I dieci giorni che sconvolsero il mondo

1919

John Reed

 

PREFAZIONI

PREFAZIONE DI LENIN PER L'EDIZIONE AMERICANA

Ho letto con immenso interesse e con costante attenzione da capo a fondo il libro di John Reed I dieci giorni che sconvolsero il mondo. Lo raccomando vivamente agli operai di tutti i paesi. Vorrei che quest'opera fosse diffusa in milioni di esemplari e fosse tradotta in tutte le lingue perché essa dà un quadro esatto e straordinariamente vivo di fatti che hanno tanta importanza per comprendere la rivoluzione proletaria, la dittatura del proletariato. Tali questioni sono oggi assai discusse, ma, prima di accettare o di respingere le idee che esse rappresentano, è indispensabile comprendere tutto il valore della decisione che si prenderà. Senza alcun dubbio il libro di John Reed aiuterà a illuminare questo problema fondamentale del movimento operaio mondiale.

N. Lenin.

 

PREFAZIONE DELL'AUTORE

Questo libro è un brano di storia, di storia come io l'ho vissuta. Pretende solo di essere un racconto particolareggiato della Rivoluzione d'Ottobre, cioè di quelle giornate in cui i bolscevichi, alla testa degli operai e dei soldati di Russia, si impadronirono del potere dello Stato, e lo dettero ai Soviet.

Nel libro si parla soprattutto di Pietrogrado, che fu il centro, il cuore stesso della insurrezione. Ma il lettore deve ben rendersi conto che tutto ciò che avvenne a Pietrogrado si ripeté, pressappoco egualmente, con una intensità più o meno grande, e ad intervalli più o meno lunghi, in tutta la Russia.

In questo volume, il primo di una serie alla quale lavoro, sono obbligato a limitarmi ad una cronaca degli avvenimenti di cui sono stato testimone, ai quali ho assistito personalmente o che conosco da fonte sicura. Il racconto propriamente detto è preceduto da due capitoli che tracciano brevemente le origini e le cause della Rivoluzione d'Ottobre. So bene che questi due capitoli saranno di difficile lettura, ma essi sono essenziali per comprendere ciò che segue.

Il lettore si porrà certamente numerose domande.

Che cos'è il bolscevismo? In cosa consiste la forma del governo fondato dai bolscevichi? I bolscevichi erano favorevoli all'Assemblea Costituente prima della Rivoluzione d'Ottobre; perché dunque la disciolsero poi, essi stessi, con la forza? E perché la borghesia, ostile all'Assemblea Costituente fino alla comparsa del pericolo bolscevico, assunse poi la difesa di questa stessa Assemblea?

Tutte queste questioni non potevano trovare qui una risposta. In un altro volume: Da Kornilov a Brest-Litovsk ,dove proseguo il racconto degli avvenimenti fino alla pace con la Germania, descrivo l'origine e la funzione delle varie organizzazioni rivoluzionarie, l'evoluzione del sentimento popolare, lo scioglimento dell'Assemblea Costituente, la struttura dello Stato sovietico, lo sviluppo e la conclusione dei negoziati di Brest-Litovsk.

Iniziando lo studio della insurrezione bolscevica, è necessario rendersi ben conto che la disorganizzazione della vita economica e dell'esercito russo, fine logica di un processo che risale al 1905, non cominciò il 25 Ottobre (7 Novembre) 1917, ma parecchi mesi prima. I reazionari, privi di ogni scrupolo, che dominavano la corte dello zar, avevano deliberatamente deciso di provocare una catastrofe per poter concludere una pace separata con la Germania. La mancanza di armi al fronte, che ebbe per conseguenza la grande ritirata dell'estate 1915, la scarsezza dei viveri negli eserciti e nelle grandi città, la crisi della produzione e dei trasporti del 1916, tutto ciò faceva parte di un gigantesco piano di sabotaggio, la cui esecuzione fu frenata a tempo dalla Rivoluzione di Marzo.

Durante i primi mesi del nuovo regime, malgrado la confusione seguente a un grande movimento rivoluzionario, che liberava un popolo di 160 milioni di uomini, il popolo più oppresso del mondo intero, la situazione interna e la capacità di combattimento degli eserciti migliorarono, infatti, di molto.

Ma tale «luna di miele» durò poco tempo. Le classi possidenti volevano una rivoluzione esclusivamente politica che, strappando il potere allo zar, lo trasmettesse a loro. Esse volevano fare della Russia una repubblica costituzionale sul modello della Francia o degli Stati Uniti, o una monarchia costituzionale, come quella inglese. Le masse popolari volevano invece una vera democrazia nella città e nelle campagne.

William English Walling, nel suo libro II messaggio della Russia, consacrato alla rivoluzione del 1905, descrive esattamente lo stato d'animo dei lavoratori russi che dovevano poi, quasi unanimemente, sostenere il bolscevismo:

I lavoratori comprendevano bene che, anche sotto un governo liberale, essi avrebbero rischiato di continuare a morire di fame se il potere fosse rimasto ancora nelle mani di altre classi sociali.
L'operaio russo è rivoluzionario, ma non è né violento, né dogmatico, né stupido. Egli è pronto alla lotta sulle barricate, ma ne ha studiato le regole e, caso unico fra i lavoratori del mondo intero, le ha imparate dalla pratica. È risoluto a condurre fino alla fine la lotta contro il suo oppressore, la classe capitalista. Non ignora che esistono ancora altre classi, ma esige che esse prendano nettamente posizione nel conflitto accanito che si avvicina.
I lavoratori russi riconoscevano tutti che le nostre istituzioni politiche [americane] sono preferibili alle loro, ma non desideravano affatto di passare da un dispositivo all'altro, [quello della classe capitalista]...
Se gli operai russi si sono fatti uccidere e sono stati impiccati a centinaia a Mosca, a Riga, a Odessa, se essi sono stati, a migliaia, imprigionati nelle galere russe ed esiliati nei deserti e nelle regioni artiche, non è per conquistare i privilegi discutibili degli operai dei Goldfilds e di Cripple-Creek...

Si sviluppò così in Russia, nel corso stesso di una guerra esterna, in seguito alla rivoluzione politica, la rivoluzione sociale che si concluse con il trionfo del bolscevismo.

A. J. Sack, direttore dell'Ufficio di informazioni russe per gli Stati Uniti, ed avversario del governo sovietico, ha scritto nel suo libro La nascita della democrazia russa:

I bolscevichi si costituirono in Consiglio dei ministri con Lenin, presidente, e Leone Trotsky, ministro degli affari esteri. Quasi subito dopo la rivoluzione di Marzo, la loro andata al potere era apparsa inevitabile. La storia dei bolscevichi dopo la rivoluzione è la storia della loro ascesa costante...

Gli stranieri, gli americani in particolare, insistono frequentemente sulla ignoranza dei lavoratori russi. È esatto che questi non possedevano l'esperienza politica dei popoli occidentali, ma erano notevolmente preparati nella organizzazione delle masse. Nel 1917 le cooperative di consumo, contavano più di 12 milioni di aderenti. Lo stesso sistema dei Soviet è un ammirabile esempio del loro genio organizzatore. Inoltre non vi è probabilmente sulla terra un altro popolo che conosca così bene la teoria del socialismo e le sue applicazioni pratiche.

William English Walling scrive a questo proposito:

I lavoratori russi sanno, nella loro maggioranza, leggere e scrivere. La situazione estremamente turbata nella quale si trovava il paese da molti anni, ha fatto sì che essi hanno avuto il vantaggio di avere per guide non solo i più intelligenti tra di loro, ma una grande parte degli intellettuali, egualmente rivoluzionari, che comunicarono loro il proprio ideale di rigenerazione politica e sociale della Russia...

Molti scrittori hanno giustificato la loro ostilità contro il governo sovietico con il pretesto che l'ultima fase della rivoluzione fu solamente una lotta di difesa degli elementi civili della società contro gli attacchi brutali dei bolscevichi. Furono invece proprio tali elementi, le classi possidenti, che, di fronte al potere crescente delle organizzazioni rivoluzionarie di massa, tentarono di distruggerle ad ogni costo e di sbarrare la strada alla rivoluzione. Per rovesciare il ministero Kerenski e per annientare i Soviet esse disorganizzarono i trasporti, provocarono dei torbidi interni; per vincere i Consigli di fabbrica, chiusero le officine, fecero sparire combustibile e materie prime; per schiacciare i Comitati dell'Esercito, ristabilirono la pena di morte e cercarono di provocare la disfatta militare.

Evidentemente esse gettavano così benzina, e della migliore, sul fuoco bolscevico. I bolscevichi risposero predicando la guerra di classe e proclamando la supremazia dei Soviet.

Tra questi due estremi, più o meno caldamente appoggiati da gruppi diversi, si trovavano i socialisti detti «moderati», che comprendevano i menscevichi, i socialisti rivoluzionari ed alcune frazioni di minore importanza. Tutti questi partiti erano ugualmente attaccati dalle classi possidenti, ma la loro forza di resistenza era spezzata dalle loro teorie stesse.

I menscevichi ed i socialisti-rivoluzionari proclamavano che la Russia non era matura per la rivoluzione sociale e che solo una rivoluzione politica era possibile. Secondo loro le masse russe mancavano dell'educazione necessaria per la presa del potere; ogni tentativo in tale senso non avrebbe che provocato una reazione, la quale avrebbe facilitato ad un qualsiasi avventuriero senza scrupoli la restaurazione del vecchio regime. Perciò quando i socialisti «moderati» furono obbligati dalle circostanze a prendere il potere, non osarono servirsene.

Essi credevano che la Russia dovesse passare, a sua volta, per le stesse tappe politiche ed economiche dell'Europa Occidentale, per arrivare, infine, contemporaneamente al resto del mondo, al paradiso socialista. Si trovavano quindi d'accordo con le classi possidenti per fare della Russia soprattutto uno Stato parlamentare — alquanto più perfezionato, tuttavia, delle democrazie occidentali — ed insistettero, perciò, per la partecipazione delle classi possidenti al potere. Di là ad una politica di sostegno, non vi era che un passo. I socialisti «moderati» avevano bisogno della borghesia; ma la borghesia non aveva bisogno dei socialisti «moderati». I ministri socialisti furono obbligati a cedere, a poco a poco, sulla totalità del loro programma, via via che la pressione delle classi possidenti aumentava.

E finalmente, quando i bolscevichi ebbero abbattuto tutto quel castello di compromessi senza base, menscevichi e socialisti rivoluzionari si trovarono nella lotta a fianco delle classi possidenti. Questo stesso fenomeno noi lo vediamo oggi riprodursi, presso a poco, in tutti i paesi del mondo.

È ancora di moda, dopo un anno di esistenza del regime sovietico, parlare della rivoluzione bolscevica come di una «avventura». Ebbene, se si deve parlare di avventura, fu veramente tra le più meravigliose in cui si sia impegnata l'umanità, l'avventura che aprì alle masse lavoratrici il terreno della storia e che fece tutto dipendere ormai dalle loro vaste e naturali aspirazioni. Ma aggiungiamo che era pronto, prima di novembre, l'apparato per mezzo del quale le terre degli agrari potevano essere distribuite ai contadini; che i Consigli di fabbrica ed i sindacati erano costituiti, per realizzare il controllo operaio dell'industria, e che ogni città, ed ogni villaggio, ogni distretto, ogni provincia, aveva i suoi Soviet di deputati operai, soldati e contadini pronti ad assumere l'amministrazione locale.

Qualunque giudizio si dia del bolscevismo, è certo che la rivoluzione russa è uno dei grandi avvenimenti della storia dell'umanità e che la conquista del potere da parte dei bolscevichi è un fatto d'importanza mondiale. Come gli storici si sforzano di ricostruire nei suoi più piccoli particolari la storia della Comune di Parigi, così essi desiderano sapere ciò che è accaduto a Pietrogrado nel novembre 1917, lo stato d'animo del popolo, la fisionomia dei suoi capi, le loro parole, i loro atti. Ho scritto questo libro pensando ad essi.

Durante la lotta le mie simpatie non erano neutre. Ma tracciando la storia di quelle grandi giornate ho voluto considerare gli avvenimenti come un cronista coscienzioso che si sforza di fissare la verità.

New-York, 1° gennaio 1919.
J.R.



CAPITOLO 2:
LA TEMPESTA SI AVVICINA

In settembre il generale Kornilov marciava su Pietrogrado con l'intenzione di proclamarsi dittatore militare della Russia. Si riconobbe presto dietro di lui il pugno ferrato della borghesia, pronto ad abbattersi sulla rivoluzione. Alcuni ministri socialisti erano compromessi; lo stesso Kerenski era sospettato. Savinkov si rifiutò di dare le spiegazioni richiestegli dal Comitato centrale del partito S.R. al quale apparteneva. Fu espulso dal partito. Kornilov fu fermato dai Consigli dei soldati. Parecchi generali furono licenziati dall'esercito. Alcuni ministri furono sospesi dalle loro funzioni: il ministero cadde.

Kerenski tentò allora di formare un nuovo governo comprendendovi il partito borghese dei cadetti. Il partito S.R. di cui egli era membro, gli ordinò di escludere i cadetti. Si rifiutò di obbedire, minacciando di dare le dimissioni se i socialisti insistevano. L'esasperazione popolare era però tale, che egli esitò allora ad urtarla direttamente. Un Direttorio, composto di cinque degli ex ministri e presieduto da Kerenski stesso, assunse allora il potere.

L'affare Kornilov riunì tutti i gruppi socialisti, i «moderati» come quelli veramente rivoluzionari, in uno stesso slancio di difesa. Dei Kornilov non se ne volevano più. Si voleva un nuovo governo, responsabile davanti agli elementi che sostenevano la rivoluzione. Lo Zik invitò dunque le organizzazioni popolari a mandare dei delegati ad una Conferenza democratica che doveva riunirsi a Pietrogrado in settembre.

Tre frazioni si manifestarono presto nello Zik. I bolscevichi domandavano le riunioni del Congresso panrusso dei Soviet e la presa del potere da parte di questi ultimi. Il «centro» S.R., sotto la direzione di Cernov, fece blocco coi S.R. di sinistra, guidati da Kamkov e dalla Spiridonova, coi menscevichi internazionalisti, guidati da Martov e con il centro menscevico, rappresentato da Bogdanov e da Skobelev, reclamando un governo puramente socialista; Zeretelli, Dan, e Liber, alla testa dell'ala destra menscevica, insistevano, con Avxentiev e Gotz, rappresentanti i S.R. di destra, sulla necessità della partecipazione delle classi possidenti al nuovo governo.

Quasi subito i bolscevichi conquistarono la maggioranza nel Soviet di Pietrogrado e ben presto fu così anche nei Soviet di Mosca, di Kiev, di Odessa e di altre città.

