inghilterra del nord, nel luglio 1842, essi tentarono di realizzare la cosa. Anche nel congresso dell'Alleanza, a Ginevra (1° settembre 1873) [7], lo sciopero generale ebbe una grande parte; tutti però convennero che a questo scopo era necessaria un'organizzazione perfetta della classe operaia e una cassa ben fornita. E qui appunto casca l'asino! Da una parte i governi, specialmente se incoraggiati dall'astensione politica, non lasceranno andar così avanti né l'organizzazione, né la cassa dei lavoratori; e, d'altra parte, gli avvenimenti politici e gli arbitri delle classi dominanti determineranno il successo del movimento di liberazione degli operai molto prima che il proletariato riesca a darsi una organizzazione ideale e un fondo di riserva così importante. E, se li avesse, non gli occorrerebbe la via indiretta dello sciopero generale per raggiungere lo scopo.

Per chiunque conosca un poco la vita segreta dell'Alleanza, non vi può essere dubbio che la proposta di applicare questo mezzo sperimentato è partita dal centro svizzero. Comunque, i capi spagnoli trovarono qui una via d'uscita per far qualcosa senza imbrancarsi nella «politica» e si misero all'opera con gioia. Si predicarono dovunque i risultati miracolosi dello sciopero generale e si fecero dei preparativi per dargli avvio a Barcellona e ad Alcoy.

Nel frattempo le condizioni politiche evolvevano sempre più verso la crisi. I vecchi portavoce dei repubblicani federalisti, Castelar e consorti, si spaventarono davanti al movimento che li sopravanzava; e finirono col dover cedere il potere a Pi y Margall, che tentò un compromesso con gli intransigenti. Tra i repubblicani ufficiali, Pi era il solo socialista, il solo che comprendeva la necessità di far poggiare la repubblica sugli operai. Egli presentò subito un programma di misure di carattere sociale, applicabili immediatamente, che non solo erano di diretto vantaggio per gli operai, ma dovevano anche, con le loro conseguenze, portare a passi ulteriori e mettere in marcia così la rivoluzione sociale. Ma gli internazionalisti bakuninisti, che si sentono tenuti a respingere anche le misure più rivoluzionarie, dal momento che esse emanano dallo «Stato», preferiscono appoggiare i più sfrontati ciarlatani tra gli intransigenti piuttosto che un ministro. Le trattative di Pi con gli intransigenti andarono per le lunghe: gli intransigenti s'impazientirono; i più ardenti cominciarono l'insurrezione cantonale in Andalusia. Ora, i capi dell'Alleanza, se non volevano restare a rimorchio degli intransigenti borghesi, dovevano egualmente incominciare l'azione. Si ordinò quindi lo sciopero generale.

A Barcellona venne affisso, fra gli altri, il seguente manifesto:

    «Operai! Noi scendiamo in sciopero generale per mostrare il profondo orrore che proviamo nel vedere il governo adoperare l'esercito contro i nostri fratelli lavoratori e trascurare la guerra contro i carlisti» ecc.

Gli operai di Barcellona, la più grande città industriale della Spagna, la cui storia conta più battaglie sulle barricate di ogni altra città del mondo, furono chiamati ad affrontare le forze armate del governo, non con le armi alla mano, ma con una cessazione generale del lavoro, con una misura cioè che colpisce direttamente soltanto i singoli borghesi, ma non il loro rappresentante generale: il potere dello Stato. Gli operai di Barcellona, nei tempi pacifici di inazione, avevano potuto ascoltare le frasi violente di gente tranquilla come gli Alerini, i Farga-Pellicer, i Vinas. Ma quando si venne all'azione, quando gli Alerini, i Farga, i Vinas [8] pubblicarono dapprima il loro famoso programma elettorale, poi si adoperarono assiduamente a predicare la calma e finalmente, invece di incitare a prendere le armi, dichiararono lo sciopero generale, essi si resero addirittura spregevoli agli occhi degli operai. Il più debole degli intransigenti dimostrava sempre maggior energia del più forte degli alleanzisti. L'Alleanza e l'Internazionale, da essa menata per il naso, perdettero ogni influenza: e quando questi signori proclamarono lo sciopero generale con il pretesto di ridurre il governo all'impotenza, gli operai non fecero altro che ridere. Ma l'attività della falsa Internazionale era riuscita a impedire che Barcellona partecipasse all'insurrezione cantonale; e Barcellona era l'unica città la cui adesione al movimento potesse dare un saldo appoggio all'elemento operaio, che vi era fortemente rappresentato dovunque, con la prospettiva, perciò, di impadronirsi infine dell'intero movimento. L'adesione di Barcellona, inoltre, avrebbe, per così dire, deciso della vittoria. Ma essa non mosse un dito: gli operai di Barcellona, ben conoscendo gli intransigenti e giocati dagli alleanzisti, restarono inoperosi e assicurarono così la vittoria finale del governo madrileno. Tutto ciò non trattenne gli alleanzisti Alerini e Brousse (si troveranno sul loro conto maggiori particolari nel rapporto sull'Alleanza) [1] dal dichiarare nel loro giornale, La solidarité révolutionnaire:

