GIOVEDI
3 NOVEMBRE 1977
ANCORA SULL'ARTICOLO CINESE RIGUARDANTE LA
TEORIA DEI «TRE MONDI»
Si tratta di un articolo antimarxista, perché nega la rivoluzione proletaria e prende le difese dell’imiperialismo, della borghesia e della reazione internazionale. Con questo articolo si. predica l'unità del proletariato con il capitalismo e si mira a preparare il terreno per fare della Cina una superpotenza. La tesi dominante dei cinesi è, anche in questo articolo, l'opposizione al socialimperialismo sovietico, ma, per demagogia e per meglio ingannare i lettori della loro stampa o i radioascoltatori in buona fede, essi accanto al socialimperialismo sovietico hanno posto anche l'imperialismo americano. Se i cinesi fanno questo, è perché hanno visto che la loro tesi secondo cui «l'imperialismo americano si è ridotto allo stato di un topo. . .» non ha avuto buona accoglienza ed è stata smascherata.
In quest'articolo risulta che il «topo» non è più un topo, ma una superpotenza, dotata di un'economia solida e di un grande potenziale militare, che tende a compiere un'ampia espansione economica in tutto il mondo. Anche l'Unione Sovietica presenterebbe le stesse caratteristiche, ma, secondo i revisionisti cinesi, questa sarebbe più aggressiva dell'altra superpotenza.
L'attenta analisi di questo articolo rivela che i revisionisti cinesi si sforzano di porre sulla bocca di Mao Tsetung alcune frasi sulla assolutà necessità di rafforzare la compatteza con i paesi socialisti, con il proletariato mondiale e le nazioni oppresse ecc. Mentre in realtà essi stanno operando in senso completamente inverso rispetto a quello che dichiarano, visto che non adempiono a nessuno di questi compiti nei confronti dei paesi socialisti e del proletariato mondiale. A1 contrario, tutta la loro politica mira a distruggere l'unità con il proletariato mondiale e a scindere l'unità con i paesi socialisti. Di fatto i revisionisti cinesi non sono e non possono essere per l'unità con i paesi socialisti, dal momento che essi li inquadrano nel «terzo mondo».
Un'altra questione che emerge dall'articolo è quella «delle belle frasi» sulla assoluta necessità di lottare contro tutte le manifestazioni di sciovinismo di grande potenza nelle relazioni internazionali, che i revisionisti cinesi, non a caso, non mancano di ripetere a proposito e a sproposito. La pratica delle nostre relazioni coma Cina ci ha fatto vedere, spinto all'estremo, lo sciovinismo di grande Stato cinese e noi, albanesi, ci rendiamo bene conto che queste frasi sono da capo a fondo un bluff. Come noi la pensano anche molte altre nazioni e Stati nel mondo.
I revisionisti cinesi pretendono che la situazione internazionale, nei vari periodi, debba essere analizzata in modo scientifico. Questa tesi viene da loro più volte ribadita, poiché con ciò essi desiderano, da una parte, persuadere gli altri che la loro analisi sarebbe esatta, adeguata ai tempi e, dall'altra, giustificare in certo modo la loro deviazione strategica e le loro tattiche non proletarie, pseudomarxiste, desiderando dunque nascondere la loro deviazione dal marxismo-leninismo. Questi slogan, sebbene Ç usati spesso, non possono mascherare il tradimento dei revisionisti cinesi.
Secondo i revisionisti cinesi la teoria dei «tre mondi» sarebbe stata inventata dal presidente Mao Tsetung. Essi affermano che è stato Mao colui che, «esaminando in modo realistico la situazione generale contemporanea di classe su scala mondiale, ha difeso e sviluppato questa tesi fondamentale del marxismo-leninismo». I revisionisti cinesi hanno fatto molto bene a rivendicare la paternità di questa tesi, perché così diviene evidente il loro eccessivo zelo nel far proprie le idee dei nemici del marxismo-leninismo. In realtà i «tre mondi» non li ha concepiti la mente di Mao Tsetung. Questo termine era noto nel mondo prima che lo usassero i cinesi, vale a dire prima del 1974. Il mondo capitalista, ostile a Marx e a Lenin, ha usato il termine di «terzo mondo» per mostrare che, oltre ai paesi grandi e molto grandi, esistevano anche altri paesi appena liberati. I revisionisti cinesi hanno copiato questo prodotto del vocabolario capitalista, che si riferisce solo al livello di sviluppo economico di questi paesi, e lo hanno definito come una «grande forza motrice» avente, secondo loro, come base il marxismo-leninismo! L'affermazione dei propagandisti di Pechino secondo cui la teoria dei «tre mondi» è una «definizione marxista dell'attuale situazione mondiale» non è accettabile.
In questo articolo si sostiene che le manifestazioni della vita politica internazionale contemporanea verrebberro esaminate dai cinesi partendo dalle posizioni del materialismo dialettico. partendo dalla realtà, e i cinesi predicano anche agli altri di fare altrettanto. Per «confermare» la loro teoria antimarxista, gli autori di questo articolo fanno uso di citazioni mutilate di Lenin e di Stalin i quali molto giustamente hanno detto che dobbiamo considerare i problemi nazionali e internazionali su scala mondiale e non in modo isolato. Questi insigni marxisti e dirigenti del proletariato mondiale consideravano il mondo nell'ottica della rivoluzione proletaria, nell'ottica dell'alleanza del proletariato con i popoli oppressi. I revisionisti cinesi, in flagrante contrasto con gli insegnamenti di Lenin e di Stalin che citano, non considerano i problemi nazionali e internazionali nell'ottica di classe né dalle posizioni del materialismo dialettico e storico, ma in modo idealistico e metafisico. Essi trattano queste questioni néll'ottica dello sviluppo che attualmente ,interessa alla Cina per assumere la leadership dei paesi che essa definisce del «terzo mondo». Questo è uno dei loro obiettivi.
Gli opportunisti cinesi scrivono che la «teoria» di Mao Tsetung sulla divisione in «tre mondi», a prima vista, sembra ri guardare solo i .rapporti attuali fra paesi e nazioni. Noi non traiamo conclusioni considerando le cose «a prima vista». I rapporti fra i paesi e le nazioni costituiscono una realtà, ma noi, marxisti-leninisti, dobbiamo considerare questi rapporti e le loro prospettive nell'ottica degli interessi della rivoluzione. Ed è proprio questo che non fanno i cinesi, i quali contrappongono alla rivoluzione i loro interessi di grande Stato, gli interessi della loro lotta per guidare il «terzo mondo». La lotta di classe deve svilupparsi anche nei cosiddetti paesi del terzo mondo, ma in quale senso? Noi diciamo nel senso della rivoluzione e dell'abbattimento della borghesia sfruttatrice, del barbaro capitalismo, mentre gli opportunisti cinesi sono per la conciliazione di classe. Costoro, per mostrare di essere in regola, dicono qualche parola sostenendo che questo o quel problema vanno considerati nell'ottica di classe, ma per negare questa visione di classe aggiungono subito che queste questioni sono «estremamente complesse e allo stesso tempo reciprocamente collegate». Con ciò intendono dire che lo sviluppo della lotta di classe, specie nei paesi del «terzo mondo», non sarebbe così facile da comprendere, che molte questioni riguardanti la lotta di classe non possono essere risolte se non con l'aiuto degli «illustri sapienti cinesi», e che bisogna quindi volgere lo sguardo verso la Cina! Essi affermano che per trarre delle conclusioni sui fenomeni della vita politica internazionale e per .procedere ad una giusta classificazione delle forze politiche nel mondo, occorre partire dalla lotta di classe su scala internazionale nel suo complesso e analizzare i problemi concreti in relazione al tempo, al paese e a ben definite condizioni. Pur dicendo cosi, in pratica, in realtà, essi agiscono in modo diverso, fanno il contrario di quello che dicono, interpretando e collegando i fenomeni e i fatti della vita in modo astratto, irreale, congiunturale. I revisionisti cinesi usano i termini «idealista», «metafisico», «astratto», «isolato» ecc., in riferimento a quelle persone e a quei partiti che non accettano i loro sofismi. Essi si rivolgono, con questi slogan, anche a noi, pur sapendo che non siamo noi né gli altri autentici marxisti-leninisti del mondo, ma sono proprio i revisionisti cinesi, corno gli altri revisionisti, ad aver imbastardito nel peggiore dei modi il significato e l'applicazione del marxismo-leninismo sia in teoria che in pratica.
I cinesi dichiarano a gran voce che «i marxisti-leninisti debbono sempre mantenersi sulle posizioni del proletariato internazionale, difendere con perseveranza gli interessi comuni dei popoli rivoluzionari del mondo nella lotta di classe a livello internazionale, sostenere il loro programma massimo e battersi sempre per esso: la sostituzione del sistema capitalista con quello comunista». In generale queste dichiarazioni vengono fatte nell'articolo dei cinesi per demagogia e solo per mascherare i loro atteggiamenti, poiché essi non hanno mai lottato né stanno lottando partendo dalle posizioni del .proletariato internazionale, non hanno difeso né stanno difendendo gli interessi dei popoli rivoluzionari. Intrattenere relazioni con la reazione e con i fascisti più sanguinari come Pinochet, Strauss, lo scià dell'Iran e Mobutu, i più grandi vampiri che succhiano il sangue dei popoli, significa non tenere in nessun conto gli interessi del proletariato internazionale, né gli interessi del proletariato di ogni paese che combaciano con quelli del proletariato internazionale. 1 cinesi non hanno risparmiato frasi altisonanti, ma noi non giudichiamo le loro parole dissociandole dalle loro azioni. Quando si fa il confronto tra le frasi marxiste-leniniste dei cinesi ed i loro atteggiamenti in pratica, allora risulta evidente la falsità delle teorie da loro applicate.
