Scritto sotto la forca

di Julius Fucik

 

 

Capitolo Primo

 

VENTIQUATTR'ORE

Essere seduti in posizione di attenti, con il corpo teso, immobile, le mani incollate ai ginocchi, gli occhi fissi fino ad accecare sul muro giallo del Deposito nel palazzo Petschek a Praga - non è certo l'atteggiamento più favorevole per riflettere. È un po' difficile costringere un'idea a restare in quella posizione, seduta, sull'attenti.
Qualcuno in qualche posto - non riusciremo mai, forse, a stabilire chi e quando - ha soprannominato questo deposito del palazzo Petschek " il cinema ", un soprannome davvero geniale. Una sala spaziosa, sei lunghe panche, in file serrate, occupate dai corpi immobili degli imputati, e dinanzi a loro il muro vuoto, come lo schermo di un cinema. Tutte le case produttrici del mondo non hanno potuto girare tanti film quanti ne hanno proiettati su quel muro gli occhi degli imputati in attesa di un nuovo interrogatorio, della tortura, della morte. I film della vita intera e non dei piccoli particolari della vita, quelli della madre, della moglie, dei figli, del focolare distrutto, d'un'esistenza perduta, i film del compagno coraggioso e del tradimento, il film dell'"a chi ho dato quel volantino?", del sangue che scorrerà ancora, d'una forte stretta di mano, pegno di fedeltà. Film pieni di terrore e di risoluzione, di odio e di amore, d'angoscia e di speranza. Ognuno, con la schiena voltata alla vita, muore qui dinanzi ai propri occhi. Ma non ognuno rinasce.
Ho visto cento volte il mio proprio film, mille volte i suoi particolari, e cercherò ora di raccontarlo. Se il nodo scorsoio mi si stringe al collo prima che finisca, resteranno ancora milioni di uomini per concludere questo film con un " lieto fine ".

*


Fra cinque minuti l'orologio suonerà le dieci, è una bella sera fresca di primavera, esattamente il 24 aprile 1942.
Affretto il passo, nei limiti della mia parte, quella d'un signore attempato che zoppica - affretto il passo per
arrivare dagli Jelinek prima che il portone si chiuda. Mi aspetta là il mio secondo, Mirek. So che per questa volta non ha nulla di importante da dirmi, né io a lui, ma mancare a un appuntamento potrebbe provocare il panico e appunto bisogna evitare inutili preoccupazioni alle due anime buone che ci accolgono.
Mi ricevono con una tazza di tè. Mirek già aspettava, in più ci sono i coniugi Fried. Un'altra imprudenza. Certo che mi fa piacere vedervi, compagni, ma non cosi insieme. È la strada migliore per la prigione e la morte. O rispettate le regole cospirative, o smetterete di lavorare, perché mettete in pericolo voi stessi e gli altri. Capite?
- Capito.
- Cosa mi avete portato?
- Il numero del 10 maggio del Rude Pravo.
- Ottimo, e tu, Mirek?
- Va tutto bene, niente di nuovo, il lavoro marcia...
- Niènt'altro, ci rivedremo dopo il 10 maggio, vi lascerò un rigo, arrivederci.
- Un'altra tazza di tè, principale.
- No, no, signora Jelinek, siamo in troppi, qui.
- Solo una tazzina, prego.
Il vapore s'alza dal tè appena versato.
Bussano. A quest'ora, di notte? Chi può essere?
I visitatori sono impazienti.
- Aprite, polizia.
- Presto, alle finestre, scappate. Ho delle rivoltelle, vi coprirò la fuga.
Troppo tardi, la Gestapo è già sotto le finestre, con le pistole puntate nella nostra direzione. Forzando le porte, traversando il corridoio, le guardie penetrano rapidamente nella cucina, poi nella camera. Uno, due, tre, nove uomini. Non mi vedono perché sono dietro le loro spalle, dietro la porta che hanno spalancato. Posso dunque comodamente tirare, ma le loro nove pistole sono puntate su due donne e tre uomini disarmati, se tirassi per primo i compagni cadrebbero prima di me, e anche se volessi tirare contro di me la sparatoria comincerebbe e i compagni ne sarebbero le prime vittime. Se non tiro, potranno rinchiuderli per sei mesi, per un anno forse, e la Rivoluzione li libererà. Soltanto Mirek ed io non abbiamo probabilità di uscirne, ci tortureranno - da me non caveranno nulla. E da Mirek?
L'ex-combattente della Spagna repubblicana, l'uomo che ha fatto due anni di campo di concentramento in Francia e che in piena guerra è passato illegalmente dalla Francia a Praga, no, non tradirà. Ho due secondi per riflettere, o magari tre secondi...
Se tiro non salvo nulla, mi risparmio le torture ma" sacrifico inutilmente la vita di quattro compagni. E' cosi? Si. È deciso.
Esco dal mio nascondiglio.
- Ah, eccone un altro.
Primo pugno in faccia, forse era per mettermi knok-out
- Hände auf! (Mani in alto!)
Secondo, terzo pugno.
Proprio come avevo immaginato.
Un appartamento in ordine è ridotto già ad un guazzabuglio di mobili spaccati, di vasellame rotto. Ancora pugni e calci.
- Marsch!
Mi hanno messo nell'auto, con la pistola sempre puntata addosso. Durante il tragitto comincia l'interrogatorio.
- Chi sei?
- Il professor Horak.
- Non è vero.
Alzo le spalle.
- Sparate.

- Sta' seduto o sparo!
Ma invece di una pallottola un altro pugno.
Passiamo accanto a un tram, mi sembra che sia inghirlandato di fiori bianchi. Un tram di nozze a questa ora, in piena notte? Credo che mi stia cominciando la febbre.
Nel palazzo di Petschek avevo sperato di non entrarci mai vivo: eccoci invece, di galoppo, al quarto piano. Ah! il famigerato Ufficio II A I, la sezione anticomunista. Mi sembra di essere perfino curioso.
Il commissario lungo e magro che ha guidato l'operazione di quella squadra speciale contro di noi, si mette la pistola in tasca e mi prende con sé nel suo ufficio. Mi accende una sigaretta.
- Chi sei?
- Il professor Horak.
- Non è vero.
Il suo orologio da polso segna le undici.
- Frugatelo.
Cominciano a frugarmi, mi spogliano.
- Ha dei documenti.
- A che nome?
- Professor Horak.
- Fate prendere informazioni.
Suona il telefono.
- Evidentemente, non è dichiarato, i documenti sono falsi.
- Chi te li ha dati?
- La direzione di polizia.
Prima bastonata. Seconda. Terza. A che scopo contarle? È una statistica che non pubblicherai in nessun posto, caro il mio ragazzo.
- Il tuo nome? Parla! Il tuo indirizzo? Parla! Con chi eri in rapporti? Parla! Le abitazioni? Parla! Parla! Se no ti bastoneremo a morte.
Quante bastonate può sopportare un uomo sano?
Alla radio si sente suonare mezzanotte, i caffè chiudono, gli ultimi clienti se ne vanno a casa, gli innamorati indugiano davanti alle porte e non si decidono a dirsi arrivederci.
Il commissario lungo e magro entra nella stanza con un sorriso gaio.
- Tutto bene, signor giornalista?
Da chi lo hanno saputo? Da Jelinek? Dai Fried? ma il mio nome, loro, non lo sanno.
- Lo vedi, sappiamo tutto. Parli? Sii intelligente!
Che modo di ragionare! Essere intelligente: tradire. Io non sono intelligente.
- Legatelo! e dategliene ancora.
È l'una, gli ultimi tram rientrano al deposito.
Le strade si vuotano, la radio augura la buona notte ai suoi ascoltatori più fedeli.
- Chi è ancora membro del Comitato Centrale? Dove sono le radio trasmittenti? Dove sono le tipografie? Parla! Parla! Parla!
Ora sono in grado di contare i colpi più tranquillamente, il solo dolore che provi è il morso dei miei denti sulle mie labbra.
- Mettetelo scalzo.
È vero, la pianta dei piedi è ancora sensibile. Ora lo sento. Cinque, sei, sette, ed uno, ora, come se il bastone mi attraversasse fino al cervello.
Le due. Praga dorme, forse in qualche posto un bambino dà il primo vagito e un uomo carezza il fianco di una donna.
- Parla!
Mi passo la lingua sulle gengive e cerco di contare i denti spezzati. Impossibile fare il calcolo. Dodici, quindici, diciassette? No, è il numero dei commissari che "m'interrogano" ora. Qualcuno di loro è già visibilmente stanco, ma la morte continua a non venire.
Le tre. Il primo chiarore del mattino arriva dai sobborghi. Gli ortolani si avvicinano al mercato e gli spazzini entrano nelle loro strade. Forse vivrò abbastanza per vedere ancora un'altra mattina.
Portano dentro mia moglie.
- Lo conoscete?
Inghiotto il sangue perché non lo veda... Che stupido! il sangue mi cola da tutti i pori della faccia e perfino dalla punta delle dita.
- Lo conoscete?
- Non lo conosco.
Lo ha detto, e senza che nemmeno uno sguardo tradisse il suo orrore. Ha rispettato il nostro accordo che non avrebbe mai dichiarato di conoscermi, benché ormai sia inutile. Ma chi ha detto loro il mio nome? L'hanno riportata via, mi sono congedato da lei con lo sguardo più lieto di cui fossi ancora capace; forse non era lieto; non so.
Le quattro del mattino. Comincia a far giorno o no? le finestre schermate non rispondono. E la morte continua a non arrivare. Devo andarle incontro? e come?
Ho colpito qualcuno e sono caduto per terra, mi danno delle pedate, mi camminano sopra. Beh, la fine sarà rapida, ormai. Il commissario nero mi solleva per la barba e ride contento mostrandomi le mani piene di peli strappati. È davvero una cosa comica. E ora non sento già più dolore.
Le cinque, le sei, le sette, le dieci, mezzogiorno, gli operai sono andati al lavoro e ne sono usciti. I bambini sono stati a scuola e ne sono ritornati. Le botteghe vendono, nelle case viene preparato il pranzo, forse in questo momento mia madre pensa a me, forse i compagni sanno già che sono arrestato e prendono forse delle precauzioni:.. Se, nonostante tutto, dovessi parlare… No, non temete, non parlerò, credetemi. E dopo tutto, la morte non dev'essere lontana. Ormai è solo un sogno, un incubo febbricitante, le bastonate cadono, poi mi lavano con l'acqua, e ancora bastonate, e ancora: " Parla! Parla! Parla!" e ancora bastonate, non riesco a morire. Madre, padre, perché mi avete fatto cosi forte?
Le cinque del pomeriggio. Tutti sono già stanchi, i colpi non cadono ora se non di tanto in tanto, a lunghi intervalli, solo per forza d'inerzia. E a un tratto, odo di lontano, da molto lontano, una voce placida, dolce, tenera come una carezza:
- Er hat schon genug! (Ne ha già abbastanza!)
Qualche tempo dopo, sono seduto davanti a una tavola che mi si alza e abbassa dinanzi agli occhi, qualcuno mi dà da bere, qualcuno mi propone una sigaretta, che le mie labbra non reggono, e qualcuno tenta di mettermi le scarpe e dice che non è più possibile; poi mi conducono, quasi portandomi a braccia lungo una scala. Scendiamo; in auto, partiamo, qualcuno mi punta di nuovo la pistola addosso, la cosa mi fa ridere, oltrepassiamo un tram inghindarlato di fiori bianchi, è il tram dello sposalizio, ma forse tutto quanto è solo un incubo oppure è solo la febbre, o l'agonia, o finalmente la morte. Dunque l'agonia è talmente difficile? Ma non è difficile affatto, è una cosa vaga e senza forma, lieve come una piuma, ancora un soffio e tutto sarà terminato.
Tutto veramente? Per sempre? Non ancora. Nello stesso istante eccomi di nuovo in piedi, in piedi da solo, veramente in piedi, da solo, senza l'appoggio di nessuno, e accanto mi si allunga un muro d'un giallo sporco, innaffiato da qualcosa, da che? mi sembra che sia sangue... si, è sangue, alzo il dito e cerco di stenderlo, ce la faccio, è fresco, è il mio...
Qualcuno alle mie spalle mi picchia sulla testa e mi ordina di alzare le mani e di fare delle flessioni, alla terza cado... .
Un lungo SS mi sta sopra e mi tira delle pedate per costringermi a alzarmi, ma è inutile; qualcuno mi lava ancora una volta. Sono seduto, Una donna qualsiasi mi dà un medicamento e mi chiede dove sento male, e mi sembra che tutto il mio male sia al cuore.
- Tu non hai cuore - mi dice il lungo SS.
- Malgrado tutto ce l'ho, - gli risposi. E improvvisamente mi sento molto fiero, di aver avuto ancora abbastanza forza per prendere la difesa del mio cuore.
Ma poi, tutto mi si cancella davanti agli occhi, anche il muro, anche la donna della medicina, anche il lungo SS...
La porta d'una cella si spalanca dinanzi a me ed un grosso SS mi trascina dentro, mi tira via i brandelli della camicia, mi mette su un pagliericcio, tasta il mio corpo gonfio e ordina che mi vengano fatte delle pezzette.
- Guarda, - dice al suo compagno, e scuote la testa, - guarda cosa sono capaci di fare.
E ancora una volta di lontano, da molto lontano, odo la voce placida e dolce, tenera come una carezza:
- Non arriverà a domattina.
Fra cinque minuti gli orologi suoneranno le dieci, è una bella serata fresca di primavera, il 2 aprile 1943.

 

 

 

 

Capitolo secondo

 

IN AGONIA

" Quando la luce del sole ed il chiarore delle stelle si spegne per noi, si spegne per noi..."
Due uomini a testa china e a mani giunte camminano con passo pesante e lento, sotto la cripta bianca, sempre in tondo, cantando con voce lunga e discordante una salmodia triste e religiosa.
" ...È dolce per le anime levarsi in cielo, levarsi in cielo. "
Qualcuno è morto, chi? Cerco di girare la testa, forse vedrei la cassa e il defunto e le due dita dei ceri puntate al di sopra della sua testa.
" Dove la notte non è più, dove la luce eterna si stende. "
Sono riuscito a aprire gli occhi, non ho visto nessuno, non c'è nessuno, solo i due uomini ed io. Per chi cantano i salmi?
" Quella stella sempre sfolgorante, è Gesù, è Gesù." È la cerimonia funebre, certamente sotterrano qualcuno, ma chi sotterrano? Non ci siamo che loro due ed io. Che vogliano sotterrare me? Ma amici, ascoltatemi, c'è un errore, vi sbagliate, io non sono morto, io vivo, vedete, vi guardo e vi parlo, smettetela, non sotterratemi.
"Quando qualcuno ci dice addio per sempre, per sempre... "
Non sentono, sono dunque sordi? Non parlo a voce abbastanza alta, o sono veramente morto e non possono più udire la mia voce priva di corpo? e con il corpo coricato bocconi starei a guardare mentre mi sotterrano! Una cosa comica, davvero!
" Volge il suo pio sguardo verso il cielo, verso il cielo."
Rammento. Qualcuno mi ha raccolto con difficoltà, mi ha vestito e mi ha portato sulla barella dei morti, i passi ferrati hanno risuonato nel corridoio e poi... È tutto, non so altro, non so proprio altro.
" ...dove la luce eterna si stende."
Ma tutto ciò non ha senso. Io sono vivo. Sento un dolore lontano e ho sete. Ma i morti non hanno sete, concentro tutta la mia volontà nello sforzo di muovere una mano e una voce strana, di qualcun altro, mi esce di gola:
- Da bere!
Finalmente. I due uomini hanno smesso di camminare in tondo, ora si abbassano sopra di me, e uno mi solleva la testa e mi dà una ciotola d'acqua.
- Bisogna che tu mangi qualcosa, ragazzo, da due giorni non fai che bere, altro che bere.
- Che mi dici? Già due giorni? Che giorno è oggi?
- Lunedì.
Lunedì. E' mi hanno arrestato venerdì. Che testa pesante che ho! E come rinfresca, l'acqua!
Dormire. Lasciatemi dormire!
Come la goccia d'acqua turba la superficie pura della sorgente!... Una sorgente in un prato, in mezzo alle montagne, rammento, a fianco della casa delle guardie forestali sotto il Monte Roklan, e la pioggia fina e ininterrotta fruscia sugli aghi degli alberi... È dolce dormire. ...E quando mi sveglio di nuovo è martedì, un cane mi sta di fronte. Un cane lupo. Mi guarda e mi esamina con i suoi begli occhi savii e domanda:
- Dove stavi di casa?
Oh no! Non è il cane, la voce appartiene a un altro.
Si, c'è qualcun altro, vedo dei grandi stivali, ancora un altro paio, e dei pantaloni militari, ma non vedo più, ho le vertigini se voglio guardare, e poco me ne importa, lasciatemi dormire...
Mercoledì. I due uomini che hanno cantato i salmi sono seduti ad un tavolo e mangiano in una scodella di terraglia. Già li riconosco, uno è giovane, l'altro più anziano, non sembrano dei frati. E la cripta, non è una
vera cripta, è una comune cella di prigione, vedo le scanalature concentriche del pavimento che partono dai miei occhi per terminare ad una porta pesante e nera...
Le chiavi stridono nella serratura, i due uomini saltano sull'attenti, due altri in uniforme di SS entrano e ordinano di vestirmi.
Ignoravo finora quanti dolori fossero nascosti in ogni gamba dei miei pantaloni, in ogni manica.
Mi mettono su una barella e mi portano giù lungo una scala. Gli stivali ferrati risuonano lungo tutto il corridoio... Dunque è questa la strada per la quale mi hanno già portato e riportato indietro senza conoscenza: dove conduce? In quale inferno va a finire?
Nell'ufficio tetro e squallido della cancelleria di Polizei-Gefangnis (prigione della polizia tedesca a Pankrac). Mi hanno messo per terra e la voce aspra d'un ometto cèco mi traduce una domanda sputata furiosamente da una voce tedesca.
- La conosci?
Mi sostengo il mento con la mano. Davanti alla mia barella sta una giovinetta dalle guance larghe, sta in piedi con fierezza, a testa alta; non ostinata, ma dignitosa, con gli occhi abbassati quanto basta per vedermi e salutarmi.
- Non la conosco.
Ricordo d'averla vista forse una volta, per un momento, durante quella selvaggia nottata al palazzo di Petschek. Ora è la seconda volta, e purtroppo non ce ne sarà una terza, per poterle stringere la mano per la dignità del suo comportamento. Era la moglie di Arnost Lorenze, ed è stata fucilata il primo giorno dello stato d'assedio.
- Ma quella lì la conosci di sicuro.
Anicka Jiraskova. Ma Dio mio, Anicka, come mai siete qui? Non ho mai pronunciato il vostro nome, non ho avuto nulla di comune con voi, non vi conosco, capite? non vi conosco.
- Non la conosco.
- Sii intelligente, giovanotto.
- Non la conosco.
- E' inutile, Julius, - dice Anicka, e solo la lieve pressione delle sue dita sul fazzoletto indica la sua emozione: - è inutile. Sono stata denunciata.
- Da chi?
- Silenzio! - Qualcuno ferma la sua risposta e la spinge brutalmente indietro quando si china per darmi la mano.
Anicka!
Non odo più altre domande e solo di lontano, lievemente e senza dolore, come se fossi lo spettatore di me stesso, sento come due SS mi riportino in cella, come dondolino brutalmente la barella e come domandino ridendo grossolanamente se non preferirei di essere dondolato per il collo.
Giovedi. Già comincio a distinguere uno dei miei compagni di cella, il più giovane si chiama Carlo e all'altro più anziano dice: " Padre ".
Mi raccontano la loro storia, ma tutto mi si confonde nella testa; c'entra una miniera.. e dei bambini sono seduti su dei banchi, odo una campana, in qualche posto c'è un incendio, pare che il medico, lo SS, venga a vedermi ogni giorno; il mio stato non è tanto grave e sembra che presto mi rimetterò. Me lo dice il " padre ", e lo dice con tanta insistenza e Carlo lo approva con tanta convinzione che anche nel mio stato capisco che mi dicono una pietosa bugia. Che bravi ragazzi, come mi rincresce di non potergli credere!
Pomeriggio. La porta della cella si apre e silenziosamente, sulla punta delle zampe, si precipita dentro un cane. Si ferma all'altezza della mia testa e mi guarda di nuovo attentamente, poi due grandi paia di stivali - ora so: un paio appartiene al proprietario del cane, al direttore della prigione di Pankràc, l'altro al capo della sezione anticomunista della Gestapo che ha presieduto al mio interrogatorio notturno - e poi dei pantaloni borghesi. Li seguo con gli occhi dal basso in alto - sì, lo conosco, è il lungo commissario magro che ha guidato la squadra speciale contro di noi. Si siede su una sedia e l'interrogatorio comincia...
- Hai fallito il colpo, salvati almeno la testa. Parla!
- Per quanto tempo hai abitato dai Baxa?
- Lo vedi, sappiamo tutto. Parla!
- Se sapete tutto perché dovrei parlare? Non ho vissuto invano, non ho avuto una vita sterile, e non voglio sciupare la mia fine.
L'interrogatorio dura un'ora. Non gridano, ripetono con pazienza le domande e non ricevono nessuna risposta; ne pongono un'altra, una terza, una decima.
- Non capisci? È finita, capisci, tutto è perduto.
- Soltanto io sono perduto.
- Allora credi ancora alla vittoria della Comune?
- Evidentemente.
- Ci crede - domanda il capo in tedesco, e il lungo commissario traduce - ci crede ancora alla vittoria dei Russi?
- Evidentemente. Non può terminare diversamente. Sono già stanco. Ho concentrato tutte le mie forze per parare le loro domande, ma ora la mia coscienza se ne va rapidamente, come il sangue che cola da una ferita profonda. Sento ancora quando mi danno la mano, forse mi leggono in fronte il segno della morte. Pare che in certi paesi il boia abbia l'abitudine di abbracciare il condannato prima dell'esecuzione.
Sera. Due uomini curvi ed a mani giunte camminano sempre in tondo uno dietro l'altro, cantando con voce lenta e discorde una salmodia triste: "Quando la luce del sole e il chiarore delle stelle si spegne per noi..."
Oh! smettetela, amici! Sarà anche una bella canzone, ma oggi siamo alla vigilia del 1° maggio, la più bella festa dell'uomo, la più gioiosa. Cerco di cantare qualcosa di lieto, ma la mia voce deve suonare ancora più triste, perché Carlo volta la testa e il padre si asciuga gli occhi. Non importa, non mi lascio scoraggiare, continuo a cantare e lentamente essi si uniscono a me. Mi addormento contento.
Alba del 1° maggio. L'orologio della torretta della prigione suona tre rintocchi; è la prima volta che li odo chiaramente. Per la prima volta da quando mi hanno portato in prigione, sono in piena coscienza. Sento l'aria fresca, che scorre giù dalla finestra aperta intorno al mio materasso, sento i fili di paglia che mi si imprimono ora sul petto ora sul ventre, ogni piccola parte del corpo mi fa male di mille dolori e respiro difficilmente. D'un tratto, come se aprissi una finestra, vedo chiaramente: è la fine. Sono in agonia.
Sei stata lunga a venire, morte. E tuttavia ho sperato di fare la tua conoscenza più tardi, dopo lunghi anni. Ho sperato di poter vivere ancora la vita di un uomo libero, di poter molto lavorare, molto amare e molto cantare e molto percorrere il mondo. Proprio ora divenivo maturo e avevo ancora molte forze, non le ho più, mi si spengono dentro. Amavo la vita per la sua bellezza, sono andato sul campo di battaglia. Vi amavo, uomini, ed ero felice quando sentivate il mio amore, ed ho sofferto quando non mi comprendevate. Colui a cui ho fatto torto mi perdoni, colui che ho consolato mi dimentichi. La tristezza non sia mai legata al mio nome, ecco il mio testamento per voi, padre e madre e sorelle, per te, mia Gusta, e per voi compagni, per tutti coloro che amavo. Se pensate che le lacrime possano cancellare il triste turbine della pena, piangete per un momento. Ma non rimpiangete. Ho vissuto per la gioia e muoio per la gioia e sarebbe farmi torto mettere sulla mia tomba l'angelo della tristezza.
Il 1° maggio, una volta, alla stessa ora, eravamo già in piedi nei dintorni della città, e si preparavano le nostre bandiere; alla stessa ora, di già, nelle strade di Mosca i primi gruppi si incamminavano per partecipare alla sfilata, ed anche oggi, alla stessa ora, milioni di uomini combattono per l'ultima battaglia della libertà umana e mille e mille cadono nel combattimento. Io sono uno di loro. Ed essere uno di loro, uno dei combattenti dell'ultima battaglia, è bello.
Ma l'agonia non è bella. Soffoco, non posso più respirare, mi sento un rantolo in gola, ho paura di svegliare i miei compagni di cella: forse, se avessi la gola meno secca ma tutta l'acqua della mia brocca è già stata bevuta. Lì, a sei passi da me, nel gabinetto, ce n'è a sufficienza, avrò la forza di arrivare fin lì?
Mi trascino piano sul ventre, molto piano, come se tutta la gloria della morte consistesse nel non svegliare nessuno, finalmente sono arrivato e bevo con ghiottoneria l'acqua che è in fondo ai gabinetti, non so quanto tempo ho durato, non so quanto tempo mi ci è voluto per tornare trascinandomi al mio posto. Ricomincio a perdere conoscenza, mi cerco il polso, non sento nulla, il cuore mi sale in gola e ricade giu. Cado con lui. Cado per un pezzo, e durante il tragitto odo ancora la voce di Carlo:
- Padre, senti, senti! Sta morendo, poveretto.