    «II movimento rivoluzionario si diffonde fulmineamente nell'intera penisola... a Barcellona non è ancora accaduto nulla, ma nelle piazze, nei luoghi pubblici, c'è in permanenza la rivoluzione! »

Si tratta però della rivoluzione degli alleanzisti, che consiste nel battere il tamburo e che, appunto per questo, resta «permanentemente» sul «posto».

Contemporaneamente, ad Alcoy si mise all'ordine del giorno lo sciopero generale. Alcoy è una città industriale, di data recente, e conta al presente 30.000 abitanti circa. L'Internazionale, nella forma bakuninista, vi era penetrata soltanto da un anno e vi si era rapidamente diffusa. Il socialismo, sotto qualsiasi forma, era il benvenuto per gli operai di questa città, che fino ad allora erano rimasti estranei a ogni movimento, proprio come avviene oggi qua e là in Germania nei luoghi rimasti ancora arretrati, dove l'Associazione Generale degli Operai Tedeschi recluta di punto in bianco un gran numero di aderenti momentanei. Alcoy fu perciò scelta a sede della commissione federale bakuninista per la Spagna, e qui appunto vedremo questa commissione all'opera.

Il 7 luglio, una riunione operaia decide lo sciopero generale e invia, il giorno seguente, una delegazione all’alcade (sindaco), per chiedergli di convocare entro 24 ore i fabbricanti e sottometter loro le richieste degli operai. L'alcade Albors [9], un repubblicano borghese, tiene a bada in mille modi gli operai, chiama truppe da Alicante e consiglia ai fabbricanti di non cedere e di barricarsi nelle 14.0pt; color:black'>loro case. Egli stesso sarà al suo posto. Dopo una riunione con i fabbricanti — seguiamo qui il rapporto ufficiale della commissione federale dell'Alleanza in data 14 luglio 1873 — l'alcade, che da principio aveva promesso la neutralità agli operai, lancia un proclama nel quale «offende gli operai e li calunnia, prende partito per i fabbricanti, annullando così il diritto e la libertà degli scioperanti e provocandoli alla lotta». Come possano i pii desideri di un sindaco annullare il diritto e la libertà degli operai, rimane in ogni caso da chiarire. Basta: gli operai, guidati dall'Alleanza per il tramite di una commissione, fanno dichiarare al consiglio comunale che, se non è disposto a mantenere nello sciopero la neutralità promessa, deve dimettersi per evitare un conflitto. La commissione fu rimandata indietro, e, quando abbandonò il palazzo municipale, la polizia fece fuoco sul popolo, che sostava pacifico e inerme sulla piazza. Questo, secondo il rapporto dell'Alleanza, il principio della lotta. Il popolo si armò, la lotta cominciò, e sarebbe durata «20 ore». Da una parte, i lavoratori, che la Solidarité révolutionnaire computa a 5.000; dall'altra 32 gendarmi nel palazzo comunale e qualche armato isolato in quattro o cinque case che danno sul mercato e che furono incendiate dal popolo alla buona maniera prussiana. Finalmente i gendarmi, esaurite le munizioni, dovettero capitolare.

    «Si avrebbero a lamentaste meno incidenti», dice il rapporto della commissione dell'Alleanza, «se l'alcade Albors non avesse ingannato il popolo, fingendo prima di arrendersi e facendo poi vilmente assassinare coloro che, fidenti nella sua parola, erano penetrati nel palazzo comunale; e questo stesso alcade non sarebbe stato ucciso dal popolo giustamente indignato, se non avesse scaricato a bruciapelo di suo revolver su coloro che lo arrestavano».

E quali furono le vittime di questa lotta?

    «Se mon possiamo calcolare con precisione il numero dei morti e feriti» (dalla parte del popolo), dice il rapporto, «possiamo dire che essi non sono meno di 10. Dalla parte dei provocatori si contano non meno di 15 morti e feriti».

Questo fu il primo combattimento di strada dell'Alleanza. Si combatté per 20 ore, forti di 5.000 uomini, contro 32 gendarmi e alcuni borghesi armati, si riuscì a vincerli dopo che ebbero sparato tutte le loro munizioni e si perdettero in tutto 10 uomini. L'Alleanza poteva ben inculcare nei suoi addetti le parole di Falstaff : «La prudenza è la parte migliore del coraggio» [10].