Allarmati, i menscevichi e i S.R., che dominavano nello Zik, pensarono che in fondo Kornilov era meno pericoloso di Lenin. Essi modificarono dunque la ripartizione dei delegati alla Conferenza democratica, aumentando il numero dei rappresentanti delle società cooperative e delle organizzazioni conservatrici. Ma, anche dopo questa fabbricazione di deputati, l'Assemblea votò per un governo di coalizione, senza i cadetti. Solamente in seguito alla minaccia di dimissioni di Kerenski e davanti alle grida d'allarme dei socialisti «moderati», che dichiaravano la repubblica in pericolo, la Conferenza finì per pronunciarsi, con una debole maggioranza, in favore del principio della coalizione con la borghesia e per approvare la costituzione di una specie di Parlamento consultivo. Sorse così il Consiglio provvisorio della repubblica russa. Nel nuovo ministero le classi possidenti ebbero, di fatto, il potere. Al Consiglio della Repubblica esse ebbero un numero di seggi del tutto sproporzionato.

Di fatto lo Zik aveva cessato di rappresentare realmente i Soviet. Si era illegalmente opposto alla convocazione del nuovo Congresso panrusso dei Soviet che avrebbe dovuto riunirsi in settembre. Non pensava affatto né a riunire il congresso né ad autorizzarne la convocazione. Il suo giornale ufficiale, YIsvestia (Le notizie), lasciava anche comprendere che l'attività dei Soviet stava per finire e che presto si sarebbe potuto scioglierli. Difatti il nuovo governo annunciava, come uno degli articoli dei suo programma, la liquidazione delle «organizzazioni irresponsabili», cioè dei Soviet.

I bolscevichi risposero convocando i Soviet a Pietrogrado per il 2 novembre ed invitandoli a prendere il potere. Nello stesso tempo si ritiravano dal Consiglio della Repubblica, dichiarando di non voler far parte di un governo che tradiva il popolo.

Ma il disgraziato Consiglio non ebbe pace neppure dal fatto che i bolscevichi ne erano usciti. Le classi possidenti, ormai in condizioni di agire, divennero arroganti. I cadetti dichiararono che il governo non aveva legalmente il diritto di proclamare la repubblica in Russia. Essi reclamavano dei provvedimenti severi contro i Consigli dei soldati e dei marinai e lanciavano ogni sorta di accuse contro i Soviet. Dall'altra estremità dell'Assemblea i menscevichi internazionalisti e i S.R. di sinistra domandavano la conclusione immediata della pace, la consegna della terra ai contadini, il controllo operaio sull'industria… cioè il programma bolscevico.

Ero presente durante la risposta data da Martov ai cadetti. Mortalmente colpito dalla malattia, con una voce che non era più che un soffio, egli diceva, curvo sulla tribuna ed agitando il dito verso i banchi della destra:

Voi ci chiamate disfattisti. Ma i veri disfattisti sono coloro che attendono un momento più favorevole per concludere la pace, che vogliono rinviare la pace a più tardi, quando nulla più resterà dell'esercito, quando la Russia sarà diventata un oggetto di mercanteggiamento tra i diversi gruppi imperialisti... Voi tentate di imporre al popolo russo una politica secondo gli interessi della borghesia. La questione della pace è urgente... voi imparerete che non invano hanno lavorato gli zimmerwaldiani, quelli che voi chiamate «agenti della Germania» e che hanno invece preparato in tutti i paesi il risveglio della coscienza delle masse democratiche...

I menscevichi e i S.R. oscillavano tra questi due estremi, irresistibilmente spinti verso sinistra dal malcontento crescente delle masse. Una ostilità profonda divideva il Consiglio in gruppi irreconciliabili.

Tale era la situazione quando si pose la questione della politica estera, in seguito all'annuncio della tanto attesa Conferenza interalleata di Parigi.

In teoria tutti i partiti socialisti di Russia erano favorevoli ad una pace su una base democratica, il più presto che fosse possibile. Nel maggio 1917 il Soviet di Pietrogrado, ove dominavano allora i menscevichi e i S.R., aveva proclamato le famose condizioni russe di pace. Aveva reclamato una Conferenza interalleata per la discussione degli scopi della guerra. La conferenza era stata promessa per agosto, poi rinviata a settembre, in seguito ad ottobre ed infine era stata fissata per il 10 novembre.

Il governo provvisorio aveva proposto due delegati: il generale Alexeiev, militare reazionario, e Teresctscenko, ministro degli affari esteri. I Soviet scelsero Skobelev e gli diedero delle istruzioni particolareggiate: il famoso nakaz. Il governo provvisorio fece delle obiezioni alla scelta di Skobelev ed al nakaz. Gli ambasciatori esteri protestarono. E finalmente, ad una interrogazione alla Camera dei Comuni, Bonar Law rispose freddamente: «Per quanto io so, la Conferenza di Parigi non discuterà degli scopi della guerra, ma solamente dei metodi per continuare la guerra...».

La stampa conservatrice russa esultò ed i bolscevichi gridarono: «Guardate ove i menscevichi e i S.R. sono stati condotti dalla loro tattica di compromesso!».

Lungo tutto il fronte, per più di un migliaio di chilometri, i milioni di uomini degli eserciti russi si agitavano, come una marea crescente, e rovesciavano sulla capitale centinaia e centinaia di delegazioni che avevano un solo grido: «la pace! la pace!».

Attraversai il fiume per andare al Circolo Moderno, ad uno di quei grandi comizi popolari che si riunivano, in tutta la città ed in numero sempre maggiore, ogni notte. In un anfiteatro nudo e lugubre, rischiarato da cinque piccole lampade sospese ad un filo sottile, si ammassavano fin sotto il tetto, sulle scale sudice, soldati, marinai, operai, donne, attenti come se le loro vite fossero state in giuoco. Parlava un soldato della 548a Divisione:

— Compagni — gridava, e i suoi lineamenti tirati, i suoi gesti disperati esprimevano una sincera angoscia — quelli che sono al potere reclamano da noi sacrificio su sacrificio, ma quelli che posseggono tutto sono lasciati tranquilli.
Noi siamo in guerra con la Germania. Forse che noi domandiamo ai generali tedeschi di servire nel nostro Stato Maggiore? Ebbene, noi siamo in guerra con i capitalisti, eppure noi domandiamo loro di governarci...
Il soldato vuol sapere perché e per chi si batte. Per Costantinopoli, per la liberazione della Russia, per la democrazia, o per i banditi capitalisti? Provatemi che io lotto per la Rivoluzione; allora io marcerò e mi batterò senza che vi sia bisogno di minacciarmi della pena di morte.
Quando la terra apparterrà ai contadini, le officine agli operai ed il potere ai Soviet, allora noi sappiamo che abbiamo qualche cosa da difendere e ci batteremo per salvarlo.

Nelle caserme, nelle officine, agli angoli delle strade, dei soldati, oratori instancabili, reclamavano la fine della guerra e dichiaravano che se il governo non avesse fatto uno sforzo energico per la pace, i soldati avrebbero abbandonato le trincee e se ne sarebbero tornati a casa.

Il rappresentante dell'VIII Armata si espresse così:

Noi siamo deboli, noi non abbiamo più che pochi uomini per ogni compagnia; ci si diano dei viveri, delle scarpe e dei rinforzi, altrimenti le trincee saranno ben presto vuote. Si faccia la pace oppure ci si rifornisca... Il governo finisca la guerra, oppure mantenga gli eserciti...

Un altro parlò a nome del 46° di artiglieria siberiana:

Gli ufficiali non vogliono lavorare coi nostri Consigli; ci vendono al nemico; applicano la pena di morte ai nostri agitatori e questo governo di controrivoluzionari li sostiene.
Noi speravamo che la rivoluzione avrebbe portato la pace. Ma adesso il governo ci proibisce perfino di parlarne. Eppure non ci da né da mangiare né il necessario per combattere...

Dall'Europa arrivavano voci di una pace conclusa a spese della Russia.

Le notizie sul trattamento fatto alle truppe in Francia aumentavano il malcontento. La I Brigata aveva voluto sostituire gli ufficiali con dei Consigli di soldati come i compagni di Russia ed aveva rifiutato di partire per Salonicco, domandando di essere rimpatriata. Era stata circondata, affamata e poi cannoneggiata. Molti erano stati uccisi...

Il 29 ottobre mi recai al Palazzo Maria, nella sala di marmo bianco, decorato di rosso, dove sedeva il Consiglio della Repubblica, per assistere alla dichiarazione di Teresctscenko sulla politica estera del governo. Tutto il paese, spossato ed avido di pace, la attendeva con una terribile ansietà.

Un uomo, giovane, di alta statura, coi vestiti impeccabili, il viso dolce e gli zigomi sporgenti, leggeva con una voce soave un discorso accurato, prudente e perfettamente vuoto... Sempre gli stessi luoghi comuni sullo schiacciamento del militarismo tedesco, con l'aiuto degli alleati, sugli «interessi nazionali» della Russia, sull'imbarazzo suscitato dal nakaz consegnato a Skobelev. Terminò con il solito ritornello:

La Russia è una grande potenza. È dovere nostro, di tutti, di difenderla, di mostrare che noi siamo i difensori di un grande ideale, i figli di una grande nazione...

Nessuno era soddisfatto. I reazionari volevano una politica imperialista di forza, i partiti democratici esigevano dal governo l'assicurazione che avrebbe affrettato la pace.

Tuttavia, all'ultimo piano della scena politica, cominciava a sorgere, dall'ombra, una forza sinistra: i cosacchi. Kaledin. ataman dei cosacchi del Don, era stato destituito dal governo provvisorio per la sua complicità nell'affare Kornilov. Egli rifiutò nettamente di andarsene e si installò a Novocerkassk, in mezzo a tre immensi eserciti di cosacchi, complottando e minacciando. Era tanto il suo potere che il governo chiuse gli occhi sulla sua insubordinazione e dovette anche riconoscere formalmente il Consiglio dell'Unione degli eserciti cosacchi e dichiarare illegale la sezione cosacca dei Soviet, recentemente costituita.

Nella prima metà di ottobre, una delegazione cosacca venne a trovare Kerenski, esigendo con arroganza il ritiro delle accuse fatte a Kaledin, e rimproverando al Presidente del Consiglio di cedere ai Soviet. Kerenski acconsentì a non disturbare Kaledin; egli avrebbe anche aggiunto:

Agli occhi dei capi dei Soviet, io sono un despota ed un tiranno... Il governo provvisorio non solo non si appoggia sui Soviet, ma considera come molto increscioso il solo fatto della loro esistenza.

Nello stesso tempo un'altra missione cosacca si recò dall'ambasciatore inglese e trattò arditamente con lui in nome del «libero popolo cosacco».

Sul Don si era creata una specie di repubblica cosacca. Il Kuban si dichiarò Stato autonomo. I Soviet di Rostov sul Don e di Ekaterinenburg furono dispersi dai cosacchi e la sede del sindacato dei minatori a Karkov, saccheggiata. In tutte le sue manifestazioni, il movimento cosacco era antisocialista e militarista. I suoi capi erano nobili e grandi proprietari fondiari come Kaledin, Kornilov, i generali Deutov, Karaulov e Bardije, sostenuti dai potenti commercianti e banchieri di Mosca.

La vecchia Russia si decomponeva rapidamente. In Ucraina, in Finlandia, in Polonia e nella Russia bianca, i movimenti nazionalisti si rafforzavano e diventavano più audaci. I governi locali, dominati dalle classi possidenti, reclamavano l'autonomia e rifiutavano di obbedire agli ordini di Pietrogrado. A Helsingfors, la Camera finlandese rifiutò di prestare del denaro al governo provvisorio, proclamò l'autonomia della Finlandia e domandò il ritiro delle truppe russe. A Kiev la Rada borghese spinse lontano verso l'est, fino ai monti Urali, le frontiere dell'Ucraina, comprendendo così in questa i più ricchi tenitori agricoli del sud della Russia, e iniziò l'organizzazione di un esercito nazionale. Il primo ministro Vinnicenko fece delle allusioni a una pace separata con la Germania. Il governo provvisorio era impotente. La Siberia ed il Caucaso esigevano le proprie assemblee costituenti. In tutti questi paesi cominciava una lotta accanita tra il potere centrale ed i Soviet locali dei deputati operai e soldati.

La situazione diventava di giorno in giorno più caotica. I soldati, che disertavano il fronte a centinaia di migliaia, rifluivano come una vasta marea ed erravano senza meta per tutto il paese. I contadini dei governatorati di Tambov e di Tver, stanchi di attendere le terre ed esasperati dai provvedimenti repressivi del governo, incendiavano i castelli e massacravano gli agrari. Serrate e scioperi immensi scuotevano Mosca, Odessa ed il distretto minerario del Donez. I trasporti erano paralizzati, l'esercito moriva di fame e le grandi masse mancavano di pane.

Il governo, stiracchiato tra i democratici ed i reazionari, era nell'impossibilità di agire. Se prendeva un provvedimento, lo faceva nell'interesse delle classi possidenti. Mandò i cosacchi a ristabilire l'ordine fra i contadini ed a schiacciare gli scioperi. A Tasckent i Soviet furono soppressi dalle autorità governative. A Pietrogrado il Consiglio Economico, istituito per riorganizzare la vita economica del paese, si trovò preso fra le forze nemiche del capitale e del lavoro e ridotto così all'impotenza. Fu sciolto da Kerenski. I militari del vecchio regime, appoggiati ai cadetti, reclamavano provvedimenti energici per ristabilire la disciplina nell'esercito e nella marina. Invano l'ammiraglio Verderevski, il venerabile ministro della marina, ed il generale Verkhovski, ministro della guerra, ripetevano che solo una nuova disciplina morale, democratica, volontariamente accettata e basata sulla cooperazione con i Consigli dei soldati e dei marinai, poteva salvare l'esercito e la marina. I loro consigli non furono ascoltati.

I reazionari sembravano risoluti a sfidare la collera popolare. Il processo di Kornilov si avvicinava. La stampa borghese difendeva Kornilov sempre più apertamente definendolo il «grande patriota russo». Il giornale di Burtzev, Obsctsceie Dielo (La causa comune), reclamava una dittatura di Kornilov, Kaledin e Kerenski.

Un giorno, nella tribuna della stampa del Consiglio della Repubblica ebbi un colloquio con Burtzev, un piccolo uomo curvo con la faccia rugosa, gli occhi miopi riparati dietro un paio di occhiali spessi, i capelli e la barba grigiastri ed in disordine.

Ricordatevi delle mie parole, giovanotto. Ciò che manca alla Russia è l'uomo forte. Bisognerebbe adesso finirla col pensare alla Rivoluzione e concentrare la nostra attenzione sulla Germania. Kornilov avrebbe dovuto vincere...

All'estrema destra, giornali quasi dichiaratamente monarchici, il Narodni Tributi (Il tribuno del popolo) di Purisckevic, la Novaia Russ (La nuova Russia), ed il Jìvoie Slovo (La parola vivente), propugnavano apertamente la liquidazione della democrazia rivoluzionaria...