Il medico è venuto al mattino.
Ma tutto ciò l'ho saputo molto più tardi.
È arrivato, mi ha ascoltato ed ha scosso la testa. Poi è tornato all'infermeria, ha stracciato il foglio di morte che aveva riempito a mio nome il giorno prima, e ha detto con l'elogio dello specialista:
- Che costituzione da cavallo!

Capitolo terzo

 

CELLA 267

Sette passi dalla porta alla finestra, sette passi dalla finestra alla porta.
Me ne intendo.
Quante volte ho percorso questo spazio sul pavimento di abete nella mia cella di Pankrac. E forse è la stessa cella dove mi rinchiusero in passato, per aver visto troppo chiaramente quali conseguenze preparasse al popolo cèco la politica pericolosa della borghesia cèca. Ora crocifiggono il mio popolo; i guardiani tedeschi passeggiano davanti alla mia cella, e in qualche posto fuori le Parche, politicanti cieche, ricominciano a filare il filo del tradimento. Quanti secoli ci vorranno perché l'uomo apra finalmente gli occhi? Quante celle ha dovuto subire, l'uomo, per poter andare avanti? Oh! Gesù bambino di Neruda (1), la via della salvezza è ancora lunga da percorrere per l'umanità. Ma non dormire più, non dormire più.
Sette passi avanti, sette passi indietro. Uno dei muri regge un lettuccio di legno. L'altro un armadietto verniciato tristemente di scuro, che contiene le nostre scodelle di terraglia. Si, me ne intendo. Ora, qui, tutto si è un po' meccanizzato, c'è' il riscaldamento centrale, il bugliolo è sostituito da un gabinetto, gli uomini prima di tutto sono meccanizzati. Come automi. Pigia il bottone, cioè fai un piccolo rumore con la chiave nella serratura della porta oppure apri lo spioncino e i detenuti sobbalzano e si mettono sull'attenti, qualsiasi cosa stiano facendo; apri la porta. e il capo-cella grida tutto d'un fiato:
- Achtung Celeczvaizibnzechzikbegtmittraimanalesinordnung.
In tedesco: Attenti, cella-duecentosessantasette-occupata-da-tre-uomini-tutto-in-ordine.
Ecco: 267. La nostra cella. Ma in questa cella, l'automa non funziona perfettamente. I detenuti che saltano sull'attenti sono due soli. Io, intanto, resto sdraiato sul mio pagliericcio sotto la finestra, resto sdraiato bocconi, una settimana, quindici giorni, un mese, sei settimane - e poi rinasco: già giro la testa, già alzo la mano, già mi levo sui gomiti, e già perfino ho tentato di voltarmi sulla schiena... Decisamente, certe cose si fa prima a scriverle che a viverle.
E anche la cella subisce dei cambiamenti, sulla porta invece di tre hanno messo due. Carlo, il più giovane dei due uomini che mi avevano sotterrato al triste canto dei salmi, se ne è andato, non è rimasto altro di lui che il ricordo del suo buon cuore. In realtà lo vedo solo come in un sogno, e solo durante gli ultimi due giorni della sua permanenza con noi. Pazientemente racconta di nuovo la sua storia, e di nuovo io mi addormento mentre egli racconta.
Si chiama Carlo Malik, è un meccanico che ha lavorato nell'ascensore d'una miniera di metalli, in qualche posto nei dintorni di Hudlic, e ne ha portato fuori dell'esplosivo per la Resistenza. E' stato arrestato, già quasi due anni orsono, ora deve comparire di fronte al tribunale, forse a Berlino, sono tutto un gruppo, chissà come andrà a finire, ha moglie e due bambini, a cui vuol bene, a cui vuol molto bene - ma era mio dovere, sai, non ho potuto fare altrimenti.
Rimane a lungo seduto al mio fianco e mi costringe a mangiare. Non posso. Il sabato - sono qui già da otto giorni? - si decide a usare la violenza: annuncia al Polizeimstr (il secondino infermiere) che da quando sono arrivato qui non ho ancora mangiato un boccone. Il Polizeimstr, un barbiere di prigione sempre agitato, in uniforme di SS, senza il cui permesso il medico cèco non ha diritto di prescrivere neppure l'aspirina, mi porta personalmente una minestra da ammalato e sta a guardarmi finché non ne ho bevuto l'ultima goccia. Carlo è molto contento del successo della sua operazione, e il giorno dopo mi obbliga lui stesso ad inghiottire la tazza di minestra della domenica.
Ma questo non porta grandi progressi. Le mie gengive spezzate non possono masticare neppure le patate ridotte a poltiglia del ragù domenicale, ed ogni boccone un po' solido non riesce a passarmi dalla gola serrata.
- Non gli va nemmeno il ragù, geme Carlo, e scuote tristemente la testa sopra di me.
E poi, con ghiottoneria, comincia a mangiare la mia razione, dividendola onestamente con il "padre".
Ah, voi che non avete vissuto nell'anno 1942 nella prigione di Pankrac, non sapete, non potete sapere che cosa sia un ragù! Regolarmente, anche nei periodi peggiori, quando lo stomaco muggì di fame, quando alle docce comparvero scheletri coperti di pelle umana, quando un compagno rubava, almeno con lo sguardo, i bocconi della razione d'un altro, quando perfino la poltiglia disgustante di legumi secchi diluita con un estratto di pomodori concentrati sembrò una delizia lungamente attesa, anche in quei periodi più duri, regolarmente, due volte alla settimana - il giovedì e la domenica - i detenuti di servizio vuotarono nella mia gavetta un ramaiolo di patate innaffiandole d'una cucchiaiata di sugo con qualche filo di carne.
Era meravigliosamente appetitoso, sì, era più che appetitoso, era un ricordo materiale della vita umana, era qualcosa di civile, qualcosa di normale, nella anormalità crudele della prigione della Gestapo, qualcosa di cui si parlava con dolcezza e con voluttà - ah, chi può capire quale valore supremo possa raggiungere un cucchiaio di buon sugo: condito dal terrore d'un deperimento continuo!
Due mesi sono passati ed ho capito bene anch'io lo stupore di Carlo. Non mi era andato neppure il ragù - e nessuna cosa quanto quella aveva potuto persuaderlo cosi chiaramente che la mia morte era prossima.
La notte dopo, verso le due, hanno svegliato Carlo. In cinque minuti doveva essere pronto per il trasferimento, come per un giretto di mezz'ora, come se non avesse davanti un viaggio che portava la sua vita a finire nella nuova prigione, nel nuovo campo di concentramento, nel luogo dell'esecuzione, Dio sa dove.
Si è inginocchiato al mio capezzale, mi ha stretto la testa con le mani, l'ha baciata - dal corridoio sale il grido rauco d'un guardiano di porci in uniforme, per rammentare che i sentimenti non hanno nulla a che vedere con la prigione di Pankrac. Carlo ha varcato la porta di corsa. La serratura si è chiusa con uno scatto...
...E siamo rimasti in due soli nella cella.
Ci rivedremo ancora, ragazzo mio?
E il prossimo addio quando verrà? Chi di noi due se ne andrà per primo? E dove? E chi lo chiamerà? Un guardiano in uniforme di SS? O la morte, che non ha uniforme?
Quanto scrivo ora è solo l'eco dei pensieri rimastimi dopo la sua partenza. È' passato un anno da allora e i pensieri che accompagnarono il compagno si sono spesso ripetuti con maggiore o minore insistenza. Il numero due, appeso sulla porta della cella, si cambia di nuovo in un tre e di nuovo in due e di nuovo tre, due, tre, due; nuovi compagni di prigionia sono arrivati e ripartiti - solo i due che erano restati nella cella 267 vi rimangono fedelmente insieme.
Il padre ed io.


Il padre...- è il maestro elementare Josef Pesek, di sessant'anni, il presidente dei maestri, arrestato ottanta cinque giorni prima di me, perché con l'elaborare una proposta tendente a riformare le scuole cèche libere, ha preparato un complotto contro il Reich tedesco.
Padre - è...
Ma come descrivere tutto ciò, amici miei? Sarebbe un lavoro difficile. Due uomini, una cella e un anno?
In quel frattempo, le virgolette intorno al nome di "padre" già sono scomparse, i due detenuti diversi di età sono diventati padre e figlio davvero, in quel frattempo si sono scambiati reciprocamente abitudini, espressioni e perfino intonazioni di voce - cerco di riconoscere oggi ciò che è mio, ciò che è del padre, e ciò che è stato introdotto prima da lui o da me nella cella.
Restava alzato una notte dopo l'altra vicino a me, e con delle pezzette umide e bianche ha scacciato la morte che si avvicinava. Coraggiosamente ha pulito il pus delle mie ferite e non ha mai manifestato il minimo disgusto per l'odore di putrefazione che emanava dal mio pagliericcio.
Ha lavato e cucito insieme i miserabili brandelli della mia camicia, che era stata anch'essa vittima del primo interrogatorio, e quando non erano più buoni a nulla mi ha vestito con la sua biancheria. Lui mi ha portato una margheritina e un filo d'erba, che si è arrischiato a strappare nel cortile della prigione durante la mezz'ora di "aria". Mi seguiva con gli occhi teneri, ogni qualvolta partivo verso un nuovo interrogatorio e metteva nuove pezzette sulle nuove ferite con le quali tornavo. Quando mi portavano agli interrogatori di notte, non si addormentava mai prima del mio ritorno e prima di avermi disteso con ogni cura sul mio pagliericcio, avvolto nelle coperte.
Questi furono i nostri inizi, e il seguito vissuto insieme non li ha traditi, anche quando io ho potuto mettermi in piedi e pagare i miei debiti di figlio.
Ma tutto ciò non si può scrivere d'un fiato, ragazzo mio, la cella 267 aveva una vita intensa, quest'anno, e tutto quanto essa ha vissuto il padre l'ha vissuto a suo modo. Questo dev'essere detto, ma la storia non è ancora conclusa. (Il che suona anche come una speranza).


La cella 267 ha avuto una vita intensa. Ad ogni ora, forse, la porta si apriva e passava l'ispezione, era un controllo raccomandato in modo speciale nei confronti di un grande criminale comunista, ma forse era anche semplice curiosità. Spesso vi morivano persone che non dovevano morire. Ma si è visto di rado che non sia morto colui della cui morte tutti quanti erano persuasi. Vengono anche i secondini degli altri corridoi, cominciano a parlare e sollevano in silenzio le mie coperte e assaporano da intenditori le mie ferite, e poi, ciascuno secondo la propria natura, fanno cinicamente dello spirito e mi trattano con maggiore amicizia. Uno di essi, che abbiamo soprannominato "lo Sbruffone", viene più spesso degli altri e chiede con un largo sorriso se il "diavolo rosso" ha bisogno di nulla. No, grazie, non ha bisogno di nulla. Dopo qualche giorno lo Sbruffone scopre che il diavolo rosso ha tuttavia bisogno di qualcosa: essere sbarbato, e porta con sé un parrucchiere.
È il primo detenuto di cui faccia la conoscenza al di fuori di quelli della mia cella: il compagno Bocek. La delicata attenzione dello Sbruffone risulta all'atto pratico un pessimo servizio. Il padre mi tiene la testa, il compagno Bocek, inginocchiato accanto al mio pagliericcio, cerca con un rasoio gillette non affilato di aprirsi una strada nella foresta di faggi della mia barba. Le mani gli tremano, ha le lacrime agli occhi, è persuaso di rasare un cadavere. Tento di consolarlo.
- Un po' di coraggio, vecchio mio, se ho sopportato l'interrogatorio a palazzo Petschek, forse sopporterò il tuo rasoio.
Ma le forze che ha sono troppo poche, e dobbiamo riposarci l'uno e l'altro. Lui ed io.
Due giorni dopo faccio la conoscenza di altri due detenuti. I commissari di palazzo Petschek sono impazziti. Mi hanno mandato a prendere, e visto che il "barbiere" scrive ogni giorno sulla mia citazione "intrasportabile", danno l'ordine di trasportarmi lo stesso. Due detenuti in uniforme carceraria, addetti al servizio dei corridoi, si fermano allora davanti alla mia cella con una barella, il padre mi mette con difficoltà dentro ai miei vestiti, i compagni mi caricano sulla barella e mi portano via.
Uno di loro è il compagno Skorepa, il quale, più tardi, sarà l'attento padre dei nostri compagni del corridoio. Il secondo è... (illeggibile) ...Si china dinanzi a me al momento in cui scivolo sulla superficie obliqua della barella, mentre scendiamo le scale, e dice:
- Reggiti bene poi, - e aggiunge più piano: - …in tutti i modi.
Stavolta non ci fermiamo alla cancelleria della prigione. Mi portano oltre, per un lungo corridoio, verso l'uscita. il corridoio è pieno di gente - è giovedì e le famiglie vengono a prendere la biancheria dei detenuti - tutti guardano il nostro triste corteo. Hanno compassione negli occhi, e questo non mi piace, allora porto la mano verso la testa e stringo il pugno. Forse lo vedranno e capiranno che li saluto, forse non è che un gesto vago, ma non posso fare di più, non ho ancora forza abbastanza. Nel cortile della prigione di Pankrac, hanno messo la barella sul camion, due SS seduti accanto all'autista, due altri in piedi accanto alla mia testa, con le mani sulle custodie aperte delle rivoltelle - e siamo partiti. No, la strada non è esattamente meravigliosa - una buca, due buche e prima di aver fatto duecento metri ho già perso conoscenza; era una buffa corsa per le strade di Praga, un camion di cinque tonnellate, utilizzabile per trenta detenuti, che sprecava benzina per un detenuto solo, e due SS davanti e due dietro, con le mani sulle rivoltelle, che sorvegliavano con i loro occhi di belva un cadavere, per paura che scappasse. Il giorno dopo la commedia è stata ripetuta.
Quella volta, tuttavia, ho resistito fino a palazzo Petschek.
L'interrogatorio non è stato lungo. Il commissario Friedrich ha toccato un poco, con noncuranza, il mio corpo, e sono tornato in prigione, di nuovo senza conoscenza.
Ed ora vengono le giornate in cui non dubito più di essere vivo. Il dolore, fratello germano della vita, me l'ha rammentato distintamente; perfino la prigione di Petschek è già informata che, per qualche negligenza, io sono rimasto vivo, e i primi saluti sono arrivati: attraverso le mura spesse che ripercuotono i messaggi, e attraverso gli occhi di chi è di servizio nei corridoi per la distribuzione della minestra.
Solo mia moglie non ha saputo nulla di me. Era sola in una cella al piano inferiore, a tre o quattro celle dalla mia, divisa tra angoscia e disperazione fino al momento in cui la sua vicina, durante 1'"aria" della mattina le bisbigliò che per me era finita, che a quanto si diceva non avevo retto alle ferite inflittemi durante l'interrogatorio. Dopo di che, andò errando per il cortile e il mondo le girava d'intorno, non sentì che la sorvegliante la consolava a forza di pugni in faccia per costringerla a rientrare nelle file, che in prigione rappresentano la regola. Che mai avranno visto i suoi grandi occhi buoni guardando senza piangere i muri bianchi della cella? E il giorno dopo ancora un'altra visione, che non è vera, che non mi hanno picchiato a morte, ma che non potendo sopportare il dolore mi sono impiccato nella mia cella. E intanto io ho "marcito" sul mio povero pagliericcio e ogni sera e ogni mattina mi sono voltato con sforzo su un fianco per poter cantare a Gusta le sue canzoni preferite.
Come ha fatto a non udire, se ci mettevo tanto fervore? Oggi è già informata, già mi sente, sebbene sia più lontana di prima. E oggi anche i guardiani sanno e si sono abituati al fatto che la cella 267 canti. E non gridano più dietro la porta per imporre silenzio.
La cella 267 canta. Ho cantato per tutta la mia vita, non so perché dovrei smettere ora, proprio alla fine, al momento in cui vivo più intensamente. E Pesek, il padre? Oh, è un caso eccezionale! Gli piace cantare con passione. Non ha orecchio né memoria musicale, né voce, ma ama il canto di un bell'amore pieno di devozione, e ci trova un tale piacere che io quasi non sento se scivola da una tonalità all'altra e se insiste a cantare do, quando l'orecchio desidera espressamente un la. E cosi cantiamo quando s'infiltra in noi l'affanno, cantiamo quando è una lieta giornata, accompagnamo con il nostro canto il compagno che se ne va e con il quale forse non ci ritroveremo mai più, cantando accogliamo le buone notizie del fronte orientale e cantiamo di gioia come gli uomini cantano da sempre e come canteranno finché ci saranno degli uomini.
Non c'è vita senza canti come non c'è vita senza sole. E noi qui abbiamo doppiamente bisogno di canzoni, dato che il sole non viene fino a noi. Il numero 267 è una cella esposta a nord; solo durante i mesi estivi, e solo per qualche istante, il sole, tramontando, profila sul muro orientale l'ombra delle sbarre - e in quel momento il padre sta in piedi appoggiato al lettuccio, e segue con gli occhi quella fuggevole visita del sole... Ed è lo sguardo più triste che si possa vedere qui.
Con quanta larghezza risplende, il sole! Quanti miracoli compie davanti agli occhi degli uomini, questo rotondo stregone. E cosi pochi vivono nel sole. Ma risplenderà e gli uomini vivranno nei suoi raggi. È una bella cosa saperlo. Ma tu vorrai sapere anche qualcos'altro, infinitamente meno importante: risplenderà anche per noi?
La nostra cella è a nord, solo qualche volta d'estate, quando è veramente una bella giornata, vediamo il sole tramontare. Oh, padre, eppure mi piacerebbe vedere ancora una volta il sorgere del sole!

 

 

Capitolo quarto

 

NUMERO 400

La resurrezione è una faccenda un po' speciale, speciale a tal punto che è impossibile descriverla. Il mondo è pieno di attrattive nel corso d'una bella giornata quando hai dormito bene, ma in questo caso è come se la giornata fosse ancora più bella e come se tu avessi dormito meglio di qualsiasi altra volta. Ti sembra di conoscere bene, la scena della vita, ma è come se colui che regola le luci accendesse contemporaneamente tutti i riflettori, e di colpo ti mettesse davanti la scena illuminata a giorno. Ti sembra di vedere bene, ma è come se ti mettessi agli occhi un binocolo combinato con un microscopio. Una resurrezione è proprio questione di primavera, come la primavera che ti scopre bellezze del tutto inattese anche nel paesaggio più noto.
E questo anche se sai che è solo per un momento. E questo anche se l'ambiente che ti circonda è gradevole e ricco come può esserlo la cella della prigione di Pankrac.
Un giorno, intanto, si decideranno a portarti finalmente fuori. Un giorno ti convocheranno all'interrogatorio, anche senza barella, e per quanto ti sembri impossibile, camminerai.
C'è una ringhiera nel corridoio, una ringhiera sulla scala, ed in realtà tu ti trascini più a quattro gambe che a due; da basso ci sono già altri detenuti che si incaricano di te e ti trasportano fino al furgone cellulare. E poi, sei seduto lì; dieci, dodici persone su una buia cella su ruote; delle facce nuove ti sorridono e tu sorridi, qualcuno ti bisbiglia qualcosa e tu non sai chi sia, stringi la mano a qualcuno e non sai a chi - e finalmente il furgone entra con una scossa nel grande portone del palazzo Petschek; i compagni ti aiutano a scendere. Entrate in una sala spaziosa dai muri spogli, cinque panche in file serrate, e, seduti sulle panche, gli uomini sull'attenti, con le mani sulle ginocchia, gli sguardi fissi sul muro spoglio di fronte... ed è, caro ragazzo, un pezzo del tuo nuovo mondo, soprannominato il "cinema "...

 

Intermezzo del maggio 1943.


Oggi siamo al 1° maggio 1943, io sono per l'appunto di servizio e intanto posso scrivere. Che contentezza essere ancora una volta, sia pure per un momento, un giornalista comunista e scrivere il rapporto della parata delle forze combattenti dei mondi nuovi.
Non ti aspettare che parli di bandiere fluttuanti nell'aria. Non c'era nulla di simile. E nemmeno posso raccontarti qualcuno di quegli atti incoraggianti che fa tanto bene ascoltare. Oggi, tutto era molto più semplice; né l'onda rapida e impetuosa delle decine di migliaia di compagni che vedevo gli altri anni spiegarsi lungo le strade di Praga, né il mare maestoso dei milioni d'altri compagni che inondava la Piazza Rossa a Mosca. Qui, non puoi vedere né milioni né centinaia. Qui vedi solo qualche compagno, uomini e donne, e tuttavia senti che non è meno importante, perché è la rassegna d'una forza sottoposta in questo momento alla prova del fuoco e che non si trasforma in ceneri ma in acciaio. È una rivista in trincea durante la battaglia. E in trincea si porta la tenuta da campagna.
Descrivo tutto ciò con i particolari che gli sono propri; chissà se tu, mio lettore, che lo leggerai senza viverlo insieme a noi, capirai. Cerca tuttavia di capire, credimi, c'è dentro una forza.
Il saluto mattiniero della cella vicina che picchia due battute di Beethoven suona oggi più cerimonioso, più eloquente, e il muro lo trasmette su un tono più alto.
Ci vestiamo come meglio possiamo, e cosi in tutte le celle.
Riceviamo la colazione in piena forma. Davanti alle porte aperte delle celle passa il servizio con il pane, caffè nero e acqua. Il compagno Skorepa ci dà tre michette di pane invece di due, è il suo saluto del 1° maggio, il saluto attivo d'un animo pieno di attenzioni. E sotto le michette di pane le tue dita ne stringono altre.
Parlare è proibito, anche i tuoi sguardi sono sorvegliati - ma forse che i muti non sanno esprimersi chiaramente con le dita?
Nel cortile, sotto la finestra della nostra cella, entrano rapidamente le donne per la loro mezz'ora di "aria ". Salgo sul tavolo e guardo giù attraverso le sbarre, forse mi scorgeranno. Mi hanno scorto e levano il pugno per salutare. Io ripeto il gesto; giù, nel cortile, c'è oggi qualcosa di vivace, di del tutto diverso, un'animazione più gioiosa che non gli altri giorni La sorvegliante non vede nulla, oppure non vuole vedere. E ciò fa già parte della nostra parata di maggio di quest'anno.
Adesso la mezz'ora di noi uomini. Sono io che guido. E' il 1° maggio, amici, oggi non esordiremo come gli altri giorni, non importa se la cosa stupirà i sorveglianti. Il primo esercizio: uno, due, uno, due, il colpo di martello; e il secondo esercizio: falciare.
Il martello e la falce! Con un po' di fantasia, i compagni forse capiranno. Il martello e la falce! Mi guardo intorno. Sorridono e ripetono gli esercizi con fervore, hanno capito. Ecco, amici, è la nostra manifestazione del 1° maggio, e questa pantomima è la nostra promessa del 1° maggio, a cui, anche andando alla morte, restiamo fedeli.
Ritorno in cella. Sono le nove, in questo momento l'orologio del Cremlino suona le dieci, e sulla Piazza Rossa comincia la sfilata. Padre, noi marciamo con te. In questo momento, a Mosca, cantano l'Internazionale, anche dalla nostra cella essa deve echeggiare, nel mondo intero. Cantiamo, e una dopo l'altra si susseguono le canzoni rivoluzionarie. Ma non vogliamo esser soli, non siamo soli, siamo parte di quelli che ora cantano a pieni polmoni, in libertà, ma lottando anche loro come noi...