Si capisce che le notizie spaventose dei giornali borghesi, di fabbriche inutilmente incendiate, di gendarmi fucilati in massa, di uomini cosparsi di petrolio e bruciati, sono delle pure invenzioni. Gli operai vittoriosi, anche se condotti da membri dell'Alleanza, il cui motto è: «Bisogna metter tutto sossopra!», si mostrano sempre troppo generosi verso i loro avversari vinti, e questi attribuiscono poi agli operai tutti i misfatti che essi non trascurano mai di compiere in caso di vittoria.

La vittoria era dunque raggiunta.

    «Ad Alcoy», giubila la Solidarité rèvolutionnaire, «i nostri amici, in numero di 5.000, sono diventati padroni della situazione».

E che fecero i «padroni» della loro «situazione»?

Su questo punto, il rapporto dell'Alleanza e il suo foglio non ci dicono una parola: ci si rinvia alle solite notizie dei giornali. Da questi apprendiamo che ad Alcoy si costituì un governo rivoluzionario. È vero che gli alleanzisti, al loro congresso di Saint-Imier, in Svizzera, il 15 settembre 1872 [11], avevano deciso «che ogni organizzazione di un potere politico, sedicente provvisorio o rivoluzionario, non può che essere una nuova frode e, per il proletariato, altrettanto pericolosa quanto i governi attualmente esistenti». I componenti la commissione federale spagnola sedente ad Alcoy avevano anche fatto del loro meglio per fare accettare tale decisione al congresso dell'Internazionale spagnola. Malgrado tutto troviamo che Severino Albarracin, componente di quella commissione e, secondo alcuni rapporti, anche Francisco Tomàs, suo segretario, erano membri del governo provvisorio e rivoluzionario, membri del comitato di salute pubblica di Alcoy!

E che cosa fece questo comitato di salute pubblica? Quali furono le sue misure per ottenere «l'immediata e completa emancipazione degli operai»? Proibì a tutti gli uomini di lasciare la città, mentre ciò restava permesso alle donne, purché avessero un passaporto! Gli avversari dell'autorità introducono di nuovo i passaporti! In tutto il resto, perplessità, inazione, impotenza assoluta.

Frattanto, il generale Velarde avanzava con delle truppe provenienti da Alicante. Il governo aveva le sue buone ragioni per sedare silenziosamente le insurrezioni locali. E i «padroni della situazione» di Alcoy avevano le loro buone ragioni per trarsi da una situazione nella quale non sapevano che fare. Il deputato Cervera, che faceva da intermediario, aveva dunque buon gioco. Il comitato di salute pubblica si dimise, le truppe entrarono il 12 luglio senza incontrare resistenza, e la sola promessa fatta al comitato di salute pubblica fu quella di un'amnistia generale. Gli alleanzisti «padroni della situazione» erano, ancora una volta, felicemente fuori di imbarazzo. E così finì l'avventura di Alcoy.

    A Sanlùcat di Banrameda, vicino a Cadice, ci racconta il rapporto dell'Alleanza, «l'alcade chiude il locale dell'Internazionale e con le sue minacce e i suoi inauditi attacchi contro i diritti personali dei cittadini provoca la collera degli operai. Una commissione reclama dal ministro il riconoscimento dei loro diritti e la riapertura del locale, arbitrariamente chiuso. Il signor Pi acconsente, in linea di principio, ma rifiuta in pratica. Gli operai trovano che il governo, metodicamente, vuol mettere la loro associazione fuori legge: destituiscono le autorità locali e le sostituiscano con altre, che riaprono il locale dell'associazione».

«A Sanlùcar... il popolo domina la situazione», comunica trionfalmente la Solidarité révolutionnaire. Gli alleanzisti, che formano anche qui, contro il loro principio anarchico fondamentale, un governo rivoluzionario, non sanno che cosa fare del loro potere. Perdono tempo in inutili dibattiti e in decisioni platoniche; e quando il generale Pavia, una volta occupata Siviglia e Cadice, spedisce il 5 agosto alcune compagnie della brigata Soria a Sanlùcar, non incontra alcuna resistenza.

Ecco le eroiche gesta dell'Alleanza laddove si è presentata senza concorrenza alcuna.