Il 23 ottobre si svolse la battaglia navale del golfo di Riga contro una squadra tedesca. Con il pretesto che Pietrogrado era in pericolo, il governo provvisorio preparò la evacuazione della capitale. Dovevano anzitutto partire le grandi fabbriche di munizioni che si volevano disperdere in tutta la Russia. Il governo stesso doveva trasferirsi a Mosca. Ma i bolscevichi smascherarono subito i veri motivi della decisione del governo che voleva abbandonare la capitale rossa per indebolire la rivoluzione. Si era già abbandonata Riga ai tedeschi; adesso si consegnava Pietrogrado.

La stampa borghese esultava. A Mosca, diceva il giornale cadetto Riec (La parola), il governo potrà continuare la sua opera in un'atmosfera di calma senza essere minacciato dai nemici dello Stato. Rodzianko, il capo dell'ala destra del partito cadetto, dichiarò nell'Utro Rosii (L'alba della Russia), che la presa di Pietrogrado da parte dei tedeschi sarebbe stata un vantaggio perché avrebbe avuto per conseguenza la caduta dei Soviet e avrebbe sbarazzato la Russia della flotta rivoluzionaria del Baltico.

Pietrogrado è in pericolo — scriverà — ebbene, lasciamo a Dio la cura di proteggere Pietrogrado! Si teme che la perdita di Pietrogrado causi la morte delle organizzazioni centrali rivoluzionarie. Per conto mio rispondo che mi rallegrerò della loro disparizione perché esse non apporteranno alla Russia che il disastro...
La presa di Pietrogrado provocherà, si dice, la liquidazione della flotta del Baltico. Ma non vi sarà là nulla da rimpiangere. La maggioranza degli equipaggi è completamente demoralizzata...

Lo sdegno popolare scoppiò così violento che i progetti di evacuazione dovettero essere abbandonati.

Il Congresso dei Soviet appariva intanto all'orizzonte, come una nube burrascosa percorsa da lampi. Vi si opponevano non solo il governo, ma tutti i socialisti «moderati». I Comitati centrali dell'esercito e della flotta, quelli di alcuni sindacati, i Soviet contadini e soprattutto lo Zik stesso, nulla risparmiavano per impedirne la riunione. Le Isvestia ed il Golos Soldato (Voce del soldato), giornali fondati dal Soviet di Pietrogrado e passati nelle mani dello Zik, l'attaccavano accanitamente. Così pure il partito socialista rivoluzionario nei suoi due organi, Dielo Naroda (La causa del popolo) e Volia Naroda (La volontà del popolo).

Si inviarono in tutto il paese dei delegati, si lanciarono ordini telegrafici ai Comitati dei Soviet locali e ai Consigli dell'esercito per sospendere o per ritardare le elezioni. Risoluzioni solenni venivano votate contro il Congresso; si dichiarava che la riunione del Congresso a una data così vicina a quella dell'Assemblea Costituente era in opposizione coi principi democratici. Ovunque si elevavano le proteste di delegati del fronte, della Unione degli zemstvo, dell'Unione dei contadini, dell'Unione degli eserciti cosacchi, dell'Unione degli ufficiali, dei Cavalieri di San Giorgio, dei Battaglioni della morte ecc. Il Consiglio della repubblica russa non aveva che un grido unanime di disapprovazione. Tutto l'apparato sorto dalla rivoluzione di Marzo, era mobilitato contro la riunione del Congresso dei Soviet.

Contro questa opposizione si elevava la volontà ancora informe del proletariato — operai, semplici soldati e contadini poveri. Molti dei Soviet locali erano già bolscevichi. Vi erano poi le organizzazioni degli operai industriali, i Consigli di fabbrica e le organizzazioni rivoluzionarie dell'esercito e della flotta. In alcuni luoghi il popolo, cui si impediva di eleggere regolarmente i propri delegati, improvvisava dei comizi parziali ed eleggeva un rappresentante da inviare a Pietrogrado. In altri luoghi disperdeva gli antichi Comitati che facevano l'ostruzionismo e li sostituiva con nuovi organi. Come un'ondata la rivolta montava; la crosta che si era lentamente formata sulla lava rivoluzionaria, durante i mesi precedenti, cominciava a spezzarsi. Solo un movimento spontaneo delle masse poteva assicurare la riuscita del Congresso panrusso dei Soviet.

Ogni giorno gli oratori bolscevichi giravano le caserme e le fabbriche, denunciando con violenza «il governo di guerra civile». Una domenica ci recammo ad un comizio alle officine di Obukhovo, fabbrica di munizioni dello Stato, posta fuori della città sulla strada di Schlusselburg. Il nostro tram, con il suo tetto pesante, avanzava penosamente tra grandi mura di officine e di chiese immense, attraverso oceani di fango.

Il comizio si svolse tra gli alti muri di mattoni di un enorme edificio incompiuto: diecimila uditori, uomini e donne, vestiti di nero, arrampicati sui mucchi di legna e di mattoni o appollaiati sulle traverse, si affollavano attorno ad un palco drappeggiato di rosso, appassionatamente attenti e manifestanti con una voce di tuono. A tratti il sole rompeva le nubi pesanti e scure, inondando di una luce rossastra, attraverso i buchi delle finestre, quella massa di visi semplici rivolta verso di noi.

Lunaciarski, dalla svelta sagoma di studente e dal fine viso d'artista, spiegò perché il potere doveva essere preso dai Soviet. Niente altro poteva garantire la rivoluzione contro i suoi nemici che rovinavano deliberatamente il paese e l'esercito, preparando la via a un nuovo Kornilov.

Un soldato del fronte rumeno, magro, tragico, appassionato gridò:

— Compagni, al fronte noi moriamo di fame e di freddo. Ci si fa morire senza ragione. Prego i compagni americani di dire in America che i russi abbandoneranno la loro Rivoluzione, solo quando saranno tutti morti. Noi difenderemo la nostra fortezza con tutte le nostre forze fino a che tutti i popoli si leveranno e ci verranno in aiuto. Dite agli operai americani di alzarsi e di combattere per la rivoluzione sociale.

Dopo di lui parlò lo svelto Petrovski, con una piccola voce lenta, implacabile:

— Non è più l'ora delle parole, ma è quella dell'azione! La situazione economica è cattiva; bisogna fronteggiarla. I nostri avversari tentano di prenderci per fame e per freddo; essi vogliono provocarci. Ma sappiano che andrà loro male. Se essi osano toccare le nostre organizzazioni, noi li spazzeremo come immondizie dalla faccia della terra.

La stampa bolscevica ebbe, di colpo, un nuovo slancio. Oltre ai giornali del partito, La voce degli operai ed il Soldato, cominciarono a pubblicarsi due nuovi organi: l'uno per i contadini, I contadini poveri (Deverenscaia Biednota), che stampava tutti i giornali mezzo milione di copie, e l'altro intitolato L'operaio ed il soldato (Raboci i Soldat). Quest'ultimo riassumeva nel suo primo numero, il 17 ottobre, il programma bolscevico:

Un quarto anno di guerra significherebbe l'annientamento dell'esercito e del paese... Pietrogrado rivoluzionaria è in pericolò. I controrivoluzionari si rallegrano dei mali del popolo e si preparano a colpirlo mortalmente. I contadini, disperati, sono entrati in aperta rivolta; i proprietari ed il governo li fanno massacrare dalle spedizioni punitive. Le fabbriche e le miniere cessano il lavoro; gli operai sono minacciati dalla fame. La borghesia ed i suoi generali vogliono ristabilire con provvedimenti implacabili una disciplina cieca nell'esercito. Sostenuti dalla borghesia, i partigiani di Kornilov si preparano apertamente a disperdere l'Assemblea Costituente.

Il governo di Kerenski è il governo della borghesia. Tutta la sua politica è diretta contro gli operai, i soldati ed i contadini. Rovinerà il paese... Il nostro giornale compare in giorni gravidi di minacce. Sarà la voce del proletario e della guarnigione di Pietrogrado. Sarà il difensore instancabile dei contadini poveri... Bisogna che il popolo sia salvato, che la rivoluzione sia condotta al suo termine. Bisogna che il potere sia strappato dalle mani criminali della borghesia e rimesso alle organizzazioni degli operai, dei soldati e dei contadini rivoluzionari. Bisogna che la guerra maledetta finisca.

Il programma del Raboci i Soldat è quello del Soviet dei Deputati operai e soldati di Pietrogrado, cioè:

Tutto il potere ai Soviet nella capitale come in provincia.
Tregua immediata su tutti i fronti, pace leale fra i popoli.
La terra ai contadini, senza indennità ai proprietari.
Un'assemblea Costituente eletta onestamente. .

Riproduciamo ancora un altro brano interessante dello stesso giornale — l'organo dei bolscevichi che erano definiti da tutto il mondo come gli agenti della Germania:

L'imperatore tedesco, sporco del sangue di milioni di uomini, vuole spingere il suo esercito fino a Pietrogrado. Rivolgiamoci agli operai, ai soldati, ed ai contadini tedeschi che desiderano la pace non meno di noi, affinché essi insorgano contro questa guerra maledetta.

Questo potrà essere fatto solo da un governo rivoluzionario, che parlerà veramente a nome degli operai, dei soldati e dei contadini russi, che si rivolgerà, al disopra dei diplomatici, direttamente agli eserciti tedeschi e riempirà le loro trincee di proclami in lingua tedesca... I nostri aviatori inonderanno tutta la Germania con questi proclami...

Al Consiglio della Repubblica, l'abisso tra i due estremi si faceva sempre più profondo.

— Le classi possidenti — gridava Karelin, a nome dei S.R. di sinistra — vogliono servirsi dell'apparato rivoluzionario dello Stato per legare la Russia al carro di guerra degli alleati! I partiti rivoluzionari si oppongono risolutamente a tale politica.

Il vecchio Nicola Ciaikovski, rappresentante dei socialisti popolari (trudoviki), parlò contro la divisione delle terre tra i contadini e si mise con i cadetti.

— Noi dobbiamo immediatamente ristabilire una salda disciplina nell'esercito. All'inizio della guerra non ho cessato di ripetere che è criminale iniziare delle riforme economiche e sociali in tempo di guerra. E’ questo il delitto che noi commettiamo. Eppure io non sono nemico di queste riforme, perché sono socialiste. (Grida a sinistra) : Non vi crediamo! (Tempesta di applausi a destra).

Adijemov dichiarò a nome dei cadetti che non era affatto necessario dire all'esercito perché esso combatteva: ciascun soldato doveva comprendere che suo primo dovere era di cacciare il nemico dal territorio russo.

Lo stesso Kerenski venne due volte a perorare appassionatamente per l'Unione Nazionale e si sciolse in lagrime alla fine dei suoi discorsi. L'Assemblea lo ascoltò freddamente, interrompendolo con osservazioni ironiche.

L'Istituto Smolni, quartiere generale dello Zik e dei Soviet di Pietrogrado, si trova ad alcune miglia dal centro, alla fine della città, sulla riva dell'ampia Neva. Presi un tram ricolmo di viaggiatori, che serpeggiava gemendo lungo strade fangose e mal selciate. Alla fine della linea si innalzavano le graziose cupole azzurrine, filettate d'oro smorto del Convento Smolni, così belle, e di fianco la grande facciata, in stile da caserma, dell'Istituto Smolni, lungo circa duecento metri ed alto tre piani, che portava, sopra l'entrata, un enorme ed insolente stemma imperiale, scolpito nella pietra.

Le organizzazioni rivoluzionarie dei soldati e degli operai si erano installate in quell'istituto, celebre pensionato per giovanette nobili sotto il vecchio regime, sotto il patronato della zarina. Aveva più di un centinaio di vaste camere, bianche e nude; sulle porte alcune placche smaltate indicavano ancora ai visitatori la «quarta classe», e la «sala dei professori». Ma altre scritte, tracciate frettolosamente, testimoniavano della nuova attività che regnava nell'edificio: «Comitato centrale del Soviet di Pietrogrado», «Zik», «Commissione degli Affari Esteri», «Unione dei soldati socialisti», «Consigli di fabbrica», «Comitato centrale dell'esercito»; altre stanze erano occupate dagli uffici centrali e servivano per le riunioni dei partiti politici.

Nei lunghi corridoi, dal soffitto ricurvo, rischiarati di tanto in tanto da lampade elettriche, circolava una folla affaccendata di operai e di soldati. Qualcuno era piegato sotto il peso di enormi pacchi di giornali, di proclami, di propaganda stampata di ogni genere. Il rumore delle loro scarpe pesanti sul pavimento sembrava un incessante brontolio di tuono. Ovunque erano poste delle scritte: «Compagni, nell'interesse della vostra stessa salute, osservate da pulizia!». A ciascun piano, alla cima delle scale e sui pianerottoli erano installate delle lunghe tavole dove si vendevano dei mucchi di opuscoli e di pubblicazione politiche.

Il vasto refettorio, dal soffitto basso, che si trovava al pianterreno rialzato, era diventato una sala di ristorante. Per due rubli mi si diede uno scontrino che dava diritto ad un pasto; poi presi posto tra un migliaio di altri che attendevano di poter accedere ad uno dei lunghi tavoli dove una ventina di uomini e di donne servivano la zuppa coi cavoli, presa in immense caldaie insieme con dei pezzi di carne e distribuivano delle montagne di kascia e delle fette di pane nero. Per cinque copechi si riceveva una porzione di the in tazza di stagno. Si prendeva da sé stessi, in un paniere, un cucchiaio di legno poco pulito. Sulle panche, lungo le tavole di legno, proletari affamati inghiottivano il loro pasto, pur chiacchierando fra di loro e lanciandosi attraverso la sala delle frasi scherzose.

Al primo piano vi era un altro buffet, riservato allo Zik, ma dove andavano tutti. Vi si potevano avere delle tartine generosamente imburrate e dei bicchieri di the a volontà.

Nell'ala sud, al secondo piano, si trovava la grande sala delle riunioni, l'antica sala da ballo dell'istituto. Una stanza alta, con i muri tutti bianchi, rischiarata da centinaia di globi elettrici lavorati, fissati su candelabri verniciati e divisa da due file di colonne massicce. Ad un'estremità un baldacchino fiancheggiato da due alte lampade a molti bracci, e, dietro, un quadro d'oro da cui si era tolto il ritratto dello zar. Qui nei giorni di festa campeggiavano le sontuose uniforme militari ed ecclesiastiche; era un ambiente fatto per le granduchesse.

Dall'altro lato del corridoio, dinanzi alla sala delle riunioni, si verificavano i mandati dei delegati al Congresso dei Soviet. Osservai l'arrivo dei nuovi delegati: vigorosi soldati barbuti, operai in blusa nera, alcuni contadini con i capelli lunghi. Una giovane donna, aderente all’Edinstvo di Plekhanov, dirigeva l'operazione. Sorrideva sdegnosa:

«Non rassomigliano affatto ai delegati al primo Congresso diceva. Guardate che aria grossolana ed ignorante! Che massa incolta...».