Compagni nelle prigioni
nelle celle fredde
siete con noi, siete con noi
è anche se non siete nelle nostre file...


Sì, siamo con voi.
Cosi, noi prigionieri della cella 267, ci siamo immaginati la fine solenne della rivista del maggio 1943. Ma è davvero la fine? E' il servizio di corridoio del settore femminile, che questo pomeriggio, prendendo l'"aria" in cortile, fischia la canzone dei partigiani e altre canzoni sovietiche per incoraggiare gli uomini nelle celle?
E' l'uomo in uniforme di poliziotto cèco che mi ha portato carta e matita, e ora sorveglia il corridoio perché nessun indesiderabile mi sorprenda? E' l'altro, colui che in fondo ha dato impulso a questi miei appunti e li porta fuori dalla prigione celando con mille cautele i foglietti, perché ricompaiano alla luce quando sarà il momento? Questi pezzetti di carta potrebbero costar loro la testa, la rischiano per fare da agenti di collegamento fra l'oggi dietro le sbarre e il domani libero. Combattono con devozione e senza paura, ciascuno al suo posto, ciascuno secondo il suo campo di battaglia, e con tutti i mezzi di cui dispongono. E sono cosi semplici, così anonimi, cosi incolori che nemmeno sospetteresti la lotta per la vita o per la morte che conducono accanto ai nostri amici e nella quale possono soccombere come vincere.
Due volte, venti volte, hai visto marciare gli eserciti della Rivoluzione nelle manifestazioni del 1° maggio, ed era uno spettacolo pieno di gloria. Ma solo nella lotta puoi apprezzare la vera forza di quegli eserciti, e come essi siano invincibili, e la morte sia più semplice di quanto credevi, e l'eroismo non si adorni di facili vanaglorie. Ma il combattimento è più crudele ancora di quanto tu avessi supposto, e per perseverare in esso e portarlo avanti fino alla vittoria - per questo ti ci vuole una forza incommensurabile. Lo vedi ogni giorno nel nostro movimento, ma quasi mai te ne accorgi in maniera cosi completa. Tutto appare cosi evidente, cosi abituale.
Oggi hai avuto di nuovo la rivelazione di quella forza.

 

Alla rivista del 1° Maggio 1943


Il 1° Maggio 1943 ha interrotto per un momento la continuità di questa storia, ed è stato bene. I giorni solenni si rammentano un po' più intensamente degli altri, e forse la gioia che domina quei giorni potrebbe deformare i ricordi di minore rilievo.
E il "cinema" del palazzo Petschek non ha proprio nulla di lieto. È l'anticamera d'una stanza di tortura da cui senti venire i lamenti e le grida di terrore degli altri, e in cui non sai che cosa ti aspetti. Vedi uscire di dove siamo noi persone sane, robuste e piene di vita, e dopo due o tre ore d'interrogatorio le vedi rientrare mutilate, annichilite. Odi una voce sonora annunciare la partenza per l'interrogatorio, e dopo un'ora, una voce spezzata, soffocata dal dolore e dalla febbre annuncia il ritorno. E c'è qualcosa di peggio: gente che al momento di uscire aveva lo sguardo limpido e sincero, quando torna non è più capace di guardarti negli occhi. È stato forse un breve attimo di debolezza, in qualche posto su all'ultimo piano, nell'ufficio di colui che interroga; forse solo un istante di esitazione, solo un lampo di paura o di desiderio di salvare la propria persona; e oggi o domani arriveranno nuovi prigionieri, che ricominceranno a vivere qui tutti gli orrori, nuove vittime che il compagno di combattimento ha consegnato al nemico.
Lo spettacolo di coloro la cui coscienza è compromessa è più terribile che lo spettacolo delle persone fisicamente torturate. E se la morte che ti cammina accanto ti ha aperto gli occhi, se la resurrezione ti ha affinato i sensi, ti accorgi, anche senza fare parola, di chi ha vacillato, di chi forse ha già tradito, o pensa, proprio in quel momento, in un angolino dell'animo, che non sarebbe poi tanto male darsi un po' di sollievo denunciando giusto il più trascurabile dei propri compagni di lotta. Oh, miserabili deboli, come se la vita pagata con quella moneta d'un compagno fosse ancora la vita!
Questo pensiero non mi era forse venuto all'epoca del mio primo soggiorno al "cinema", ma in seguito l'ho avuto di frequente, ed esso ricomparve in me con chiarezza anche quella mattina in un ambiente un tantino diverso; in un ambiente che era qui la miglior fonte di conoscenza, nella stanza numero "400 "
Non sono rimasto a lungo seduto al "cinema". Forse un'ora, forse un'ora e mezza. Poi, alle mie spalle, ho udito chiamare il mio nome, due agenti in borghese che parlavano cèco si sono incaricati di me, mi hanno trasportato in un ascensore, mi hanno depositato al quarto piano e mi hanno condotto in una vasta stanza sulla cui porta era scritto il numero

"400"


Ero seduto li, sotto la loro sorveglianza, da principio completamente solo e in fondo alla stanza, su una sedia isolata accanto al muro, e mi guardavo intorno con lo strano sentimento di chi ha l'impressione di aver vissuto già una volta la stessa scena. Sono venuto qui già un'altra volta? No, mai. Eppure questa cosa la conoscevo, conoscevo questa stanza, l'ho sognata, l'ho sognata in un incubo crudele e febbrile che me l'ha deformata terribilmente, che l'ha resa ai miei occhi distorta e ripugnante ma tuttavia riconoscibile. Ora essa mi appare gradevole, piena della luce del giorno e di colori chiari e attraverso le grandi finestre dalle inferriate sottili è possibile vedere la chiesa di Tynl, le verdi colline di Letnà e il castello di Hradcany (2). Nel sogno la stanza era tetra, senza finestre, mal illuminata dal pulviscolo d'una luce giallo-sporca in cui si muoveva l'ombra delle persone. Sì, c'era della gente, qui. Ora la stanza è vuota e i suoi sei banchi serrati sono una prateria di pisciacani e di ranuncoli. Nel sogno era piena di uomini, erano seduti su queste panche gli uni accanto agli altri e i loro volti erano pallidi e sanguinanti. E li, proprio accanto alla porta, un uomo dagli occhi dolorosi si reggeva in piedi, con una tuta da lavoro ridotta a brandelli, un uomo che desiderava bere, bere, e che alla fine è crollato giù, lentamente, come cala un sipario.
Sì, era proprio cosi, ma già so che non era un sogno, quel qualcosa di crudele e di febbrile, era la realtà. Fu durante la notte del mio arresto, al mio primo interrogatorio. Mi hanno condotto qui forse tre volte, forse dieci, non so, ogni volta che hanno voluto riposarsi e attaccare con altri. Ero a piedi nudi e, rammento, le mattonelle fredde del pavimento mi rinfrescavano in modo gradevole la pianta piagata dei piedi.
I banchi di una volta erano occupati dagli operai di Junkers; la Gestapo li aveva catturati quella sera, e l'uomo vicino alla porta, con la tuta a brandelli, era il compagno Barton della cellula aziendale di Junkers, la causa indiretta del mio arresto. Lo dico perché nessuno venga accusato della mia sorte. Il mio arresto non fu dovuto né a tradimento né a viltà di nessun compagno, non fu che imprudenza e scarogna. Il compagno Barton cercava per la cellula un collegamento con la direzione del Partito. Il suo amico, il compagno Jelinek, trascurando un poco le norme cospirative, invece di parlare prima a me della faccenda in modo che potesse essere sistemata al di fuori del suo intervento, gli promise di trovargli lui stesso il collegamento. Fu il primo sbaglio. Il secondo, più grave, fu che il compagno Barton aveva prestato fiducia a un provocatore. Si chiamava Dvorak. Il compagno Barton gli confidò perfino il nome di Jelinek, e cosi la Gestapo cominciò a interessarsi alla famiglia Jelinek. Non fu dunque a causa del loro compito principale, che gli Jelinek hanno assolto alla perfezione durante due anni, ma in seguito a un piccolo servizio da nulla per il quale si sono allontanati appena d'un passo dai loro doveri cospirativi. E che quelli del palazzo Petschek decidessero di arrestare Jelinek proprio quella notte, quando avevamo appuntamento in casa sua, e che arrivassero in tanti, fu esclusivamente effetto del caso. Non rientrava nel loro piano. Gli Jelinek dovevano essere arrestati solo il giorno dopo, se la Gestapo venne fu in realtà quasi per divertimento, per prendere un po' d'aria, dopo l'arresto riuscito cosi bene della cellula Junkers. Se per noi l'arrivo della polizia fu una sorpresa, una sorpresa non minore fu per loro il trovarmi lì. Non sapevano nemmeno chi prendessero nella mia persona. Chissà se sarebbero mai riusciti a saperlo, se insieme con me...
Ma queste prime riflessioni al 400 ho potuto farle soltanto dopo un certo tempo abbastanza lungo. Quel giorno non ero più solo, quella volta i banchi e i muri intorno erano già occupati e già scorrevano ore piene di sorprese. Sorprese strane, nelle quali non ho capito nulla, e cattive sorprese, nelle quali ho capito fin troppo. Tuttavia, la mia prima sorpresa non apparteneva a nessuna di queste due categorie; era una cosa gentile, una cosa da niente, priva di qualsiasi importanza, ma che non potrò mai dimenticare. L'agente della Gestapo che mi sorveglia - lo riconosco, è lo stesso che mi ha vuotato le tasche dopo l'arresto - mi ha buttato una mezza sigaretta accesa. La prima sigaretta dopo tre settimane, la prima sigaretta per un uomo che nasce una seconda volta. Devo prenderla? Non deve pensare di potermi comprare. Ma accompagna la sigaretta con uno sguardo senza secondi fini, no, non mi vuole comprare. Non sono nemmeno riuscito a fumarla fino in fondo. I neonati non sono forti fumatori.
Seconda sorpresa: nella stanza entrano a passo dell'oca quattro persone che salutano in cèco gli agenti in borghese - e me, - si siedono dietro i tavoli, sistemano le proprie carte dinanzi a sé, si accendono una sigaretta, liberamente, del tutto liberamente come se fossero degli impiegati, ma tuttavia io li conosco, ne conosco almeno tre, ma non è possibile che siano al servizio della Gestapo, o forse, forse?… Anche loro? Eppure è Terringl, o Renek, come veniva chiamato, ex-segretario del Partito e dei sindacati, una natura un po' selvatica ma fedele, no, non è possibile. Ed è Annetta Vikovà, sempre cosi coraggiosa e cosi bella, anche con i suoi capelli già bianchi, una militante ferma e tenace, no, non è possibile. Vasek Rezek, muratore in una miniera del nord e più tardi segretario regionale del Partito; come se non li conoscessi! quante lotte abbiamo vissuto insieme nel nord! Può mai essere che si sia curvato sotto il loro pugno? No, non è possibile. Ma allora, che fanno qui?
Non ho ancora trovato risposta a queste domande, e già se ne accumulano di nuove. Fanno entrare Mirek e i coniugi Jelinek, la coppia Tried - sì, nulla di strano, quelli, purtroppo, sono stati arrestati con me. Ma perché Paolo Kropàcek, storico dell'arte, è lì anche lui, lui che aiutava Mirek nel suo lavoro tra gli intellettuali, e chi se non Mirek ed io eravamo al corrente di tutto quanto esattamente egli faceva? E perché quel lungo giovanotto con il volto tumefatto dalle percosse, e che mi ha fatto cenno che non ci conosciamo? Io non lo conosco veramente; chi è? Stych? Il dottor Stvch? Zdenek? ma, Dio mio, questo vuol dire il gruppo dei medici; chi poteva conoscerli all'infuori di me e di Mirek? E perché durante l'interrogatorio mi hanno fatto delle domande a proposito degli intellettuali cèchi? Come sono arrivati a stabilire un legame tra il mio lavoro e quello fatto tra gli intellettuali? Chi poteva esserne al corrente all'infuori di me e di Mirek?
La risposta non era difficile a dare, ma era grave era crudele: Mirek ha tradito, ha parlato, in un primo momento potevo ancora sperare che almeno non avesse detto tutto. Ma poi, hanno fatto entrare un altro gruppo di detenuti, e ho visto Vancura (3), il professor Telle e suo figlio, Bedrich Vaclaveck, irriconoscibile sotto il suo travestimento, Bozena Pulpanova, Jindrich Elbl, lo scultore Dvorak, tutti coloro che facevano parte o erano chiamati a far parte del Comitato nazionale rivoluzionario degli intellettuali cèchi, tutti sono qui. Sul lavoro fra gli intellettuali Mirek ha detto tutto.
Le prime giornate a palazzo Petschek non sono state facili, ma quello fu il colpo più duro che abbia ricevuto. Mi aspettavo la morte ma non il tradimento, Anche giudicando con indulgenza, anche prendendo in considerazione tutte le circostanze e anche tenendo conto di tutto quello che Mirek non ha detto, non sono riuscito a trovare altra parola: era il tradimento. Non era l'abbandono di un istante, né una debolezza, né il crollo d'un uomo torturato a morte che cerca un sollievo in mezzo alla febbre, non era nulla che si possa scusare. Ora ho capito perché abbiano saputo il mio nome fin dalla prima notte. Ora ho capito perché si trovi qui Anicka Jiràskovà, in casa della quale ho avuto parecchi appuntamenti con Mirek. Ora ho capito perché siano qui Kropàcek, e il dottor Stych.
Quasi ogni giorno sono andato al numero 400, e ogni giorno ho appreso nuovi particolari. Era triste e scoraggiante. Ecco, un uomo che era stato in passato pieno di dirittura, che non aveva cercato di sfuggire alle pallottole combattendo sul fronte spagnolo, e non si era piegato passando attraverso la crudele esperienza del campo di concentramento in Francia, ora era impallidito sotto il frustino d'un agente della Gestapo e aveva tradito per proteggere la propria pelle. Come doveva essere superficiale il suo coraggio, per cedere così ai primi colpi. Superficiale quanto le sue convinzioni. Era forte in un gruppo, circondato da compagni che pensavano come lui, era forte perché pensava con loro. Ora, isolato, solo, circondato da nemici senza pietà, ha perso completamente la sua forza. Ha perso tutto, perché ha cominciato a pensare a se stesso. Per salvarsi la pelle, ha sacrificato tutto, ha tradito.
Non si è detto che era meglio morire che dare il cifrario delle carte trovate in casa sua. Ha dato il cifrario. Ha fornito dei nomi. Ha fornito l'indirizzo di un ricovero. Ha condotto gli agenti della Gestapo all'appuntamento con Stych. Li ha mandati dove alloggiavano i Dvorak, all'appuntamento con Kropacek; ha denunciato Anicka; ha denunciato perfino Lidà, la ragazza coraggiosa e decisa che gli voleva bene. Gli sono bastate poche bastonate per dire la metà di tutto questo, e quando è stato persuaso della mia morte e ha creduto di non aver più da giustificarsi dinanzi a nessuno, ha detto il resto.
Con la sua condotta non mi ha fatto personalmente nessun male: ero già nelle mani della Gestapo, chi avrebbe potuto tirarmi addosso qualcosa di peggio? Tutto al contrario. La sua dichiarazione era qualcosa di così concreto, sulla quale erano basate tutte le ricerche, qualcosa di simile al primo anello nella catena, i cui anelli successivi erano fra le mie mani e di cui essi volevano raggiungere il capo. Solo grazie a questo sono sopravvissuto allo stato di assedio e con me gran parte del nostro gruppo. Ma nel caso nostro, nessun gruppo sarebbe stato tirato in ballo, se Mirek avesse fatto il suo dovere. Noi due saremmo morti da un pezzo, ma caduti noi, gli altri sarebbero vivi e lavorerebbero. Un vile perde più che la vita. Ha perso. Ha disertato l'esercito glorioso e si è esposto al disprezzo anche del suo nemico più abietto. E anche vivo, non era più vivo. Perché si è escluso dalla collettività. Ha cercato, più tardi, di riparare più o meno, qualcosa, ma senza mai poter riconquistare la fiducia dei compagni. Il che, in prigione, è più terribile che in qualsiasi altro posto.

***

I prigionieri e la solitudine, due parole che sembrano inseparabili. Ed è un grande errore. Il prigioniero non è solo. La prigione è una grande collettività a cui nemmeno l'isolamento più severo può strappare nessuno, se non se ne esclude da sé. La fraternità degli oppressi è esposta qui ad una pressione che la condensa, la indurisce e la rende anche più sensibile. Attraversa le mura che vivono, che parlano, o battono messaggi. Abbraccia le celle d'uno stesso corridoio, che sono legate da preoccupazioni comuni, da un addetto ai servizi comuni, dalle mezz'ore di "aria" in comune, quando basta una parola o un gesto per trasmettere una missiva o salvare le vite umane. La fraternità degli oppressi unisce tutta la prigione attraverso le partenze comuni per gli interrogatori, le comuni attese sui banchi del "cinema" e i ritorni comuni. Una fraternità fatta di poche parole e di grandi servigi, perché una semplice stretta di mano o una sigaretta passata di soppiatto rompe la gabbia in cui ti hanno gettato e ti libera dalla solitudine che doveva spezzarti. Le celle hanno mani, tu senti come ti sostengono per non farti cadere quando torni dopo le torture dell'interrogatorio; e dalle celle ricevi il nutrimento quando gli altri ti spingono a lasciarti morire di fame. Le celle hanno occhi; ti guardano quando parti per andare all'esecuzione, sai che bisogna andarci a testa alta perché sei loro fratello e non devi indebolirle nemmeno con un passo che vacilli. È una fraternità sanguinante ed irresistibile. Senza il loro appoggio, non potresti sopportare neppure la decima parte di quello che soffri.
Tu, né alcun altro.
In questo racconto, se riuscirò a continuarlo, dato che non sappiamo né il giorno né l'ora, riapparirà spesso il numero a cui si intitola questo capitolo, il numero 400. L'ho conosciuto come una sala, e le prime ore che vi ho trascorso e le prime riflessioni che vi ho fatto non erano liete. Ma non del luogo voglio parlare, della comunità. E la comunità era una comunità piena di gioia e combattiva.
Il " 400" nacque nel 1940, al momento in cui l'attività della sezione anticomunista della polizia si sviluppava. Era un annesso del deposito del "cinema", la sala d'aspetto degli interrogatori, scelta per i comunisti, in modo da evitare il fastidio di portarli dal pianterreno al quarto piano per ogni domanda, e in modo che fossero a ogni istante a disposizione degli impiegati della Gestapo incaricati dell'" interrogatorio ". Era per facilitare il lavoro; questa per lo meno era la loro idea.
E tuttavia, metteteci insieme due detenti e soprattutto dei comunisti, e in cinque minuti ecco formata una comunità che vi manderà all'aria tutti i piani. Già dall'anno 1942 il " 400" veniva chiamato da tutti "la centrale comunista ". Ha subìto molti cambiamenti e sui suoi banchi sono passati migliaia e migliaia di uomini e donne. Ma una cosa non si è mai cambiata, l'anima della comunità, consacrata alla lotta e sicura della vittoria.
Il "400" era una trincea avanzata, accerchiata da ogni lato dal nemico e bombardata da un tiro concentrico, ma che mai avrebbe pensato ad arrendersi. Al di sopra sventolava la bandiera rossa. E all'interno si manifestava la solidarietà del popolo intero in lotta per la propria liberazione.
Giù, da basso, al "cinema", le guardie SS passavano con i loro pesanti stivali e accompagnavano con le loro vociferazioni il tuo minimo batter di palpebra.
Qui, al "400", la sorveglianza era affidata agli ispettori e agli agenti di polizia, entrati al servizio della Gestapo come interpreti, sia volontariamente, sia per ordine dei superiori, e che facevano ora il loro dovere sia come creature della Gestapo, sia come Cèchi. O come qualcosa di mezzo. Ora non si era più costretti a star seduti sull'attenti, con le mani sui ginocchi e gli occhi fissi, ora potevi sederti più liberamente, potevi guardarti d'intorno, potevi fare cenno con la mano e potevi fare anche di più, secondo il caso, dipendeva da quale specie di sorveglianti erano di servizio in quel dato momento.
Il "400" era il luogo dove più profondamente si faceva conoscenza con quella creatura che si chiama uomo.
Qui la prossimità della morte ha messo tutti a nudo, coloro che con i bracciali rossi erano detenuti comunisti, o sospetti di rapporti con i comunisti, e quelli che dovevano sorvegliarli e che in qualche posto, in una stanza vicina, partecipavano ai loro interrogatori. Là, durante l'interrogatorio, ogni parola ha potuto servire da protezione o da arma. Ma al " 400" non hai più la possibilità di nasconderti dietro delle parole. Qui non è stato pesato quello che hai detto, ma quello che era nel tuo profondo. E nel tuo profondo è rimasto solo l'essenziale; tutto quanto è in secondo piano per far apparire più nobile, indebolire o abbellire il fondo del tuo carattere, è caduto come sradicato di colpo dal ciclone che precede la morte. Non sono rimasti altro che il soggetto e l'attributo; il fedele resiste, il traditore tradisce, il borghese dispera, l'eroe si batte. In ogni essere c'è la forza e la nobiltà, l'audacia e la paura, la fermezza e l'esitazione, la pulizia e la sporcizia. E qui non è potuta restare che l'una o l'altra cosa. O questo, o quello. E se qualcuno ha cercato di navigare fra le due rive, è stato colto più presto di un ballerino, con i cembali in mano, la piuma gialla sul cappello, il quale si esibisca durante una cerimonia funebre.
Persone di questo genere se ne sono potute trovare fra i detenuti, ed anche fra gli ispettori e fra gli agenti. Durante l'interrogatorio bruciavano un cero al buon Dio del Reich, ma al "400" ne bruciavano un altro al diavolo bolscevico. Davanti al commissario tedesco, ti ha spaccato i denti per strapparti a forza di botte il nome del tuo agente di collegamento, e al "400" ti ha offerto amichevolmente del pane per toglierti la fame. Durante la perquisizione ti ha saccheggiato completamente l'appartamento, per darti di nascosto al "400" una mezza sigaretta del suo bottino, in modo da mostrarti i suoi buoni sentimenti verso di te. Altri, e sono solo una variante della stessa specie, non hanno mai fatto del male a nessuno di loro propria iniziativa, ma non hanno mai neppure aiutato nessuno. Non hanno pensato mai ad altro che alla loro piccola pelle. La loro sensibilità li rende degli eccellenti barometri politici. Sono molto riservati e molto ufficiali? Stai pur certo che i Tedeschi avanzano in direzione di Stalingrado. Sono cortesi e cominciano a attaccare discorso con i detenuti? La situazione è favorevole. I Tedeschi, sicuramente, sono stati respinti a Stalingrado. Cominciano a parlare della loro antica origine cèca e raccontano come sono stati costretti a entrare al servizio della Gestapo? Benissimo.
Non c'è dubbio che l'esercito rosso già avanza su Rostov. E altri ancora della stessa specie sono quelli che tengono le mani in tasca quando stai annegando, ma ti tendono la mano compiacenti quando già ti stai tirando d'impaccio con i tuoi propri mezzi. Questa specie di gente ha sentito la coesione del " 400" e ha cercato di avvicinarlo perché ne ha apprezzato la forza, ma non ne ha fatto mai parte. E c'era ancora un'altra specie che non aveva la più lontana idea dell'esistenza di tale comunione; potrei chiamarli assassini, ma l'assassino appartiene tuttavia al genere umano. La belva di lingua cèca, con in mano il bastone ed il ferro, che tortura i detenuti cèchi a un punto tale che parecchi fra gli stessi commissari tedeschi finiscono per distogliere gli occhi dallo spettacolo. Non hanno potuto darsi nemmeno l'ipocrita scusa di lottare per il loro popolo o per il loro Reich, hanno torturato e assassinato per voluttà, hanno spezzato i denti e perforato i timpani, spremuto gli occhi, tagliuzzato gli organi sessuali, messo a nudo il cervello dei torturati e li hanno bastonati a morte, spinti da una crudeltà che non aveva altro movente se non la crudeltà stessa. Li hai visti ogni giorno, eri obbligato a essere quotidianamente in contatto con loro e a sopportare la loro presenza, che riempiva l'atmosfera di sangue e di rantoli d'agonia; solo la tua fede profonda ti ha sostenuto, la fiducia che essi non possono sfuggire alla giustizia anche se assassinano tutti i testimoni dei loro delitti.
E accanto a loro, alla stessa tavola e appartenenti, a prima vista, alla stessa gerarchia, siedono uomini che meriterebbero una U maiuscola. Uomini che hanno applicato il regolamento della prigione a vantaggio dei prigionieri, uomini che hanno aiutato a formare la comunità del "400". E che ne facevano parte con tutto il loro cuore e con tutta la loro audacia. La loro generosità è tanto più meritoria in quanto, in passato, nei servizi della polizia cèca, avevano lavorato contro i comunisti. Ma hanno riconosciuto la forza e hanno capito l'importanza dei comunisti per il popolo intero, vedendoli nella lotta contro l'invasore, e da quel momento hanno fedelmente servito e aiutato ciascuno di quelli che erano rimasti fedeli fino sulle panche della prigione. Parecchi militanti, all'esterno del carcere, esiterebbero se conoscessero quali orrori li aspettano se cadono nelle mani della Gestapo. Ma gli uomini di cui parlo hanno avuto continuamente quegli orrori sotto gli occhi, ogni giorno, ogni ora. Ogni giorno, ogni ora, dovevano aspettarsi di esser messi accanto agli altri detenuti e di essere sottoposti a sofferenze anche peggiori. E tuttavia non hanno esitato. Hanno aiutato a salvare la vita di migliaia e hanno alleviato la sorte di coloro la cui vita non poteva esser salvata. Meritano il titolo di eroi. Senza il loro aiuto il "400" non avrebbe mai potuto essere quello che è diventato e quale migliaia e migliaia di comunisti l'hanno conosciuto: il luogo luminoso nella casa tetra e opaca, la trincea alle spalle del nemico, il centro della lotta per la libertà all'interno del covo stesso degli occupanti.