I dirigenti revisionisti cinesi insegnano al proletariato che, nel corso dell'evolversi della sua lotta sul piano internazionale e in determinati periodi storici, deve sforzarsi ad unire tutti coloro che possono essere uniti, in modo da aumentare le forze progressiste. Ma in realtà che posizione hanno tenuto i revisionisti cinesi a questo riguardo? Costoro fanno appello al proletariato internazionale ad unirsi perfino con la reazione più nera!
In questo articolo i cinesi «consigliano» al proletariato di scegliere i suoi alleati a seconda dei vari periodi storici. Essi stessi però deviano da questa giusta tesi, raccomandando al proletariato internazionale di rappacificarsi con la reazione mondiale e di unirsi alle forze politiche reazionarie. Più avanti per «dimostrare» la pretesa giustezza delle loro posizioni, i cinesi continuano a riportare una serie di citazioni di Lenin e di Stalin, mutilandole e distorcendole spudoratamente. Ma quali posizioni vogliono «comprovare» i cinesi? Si tratta delle posizioni che riguardano la loro «analisi realistica» della situazione mondiale, basata, secondo loro, sul marxismo-leninismo. In questa «analisi» i cinesi ricorrono a un gran numero di citazioni di Lenin e di Stalin, che anche noi abbiamo utilizzato nelle nostre pubblicazioni; come ad esempio le parole di Lenin dette nel 1921: «. . .attualmente esistono due mondi, il vecchio mondo, il capitalismo... e il mondo nuovo che sta nascendo...»; oppure le parole di Stalin: «il mondo si è nettamente e definitivamente diviso in due campi: il campo dell'imperialismo e il campo del socialismo».
Queste due grandi definizioni di Lenin e di Stalin costituiscono il fondamento essenziale dell'analisi di ogni periodo in relazione alla classificazione delle forze politiche del mondo, ma i cinesi, vedendo che con queste citazioiai finisce per crollare la i teoria dei «tre mondi», non mancano di sottolineare subito che queste due citazioni «riflettono una nuova contraddizione fondamentale che si è manifestata nel mondo dopo la Rivoluzione d'Ottobre». Dunque, secondo costoro, anche queste due defini-~ zioni sarebbero invecchiate, avrebbero fatto il loro tempo!
Hanno così escogitato un «bel ragionamento» per sostenere la loro invenzione dei «tre mondi». I cinesi dicono che «Lenin e Stalin non hanno mai pensato che nel mondo non ci siano altre contraddizioni fondamentali, che non sia possibile dividere in un altro modo le forze politiche mondiali». Questo «ragionamento» è del tutto inutile, serve solo a riempire le righe del l'articolo e a creare l'impressione che si tratti di «ragionamentie e di «argomenti» a sostegno di questa tesi nella polemica, è del tutto inutile poiché nessuno ha detto che Lenin e Stalin abbiano mai pensato che nel mondo non esistono altre contraddizioni fondamentali. Lenin e Stalin, quali materialisti dialettici, hanno correttamente definito le contraddizioni, mentre gli opportunisti cinesi, essendo eclettici, non definiscono affatto queste contraddizioni nel loro articolo, poiché, se lo facessero, verrebbero a galla la falsità dei loro punti di vista e le distorsioni che essi apportano alle tesi di Marx, Engels, Lenin e Stalin.
I cinesi cercano di «provare» che la teoria dei «tre mondi», la cui paternità attribuiscono in modo assoluto a Mao Tsetung, sarebbe nientemeno che la continuazione delle tesi di Lenin, che già nel 1920, al Congresso della II Internazionale Comunista, diceva:
«La qualità caratteristica dell'imperialismo consiste nel fatto che tutto il mondo... si divide al tempo attuale in un grande numero di nazioni sfruttate e in un numero molto esiguo di nazioni sfruttatrici, che hanno a loro disposizione colossali risorse e un'enorme potenza militare».
Queste opinioni di Lenin sono giuste e nessuno le contesta, ma non dimostrano affatto che il mondo sia diviso in tre parti secondo il gusto dei revisionisti cinesi. Qualsiasi analisi politica ed .economica che possa essere fatta del mondo, in base alla teoria leninista, metterà senz'altro in evidenza la caratteristica fondamentale della sua divisione in mondo capitalista e mondo socialista, in caso contrario quest'analisi non può essere leninista. Quest'analisi non si contrappone né nega il fatto che nel mondo esistano nazioni sfruttatrici e sfruttate. Ma citare Lenin per provare che, sulla base delle sue idee, il mondo dovrebbe esser diviso in tre, questo lo possono fare solo i falsificatori del leninismo. E con la loro divisione fittizia del mondo, questi falsificatori del leninismo sono proprio i revisionisti cinesi.
Prendiamo quest'altra citazione di Stalin tolta dalla sua opera «Princìpi del Leninismo» (1924)
a) «il mondo è diviso in due campi: il campo di un pugno di nazioni civilizzate che detengono il capitale finanziario e sfruttano la maggior parte della popolazione del globo terrestre, e il campo dei popoli oppressi e sfruttati delle colonie e dei paesi dipendenti che costituiscono questa anaggioranza».
I cinesi citano questo passaggio per «dimostrare» che nel mondo, oltre alla contraddizione fondamentale alla quale si riferiscono Lenin e Stalin, esistono anche altre contraddizioni che noi, comunisti albanesi, avremmo per così dire dimenticato!
Noi non dimentichiamo queste contraddizioni, al contrario le abbiamo continuamente sottolineate. Tenendo conto del ruolo delle contraddizioni, non dimentichiamo che queste si dividono in contraddizioni principali e secondarie, che nei complessi processi che si notano nelle cose e nei fenomeni del mondo che ci circonda si intrecciano ogni sorta di contraddizioni principali e secondarie, ma, per studiare ed analizzare correttamente questi processi complessi, occore definire qual'è 'la contraddizioni principale, cioè 'la contraddizione fondamentale che determina lo sviluppo di tutte le altre contraddizioni e dalla cui soluzione dipende la soluzione di tutte le altre contraddizioni. Noi non solo non le abbiamo dimenticate, ma ci atteniamo fermamente alle leggi della dialettica. I revisionisti cinesi vogliono calpestare la dialettica materialistica e mascherarsi con numerose citazioni, raccolte qua e là tra i classici del marxismo-leninismo, che essi separano e congiungono in quest'articolo, in modo che non solo non siano correttamente comprese, ma che siano anche interpretate in un senso contrario a quello espresso chiaramente dai loro autori.
Possono essere autentici comunisti coloro che, come fanno i cinesi, negano, procedendo ad una classificazione generale e concreta delle forze politiche nel mondo in questo o quel periodo, che Lenin e Stalin abbiano analizzato le contraddizioni fondamentali del mondo nel loro complesso? Tutti i marxisti-leninisti del mondo sanno bene che. per definire l'epoca attuale, bisogna analizzare nel loro complesso le principali contraddizioni, per poter definire la contraddizione fondamentale. Sono proprio i cinesi che calpestano questa visione realistica della classificazione delle forze politiche nel mondo. Dividere il mondo in «primo», «secondo» e «terzo mondo», come fanno i cinesi, significa coprire le contraddizioni, significa lasciare da parte una o l'altra delle grandi contraddizioni sociali e non analizzarle nel loro insieme.
I revisionisti cinesi si servono a proposito e a sproposito delle citazioni di Marx e di Engeis, danno ad esse l'interpretazione che serve loro per confermare le loro tesi antimarxiste. Essi citano il famoso appello di Marx ed Engels contenuto nel «Manifesto del Partito Comunista»: «Proletari di tutti i paesi, unitevi!» e poi aggiungono di essere stati loro a dimostrare per la prima volta che la «causa del proletariato internazionale è indissolubilmente legata alla lotta di liberazione delle nazioni oppresse». Tutto ciò è vero e noto a tutti, ma sono proprio i cinesi che dimenticano che Marx ed Engels hanno lanciato questo appello per far conoscere al proletariato mondiale che la contraddizione fondamentale della società umana è ormai quella fra lavoro e capitale, fra borghesia e proletariato, contraddizione, il proletariato che risolverà proprio attraverso la rivoluzione.I revisionisti cinesi non parlano affatto del nesso fra la lotta del proletariato e la lotta di liberazione nazionale dei popoli oppressi, né della rivoluzione proletaria, al contrario, essi pongono l'accento sull'unità del proletariato e dei popoli oppressi e sfruttati. con i loro più barbari e più feroci oppressori e sfruttatori, con l'imperialismo americano e con la borghesia reazionaria mondiale!
1 revisionisti cinesi menzionano nel loro articolo questa citazione di Engels:
«Nessuna nazione può essere libera e nello stesso tempo opprimere altre nazioni. Di conseguenza, la liberazione della Germania non può essere realizzata senza liberare la Polonia dalla oppressione dei tedeschi».* *(F. Engels. Discorso promunciato il 29 novembre 1847 al comizio internazionale di Londra, organizzato in occasione del 17° anniversario dell’insurezione polacca del 1830.
Ma che cosa vogliono dimostrare i cinesi con questa citazione di Engels? Essi cercano a tutti i costi di «provare» che il proletariato sovietico non può pretendere di combattere per la liberazione degli altri popoli dal momento che egli stesso li ha asserviti e per lo stesso motivo il proletariato dei paesi dell'Europa Occidentale, il proletariato americano, il proletariato dei paesi capitalisti del «terzo mondo» non meriterrebbero dì lottare per la liberazione dei vari popoli. E allora chi sarebbe degno di lottare per la liberazione dei popoli? Secondo l'articolo cinese solo la Cina avrebbe il diritto di condurre questa lotta( Essi collocano questa giusta affermazione di Engels in qualché parte del loro articolo, senza fare alcuna distinzione fra il proletariato russo e quello degli altri paesi, da una parte, e i suoi oppressori, dall'altra; essi non fanno appello al proletariato, di sollevarsi nella rivoluzione contro i suoi oppressori e contro unâ guerra imperialista. In ogni paese dove è oppresso, il pros letariato deve sollevarsi in lotta insieme ai suoi alleati naturali per adempiere alla sua missione storica. Se la citazione di Engels, viene considerata nel modo in cui la interpretano i revisionisti cinesi, e non nel suo vero senso, allora non si può sperare nella rivoluzione proletaria. I «commenti» dell'articolo cinese alle giuste tesi di Marx e di Engels combaciano perfettamente con i punti di vista antimarxisti dei revisionisti cinesi.