 

 

III


Subito dopo la lotta di strada ad Alcoy, gli intransigenti si sollevarono nell'Andalusia. Pi y Margall era ancora al timone e in continue trattative con i capi di questo partito per formare con loro un ministero: perché dunque sollevarsi prima che le trattative fossero fallite? La causa di questa precipitazione non è mai stata chiara; ma è certo che per i signori intransigenti la prima cosa da fare era l'instaurazione, nel più breve tempo possibile, della repubblica federale, al fine di impadronirsi del potere e dei molti nuovi posti di governo nei singoli cantoni. Le Cortes, a Madrid, indugiavano troppo a dividere la Spagna: si dovevano quindi mettere le mani avanti e proclamare dovunque i cantoni sovrani. Data la condotta fino ad allora seguita dall'Internazionale (bakuninista), coinvolta in pieno nelle mene degli intransigenti fin dal tempo delle elezioni, si poteva contare sulla sua collaborazione: l'Internazionale aveva appunto preso violentemente possesso di Alcoy ed era in lotta aperta con il governo. I bakuninisti avevano predicato per anni che ogni azione rivoluzionaria dall'alto era perniciosa, e che tutto doveva attuarsi e organizzarsi dal basso. E ora si offriva l'occasione di attuare dal basso il celebre principio dell'autosovranità, almeno per le singole città! Non poteva accadere altro che questo: i lavoratori bakuninisti caddero nel tranello, tolsero le castagne dal fuoco per gli intransigenti e, come sempre, furono poi compensati da questi loro alleati a pedate e a fucilate.

Quale fu dunque la posizione dei membri dell'Internazionale bakuninista in tutto questo movimento? Essi avevano contribuito a dargli il carattere di frazionamento federalistico, avevano realizzato per quanto possibile il loro ideale anarchico. Gli stessi bakuninisti, i quali, qualche mese prima a Cordova, avevano dichiarato che l'instaurazione di un governo rivoluzionario costituiva un tradimento e una frode a danno degli operai, sedevano ora in tutti i governi rivoluzionari delle città dell'Andalusia, ma in minoranza dovunque, sì che gli intransigenti potevano fare quello che volevano. Mentre questi ultimi conservavano la direzione politica e militare, gli operai venivano appagati con frasi pompose o con pretese decisioni di riforme sociali tra le più grossolane e insensate, esistenti soltanto sulla carta. Non appena i capi bakuninisti chiedevano delle concessioni sostanziali, venivano sdegnosamente respinti. Di fronte ai corrispondenti dei giornali inglesi, i capi intransigenti del movimento non avevano nulla di più importante da fare che respingere ogni solidarietà con questi cosiddetti internazionalisti, declinare qualsiasi responsabilità per essi e dichiarare che i capi dell'Internazionale e i profughi della Commune parigina erano tenuti sotto severa sorveglianza dalla polizia. Finalmente a Siviglia, come vedremo, gli intransigenti, durante la lotta, spararono non solo contro le truppe del governo, ma anche sui loro compagni bakuninisti.

Avvenne così che in pochi giorni tutta l'Andalusia fu nelle mani degli intransigenti armati. Siviglia, Màlaga, Granada, Cadice ecc. caddero nelle loro mani quasi senza resistenza. Ogni città si proclamò cantone sovrano e istituì un proprio governo (junta). Murcia, Cartagena, Valenza, seguirono l'esempio. A Salamanca si fece un tentativo uguale, ma di natura più pacifica. Le principali città della Spagna erano dunque nelle mani degli insorti; le sole eccezioni erano la capitale, Madrid, città di puro lusso, che non ha quasi mai una parte decisiva, e Barcellona. Se quest'ultima fosse insorta, il risultato finale sarebbe stato quasi certo, e con questo nel movimento, si sarebbe assicurato un potente appoggio all'elemento operaio. Ma abbiamo visto che gli intransigenti a Barcellona erano piuttosto impotenti mentre gli internazionalisti bakuninisti, che in quel tempo erano ancor molto forti, avevano preso a pretesto lo sciopero generale per fare opera di pacificazione degli animi. Barcellona, questa volta, non era dunque al suo posto.

Malgrado ciò la sollevazione, anche se cominciata in modo balordo, aveva sempre grandi probabilità di successo, a condizione che fosse diretta con un po' di buon senso, sia pure alla maniera delle rivolte militari spagnole, nel corso delle quali la guarnigione di una città si solleva, si dirige verso una città vicina, trascina con sé la guarnigione di questa città, già guadagnata in precedenza, ingrossando come una valanga avanza verso la capitale, finché un combattimento favorevole o il passaggio agli insorti delle truppe inviate contro di essi non determina la vittoria. Questo metodo era particolarmente applicabile in questo caso. Gli insorti erano dappertutto organizzati da molto tempo in battaglioni di volontari, con una disciplina a dir vero assai debole, ma certo non inferiore a quella dei resti del vecchio esercito spagnuolo, in gran parte sbandato. Le sole truppe sulle quali il governo poteva contare erano i gendarmi (guardias civiles) e questi erano sparsi per tutto il paese. Innanzi tutto si doveva quindi impedire il concentramento dei gendarmi: e ciò poteva farsi soltanto avviando l'offensiva e avventurandosi in campo aperto. Il pericolo non era grande, perché il governo non poteva inviare contro i volontari che delle truppe non meno indisciplinate. E, se si voleva vincere, non c'era altro mezzo.