Capitolo quinto

 

LE FIGURE E LE FIGURINE(1)

Vi chiedo solo una cosa: se sopravvivete a quest'epoca non dimenticate. Non dimenticate né i buoni né i cattivi. Raccogliete con pazienza le testimonianze di quanti sono caduti per loro e per voi. Un bel giorno oggi sarà il passato, e si parlerà d'una grande epoca e degli eroi anonimi che hanno creato la storia. Vorrei che tutti sapessero che non esistono eroi anonimi. Erano persone, con un nome, un volto, desideri e speranze, il dolore dell'ultimo fra gli ultimi non era meno grande di quello del primo il cui nome resterà. Vorrei che tutti costoro vi fossero sempre vicini come persone che abbiate conosciuto, come membri della vostra famiglia, come voi stessi.
Hanno sterminato famiglie intere di eroi. Vogliate bene almeno ad uno di essi come a un figlio o a una figlia, e siate fieri di lui come di un grand'uomo che ha vissuto per l'avvenire. Ognuno di quelli che ha servito fedelmente l'avvenire ed è caduto per la sua bellezza, è una figura scolpita nella pietra. Ed ognuno di quelli che con la polvere del passato hanno voluto costruire una diga contro l'onda della rivoluzione, non è che una figurina di legno tarlato, anche se ha le braccia sovraccariche di galloni dorati. Ma bisogna vedere anche le figurine vivere nella loro infamia e nella loro imbecillità, nella loro crudeltà e nel loro ridicolo, perché è tutto materiale che ci insegna l'avvenire.
Ciò ch'io posso continuare a raccontare è solo il materiale, la dichiarazione dei testimoni. E' tagliato come ho potuto vederlo dal mio angolo e senza nessun distacco , ma ha tutti i tratti d'una vera somiglianza con la vita, i tratti delle grandi figure e delle piccole, delle figurine.

 

Gli Jelinek


Giuseppe e Maria. Lui elettricista, lei domestica. La loro abitazione? Mobili moderni, semplici e lisci, una bibliotechina, una statuetta, quadri alle pareti, e una pulizia inverosimile. Diresti che l'anima di lei sia tutta rinchiusa lì dentro, e che non sappia nulla d'un altro mondo. E invece Maria lavorava da un pezzo nel partito comunista e faceva alla sua maniera sogni di giustizia. Hanno lavorato tutti e due tranquillamente, con devozione, e non si sono tirati indietro quando l'occupazione ha posto loro dinanzi gravose esigenze di responsabilità.
Dopo tre anni la polizia è penetrata nella loro abitazione, erano in piedi uno accanto all'altra, con le mani alzate sopra la testa.

 

19 Maggio 1943


Stanotte portano via la mia Gusta, in Polonia, "a lavorare". Ai lavori forzati, a morire di tifo. Mi resta qualche settimana, forse due o tre mesi di vita. Pare che il mio incartamento sia stato passato al tribunale. Forse allora altre tre o quattro settimane d'informazioni contro di me alla prigione di Pankrac, e poi ancora due o tre mesi fino alla fine. Questo reportage non sarà terminato. Cercherò di continuarlo se mi capita ancora l'occasione in questi giorni. Oggi non posso. Oggi ho la testa e il cuore pieni di Gustina, di questa creatura umana tanto nobile e così profondamente fervida, di questa compagna rara e devota della mia vita dirupata e mai placida.
Ogni sera canto per lei una canzone che ha amato: parla d'un'erba verde azzurra, d'una steppa piena di leggende gloriose, di combattimenti partigiani, d'una donna cosacca che lotta accanto agli uomini per riconquistare la libertà, parla del suo coraggio e di come in una battaglia "jej podnatsja zemli neprislos" (non sia riuscita a levarsi da terra).
Voto moj druzok bojevoj! (Ah, mio compagno di combattimento!). Quanta forza segreta in quella esile creatura dai lineamenti tagliati con fermezza, e i grandi occhi infantili così profondamente teneri. La lotta, la separazione continua hanno fatto di noi degli eterni amanti che non una volta sola, ma cento realizzano i momenti fervidi delle prime carezze, delle prime intimità. E tuttavia sempre uno stesso palpito batte nel nostro cuore e uno stesso respiro ci anima nelle ore felici come nelle ore di angoscia, di inquietudine e di amarezza.
Per anni abbiamo lavorato insieme e ci siamo reciprocamente aiutati come solo un compagno sa fare per un altro compagno; per anni è stata lei il mio primo lettore e il mio primo critico, e spesso mi era difficile scrivere quando non avevo più il suo dolce sguardo dietro di me; per anni abbiamo militato l'uno accanto all'altro nelle lotte numerose, e per anni abbiamo camminato nei nostri errabondaggi con la mano nella mano. Nelle regioni che amiamo, abbiamo conosciuto molte difficoltà e abbiamo vissuto molte grandi gioie perché eravamo ricchi della ricchezza dei poveri. Di quella ricchezza che è dentro gli uomini.
Gusta? Ecco cos'è Gusta:
Era durante lo stato d'assedio, verso la metà di giugno dell'anno scorso. Mi ha visto una prima volta sei settimane dopo il nostro arresto, dopo tutti quei giorni pieni di sofferenza, quando sola nella sua cella pensava alle notizie che le annunciavano la mia morte. L'hanno chiamata perché mi inducesse a cedere.
"Persuadetelo" diceva a Gusta il capo della direzione durante il suo confronto con me, "parlategli, ditegli di essere ragionevole. Se non si cura di sé, si curi almeno di voi. Avete un'ora per riflettere. Se continua a fare il testardo, stasera vi fucileremo. Tutti e due". Mi ha accarezzato con lo sguardo ed ha risposto semplicemente:
"Signor commissario, non è una minaccia, per me, è il mio ultimo desiderio. Se lo fucilate, fucilate anche me".
Ecco, questa è Gusta! Amore e fermezza!
Possono prenderci la vita, vero, Gusta? Ma il nostro onore e il nostro amore non possono.
Ah! amici miei, potete immaginare come vivremmo se ci ritrovassimo dopo tutte queste sofferenze? Se ci ritrovassimo nuovamente nella vita libera, bella della libertà e della creazione? Quando sarà una realtà quello che abbiamo tanto desiderato e per cui abbiamo fatto tutti i nostri sforzi, ciò per cui ora siamo in procinto di morire?
Eppure, anche morti, vivremo in un angolo della vostra grande felicità, perché in quella felicità abbiamo messo la nostra vita. E questo ci dà gioia, anche se ci addolora prendere congedo da voi. .
Non ci hanno permesso di dirci addio, né di abbracciarci, né di darci la mano. Solo il collettivo della prigione, che unisce anche la Piazza Carlo con Pankrac (due prigioni diverse) ci dà notizie reciproche della nostra sorte.
Lo sai, Gusta, anch'io lo so, non ci rivedremo più. Ma tuttavia ti sento gridarmi di lontano: arrivederci, amore!
Arrivederci Gusta, amor mio!


Il mio testamento.
Non avevo nient'altro che la mia biblioteca. La Gestapo l'ha distrutta.
Avevo scritto molti articoli culturali e politici, dei reportages, degli studi letterari e teatrali e delle critiche. Parecchi di questi lavori erano legati all'attualità di un giorno e morivano con essa. Lasciateli stare. Ma certuni appartengono alla vita. Speravo che Gusta li avrebbe raccolti. Poca speranza. Prego allora il bravo compagno Lada Stoll di fare una scelta e di pubblicare cinque libri.
I) Gli articoli politici e le polemiche.
2) Una raccolta di reportages sul nostro paese.
3) Una raccolta di reportages su l'U.R.S.S.
4) e 5) Gli articoli di letteratura e di teatro.
Troverà la maggior parte di questi lavori su Tvorba, Rude Pravo; gli altri sullo Kmen, il Pramen, il Proletkult, il Doba, il Socialista, l'Avanguardia (4) ecc. Lo stesso nei giornali comunisti, presso gli antifascisti e gli intellettuali progressisti.
Manoscritti presso l'editore Girgal (a cui voglio bene per l'evidente audacia con cui ha pubblicato il mio libro Bozena Nemcova) gli studi su Julius Zeyer. In qualche posto nella casa abitata prima dagli Jelinek, dai Vysisil e dai Suchanek, (la maggior parte oggi sono morti) è nascosta una parte del mio studio su Sabina (5) e degli appunti su Jan Neruda.
Ho cominciato a scrivere un romanzo sulla nostra generazione. Due capitoli sono presso i miei genitori, il resto senza dubbio è andato distrutto. Ho visto alcuni racconti manoscritti negli incartamenti della Gestapo.
Al critico letterario che verrà lego il mio amore per Jan Neruda. È il nostro migliore poeta, e vede anche lontano nel futuro, al di sopra delle nostre teste. Ma non esiste ancora nessun critico capace di comprenderlo ed apprezzarlo. Bisogna mostrare il Neruda proletario. Gli hanno appiccicato alle falde un'etichetta di idillio tipo Mala Strana (antico quartiere piccolo borghese) senza rendersi conto che proprio l'antico quartiere idillico di Mala Strana l'ha considerato un mascalzone, che Neruda è nato alle frontiere di Smikhov in un ambiente abitato dagli operai, e che per andare al cimitero di Mala Strana, per i suoi "Fiori del cimitero", era obbligato a passare intorno alle officine di Ringhofer. Altrimenti non si comprenderebbe lo sviluppo di Neruda da "Fiori del cimitero" all'appendice del "1° Maggio 1890". Tutti - anche un uomo chiaroveggente come Salda (6) - vedono nel lavoro giornalistico di Neruda un certo freno alla sua creazione poetica. Ciò non ha senso, perché Neruda giornalista ha potuto scrivere un'opera magnifica come "Ballate e romanze" o i " Canti di venerdì" e la maggior parte dei "Motivi semplici". Il lavoro giornalistico esaurisce molto, forse disperde, ma lega al lettore, insegna a creare anche in poesia, soprattutto quando si tratta d'un giornalista di tale onestà. Neruda senza i giornali, che lo facevano vivere giornata per giornata, avrebbe forse scritto parecchi volumi di poesie. Ma nemmeno uno sopravvivrebbe al suo secolo come sopravvivranno tutte le sue opere.
Anche il libro di Sabina verrà forse portato a termine da qualcuno. Lo merita.
Ai miei genitori, per il loro amore e la loro semplice nobiltà, avrei voluto assicurare un autunno assolato con tutto il mio lavoro fatto anche per loro. Non si lascino turbare dal fatto che io non sono più con loro. "L'operaio è mortale, il lavoro continua a vivere"; nel calore e nella luce che li circonderanno io sarò sempre vicino a loro.
Prego le mie sorelle Liba e Verka di far scordare con i loro canti, a mio padre e a mia madre, che c'è un vuoto nella nostra famiglia. Hanno inghiottito molte lacrime quando venivano a trovarci durante le visite a palazzo Petschek. Ma la gioia vive in loro e per questo io voglio loro bene, per questo ci vogliamo bene. Sono delle seminatrici di gioia, non cessino mai di esserlo.
Ai compagni che sopravvivranno a quest'ultima battaglia stringo forte la mano. Quanto a me ed a Gusta, abbiamo adempiuto il nostro dovere.
E lo ripeto ancora una volta: abbiamo vissuto per la gioia, per la gioia siamo andati a combattere e per la gioia morremo. Il dolore non sia mai legato al nostro nome.
19 maggio 1943

 

22 Maggio 1943


Terminato e firmato. Presso il giudice istruttore il mio affare è concluso da ieri. Le cose vanno anche più rapidamente di quanto avessi supposto. Sembra che abbiano una certa fretta per questo caso. Lida Plachà e Mirek sono accusati insieme a me. L'aver parlato non gli è servito a nulla.
Dal giudice istruttore tutto è stato corretto e freddo fino nei minimi particolari. Alla Gestapo era almeno una parte di vita, una parte terribile, ma tuttavia una parte di vita. C'era dentro una passione, la passione dei combattenti, dei cacciatori di belve da una parte, e la passione dei semplici banditi dall'altra. Parecchi dall'altra parte avevano perfino una specie di convinzione. Qui dal giudice istruttore era solo amministrazione. Grandi patacche con croci uncinate attestano la convinzione che manca loro interiormente. Sono gli scudi dietro cui si nascondono piccoli impiegati decisi a sopravvivere in un modo o in un altro ai tempi difficili. Non sono né cattivi né buoni per gli accusati. Non sorridono, non sono arcigni. Scarabocchiano carte. Niente sangue, solo una zuppa a base di acqua.
Hanno finito di scrivere, è firmato, e hanno diviso tutto in paragrafi. C'è sei volte delitto di alto tradimento, complotti contro il Reich, la preparazione di una rivolta armata, e non so che altro. Una sola di queste accuse è sufficiente.
Tredici mesi ho lottato qui per la vita degli altri e per la mia propria. Con audacia e con astuzia. I nazisti hanno messo nel loro programma una "astuzia nordica". Ma credo di essermi saputo sbrigare anch'io. Sono vinto per la sola e semplice ragione che essi in più hanno un'ascia in mano.
E' finita allora, con questa lotta, Ora comincia il periodo d'attesa. Due, tre settimane per l'elaborazione dell'accusa; poi, il viaggio nel Reich, l'attesa alla sessione del tribunale, la condanna, e infine cento giorni d'attesa per l'esecuzione. È una prospettiva. Forse un quattro o cinque mesi ancora. Nel frattempo molte cose possono cambiare. Non sono in grado di giudicare certe questioni da qui. Ma lo sviluppo più rapido degli avvenimenti esterni può anche accelerare la nostra fine. E cosi tutte le probabilità si equilibrano.
È una corsa della speranza con la guerra. La corsa della morte con la morte. Chi arriverà prima: la morte del fascismo o la mia morte? E' una domanda che riguarda me solo? Purtroppo no, è una domanda che si fanno milioni e milioni di soldati, decine di milioni di uomini e donne in Europa e nel mondo intero. Gli uni hanno più speranza, gli altri meno, ma è tutta apparenza. Gli orrori di cui il capitalismo in decomposizione ha ingombrato il mondo minacciano ciascun uomo al massimo grado. Centinaia di migliaia d'uomini - e quali uomini - cadranno ancora prima che i sopravvissuti possano rispondere: sono sopravvissuto al fascismo.
Solo i mesi decidono, ora, e presto saranno i giorni. Ma proprio quelli saranno i più crudeli. Ho sempre pensato quanto è triste essere l'ultimo soldato colpito al cuore dall'ultima pallottola e nell'ultimo secondo. Ma qualcuno deve pur essere quell'ultimo. Se sapessi di poterlo essere io, vorrei esserlo in questo stesso istante.
Il tempo molto breve che rimarrò ancora nella prigione di Pankrac non mi consente più di dare a questo reportage la forma che dovrebbe avere. Devo essere più conciso. Il mio reportage sarà la testimonianza degli uomini più che di tutta un'epoca. E' più importante, mi sembra.
Ho cominciato queste figure con i coniugi Jelinek, persone semplici che, in tempi normali, non ti sembravano degli eroi. Al momento dell'arresto erano uno accanto all'altro con le mani in alto, lui pallido e lei con una chiazza vermiglia di tubercolosi sotto le tempie. Gli occhi di lei hanno avuto un'ombra di spavento quando ha visto come la Gestapo trasformasse l'ordine esemplare della sua casa in una desolazione e in un disordine completi. Poi ha girato lentamente la testa verso il marito e gli ha chiesto:
- Giuseppe, che succederà ora?
Lui risparmiava sempre le parole, le cercava con difficoltà e parlare lo innervosiva. Ma in quel momento ha risposto tranquillamente e senza sforzo:
- Moriremo, Marietta.
Lei non ha mandato un grido, non ha nemmeno vacillato; solo, con un bel gesto, ha abbassato una mano e l'ha data al marito davanti alle rivoltelle sempre puntate. Questo gesto le ha procurato, così come al marito, il primo pugno nella faccia. Se l'è asciugata guardando con un certo stupore gli intrusi e in un modo quasi comico:
- Così bei ragazzi, - ha detto, e a voce più alta: - così bei ragazzi, e così cani.
Li ha apprezzati per quello che valgono. Qualche ora più tardi l'hanno portata fuori dall'ufficio d'un commissario che l'aveva "interrogata", picchiata fino a farle perdere conoscenza. Ma non le hanno cavato nulla picchiandola. Né quella notte, né mai.
Non so che cosa sia successo di loro durante i giorni in cui io ero sdraiato nella mia cella in condizioni da non poter essere interrogato. Ma so che non hanno detto nulla durante tutti quei giorni. Mi hanno aspettato. Quante altre volte, poi, Giuseppe è stato randellato e quante altre volte è stato picchiato, picchiato e picchiato, ma non ha parlato prima ch'io potessi dirgli, o per lo meno indicargli con lo sguardo, che cosa potesse dire e come deporre per sviare la loro inchiesta.
Lei era sentimentale fino a lasciarsi sprofondare facilmente nella tristezza. L'avevo conosciuta cosi prima dell'arresto. Ma durante tutto il soggiorno alla Gestapo non le ho mai visto una lacrima. Voleva bene alla sua casa. Ma quando i compagni, dal di fuori, le hanno fatto sapere, per farle piacere, che sapevano chi aveva rubato i loro mobili e che li tenevano d'occhio, lei ha risposto:
- Al diavolo, i mobili! Non ci perdano tempo. Devono occuparsi di cose più importanti e devono anche lavorare al nostro posto, ora. Bisogna prima di tutto mettere ordine in profondità, e a mettere ordine in casa ci penserò da me, se me la cavo.
Un giorno li hanno portati via tutti e due, lui da una parte e lei da un'altra. Invano ho fatto ricerche per conoscere la loro sorte. Perché alla Gestapo la gente sparisce senza lasciar traccia, disseminata in migliaia di cimiteri diversi. Ah! quale raccolto crescerà da questa terribile semina!
L'ultimo messaggio di Maria fu:
"Principale, dite ai compagni di fuori che non mi rimpiangano e che non si lascino impaurire. Ho fatto quello che mi comandava il mio dovere operaio, e per fare il mio dovere devo anche morire".
Era "solo una domestica". Non aveva avuto nessuna istruzione classica, e non sapeva che anticamente quelle sue parole erano state già dette:"Pellegrino, annuncia ai Lacedemoni che noi siamo qui morti come le leggi ce lo hanno ordinato".