Marx ed Engels attribuivano grande importanza alla liberazione dei popoli della Polonia, dell'Irlanda, della Cina, dell’India, poiché questi popoli erano fra i più oppressi. Oggi anche il proletariato francese, spagnolo, russo e americano sono oppr dalla cricche borghesi al potere. Questo proletariato non de essere messo in un canto della scena politica, al contrario deve dire la sua parola su tutti gli avvenimenti che si verificano nei paesi capitalisti e revisionisti e su tutto quello che fanno i governanti imperialisti e i traditori socialimperialisti in questi paesi. Perciò gli autentici comunisti devono fare appello al proletariato di questi paesi affinché si sollevi nella rivoluzione e abbatta le cricche borghesi e traditrici che dominano i popoli.
I nostri classici consideravano tutti i movimenti nazionali e le varie forze politiche nell'ottica degli interessi del proletariato internazionale; essi ci hanno insegnato che la rivoluzione può trionfare nell'anello più debole del capitalismo mondiale. I nostri grandi maestri c'insegnano inoltre che l'indipendenza di un popolo, conquistata con la rivoluzione, contribuisce anche alla liberazione degli altri popoli, sia in Europa, in Asia, che in altre regioni del mondo. I revisionisti cinesi però non .partono da queste considerazioni marxiste. Al contrario essi considerano i movimenti nazionali e le varie forze politiche nell'ottica dei loro interessi, del loro obiettivo di fare della Cina una superpotenza; ed è per questo che hanno sostenuto e sostengono non la lotta dei popoli per la loro indipendenza, ma le cricche reazionarie che opprimono questi popoli. Questo è il motivo per cui i cinesi predicano al proletariato la pace sociale e la collaborazione con la borghesia.
Per provare la loro tesi secondo cui «il socialimperialismo sovietico è divenuto il principale nemico dei popoli del mondo, che esso è il centro della reazione mondiale e che minaccia il mondo di guerra», i revisionisti cinesi si riferiscono nel loro articolo a Marx ed Engels, citando le idee da questi espresse sin dal lontano 1848 sul pericolo che rappresentava lo zarismo. Non c'è alcun dubbio che lo zarismo è stato il bastione della reazione europea, perciò esso doveva essere combattuto e questa lotta venne condotta da Lenin e dai bolscevici russi, ai quali si unirono il proletariato di tutti i paesi del mondo. Ma le idee molto giuste di Marx contro lo zarismo non confermano affatto l'attuale tesi dei cinesi, secondo cui solo il socialimperialismo sovietico sarebbe il principale nemico dei popoli del mondo. Partendo da un'analisi marxista-leninista, noi insistiamo sul
fatto che, oltre al socialimperialismo sovietico, nemici dei popoli sono anche l'imperia'lismo americano insieme a tutta la reazione mondiale. Tutti questi nemici, in unità e in contraddizione fra loro, isono in lotta contro il proletariato mondiale in generale e contro il proletariato di ogni singolo paese. Essi sono tutti in lotta contro i popoli che vogliono la loro liberazione nazionale e sociale, ed è per questo che il proletariato e i popoli devono unirsi in unità d'acciaio per combattere i pericolosi nemici che hanno di fronte.
I revisionisti cinesi ci dicono che Marx ed Engels non solo non dimenticavano la lotta di classe a livello internazionale ma, additando la reazione zarista russa, tenevano presenti anche gli interessi fondamentali del proletariato mondiale. Che demagoghi sono! Dal momento che essi credono a Marx ed Engels, perché non applicano i loro insegnamenti? Perché fanno il contrario e si alleano all'imperialismo americano, all'imperialismo britannico, francese, tedesco ecc.? Studiando Marx si vede che per realizzare le sue aspirazioni il proletariato non deve mai, nello sviluppo della lotta di classe su scala internazionale, unirsi alla più nera reazione internazionale. Non basta «salutare», come fanno i revisionisti cinesi, lo slancio rivoluzionario dei popolìr nella lotta di liberazione, ma bisogna saper orientare nel miglior modo questo slancio secondo gli insegnamenti dei nostri quattro grandi classici - Marx, Engels, Lenin e Stalin (e non secondo le h idee idealistiche ed eclettiche di Mao Tsetung), i quali hanno ben definito quello che bisogna fare per giungere alla liberazione dei popoli dal giogo del capitale.
Per far credere di essere con Lenin e servendosi del suo nome come di una maschera per nascondere il loro antileninismo, i revisionisti cinesi hanno riempito il loro articolo, tra l'altro, di lunghe citazioni tratte dall'articolo di Lenin «Sui destini storici della dottrina di Karl Marx» in cui egli scrive:
«Gli opportunisti non avevano ancora finito di vantarsi con «la pace sociale» e con la possibilità di evitare le tempeste nelle condizioni della «democrazia», che una nuova fonte di grande tempesta mondiale apparve in Asia. La rivoluzione russa è stata seguita dalla rivoluzione turca, persiana, cinese. . .».
Altrettanto dicasi dell'altra citazione tratta dallo scritto di Lenin del 1916 «Una caricatura del marxismo e a proposito dell’«economismo imperialistico», secondo cui:
«La rivoluzione sociale non può essere effettuata se non sotto la forma di un'epoca che accomuna la lotta civile del proletariato contro la borghesia nei paesi progrediti a tutta una serie di movimenti democratici e rivoluzionari, compresi i movimenti di liberazione, nelle nazioni non sviluppate, arretrate ed oppresse».
I revisionisti cinesi, per non imbrogliarsi di più, fanno un brevissimo «commento» a queste citazioni e concretamente: «Questo punto di vista leninista conserva certamente la sua forza ancora oggi». Ma se dovessimo analizzare l'attuale linea del Partito Comunista Cinese, vedremmo che essa è flagrantemente in contraddizione con questa importante tesi di Lenin e con il leninismo in generale. Lenin non ha mai consigliato ai popoli di dirigere i loro movimenti democratici e rivoluzionari oppure i loro movimenti di liberazione nazionale solo contro i loro nemici esterni imperialisti e non anche contro i loro nemici interni, collaboratori dell'imperialismo, come fanno gli opportunisti cinesi. Costoro «si sono dimenticati di applicare» gli insegnamenti di Lenin sulla lotta del proletariato sia a livello nazionale che internazionale.
Al II Congresso dell'Internazionale Comunista, Lenin ha presentato il rapporto sulla situazione internazionale e sui principali compiti di questa Internazionale. Analizzando gli obiettivi della guerra imperialista e tracciando il quadro della situazione del mondo dopo questa guerra, Lenin dice che una parte della popolazione del mondo vive nei paesi coloniali, un'altra parte vive nei paesi che sono riusciti a conservare la situazione precedente, e infine cita gli abitanti di quei pochi paesi che hanno tratto vantaggi dalla spartizione del mondo. Questo bilancio delle conseguenze della guerra imperialista fatto da Lenin nel luglio del 1920 è completamente giusto, ma non può servire assolutamente a motivare la tesi opportunistica cinese dei «tre mondi» o dei «tre gruppi», come essi dicono. Quando il nostro Partito respinge la teoria antimarxista cinese dei «tre mondi», esso è diretto pienamente dagli insegnamenti di Lenin e tiene presente anche il rapporto di Lenin al II Congresso dell'Internazionale Comunista. I revisionisti cinesi citano invece questa analisi marxista di Lenin per creare l'illusione che la sua opinione sulle cause e gli effetti della guerra imperialista contro i popoli del mondo sarebbe identica a quella dei «tre mondi» di Mao Tsetung e, di conseguenza, le alleanze del proletariato con i popoli oppressi contro la borghesia reazionaria, propugnate da Leniti, sarebbero identiche alle alleanze predicate da Mao Tsetung! Se al II Congresso del Comintern Lenin avesse veramente voluto dire che il mondo è diviso in tre, come piace ai revisionisti cinesi, non avrebbe dichiarato a distanza di un anno, nel dicembre del 1921, al IX Congresso dei Soviet di Russia, che «attualmente nel mondo esistono due mondi», ma avrebbe parlato di tre mondi. Lenin non ha detto né nel 1920, né prima e nemmeno dopo che il proletariato deve unirsi all'imperialismo americano, all'imperialismo inglese. Al contrario egli ha sottolineato la contraddizione fondamentale fra il proletariato e la borghesia ed hai indicato la via della liberazione del proletariato attraverso la rivoluzione proletaria e della liberazione dei popoli oppressi attraverso le lotte di liberazione nazionale. La teoria dei «tre mondi», invece, ignora questi insegnamenti di Lenin e non pone nessun compito per la realizzazione della rivoluzione.
Per preparare il loro articolo, i cinesi hanno raccolto qua là un gran numero di citazioni di Marx, Engels, Lenin e Stalin.