Era esatto. La Russia era stata scossa fin nel più profondo e gli strati bassi erano venuti alla superficie. Il Comitato di verifica, nominato dall'antico Zik, contestava a ciascun delegato la legalità del suo mandato. Karakhan, membro del comitato bolscevico, sorrideva.

— Non inquietatevi — diceva; — al momento buono vi faremo riconoscere.

Era evidente che il numero legale non sarebbe stato raggiunto per il 2 novembre e si rinviò quindi il Congresso al 7. Ma tutto il paese era già in agitazione ed i menscevichi ed i socialisti rivoluzionari, comprendendo di essere battuti, cambiarono improvvisamente tattica. Telegrafarono ovunque a tutte le loro organizzazioni provinciali di eleggere il maggior numero possibile di socialisti «moderati». Nel medesimo tempo il Comitato esecutivo dei Soviet contadini convocò, d'urgenza, un Congresso per il 13 dicembre in modo da rendere vana ogni eventuale azione degli operai e dei soldati.

Che cosa avrebbero fatto i bolscevichi? In città correva la voce che gli operai ed i soldati preparavano una dimostrazione armata. La stampa borghese e reazionaria profetizzava l'insurrezione e reclamava dal governo l'arresto del Soviet di Pietrogrado od almeno la proibizione del Congresso. Alcuni giornali, come la Novaia Russ, predicavano il massacro generale dei bolscevichi.

Il giornale di Gorki, la Novaia Jìzn, riconosceva, d'accordo con i bolscevichi, che i reazionari tentavano di soffocare la rivoluzione e che, se necessario, bisognava loro opporre la forza delle armi; ma, prima di tutto, era necessario che tutti i partiti della democrazia rivoluzionaria presentassero un fronte unico. Gorki faceva osservare che sia i giornali reazionari, sia quelli del governo eccitavano i bolscevichi alla violenza; e che una insurrezione avrebbe aperto la via ad un nuovo Kornilov. Gorki scongiurava i bolscevichi a smentire le voci messe in circolazione. Nell'organo menscevico il Dien (II giorno), Potressov pubblicò una informazione sensazionale, con una carta, pretendendo svelare il piano segreto dei bolscevichi.

Come per incanto le mura si coprirono di avvisi, di proclami, di appelli dei Comitati centrali dei «moderati» e dei conservatori. Lo Zik denunciava qualsiasi «dimostrazione» da qualunque parte fosse promossa e scongiurava i soldati e gli operai di non dare ascolto agli agitatori.

Il 28 ottobre mi trattenni nei corridoi di Smolni con Kamenev, un piccolo uomo dalla barbetta rossastra, tagliata a punta e dal gestire latino. Egli non era affatto sicuro che vi sarebbe stato un numero sufficiente di delegati.

— Se il congresso avrà luogo — mi disse — rappresenterà la volontà della maggioranza del popolo. Se, come penso, la maggioranza sarà bolscevica, noi domanderemo che il potere sia rimesso ai Soviet ed il governo provvisorio dovrà ritirarsi.

Volodarski, un giovanottone pallido, colorito malsano ed occhiali, era più categorico:

— I Liber, i Dan e gli altri opportunisti stanno sabotando il Congresso. Ma se essi riusciranno ad impedirne la riunione, noi saremo abbastanza realisti, da non farci fermare egualmente.

Nel mio taccuino trovo, sotto la data del 29 ottobre, questi brani di giornali:

Moghilev (Gran Quartiere generale). Là sono concentrati i reggimenti lealisti della Guardia, la Divisione Selvaggia, i cosacchi ed i Battaglioni della Morte.
Gli junker di Pavlovsk, di Sarkoie Selo e di Petergof hanno ricevuto dal governo l'ordine di tenersi pronti a partire per Pietrogrado. Gli junker d'Oranienbaum arrivano nella capitale.
Una parte della divisione delle automobili blindate della guarnigione di Pietrogrado è accasermata al Palazzo d'Inverno.
In seguito ad un ordine firmato da Trotsky parecchie migliaia di fucili sono stati consegnati dalla fabbrica d'armi di Sestroretsk a delegati operai di Pietrogrado.
Ad un comizio della milizia municipale di Pietrogrado, nel quartiere di Bas-Liteini, una risoluzione ha reclamato il passaggio del potere ai Soviet.

Tutto questo è solo un esempio della confusione che regnava in quei giorni febbrili, quando tutti sapevano che qualche cosa stava per succedere e nessuno poteva dire esattamente che cosa.

Durante una riunione del Soviet di Pietrogrado a Smolni, nella notte del 30 ottobre, Trotsky smentì le affermazioni della stampa borghese circa i progetti di insurrezione dei Soviet, definendole un «tentativo reazionario per screditare e per far fallire il Congresso dei Soviet».

— Il Soviet di Pietrogrado — dichiarò a nome del Soviet stesso — non ha dato alcun ordine di insurrezione. Se sarà necessario noi daremo tale ordine, e noi avremo l'appoggio della guarnigione di Pietrogrado... Il governo prepara un movimento controrivoluzionario; noi risponderemo con una offensiva, che sarà decisiva e senza pietà.

Era esatto che il Soviet di Pietrogrado non aveva ordinato alcuna dimostrazione armata, ma il Comitato centrale del partito bolscevico stava esaminando la eventualità della insurrezione. La notte del 23 sedette in permanenza. Tutti gli intellettuali del partito, tutti i capi, e così pure parecchi delegati degli operai e della guarnigione di Pietrogrado erano presenti. Tra gli intellettuali solo Lenin e Trotsky erano per l'insurrezione. Anche i militari erano contrari. Si votò. La insurrezione fu battuta.

Allora un operaio si levò, il viso contratto per il furore:

— Parlo a nome del proletariato di Pietrogrado — disse rudemente. — Noi siamo per l'insurrezione. Fate quello che volete, ma io vi dichiaro che se voi lasciate schiacciare i Soviet, voi siete finiti per noi.

Alcuni soldati lo appoggiarono... Si rimise ai voti la insurrezione... Trionfò.

Tuttavia l'ala destra dei bolscevichi, guidata dai Riazanov, Kamenev e Zinoviev, continuava la sua campagna contro la sollevazione armata. Il mattino del 31 dicembre il Raboci Put cominciò la pubblicazione della «Lettera ai compagni» di Lenin, uno dei più audaci scritti di agitazione politica che il mondo abbia conosciuto. Lenin vi esponeva tutti gli argomenti in favore dell'insurrezione, partendo dalle obiezioni di Kamenev e di Riazanov.

O noi passeremo nel campo di Liber e di Dan ed abbandoneremo la nostra parola d'ordine Tutto il potere ai Soviet — scriveva — o noi faremo l'insurrezione. Non c'è via di mezzo...

Nel pomeriggio dello stesso giorno, il capo dei cadetti, Miliukov, pronunciò un brillante ed agro discorso al Consiglio della Repubblica. Vi stigmatizzava la germanofilia del nakaz a Skobelev, dichiarava che la «democrazia rivoluzionaria» stava rovinando la Russia, e, schernendo Teresctscenko, non esitava ad affermare che preferiva la diplomazia tedesca a quella russa... Un tumulto violento scosse tutta la sinistra.

Il governo, da parte sua, non poteva misconoscere la importanza dei successi della propaganda bolscevica. Il 29, una commissione mista di rappresentanti del governo e del Consiglio della Repubblica redigeva affrettatamente due progetti di legge: l'uno accordava temporaneamente la terra ai contadini, l'altro gettava le basi di una energica politica di pace. L'indomani Kerenski sospendeva la pena di morte nell'esercito. Nello stesso giorno si apriva solennemente la prima seduta della nuova «Commissione per il rafforzamento del regime repubblicano e per la lotta contro l'anarchia e la contro-rivoluzione», di cui la storia non doveva registrare in seguito la più piccola traccia... Il mattino seguente intervistai Kerenski, in compagnia di altri due giornalisti; fummo gli ultimi corrispondenti di giornali ricevuti da lui.

Il popolo russo — disse con amarezza — soffre di spossamento e di disillusione nei riguardi degli alleati. Il mondo pensa che la rivoluzione sta per finire. Non ingannatevi, la rivoluzione è appena cominciata.

Parole più profetiche, senza dubbio, di quanto egli pensasse.

La riunione dei Soviet di Pietrogrado, alla quale assistei, durò tutta la notte del 30 ottobre e fu molto tempestosa. Socialisti «moderati», intellettuali, ufficiali, membri dei Consigli dell'esercito e dello Zik vi erano venuti numerosi. Dinanzi ad essi operai, contadini, soldati, semplici ed ardenti.

Un contadino raccontò i disordini di Tver, provocati, secondo lui, dall'arresto dei Comitati agrari.

— Questo Kerenski non è che lo «scudo» dei grossi proprietari agrari — gridò. — Essi sanno bene che all'Assemblea Costituente noi prenderemo egualmente le terre ed è per questo che si sforzano oggi di ammazzarla.

Un meccanico delle officine Putilov spiegò che i direttori chiudevano ad una ad una tutte le officine, con il pretesto che mancavano o il carbone o le materie prime; invece il Consiglio di fabbrica ne aveva scoperte delle enormi riserve nascoste.

— È una provocazione — disse — vogliono affamarci per spingerci alla violenza.

Un soldato cominciò:

— Compagni, vi porto il saluto di quelli che, laggiù, scavano le loro tombe, che si chiamano trincee.

Seguì un giovane soldato, grande, alto, lo sguardo scintillante; una vampata di entusiasmo lo accolse. Era Ciudnovski, dato morto nei combattimenti di luglio, che risuscitava...

— La massa dei soldati non ha più fiducia nei suoi capi. Anche i Comitati dell'esercito, che hanno rifiutato di riunire il nostro Soviet, hanno tradito. I soldati vogliono che l'Assemblea Costituente si riunisca alla data fissata. Guai a coloro che oseranno rinviarla. E questa non è una minaccia platonica: l'esercito ha dei cannoni!

Parlò poi della campagna elettorale che infuriava nella quinta armata.

— Gli ufficiali, soprattutto i menscevichi e i S.R. lavorano sistematicamente a liquidare il partito bolscevico. Si proibisce la circolazione dei nostri giornali nelle trincee. Si arrestano i nostri oratori...

— Perché non parlate anche della mancanza di pane? - interruppe un altro soldato.

— L'uomo non vive di solo pane — rispose gravemente Ciudnovski.

Dopo di lui prese la parola un ufficiale, un menscevico guerrafondaio, delegato del Soviet di Vitebsk:

— Poco importa chi attualmente detenga il potere. Non si tratta del governo, si tratta della guerra. Nessun cambiamento è possibile; bisogna prima di tutto vincere la guerra. (Fischi ed esclamazioni ironiche). Gli agitatori bolscevichi sono dei demagoghi!

A queste parole la sala scoppiò dalle risate.

— Dimentichiamo per un momento la lotta di classe... - Non potè proseguire. Una voce lanciò:

— Potete contarci...

Pietrogrado presentava allora uno spettacolo curioso. Nelle officine le sale dei Consigli erano piene di fucili; corrieri; andavano e venivano; la Guardia Rossa si addestrava. In tutte caserme si svolgevano ogni notte dei comizi e le giornate scorrevano in discussioni interminabili ed appassionate. Nelle strade la folla si addensava verso sera; si spandeva in lente ondate sulla prospettiva Nevski, disputandosi i giornali. Nella Sadovaia ho visto, in pieno pomeriggio!, una folla di parecchie centinaia di persone inseguire e battere un soldato preso in flagrante reato di furto... individui misteriosi s'aggiravano attorno alle donne, tremanti per il freddo nelle code per il pane e per il latte, sussurrando che gli ebrei avevano accaparrato le provviste di viveri e che i membri dei Soviet vivevano nell'opulenza, mentre il popolo moriva di fame...

A Smolni, all'entrata ed alla cancellata esterna, un posto di guardia verificava minuziosamente i lascia-passare. Nelle sale di riunione, vi era (giorno e notte), un rumore ininterrotto; centinaia di operai e di soldati dormivano sui pavimenti, come potevano. Al primo piano, un migliaio di uditori si affollavano alle sedute tumultuose del Soviet di Pietrogrado...

Dal crepuscolo all'alba si giocava febbrilmente nei club, lo champagne scorreva a fiotti, le poste raggiungevano i ventimila rubli. Le strade ed i caffè del centro rigurgitavano di prostitute coperte di brillanti e di pellicce lussuose...

Complotti monarchici, spioni tedeschi, contrabbandieri che facevano dei progetti...

Nel freddo e sotto la pioggia, che un cielo grigiastro rovesciava senza sosta, la grande città, tutta palpitante, accelerava la sua corsa... Verso dove?

 

 

CAPITOLO 3:
LA GRANDE GIORNATA

Nei rapporti tra un governo debole ed un popolo in rivolta, si giunge sempre ad un momento in cui ogni atto delle autorità non fa che esasperare le masse ed ogni rifiuto di agire non fa che eccitarne il disprezzo.

Il progetto di abbandonare Pietrogrado scatenò una tempesta; la smentita ufficiale, con la quale Kerenski affermava che il governo non aveva alcuna intenzione simile, provocò beffe e sarcasmi.

A Karkov trentamila minatori si organizzarono prendendo per divisa il preambolo degli statuti degli I.W.W.: «Nulla v'è di comune tra la classe dei lavoratori e la classe degli imprenditori». I cosacchi li dispersero; alcuni proprietari di miniere proclamarono la serrata ed il resto dei minatori lo sciopero generale. Il ministro del Commercio e dell'Industria, Konovalov, incaricò il suo vice, Orlov, munito di pieni poteri, di finirla con i torbidi. Orlov era odiato dai minatori. Lo Zik non solo ne approvò la missione, ma rifiutò anche di domandare che i cosacchi fossero ritirati dal bacino del Donez.

Seguì la dispersione del Soviet di Kaluga. I bolscevichi, che vi avevano conquistata la maggioranza, liberarono alcuni prigionieri politici. Con il consenso del commissario del governo, la Duma fece arrivare le truppe da Minsk e bombardare con l'artiglieria la sede dei Soviet. I bolscevichi si arresero. Mentre essi abbandonavano l'edificio, i cosacchi li attaccarono gridando: «Ecco quello che capiterà a tutti i Soviet bolscevichi, compresi quelli di Mosca e di Pietrogrado». In seguito a questo incidente una ondata di furore e di indignazione percorse tutta la Russia.

Negli stessi giorni un congresso regionale dei Soviet del Nord, presieduto dal bolscevico Krilenko, terminava i suoi lavori a Pietrogrado. Con una maggioranza enorme si pronunziò per la presa del potere da parte del Congresso panrusso dei Soviet e chiuse le riunioni inviando il suo saluto ai bolscevichi prigionieri ed invitandoli a rallegrarsi perché l'ora della liberazione era prossima. Da parte sua la prima Conferenza panrussa dei Consigli di fabbrica si pronunciò in modo molto significativo:

Dopo aver scosso il giogo politico dello zarismo, la classe operaia cerca di far trionfare il principio democratico nella stessa sfera della sua attività produttrice. Questo sforzo, che si manifesta nell'idea del controllo operaio della produzione, sorge del tutto naturalmente dalla decomposizione economica creata dalla politica criminale delle classi dominanti...