 

I Vysusilovi


Abitavano nella stessa casa, porta a porta con gli Jelinek. Anche loro Giuseppe e Maria. Una famigliola di impiegati in sottordine, un po' più anziani dei loro vicini. Quando lui fu mobilitato e mandato a combattere nella prima guerra mondiale era un giovanotto allampanato del sobborgo Nusle. Dopo qualche settimana già lo ritrasportarono a casa con un ginocchio fratturato che non è mai guarito. Si erano conosciuti in un ospedale di Brno dove lei era infermiera. Lei aveva otto anni di più, aveva fatto un matrimonio infelice, ed ora il lungo "impiegato in sottordine" delle ferrovie e la "signora" Vysusil si trovavano impelagati in una cosa proibita.
Lui fu arrestato poco tempo dopo il mio arresto, e la prima volta che lo vidi in carcere fui terrorizzato. Se infatti parlava, tutto quanto rischiava di crollare. Invece tacque. Fu arrestato per alcuni manifestini che aveva dato da leggere a un amico, e la polizia non andò oltre la questione dei manifestini.
Alcuni mesi dopo, quando per l'indisciplina di Pokorny e di una certa Pixovà fu rivelato che Honza Cerny era alloggiato presso la sorella della signora Vysusil, per due giorni la Gestapo "interrogò" a suo modo Giuseppe per estorcergli le tracce dell'ultimo Mohicano del nostro Comitato Centrale. Il terzo giorno Vysusil venne al numero 400, e si sedette con precauzione perché sulla carne viva è maledettamente scomodo sedersi; io gli lanciai uno sguardo ansioso con una domanda e un incoraggiamento. Mi rispose allegramente con la sua bonomia popolana:
- Quando la testa non vuole, non parlano né la bocca né il culo.
Conosco bene quella famigliola, so quanto si amino, come fossero malinconici quando erano separati l'uno dall'altra anche solo per un giorno o due. Ora passavano i mesi, come pareva triste la vita, in quell'appartamentino accogliente sopra il quartiere Michle, a una donna isolata, nell'età in cui la solitudine è pesante da portare tre volte più della morte. Quanti sogni ha tessuto per aiutare il marito e per poter tornare al piccolo idillio nel quale si chiamavano - in modo, del resto, un poco ridicolo - babbino e mammina. E lei ha trovato di nuovo un'unica via: perseverare nel lavoro, per se stessa e ad un tempo per lui.
Cosi, la notte di fine d'anno, se ne stette seduta, sola sola, dinanzi alla sua fotografia, e quando suonò mezzanotte bevve alla sua salute perché tornasse, perché arrivasse fino al momento della liberazione.
Un mese dopo anche lei veniva arrestata. Molti altri avrebbero tremato. Perché era agente di collegamento, incaricata dei rapporti con l'esterno.
Non si è lasciata sfuggire una sola parola.
Non l'hanno torturata col bastone, perché era troppo malata e sarebbe morta tra le loro mani. L'hanno torturata più terribilmente: nell'immaginazione.
Qualche tempo prima del suo arresto, hanno mandato il marito a " lavorare " in Polonia. Ora le ripetono:
- Vedete, la vita là è dura, anche per la gente in piena salute. E vostro marito è invalido. Non se la caverà. Morirà, prima o poi; non lo rivedrete più. E alla vostra età, dove andate a trovare qualcuno che lo sostituisca? Siate ragionevole, dunque, diteci quello che sapete, e ve lo renderemo.
Morirà in qualcuno di quei posti, laggiù. Il mio Giuseppe! Il mio povero babbino! E chissà che morte farà! Hanno ammazzato mia sorella, mi stanno ammazzando il marito, resterò sola, completamente sola, chi potrei trovare alla mia età, ma sì... Sola, abbandonata fino alla morte... E potrei anche salvarlo, me lo renderebbero..., sì, ma a che prezzo? Non saremmo più gli stessi né io, né il mio babbino...
Non ha detto una sola parola.
È sparita un giorno in uno dei trasporti anonimi della Gestapo. Poco tempo dopo ricevemmo la notizia che Giuseppe era morto in Polonia.

 


L i d a


Sono arrivato per la prima volta dai Baxa di sera.
In casa c'era Giuseppina, sola, con una creatura esile dagli occhi vivi e luccicanti, che si chiamava Lida. Ancora una bambina, che continuamente scrutava con curiosità la mia barba, contenta che con me fosse entrato in casa sua un elemento nuovo e interessante con cui di tanto in tanto si sarebbe potuto parlare.
Rapidamente siamo diventati amici. Con stupore appresi che quella bambina aveva quasi diciannove anni, che era sorella d'altro letto di Giuseppina, che si chiamava Plachà, timida, benché avesse molto poco del suo nome, che era attrice dilettante e che adorava il teatro.
Divenni il suo confidente. Da questo mi resi conto che nonostante tutto già venivo considerato come un signore anziano; Lida mi confessò tutte le sue pene e i suoi sogni di gìoventù, e ricorse al mio arbitrato in caso di litigio, con la sorella o con il cognato. Perché era insofferente come lo sono spesso le ragazze e viziata come gli ultimi nati.
Mi accompagnava quando uscì dalla casa, la prima volta dopo sei mesi, per andare un poco a passeggio. Un signore anziano, zoppicante, dava meno nell'occhio accompagnato dalla figlia che non da solo. Tutti preferiscono guardare la ragazza e non si curano di lui. Per questa ragione Lida mi accompagnò anche nella mia, seconda passeggiata. Poi è stata con me a un primo appuntamento clandestino; per la stessa ragione è venuta insieme a me nel primo alloggio clandestino: e così, come dice ora l'accusa, la cosa si è sviluppata da sé; Lida è diventata il mio agente di collegamento.
Lo ha fatto volentieri. Non si curava troppo di sapere cosa significasse e a che servisse. Era qualcosa di nuovo d'interessante, qualcosa che non tutti fanno, e con un certo sapore di avventura. E questo le bastava.
Finché si trattava solo, di piccole faccende, non ho nemmeno voluto spiegarle di più. In caso di arresto l'ignoranza sarebbe stata per lei miglior protezione che non la coscienza della "colpevolezza".
Ma Lida prendeva familiarità con il lavoro. Lida, presto, seppe fare più che un giretto fino dagli Jelinek, per portare loro un messaggio qualsiasi. Doveva già sapere di che si trattava. Ho cominciato. Era una scuola, una scuola in piena regola. E Lida imparava con zelo e con piacere. A prima vista era sempre la stessa ragazza gaia, incoerente, anche un po' birichina, ma nell'intimo, già era mutata. Pensava. Cresceva.
Nel corso d'un'azione fece la conoscenza di Mirko. Lui aveva già fatto un lavoro importante, del quale sapeva parlare bene, e gli riuscì di imporsi alla ragazza. Indubbiamente Lida non capì subito il fondo del suo carattere, ma neppure io lo avevo capito. L'importante era che con il suo lavoro, con la sua apparente convinzione che Mirko le fosse già più vicino degli altri giovanotti.
La cosa germogliò rapidamente dentro di lei, e le radici si svilupparono in profondità.
Al principio del 1942 cominciava a parlare con dei giri di parole della sua adesione al partito. Non l'avevo mai vista cosi impacciata. Mai aveva preso qualcosa così sul serio. Io ero ancora esitante. Continuavo a istruirla. Continuavo ad esaminarla.
Nel febbraio 1942 la sua adesione al Partito veniva accettata direttamente dal Comitato Centrale. Rincasammo, era una notte profonda e glaciale. Lida, di solito piuttosto loquace, taceva. Finalmente, quando già eravamo in prossimità della casa, di colpo si fermò, e a bassa voce, talmente a bassa voce che avresti potuto udire il cigolio di ogni cristallo di neve, mi disse:
- So che è il giorno più importante della mia vita. A partire da questo momento non appartengo più a me stessa. Prometto di non mancare al mio dovere. Qualunque cosa accada.
Molte cose sono accadute. E lei non ha mancato.
Continuò, a tenere il collegamento "in alto". Ebbe i compiti più pericolosi: ristabilire i collegamenti perduti e salvare quelli che erano minacciati. Se una base era in pericolo, Lida ci andava, scivolando e insinuandosi come un'anguilla. Lo faceva con i suoi modi di prima e con una noncuranza sorridente al di sotto della quale il suo senso delle responsabilità era già solidamente fissato.
La arrestarono un mese dopo il nostro arresto. Fu Mirek ad attirare l'attenzione su di lei con le sue chiacchiere, e non fu difficile constatare che essa aveva aiutato la sorella e il cognato a fuggire e a passare nell'illegalità. Scrollando la testa essa recitò con molto temperamento la parte d'una ragazza incosciente, che non ha la minima idea d'aver fatto qualcosa di proibito, qualcosa che possa avere gravi conseguenze.
Sapeva molte cose, non ha detto nulla. E soprattutto non ha smesso di lavorare. L'ambiente era cambiato, erano cambiati i metodi di lavoro, cambiati anche i compiti. Ma per lei il dovere di membro del partito rimaneva immutato, il dovere di non restare inattivo, qualunque sia il settore della lotta. Tutte le direttive essa le ha adempiute con abnegazione, rapidamente e con precisione. Quando era necessario uscire da una situazione imbrogliata per salvare qualcuno, Lida faceva finta di nulla, prendeva su di sé la "colpevolezza" d'un altro. Diventò la "responsabile di corridoio" alla prigione di Pankrac, e diecine di persone che le sono completamente ignote non sono state arrestate grazie al suo intervento. Un messaggio raccolto quasi un anno dopo ha messo fine alla sua "carriera".
Ora Lida parte con noi per il tribunale del Reich. E' l'unica del nostro folto gruppo che abbia fondate speranze di raggiungere la libertà. E' giovane. Se noi non ci saremo più, non lasciate che si perda. Deve imparare ancora molto. Insegnatele, non lasciatela intristire. E dirigetela. Non permettetele di diventare orgogliosa e di accontentarsi di quello che ha fatto. Ha dato prova di sé nei momenti più difficili, è passata attraverso il fuoco e ha mostrato di avere una buona tempra.

 

Il mio Commissario.


Questo non fa più parte delle figure, tuttavia è una figurina interessante, di calibro un po' superiore alle altre.
Dieci anni fa, se volevate, al Caffè Flora, a Vimohrady, battendo una moneta sul marmo del tavolino, o gridando "Cameriere, conto", immediatamente vi compariva accanto un tipo lungo e nero che nuotava fra le sedie, rapidamente ma senza far rumore, come un verme acquatico. Aveva movimenti pieni di vivacità e di dolcezza, e gli occhi penetranti d'un animale che vede dappertutto.
Non occorreva dire che cosa si desiderasse. Pensava lui a ordinare al cameriere: "Al terzo tavolino, una birra bianca! - Alla finestra a sinistra, paste e il giornale Lidové noviny! ". Era un buon capocameriere per i clienti, e un buon collega per gli altri camerieri.
Ma a quell'epoca non lo conoscevo ancora; lo conobbi veramente molto più tardi, in casa degli Jelinek, quando al posto della matita ebbe in mano una rivoltella e mi designò:

- …quello mi interessa più di tutti.
A dire il vero ci siamo interessati reciprocamente l'uno all'altro. Aveva un'intelligenza naturale ed un vantaggio sugli altri: il fiuto per scoprire la gente. Se fosse stato della polizia criminale avrebbe avuto indubbiamente molto successo per questa ragione, i ladruncoli o i piccoli assassini declassati e isolati probabilmente non avrebbero esitato ad aprirgli il loro cuore, dato che si preoccupano solo della propria pelle. Ma fra le unghie della polizia politica capitano pochissimi di questi tipi "salvati a tutti i costi"; qui l'astuzia poliziesca non deve misurarsi soltanto con quella della selvaggina catturata, deve misurarsi con una forza molto più grande: con la convinzione e con la prudenza del collettivo al cui il prigioniero appartiene. E contro di esse non bastano né l'astuzia né le botte.
Ma nel "mio commissario" non era possibile trovare una convinzione personale e solida. In lui come negli altri. E se per caso in uno di loro si trovava una convinzione, era legata con la stupidità, non con l'intelligenza, la conoscenza delle idee o delle persone.
Se nonostante tutto avevano successo, era in fondo perché la lotta dura da molto tempo in uno spazio molto limitato, in condizioni senza confronto più difficili di qualsiasi illegalità. I bolscevichi russi dicevano che è un buon militante colui che dura due anni nell'illegalità, e tuttavia se la terra scottava loro sotto i piedi a Mosca potevano sparire a Pietrogrado e da Pietrogrado a ...Odessa, perdersi in grandi città di milioni di abitanti dove nessuno li conosceva. Ma qui, tu avevi solo Praga; Praga, dove la metà della gente ti conoscono e dove tutta una muta di provocatori può essere concentrata.
Eppure abbiamo durato anni e anni, e ci sono malgrado tanti compagni che vivono già il loro quinto anno di illegalità senza essere scoperti dalla Gestapo. Questo perché abbiamo imparato già molte cose, ma anche perché il nemico è potente e crudele, ma non sa fare niente altro che distruggere.
Sono in tre, alla sezione II A I ad essere reputati fra i più duri distruttori del comunismo, e a portare il nastro nero-bianco-rosso per il coraggio dimostrato nella guerra contro il nemico interno: Friedrich, Zander, e "il mio commissario" Giuseppe Böhm. Del nazionalsocialismo di Hitler parlano poco; non combattono per una idea politica; combattono per sé. Ognuno a suo modo.
Zander, un ometto meschino, con la bile sempre in subbuglio; è forse quello che la sa più lunga in fatto di metodi polizieschi, ma la sa anche più lunga in fatto di operazioni finanziarie. E' stato spostato da Praga a Berlino per qualche mese, ma ha insistito per tornare. Il servizio nella capitale del Reich era per lui una degradazione - e una perdita finanziaria. Un impiegato coloniale in Africa o a Praga, è un signore più potente, ed ha migliori occasioni per mettere da parte denaro nelle casseforti delle banche. È diligente, gli piace interrogare durante l'ora dei pasti per dimostrare il suo zelo - ed ha un gran bisogno di dimostrarlo perché i superiori non si accorgano che ai margini della sua attività ufficiale è ancora più diligente. Disgraziato chi gli capita fra le mani, ma doppiamente disgraziato chi ha anche in casa un libretto di risparmio o dei valori. Bisogna che muoia entro il più breve tempo possibile, perché i libretti di risparmio e i valori sono la passione di Zander. È considerato l'impiegato più capace - in questo campo. Si distingue, in esso, dal suo aiutante di campo e interprete cèco, Sola, che è un pirata gentiluomo: lui risparmia la vita se riceve il denaro.
Friedrich - un tipo lungo magro e scuro di pelle, con gli occhi cattivi e il sorriso malvagio. Era già arrivato in Cecoslovacchia nel 1937, in qualità di spia della Gestapo per dare una mano a assassinare i compagni tedeschi emigrati. Perché la sua grande passione sono i morti. Per lui non esistono innocenti. Chi varca la soglia del suo ufficio è colpevole. Gli piace annunciare alle mogli che il marito è morto in campo di concentramento o che è stato giustiziato. Gli piace tirar fuori dal suo cassetto sette piccole urne e mostrarle agli arrestati:
- Questi sette li ho colpiti a morte con le mie mani. Tu sarai l'ottavo.
(Ora sono già otto, perché ha ammazzato anche Giovanni Zizka). Gli piace sfogliare vecchi incartamenti e ripetere soddisfatto sopra i morti: "Sistemato. Sistemato!" E gli piace torturare, specialmente le donne. Il suo amore per il lusso non è che un movente sussidiario della sua attività poliziesca. Il fatto di possedere un appartamento elegante o un negozio di tessuti non fa che affrettare la tua morte, ecco tutto.
Il suo aiutante di campo cèco, Nergr, è più basso di circa un palmo. Ma a parte questo, fra loro non c'è nessuna differenza.
Böhm - il mio commissario - non ha passione per il denaro e nemmeno per i morti, anche se ne ha un elenco lungo quanto quelli di Zander e di Friedrich. Bohm è un avventuriero con il desiderio bruciante di diventare qualcuno. Anche lui lavorava per la Gestapo da un pezzo. Era cameriere d'albergo nel salone napoleonico ed era presente ai colloqui confidenziali di Beran (7). Quello che Beran non disse lui stesso a Hitler, Böhm ha pensato a completarlo. Ma questo che significava in confronto alla caccia all'uomo, al fatto di essere padrone della loro vita e della loro morte, di poter decidere della sorte di intere famiglie!
Perché Böhm fosse soddisfatto non era sempre indispensabile che le cose andassero a finire in modo così triste. Ma se non riusciva a mettersi in valore altrimenti, allora poteva andare anche peggio. Cosa contano, infatti, la bellezza e la vita a paragone della gloria di un Erostrato? (8).
Böhm ha costruito da solo forse la più vasta rete di provocatori. Un cacciatore con una grande muta di cani da caccia. E lui andava a caccia. Spesso solo per il gusto di andare a caccia. Gli interrogatori, il più delle volte, erano per lui una faccenda noiosa. La sua opera magistrale era l'arresto. E poi, vedersi davanti le persone, in attesa della sua decisione. Una volta ha arrestato duecento tranvieri di Praga, gli autisti e i bigliettai degli autobus e dei filobus, dando loro la caccia sulle loro linee, fermando il traffico e seminando il panico sulle vetture. Era cosi felice! Poi ne ha rilasciati centocinquanta, contento del fatto che in centocinquanta famiglie avrebbero parlato di lui come di un brav'uomo.
Aveva regolarmente gli affari che tiravano in lungo, ma nessun caso importante. Me mi aveva acchiappato per caso, ero un'eccezione.
- Te, sei il mio caso più grosso - mi diceva spesso sinceramente, ed era fiero che fossi classificato in generale fra i casi più importanti. Proprio questo, forse, ha contribuito a prolungarmi la vita.
Ci siamo vicendevolmente mentiti con tutte le nostre forze, senza tregua, e con calcolo. Io ne ero sempre consapevole, lui solo qualche volta. E quando la menzogna diventava evidente, ci passavamo sopra, per una tacita intesa. Penso che egli abbia insistito non tanto per scoprire la verità quanto per evitare che una qualsiasi ombra venisse a oscurare "il suo grande caso".
Il bastone e il ferro non li ha considerati gli unici mezzi dell'interrogatorio. Preferiva prenderti con la confidenza, e insistere, o minacciare a seconda dei casi, secondo che apprezzasse o no il "suo" uomo. Non mi ha mai torturato, salvo forse la prima notte, ma quando gli faceva comodo mi prestava agli altri a questo scopo.
Decisamente era più interessante e più complicato di tutti gli altri, aveva un'immaginazione più ricca e la sapeva utilizzare. Siamo andati insieme ad un appuntamento inventato nel sobborgo di Brànik. Eravamo lì, seduti in una bettola, guardando la gente che andava e veniva.
- Ti abbiamo arrestato, e guarda: è cambiato qualcosa? La gente cammina come prima, ride e ha i propri grattacapi come li aveva prima, il mondo va avanti come se tu non fossi mai esistito. Fra loro, di sicuro, ci sarà anche qualcuno dei tuoi lettori - credi che per causa tua avranno una sola ruga di più?
Un'altra volta, dopo un interrogatorio d'una giornata, mi ha messo in un'auto e mi ha portato, attraverso l'imbrunire di Praga, a Hradcany, sopra via Neruda:
- So che ami Praga. Guarda bene. Davvero non vuoi mai più ritornarci? Come è bella! E sarà bella anche quando tu non ci sarai più...
Recitava bene la parte del Tentatore. Già, in quella sera d'estate, si respirava a Praga l'imminenza dell'autunno, la città era azzurrognola e velata di vapori come l'uva che sta maturando, e inebriante come il vino; avrei voluto guardare fino alla fine del mondo, ma l'ho interrotto:
- …e sarà anche più bella quando non ci sarete più voi.
Ha fatto una risatina, senza cattiveria, con tristezza, piuttosto, e ha detto:
- Sei cinico.
In seguito è tornato più di una volta a quella sera:
- Quando non ci saremo più... Allora tu non credi ancora alla nostra vittoria?
Lo ha chiesto, perché lui stesso non ci credeva più. Ed ha ascoltato con attenzione quando gli ho parlato della forza e dell'invincibilità dell'U.R.S.S. Del resto, era uno dei miei ultimi "interrogatori".

 

Intermezzo delle bretelle.


Alla porta della cella di fronte alla mia pendono delle bretelle. Bretelle da uomo, delle più comuni. Un accessorio che non mi è mai piaciuto. Ma ora le guardo con piacere ogni volta che qualcuno apre la porta della nostra cella. Vedo in esse un brano di speranza.
Quando ti arrestano, ti picchiano per cosi dire a morte, ma prima ti prendono la cravatta, la cintura o le bretelle perché tu non possa impiccarti (sebbene ci si possa impiccare benissimo ad un lenzuolo). Questi strumenti pericolosi restano quindi in cancelleria fino al momento in cui qualche anonima Parca della Gestapo decide che devi essere spedito altrove, a lavorare in campo di concentramento, o all'esecuzione. Allora ti convocano, ti riconsegnano con cerimoniosità ufficiale cravatta e cintura, o bretelle, ma non hai il diritto di portartele dentro la cella. Devi appenderle fuori, accanto alla porta, o sulla ringhiera di fronte, e li penzolano finché non te ne vai, come il segno visibile della partenza d'uno degli abitanti di quella cella per un viaggio involontario.
Le bretelle di faccia comparvero proprio il giorno in cui appresi la sorte destinata a Gusta. Anche quel compagno andrà a lavorare con lo stesso convoglio di Gusta. Ma il convoglio non è ancora partito. È stato improvvisamente rimandato, perché, pare, il luogo previsto per il lavoro è stato distrutto dai bombardamenti (altra bella prospettiva). Nessuno sa quando partirà il convoglio. Forse stasera, forse domani, forse tra una settimana, forse tra quindici giorni. Le bretelle di faccia penzolano ancora, ed io so quando le vedo che Gusta è ancora a Praga. Le guardo allora con gioia, con amore, come qualcuno che aiuta la mia compagna. Gusta guadagna una giornata, due tre...chissà, forse questa giornata può essere quella che la salverà.
Tutti, qui, viviamo in questo stato. Oggi, un mese fa, un anno fa, sempre e solo rivolti verso l'indomani a cui è fissa la nostra speranza. La tua sorte è decisa, dopodomani sarai fucilato - ah, ma tuttavia, chissà cosa può accadere domani! Giungere ancora solo fino a domani, domani tutto può mutare, tutto è così instabile! Chissà cosa può accadere domani? E l'indomani passa, migliaia di noi cadono, per migliaia di noi non c'è più altro giorno, ma i vivi continuano a vivere con speranza immutabile; domani, chissà, chissà cosa può accadere domani.
Da questa attesa germogliano le storie più fantastiche.
Ogni settimana si accendeva una data rosea della fine della guerra, e ognuno la raccoglieva a bocca aperta, di orecchio in orecchio; ogni settimana la prigione di Pankrac sussurrò una notizia sensazionale, tanto gradevole a credere. False speranze che non rafforzano, ma indeboliscono i caratteri; l'ottimismo non dev'essere alimentato dalla menzogna, ma dalla verità, dalla visione chiara della vittoria incontestabile. L'essenziale è d'essere certi nel proprio intimo che quel giorno può essere il giorno decisivo, e che la giornata che guadagnerai ti trasporterà forse al di sopra della frontiera che separa la vita che non vuoi abbandonare dalla morte che ti minaccia.
Sono così pochi i giorni della vita di un uomo! Eppure, qui, tu desideri che passino in fretta, più in fretta, quanto più in fretta possibile. Il tempo che passa, il tempo impercettibile, che ti dissangua continuamente, qui è tuo amico. Che cosa buffa! Domani diventa ieri. Dopodomani oggi. Un altro giorno è passato.
Le bretelle accanto alla porta di faccia penzolano ancora.



 

 

 

Capitolo sesto

 

LO STATO D'ASSEDIO DEL 1942

 

27 maggio 1943.