Queste citazioni sono circa pari ad un terzo di tutto l'articolo e vengono utilizzate per «dimostrare» quello che non può essere dimostrato. Essi staccano dal loro contesto le citazioni mutilandole per adattarle alla loro teoria dei «tre mondi», che, a sentir loro, sarebbe marxista-leninista e basata sugli insegnamenti dei nostri grandi classici! Essi pensano che queste citazioni possono essere interpretate arbitrariamente e in vari modi, se manipolate a piacimento sia dagli elementi di destra che da quelli di sinistra. Questo impiego di citazioni per combinane meccanicamente e senza principio i punti di vista dei classici con i propri punti di vista, è una tipica espressione dell'eclettismo cinese di Mao Tsetung. Costui, come ho detto altre volte, ha affermato che le sue idee saranno utilizzate a piacimento sia dagli elementi di sinistra che da quelli di destra. Un'interpretazione evasiva come questa può essere data alle idee degli opportunisti, di coloro che oscillano fra il materialismo e l'idealismo, alle idee dei sofisti ecc., ma non alle idee dei nostri grandi classici, Marx, Engels, Lenin e Stalin, poiché questi sono i teorici di una grande dottrina scientifica che analizza chiaramente il presente e prevede correttamente il futuro, senza permettere che, nel dinamismo dello sviluppo dialettico degli avvenimenti, si dia una falsa interpretazione ai periodi storici. Le analisi dei nostri classici si basano su verità innegabili e quindi, chi le comprende, può confrontare con esse le proprie azioni per vedere se queste sono giuste o no. Chi distorce le conclusioni tratte da queste analisi, non può giustificare le sue azioni ingiuste con citazioni mutilate e con interpretazioni assurde. Gli autentici marxisti confrontano le proprie azioni con le idee dei classici del marxismo-leninismo, mentre i rinnegati tentano di attribuire ai classici le loro perfide azioni ricorrendo a citazioni mutilate, ad interpretazioni arbitrarie, a falsificazioni ecc.
E quanto hanno fatto anche i revisionisti cinesi inserendo nel loro articolo un gran numero di citazioni. Hanno agito così perché non sano in grado di comprovare le loro tesi opportunistiche. Prendiamo qualche esempio tanto per illustrare quello che abbiamo detto. Parlando del carattere dei vari movimenti nazionali, Stalin, nella sua opera «Principi del leninismo», giunge alla conclusione che il carattere rivoluzionario o reazionario di un movimento nazionale va giudicato vedendo se questo movimento obiettivamente tende a danneggiare e a distruggere l'imperialismo o a consolidare la sua vittoria.
«La dotta dell'emiro afgano per l'indipendenza dell'Afghanistan - dice Stalin - obiettivamente è una lotta rivoluzionaria» .
ha ragione, poiché questo emiro ha effettivamente fatto strage delle armate inglesi sui valichi del Pamir; di tutto quel grande esercito di invasori inglesi, solo tre persone, tra cui un medico, sono riuscite a riparare in India. I revisionisti cinesi assolutizzano questo esempio di Stalin che a giusta ragione si riferisce ad un caso storico concreto, e cosi traggono la conclusione di avere l'autorizzazione di Stalin nell'aiutare e sostenere tutti i re e tutti i principi reazionari del mondo, e perfino Mobutu, che non è altro che un agente dell'imperialismo americano, un «moderno» oppressore del popolo congolese.
Nel tentativo di giustificare l'alleanza che attualmente essi predicano fra proletariato e popoli oppressi, da un lato, e l'imperialismo americano e gli altri imperialisti del mondo, dall'altro, contro il socialimperialismo sovietico, i revisionisti cinesi non mancano di citare come «argomento» la grande alleanza antifascista fra l'Unione Sovietica e gli anglo-americani contro la Germania hitleriana durante la Seconda Guerra Mondiale. Questo ragionamento alla cinese è talmente assurdo che non fa altro che smascherare i suoi autori. I fatti e gli eventi storici debbono essere considerati in stretta connessione con le condizioni e le circostanze del loro tempo.
In un mio scritto precedente, ho detto che è vero che Stalin e il governo sovietico hanno proposto agli inglesi e ai francesi un'alleanza per impedire la guerra aggressiva scatenata da Hitler occupando la Cecoslovacchia. A quel tempo, come si sa, l'Unione Sovietica e la Francia avevano concluso un accordo per prestare il loro aiuto alla Cecoslovacchia, qualora questa venisse attaccata da una terza -potenza. La Francia non ha tenuto fede alle sue promesse e dopo il tradimento delle «democrazie» occidentali a Monaco, la Cecoslovacchia fu occupata dagli hitleriani. Dopo quest'aggressione le «democrazie» occidentali cercarono di spingere la Germania hitleriana verso l'Est. La Francia e l'Inghilterra, dà fronte al pericolo hitleriano. si sforzarono di realizzare una «unità combattiva» con l'Unione Sovietica che si mostrò favorevole a ciò. Ma questa era una ridicola «messa in scena» da parte dell'Inghilterra e della Francia. L'Unione Sovietica e Stalin, valutando correttamente la situazione e consci della minaccia dell'aggressione hitleriana, per guadagnare tempo, firmarono un «patto di non aggressione»
con la Germania nazista. Questo fu un atto conforme alla via marxista-leninista. Hitler attaccò la Polonia e così l'Inghilterra e la Francia entrarono in guerra, mentre l'alleanza antifascista fra l'Unione Sovietica e Inghilterra si realizzò solo dopo l'attacco della Germania contro l'Unione Sovietica.
In queste condizioni era del tutto naturale che l'Unione Sovietica si alleasse con questi Stati imperialisti contro il fascismo tedesco che minacciava il mondo. La Seconda Guerra Mondiale è dunque carninciata come una guerra di rapina. ma dopo l'entrata in guerra dell'Unione Sovietica si è trasformata in una guerra di liberazione. Quindi l'iniziativa di Stalin e del governo sovietico di entrare in quest'alleanza antifascista non può essere paragonata all'alleanza, attualmente predicata dalla Cina, con gli Stati Uniti d'America, gli altri imperialisti e con il «terzo mondo», contro l'Unione Sovietica. La storia non può essere falsificata, come cercano di fare i revisionisti cinesi per nascondere il loro tradimento.
La Cina ritiene che ci troviamo di fronte ad una guerra imminente. La guerra imperialista può scoppiare, se non oggi, domani. Ma Teng Hsiao-ping ha dichiarato che non ci sarà guerra nei prossimi 20 anni e quindi, secondo lui e secondo la teoria opportunistica cinese dei «tre mondi», in questi due decenni i popoli non devono sollevarsi nella rivoluzione. Essi non devono lottare contro gli oppressori interni ed esterni, ma devono consolidare le alleanze con gli imperialisti e i loro oppressori e sostenere tutte le alleanze e gli accordi di rapina che sono stati realizzati con l'imperialismo americano e gli altri imperialisti occidentali. Attualmente la Cina predica che nei prossimi 20 anni deve regnare la calma.
Analizzando le posizioni di Stalin prima della Seconda Guerra Mondiale nei confronti del nazismo tedesco e del fascismo italiano, appare chiaro che il paragone che cercano di fare i revisionisti cinesi non può conciliarsi con le tesi del marxismo-leninismo, e si evidenzia anche il motivo per cui essi r'1corrono a questo paragone. La ragione per cui la Cina predica l'alleanza con l'imperialismo consiste nel fatto che essa desidera avere l'appoggio dell'imperialismo americano e degli altri paesi capitalisti sviluppati del mondo, per diventare anch'essa una superpotenza. I cinesi, seguendo l'esempio degli americani e dei sovietici, praticano anch'essi il ricatto di una guerra imeni= nente e della bomba atomica, allo scopo di intimorire il proletariato affinché non si sollevi nella rivoluzione, non stringa e consolidi alleanze con le masse contadine povere e con i lavoratori sfruttati del proprio paese, né alleanze sul piano internazionale, ma rimanga tranquillo finché la Cina sia divenuta una superpotenza capace di controbilanciare le altre due poteny ze, in altre parole finché si sia preparata anch'essa ad una guerre ra di rapina ed alla conquista di mercati.
Leggendo questo «po'po'» di articolo dei cinesi sulla teoria dei «tre mondi», ognuno potrebbe chiedere: Perché è sta scritto e a chi serve? Ragionando si giunge subito alla conclusione che quest'articolo è diretto contro le tesi rivoluzionarie del 7° Congresso del nostro Partito, contro l'articolo di «Zëri i Popullü» del 7 luglio di quest'anno dal titolo «Teoria e pratica della rivoluzione» e contro altri articoli che abbiamo pubblicato. Le nostre tesi sono giuste, combattive, marxiste-leniniste e si prefiggono l'obiettivo di spiegare correttamente la situazione internazionale e i processi rivoluzionari che la caratterizzano, al fine di dare un'arma ai comunisti albanesi e a tutti coloro che le leggono e le studiano. Queste tesi del nostro Partito che sostengono la necessità di combattere l'imperialismo, sia quello americano che quello sovietico, ed anche gli altri imperialisti e la reazione mondiale, servono alla lotta per la rivoluzione, servono a sollevare i popoli nelle lotte di liberazione nazionale contro il capitalismo all'interno del paese e su scala internazionale. Questi sono gli obiettivi che si prefiggono le tesi che abbiamo avanzato. Invece lo scopo dell'articolo pubblicato dai revisionisti cinesi è molto negativo, perché ignora la. questione fondamentale, quella della lotta che debbono fare tutti i popoli del mondo contro i loro principali nemici. In quest'articolo cinese non viene posto nessun compito rivoluzionario, non viene posto il principale compito rivoluzionario, la lotta di liberazione nazionale dei popoli contro i loro oppressori capitalisti, non vengono riflessi gli interessi della rivoluzione mondiale né gli interessi di un particolare paese che costituisca l'anello più debole dell'imperialismo mondiale.
In quest'articolo non si trovano affatto le parole «rivoluzione» e «lotta di liberazione nazionale». Dunque quest'articolo non è stato scritto per incitare i popoli, educarli e indicare loro la via della lotta. Allora, che cosa intendono dimostrare i cinesi al proletariato e ai popoli con quest'articolo? E' chiaro che il loro obiettivo principale è: dimostrare che la teoria dei «tre mondi» di Mao Tsetung sarebbe in .se stessa una teoria giusta, sarebbe marxista-leninista, e questo solo per sostenere la loro. causa antimarxista. E' in funzione di questo principale obiettivo che è stato scritto quest'articolo.