Ma no. Il federalismo degli intransigenti e delle loro appendici bakuniniste consisteva appunto in questo: che ogni città agiva per proprio conto e affermava che l'essenziale non era l'azione comune con le altre città, ma il separarsi da esse, rendendo così impossibile ogni attacco collettivo. Si proclamò come principio della più alta sapienza rivoluzionaria ciò che nella guerra dei contadini tedeschi e nelle rivolte tedesche del maggio 1849 si era rivelato un male inevitabile: la dispersione e l'isolamento delle forze rivoluzionarie, che permettevano alle stesse truppe governative di schiacciare una rivolta dopo l'altra. Bakunin ha potuto avere questa soddisfazione! Fin dal settembre 1870 (Lettres à un Frangasi [del settembre 1870]), egli aveva dichiarato che l'unico mezzo per cacciare con una lotta rivoluzionaria i prussiani dalla Francia consisteva nella soppressione di ogni direzione centrale e nel lasciare che ogni città, villaggio o comune conducesse la guerra per proprio conto. Se contro l'esercito prussiano accentrato si fossero scatenate così le passioni rivoluzionarie, la vittoria sarebbe stata certa. Davanti al buon senso del popolo francese, abbandonato infine ancora una volta a se stesso, la sapienza individuale di Moltke doveva naturalmente svanire. I francesi, non vollero allora comprendere questo; ma in Spagna Bakunin poté celebrare uno splendido trionfo, come abbiamo visto e vedremo ancora.

Frattanto la sollevazione, scoppiata senza alcun pretesto, come un colpo di pistola, aveva messo Pi y Margall nell'impossibilità di continuare le trattative con gli intransigenti. Dovette ritirarsi, e in sua vece afferrarono il timone i repubblicani puri della specie di Castelar, borghesi senza maschera, il cui primo scopo era di sopprimere il movimento operaio che avevano dapprima utilizzato, ma che poi si era rivelato per loro un ostacolo. Si raccolsero due divisioni, una al comando del generale Pavia, contro l'Andalusia, l'altra, al comando di Campos, contro Valenza e Cartagena. Il nerbo era formato di gendarmi raccolti in tutta la Spagna, tutti vecchi soldati, con una disciplina non ancora scossa. Come negli attacchi delle truppe versagliesi contro la Commune parigina, anche qui i gendarmi dovevano servire di solido punto di appoggio alle truppe di linea demoralizzate, e formare dovunque la testa delle colonne d'attacco, compito da essi adempiuto in entrambi i casi con tutte le loro forze. Oltre ai gendarmi, le divisioni ricevettero ancora alcuni reggimenti di linea fusi assieme, in modo che ogni divisione avesse press'a poco 3.000 soldati. Era tutto quello che il governo poteva contrapporre agli insorti.

Il generale Pavia si mise in marcia il 20 luglio. Il 23 Cordova fu occupata da un reparto di gendarmi e di soldati di linea comandati da Ripoll. Il 29 Pavia attaccò Siviglia, che si difese con le barricate e cadde nelle sue mani il 30 o il 31 (i telegrammi lasciano incerte queste date). Lasciò dietro di sé una colonna volante per sottomettere i dintorni e mosse contro Cadice, i cui difensori si opposero soltanto all'ingresso in città, e anche molto debolmente, ma poi si lasciarono disarmare senza resistenza il 4 agosto. Nei giorni seguenti il generale Pavia disarmò, sempre senza resistenza, Sanlùcar di Barrameda, San Roque, Tarifa, Algesiras e molte altre piccole città, che s'erano tutte costituite in cantoni sovrani. Nello stesso tempo spedì colonne contro Màlaga e Granada, che capitolarono senza resistenza, la prima il 3, la seconda l'8 agosto, sicché il 10 agosto, dopo meno di 14 giorni e quasi senza lotta, tutta l'Andalusia era sottomessa.

Il 26 luglio Martinez Campos iniziò l'attacco contro Valenza. Qui il movimento era partito dagli operai. Nella scissione dell'Internazionale spagnola, i veri internazionalisti avevano conservato a Valenza la maggioranza; e il nuovo consiglio federale spagnuolo era stato trasferito in quella città. Subito dopo la proclamazione della repubblica, quando c'erano in vista lotte rivoluzionarie, gli operai bakuninisti di Valenza, diffidando dell'opera di pacificazione, mascherata di frasi ultrarivoluzionarie, compiuta dai capi di Barcellona, offrirono ai veri internazionalisti di marciare insieme con loro in tutti i movimenti locali. Quando scoppiò il movimento cantonale, le due sezioni,, utilizzando gli intransigenti, attaccarono e cacciarono le truppe. Non si sa come fosse composta la junta di Valenza; ma, dalle corrispondenze dei giornali inglesi, risulta che in essa, come fra i volontari di Valenza, predominavano gli operai. Gli stessi corrispondenti parlavano degli insorti di Valenza con un rispetto che erano ben lungi dal manifestare per gli altri insorti, in maggior parte intransigenti; vantavano l'ordine che dominava nella città e profetizzavano una lunga resistenza e una lotta accanita. Non s'ingannavano. Valenza, città aperta, resisté contro gli attacchi della divisione Campos dal 26 luglio all'8 agosto, vale a dire più a lungo di tutta l'Andalusia presa insieme.