Era giusto un anno fa.
Dall'interrogatorio mi ha portato giù al "cinema". Era il viaggio quotidiano alla stanza numero 400: a mezzogiorno giù per il pasto che veniva da Pankrac, e nel pomeriggio di nuovo al quarto piano. Ma quel giorno non siamo risaliti.
Sei seduto e mangi. I banchi sono pieni di detenuti che maneggiano il cucchiaio e masticano. Uno spettacolo quasi umano. Se in questo momento tutti quelli che domani saranno morti si mutassero in scheletri, i tintinnii e i rumori dei cucchiai, delle stoviglie di terraglia, sparirebbero di colpo nello scricchiolio delle ossa e nello sbattere secco delle mascelle. Ma nessuno aveva ancora nessun sospetto di quello che stava per succedere. Ognuno consegnava il proprio corpo all'appetito per vivere ancora settimane, mesi, anni.
Si sarebbe quasi potuto dire: una bella giornata. E d'improvviso una raffica violenta di vento. E di nuovo silenzio. Solo dai volti dei sorveglianti, forse, hai potuto accorgerti che succedeva qualcosa. E soprattutto dopo un poco, quando ci fanno l'appello e ci mettono in fila, per riportarci a Pankrac. A mezzogiorno! È straordinario. Mezza giornata senza interrogatorio, quando sei già stanco delle domande per le quali non hai risposta - è come un dono degli dèi. Ti sembra. Ma non è così.
Incontriamo nel corridoio il generale Elias (9). Ha gli occhi sovraeccitati, mi trova nel gruppo stesso dei sorveglianti e sussurra:
- Lo stato d'assedio.
I detenuti hanno solo delle frazioni di secondi per le comunicazioni più importanti. Alla mia muta domanda, Elias già non ha più potuto rispondere.
I sorveglianti di Pankrac sono stupiti del nostro ritorno prematuro. Quello che mi riconduce in cella mi ispira più fiducia di tutti. Non so ancora chi è, ma gli dico quello che ho saputo. Scuote la testa. Non sa nulla. Forse ho sentito male. Sì, è possibile. Mi tranquillizzo.
Ma la sera stessa il sorvegliante ritorna, e guardando nella cella dice:
- Avevate ragione. Attentato a Heydrich (10). Gravemente ferito. Stato d'assedio a Praga.
Il giorno dopo, ci mettono in fila giù da basso nel corridoio per andare agli interrogatori. Fra noi c'è anche il compagno Vittorio Synek, l'ultimo membro del Comitato Centrale del Partito che sia ancora vivo, arrestato nel febbraio del 1941. Un lungo carceriere in uniforme di SS gli agita davanti agli occhi un foglio bianco su cui si può leggere a grosse lettere:
- Entlasstlngsbefehl (ordine di scarcerazione).
Sghignazza brutalmente:
- Lo vedi, ebreo, hai avuto un bell'aspettare... L'ordine di scarcerazione! Zac...
E mostra con un dito il punto della gola di dove sarà spiccata la testa di Vittorio. Otto Synek fu il primo ad essere messo a morte durante lo stato d'assedio del 1941. Suo fratello Vittorio è la prima vittima dello stato d'assedio del 1942. Lo trasportano a Mauthausen. Ad abbattere la selvaggina, come dicono nobilmente.
Il viaggio da Pankrac al palazzo di Petschek, e il ritorno, diventano ora un calvario quotidiano per mille e mille detenuti. Gli SS che sorvegliano nei furgoni si prendono "la rivincita per Heydrich". Prima che il furgone cellulare abbia fatto fare ai dieci detenuti un chilometro, il sangue scorre dalle bocche e dalle teste ferite, fracassate dai calci delle rivoltelle. La mia eventuale presenza nel furgone diviene un vantaggio per gli altri, perché la mia barba ispida polarizza l'attenzione degli SS e li stuzzica a ingegnose spiritosaggini. Attaccarsi alla mia barba come ad una maniglia contro le scosse della vettura, diventa uno dei loro spassi preferiti. Per me è una bella preparazione agli interrogatori, i quali corrispondono alla situazione generale e terminano invariabilmente con la frase:
- Se domani non sei più ragionevole, ti fuciliamo.
Ma gli interrogatori, in confronto al resto, non hanno più nulla di orribile. Ogni sera senti nel corridoio a terreno l'appello dei nomi: cinquanta, cento, duecento uomini, strettamente legati e ammucchiati nei camion come bestie per il macello; li trasportano a Kobylis per le esecuzioni sommarie. Di che cosa sono colpevoli? Prima di tutto di non essere colpevoli di nulla. Sono stati arrestati, ma non sono immischiati in nessun affare importante, non si ha bisogno di loro per nessuna testimonianza, e dunque possono benissimo morire. Una poesia satirica letta da un compagno a nove altri ha provocato il loro arresto due mesi prima dell'attentato. Ora li portano all'esecuzione - per aver approvato l'attentato. Una donna è stata arrestata, sei mesi fa, perché sospetta di aver distribuito dei manifestini illegali. Lei nega. Arrestano allora le sorelle e i fratelli, i mariti delle sorelle e le mogli dei fratelli e li fucilano tutti, perché la consegna di questo stato d'assedio è di sterminare a famiglie intere. Un impiegato postale, arrestato per sbaglio, aspetta giù nel pianterreno, in disparte vicino al muro, di essere messo in libertà. Sente chiamare il proprio nome, risponde all'appello. Lo mettono nella colonna dei condannati a morte, lo portano via, lo fucilano, e solo due giorni dopo constatano che si era trattato solo di una omonimia, e che quello che doveva essere fucilato era un altro. Fucilano anche l'altro, cosi tutto è in ordine. Verificare minuziosamente l'identità della gente a cui si sta per togliere la vita - chi ha tempo da perdere in certe cose? È superfluo, si tratta, sì o no, di far fuori tutta quanta la nazione?
La sera, tardi, torno dall'interrogatorio. Da basso, vicino al muro, con un fagottino ai piedi, vedo Vlad Vancura. So bene che cosa significhi. E anche lui lo sa. Ci stringiamo la mano. Lo vedo un'ultima volta dall'alto del corridoio. Eccolo lì, con la testa lievemente inchinata, e lo sguardo lontano, lontano attraverso l'intera sua vita.
Mezz'ora, dopo hanno chiamato il suo nome... alcuni giorni dopo, in piedi allo stesso punto del muro:
Milos Krasny, un coraggioso soldato della rivoluzione, arrestato già nell'ottobre dell'anno scorso, che non si è lasciato spezzare né dalla tortura né dalla segregazione. Volgendosi un poco dal muro, spiega tranquillamente qualcosa ad un sorvegliante che gli sta vicino; mi vede, sorride, scuote la testa in segno d'addio, e continua:
- Tutto questo non vi servirà a nulla. Molti altri dei nostri cadranno, ma i vinti sarete voi...
Ancora un'altra volta, a mezzogiorno. Siamo al pianterreno del palazzo Petschek, e aspettiamo il pasto. Portano dentro Elias; ha dei giornali sottobraccio, e li indica con un sorriso, ha appena letto in essi delle sue relazioni con gli esecutori dell'attentato.
- Balle! - dice brevemente, e si mette a mangiare.
La sera, quando torna con gli altri a Pankrac, parla ancora del suo arresto con la stessa allegria. Un'ora dopo lo fanno uscire dalla cella e lo trasportano a Kobylis.
I morti si accumulano. Si contano non più a diecine o a centinaia, ma a migliaia. Il sangue sempre fresco irrita le narici delle belve. Ora "funzionano" fino a tarda notte, "funzionano" anche la domenica, ora portano tutti l'uniforme SS, è la loro festa, il loro sabba, quello di assassinare. Mandano alla morte gli operai, gli insegnanti, i contadini, gli scrittori, i funzionari; ammazzano gli uomini, le donne, i bambini; sterminano intere famiglie, sterminano e bruciano interi villaggi. La morte mediante il piombo cammina per il paese come una pestilenza, e senza mai scegliere.
E l'uomo in questo terrore?
Vive.
È incredibile, ma vive, mangia, dorme, ama, lavora, e pensa anche a mille cose che non hanno nulla a che fare con la morte. Forse un fardello terribile gli sta sulla nuca, ma egli lo porta senza abbassare la testa e senza cadere sotto il suo peso.
In pieno stato d'assedio, il commissario mi ha portato a Branik. La bell'aria di giugno odorava di tiglio e della tardiva fioritura dell'acacia. Domenica sera. La strada, al capolinea tranviario, non bastava al fiotto precipitoso della gente di ritorno dalle escursioni. Erano rumorosi, gai, beatamente stanchi, scottati dal sole, dall'acqua e dalle braccia della loro ragazza; solo della morte, della morte che sempre vagola intorno a loro ed anche verso di loro è diretta, solo della morte non hai visto traccia sui loro volti. Formicolavano, irrequieti e garbati come conigli. Come conigli! Stendi la mano e scegline uno secondo il tuo appetito, si ritirano in un angolo, ma dopo un istante già ricominciano a formicolare, con le loro preoccupazioni, con la loro gioia, e con tutta la loro voglia di vivere.
Ero trapiantato di colpo dal mondo murato della prigione in mezzo a quella corrente vorticosa, ed assaporando la sua dolce beatitudine ho provato da principio un che di amaro.
Avevo torto, avevo torto.
Era la vita che ho visto qui, quella di dove sono venuto ed anche quella di tutti, la vita sottoposta ad una pressione terribile ma indistruttibile, che viene abbattuta in uno e cresce in cento, la vita, che è più forte della morte. E questo doveva darmi amarezza? Perché?
D'altronde, noi delle celle, noi che si viveva a contatto diretto con il terrore, eravamo forse d'un'altra pasta?
Andavo a volte agli interrogatori in furgoni della polizia i cui guardiani si comportavano con moderazione. Osservavo dal finestrino la strada, le vetrine delle botteghe, i chioschi dei fiorai, la folla dei pedoni, le donne. Se arrivo a contare nove paia di belle gambe, non sarò fucilato oggi, mi sono detto una volta. Allora ho contato, ho guardato, ho confrontato, ho esaminato minuziosamente la loro linea, le ho riconosciute belle e le ho bocciate, con un interesse appassionato, non come se la mia vita dipendesse da quell'esame, ma come se non fosse affatto in questione la mia vita.
Regolarmente rientravo in cella tardi. Babbo Pesek stava già in pensiero: ritornerà questa volta? Mi abbracciava: raccontavo brevemente quel che c'era di nuovo, chi ancora era caduto il giorno prima a Kobylis. Poi si mangiavano con un appetito feroce i ributtanti legumi secchi del pasto, si cantavano canzoni allegre oppure, arrabbiandoci l'uno con l'altro, si giocava a quello stupido gioco dei dadi che ci assorbiva in maniera totale. E questo proprio durante le ore serali, quando ad ogni istante la porta della cella poteva aprirsi e per uno di noi poteva risuonare il messaggio di morte:
- Tu oppure tu, scendere! Prenditi la roba, svelto!
Quella volta non ci hanno chiamati. Siamo sopravvissuti a quel periodo di terrore. Oggi ce ne ricordiamo con stupore, al di sopra dei nostri personali sentimenti. L'uomo è stranamente costruito per sopportare anche l'insopportabile!
Evidentemente non è possibile che momenti simili non lascino in noi tracce profonde. Forse esse si annidano nel cervello come un rotolo di pellicola e un giorno, nella vita reale, cominceranno a svilupparsi verso la follia, se mai giungeremo a viverla. E forse anche le vedremo solo come un grande cimitero, il giardino verde dove sono state seminate semenze molto costose. Semenze molto costose che germoglieranno.


Capitolo settimo

 

LE FIGURE E LE FIGURINE(2)

 

Pankrac.


La prigione ha due vite. Una è chiusa dentro le celle, completamente isolata dal resto del mondo e tuttavia legata ad esso dai legami più intimi dovunque si tratta di prigionieri politici. L'altra è dinanzi alle celle, nei lunghi corridoi, nella penombra piena di tedio. II mondo interamente rinchiuso in sé stesso, il mondo in uniforme, un mondo fatto di molte figurine e di poche figure. Di questo mondo voglio parlare.
Ha la sua zoologia. Ed ha anche la sua storia; se non l'avesse, non potrei conoscerne la zoologia cosi a fondo. Conoscerei solo un retroscena, voltato verso di noi, solo una superficie, apparentemente integra e solida, chiusa con il suo peso di ferro sulla popolazione delle celle. Era così ancora un anno fa, meno di un anno fa. Ora la superficie è piena di fessure, e attraverso ad esse trapelano delle facce; povere, gentili, preoccupate, ridicole, estremamente varie, ma sempre appartenenti ad una creatura umana. La difficile situazione del regime sottopone ad una eguale pressione ogni membro di quel mondo grigio, e ne spreme fuori, alla luce, tutto quanto ha di umano. A volte è pochissimo, a volte un po' di più. Questa quantità crea delle differenze fra loro e forma dei tipi. Evidentemente ci trovi anche parecchi uomini completi, ma non hanno aspettato. Non hanno avuto bisogno di trovarsi loro alle strette per aiutare gli altri alle strette.
La prigione è un'istituzione senza allegria. Ma quel mondo davanti alle celle è più triste del mondo delle celle. Nelle celle vive l'amicizia, e quale amicizia! Di quelle che si formano al fronte nel corso di lunghi pericoli, quando la tua vita può essere oggi fra le mie mani e la mia domani fra le tue. Ma questo regime di amicizia non esiste affatto tra i secondini tedeschi. Non può esistere. Sono circondati da un'atmosfera di denuncia, l'uno spia e denuncia l'altro, ciascuno si guarda dall'altro, anche se ufficialmente lo chiama "camerata"; e i migliori, che non possono e non vogliono restare senza un amico, preferiscono cercarlo nelle celle.
I loro nomi non hanno importanza. Fra noi li chiamavamo con i soprannomi che avevamo loro dato e con quelli che per loro avevano coniato i nostri predecessori e che poi erano passati in uso a noi a titolo ereditario.. Certuni avevano tanti soprannomi quante erano le celle; erano dei tipi di mezzo, né carne né pesce. In una cella uno aveva dato un po' più da mangiare, nella cella accanto aveva dato un ceffone a un detenuto, erano solo contatti di secondi con i prigionieri, ma s'imprimevano per sempre nella memoria della cella e formavano un'idea particolare, un soprannome particolare. Ma di tanto in tanto le celle erano tutte d'accordo nella scelta dei soprannomi. Nel caso di coloro che avevano caratteri più pronunciati. Così e così. In senso buono o in senso cattivo.
Guarda quel tipo! guarda queste figurine!
Non si tratta d'una raccolta fatta cosi come capita.
E' una parte dell'esercito politico del nazismo, gli uomini scelti. Gli appoggi del regime. I sostegni della sua società.

 


"Un Samaritano".


Grande e grosso, con una vocetta da tenore; è lo " SS-Reservist " Rheuss, portiere di una scuola a Colonia, sul Reno. Come tutti i portieri delle scuole tedesche, Rheuss ha seguito i corsi, di prima urgenza e di tanto in tanto sostituisce il barbiere della prigione. È il primo con cui io sia venuto in contatto qui, mi ha trascinato in cella, m'ha sdraiato sul materasso, ha curato le mie ferite facendomi le prime pezzette. Forse mi ha veramente aiutato a salvarmi la vita. Che cosa si è manifestato in un simile gesto: l'uomo? o il samaritano di prima urgenza? Non so, ma sicuramente era il nazismo che si manifestava in lui, quando ha rotto i denti agli ebrei arrestati e quando li ha costretti a inghiottire, cucchiaiate piene di sale o di sabbia come medicamento universale contro tutte le malattie.

 


"Il mugnaio".

 

Un ometto, un chiacchierone, che faceva il cocchiere presso la fabbrica di birra Fabian di Budejovice! Viene nella cella con un largo sorriso, porta il pasto senza fare mai male a nessuno; ma, non ci crederesti, sta a ore intere dietro la porta, ascoltando quello che si dice nella cella, per poter correre dal superiore con ogni minima ridicola notizia.

 

Koklar.


Anche un operaio di una fabbrica di birra di Budejovice. Ce ne sono parecchi qui, di questi operai tedeschi dei Sudeti. "Non importa che cosa pensa o fa un operaio individualmente - scriveva una volta Marx - quello che importa è ciò che gli operai, in quanto classe, debbono fare per adempiere la loro missione storica".
Quegli operai dei Sudeti non sanno davvero nulla della funzione della loro classe. Sradicati da essa, messi contro di essa, penzolano su per aria con le loro idee, e verosimilmente penzoleranno nel senso proprio della parola.
Koklar è passato al nazismo per avere la vita più facile.
Ha avuto la dimostrazione che è più complicato di quanto immaginasse. Da quell'epoca ha perso il suo sorriso. Ha puntato tutto sulla vittoria del nazismo, ed ha avuto la dimostrazione che ha puntato su un cavallo morto. Da quell'epoca ha perso il controllo dei propri nervi. Durante la notte, camminando solo soletto con un paio di ciabatte di feltro per i corridoi della prigione, senza accorgersene ha lasciato il segno dei suoi pensieri neri nella polvere delle finestre:
- Tutto fottuto - ci ha scritto sopra poeticamente, pensando al suicidio.
Durante il giorno pianta grane ai detenuti e ai sorveglianti, berciando con la sua voce penetrante e affannata, per non avere paura.

 

Rössler.


Un tipo lungo, magro, con una voce rude di basso, uno dei pochissimi qui che possa ridere sinceramente. Un operaio tessile della regione di Jablonec. Viene nella cella e discute. Per ore intere.
- Come sono arrivato a questo? Sono stato senza un lavoro regolare per dieci anni, e venti corone alla settimana, per tutta quanta una famiglia - sai che vita sia? Questi vengono e ti dicono: ti daremo lavoro, vieni con noi. Io ci vado - e il lavoro me lo danno, a me e a tutti gli altri. Possiamo mangiare. Possiamo farci una casa. Possiamo vivere. Il socialismo? beh, no, non c'entra. Io me lo immaginavo diversamente. Ma è sempre meglio di prima.
- Non è vero? La guerra? Io non l'ho voluta la guerra. Io non ho voluto che gli altri morissero. L'unica cosa che volevo era di campare io.
- Volere o no, dite, io ci contribuisco? E allora che cosa dovrei fare ora? Ho fatto male a qualcuno, qui? Se io me ne vado ne verrà un altro, forse peggiore. Forse che gioverò a qualcuno andandomene? Quando la guerra finirà tornerò in fabbrica...
- Chi pensi che vincerà la guerra? Non noi? Voi? E a noi, che cosa ci capiterà, dopo?
- La fine? Peccato. Me l'ero immaginata diversamente - ed esce dalla cella con il suo lungo passo dinoccolato.
Mezz'ora dopo ritorna con una domanda, come sia veramente nell'Unione Sovietica.

 


"Coso".


Una mattina aspettavamo al pianterreno, nel corridoio principale di Pankrac, per essere trasportati agli interrogatori a palazzo Petschek. Ogni giorno eravamo lì, in piedi, con la fronte al muro perché non vedessimo quello che succedeva dietro di noi. Ma quella mattina risuonava alle nostre spalle una voce per me del tutto nuova.
- Non voglio veder nulla, non voglio sentir nulla. Non mi conoscete ancora, imparerete a conoscermi!
Ho riso. In quel luogo dove si imparava a domare gli uomini come animali la citazione di quel povero cretino del tenente Dub del "Bravo soldato Svejk" (11) era proprio al suo posto. E nessuno aveva avuto ancora il coraggio di pronunziare qui ad alta voce una spiritosaggine del genere. Ma una gomitata del mio vicino più esperta mi avvertì di non ridere, che forse mi ingannavo, che forse quella battuta non era stata pensata come una spiritosaggine. Infatti non era una spiritosaggine.
"Coso", che aveva pronunciato dietro di noi quelle parole, era un esserino in uniforme di SS, il quale visibilmente non aveva la più lontana idea di Svejk. "Coso" parlava come il tenente Dub solo perché intellettualmente gli era imparentato. "Coso" rispondeva al nome di Withan, e in quanto Withan era stato sergente maggiore nell'esercito cecoslovacco. "Coso" aveva ragione. Siamo arrivati a conoscerlo in modo veramente perfetto, e non abbiamo mai parlato di lui se non al neutro, "Coso". Perché, per esser sinceri, la nostra inventiva era a corto, quando doveva trovare un soprannome adeguato a quel ricco miscuglio di cretinismo, di imbecillità, di carrierismo e di cattiveria, che costituiva uno dei principali pilastri del regime di Pankrac.
" Coso" non arriva alle ginocchia di un maiale, come dice un'espressione popolare per definire quel genere di piccolo carrierista vanitoso, e per ferirlo nel punto più sensibile. Ce ne vuole, di piccolezza intellettuale, perché un uomo soffra della propria piccolezza fisica. E Withan ne soffre, e si vendica contro tutto quanto sia più grande fisicamente e intellettualmente; perciò, contro tutto.
Non con le botte. Non ha abbastanza audacia per picchiare. Ma con la denuncia. Quanti detenuti ci hanno rimesso la vita, perché non è indifferente che uno esca da Pankrac per il campo di concentramento - seppure ne esce - con questa o con quella nota caratteristica. "Coso" è infinitamente ridicolo. Nuota con dignità nel corridoio e sogna la sua grande importanza. Ogni volta che si trova di fronte un uomo, sente il bisogno di arrampicarsi in qualche posto. Se interroga, si siede sulla balaustrata e rimane anche un'ora in quella posizione scomoda pur di superarti di un palmo. Se sorveglia il taglio della barba, sale su una scaletta, oppure passeggia su una panca pronunciando le sue ingegnose sentenze:
- Non voglio vedere nulla, né sentir nulla! Non mi conoscete... .
Durante la mezz'ora di ginnastica del mattino, passeggia sull'aiola, che lo eleva di dieci centimetri al di sopra di quanti lo circondano. Entra nella cella con la dignità d'un monarca per salire subito dopo sopra una sedia, in modo da osservare e perquisire dall'alto.
E' infinitamente ridicolo, ma - come ogni imbecille che occupi un posto dove si tratti della vita della gente - è anche infinitamente pericoloso. In fondo alla sua imbecillità si nasconde un talento: riuscire a fare di una mosca un elefante. Non conosce altro che il suo compito di cane da guardia e per questa ragione la minima deviazione dall'ordine prescritto gli pare qualcosa di grande che corrisponde all'importanza della sua missione. Inventa e costruisce delitti e crimini contro il regolamento della prigione per potersi addormentare tranquillo immaginandosi d'essere qualcuno! E chi volete che, qui, si curi di sapere che cosa c'è di vero nelle sue denunce?

 

Smetonz.


Un portamento marziale con una faccia da cretino e occhi senza espressione, caricatura vivente degli sbirri nazisti di George Grosz (12). Mungeva le vacche alla frontiera lituana, ma, è sorprendente, quelle belle bestie non hanno lasciato in lui nessuna traccia della loro nobiltà. Per i superiori personifica le virtù tedesche: è tagliente, energico, duro, incorruttibile (uno dei rari che non chieda i nostri pasti ai responsabili dei corridoi), ma...
Uno scienziato tedesco, non so più chi, ha calcolato una volta l'intelligenza delle creature dal numero delle "parole" che sono capaci di formare. E mi pare abbia constatato che la creatura che ha meno intelligenza è il gatto domestico, che sa formare solo centoventotto parole. Ah, che genio in confronto a Smetonz dalle cui labbra Pankrac non ha mai udito altro che queste quattro parole:
"Pass bloss auf, Mensch!" (Bada, tu!)
Due, tre volte la settimana ha trasmesso il suo servizio, due, tre volte la settimana si sforzava con disperazione, e mai ne combinava una bene. L'ho visto quando il direttore della prigione lo rimproverava perché le finestre non erano aperte. Per un istante la montagna di carne si dondolò con imbarazzo su un piede e sull'altro, sulle gambe corte, la testa inchinata stupidamente si abbassò più che mai, gli angoli della bocca caddero per lo sforzo enorme di ripetere quello che le orecchie avevano appena sentito... e d'improvviso tutta quella materia cominciò a urlare come una sirena; gridò l'allarme in tutti i corridoi, nessuno capì di che si trattasse, le finestre continuavano a restar chiuse, solo il sangue colava dal naso dei due prigionieri più vicini a Smetonz. Finalmente aveva trovato la soluzione.
La soluzione, come sempre. Picchiare, picchiare tutti quelli che gli capitavano a tiro, picchiare anche a morte, questo lo capiva, soltanto questo. Una volta, entrando in una cella comune, dette un pugno a uno dei detenuti; il detenuto, un uomo malato, cadde per terra in preda a una crisi. Seguendo il ritmo della crisi tutti gli altri prigionieri dovettero fare delle genuflessioni, fino al momento in cui il malato fu interamente prostrato e Smetonz, con le mani sui fianchi, con un sorriso imbecille, guardava contento, come se fosse riuscito a risolvere bene quella situazione complicata.
Un primitivo che di tutto quanto gli era stato insegnato aveva ritenuto una cosa sola: che poteva picchiare.
Eppure, in quella creatura, qualcosa si ruppe. Fu press'a poco un mese fa. Erano seduti in due, lui e K..., soli nella cancelleria della prigione e K... gli spiegò la situazione. Ci volle tempo, molto tempo prima che Smetonz capisse anche vagamente. Si alzò, apri la porta guardando prudentemente nel corridoio; dappertutto silenzio, era notte, la prigione dormiva. Chiuse la porta, girò con cura la chiave e lentamente crollò sulla sedia:
- Allora pensi...?
Si prese la testa tra le mani. Un peso terribile opprimeva la piccola anima nel corpo enorme. Rimase a lungo cosi disfatto. Poi alzò la testa e disse con disperazione:
- Hai ragione. Non possiamo più vincere...
Da un mese ormai la prigione di Pankrac non ode più il grido di guerra di Smetonz. E i nuovi prigionieri ignorano cosa sia la sua mano.