Altro suo obiettivo è quello di lottare contro di noi e di soffocare la rivoluzione, di soffocare la lotta di liberazione nazionale e di predicare l'alleanza del proletariato e dei popoli oppressi con la borghesia reazionaria, con l'imperialismo americano, con l'imperialismo inglese, francese, giapponese ecc. Insomma, secondo quest'articolo. attualmente il proletariato dovrebbe chiudersi nelle scuole per imparare il marxismo-leninismo, perché, secondo i cinesi, i princìpi di questa dottrina sono molto complicati e i cinesi sarebbero gli unici a «conoscerli» e a «comprenderli» (!). Sempre secondo loro, questo è il motivo per cui il proletariato non è giunto al livello necessario per fare la rivoluzione, e deve quindi prima studiare il marxismo-leninismo. I dirigenti cinesi sono famosi per simili follie antimarxiste! Mao Tsetung ha chiamato alla lotta i bambini, gli alunni delle scuole medie, le «guardie rosse», che non avevano la minima idea del marxismo-leninismo, e proprio questi avrebbero dovuto insegnare al partito «marxista-leninista» cinese e al proletariato cinese come doveva essere applicato il marxismoleninismo. Dunque, coloro che non avevano la minima idea del marxismo-leninismo dovevano insegnare al Partito Comunista Cinese e al proletariato cinese il marxismo-leninismo! Questo è il contenuto antimarxista delle tesi maoiste, in base alle quali gli studenti dovrebbero insegnare al proletariato la sua ideologia, insegnargli come va applicata la sua ideologia, e, da quel che si vede, glielo hanno insegnato «così bene», che sono riusciti a smantellare tutto il partito, a liquidare il Partito Comunista Cinese.
Anche la tesi dell'egemonia delle masse contadine nella rivoluzione è antimarxista e revisionista. Di questo genere è il «consiglio», l'unico «consiglio», antimarxista e da cima a fondo revisionista, che la Cina si prende la briga di dare al proletariato mondiale e in particolare a quello europeo, e cioè di imparare prima il marxismo e lanciarsi poi nella rivoluzione. Questa tesi è identica alla «teoria dei quadri» di Anastas Lulo e Andrea Zisi, secondo i quali bisognava prima preparare i quadri, e solo dopo passare alla formazione del Partito e alla rivoluzione. In altre parole, secondo Teng Hsiao-ping, abbiamo 20 anni di tempo, lasciamo che l'imperialismo americano e la borghesia reazionaria si rafforzino in tutti i paesi del mondo, poi vedremo il da farsi. E' proprio quello che ha fatto anche il suo vecchio maestro, il revisionista Liu Shao-chi, che nel 1949 predicava che la Cina non doveva intraprendere l'edificazione ael socialismo, ma doveva invece proseguire la via tradizionale e. anche 30 anni dopo la liberazione, permettere alla borghesia capitalista e ai kulak di dirigere la Cina, mentre nel frattempo .,il proletariato avrebbe acquisito esperienza per poter agire»!
E' dunque evidente che gli obiettivi e le tesi di quest'ari icolo pseudomarxista cinese non servono né alla rivoluzione né alle lotte di liberazione nazionale, ma servono molto bene, al contrario, all'imperialismo, alla reazione mondiale e alla Cina, che si è ormai incamminata sulla via capitalista e si prepara a trasformarsi in una superpotenza socialimperialista mondiale.
Lenin e Stalin propagandavano la rivoluzione, mentre i revisionisti cinesi dicono in quest'articolo che dobbiamo imparare da Lenin a salutare e a sostenere ardentemente e da leninisti i movimenti di liberazione nazionale delle nazioni oppresse d'Asia, d'Africa, d'America Latina e delle altre regioni del mondo. Secondo loro, dobbiamo limitarci a questo ed applaudire. Ma chi? Naturalmente dobbiamo applaudire tutti coloro ai quali i cinesi consigliano e insegnano a non combattere per la rivoluzione, a non lanciarsi nella lotta di liberazione nazionale, ad accontentarsi di questa pseudolibertà e pseudosovranità che si sono conquistati o che i vari 'imperialisti hanno loro dato in elemosina. Questa è tutta la «filosofia» che predicano i cinesi.
In questo articolo i revisionisti cinesi si dimostrano sciovinisti anche nell'utilizzazione dei dati. Lenin e Stalin hanno utilizzato i dati per denunciare il numero di uomini asserviti che vivono sotto il dominio e lo sfruttamento dell'imperialismo, ed hanno mostrato loro e ai marxisti-leninisti che cosa devono fare per liberare se stessi e i loro popoli dalla schiavitù. Ma cosa succede con i revisionisti cinesi? Essi continuano a ripetere questi dati e a paragonarli alla grandezza del territorio e della popolazione della Cina per dimostrane che, a sentir loro, l'integrazione della Cina nel «terzo mondo» fa di questo una grande forza numericamente preponderante e che tutto questo «mondo». in quanto entità, costituisce la principale forza motrice della rivoluzione! Questa è una deformazione del significato Messo delle citazioni di Lenin e di Stalin, una deformazione che viene fatta con intenzioni molto cattive, antimarxiste, per ingannare i popoli e il .proletariato affinché non si sollevino nella rivoluzione, affinché nutrano nei confronti della Cina di Mao Tsetung, forte di 800 milioni di abitanti, una considerazione spinta all'assurdo. Essi debbono quindi accettare, se non de iure almeno de facto, la sua egemonia sul cosiddetto terzo mondo, poiché utilizzando questi dati e integrandosi nel «terzo mondo» la Cina lascia capire chiaramente che vuole avere un grande peso su questa enorme massa d i centinai di milioni di uomini, e pensa che questo «mondo» consideri la sua parola come la parola di dio e che questi popoli la seguano ciecamente sulla via del baratro a cui essa cerca di condurli.
Ho scritto poco fa che quest'articolo cinese è apparso molta tempo dopo lo svolgimento dei lavori del nostro 7° Congresso e la pubblicazione dei nostri articoli che seguirono il Congresso. In questo intervallo gli pseudoteorici cinesi hanno tastato il polso dell'opinione pubblica mondiale, il polso del movimento comunista internazionale nei confronti delle nostre tesi. Noi vediamo come in quest'articolo siano stati fatti sforzi mascherati per mitigare, in un certo modo, la cattiva impressione che le loro false tesi sulla teoria dei «tre mondi» hanno prodotto nel mondo e nel movimento comunista internazionale. Questa è la ragione per cui i revisionisti cinesi nel loro articolo tentano di provare, naturalmente in modo molto scialbo, che l'imperialismo americano è ancora potente, che la sua economia non si è indebolita, che non ha ridotto le sue forze militari, anzi le ha aumentate, che mantiene in tutte le parti del mondo importanti forze militari ecc., ecc., ma, lo strano è che essi non solo non dicono nemmeno una parola contro la NATO, questo trattato d'aggressione contro i popoli, ma non ne fanno neppure menzione, non fanno neppure il minimo ragionamento per ricordare quando e contro chi è stato istituito questò famigerato trattato. Quando la loro strategia non si era ancora impegnata sulla via che segue attualmente, lo stesso Mao Tsetung e i cinesi rie dicevano di tutti i colori contro l'imperialismo americano e contro la NATO. Ora invece mantengono il più assoluto silenzio nei loro riguardi. Questa è una prova della loro alleanza con l'imperialismo americano. Essi hanno compiuto questa «svolta» nel valutare in un modo un po' più realistico il soeialimperialismo sovietico e l'imperialismo americano. perché ne sono stati costretti. Naturalmente, ciò non li pone in una situazione difficile di fronte agli Stati Uniti d'America, .poiché questi hanno ormai fatto l'abitudine a critiche e a slogan di questo genere, che anche Krusciov ha lanciato in abbondanza ed anzi in modo ancora più duro dei cinesi. Gli americani non vengono turbati da queste insulse affermazioni dei cinesi sulla potenza economica o militare dell'imperialismo americano. Né gli Stati Uniti d'America, né gli altri Stati imperialisti si rompono la testa con queste parole dei cinesi, poiché comprendono bene il nocciolo della loro «teoria», hanno chiara la linea che essi seguono e sanno bene che questa linea è stata definita in funzione del loro completo accordo con essi.
Ma i cinesi sono stati costretti a compiere questa «svolta» dalla lotta del Partito del Lavoro d'Albania e dalla loro intenzione di abbellire un pò le loro tesi antimarxiste, dal momento che queste tesi hanno prodotto e continuano a produrre un'impressione eccezionalmente cattiva in tutto il mondo, dato che la gente vede che la Cina difende l'imperialismo americano, che predica l'alleanza con tutti gli imperialisti contro il socialimperalismo sovietico, che predica l'alleanza con la borghesia capitalista oppressiva di tutti i paesi del mondo. I cinesi dovevano quindi prendere alcune .posizioni in tal senso e smussare alcuni angoli.
Quest'articolo cerca inutilmente di raggiungere questi obiettivi. Altrettanto inutili sono gli sforzi dei revisionisti cinesi tesi a fari passare, attraverso quest'articolo, da realisti, nella «spiegare» la teoria dei «tre mondi», che essi hanno lanciato come uno slogan senza nessuna spiegazione teorica, politica e militare. Quantunque essi cerchino di spiegare che in questi paesi del «terzo mondo» vi sono, ovviamente, sia elementi e dirigenti reazionari che dirigenti progressisti, sia agenti dell'imperialismo americano che agenti del socialimperialismo sovietico ecc. ecc., la falsità della loro «obiettività» appare comunque evidente. Essi assumono questo atteggiamento falso per dare ad intendere ai loro lettori che queste cose sono vere, che anche se non le abbiamo dette, è cosi che le intendiamo. Ma i cinesi non dicono nemmeno una parola su quello che devono fare i popoli, su quello che deve fare il proletariato contro le cricche che dominano nei vari paesi del mondo, cricche che sono antipopolari ed anzi agenti dell'imperialismo americano o del socialimperialismo sovietico.
Tutto l'articolo del «Renmin Ribao» sui «tre mondi» è privo di qualsiasi valore teorico, non sa affatto di marxismo-leninismo. E' da capo a fondo antimarxista, revisionista. Non c'è in esso nessuna verità, nessun obiettivo rivoluzionario. In quest'articolo tutto è messo al servizio della causa controrivoluzionaria per difendere le potenze imperialiste, per conservare lo statu quo del capitalismo nel mondo. Questo statu quo si prefigge l'obiettivo di consentire, nel frattempo, alla Cina di armarsi con mezzi più moderni e di ricevere aiuti per consolidare la sua economia di guerra.