Nella provincia di Murcia, il capoluogo dello stesso nome fu occupato senza resistenza: dopo la caduta di Valenza, Campos si volse contro Cartagena, una delle fortezze più munite di tutta la Spagna, protetta dalla parte di terra da un murò ininterrotto e da forti avanzati sulle alture dominanti. I 3.000 uomini delle truppe del governo, senza artiglieria adatta per un assedio, si trovavano naturalmente impotenti, coi loro cannoni leggeri, contro l'artiglieria pesante dei forti e dovevano limitarsi a un accerchiamento da parte di terra; ma ciò non aveva grande importanza, dato che Cartagena, colla flotta da guerra. catturata nel porto, dominava il mare. Gli insorti, preoccupati soltanto di se stessi, mentre si combatteva a Valenza e nell’Andalusia, non pensarono agli altri che quando le altre insurrezioni erano già state represse e loro stessi mancavano di denaro e di mezzi di sussistenza. Soltanto allora si fece un tentativo di marciare contro Madrid, distante non meno di 60 miglia tedesche [12], più del doppio della distanza tra Valenza e Granada! La spedizione incontrò una miserrima fine non lontano da Cartagena. Il blocco chiudeva ogni possibilità di uscita dalla parte di terra: si fecero quindi degli attacchi utilizzando la flotta. E quali attacchi! Di una nuova insurrezione delle città marittime appena sottomesse, fosse pure con l'aiuto delle navi da guerra di Cartagena, non si poteva nemmeno parlare. La flotta del cantone sovrano di Cartagena si limitò perciò a minacciare di bombardare, e in caso di bisogno a bombardare effettivamente, le altre città marittime, da Valenza a Màlaga — che pure, secondo la teoria di Cartagena, erano cantoni sovrani — se non avessero portato a bordo i viveri richiesti e un tributo di guerra in scudi sonanti. Fino a quando queste città, in qualità di cantoni sovrani, erano in armi contro il governo, in Cartagena vigeva il principio: ciascuno per sé. Non appena furono vinte, doveva valere il principio: tutti per Cartagena! Cosi intendevano la federazione dei cantoni sovrani gli intransigenti di Cartagena e i loro complici bakuninisti.

Per rafforzare le file dei combattenti per la libertà, il governo di Cartagena liberò all'inarca 1.800 forzati, che erano detenuti nel reclusorio della città, i peggiori briganti e assassini della Spagna. Che tale misura rivoluzionaria sia stata suggerita dai bakuninisti, nessuno può più dubitarlo, dopo le rivelazioni del rapporto sull'Alleanza [13]. Vi si dimostra come Bakunin esalta lo «scatenamento di tutte le peggiori passioni» e proclama il brigante russo come il prototipo del vero rivoluzionario. Ciò che è giusto per il russo, è giusto per lo spagnolo. Quando dunque il governo di Cartagena scatenò «le peggiori passioni» dei 1.800 briganti reclusi, spingendo così al massimo grado la demoralizzazione fra le sue truppe, non fece altro che agire integralmente secondo lo spirito di Bakunin. E quando il governo spagnolo, invece di demolire le proprie fortezze, attese che la sottomissione di Cartagena fosse provocata dalla disgregazione interna dei suoi difensori, seguì una politica perfettamente giusta.

 

 

IV


Ascoltiamo ora, su tutto questo movimento, il rapporto della Nuova Federazione madrilena.