 


Il Direttore della prigione.


Piuttosto basso, sempre elegante sia. quando è in borghese come quando è in uniforme di Untersturmführer, amante del lusso, contento di sé, appassionato di cani da caccia e di donne, è un aspetto che non ci riguarda.
Altro aspetto, e cosi lo si conosce a Pankrac: brutale, grossolano, senza cultura, un tipico arricchito nazista, pronto a sacrificare tutti per conservare la propria posizione. Si chiama Soppa - se può importare il suo nome. È originario della Polonia, ha terminato l'apprendistato di fabbro, ma questo onorevole mestiere è passato in lui senza altre conseguenze. È già molto tempo che è entrato al servizio di Hitler e, ruffiano pieno di chiacchiera, ha fatto carriera fino ad arrivare al posto attuale. Lo difende con ogni mezzo, è crudele e senza scrupoli, verso tutti, verso i prigionieri come verso gli impiegati, verso i bambini come verso i vecchi. Non esiste amicizia tra gli impiegati del nazismo a Pankrac, ma nessuno fra loro è senza ombra di amicizia come Soppa. Il solo qui che egli apprezzi un poco e a cui parla più spesso è il barbiere della prigione il "polizeimeister Weisner". Ma sembra che questa amicizia non venga ricambiata.
Conosce solo se stesso. Ha ottenuto da solo il posto di direttore e solo per se stesso rimarrà fedele al regime nazista fino all'ultimo momento. È forse l'unico che non pensi a salvarsi in un modo o in un altro. Sa che per lui non c'è scampo. La caduta del nazismo sarà la sua caduta, la fine della sua vita sontuosa, la fine del suo appartamento di lusso, la fine della sua eleganza (che non si fa scrupolo di portare i vestiti dei cechi fucilati).
È la fine. Sì.

 


L'infermiere della prigione.


Il polizeimeister Weisner è una figurina speciale nell'ambiente di Pankrac. A volte ti sembra che non faccia affatto parte di Pankrac, e a volte non riesci a immaginarti Pankrac senza di lui. Se non è in infermeria, si aggira per i corridoi con il suo passettino danzante, parla da solo, e osserva, osserva sempre. Come un estraneo, che sia venuto solo per un momento e voglia portar via di qui il maggior numero possibile di impressioni. Ma sa mettere la chiave nella serratura e aprire silenziosamente e con rapidità come il sorvegliante più esperto. Ha nei modi una secchezza che gli consente di dire cose piene di importanza nascosta senza, al tempo stesso, impegnarsi: non puoi prenderlo in parola. Si accosta alle persone ma non permette a nessuno di accostarsi a lui. Non fa rapporti, non denuncia. sebbene veda molte cose. Entra in una cella piena di fumo. Respira profondamente con il naso:
- Uhm - e fa schioccare la lingua - è strettamente vietato - e la fa schioccare un'altra volta - fumare nelle celle.
Ma non fa rapporto. Ha sempre una faccia corrugata, infelice come se lo torturasse una grande pena. È chiaro che non vuole avere nulla a comune con il regime che serve e di cui ogni giorno cura le vittime. Non crede in quel regime, non crede alla sua durata definitiva, e non ci ha mai creduto. Per questa ragione non ha fatto trasferire la famiglia da Bratislava a Praga, sebbene pochi impiegati del Reich si siano lasciati sfuggire questa occasione di succhiare fino all'osso il paese occupato.
Ma neppure vuole avere qualcosa a comune, con il popolo che lotta contro quel regime, neppure si unisce alla sua lotta.
Mi ha curato con onestà piena di applicazione. Fa cosi nella maggior parte dei casi e persiste nel vietare che i prigionieri troppo straziati dalle torture vengano portati a nuovi interrogatori. Forse lo fa per tranquillizzarsi la coscienza. Ma, invece, non ti dà il minimo aiuto nei casi in cui ne avresti veramente bisogno. Forse perché è dominato dalla paura.
È il tipo del suddito meschino. Rimane solo tra la paura del regime che lo governa, e di quello che succederà dopo. Cerca una via d'uscita. E non ne trova. Non è un topo. È solo un minuscolo sorcio preso in trappola. Senza speranza.

 


"Flemma".


È più che una figurina. Ma non è ancora una figura completa. È qualcosa di mezzo. Gli manca una convinzione chiara, per essere una figura.
In realtà sono in due, di questo genere. Persone semplici, sensibili, passive da principio, stupefatte poi dello spavento in cui sono precipitate, e con l'aspirazione di uscirne; prive di indipendenza e per questa ragione sempre in cerca di un appoggio, portate oltre fino al posto buono più dall'istinto che da una conoscenza; ti aiutano perché aspettano da te un aiuto. È giusto darglielo. Ora e in avvenire.
Quei due - gli unici fra tutti i funzionari tedeschi di Pankrac - erano stati anche al fronte.
Hanauer, operaio in una sartoria di Znojmo, tornato da un breve soggiorno sul fronte orientale con delle ferite che non ha avuto troppa fretta di far guarire. "La guerra non è per gli uomini" filosofeggia, un po' alla maniera di Svejk, "io non ho da chiapparci proprio niente".
Höfer, un allegro calzolaio di Bata (13), ha fatto la campagna di Francia ed ha piantato il servizio militare malgrado gli avessero promesso una promozione. " Ech Scheise!" (eh, merda) si è detto facendo con la mano un gesto di schifo, come fa quasi quotidianamente sopra tutte le piccole noie, di cui ha sempre abbastanza.
Si rassomigliano l'uno con l'altro per la loro sorte e per le loro naturali inclinazioni; ma Hofer è più coraggioso, più formato, più completo. "Flemma" è il soprannome che quasi tutte le celle sono d'accordo nel dargli.
Il giorno che è lui in servizio, è giorno di tranquillità nelle celle. Se grida, strizza l'occhio per farti sapere che non lo fa per te ma solo perché un superiore giù al pianterreno deve essere persuaso che il regolamento viene applicato con energia.
Del resto è fatica inutile, non convince più nessuno, e non passa settimana senza che gli venga affibbiato per punizione un servizio supplementare.
"Ech, Scheise! " fa con un gesto noncurante, e continua il suo gioco. Più che un sorvegliante è un giovane apprendista calzolaio abbastanza spensierato. Può capitare di pescarlo in qualche cella, con i ragazzi della prigione, a giocare a monetina con una passione piena di gioia. Altre volte, caccia fuori dalla cella nel corridoio i detenuti, e fa una "perquisizione". La perquisizione dura un pezzo. Se sei troppo curioso, puoi guardare dentro la cella e lo vedrai seduto al tavolino, con la testa fra le mani. Dorme, dorme con quieta voluttà; è il miglior modo di nascondersi dai superiori, perché i detenuti nel corridoio sorvegliano e annunciano qualsiasi pericolo che si avvicini. E ha bisogno di dormire almeno durante le ore di servizio, visto che durante le ore di riposo gli toglie il sonno una bella figliola amata da lui più di ogni altra cosa.
Il crollo o la vittoria del nazismo? "Ech, Scheise!" è mai possibile che duri questa fiera?
Lui non considera di far parte della fiera. Questo lo rende già interessante. Ma lo è anche di più in quanto non vuole farne parte. E non ne fa parte. Hai bisogno di trasmettere un messaggio scritto all'altro settore della prigione? "Flemma" provvede. Hai bisogno di mandare a dire qualcosa fuori? "Flemma" se ne incarica. Hai bisogno di metterti d'accordo con qualcuno, di parlargli per persuaderlo con un intervento personale, e salvare cosi altre persone? "Flemma" te lo porta nella cella e sorveglia un po' con la gioia di un monello che è riuscito a giocare un bel tiro. Spesso bisogna raccomandargli di essere prudente. È in mezzo al pericolo e quasi non se ne rende conto. Non si rende perfettamente conto della portata del bene che fa. Se ne facesse ancora di più si sentirebbe sollevato. Ma questo non rendersi conto gli impedisce di crescere.
Non è ancora una figura. È il termine di trapasso per arrivarci.

 


Kolin.


Fu una sera durante lo stato d'assedio. Il sorvegliante in uniforme di SS che mi faceva entrare nella cella ha fatto finta di frugarmi le tasche.
- Che avete?, - ha domandato piano.
- Non so. Mi hanno detto che sarò fucilato domani.
- Vi spaventa?
- Lo avevo previsto.
Per un attimo ha passato meccanicamente la mano sul, risvolto della mia giacca.
- E' possibile che lo facciano. Se non domani, forse più tardi, forse anche no. Ma di questi tempi... è bene esser preparati...
E di nuovo ha taciuto.
- Forse... tuttavia... se volete... Volete lasciare una commissione per qualcuno? o volete scrivere? Non per ora, capite, per il futuro, come siete arrivato fin qui, se qualcuno vi ha tradito, come si è comportato questo; o quello... in modo che ciò che sapete non se ne vada con voi...
Se volevo scrivere? era come se indovinasse il mio desiderio più fervido.
Dopo un attimo mi ha portato un foglio con un lapis.
Li ho accuratamente nascosti perché nessuna perquisizione potesse trovarli.
E non li ho mai toccati.
Era troppo bello, non potevo fidarmi. Troppo bello: qui, nella casa buia, pochi giorni dopo il mio arresto nell'uniforme di coloro che per te non avevano altro che grida e botte, trovare un uomo, un amico, che ti dà la mano, perché tu non perisca senza lasciare tracce, perché tu possa lasciare un messaggio agli uomini futuri, perché tu possa parlare almeno un istante a chi sopravviverà e giungerà ad essere libero. E proprio ora! Nei corridoi fanno l'appello dei nomi per le esecuzioni, il sangue ubriaca i bruti che gridano come bestie, e lo spavento ha stretto la gola di quelli che non hanno potuto gridare. Proprio ora, in un simile momento, no, era incredibile, non poteva proprio esser vero, era certamente un tranello. Quale forza doveva avere un uomo per tenderti, la mano di sua iniziativa in una situazione simile! e che audacia!
Presso a poco un mese è passato. Abolito lo stato di assedio, le grida si affievolivano, i momenti crudeli si mutavano in ricordi. Fu, ancora una volta, di sera, dopo il mio ritorno dall'interrogatorio, e di nuovo lo stesso sorvegliante davanti alla mia cella.
- L'avete scampata, a quanto pare. Come mai? - e guardandomi con occhio scrutatore - tutto in ordine?
Capii bene la sua domanda. Mi commosse profondamente. E mi persuase più che qualsiasi altra cosa della sua onestà. Solo un uomo che aveva intimamente il diritto di farlo poteva domandarmi così. E da quella sera riposi in lui la mia fiducia. Era uno dei nostri. A prima vista: un personaggio enigmatico. Camminava nei corridoi solo, calmo, riservato, attento, osservando tutto. Mai una volta che tu l'abbia sentito gridare. Mai una volta che tu l'abbia visto picchiare.
- Ve ne prego, datemi uno schiaffo quando Smetonz passa di qui, gli chiedevano i compagni della cella vicina, che vi veda un momento, una volta, attivamente al lavoro.
Scuoteva la testa in segno di diniego.
- Non è mica necessario.
Mai che tu l'abbia sentito parlare altrimenti che in cèco. Tutto in lui ti diceva che era diverso dagli altri. E difficilmente avresti potuto dire come mai anche loro lo hanno sentito, senza poterlo cogliere.
È dovunque c'è bisogno di lui, porta la calma dove regna la confusione, dà coraggio a chi abbassa la testa, riannoda le fila spezzate che minacciano nuove persone al di fuori. Non si perde nei particolari. Lavora sistematicamente e su larga scala. E non da poco tempo. Fino dal principio. È entrato a servizio del nazismo con questo compito.
Adolf Kolinsky, sorvegliante cèco della Moravia, uomo cèco, di antica famiglia cèca, si dichiara tedesco per poter sorvegliare i detenuti cèchi a Kradec Kralové e poi a Pankrac. Che indignazione fra quelli che lo conoscevano! Ma quattro anni dopo, durante l'appello, il direttore tedesco della prigione, agitandogli violentemente il pugno dinanzi agli occhi - un po' tardi del resto - lo minaccia :
- Vi toglierò di corpo il vostro "cèchismo"!
Anche in questo il direttore s'ingannava. Non era solo "cèchismo". Sarebbe stato necessario togliergli di corpo l'uomo. Un uomo, che consapevolmente e volontariamente è andato in un luogo preciso per combattere e per aiutare a combattere. E che il pericolo continuo ha servito solo a rendere più risoluto.

 


"Il Nostro ".


Se la mattina dell'11 febbraio 1943 ci avessero portato una tazza di cioccolata per colazione in cambio della solita miscela di chissà cosa, non avremmo neanche fatto caso a questo miracolo. Perché quella mattina alla nostra porta apparve per un istante l'uniforme di un poliziotto cèco. Apparve solo per un istante. Un passo, calzoni neri dentro scarpe alte, una mano in una manica azzurro cupo che si alza all'altezza della serratura, spinge la porta, e l'apparizione sparisce. Fu cosi breve che un quarto d'ora dopo eravamo già disposti a non crederci più.
Un poliziotto cèco a Pankrac! Quali conclusioni di lunga portata potevamo trarre da questo fatto!
Due ore dopo già le stavamo traendo. La porta della cella di nuovo era aperta, una bustina da poliziotto cèco si chinava all'interno e con una lieta smorfia nelle labbra al di sopra del nostro stupore annunziava:
- Freistunde! (un'ora di ricreazione).
Ora non potevamo più sbagliarci. Tra le uniformi grigioverdi dei sorveglianti SS, nei corridoi, apparivano parecchie macchie scure che ci sembravano piene di luce: i poliziotti cèchi.
Cosa significa questo per noi? Come saranno? In qualunque modo siano, già il fatto della loro presenza parla chiaro. Come precipita verso la fine questo regime che perfino nel suo organismo più sensibile, nel solo appoggio di cui dispone, nel suo strumento di oppressione, è costretto a inquadrare uomini del popolo che vuole opprimere! Che terribile deficienza di materiale umano deve avere, se indebolisce perfino la sua ultima speranza, pur di acquistare qualche individuo! Quanto tempo ancora pretende di resistere?
Evidentemente saranno uomini appositamente scelti, saranno forse peggiori dei sorveglianti tedeschi già demoralizzati dall'abitudine e dalla mancanza di fiducia nella vittoria, ma la realtà, la realtà che essi rappresentano anche qui, è il segno infallibile della fine.
Cosi abbiamo pensato. Ed era ancor più di quanto ci fossimo permessi di pensare nei primi momenti. Perché il regime non aveva già più scelta, non aveva più di che scegliere.
L'11 febbraio abbiamo visto per la prima volta le uniformi cèche. Il secondo giorno abbiamo cominciato a riconoscere le persone.
È venuto, ha guardato nella cella, ha strusciato i piedi con imbarazzo sulla soglia, e poi - come l'energia capricciosa entra all'improvviso in un capriolo quando si slancia con tutte e quattro le zampe - ha detto con audacia improvvisa:
- Beh, come state, signori?
Abbiamo risposto con un sorriso. Anche lui ha riso, poi ha preso di nuovo un'aria di imbarazzo:
- Non siate arrabbiati contro di noi. Credeteci, avremmo preferito continuare a consumare le scarpe sul selciato, piuttosto che venirvi a sorvegliare qui. Ma siamo stati obbligati. E forse... Forse servirà a qualcosa...
Si è rallegrato quando gli abbiamo detto che cosa pensassimo della cosa e come li considerassimo. E così siamo diventati amici dal primo momento... Era Vitek, un ragazzo semplice dal cuore d'oro, colui che quella mattina per primo è apparso un momento alla porta della nostra cella.
L'altro, Tuma, il vero tipo dell'ex-secondino cèco. Un poco volgare, chiacchierone, ma in fondo buono, come uno di quelli che una volta chiamavamo "paparino" nelle prigioni della prima repubblica (14). Non ha sentito cosa ci fosse di eccezionale nella sua posizione, anzi si è sentito subito a suo agio, facendo sempre dello spirito un po' pesante, mantenendo cosi bene l'ordine che era lui il primo a turbarlo: qui faceva scivolare del pane nella cella, là delle sigarette, altrove si lanciava in una conversazione divertente su un argomento qualsiasi (salvo che sulla situazione politica). Faceva questo con assoluta naturalezza, era la sua concezione personale del compito del sorvegliante, e non lo nascondeva. Il primo rimprovero ricevuto per la sua condotta non lo fece cambiare, ma lo rese più prudente. Continuava ad essere il sorvegliante "paparino". Non avresti osato chiedergli qualcosa di grosso. Ma si respirava bene accanto a lui.
Il terzo camminava intorno alla cella con aria triste, taciturna, senza interessarsi a niente. Non ha reagito ai nostri prudenti tentativi per prendere contatto.
- Non abbiamo fatto un grande acquisto con lui, dichiarò babbo Pesek dopo averlo osservato per una settimana. Quello è il meno riuscito tra loro.
- O il più intelligente, ho detto - più che altro per spirito di opposizione perché avere due opinioni diverse nelle piccole cose è il sale della vita nella cella.
Dopo quindici giorni avevo l'impressione che quel taciturno strizzasse l'occhio in modo un poco più vivo. Ricambiai l'impercettibile ammiccamento, che in prigione ha mille significati. E ancora nulla. Forse mi ero ingannato.
Dopo un mese tutto era già chiaro. Fu così subitaneo come quando la farfalla esce dalla crisalide. La rugosa crisalide si è spaccata e una creatura viva è apparsa. Non si trattava di una farfalla. Si trattava di un uomo.
- Tu costruisci dei piccoli monumenti - ripeteva babbo Pesek davanti a qualcuna di queste descrizioni di caratteri.
Sì, vorrei che non fossero dimenticati i compagni che hanno fedelmente e coraggiosamente combattuto fuori e qui, e che sono caduti. Ma vorrei pure che non si dimenticassero i vivi che ci hanno aiutato con non minore fedeltà e coraggio nelle condizioni più difficili. Perché dall'ombra dei corridoi di Pankrac escano alla luce della vita personalità come quelle di Kolinsky e di quel poliziotto cèco. Non per loro gloria. Ma per servire di esempio agli altri. Perché il dovere umano non finisce con questa lotta ed esser uomo sarà continuare ad esigere da se stessi un cuore coraggioso finché gli uomini non saranno completamente uomini.
In fondo è solo una storia breve, questa del poliziotto Jaroslav Hora. E ci trovi la storia di un uomo completo.
La regione di Radnice. Un angolo sperduto del paese. Una regione bella, triste e povera. Il padre fa il vetraio. La vita è dura. La fatica quando c'è lavoro, e la miseria quando viene la disoccupazione, che è qui cosa stabile. Quando ti fa piegare sulle ginocchia oppure ti fa alzare nel sogno di una vita migliore, nella fiducia in essa, nella lotta per essa. Il padre ha scelto la seconda soluzione. E' diventato comunista.
Il giovane Jarda pedala tra i ciclisti nella manifestazione del 1° maggio, con un nastro rosso attorcigliato alla ruota. Non l'ha scordato ancora. Lo porta con sé, senza saperlo con precisione, in qualche posto nel suo intimo, durante l'apprendistato di tornitore nell'officina Skoda, dove comincia a lavorare.
La crisi, la disoccupazione, la guerra, la prospettiva d'un lavoro, il servizio nella polizia. Non so che cosa faccia in questo momento il nastro rosso dentro di lui. Forse è aggomitolato in qualche posto, posato lì, forse mezzo dimenticato, ma non perduto. Un giorno il giovane è assegnato al servizio di Pankrac. Non ci viene volontariamente come Kolinsky con un compito determinato già in precedenza da lui.
Esamina il suo campo d'azione. Valuta le proprie forze. Il volto gli si turba riflettendo intensamente da dove cominciare e come cominciare nel modo migliore! Non è un professionista politico. E' un semplice figlio del popolo. Ma ha l'esperienza del padre. Ha un nucleo solido intorno a cui si accumulano le sue decisioni. Ed ecco presa la decisione. Dalla crisalide raggrinzita viene fuori un uomo.
Ed è un uomo interiormente bello, puro quanto raro, sensibile, timido e tuttavia virile. Rischia tutto quello che più è necessario. C'è bisogno di cose piccole e di cose grandi. Farà le cose piccole e le cose grandi. Lavora senza gesti, piano, con prudenza, ma senza paura. Tutto ciò gli riesce, perfettamente evidente. In lui è imperativo categorico. Deve esser fatto cosi, a che servono allora le parole?
E, per parlare propriamente, è tutto. È la storia completa di un personaggio che oggi può segnare al suo attivo parecchie vite umane salvate. Parecchie persone vivono e lavorano fuori perché un uomo a Pankrac ha compiuto il suo dovere di uomo. Loro lo ignorano e lui le ignora. Come ignora Kolinsky. Vorrei che gli altri potessero riconoscerli dopo. Kolinsky e Hora hanno trovato qui, molto presto, la via che li conduceva l'uno verso l'altro. E questo ha moltiplicato le loro possibilità.
Ricordateli come esempio... Come l'esempio di uomini che hanno la testa al posto giusto. E il cuore prima di tutto.