I dirigenti cinesi pensano che quest'articolo farà colpo sui popoli e sui comunisti del mondo, ma si sbagliano. E di fatto constatiamo che nell'opinione pubblica mondiale, dopo la pubblicazione di questo po' po' di articolo del «Renmin Ribao», ciò non si è verificato. Abbiamo notato, in tutto, solo due otre notizie e commenti da parte delle principali agenzie di stampa in cui si rileva che la Cina attacca l'Unione Sovietica in un suo articolo redazionale. Mentre dell'articolo di «Zëri i Popullit» del 7 luglio si è parlato in ogni parte del mondo, e non per molte settimane ma per mesi di seguito, e si continua a parlarne ancora e a commentarlo positivamente.
LUNEDI
7 NOVEMBRE 1977
UN GIOCO A TRE
Ieri ho letto il messaggio di saluto della direzione cinese alla direzione sovietica per la ricorrenza del 60° anniversario della Grande Rivoluzione Socialista d'Ottobre, in cui appaiono i primi segni del disgelo nei rapporti fra le direzioni di questi due paesi. Dopo aver ricordato l'importanza della Rivoluzione, nel mesaggio di saluto si afferma che la Cina desidera intrattenere relazioni statali con l'Unione Sovietica in base ai cinque noti princìpi e inoltre in base alle decisioni prese a Pechino negli zncontai fra i due .primi ministri, Kossighin e Chou En-lai. In altre parole, la Cina risponde positivamente alle avanoes di Breznev per un miglioramento dei loro rapporti.
Nell' articolo redazionale del giornale «Renmin Ribao», che parlava tra l'altro del 60° anniversario della. Grande Rivoluzione Socialista d'Ottobre, della sua portata internazionale ecc., ecc. si diceva inoltre sostanzialmente che la direzione sovietica è revisionista, che in Unione Sovietica è stata liquidata la dittatura del proletar rato, che il Partito Comunista lì si è trasformato in un partito revisionista, in un «partito di tutto il popolo», usando anche altre definizioni dello stesso genere, inoffensive, non pericolose. I cinesi dunque hanno abbandonato le loro posizioni d'attacco aggressivo contro l'Unione Sovietica, non la definiscono più uno Stato aggressivo socialimperialista, guerrafondaio ecc. come usavano fare finora in tutta la loro stampa? Staremo a vedere.
Da quel che costatiamo, dopo il viaggio di Tito, la propaganda cinese contro l'Unione Sovietica ha abbassato alquanto il suo tono. Anzi è stato perfino firmato un accordo sulla navigazione fluviale, in .particolare sul fiume dove pochi anni fa si svolse uno scontro armato.
Dunque i consigli di Tito di ammorbidire in una certa misura i rapporti con l'Unione Sovietica non sono caduti in orecchie sorde. Vedremo in seguito che direzione prenderà questo ammorbidimento: diventerà più consistente o segnerà il passo? Questo è un gioco a tre fra gli americani, i sovietici e i cinesi. Dal momento che Teng Hsiao-ping ha dichiarato che alla Cina occorrono da 20 a 25 anni di pace per divenire una grande potenza «socialista», allora conviene necessariamente placare gli animi. La Cina deve far sbollire la sua animosità anche nei confronti dell'Unione Sovietica, perché se il conflitto scoppierà fra loro, e se scoppierà prima di questo termine, allora la Cina non potrà essere edificata nel modo che pensano Teng Hsiao-ping e Hua Kuo-feng. In prospettiva la Cina si calerà le brache sia con l'una che con l'altra parte, cioè sia con gli americani che con i sovietici. In questa situazione noi dobbiamo essere vigilanti, mantenerci su salde posizioni marxiste-leniniste e smascherare le manovre traditrici di :tutte le correnti revisioniste che nel mondo si avventano contro la rivoluzione e contro la lotta di liberazione nazionale dei popoli.
MERCOLEDI
9 NOVEMBRE 1977
UNO DEGLI SLOGAN PIU' REAZIONARI DEI CINESI
Il famigerato slogan del Partito Comunista Cinese, che fa appello agii Stati Uniti d'America e ai paesi capitalisti reazionari del anodo, cioè a metà del «primo mondo» e a tutto il msecondo mondo», secondo la sua definizione, ad unirsi a tutti i popoli degli altri paesi che esso include nel «terzo mondo», è fra i più reazionari In altre parole, il Partito Comunista Cinese fa appello alla guerra imperialista di rapina. In questa questione esso somiglia alla II Internazionale, che negli anni 1914-1916 lanciò la parola d'ordine «della difesa della patria» borghese. In tal modo, con questo slogan reazionario, il partito revisionista cinese inganna i popoli e il proletariato e viene in aiuto al capitale finanziario mondiale. Gli Stati Uniti d'America e gli altri Stati imperialisti, quali la Germania di Bonn, il Giappone ed altri, desiderano e perseguono l'obiettivo di dominare il mondo, sfruttare i popoli, opprimere il proletariato.
Per gli autentici marxisti-leninisti è evidente che il proletariato deve assolutamente opporsi a una tale guerra e fare tutti gli sforzi affinché il governo e il Partito sedicente Comunista Cinese falliscano, subiscano una disfatta su questa linea politica antimarxista da loro seguita. Nello stesso modo anche il proletariato mondiule deve lottare contro i rispettivi governi reazionari che sono al potere nei paesi capitalisti e revisionisti e mandare a monte i piani di una simile guerra di rapina, transformando quest? preparativi di guerra imperialista in guerra civile per abbattere il dominio della borghesia nel paese e per prendere nelle proprie mani il potere.
SABATO
12 NOVEMBBRE 1977
INFORMIAMO IL NOSTRO PARTITO DELLA DEVIAZIONE
CINESE
Ieri ed oggi ho dato un'ultima ripassata al rapporto che presenterò al 3° Plenum del Comitato Centrale sulla deviazione del Partito Comunista Cinese dal marxismo-leninismo. In seguito alla decisione dell'Ufficio Politico, martedi, il 15 novembre, si riuniranno con l'apparato del Comdtato Centrale butti i menbri del Plenum ed inoltre i primi segretari dei Comitati di Partito dei distretti per studiare questo rapporto. Essi prenderanno inoltre visione anche del secondo rapporto che verrà presentato dal compagno Ramiz riguardante il rafforzamento del lavoro del Partito per l'educazione dei comunisti e dei quadri. I compagni avranno un giorno a disposizione, mercoledi 16 novembre, per prepararsi, e giovedi proseguiremo direttamente con il dibattito.
Ritengo che sia molto urgente e indispensabile mettere al corrente il Partito dell'attività ostile antimarxista svolta dal Partito Comunista Cinese. Naturalmente, ho fatto del mio meglio affinchè il rapporto che presenterò al Plenum sia quanto più comprensibile, chiaro e argomentato. Molte questioni teoriche e pratiche riguardanti il Partito Comunista Cinese e la sua direzione, dall'epoca anteriore a Mao Tsetung fino ad oggi, devono essere approfondite, poiché nell'attività di questo partito e della sua direzione ci sono molte manifestazioni revisioniste. I cinesi usano modi di dire, formulazioni a volte mascherate, a volte coperte con una coltre di nebbia «filosofica» che noi dobbiamo interpretare giustamente, nell'ottica del marxismo-leninismo e della situazione cinese. Molti comunisti non conoscono la storia generale dello sviluppo sociale, economico, politico e militare della Cina non solo dell'epoca anteriore alla liberazione, ma anche di quella dopo la fondazione della Repubblica Popolare di Cina, non conoscono molti aspetti dell'attività del Partito Comunista Cinese. Anche noi, il nostro Partito e la sua direzione, fino ad oggi ci siamo espressi pubblicamente con simpatia sulla nuova Cina, sul suo Partito Comunista e su Mao Tsetung. Come abbiamo detto anche nel rapporto e in altre riunioni del Comitato Centrale e nelle discussioni svolte nell'Ufficio Politico, noi ritenevamo, in base a quanto sapevamo e sappiamo della situazione in Cina, che gli interessi della rivoluzione esigessero questo appoggio da parte nostra alla. Cina e .a Mao Tsetung. Indipendentemente dalle critiche che avevamo per loro su molti problemi ideologici, in generale noi ritenevamo che il Partito Comunista Cinese lottasse, cosi come aveva lottato, contro il revisionismo kruscioviano e che ciò costituisse un vantaggio per la causa della rivoluzione.
Perciò abbiamo il dovere di fare chiarezza al nostro Partito su questa questione affinché si stabilisca l'unità di pensiero anche in questo senso; noi dobbiamo temprare questa unità di pensiero non per mezzo di slogan propagandistici, ma, così come abbiamo fatto sempre fino ad ora, con fatti autentici e analizzati attraverso il prisma del marxismo-leninismo. Solo in questo modo tempreremo i comunisti e il nostro popolo in queste nuove battaglie e disarmeremo anche qualche elemento tentennante che non mancherà di venir fuori in questo frangente oppure in qualche altro momento da lui ritenuto opportuno.
Il Partito deve elevare ancor più il suo livello ideologico e politico, deve capire a fondo i problemi, le giravolte dei vari gruppi revisionisti sull'arena internazionale; e così come ha capito il titismo e il revisionismo kruscioviano, deve capire anche il maoismo e armarsi per le battaglie ancor più aspre che dovremo condurre in seguito.