    «A Valenza, nella seconda domenica di agosto doveva tenersi un congresso per decidere, fra l'altro, la posizione che la Federazione Internazionale spagnola doveva assumere di fronte agli importanti avvenimenti politici che si erano succeduti in Spagna dopo l’11 febbraio, giorno della proclamazione della repubblica. Ma l'insensata (descabellada, letteralmente: pazzesca) insurrezione cantonale, che è fallita così miseramente, e alla quale gli internazionalisti di quasi tutte le province insorte parteciparono con ardore, non soltanto paralizzò l'attività del consiglio federale, disperdendo la maggioranza dei suoi membri, ma disorganizzò anche completamente le federazioni locali e, ciò che è peggio, attirò sui loro membri tutto l'odio e tutte le persecuzioni che ogni sollevazione popolare ignominiosamente iniziata e abortita porta inevitabilmente con sé...
    Quando scoppiò il movimento cantonale, quando si costituirono le juntas, vale a dire i governi dei cantoni, quella gente (i bakuninisti), che tanto affannosamente gridava contro il potere politico e che ci accusava di autoritarismo, si affrettò a entrare in questi governi. Nelle città più importanti, come Siviglia, Cadice, Sanlùcar di Barrameda, Granada e Valenza, sedevano nelle juntas cantonali molti internazionalisti che si chiamano antiautoritari, senz'altro programma che la sovranità della provincia e del cantone. La cosa è ufficialmente attestata dai proclami pubblicati da quelle juntas e da vari altri documenti, sotto i quali figurano i nomi di ben noti internazionalisti di quella specie.
    Un così stridente contrasto fra la teoria e la prassi, fra la propaganda e l'azione, avrebbe meno importanza se avesse potuto nascerne un vantaggio qualsiasi per la nostra associazione, o un progresso qualsiasi nell'organizzazione delle nostre forze, un avvicinamento qualsiasi al raggiungimento del nostro scopo principale, l'emancipazione della classe operaia. Ma è accaduto appunto l'opposto, e non poteva essere altrimenti. Mancava la condizione fondamentale, mancava l'azione comune del proletariato spagnuolo, così facile a raggiungere non appena si agiva in nome dell'Internazionale. Mancava l'accordo tra le federazioni locali; il movimento fu abbandonato all'iniziativa locale e individuale, senz'aldina direzione (oltre a quella che poteva imporgli la misteriosa Alleanza, tutt'ora dominante, a nostra vergogna, nell'Internazionale spagnola), senza alcun programma all'infuori di quello dei nostri nemici naturali, i repubblicani borghesi. Così il movimento cantonale soccombette nel modo più vergognoso, quasi senza resistenza; ma trascinò nella sua caduta il prestigio e l'organizzazione dell'Internazionale in Spagna. Non vi è successo, delitto, violenza che non sia oggi attribuito dai repubblicani agli internazionalisti: a Siviglia è persino accaduto — ci si assicura — che, durante la lotta, gli intransigenti hanno sparato contro i loro alleati internazionalisti (bakuninisti). La reazione, utilizzando abilmente le nostre pazzie, lancia i repubblicani contro di noi e ci calunnia davanti alle grandi masse indifferenti. Quel che non aveva potuto ottenere al tempo di Sagasta, sembra debba ottenerlo adesso: screditare il nome dell'Internazionale fra la gran massa degli operai spagnoli.
    A Barcellona, una quantità di sezioni operaie si sono staccate dall'Internazionale, protestando altamente contro quelli del giornale La Federación [14], organo principale dei bakuninisti, e contro il loro inesplicabile comportamento. A Jérez, a Puerto de Santa Maria e in altre località le federazioni hanno deciso di sciogliersi. A Loja (provincia di Granada) i pochi internazionalisti ivi residenti sono stati cacciati dalla popolazione. A Madrid, dove si gode ancora la massima libertà, la vecchia federazione (bakuninista) non dà il minimo segno di vita, mentre la nostra deve forzatamente restare inattiva e silenziosa, se non vuole vedersi accusata di colpe non sue. Nelle città del Nord ogni attività da parte nostra è impedita dalla guerra carlista, che diventa ogni giorno più accanita. Infine a Valenza, dove il governo non è stato vincitore che dopo 15 giorni di lotta, gli internazionalisti che non sono fuggiti devono tenersi nascosti e il consiglio federale è completamente sciolto.»

Così il rapporto madrileno. Si vede che esso concorda pienamente con gli appunti storici suesposti.

Qual è dunque il risultato del nostro esame?

1. I bakuninisti, non appena si trovarono di fronte a una seria situazione rivoluzionaria, furono costretti a gettare a mare il loro intero programma. Dapprima sacrificarono la teoria dell'obbligo di astenersi dalla politica, e specialmente dalle elezioni. Poi seguì l'anarchia, la soppressione dello Stato; invece di abolire lo Stato, cercarono piuttosto di creare un gran numero di nuovi e piccoli Stati. Poi abbandonarono il principio che gli operai non devono partecipare ad alcuna rivoluzione che non abbia per scopo l'immediata completa emancipazione del proletariato, e si associarono a un moto puramente borghese e riconosciuto tale. Finalmente, si rimangiarono il principio che avevano appena proclamato — e cioè che l'instaurazione di un governo rivoluzionario è soltanto una nuova frode e un nuovo tradimento ai danni della classe operaia — prendendo parte con tutta tranquillità ai comitati di governo nelle singole città, e quasi ovunque come minoranza imponente dominata numericamente e sfruttata politicamente dai borghesi.