Il sindacato dei ferrovieri esigette le dimissioni del ministro delle Comunicazioni, Liverovski.

A nome dello Zik, Skobelev insistette perché il nakaz fosse presentato alla Conferenza interalleata e protestò formalmente contro l'invio di Teresctscenko a Parigi. Teresctscenko offrì le sue dimissioni.

Il generale Verkhovski, non riuscendo a realizzare il suo piano di riorganizzazione dell'esercito, non andava che raramente alle riunioni del Consiglio dei ministri.

Il 3 novembre l’Obsctceie Dìelo di Burtzev pubblicava, in grossi caratteri, l'articolo seguente:

Cittadini! Salvate la patria!
Ho saputo che ieri alla seduta della Commissione della Difesa nazionale il ministro della guerra, il generale Verkhovski, uno dei principali responsabili dello scacco di Kornilov, ha proposto di firmare una pace separata.
È un atto di tradimento verso la Russia.
Teresctscenko ha dichiarato che il governo provvisorio non aveva neppure esaminato la proposta di Verkhovski.
— Pareva di essere in un manicomio! — ha detto lo stesso Teresctscenko.
I membri della Commissione erano sbalorditi per la proposta del generale.
Il generale Alexiev piangeva.
No, non è una pazzia! È molto peggio! È un vero tradimento. Kerenski, Teresctscenko, Nekrassov devono darci delle spiegazioni immediate sulle parole di Verkhovski. Cittadini! In piedi! Si vende la Russia! Salvatela!

In realtà Verkhovski aveva solamente proposto di far pressione sugli alleati per ottenerne proposte di pace, perché l'esercito russo non poteva più combattere.

L'impressione, tanto all'estero che in Russia, fu enorme. Verkhovski fu messo in «congedo illimitato per ragioni di salute» ed abbandonò il governo. L’Obsctsceie Dielo fu soppresso...

Per il 4 novembre era stata organizzata una giornata del Soviet di Pietrogrado; grandiosi comizi dovevano tenersi in tutta la città. Il pretesto era una raccolta di fondi per il Soviet e per la stampa; si trattava in realtà d'uno spiegamento di forze. Improvvisamente si seppe che nel medesimo giorno si sarebbe avuta una processione dei cosacchi, in onore dell'immagine del 1812, il cui intervento miracoloso cacciò Napoleone da Mosca.

L'atmosfera era satura di elettricità; una scintilla poteva accendere la guerra civile. Il Soviet di Pietrogrado rivolse allora ai «fratelli cosacchi» il manifesto seguente:

Vi si vuole scagliare contro di noi, che siamo degli operai e dei soldati. Questo piano cainesco è stato ordito dai nostri nemici comuni: i tiranni aristocratici, i banchieri, i grandi proprietari, i vecchi funzionari, i vecchi servitori dello zar.
La loro potenza si è sempre fondata solo sulla divisione del popolo. Essi eccitavano i soldati contro gli operai e i contadini; i cosacchi contro i soldati, per mezzo di menzogne e di calunnie. Cosacchi, soldati, marinai, operai, contadini sono tutti fratelli. Sono tutti lavoratori, sono tutti poveri, sono tutti tenuti in schiavitù, sono tutti vittime della guerra.
Chi ha bisogno della guerra? Chi ne è fautore? Né il cosacco, né il soldato, né l'operaio, né il contadino. La guerra è necessaria ai generali, ai banchieri, agli zar, ai grandi proprietari. Per mezzo di essa costoro rafforzano il loro dominio, accrescono la loro potenza e la loro ricchezza. A loro favore il sangue del popolo si trasforma in oro.
II popolo vuole la pace. In tutti i paesi soldati e contadini aspirano alla pace. Il Soviet di Pietrogrado dei deputati operai e soldati, dice ai borghesi ed ai generali: «Ritiratevi, oppressori; lasciate il potere al popolo, affinché esso concluda immediatamente una pace giusta».
Non pensate forse anche voi così, compagni cosacchi? Noi siamo certi che voi ci approverete. Noi siamo odiati da tutti gli usurai, da tutti i ricconi, dai principi, dai nobili, dai generali, compresi i vostri, cosacchi! Essi attendono ansiosamente il momento di schiacciare il Soviet di Pietrogrado, di soffocare la Rivoluzione, di rimettere il popolo in catene, come sotto lo zar. Per questo essi ci calunniano presso di voi. Essi vi ingannano quando vi dicono che il Soviet vi vuoi prendere le vostre terre. Non credetelo, cosacchi! Il Soviet vuole solamente riprendere le grandi proprietà e darle ai contadini, agli operai della terra, e in particolare ai cosacchi poveri. Chi dunque pensa a togliere la sua terra al lavoratore cosacco?
Essi vi dicono che il Soviet prepara una sollevazione per il 4 novembre, che esso vuole darvi battaglia, far scorrere il sangue nelle strade. Quelli che vi dicono queste menzogne sono delle canaglie e dei provocatori. Ecco ciò che voi dovete rispondere. Il Soviet ha semplicemente organizzato per il 4 novembre dei comizi pacifici, delle riunioni, delle assemblee, nelle quali si discuterà della guerra e della pace, si parlerà degli interessi del popolo. Noi vi invitiamo a queste riunioni fraterne. Siate i benvenuti in esse, fratelli cosacchi. Se voi avete dei dubbi, venite a Smolni, alla sede del Soviet. Voi vi troverete molti soldati ed anche dei cosacchi. Essi vi spiegheranno cosa vuole il Soviet, i suoi scopi, i suoi progetti. Il popolo ha rovesciato lo zar per essere libero, giudice dei propri bisogni, per trattare da se stesso i suoi affari. Strappatevi la benda che vi tengono sugli occhi i Kaledin, i Bardije, i Karaulov, tutti i nemici della classe lavoratrice cosacca.
Si prepara una processione per il 4 novembre. Ciascuno di voi deciderà secondo la sua coscienza, se deve o no partecipare a tale processione. Noi non ci immischiamo in questa faccenda e non pretendiamo di limitare la libertà di nessuno. Tuttavia vi avvertiamo, cosacchi! Stati attenti che, con il pretesto della processione, i vostri Kaledin non cerchino di gettarvi contro gli operai ed i soldati. Il loro scopo è di provocare uno spargimento di sangue fratricida, per annegare nel sangue la nostra libertà e la vostra.
Sappiate che il 4 novembre non deve essere che la «Giornata del Soviet di Pietrogrado», giornata di comizi pacifici, di collette a favore dei giovani soldati e degli operai. Venite con noi, cosacchi, nella grande famiglia dei lavoratori per la lotta comune, per la conquista della libertà e della felicità.
E una mano fraterna quella che vi è tesa, cosacchi!
Il Soviet di Pietrogrado dei Deputati operai e soldati

La processione fu subito rinviata...

Nelle caserme e nei quartieri operai i bolscevichi diffondevano la loro parola d'ordine: «Tutto il potere ai Soviet!», mentre gli agenti della reazione invitavano il popolo a sollevarsi ed a massacrare gli ebrei, i commercianti ed i capi socialisti.

Da una parte la stampa monarchica spingeva alla repressione sanguinosa, dall'altra la voce potente di Lenin proclamava: «È l'ora dell'insurrezione! Non si deve più aspettare!».

Anche la stampa borghese era inquieta. Il Birgivie Viedomosti (Notizie della Borsa) denunciava la propaganda bolscevica come un attacco contro «i principi più elementari della società, la sicurezza individuale ed il rispetto della proprietà privata».

Ma erano soprattutto i giornali socialisti «moderati» che si mostravano ostili. «I bolscevichi sono i nemici più pericolosi per la rivoluzione», dichiarava il Dielo Naroda. L'organo menscevico Dien scriveva: «È necessario che il governo si difenda e ci difenda». Il giornale di Plekhanov Edinstvo (L'unità), richiamava l'attenzione del governo sul fatto che si armavano gli operai di Pietrogrado e reclamava provvedimenti severi contro i bolscevichi.

Ogni giorno il governo sembrava più impotente. Anche l'amministrazione municipale si disfaceva. I giornali del mattino erano pieni di racconti di furti e di delitti audaci. I criminali restavano impuniti.

Pattuglie di operai circolavano durante la notte, dando battaglia ai ladri e requisendo tutte le armi che trovavano.

Il 1° novembre, il colonnello Polkovnikov, comandante militare di Pietrogrado, promulgò gli ordini seguenti:

Malgrado i giorni difficili che attraversa il paese, si continuano a diffondere a Pietrogrado appelli irragionevoli alla violenza ed al massacro: i furti ed il disordine aumentano di giorno in giorno.
Questa situazione disorganizza la vita dei cittadini ed ostacola il funzionamento delle istituzioni governative e municipali.
Cosciente della mia responsabilità e dei miei doveri verso il paese, ordino:

1° — Ogni unità militare, conformemente alle sue istruzioni speciali e nei limiti del territorio della guarnigione, dovrà prestare aiuto al municipio, ai commissari ed alla milizia per la difesa delle istituzioni governative.
2° — Saranno organizzate delle pattuglie, d'accordo con il Comandante del distretto e con il rappresentante della milizia municipale, e saranno presi dei provvedimenti per l'arresto dei criminali e dei disertori.
3° — Chiunque entri nelle caserme e inciti a dimostrazioni armate o al massacro sarà arrestato e condotto al Quartier Generale del Vice-comandante della piazza.
4° — Le manifestazioni, comizi o processioni in luogo aperto, sono proibite.
5° — Ogni dimostrazione armata, ogni tumulto dovrà essere soffocato fin dall'inizio con tutte le forze armate disponibili.
6° — Si dovranno aiutare i commissari nell'impedire le perquisizioni domiciliari e gli arresti illegali.
7° — Le unità militari riferiranno immediatamente allo Stato Maggiore del distretto di Pietrogrado su ogni avvenimento che accada nella loro zona.

Invito tutti i comitati e le organizzazioni dell'Esercito ad assistere i loro capi nell'esecuzione della loro missione.

Al Consiglio della Repubblica, Kerenski dichiarò che il governo era completamente al corrente dei preparativi bolscevichi e che disponeva di forze sufficienti per far fronte a qualsiasi avvenimento. Poi, accusando la Novaia Russ ed il Raboci Put di fare ambedue lo stesso lavoro sovversivo, aggiunse che la libertà assoluta della stampa impediva al governo di lottare contro la menzogna stampata. Dichiarando che quei due giornali rappresentavano due aspetti della stessa propaganda, il cui scopo era la controrivoluzione, così ardentemente desiderata da tutti quelli che lavoravano nell'ombra, egli continuò:

— Io sono condannato e poca importa ciò che mi accadrà, ma ho il coraggio di dire che la situazione attuale si spiega per l'incredibile situazione provocatoria creata nelle città dai bolscevichi...

Il 2 novembre erano arrivati solo 15 delegati al Congresso dei Soviet. Il giorno seguente erano 100, l'indomani 175, di cui 103 bolscevichi, ma ne occorrevano 400 per avere il numero legale ed il Congresso si doveva aprire dopo tre giorni.

Passavo molto tempo a Smolni. Non era più molto facile entrarvi. Una doppia fila di sentinelle custodiva la cancellata esterna e quando la si era passata, si trovava una lunga coda di persone che attendevano il loro turno sotto il grande portone. Si entrava a gruppi di quattro, poi si dovevano dimostrare la propria identità e le proprie occupazioni; dopo di ciò si riceveva un lasciapassare il cui modello cambiava in poche ore, poiché molte spie riuscivano sempre ad entrare.

Un giorno, arrivando alla porta esterna, vidi davanti a me Trotsky e sua moglie. Un soldato li fermò. Trotsky si frugò in tasca e non trovò la sua tessera.

— Io sono Trotsky — disse al soldato.
— Voi non avete la tessera — rispose questi ostinatamente. — Voi non entrerete: i nomi son tutti eguali per me.
— Ma io sono il presidente del Soviet di Pietrogrado..
— Ebbene, se voi siete un personaggio così importante, dovete avere in tasca una carta qualsiasi.
Trotsky si dimostrò paziente.
— Conducetemi dal comandante — disse.
Il soldato esitò, mormorando che non si poteva disturbare tutti i momenti il comandante per chiunque si presentava; poi chiamò il sottufficiale, capo posto.
— Io sono Trotsky — gli ripetè.
— Trotsky — disse l'altro, grattandosi la testa. — Mi sembra bene di aver inteso questo nome... Già, infatti... Va bene, voi potete passare, compagno.

Nel corridoio incontrai Karakhan, membro del Comitato centrale bolscevico, che mi spiegò come sarebbe stato il nuovo governo.

— Un'organizzazione elastica, obbediente alla volontà popolare, come si esprime per mezzo dei Soviet, e che lasci libero giuoco alle forze locali. Attualmente il governo provvisorio soffoca le volontà democratiche locali, come il governo zarista. Nella nuova società l'iniziativa verrà dal basso. La forma del governo si modellerà sulla costituzione del Partito operaio socialdemocratico russo. Il nuovo Zik, responsabile davanti alle assemblee, frequentemente convocate, del Congresso panrusso dei Soviet, sarà il Parlamento. Alla testa dei diversi ministeri vi saranno, invece dei ministri, dei collegi di funzionari, direttamente responsabili davanti ai Soviet...

Il 30 ottobre andai da Trotsky che mi aveva dato appuntamento in una piccola stanza, sotto i tetti, dell'Istituto Smolni. Era seduto in mezzo alla stanza, su una seggiola ordinaria, davanti ad un tavolo vuoto. Senza che io dovessi fare domande egli mi parlò più di un'ora, rapidamente e fermamente. Ecco, con le sue stesse espressioni, la sostanza di quello che egli disse:

Il governo provvisorio è assolutamente impotente. In realtà è al potere la borghesia, ma questo è mascherato da una coalizione fittizia con i partiti socialisti guerrafondai. I contadini, stanchi di attendere la terra, che è stata loro promessa, si ribellano e, in tutto il paese, in tutte le classi lavorataci, si manifesta lo stesso disgusto. Il dominio della borghesia può mantenersi solo con la guerra civile. Il metodo, di Kornilov è il solo che potrebbe assicurarle il potere. Ma è proprio la forza che manca alla borghesia... L'esercito è con noi. I conciliatori ed i pacifisti, cioè i S.R. ed i menscevichi, hanno perduto ogni autorità perché la lotta fra contadini ed agrari, tra operai e padroni, tra soldati ed ufficiali è divenuta più acuta, più irreconciliabile che mai. Solo con l'azione concertata delle masse popolari e con la vittoria della dittatura proletaria, solo così la rivoluzione potrà terminare la sua opera ed il popolo potrà essere salvo...
Sono i Soviet che rappresentano il popolo nel modo più perfetto per la loro esperienza rivoluzionaria, le loro idee, i loro fini. Essi poggiano direttamente sulle truppe del fronte, sugli operai delle officine, sulle campagne e sono così la vera spina dorsale delle rivoluzione.
Si è tentato di costituire il potere senza i Soviet: si è fallito completamente. Si fomentano attualmente ogni specie di progetti controrivoluzionari, nei corridoi del Consiglio della Repubblica. Il partito cadetto rappresenta la controrivoluzione militante; di contro ad esso i Soviet rappresentano la causa del popolo. Tra i due campi non vi sono gruppi importanti... è la lotta finale. La controrivoluzione borghese organizza le sue forze ed aspetta il momento per attaccarci. Noi termineremo l'opera nostra, appena incominciata in marzo, ma che ha fatto dei progressi durante l'affare Kornilov.