Il nostro Partito ha una grande forza, una colossale esperienza. Questa esperienza non si è accumulata solo attraverso lo studio del marxismo-leninismo, ma anche con gli sfori e con la lotta per mettere in pratica fedelmente questa dotrina. I comunisti albanesi hanno condotto una serie di lotte, tutta la loro vita non è stata che una lotta: lotta armata controil fascismo italiano, lotta armata contro il nazismo tedesco, lotta ideologica e politica contro l'imperialismo americano e tutta a coalizione filoamericana che ci combattevano ideologicamene e politicamente con i loro agenti sovversivi. Abbiamo condtto una lotta ideologica e politica contro il titismo jugoslavo e contro i suoi complici, i cospiratori quali Koçi Xoxe e sci. Abbiamo lottato contro i revisionisti kruscioviani ed i lorn agenti nel nostro paese, Liri Belishova, Koço Tashko, Maqo Como, Panajot Plaku e molti altri. Quanto a Beqir Balluku, Abdyl Këllezi, Koço Theodhosi ecc., che erano agenti dei revisionisti ovietici e titini, ma che si tennero nascosti, essi hanno agito ancie come agenti dei cinesi.
Ora il nostro Partito ha iniziato una lotta implacarile anche contro i revisionisti cinesi, per non parlare qui dela lotta strenua, colossale che esso ha condotto e conduce in qusta difficile situazione per l'edificazione del socialismo in tutti: settori, per l'educazione dell'uomo nuovo, con nuove caratteristihe, dotato di un'alta morale proletaria, per lo sviluppo del suo livello ideologico e politico, per le lotte contro le difficoltà, contro la religione, per l'emancipazione della. donna, per l'elettrifcazione del paese ecc., ecc. Tutto ciò costituisce una immensa eperienza che infonde al nostro Partito una forza d'acciaio e gli permette di superare qualsiasi difficoltà, di qualsiasi nattxa e da qualsiasi parte provenga. Ecco perché noi dobbiamo adoperarci per temprare sempre più questa situazione.
LUNEDI
21 NOVEMBRE 1977
MAO SUL CENTRALISMO DEMOCRATICO
Mao non era pienamente d'accordo con il principio del centralismo democratico, cosi come lo spiegava e lo applicava Lenin. Mao attribuiva a questo principio «un significato molto più ampio» e con ciò ;mirava, a suo dire, a caratterizzare la società cinese in generale e a dare al centralismo democratico una forma e un contenuto diversi. In contrasto con la teoria di Lenin, per quanto riguarda i rapporti fra il centro e le masse, Mao Tsetung dava spazio all'azione spontanea delle masse in genere e della classe operaia in particolare. Lenin, com'è noto, non tollerava le tendenze allo spontaneismo, che sono in opposizione ai principi marxisti. Secondo Lenin, le azioni di massa e di classe devono essere orientate e guidate dal partito marxista.
Mao aveva il punto di vista che le masse stesse devono costruire la loro vita, senza il ruolo guida della classe operaia e del suo partito e senza prendere in considerazione il principio del centralismo democratico. Ma ancor prima della Rivoluzione Culturale, e particolarmente dopo questa rivoluzione, noi abbiamo costatato che tutta questa teoria maoista ha provocato un tale caos che lo stesso Mao rimase stupito e si mise a rifletterci su, pensando come frenarlo.
Lenin concepiva il centralismo democratico come principio fondamentale dell'organizzazione del partito e dello Stato. Con questo principio egli intendeva piena libertà di discussione di tutti i problemi, ma, dopo che gli organi superiori avevano adottato le decisioni, queste dovevano essere senz'altro rispettate dagli organi inferiori. Gli organi inferiori dovevavo essere consultati, ma, a decisione presa, questi erano tenuti ad applicare obbligatoriamente tutte le disposizioni. Mao Tsetung aveva una concezione della democrazia diversa da quella di Lenin, per questo motivo egli era giunto alla conclusione che non ci può essere un centralismo democratico corretto. Secondo Mao, dato che le idee e le opinioni degli uomini differiscono nella comprensione delle cose, il centralismo è inattuabile!
Allora, secondo Mao, che cos'è il centralismo democratico? Secondo lui, è prima di tutto il centralismo delle idee «giuste»! Ciò significa che egli non considera questo principio come un'espressione concreta della struttura, della dipendenza, della subordinazione, della collegialità e della direzione unica degli organi del partito e dello Stato di dittatura del proletariato, ma ha di questo principio una concezione da idealista.
MARTEDI
22 NOVEMBRE 1977
SPAZZATURE FABBRICATE DAI REVISIONISTI
L'agenzia Hsinhua ha trasmesso ieri sera lunghi brani tratti da un ampio articolo ostile revisionista che Kazimierz Mijal, preteso segretario generale del Partito Comunista di Polonia, ha inviato a Pechino attraverso l'ambasciata cinese di Tirana. Senza aver conosciuto prima il suo vero volto, per anni di seguito abbiamo sostenuto questo revisionista nell'attività che svolgeva alla direzione del suo partito comunista, creandogli tutte le agevolazioni sul piano politico, ideologico, morale ed economico. Ma risultato che costui non era che un rinnegato del marxismoleninismo, un nemico mascherato del Partito del Lavoro d'Albania; non è pertanto necessario che mi dilunghi qui sulla sua attività ostile, che è stata scoperta ormai da due anni.
Kazimierz Mijal ha provocato il nostro Partito sia prima che dopo il nostro 7 ° Congresso, ma questa volta egli ha apertamente attaccato le tesi di questo Congresso. Appare evidente che egli ha intrattenuto relazioni segrete con i cinesi, dal momento che sostiene proprio quelle tesi che anche questi avevano sollevato contro il nostro Partito. Mijal ha sviluppato queste tesi anche attraverso alcune lettere che ha indirizzato al Comitato Centrale del nostro Partito. L'articolo in questione non è altro che una esposizione in forma giornalistica di tutte quelle tesi antimarxiste e traditrici da rinnegato, da agente dell'imperialismo e del revisionismo cinese, già trattate nella sua lettera ostile e antimarxista indirizzata al Comitato Centrale del Partito del Lavoro d'Albania.
Nella lettera che ci ha inviato egli afferma di essendisposto ad allearsi anche col diavolo purché questi sia control revisionismo sovietico. Egli sostiene tra l'altro la tesi secodo cui un paese, un popolo o un partito non possono avere dueiemici, ma solo uno, e il nemico principale è soltanto l'Unione Svietica e non anche gli Stati Uniti d'America. Per questo lui i a suo dire, il suo partito sono disposti a collaborare con tuttala reazione, sia con la reazione del proprio paese, sia con queli mondiale contro l'imperialismo sovietico. Questa è la tesi de cinesi, la tesi del «terzo mondo», la tesi dell' «appoggiarsi su u imperialismo per combattere l'altro».
Ma il tempo dimostrerà che i revisionisti cinesi riavvicineranno anche ai revisionisti sovietici e stringeranno micizia con loro. La giusta linea del nostro Partito si affermerà opi giorno di più é noi siamo coscienti che, in campo internazionle e in seno al movimento comunista, simili spazzature sono ap]arse ed appariranno, perché i nemici revisionisti si adoperano pr scindere il nostro movimento e per coprire di fango la glorisa teoria marxista-leninista. Ma la teoria marxista-leninista tonferà, la nostra causa è giusta e sarà abbracciata dal proletariao mondiale, naturalmente attraverso un'opera di spiegazione, sforzi e lotta, e noi riusciremo a smascherare anche questa nova corrente del revisionismo rappresentata dai revisionisti ciesi.
MERCOLEDI’
23 NOVEMBRE 1977
PROSEGUIAMO CON TENACIA LA COSTRUZIONE
DELLE OPERE
Non dobbiamo trascurare i lavori della seconda fase delle opere in cantiere, al contrario dobbiamo proseguire rigorosamente la costruzione delle opere intraprese con l'aiuto della Cina, in modo da realizzarle in tempo. Dobbiamo quindi sapere quello che ci spetta e quello che non ci spetta, quello che ci è stato consegnato e quello che non ci è stato consegnato e avanzare continue richieste, poiché sappiamo bene che la Cina ci sta frapponendo e ci frapporrà sempre maggiori ostacoli. Dobbiamo inoltre essere tenuti al corrente dell'andamento dei lavori allo stabilimento N° 12, che deve essere ultimato alla fine dell'anno, e che al massimo a gennaio dovrà cominciare la produzione, in modo di avere il nostro ferro necessario al nostro complesso siderurgico. Il Ministro dell'Industria deve essere quindi sollecitato perché organizzi a dovere la produzione e controlli costantemente i lavori per la costruzione di questa importante opera.
E' indispensabile per noi seguire da vicino questi importanti problemi economici, essere intransigenti riguardo le scadenze, essere rigorosi sulla qualità e non tollerare spese eccessive. I Ministeri e le loro direzioni devono essere agili nella soluzione di tutti questi problemi, sia quelli concernenti la costruzione di queste opere, che quelli che riguardano l'accumulazione di materie prime del paese o provenienti dall'estero, devono manovrare con particolare agilità per coordinare razionalmente i lavori, per adottare le necessarie misure preventive, per essere preparati di fronte alle necessità e non limitarsi a costatare le cose quando non c'è più niente da fare e si sono già create mancanze.
Una corretta comprensione di questa situazione difficile, ci indica che bisogna fare ricorso a tutte le energie, lavorare con un alto livello di coscienza, con una sana organizzazione e una rigorosa direzione d'insieme che coordini la sua azione con tutti i settori della nostra economia socialista.
DOMENICA
27 NOVEMBRE 1977
NON POSSIAMO MODERARE LE PAROLE CONTRO IL
REVISIONISMO CINESE
Teng yin-ciao, vedova di Chou En-lai, si è recata in Iran per fare una visita allo scià e alla principessa Ashraf, a questi grandi «amici» della Cina di Mao Tsetung. La principessa Ashraf é stata ricevuta in Cina con grande pompa due o tre volte da Mao Tsetung e da Chou En-lai.