2. Questa negazione dei principi fondamentali fino ad allora predicati avvenne però nel modo più vile e più menzognero e sotto la pressione di una cattiva coscienza, sì che né i bakuninisti né le masse da loro condotte, entrando nel movimento, avevano un programma né sapevano minimamente quel che volevano. Quale fu la conseguenza naturale? Che i bakuninisti o impedirono ogni movimento, come a Barcellona, o furono travolti in insurrezioni isolate, senza piano e insensate, come ad Alcoy e a Sanlùcar de Barrameda; o ancora, come nella maggior parte delle sollevazioni, lasciarono cadere la direzione nelle mani dei borghesi intransigenti. I clamori ultrarivoluzionari dei bakuninisti si trasformarono dovunque, non appena si venne ai fatti, o in un'opera di pacificazione o in tentativi insurrezionali condannati già preventivamente all'insuccesso, o nell'unione con un partito borghese, che sfrutta politicamente nella maniera più ignominiosa gli operai, per trattarli poi a pedate.

3. Dei cosiddetti principi dell'anarchia, della libera federazione di gruppi indipendenti ecc., non resta altro che un frazionamento illimitato e insensato dei mezzi di lotta rivoluzionaria, che ha permesso al governo di sottomettere con un pugno di truppe una città dopo l'altra, quasi senza incontrar resistenza.

4. La fine della canzone fu che le bene organizzate e numerose forze internazionaliste spagnole — le vere al pari delle false — vennero travolte nella caduta degli intransigenti, e oggi, di fatto, non solo sono disciolte, ma incolpate di tutti gli innumerevoli e immaginari eccessi, senza i quali i filistei di tutti i paesi non possono immaginarsi una sollevazione operaia, e che la riorganizzazione internazionalista del proletariato spagnolo è resa impossibile forse per anni.

5. In una parola, i bakuninisti in Spagna ci hanno dato un saggio insuperabile del come non si debba fare una rivoluzione.

 

 

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Note

 

1* L'Alliance de la Démocratie Socialiste et l'Assocìation Internationale des Travailleurs. Rapport et documenti publiés par ordre du congrès internationale de ha Haye, Amburgo, 1873; una traduzione ridotta in tedesco venne edita da Engels nel Volksstaat, Lipsia, 19-26 settembre 1873, nn. 89-90, a firma «Cagliostro Bakunin».

1. II congresso ufficiale («autoritario») tenutosi a Ginevra l'8 settembre 1873.

2. In italiano nel testo originale.

3. L'abdicazione, s'è detto, ebbe luogo l'il febbraio 1873: con monarchici «radicali» Engels intende i partigiani costituzionali del re.

4. Alfonsisti erano i seguaci (reazionari e legati al mondo dell'alta borghesia e della proprietà fondiaria) del discendente dei Borboni, che nel 1874 salì sul trono col nome di Alfonso XII (1857-1885).

5. II movimento cartista: gli anni di maggiore sviluppo sono appunto compresi fra il 1838 e il 1842.

6. Lo holy month, entro il quale doveva aversi il national holiday, il giorno di vacanza nazionale, cioè lo sciopero generale. Cfr. William Bembow, The Great National Holiday, 1832, nella traduzione italiana parziale La grande vacanza nazionale e il congresso delle classi produttrici, in La tradizione socialista in Inghilterra. Antologia di testi politici, 1820-1852, a cura di Gino Bianco ed Edoardo Grendi, Torino, 1970, pp. 147-165.

2*. Cfr. Engels, Lage der arbeitenden Klasse, seconda edizione, p. 234 [Nota di Engels]. Si veda la II ediz. del testo engelsiano del 1845: Die Lage der arbeitenden Klasse in England. Nach eigner Ansckauung und authentischen Quellen, Stoccairda, 1892.

7. II congresso ginevrino «antiautoritario» dal 1-6 settembre 1873, che Engels chiama dell'Alleanza della Democrazia Socialista, ma che i partecipanti sostennero essere dell'Internazionale.

8. Si tratta dei membri dell'Internazionale bakuniniana:

9. L'alcade Albors era stato verosimilmente un membro dell'Internazionale, ma successivamente fu «comprato» dagli industriali- cfr Max Nettlau, La Première Internationale en Espagne (1868-1888) Dordrecht, 1969, pp. 201-202.

10. Shakespeare, Enrico IV, atto primo, scena quarta.

11. Il congresso dell'Alleanza, tenuto a Saint-Imier dal 15 al 16 settembre 1872.

12. Il miglio tedesco era pari a circa km 7,333. 60 miglia equivalgono a circa 440 Km.

13. Cfr. l'ediz. italiana del cit. testo di Engels, L'Alleanza della Democrazia Socialista e l'Associazione Internazionale dei Lavoratori, p. 115 sgg., nel cap. Il processo Necaev.

14. La Federación, organo dell'Internazionale, edito a Barcellona dal 1869 al 1873.


 

 

 

 

Karl Marx e Friedrich Engels

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