Poi, passando alla politica estera del nuovo governo:

Il nostro primo atto sarà l'armistizio immediato su tutti i fronti ed una conferenza dei popoli per discutere le condizioni di una pace democratica. La pace che noi otterremo sarà tanto più democratica quanto più lo spirito rivoluzionario sarà vivace in Europa. Se noi fonderemo qui il governo dei Soviet, questo sarà un potente fattore per la pace immediata in Europa, perché tale governo si rivolgerà direttamente, senza intermediario, a tutti i popoli per proporre loro un armistizio al disopra dei governi. Nella conclusione della pace, la Russia rivoluzionaria avrà come direttive: nessuna annessione, nessuna indennità, diritto dei popoli a disporre di se stessi, creazione della Repubblica federale europea...
Alla fine di questa guerra, io vedo l'Europa rigenerata non dai diplomatici, ma dal proletariato. La Repubblica federale europea — gli Stati Uniti d'Europa, — ecco ciò che dovremo avere. La autonomia nazionale non è più sufficiente. L'evoluzione economica esige l'abolizione delle frontiere nazionali. Se l'Europa resta spezzettata in aggruppamenti nazionali, l'imperialismo ricomincerà la sua azione. Solo una repubblica federale europea darà la pace al mondo.

E, con il suo fine sorriso, leggermente ironico, egli terminò:

Ma senza l'entrata in azione delle masse europee, questi scopi non potranno essere raggiunti oggi...

Mentre tutti si aspettavano di vedere i bolscevichi impadronirsi delle strade di sorpresa e mettersi a sparare sulla gente con il colletto bianco, l'insurrezione in realtà cominciò apertamente e nel modo più naturale.

Il governo provvisorio progettava di mandare la guarnigione di Pietrogrado al fronte.

La guarnigione di Pietrogrado contava 60.000 uomini che avevano avuto una parte decisiva nella rivoluzione. Erano essi che avevano cambiato il corso degli avvenimenti durante le grandi giornate di marzo, che avevano creato il Soviet dei deputati e soldati e che avevano respinto Kornilov dalle porte di Pietrogrado.

Moltissimi fra di loro erano diventati bolscevichi. Quando il governo provvisorio parlò di evacuare la città fu la guarnigione di Pietrogrado a rispondergli: «Se voi non siete capaci di difendere la capitale, fate la pace; se voi non potete fare la pace, andatevene e date posto ad un governo del popolo che saprà fare l'una e l'altra cosa...».

Era evidente che ogni tentativo di insurrezione dipendeva dall’atteggiamento della guarnigione di Pietrogrado. Per questa ragione il governo provvisorio voleva sostituire i reggimenti della città con delle truppe fidate: cosacchi e Battaglioni della Morte. I Consigli dell'esercito, i socialisti «moderati» e lo Zik erano d'accordo. Una vasta campagna fu dunque organizzata al fronte ed a Pietrogrado, sfruttando il fatto che, da otto mesi, la guarnigione di Pietrogrado se la passava abbastanza bene nelle caserme della capitale, mentre i compagni, spossati, morivano di fame nelle trincee.

Naturalmente vi era una parte di verità nell'accusa che i reggimenti della guarnigione non si mostravano troppo entusiasti del fatto di cambiare il loro benessere relativo con le sofferenze di una campagna invernale. Ma anche altre ragioni li spingevano a non voler partire. Il Soviet di Pietrogrado diffidava delle intenzioni del governo; dal fronte arrivavano centinaia di delegati che rappresentavano i semplici soldati e che dichiaravano: «Noi abbiamo senza dubbio bisogno di rinforzi, ma ci importa di più sapere ben custoditi Pietrogrado e la Rivoluzione. Voi, compagni, tenete la retrovie, noi terremo il fronte».

Il 25 ottobre, in seduta segreta, il Comitato centrale del Soviet di Pietrogrado discusse la formazione di un Comitato speciale che avrebbe deciso della condotta da seguire. Il giorno seguente la Sezione dei soldati del Soviet di Pietrogrado nominò un Comitato che proclamò immediatamente il boicottaggio della stampa borghese e che biasimò severamente lo Zik per l'opposizione che faceva alla riunione del Congresso panrusso dei Soviet. Il 29 ottobre, durante una seduta pubblica del Soviet di Pietrogrado, Trotsky propose il riconoscimento ufficiale del Comitato militare rivoluzionario, da parte del Soviet.

— È necessario — disse — di avere la nostra organizzazione che ci conduca alla lotta e, se occorre, alla morte...

Fu deciso di inviare al fronte due delegazioni, l'una del Soviet e l'altra della guarnigione per conferire con i Consigli dei soldati e con lo Stato Maggiore Generale.

A Pskov i delegati del Soviet furono ricevuti dal generale Ceremissov, comandante del fronte Nord, che dichiarò loro seccamente di aver dato l'ordine alla guarnigione di Pietrogrado di andare in trincea e di non aver nulla da aggiungere. I delegati della guarnigione non furono autorizzati a partire da Pietrogrado...

Una delegazione della Sezione dei soldati del Soviet di Pietrogrado, domandò di avere un rappresentante nello Stato Maggiore del distretto di Pietrogrado. La richiesta fu respinta. Il Soviet di Pietrogrado domandò che nessun ordine fosse dato senza il consenso della sua sezione militare. Ciò venne egualmente rifiutato. Si rispose brutalmente ai delegati: «Noi non conosciamo che lo Zik. Noi vi ignoriamo; se voi violerete la legge, noi vi arresteremo».

Il 30 un comizio di rappresentanti di tutti i reggimenti di Pietrogrado approvò la mozione seguente:

La guarnigione di Pietrogrado non riconosce più il governo provvisorio. Il nostro governo è il Soviet di Pietrogrado. Noi obbediremo solo agli ordini del Soviet, per il tramite del suo Comitato militare rivoluzionario.

Le unità locali ricevettero l'ordine di attendere istruzioni dalla Sezione dei soldati del Soviet di Pietrogrado.

Il giorno seguente lo Zik convocò, a sua volta, un comizio al quale assistevano soprattutto degli ufficiali, costituì un Comitato di cooperazione con lo Stato Maggiore e delegò suoi commissari in tutti i quartieri della città.

II 3 novembre un grande comizio di soldati a Smolni decise:

Salutando la creazione del Comitato militare rivoluzionario del Soviet di Pietrogrado, la guarnigione di Pietrogrado e dei dintorni promette a questo Comitato il proprio intero appoggio in tutti i suoi atti, per l'unione più stretta fra il fronte e l'interno nell'interesse della Rivoluzione.
La guarnigione dichiara anche che essa assicurerà, con l'aiuto del proletariato organizzato, il mantenimento dell'ordine rivoluzionario a Pietrogrado. Ogni tentativo di provocazione da parte della borghesia o dei partiti di Kornilov urterà contro una resistenza senza pietà...

Cosciente della sua forza, il Comitato militare rivoluzionario invitò energicamente lo Stato Maggiore di Pietrogrado a sottomettersi al suo controllo. A tutte le tipografie proibì di pubblicare appelli o proclami senza la sua autorizzazione. L'arsenale di Kronwerk fu visitato da Commissari armati che vi sequestrarono grandi quantità di armi e di munizioni e fermarono una spedizione di diecimila baionette pronte a partire per Novocerkassk, il quartiere generale di Kaledin.

Comprendendo infine il pericolo, il governo offri l'immunità al Comitato se acconsentiva a sciogliersi. Troppo tardi. Il 5 novembre a mezzanotte Kerenski stesso inviò Malevski ad offrire al Soviet di Pietrogrado di farsi rappresentare nello Stato Maggiore. Il Comitato militare rivoluzionario accettò. Un'ora dopo, il generale Manikovski, ministro della guerra ad interim, ritirava l'offerta...

Il martedì mattina, 6 novembre, la popolazione sorpresa vide sulle mura della città un manifesto firmato dal «Comitato militare rivoluzionario del Soviet dei deputati operai e soldati di Pietrogrado»:

ALLA POPOLAZIONE DI PIETROGRADO

Cittadini,

La controrivoluzione ha rialzato la testa criminale. I partigiani di Kornilov mobilitano le loro forze per schiacciare il Congresso panrusso dei Soviet e per disciogliere l'Assemblea Costituente. Nello stesso tempo i «pogromisti» tenteranno di trascinare il popolo a torbidi sanguinosi. Il Soviet dei Deputati operai e soldati di Pietrogrado assumerà il compito di tutelare l'ordine rivoluzionario contro ogni tentativo di pogrom e contro ogni atto controrivoluzionario.
La guarnigione di Pietrogrado non permetterà né violenze né disordini. La popolazione è invitata ad arrestare i teppisti e gli agitatori dei Cento Neri ed a condurli al Commissariato del Soviet nella caserma più vicina. Al primo tentativo che elementi loschi facciano per scatenare nelle strade di Pietrogrado torbidi, saccheggi o battaglie, i colpevoli saranno eliminati immediatamente e senza pietà.
Cittadini! Noi contiamo sulla vostra calma e sul vostro sangue freddo. La causa dell'ordine e della rivoluzione è in buone mani.

Seguiva la lista dei reggimenti che avevano Commissari rappresentanti il Comitato militare rivoluzionario.

Il 3 novembre i capi bolscevichi tennero un'altra riunione segreta che fu storica. Avvertito da Zalkind, attesi nel corridoio, Volodarski, che usciva dalla sala, mi mise al corrente di ciò che era accaduto.

Lenin aveva detto:

II 6 novembre sarebbe troppo presto. Bisogna che l'insurrezione si appoggi sulla Russia intera. Ora il 6 non saranno ancora arrivati tutti i delegati. D'altra parte l'8 novembre sarà troppo tardi. Allora infatti il Congresso sarà organizzato ed è difficile a una grande assemblea costituita di prendere provvedimenti pronti e decisivi. Noi dobbiamo dunque agire il 7, il giorno dell'apertura del Congresso per potergli dire: «Ecco il potere. Che ne fate voi?»

Frattanto, in una delle stanze del piano superiore, lavorava un personaggio dalla faccia sottile e dai lunghi capelli, antico ufficiale dell'esercito dello zar, diventato rivoluzionario ed esiliato, un certo Ovseienko, detto Antonov, matematico e giocatore di scacchi: era occupato a preparare un piano minuzioso per la presa della città.

Anche il governo si preparava. Senza rumore chiamò a Pietrogrado i reggimenti più fedeli, scelti in divisioni molto lontane le une dalle altre. L'artiglieria degli junker fu piazzata nel Palazzo d'Inverno. Di nuovo, per la prima volta dopo le giornate di luglio, si videro pattuglie di cosacchi per le strade. Polkovnikov lanciava ordini su ordini, minacciando di reprimere ogni insubordinazione con la massima energia. Kisckin, ministro dell'istruzione pubblica, il membro del governo più odiato, fu nominato Commissario speciale con l'incarico di mantenere l'ordine a Pietrogrado: ebbe come aiutanti due uomini non meno impopolari: Ruttemberg e Palcinski. Pietrogrado, Kronstadt e la Finlandia furono dichiarate in stato d'assedio, ciò che provocò l'ironia del giornale borghese Novoie Vrernia:

Perché lo stato d'assedio? Il governo non ha più alcun potere. Ha perduto ogni autorità morale e non ha i mezzi necessari per impiegare la forza... Nella migliore delle ipotesi è tutto al più capace di iniziare delle trattative con chi vi acconsente. La sua autorità non va più in là...

Il lunedì mattina, 5 novembre, andai al Palazzo Maria per sapere che cosa accadeva al Consiglio della Repubblica. Discussione accanita sulla politica estera di Teresctscenko. Echi dell'affare Burtzev-Verkhovski. Tutti i diplomatici erano presenti, eccetto l'ambasciatore d'Italia, ammalato, si diceva, per il disastro del Carso. Quando arrivai, il socialista rivoluzionario di sinistra Karelin leggeva un editoriale del Times di Londra, nel quale si diceva: «il rimedio contro il bolscevismo è il piombo». Volgendosi verso i cadetti, gridò:

— Questa è anche la vostra opinione! A destra si approvò:
— Precisamente, precisamente!
— Già, questo è quello che voi pensate — riprese Karelin calorosamente. — Solo non avete il coraggio di agire.

Skobelev, che avrebbe provocato la adorazione di un pubblico femminile per la sua barba fluida e per le ondulazioni della sua capigliatura dai riflessi d'oro, presentò una timida difesa del nakaz. Dopo di lui Teresctscenko salì alla tribuna tra le grida della sinistra: «Dimissioni! dimissioni!». Dichiarò con insistenza che i delegati del governo e dello Zik a Parigi dovevano avere le stesse opinioni, le sue. Parlò del ristabilimento della disciplina nell'esercito, della guerra fino alla vittoria... Ma la sala divenne tumultuosa, e, di fronte alla opposizione ostinata e rumorosa della sinistra, il Consiglio della Repubblica passò all'ordine del giorno puro e semplice.

I banchi bolscevichi erano vuoti; dal primo giorno quelli che li occupavano, abbandonando il Consiglio, ne avevano portato con sé la vita. Scendendo la scala, avevo l'impressione che, malgrado l'accanimento delle discussioni, nessuna voce vivente del mondo esterno poteva penetrare in quella sala grande e fredda e che il governo provvisorio stava per infrangersi contro quel medesimo scoglio della guerra e della pace contro il quale già si era perduto il ministero Miliukov... Il portiere, mettendomi il soprabito, borbottò:

— Non so che cosa accade della povera Russia. Tutti questi menscevichi, questi bolscevichi, questi trudovichi... Questa Ucraina, questa Finlandia, questi imperialisti tedeschi e questi imperialisti inglesi... Ho 45 anni eppure mai, durante la mia vita, ho udito parlare tanto come oggi...