 

Papà Skorepa


Quando li vedi per caso tutti e tre assieme, vedi l'immagine vivente della fraternità: l'uniforme grigioverde delle SS, sorvegliante Kolinsky; l'uniforme dei detenuti di servizio ai corridoi, papà Skorepa. Ma li vedi insieme solo di rado, molto di rado. Proprio perché appartengono gli uni agli altri.
Le regole della prigione permettono di utilizzare per dei lavori nei corridoi, per la pulizia e per portare i pasti "solo dei prigionieri particolarmente sicuri, disciplinati e strettamente isolati dagli altri". Questo secondo la lettera del regolamento. Lettera morta, assolutamente morta già in partenza. Perché simili addetti ai servizi non esistono, non sono mai esistiti. E prima di tutto mai nelle prigioni della Gestapo. I responsabili di corridoio qui sono invece le antenne spinte in avanti dal collettivo delle celle destinate a ravvicinare al mondo per poter vivere e per potere intendersi. Quanti di loro hanno già pagato con la vita un messaggio a voce o scritto, scoperto loro addosso! Tuttavia la legge del collettivo della prigione chiede con insistenza a quelli che li sostituiscono di continuare il loro lavoro pericoloso. Non rimane dunque che impegnarsi a fondo, con audacia, perché se si ha paura non si evita nulla lo stesso. Con la paura si può solo distruggere molto, si può anche perdere tutto come in ogni lavoro illegale.
Ed è un lavoro illegale elevato a potenza: direttamente nelle mani di quelli che vogliono sterminarlo, sotto gli occhi dei sorveglianti, nel posto da loro prescritto, durante i secondi scelti da loro, nelle condizioni che essi creano. Tutto quanto hai imparato all'esterno è insufficiente qui. Eppure non ti si chiede meno di questo.
Ci sono dei maestri del lavoro illegale fuori. Ci sono dei maestri di questo lavoro tra i responsabili dei corridoi. Papà Skorepa è un maestro di questo genere. Modesto, umile, tranquillo a prima vista, e vivo come un pesce. I sorveglianti cantano le sue lodi: guardate che lavoratore, che uomo fidato, come si occupa unicamente del suo dovere, senza lasciarsi andare a niente di proibito; prendete esempio da lui, voialtri responsabili dei corridoi!
Sì, prendete esempio da lui, responsabili dei corridoi! È il vero modello del responsabile, immaginato dal detenuto. La più salda e la più sensibile antenna del collettivo della prigione.
Conosce gli abitanti delle celle, ogni nuova recluta, fin da principio, perché è qui, come sono i suoi compagni di cella, quale è la sua condotta e qual è la loro. Studia i "casi" e cerca di scoprire i loro segreti. È importante, se vuoi dare un consiglio o trasmettere un messaggio.
Conosce il nemico. Esamina accuratamente ogni sorvegliante, studiandone le abitudini, i lati forti e le debolezze, in quale senso bisogna essere particolarmente vigilanti con lui, in quale senso si può profittare di lui, come lusingarlo, come giocarlo. Molte delle note caratteristiche da me utilizzate mi sono state fornite da papà Skorepa. Li conosce tutti, potrebbe disegnarli ciascuno individualmente e ciascuno in modo perfetto. È importante, se volete avere libertà di movimenti nei corridoi; e la possibilità di fare un lavoro garantito ed efficace. Prima di tutto Skorepa conosce il suo dovere. È un comunista che sa che in nessun posto potrebbe cessare di essere tale, potrebbe mettersi le mani sulle ginocchia e "fermare la sua attività". Dirò perfino che qui, nel pericolo supremo e sotto la pressione più dura, ha trovato il suo vero posto. Qui è ingrandito.
È versatile. Ogni giorno e ogni ora crea una situazione nuova e richiede un nuovo metodo. Lui li trova rapidamente e con sagacia. Ha a disposizione solo frazioni di minuti. Bussa dolcemente alla porta della cella, ascolta il messaggio preparato e lo trasmette brevemente e chiaramente all'altro capo del corridoio, prima che il nuovo addetto al servizio salga la scala del primo piano. È prudente e ha presenza di spirito. Centinaia di messaggi scritti sono passati per le sue mani, nessuno è stato scoperto, né mai sono sorti sospetti.
Sa dove la scarpa fa più male, dove bisogna rialzare il morale, dove deve dare un'informazione precisa sulla situazione esterna, quando lo sguardo dei suoi occhi, veri occhi da papà, debbono ridare forza all'uomo in cui la disperazione sta salendo, oppure quando un pane o un ramaiolo di zuppa supplementare possono far scordare la fame, lo sa, lo avverte, grazie ai suoi sensi affinati, e alla sua esperienza, e agisce in conformità.
È un combattente forte e coraggioso. È un uomo puro. È papà Skorepa.
Vorrei che leggendo queste pagine, vedeste in lui non soltanto lui solo, ma quel tipo completo di "hausarbeiter" (15), che ha saputo capovolgere il lavoro richiesto dagli oppressori in lavoro per gli oppressi. Papà Skorepa è uno, ma il tipo a cui appartiene comprende molte specie di personaggi differenti dal punto di vista umano, ma non per questo più piccoli. A Pankrac e a palazzo Petschek, vorrei ricordare le loro figure, ma disgraziatamente mi resta solo qualche ora, troppo poco anche per "una canzone in cui si può raccontare in breve le cose che, pure, si sono vissute a lungo".
Almeno qualche nome, qualche esempio, che non bisogna proprio dimenticare, e da lontano non è tutto: "Rebek" Josef Teringl, fermo, pronto a fare sacrifici, appassionato, a cui è legata una parte della storia di palazzo Petschek e della nostra resistenza laggiù, così come il suo compagno inseparabile, un vero coraggioso, Pepik Bervida.
Il dottor Milos Nedved, un bel ragazzo, un ragazzo nobile, che ha pagato a Oswiecim (16) con la vita l'aiuto ai compagni imprigionati.
Arnost Lorenz, l'uomo a cui hanno giustiziato la moglie, perché lui non aveva tradito, e che un anno dopo è andato solo all'esecuzione, per salvare i compagni, gli "hausarbeiters" del "400", e tutto quanto il suo collettivo.
Magnificamente e inalterabilmente pieno di spirito Vasek Rezek; chiusa in sé e profondamente dedita alla causa Anicka Vikovà, giustiziata durante lo stato d'assedio; energico (uno spazio bianco nel manoscritto) sempre allegro, abile, sempre capace di inventare nuove vie il " bibliotecario" Springer, il giovane e caro Bilek...
Solo degli esempi; solo degli esempi. Figure più grandi e più, piccole. Ma sempre figure. Mai figurine.



 

 

 

 

Capitolo ottavo

 

UN FRAMMENTO DI STORIA


9 Giugno 1943


La cinghia dei pantaloni penzola fuori della mia cella. La mia cinghia dei pantaloni. Il segno della partenza. Durante la notte mi trasporteranno nel Reich davanti al tribunale ecc. ecc. Nella fetta sottile che resta della mia vita il tempo affamato morde gli ultimi bocconi. Quattrocentoundici giorni a Pankrac sono passati con rapidità incomprensibile. Quanti me ne restano ancora? E dove? E quali?
Quanti saranno quei giorni difficilmente avrò occasione di scrivere. Ecco allora l'ultima testimonianza. Un frammento di storia, di cui senza dubbio io sono l'ultimo testimone rimasto in vita.

Nel febbraio del 1941 veniva arrestato il Comitato Centrale del partito comunista della Cecoslovacchia al completo, insieme con il comitato che in vista di una simile eventualità era stato preparato per sostituirlo. Come sia stato possibile portare al partito un colpo così formidabilmente duro, ancora rimane da chiarire con precisione. Forse i commissari della Gestapo ne diranno qualcosa, quando in avvenire saranno interrogati. Io mi sono sforzato ma invano, anche durante le mie funzioni di "hausarbeiter" a palazzo Petschek, di trovare la soluzione dell'enigma. Senza dubbio c'è stata una parte di provocazione, ma anche molta imprudenza. Due anni di lavoro ben riuscito durante l'illegalità avevano un po' addormentato la vigilanza dei compagni. L'organizzazione illegale cresceva in estensione, sempre nuovi compagni venivano ammessi a lavorare, anche quelli che avrebbero dovuto esser lasciati da parte per un'altra occasione, l'apparato del partito si allargava e diveniva complicato fino a sfuggire al controllo. Il colpo contro il Comitato Centrale era evidentemente pronto da tempo, ed è stato inflitto al momento in cui l'attacco contro l'U.R.S.S. era già a punto.
Da principio io ignoravo tutta la portata degli arresti. Attendevo il mio normale collegamento e non riuscivo a raggiungerlo. Dopo un mese era ormai chiaro che non dovevo più aspettare senza prendere l'iniziativa. Allora cercai da me il collegamento, ed anche gli altri l'hanno cercato. Il primo che incontrai fu Honza Vyskocil. il responsabile della Boemia centrale. Aveva preso l'iniziativa e già aveva preparato il materiale necessario per stampare il Rude Pravo, in modo che il Partito non è restasse senza il suo organo centrale. Io scrissi allora l'articolo introduttivo e rimanemmo d'accordo che i testi di cui disponevamo e che io non conoscevo, sarebbero stati pubblicati come giornale del 1° maggio e non come Rude Pravo, dato che il Rude Pravo usciva già dall'altra parte in una specie di edizione provvisoria.
I mesi del lavoro dei partigiani cominciavano. Un colpo molto duro era stato inflitto al Partito, ma senza ucciderlo. Centinaia di nuovi compagni assumevano i posti ed i compiti abbandonati, in sostituzione dei dirigenti caduti; dei nuovi, pieni di risolutezza, erano arrivati e non permettevano che la base dell'organizzazione venisse presa da sbandamenti o si lasciasse andare alla passività. Solo che il Comitato Centrale continuava a non essere ancora formato, e nel lavoro stesso dei partigiani si nascondeva contemporaneamente un pericolo: che al momento più importante, quello dell'attesa aggressione contro l'U.R.S.S. non avessimo una linea di condotta del tutto comune.
Nel Rude Pravo, pubblicato in quel momento ancora "alla maniera partigiana" e che io avevo sotto occhio, riconobbi una mano politica esperta. Dal nostro foglio del 1° maggio, che purtroppo, non era molto ben riuscito, gli altri videro dal canto loro che qui si faceva udire una voce sulla quale si poteva contare. E ci cercammo.
Erano ricerche in un bosco folto. Sentivamo una voce, la seguivamo, e in quel momento essa risuonava esattamente dalla parte opposta. La crudele perdita subita aveva insegnato a tutto quanto il Partito ad essere più prudente, più vigilante. I due uomini dell'apparato centrale che volessero trovarsi, erano obbligati a farsi strada attraverso barriere di ostacoli di sondaggio e di riconoscimento, che essi si ponevano reciprocamente e che venivano egualmente posti da altri, incaricati di stabilire il contatto. Era più complicato, perché io ignoravo chi ci fosse dall'altra parte, così come loro non sapevano chi cercassero.
Alla fine trovammo un denominatore comune. Era un magnifico ragazzo, il dottor Milos Nedved, il quale divenne il nostro primo agente di collegamento. In parte contribuì a questo anche il caso. A metà del giugno 1941 mi ammalai e mandai Lida a casa di Nedved perché venisse a curarmi. Venne subito nell'appartamento dei Baxa, e lì ci mettemmo d'accordo. Anche lui era incaricato di trovare "l'altro", ma non aveva la più lontana idea che fossi io. Al contrario egli era convinto - come tutti, del resto, dall'altra parte - che io fossi stato arrestato e probabilmente fossi già morto.
Il 22 giugno del 1941 Hitler iniziava l'aggressione contro l'U.R.S.S. La stessa sera, sempre con Honza Vyskocil, pubblicammo un manifestino che spiegava quale fosse per noi il senso dell'avvenimento. Il 30 giugno potei finalmente incontrarmi con colui che da tanto tempo, cercavo. Venne nella casa scelta da me perché sapeva già chi avrebbe trovato. Io ancora non lo sapevo. Era una notte d'estate, le acacie profumavano l'aria attraverso le finestre aperte, un'ora propizia per i convegni degli amanti. Coprimmo con una tenda la finestra, a causa dell'oscuramento. Accendemmo la luce e ci abbracciammo. Era Honza Zika.
Dunque nel febbraio del 1941 il Comitato Centrale non era stato arrestato al completo. Uno dei suoi membri, Zika, aveva potuto salvarsi. Lo conoscevo e gli volevo bene da molto tempo. Ma lo conobbi veramente soltanto allora, quando lavorammo insieme. Rotondo, sempre sorridente, sempre un po' contadino, solido, nemico dei compromessi, militante coraggioso e deciso. Non conosceva e non voleva conoscere per sé nulla al di fuori del dovere. Per adempierlo si asteneva da qualsiasi altra cosa. Voleva bene alla gente e la gente gli voleva bene, ma non si conquistava mai quest'affetto chiudendo un occhio su qualcosa.
Bastarono pochi minuti per metterci d'accordo. E qualche giorno dopo già conoscevo anche il terzo membro del nuovo comitato direttivo. Era Honza Cerny, già in collegamento con Zika fino dal mese di maggio. Alto, giovanotto elegante, capace di trattare con la gente, ex-combattente di Spagna, di dove era rientrato, durante la guerra attraverso la Germania nazista con i polmoni forati da una fucilata, sempre un po' militaresco, con una ricca esperienza illegale, pieno di iniziativa.
Mesi di lotta senza tregua strinsero fra noi un meraviglioso cameratismo. Ci completavamo l'uno con 1'altro con i nostri caratteri e le nostre cognizioni. Zika, un organizzatore obiettivo, estremamente preciso, che non si lascia disorientare dalle belle parole, che sonda e trivella ogni informazione, penetrandola fino in fondo, analizzando, esaminando ogni proposta da tutti i lati, e che gentilmente ma fermamente controlla l'esecuzione di ogni decisione. Cerny, dirigente del sabotaggio e dei preparativi della lotta armata, che riflette su tutto in termini militari, pieno di inventiva, un uomo di gran calibro e ricco di slancio, infaticabile e felice nelle sue ricerche delle forme nuove e delle persone nuove. Ed io, un Agit-Prop giornalista, che contavo sul mio fiuto, un po' svagato ma con sufficiente senso critico per equilibrarmi.
La ripartizione degli incarichi era una ripartizione delle responsabilità più che del lavoro. Perché ciascuno di noi era costretto a occuparsi di tutto, e separatamente, dovunque era necessario. Non era facile lavorare. La ferita inflitta al partito in febbraio era sempre viva, non si era mai cicatrizzata completamente. Tutti i collegamenti erano distrutti, qua e là interi settori erano caduti e altri settori erano occupati; intere organizzazioni, intere fabbriche, perfino intere regioni restavano isolate per mesi, prima che il collegamento fosse ristabilito, e noi dovevamo assicurarci che potessero almeno ricevere l'organo centrale, per seguirne le direttive. Non avevamo alloggi - impossibile utilizzare quelli di prima, perché potevano essere ancora minacciati, - da principio il denaro mancava, rifornire era diventato difficilissimo, bisognava ricominciare da capo molte cose... E tutto questo al momento in cui il Partito già non aveva più nemmeno il tempo di ricostruirsi e di prepararsi. Era il momento dell'attacco contro l'U.R.S.S., quando il Partito doveva direttamente intervenire nella lotta, organizzare il fronte interno contro gli occupanti, condurre contro di essi la guerra partigiana, e questo non solo con le proprie forze ma con le forze di tutto quanto il popolo. Durante gli anni di preparativi 1939-1941 il Partito non solo era profondamente illegale agli occhi della polizia tedesca, ma lo era anche agli occhi del popolo. Ora, sanguinante com'era, doveva intensificare e perfezionare la propria illegalità di fronte agli occupanti, ma al tempo stesso uscire dalla illegalità di fronte al popolo, stabilire legami con gente senza partito, rivolgersi al popolo intero; doveva intendersi con ognuno di quelli che erano decisi a combattere per la libertà, e con il suo intervento diretto portare alla stessa decisione coloro che esitavano ancora.
Ai primi del settembre 1941 potevamo dire non di avere ricostituito l'organizzazione tanto gravemente colpita - eravamo ancora lontani da questo - ma di avere di nuovo un nucleo fermamente organizzato, che poteva già da solo assolvere compiti di media importanza. L'intervento del Partito, del resto, si fece subito sentire. I sabotaggi e gli scioperi nelle fabbriche si moltiplicarono; alla fine di settembre i nazisti mandavano contro di noi Heydrich.
Il primo stato d'assedio non spezzò la resistenza attiva, che già si intensificava. Ma la rallentò e portò nuovi colpi al Partito. La regione di Praga e l'organizzazione giovanile furono particolarmente colpite, numerosi militanti, preziosi per il Partito, caddero: Jan Krejci, Stancl, Milos Krasny e tanti altri.
Dopo ogni prova, tuttavia, tu hai potuto di nuovo renderti conto di come il Partito sia indistruttibile. Un militante cadeva; se uno solo non poteva sostituirlo, due, tre si levavano al suo posto. Entrammo nell'anno nuovo con un'organizzazione ben costruita, che ancora non inquadrava tutto, che restava ancora molto lontana da quella del febbraio 1941, ma tuttavia capace di assolvere i compiti del Partito nelle lotte decisive. Ci siamo divisi il lavoro fra tutti. Il merito di tutto spettò però in primo luogo a Honza Zika.
Di quanto è stato fatto nel campo della stampa, troverete una documentazione abbastanza forte, nelle cantine e nei granai, negli archivi nascosti dei compagni, e dunque non occorre parlarne.
I nostri giornali erano molto divulgati e letti non solo nel Partito, ma al di fuori; uscivano a grandi tirature, in molte tecniche illegali diverse (su ciclostile), assolutamente indipendenti e severamente isolate le une dalle altre, e anche in stampati tipografici. La pubblicazione era regolare e rapida, come lo richiedeva la situazione. Per esempio, ilettori hanno avuto nelle mani alla sera del 24 febbraio l'ordine del giorno all'esercito del Maresciallo Stalin, del 23 febbraio 1942. I tipografi hanno lavorato perfettamente, eccellenti risultati sono stati ottenuti con la tecnica impiegata, e specialmente con la tecnica del gruppo "Fuchs-Lorenz", che pubblicava un suo bollettino di informazioni, Il mondo contro Hitler. Tutti gli altri li facevo io stesso per risparmiare altri quadri. Nel caso che io fossi caduto, era pronto un successore. Ha ripreso il lavoro dopo il mio arresto, e continua ancora.
Abbiamo costruito l'apparato di Partito più semplice possibile, per affidare compiti al minor numero possibile di persone. Abbiamo abolito le lunghe catene di collegamenti che - come ha dimostrato il febbraio 1941 - non hanno protetto, ma anzi minacciato l'apparato del Partito. Il pericolo aumentava per ciascuno di noi, ma il Partito era molto più sicuro. Un colpo come quello del febbraio non avrebbe più potuto raggiungerlo.
Per questa ragione il Comitato Centrale, completato con un nuovo membro, ha potuto tranquillamente continuare il suo lavoro, quando io sono stato arrestato. Nemmeno il mio collaboratore più intimo ha saputo in precedenza qualcosa su chi sarebbe stato il mio successore.
Honza Zika venne arrestato il 27 maggio 1942, la notte. Fu, ancora una volta, scarogna. Era la notte dopo l'attentato contro Heydrich, tutta la macchina degli occupanti era in azione per fare retate in ogni quartiere di Praga. Penetrarono nell'appartamento di Stresovice, dove Zika era nascosto in quel momento. Aveva i documenti in regola e probabilmente non avrebbe destato sospetti nei nazisti. Ma non voleva mettere in pericolo la cortese famiglia presso cui alloggiava; cercò di scappare calandosi dalla finestra del secondo piano. Precipitò con una ferita mortale alla colonna vertebrale e fu trasportato all'ospedale della prigione. Non sapevano affatto chi fossero riusciti a prendere. Solo dopo diciotto giorni confrontando delle fotografie, constatarono la sua identità e lo trasportarono morente a palazzo Petschek per interrogarlo. Lì ci vedemmo per l'ultima volta, quando mi chiamarono per il confronto. Ci stringemmo la mano, mi sorrise con il suo sorriso largo e buono e disse:
- Salute Giulio!
Furono le sole parole che riuscirono a cavargli. Non disse altro. Dopo qualche percossa sulla faccia perse conoscenza. Alcune ore dopo era morto.
Sapevo del suo arresto già il 29 maggio. Le antenne funzionavano bene. Grazie ad esse potei in parte mettermi d'accordo con lui per la mia linea di condotta successiva. Nel suo insieme tale linea è stata in seguito approvata anche da Honza Cerny. Fu anche la nostra ultima decisione.
Honza Cerny venne arrestato durante l'estate del 1942. Questa volta non fu per un caso, ma per una grave indisciplina di Jan Pokorny, che era in relazione con lui. La condotta di Pokorny non corrispondeva ai doveri d'un militante dirigente. Dopo qualche ora d'interrogatorio - un po' duro, è vero, ma che altro poteva aspettarsi? - cedette al panico, e dette l'indirizzo della casa dove aveva avuto appuntamento con Honza Cerny. Di lì le tracce già portavano a Honza, il quale così, pochi giorni dopo, cadeva nelle mani della Gestapo.
Fummo messi a confronto non appena lo portarono dentro.
- Lo conosci?
- Non lo conosco.
La risposta concordava. Rifiutò nella maniera più assoluta di deporre. La sua vecchia ferita gli risparmiò lunghe torture. Perdeva presto conoscenza. Prima che quelli avessero deciso un altro interrogatorio, lui era già minuziosamente informato e si comportava di conseguenza.
Non seppero nulla da lui. Lo tennero un pezzo in prigione, aspettarono un pezzo, pensando che una nuova testimonianza lo avrebbe costretto a parlare. Ebbero un bell'aspettare.
La prigione non lo cambiava. Ardente, gaio, coraggioso, continuò a indicare agli altri la prospettiva della vita, quando a lui non rimaneva se non quella della morte.
Lo portarono via da Pankrac improvvisamente, alla fine dell'aprile 1943, non so dove. Qui dove siamo una scomparsa subitanea è sempre una cosa di cattivo augurio. Tuttavia, si può sempre sbagliarsi. Ma non credo che lo rivedrò mai più.
Abbiamo fatto sempre i conti con la morte. Lo sapevamo: una volta nelle mani della Gestapo, sarebbe stata finita. Ed è su questa base che ci siamo regolati, qui.
Anche il mio compito si approssima alla fine. Non la scrivo più, questa fine. Non la conosco già più Non è più un compito. È la vita.
E nella vita non ci sono spettatori.
Cala il sipario.
Uomini, vi amavo. Vegliate!

9 giugno 1943

 

FINE

 

 

NOTE:


(1) Allude ad una breve e nota poesia di Jan Neruda in cui si raffigura Gesù bambino addormentato.

(2) Tynl, Letnà, Hradcany sono località di Praga.


(3) Vladislav Vancura è stato uno dei migliori critici e storici cèchi. I nazisti, come Fucik dirà più avanti, lo fucilarono nel 1942.

(4) Lo Tvorba era ed è il settimanale politico del partito comunista cèco; lo Kmen era, prima della guerra, la rivista mensile dell'Unione degli scrittori progressisti; il Proletkult, un quindicinale di cultura popolare; Pramen, Doba, Socialista, Avanguardia, altri periodici culturali o politici di sinistra che nascevano a Praga prima della guerra.


(5) Morto al principio del secolo.


(6) Autorevole critico letterario cèco, fondatore del Tvorba


(7) Il Laval cèco, uno dei capi della reazione agraria, presidente dei ministri sotto il Protettorato nazista, ed oggi condannato al carcere a vita.


(8) Oscuro abitante dell'isola greca di Efeso, il quale, pur di rendersi celebre, incendiò nel 356 a. C. il Tempio di Diana, una delle Sette Meraviglie del mondo.


(9) Esponente dei circoli militari cecoslovacchi, il generale Elias faceva parte del governo-fantoccio del Protettorato, e insieme era segretamente in contatto con il governo cèco emigrato a Londra.


(10) Heydrich era succeduto nel 1941 a Von Neurath nella carica di Protettore di Boemia e Moravia, ed aveva esercitato la repressione della Resistenza cèca con spietata ferocia.

(11) Uno dei personaggi del celebre romanzo satirico cèco della prima guerra mondiale, " Le avventure del bravo soldato Svejk " di Jaroslav Hasek.

(12) George Grosz, pittore e incisore tedesco vivente, autore di innumerevoli e geniali disegni satirici del capitalismo, del militarismo, della borghesia e della chiesa.

(13) Grande industriale cèco, proprietario del complesso di calzaturifici di Zlin con filiali in tutto il mondo. Oggi le fabbriche Bata sono state nazionalizzate.

(14) Per "Prima Repubblica" si intende in Cecoslovacchia il periodo dello Stato cèco che va dalla sua fondazione nell'altro dopoguerra fino a Monaco.

(15) Letteralmente "lavoratore a domicilio". Nel gergo carcerario, il detenuto addetto alla pulizia delle celle e dei corridoi.

(16) Oswiecim (Auschwitz) fu il tristemente famoso campo di sterminio creato dai nazisti in Polonia.