Nel corridoio incontrai il professore Sciatski, personaggio dal viso di topo, che indossava una elegante redingote, molto influente nel partito cadetto. Gli domandai che cosa pensava del famoso colpo di forza bolscevico di cui si parlava tanto. Alzò le spalle e sogghignò:

— Una banda di imbecilli, delle canaglie — mi rispose. — Non oseranno, e, se oseranno, si farà presto a liquidarli... Dal nostro punto di vista sarebbe d'altra parte eccellente perché si discrediterebbero e non avrebbero più alcuna influenza all'Assemblea Costituente...
Ma lasciatemi, caro signore, esporvi il piano di organizzazione del governo che io sottometterò all'Assemblea Costituente. Sono presidente di una Commissione nominata d'accordo tra il Consiglio della Repubblica ed il governo provvisorio per elaborare un progetto di costituzione... Noi avremo un corpo legislativo con due Camere, come nel vostro paese, gli Stati Uniti. La Camera bassa sarà la rappresentanza territoriale delle professioni liberali, degli zemstvo, delle cooperative e dei sindacati.

Uscii. Un vento freddo ed umido soffiava dall'ovest; un fango ghiacciato filtrava nelle suole delle mie scarpe. Due compagnie di junker risalivano la Morskaia, rigide nei loro lunghi cappotti; cantavano uno di quei cori potenti del tempo antico, che i soldati cantavano sotto lo zar. Arrivando al primo angolo della strada notai che la milizia municipale era a cavallo ed armata di rivoltelle, in custodie nuove fiammanti. Un piccolo gruppo stupito guardava in silenzio. All'angolo della Nevski acquistai un opuscolo di Lenin: I bolscevichi potranno mantenersi al potere? Pagai con uno dei francobolli che servivano allora di moneta spicciola. I tram passavano, come al solito, con grappoli di cittadini e di soldati, i cui prodigi di equilibrio avrebbero fatto impallidire di invidia l'acrobata Teodoro P. Shonts. Sui marciapiedi, dei disertori vendevano sigarette e semi di girasole.

Sulla Nevski, nel crepuscolo umido, la folla si strappava gli ultimi giornali o si accalcava per decifrare gli innumerevoli appelli e proclami affissi su ogni spazio libero. Ve ne erano dello Zik, delle organizzazioni contadine, dei partiti socialisti «moderati», dei Consigli dell'Esercito; su tutti i toni, minaccia, maledizione, scongiuro, si invitavano operai e soldati a restare nelle case e nelle caserme ed a dare il loro appoggio al governo.

Una automobile blindata andava e veniva facendo urlare la sirena. A ciascun angolo della strada, ovunque vi era dello spazio, fitti gruppi di soldati, di studenti discutevano. La notte cadeva rapidamente; alcuni lampioni, a lunghi intervalli, si accendevano; le ondate della folla si succedevano senza sosta. Pietrogrado aveva l'aspetto delle vigilie di torbidi.

La città era nervosa, trasaliva ad ogni rumore improvviso. Eppure non vi era alcun segno di attività dei bolscevichi; i soldati erano nelle caserme, gli operai nelle officine... Entrammo in un cinematografo, vicino alla cattedrale di Kazan; si proiettava un film italiano — amore, intrigo, sangue. Nelle prime file alcuni soldati e dei marinai fissavano sullo schermo degli occhi stupiti di fanciulli, del tutto incapaci di comprendere il perché di tutta quella agitazione, di quella violenza, di quei delitti.

Di là ritornai in fretta a Smolni. Nella stanza 10, all'ultimo piano, il Comitato militare rivoluzionario sedeva in permanenza sotto la presidenza di un giovanotto di diciotto anni, dai capelli albini, certo Lazimir. Egli si fermò timidamente per stringermi la mano, passandomi accanto.

— La fortezza di Pietro e Paolo è passata dalla nostra parte, — mi disse con un sorriso di soddisfazione. — Un minuto fa abbiamo ricevuto una delegazione di un reggimento chiamato a Pietrogrado dal governo. Gli uomini, avendo avuto qualche sospetto, avevano fermato il treno a Gacina. «Che cosa c'è?» ci hanno domandato. «Che cosa avete da dirci? Il nostro reggimento si è pronunciato per la parola d'ordine: Tutto il potere ai Soviet!». Il Comitato militare rivoluzionario ha risposto: «Fratelli, noi vi salutiamo in nome della rivoluzione. Restate dove siete ed attendete le nostre istruzioni».

Tutte le linee telefoniche, mi disse ancora, erano tagliate, ma le comunicazioni con le caserme e le officine erano assicurate con il telefono di campagna.

Alla porta si affollavano continuamente corrieri e commissari. Una dozzina di volontari attendevano, pronti a portare i messaggi nei quartieri più lontani della città. Uno di essi, che aveva l'aspetto di un bohémien e portava l'uniforme di ufficiale, mi disse in francese: «È tutto pronto, non c'è che da premere il bottone».

Vidi passare Podvoiski, borghese sottile e barbuto che fu lo stratega della insurrezione; Antonov con la barba di più giorni, il colletto sporco, ubriaco d'insonnia; il soldato Krilenko, tozzo, con un viso largo e sempre sorridente, i gesti violenti e la parola facilissima; ed ancora il marinaio Dibenko, gigante barbuto, dal viso sereno. Erano gli uomini dell'ora e delle ore prossime.

Al pian terreno rialzato, nell'ufficio dei Consigli di fabbrica, Seratov firmava dei buoni per ritirare armi dall'Arsenale di Stato: centocinquanta fucili per officina. Una quarantina di delegati attendeva in fila.

Nella sala incontrai qualche dirigente minore dei bolscevichi. Uno di essi mi mostrò una rivoltella:

— La partita è ingaggiata — mi disse, pallido in viso, — Questa volta, i nostri avversari sanno che se non ci sopprimono, noi sopprimeremo loro...

Il Soviet di Pietrogrado sedeva in permanenza. Nel momento in cui entrai nella grande sala, Trotsky terminava il suo discorso:

— Ci si domanda — diceva, — se noi abbiamo intenzione di discendere nelle strade. Posso dare una risposta precisa a tale domanda. Il Soviet di Pietrogrado sente che è in fine venuto il momento in cui il potere deve essere rimesso ai Soviet. Questo trapasso del potere sarà eseguito dal Congresso panrusso. Sarà necessaria un'azione armata? Questo dipenderà da quelli che vorranno opporsi al Congresso panrusso...
Noi abbiamo coscienza che il governo attuale è un governo impotente, lamentevole, che attende solo il colpo di scopa della storia per cedere il posto ad un governo veramente popolare. Noi continuiamo a sforzarci di evitare il conflitto. Noi speriamo che il Congresso panrusso potrà prendere nelle sue mani un potere ed una autorità che riposino sulla libertà organizzata del popolo. Se, tuttavia, il governo si propone di utilizzare il poco tempo che gli resta da vivere — ventiquattro, quarantotto o settantadue ore — per attaccarci, il nostro contrattacco non tarderà, colpo per colpo, acciaio contro ferro.

Fra gli applausi annunciò che i S.R. di sinistra accettavano di entrare nel Comitato militare rivoluzionario.

Alle tre del mattino, lasciando Smolni, notai che due cannoni a tiro rapido erano stati piazzati da ciascuna parte dell'entrata e che forti pattuglie proteggevano le porte e le strade vicine.

Bill Sciatov arrivava, salendo gli scalini a quattro a quattro:

— Ci siamo — gridò, — Kerenski ha tentato di far occupare dagli junker il Soldat ed il Raboci Put. Ma le nostre truppe sono arrivate ed hanno spezzato i sigilli governativi. Adesso siamo noi che mandiamo dei distaccamenti ad occupare i giornali borghesi.

Esultante, mi batté sulla spalla ed entrò correndo a Smolni.

Nella mattinata del 6 dovetti andare a vedere il censore, il cui ufficio si trovava al ministero degli affari esteri. I muri erano coperti da isterici appelli alla calma. Polkovnikov promulgava prikaz su prikaz:

«Ordino a tutte le unità militari e a tutti i distaccamenti di restare nelle caserme e di attendervi gli ordini dello Stato Maggiore del Distretto... Qualunque ufficiale che agisca senza ordine superiore sarà tradotto davanti al Consiglio di Guerra e sarà imputato di ammutinamento. Proibisco formalmente alle truppe di eseguire qualsiasi ordine proveniente dalle diverse organizzazioni ecc...

I giornali del mattino, annunciavano che il governo aveva soppresso la Novaia Russ, il Jivoie Slovo, il Raboci Put ed il Soldat. Aveva inoltre ordinato l'arresto dei capi del Soviet di Pietrogrado e di membri del Consiglio militare rivoluzionario.

Mentre attraversavo la Piazza del Palazzo, alcune batterie di junker sboccarono al trotto dall'Arco Rosso e si piazzarono davanti al Palazzo. Il grande edificio in pietra rossa dello Stato Maggiore Generale, presentava una animazione straordinaria. Parecchie automobili blindate erano ferme davanti all'entrata e continuamente arrivavano o partivano delle automobili cariche di ufficiali... Trovai il censore allegro come un ragazzo al circo. Kerenski, mi disse, era andato in quel momento a portare le sue dimissioni al Consiglio della Repubblica. Mi precipitai tosto al Palazzo Maria, dove arrivai per la fine del famoso discorso di Kerenski, in cui la passione lottava con l'incoerenza e nel quale egli tentava insieme di giustificarsi e di colpire i suoi nemici:

...devo citarvi i brani più caratteristici di una serie di articoli pubblicati nel Raboci Put dal criminale di Stato Ulianov-Lenin, che attualmente si nasconde e che noi ci sforziamo di scoprire. In una serie di manifesti intitolati Lettere ai compagni, questo criminale invita il proletariato e la guarnigione di Pietrogrado a ripetere l'esperienza delle giornate del 16 e 18 luglio e dimostra la necessità di una insurrezione armata immediata. Altri capi bolscevichi hanno preso la parola in una serie di comizi ed hanno ugualmente fatto appello all'insurrezione. Conviene sottolineare in modo particolare l'attività del presidente attuale del Soviet di Pietrogrado, Bronstein-Trotsky...
Devo segnalarvi che perfino nelle espressioni e nella forma, gli articoli del Raboci Put e del Soldat sono esattamente simili a quelli della Novaia Russ. Insisto su questo fatto, affinché il Consiglio della Repubblica comprenda bene che noi abbiamo da fare non con partiti politici, ma con uno sfruttamento sistematico dell'ignoranza, della ingenuità o degli istinti criminali della popolazione, per creare ad ogni costo in Russia un'atmosfera di pogrom, per scatenarvi la follia della distruzione e del saccheggio; perché, dato l'attuale stato d'animo delle masse, a Pietrogrado ogni movimento sarà inevitabilmente accompagnato dai più terribili massacri che copriranno di vergogna per sempre il nome della libera Russia...
Secondo la confessione dello stesso Ulianov-Lenin, l'organizzatore del movimento, l'atteggiamento dell'estrema sinistra dei socialrivoluzionari è particolarmente favorevole.

Qui Kerenski lesse il seguente brano di un articolo di Lenin:

Pensate che i nostri compagni tedeschi hanno il solo Liebknecht e che non hanno né giornali, né libertà di riunione, né Soviet... Tutte le classi della società fino all'ultimo contadino piccolo proprietario sono incredibilmente ostili all'idea internazionale... L'organizzazione della grande, media e piccola borghesia imperialistica è notevole... Malgrado queste condizioni, con una probabilità su cento, essi hanno organizzato una sollevazione nella flotta, e noi che abbiamo dozzine di giornali, la libertà di riunione, la maggioranza nei Soviet, noi che siamo gli internazionalisti che godono della situazione più favorevole di tutto il mondo, noi non ci rifiutiamo di sostenere i rivoluzionari tedeschi insorgendo a nostra volta...

Poi Kerenski proseguì:

Così gli organizzatori della ribellione, riconoscono essi stessi — questo punto ha per me un'importanza specialissima — che le condizioni ideali di azione per un partito politico sono realizzate attualmente in Russia, sotto quel governo provvisorio alla testa del quale si trova un uomo che, per il partito in questione, è un usurpatore venduto alla borghesia, il presidente del Consiglio Kerenski...
I promotori della insurrezione non aiutano il proletariato tedesco, ma le classi governanti tedesche; essi aprono il fronte russo al pugno di ferro di Guglielmo e dei suoi accoliti. (Applausi prolungati a destra, al centro e su alcuni banchi di sinistra). Poco importa al governo provvisorio che costoro agiscano in questo modo, coscientemente od incoscientemente. In ogni caso, da questa tribuna, con la piena coscienza della mia responsabilità, io qualifico tali atti compiuti da un partito politico russo, come tradimento verso la Russia.
...Sono d'accordo con le opinioni espresse dalla destra e propongo di procedere immediatamente ad una inchiesta giudiziaria (rumori) ed agli arresti necessari. (Tumulto all'estrema sinistra).

In questo momento fu consegnata a Kerenski una carta.

Mi si porta il proclama che essi stanno distribuendo ai reggimenti.
Eccolo:

II Soviet dei deputati operai e soldati di Pietrogrado è in pericolo. Ordino la mobilitazione immediata di tutti i reggimenti sul piede di guerra, in attesa di ordini ulteriori. Ogni ritardo nella esecuzione di quest'ordine ed ogni rifiuto di sottomettervisi sarà considerato come un atto di tradimento verso la rivoluzione.

 

 


II. COMITATO MILITARE RIVOLUZIONARIO
P. il Presidente: Podvoiski. Il Segretario: Antonov.

Vi è qui senza dubbio, per parlare un linguaggio giuridico, stato di ribellione, tentativo di scagliar la teppa contro l'ordine esistente, per disciogliere la Costituente e per aprire il fronte ai reggimenti di Guglielmo...
Dico intenzionalmente «teppa» perché tutta la democrazia cosciente ed il suo Zik, tutte le organizzazioni dell'esercito, il buon senso e l'onore della democrazia protestano contro questi fatti.
Non sono venuto qui con una preghiera, ma per esprimere la mia ferma convinzione che il Governo provvisorio, il quale difende in questo momento la nostra giovane libertà, che il nuovo Stato russo, destinato ad un brillante avvenire, troveranno l'appoggio di tutti, eccetto di quelli ì quali non hanno mai osato guardare in faccia la verità.
In nome del governo provvisorio, affermo che il governo non ha mai violato la libertà che ha ogni cittadino di usare dei propri diritti. Ma oggi il governo dichiara: «Bisogna finirla senza ritardo, con tutti gli elementi, con tutti i gruppi ed i partiti che osano violare la libera volontà del popolo russo e minacciano di aprire il fronte alla Germania...
Che la popolazione di Pietrogrado comprenda di aver da fare con un governo deciso, e forse, all'ultimo momento, il buon senso, la coscienza e l'onore trionferanno nei cuori di coloro che li possiedono ancora...

Durante tutto questo discorso la sala risuonò di clamori assordanti. Quando il presidente del Consiglio ebbe lasciata la tribuna, pallido, tutto sudato, ed abbandonata la sala con la sua scorta di ufficiali, gli oratori della sinistra e del centro cominciarono ad attaccare la destra in modo furibondo.

I socialisti rivoluzionari stessi, per mezzo di Gotz, si posero su questo terreno:

— I bolscevichi fanno una politica demagogica e criminale, sfruttando il malcontento popolare, ma bisogna riconoscere che tutta una serie di rivendicazioni popolari non ha ancora ottenuto soddisfazione... Le questioni della pace, della terra, della democratizzazione dell'esercito dovrebbero essere poste in modo tale che nessun soldato, nessun contadino, nessun operaio, possa dubitare che il governo si sforza fermamente, risolutamente di risolverle... Noi, socialisti-rivoluzionari, non vogliamo provocare una crisi di governo e siamo pronti a sostenere il governo provvisorio con tutta la nostra energia, fino all'ultima goccia di sangue; alla sola condizione che il governo provvisorio pronunci su tali questioni scottanti le parole chiare e precise che sono tanto impazientemente attese dal popolo...

Poi Martov dichiarò, veemente:

— Le parole del presidente del Consiglio, che si è permesso il termine di teppa, quando sì tratta del movimento di una parte importante del proletariato e dell'esercito — anche se questo movimento ha un indirizzo sbagliato — tali parole sono un vero incitamento alla guerra civile.

L'ordine del giorno proposto dalla sinistra fu votato. Esso aveva praticamente il valore di un voto di sfiducia:

1°) La dimostrazione armata, che si prepara da qualche giorno in vista di un colpo di Stato, minaccia di provocare la guerra civile, crea una situazione favorevole al pogrom ed alla mobilitazione delle forze controrivoluzionarie, come i Cento Neri, ed avrà inevitabilmente come conseguenze l'impossibilità di riunire la Costituente, una nuova catastrofe militare, la sconfitta della rivoluzione, la paralisi della vita economica e la catastrofe totale del paese.
2°) La ragione del successo di una tale agitazione deve essere cercata, — a parte le condizioni oggettive della guerra, — nel ritardo frapposto ad alcuni provvedimenti urgenti. È dunque necessario prima di tutto promulgare immediatamente un decreto che consegni le terre ai Comitati agrari e adottare una politica estera energica, proponendo agli alleati di proclamare le loro condizioni di pace e di cominciare a trattare.
3°) È indispensabile prendere dei provvedimenti immediati per frenare lo sviluppo della anarchia e l'agitazione pogromista e creare, con questo scopo, a Pietrogrado un Comitato di Sicurezza Pubblica, composto di rappresentanti del Municipio e degli organi della democrazia rivoluzionaria e funzionante in collaborazione con il governo provvisorio.

È interessante notare che i menscevichi ed i socialisti rivoluzionari accettarono tale risoluzione. Kerenski fece allora chiamare Avxentiev al Palazzo d'Inverno, per domandargli spiegazioni. Se la risoluzione esprimeva una mancanza di fiducia nel governo, egli pregava Avxentiev di formare un nuovo ministero. Dan, Gotz e Avxentiev, i capi dei «conciliatori», tentarono la loro ultima «conciliazione»; essi spiegarono a Kerenski che la risoluzione non conteneva affatto una critica al governo!

All'angolo della Morskaia e della Nevski pattuglie di soldati, baionette in canna, fermavano le automobili private, ne facevano discendere gli occupanti e mandavano le vetture al Palazzo d'Inverno. Una numerosa folla le guardava agire. Nessuna sapeva se i soldati agivano per conto del governo o del Comitato militale rivoluzionario. All'altezza della cattedrale di Kazan, stessa operazione; le vetture ricevevano l'ordine di tornare indietro. Cinque o sei marinai, armati di fucile, ridenti e pieni di vigore, si avvicinarono ed entrarono in conversazione con due soldati. Sui nastri dei loro berretti erano scritti i nomi dell'Avrora (Aurora) e della Zaria Zvobodi (L'alba della libertà), i due incrociatori bolscevichi del Baltico.

— Kronstadt è in marcia — disse uno di essi.

Era come se, nel 1792, si fosse detto nelle strade di Parigi «i Marsigliesi sono in marcia». Perché vi erano a Kronstadt venticinquemila marinai, bolscevichi convinti e che non avevano paura della morte.

Il Raboci i Soldat usciva in quel momento; la prima pagina era tutta occupata da un proclama monumentale:

Soldati! Operai! Cittadini!

I nemici del popolo hanno preso questa notte l'offensiva.
I kornilovisti dello Stato Maggiore tentano di far arrivare dai sobborghi gli junker ed i battaglioni di volontari. Gli junker d'Oranienbaum e i volontari di Sarskoie-Selo hanno rifiutato di marciare. Si prepara un colpo di alto tradimento contro il Soviet di Pietrogrado. Un complotto controrivoluzionario è diretto contro il Congresso panrusso dei Soviet, alla vigilia della sua apertura, contro l'Assemblea Costituente, contro il popolo. Il Soviet di Pietrogrado monta la guardia alla Rivoluzione. Il Comitato militare rivoluzionario ha assunto il compito di respingere l'attacco dei cospiratori. Tutto il proletariato e la guarnigione di Pietrogrado sono pronti ad assestare ai nemici un colpo formidabile in risposta.

Il Comitato militare rivoluzionario decreta:

1°) Tutti i comitati di reggimento, di compagnia e di unità navali, e così i commissari dei Soviet e tutte le organizzazioni rivoluzionarie, siederanno in permanenza per raccogliere tutte le informazioni circa le intenzioni e le azioni dei cospiratori.
2°) Nessun soldato lascerà la sua unità senza l'autorizzazione del Comitato.
3°) Ciascun Soviet di quartiere manderà immediatamente due delegali a Smolni.
4°) Tutte le informazioni sulle azioni dei cospiratori saranno immediatamente trasmesse a Smolni.
5°) Tutti i membri del Soviet di Pietrogrado e tutti i delegati del Congresso panrusso dei Soviet sono convocati immediatamente in riunione straordinaria a Smolni.
La controrivoluzione ha rialzato la sua testa criminale.
Un grande pericolo minaccia tutte le conquiste e tutte le speranze dei soldati, degli operai e dei contadini. Ma le forze della rivoluzione sono molto superiori a quelle dei suoi avversari.
La causa del popolo è in mani forti. I cospiratori saranno schiacciati.
Nessuna esitazione, nessun dubbio! Fermezza, disciplina, costanza, decisione!
Viva la Rivoluzione!

 

 

IL COMITATO MILITARE RIVOLUZIONARIO

II Soviet di Pietrogrado sedeva in permanenza a Smolni, centro della tempesta. Dei delegati crollavano per il sonno, sul pavimento, poi si rialzavano per prendere parte ai dibattiti. Trotsky, Kamenev, Volodarski parlavano sei, otto, dodici ore al giorno...

Scesi alla stanza 18, al primo piano, dove i delegati bolscevichi tenevano una riunione di partito; una voce tuonava senza posa; l'oratore mi era nascosto dalla folla:

— I «conciliatori» dicono che noi siamo isolati; non badategli. Una volta le operazioni cominciate, ci dovranno seguire per non perdere i loro seguaci.

Vidi che brandiva un foglio di carta:

— Ci seguono già, — continuò. — Ecco un messaggio dei S.R. e dei menscevichi. Essi dicono che condannano la nostra azione, ma che se il governo ci attacca essi non combatteranno contro la causa del proletariato.

La sinistra esultò...

Sul far della notte la grande sala delle sedute si riempì di soldati e di operai, enorme massa scura, avviluppata da una atmosfera di fumo azzurrastro, donde usciva un brontolio profondo.

Il vecchio Zik si era finalmente deciso a ricevere i delegati di quel nuovo Congresso, che significava la sua rovina, e, forse, la rovina dell'ordine rivoluzionario da lui stabilito. A questa seduta però solo i membri dello Zik potevano votare.

La mezzanotte era passata quando Gotz aprì la seduta e Dan si alzò, in un silenzio impressionante, che mi sembrò minaccioso.

— Le ore che noi viviamo sono tragiche — disse. — II nemico è alle porte di Pietrogrado; le forze della democrazia tentano di organizzarsi per resistergli, ma noi ci attendiamo uno spargimento di sangue nella capitale. La fame minaccia di distruggere non solo il nostro governo, ma la stessa rivoluzione...
Le masse sono indebolite e spossate. Esse si disinteressano della rivoluzione. Se i bolscevichi vogliono ad ogni costo fare la loro insurrezione, la rivoluzione è finita... {Grida: È una menzogna!). I controrivoluzionari aspettano solo che i bolscevichi comincino per cominciare essi stessi i massacri... Se vi sarà un colpo di forza, non vi sarà più l'Assemblea Costituente... {Grida: Bugiardo! Impudente!).
È inammissibile che nella zona delle operazioni militari, la guarnigione di Pietrogrado non obbedisca agli ordini dello Stato Maggiore e dello Zik, eletto da voi stessi. Tutto il potere ai Soviet: questo significa la morte! I banditi ed i ladri non attendono altro per saccheggiare e per incendiare... Quando si diffondono delle parole d'ordine come: «Entrate nelle case, impadronitevi delle scarpe e dei vestiti della borghesia... {Tumulto, grida: Nessuno ha dato tali parole d'ordine. Menzogna! Menzogna!). Sia; può darsi che non si cominci così, ma si finirà certamente così!
Lo Zik ha pieni poteri e deve essere obbedito. Noi non abbiamo paura delle baionette. Lo Zik difenderà la rivoluzione con il proprio corpo.

Qualcuno gridò: — È molto tempo che quel corpo è già un cadavere!

Tra un pandemonio indescrivibile si udì Dan rispondere, con una voce penetrante, mentre picchiava un pugno sulla tribuna:

— Quelli che parlano così sono dei criminali!

Una voce. — Siete stato voi un criminale a prendere il potere per darlo alla borghesia!

Gotz agitando il campanello: — Silenzio, o vi faccio espellere. Una voce: — Provateci! — {Risa e fischi).

— Vengo alla nostra politica circa la pace. {Risa). Disgraziatamente la Russia non può più restare lungamente in guerra. La pace sta dunque per farsi, ma non la pace permanente, la pace democratica... Oggi al Consiglio della Repubblica, per evitare lo spargimento di sangue, abbiamo votato una risoluzione nella quale domandiamo la consegna della terra ai Comitati agrari e trattative per la pace immediata... (Risa e grida: Troppo tardi!)

Trotsky salì allora alla tribuna, portatovi da una ondata di applausi frenetici, salutato da tutta la sala che si levò in una tempesta di acclamazioni. Il suo viso sottile ed aguzzo, la sua espressione di maliziosa ironia erano veramente mefistofeliche.

— La tattica di Dan — cominciò, — prova veramente che le masse, queste grandi masse passive ed indifferenti, sono interamente con lui! (Risate omeriche).

Poi rivolto al presidente e con accento drammatico:

— Quando noi parlavamo di dare la terra ai contadini, voi vi opponevate. Noi abbiamo detto ai contadini: «Se non vi danno la terra, prendetevela!». Ed i contadini seguono il nostro consiglio. Oggi voi venite a proporre ciò che noi abbiamo fatto sei mesi fa...
Non credo che la sospensione della pena di morte nell'esercito sia stata suggerita a Kerenski da un ideale. Penso che è stata la guarnigione di Pietrogrado che, rifiutandosi di obbedirgli, ha fatto intendere la ragione a Kerenski...
Oggi si accusa Dan di aver pronunciato al Consiglio della Repubblica un discorso da bolscevico vergognantesi... Verrà forse un giorno in cui Dan dirà che il fiore della rivoluzione ha partecipato alla sollevazione del 16 e 17 luglio... Nella risoluzione presentata oggi da Dan al Consiglio della Repubblica, non si parla di rafforzare la disciplina nell'esercito, benché sia questo uno degli articoli di propaganda del suo partito...
No, la storia di questi ultimi sette mesi mostra che le masse hanno abbandonato i menscevichi. I menscevichi ed i socialrivoluzionari hanno vinto i cadetti, ma quando hanno preso il potere, lo hanno ridato ai cadetti...
Dan vi dice che voi non avete il diritto di insorgere. L'insurrezione è il diritto di tutti i rivoluzionari! Quando le masse, schiacciate sotto i piedi, si rivoltano, è il loro diritto...

Prese quindi la parola Liber, faccia lunga, lingua velenosa, accolto da mormoni e da risa:

— Engels e Marx dissero che il proletariato non aveva il diritto di prendere il potere prima di essere pronto. In una rivoluzione borghese, come questa..., la presa del potere da parte delle masse equivale alla fine tragica della rivoluzione... Trotsky, teorico della socialdemocrazia, non può pensare ciò che propugna in questo momento. (Grida: Basta, basta! Alla porta!).

Martov fu costantemente interrotto:

— Gli internazionalisti non sono contrari a che il potere sia rimesso alla democrazia, ma essi disapprovano i metodi dei bolscevichi. Non è il momento di impadronirsi del potere...

Dan tornò alla tribuna per protestare violentemente contro il Comitato militare rivoluzionario che aveva mandato un commissario negli uffici dell’Isvestia e fatto censurare il giornale. Il tumulto più disordinato seguì alle sue parole. Martov tentò di parlare, ma non vi riuscì. Delegati dell'esercito e della flotta si levarono ovunque, nella sala, e gridarono che il loro governo erano i Soviet...

In mezzo ad un caos indescrivibile, Ehrlich presentò una risoluzione, che esortava alla calma gli operai ed i soldati, li invitava a non accettare le provocazioni, riconosceva la necessità di creare immediatamente un Comitato di sicurezza pubblica e reclamava dal governo provvisorio i decreti necessari per la consegna della terra ai contadini e l'inizio dei negoziati per la pace.

Volodarski saltò alla tribuna e dichiarò brutalmente che lo Zik, alla vigilia del Congresso dei Soviet, non aveva il diritto di usurparne le funzioni.

— Infatti — disse — lo Zik ha cessato di esistere e questa risoluzione non è che una manovra per tentare di restituirgli il potere. Noi, bolscevichi, non parteciperemo al voto su questa risoluzione.

Dopo queste parole i bolscevichi abbandonarono la sala e la risoluzione fu adottata.

Verso le quattro del mattino incontrai Zorin nel vestibolo, con un fucile sulle spalle.

— Va benissimo— mi disse, con un tono calmo, ma soddisfatto. — Abbiamo pescato il vice ministro della Giustizia ed il ministro dei Culti. Sono sotto chiave, adesso. Un reggimento è in marcia per impadronirsi della centrale telefonica, un altro occuperà l'Agenzia telegrafica ed un terzo la Banca di Stato. La guardia rossa è in piedi.

Sui gradini di Smolni, nella notte fresca, vedemmo per la prima volta la Guardia Rossa, un gruppo di giovanotti, vestiti da operai, armati di fucili, baionette in canna, che parlavano nervosamente tra di loro.

Al disopra dei tetti percepimmo verso l'est un rumore di fucilate; erano i marinai di Kronstadt che chiudevano il ponte mobile sulla Neva, che gli junker volevano tenere aperto, per impedire agli operai delle officine ed ai soldati del quartiere di Viborg di unirsi alle forze sovietiche del centro della città...

Dietro a noi il grande Smolni, tutto illuminato, ronzava come un immenso alveare...