Il viaggio di Teng Yin-ciao è stato preceduto da un lungo articolo dell'agenzia Hsinhua e del «Renmin Ribao», che parlava della grandezza dello sciainscià, del «fiorente» Iran, di questo paese «libero» e «indipendente», che lotterebbe accanitamente contro le due superpotenze. Che grande vergogna per la Cina elogiare un bandito e figlio di bandito, che gli americani hanno fatto rientrare in Iran in aereo dall'esilio, dopo aver represso con i dollari e con i suoi agenti la rivolta di Mossadegh e soffocato nel sangue il movimento Tudeh! Questo tiranno oggi opprime senza pietà il popolo iraniano e gli succhia il sangue. In questo paese grandi masse non hanno lavoro, non hanno niente né da mangiare né da vestirsi, non hanno una capanna in cui ripararsi (senza parlare poi delle zone distrutte dai terremoti, mentre lo scià in persona e la sua cerchia intascano ogni anno miliardi di dollari! Questi sono i «grandi» e «sinceri» amici della Cina.
La Cina è divenuta un grande Stato servile nei confronti dell'imperialismo americano, essa difende il capitalismo e tutta la borghesia reazionaria sotto qualsiasi maschera si presenti;
sostiene lo scià dell'Iran, la politica di Washington, di Parigi, Bonn e Londra, in poche parole, la politica degli imperialisti di qualsiasi natura, di ogni calibro e potenza. Essa copre tutti questi atteggiamenti con una foglia di fico, con la pretesa lotta contro il sflclalitnperialismo sovietico. La lotta della Cina contro il socialimperialismo sovietico ha come solo obiettivo l'espansione territoriale. La Cina mira ad occupare i territori al nord dei suoi confini come quelli della Siberia, della Mongolia ecc. Essa mira inoltre, se non ad impossessarsene, almeno ad estendere la sua influenza su tutta l'India e sugli altri paesi del Sud-est asiatico, come l'Indonesia e le Filippine, su quelli dell'Estremo Oriente, sull'Australia ecc.
Mao Tsetung aspirava a far tornare la Cina agli splendori dei secoli passati. In altre parole voleva fare della Cina, anche nell'epoca moderna, l'«Impero di Mezzo», come veniva chiamata ai tempi di Confucio e degli imperatori. Mao. Tsetung, Liu Shaochi e Chou En-lai non si sono battuti per il trionfo del socialismo e del comunismo. Essi si sono adoperati per impedire le rivoluzioní proletarie in Asia ed attualmente nel mondo. La direzione maoista cinese ha permesso alle truppe di Chiang Kai-shek di passare in Birmania dove queste hanno combattuto contro il movimentò di liberazione nazionale diretto dal Partito Comunista di Birmania e continuano tuttora a combattere contro questo movimento. Benché si dica che una parte di queste truppe sia passata a Taiwan, i dirigenti maoisti cinesi, in amicizia con U Ne -Vin, sono divenuti i principali sostenitori di quest'ultimo per aiutarlo a liquidare il Partito Comunista dì Birmania.
Allo stesso modo hanno agito i dirigenti revisionisti cinesi dividendo e liquidando il Partito Comunista di Malaysia, contro il quale aveva diretto i. suoi colpi l'imperialismo inglese, massacrando decine di migliaia di comunisti.
Lo stesso avviene oggi anche con i comunisti delle Filippine. Mao Tsetung intratteneva stretti legami di amicizia con Marcos, con questo aguzzino capitalista, che cerca di liquidare il movimento di liberazione in questo paese.
La Cina aspira a diventare egemone. Essa sogna di superare non solo l'Unione Sovietica, ma anche gli Stati Uniti d'America. Ma i sudi «garretti», come si dice a Gjirokastra, vale a dire il suo potenziale attuale, in particolare quello economico e militare, non le consente di attuare la politica egemonistica da essa sognata. La Cina persegue una politica di asservimento ed i popoli,il proletariato lo stanno bomprendendo; lo stanno comprendendo la borghesia e lo stanno comprendendo le persone progressiste. Per riuscire ad asservire i popoli, l'egemonismo cinese sostiene l'asservimento dei popoli da parte degli imperialisti; che la Cina attualmente definisce «amici», «simpatizzanti» e perfino, «liberatori dei popoli». In realtà però questa politica ha fatto e farà fiasco, perché non ci possono essere uomini con giudizio, cui stiano a cuore, sia pure fino ad un certo livello anche minimale, gli interessi del proprio popolo, che non comprendano il senso di questa politica reazionaria che sta conducendo attualmente la Cina.
Ed è per questo che noi, a proposito di tutto questo, usiamo espressioni dure riguardo la linea e la politica del Partito Comunista e del governo cinese, poiché queste sono le, espressioni che merita l'attività delta direzione cinese. Noi albanesi, noi comunisti albanesi, siamo in grado di costatare la loro deviazione totale dalla via marxista-leninista e dalla via dell'edificazione del socialismo. Perciò, di fronte a questi fatti,a questi atteggiamenti e a questa ideologia, non possiarno moderare le parole contro i revisionisti cinesi.
VENERDI
2 DICEMBRE 1977
I CINESI ESTENDONO LE DIVERGENZE IDEOLOGICHE
ALLE RELAZIONI STATALI
Il nostro ambasciatore a Pechino ci ha informato che i cimesi hanno detto ai compagni della nostra delegazione commerciale che non invieranno in Albania i loro specialisti per il problema delle fosforiti, per lo stabilimento di cloruro di polivinile e non so per quale altro problema, perché «non esistono le conedizioni adatte, e quindi, finché non saranno create buone condizioni ed una situazione di comprensione, non invieremo i nostri specialisti per queste opere». In altre parole i revisionisti cinesi hanno cominciato a sabotare apertamente i contratti e gli accordi esistenti fra noi. Essi hanno cominciato così ad estendere le divergenze ideologiche che hanno con noi, anche al campo delle relazioni statali, ponendosi quindi un pò alla volta sulle vecchie posizioni dei sovietici, cosa che noi naturalmente :avevamo previsto. Oggi, mi sembra, arriva l'aereo dalla Cina, ed avremo così una relazione scritta della nostra ambasciata, ,relazione che noi studieremo prima di agire.
Penso che innanzi tutto dobbiamo far rilevare ai cinesi che un simile atto costituisce una violazione degli obblighi contrattuali, che è quindi errato e che essi devono rettificare subito il loro atteggiamento. Vedremo poi anche le loro ulteriori iniziative. che seguiremo attentamente e con vigilanza.
VENERDI
2 DICEMBRE 1977
NEL MONDO VENGONO UCCISI DEI COMUNISTI.
I REVISIONISTI CINESI SE NE INFISCHIANO
Le agenzie di stampa riferiscono che il presidente del Partito Comunista delle Filippine, insieme ad un gruppo di altri compagni del Comitato Centrale del Partito, è stato arrestato per ordine del dittatore Marcos.
Il Partito Comunista delle Filippine è un partito combattivo, ma viene completamente sabotato dai revisionisti cinesi. Perché il boia Marcos non dovrebbe fare quello che fa, dal momento che lo stesso Mao Tsetung manteneva strette relazioni con i carnefici del Partito Comunista delle Filippine? Il dittatore Marcos e sua moglie, bella e con una generosa scollatura, sono stati ricevuti due o tre volte da Mao. Mao li ha elogiati e si è congratulato con loro, mentre essi hanno espresso il loro desiderio di stabilire una stretta e sincera amicizia con Mao Tsetung e la Cina. E Mao ha teso loro la mano.
D'altra parte il dittatore delle Filippine sta facendo strage dei marxisti-leninisti filippini che si battono per la libertà, l'indipendenza e la sovranità delle isole, contro il giogo straniero e quello del capitale interno. Ma ai revisionisti cinesi poco importa.
Lo stesso avevano fatto anche con il Partito Comunista di Indonesia, guidato da Aidit, quando Suharto massacrò 500 mila persone. Lo stesso avevano fatto i revisionisti cinesi anche con l'eroico Partito di Malaysia, con il Partito di Birmania, i cui membri sono stati sconfitti da U Ne Vin, l'amico di Mao e dei revisionisti cinesi. I cinesi se ne sono infischiati anche degli altri partiti dell'Estremo Oriente, con i quali si sono comportasi allo stesso modo.
Questo è un crimine che la direzione maoista .perpetra contro i marxisti-leninisti d'Asia. Ora sta sviluppando questa sua attività in tutto il mondo, in Europa, in America Latina, in Africa, in Australia e altrove.
Sotto la maschera del marxismo-leninismo, la Cina mira a condurre. questi, paesi e questi partiti stilla vía capitalista e imporre loro la sua egemonia, per controbilanciare le due superpotenze e per diventare essa stessa una superpotenza.
GIOVEDI
8 DICEMBRE 1977
FOSCO PANORAMA CINESE
Il panorama cinese è fosco sia all'interno che fuori della Cina.
E' trascorso .più di un anno da quando la cricca di Hua Kuofeng e Teng Hsiao-ping è salita al potere ed essa sta mostrando molto zelo nel consolidare il potere capitalista borghese e l'ideologia revisionista in tutta la Cina. I numerosi fatti ripresi dalla stampa e dalle varie agenzie di notizie, le comunicazioni che ci provengono dalla nostra ambasciata a Pechino e ricavate dai numerosi contatti di quest'ultima con i diplomatici di vari paesi del mondo accreditati a Pechino, dimostrano che la situazione in questo paese è caotica, per nulla stabilizzata.
Dopo l'avvento al potere di Hua Kuo-feng risulta che, oltre alle peripezie causate dalle titubanze del suo gruppo per la riabilitazione di Teng Hsiao-ping dopo il colpo inferto al cosiddetto gruppo dei quattro, continuano i disordini, anzi si parla anche di scontri armati.
Di fatto, la stampa ufficiale cinese scrive che vengono fucilati gruppi di 10, di 17, di 20 ed anche di 25 persone in tutte le province. Queste cifre tendano ad aumentare. Sulla stampa cinese vediamo fare appello più di una volta alla «disciplina statale» non solo nel lavoro ma anche in tutti gli aspetti della vita del paese. Questo viene ribadito in molti dei principali articoli,
specie del «Renmin Ribao». Ciò dimostra che in Cina le cose non vanno lisce come l'olio e in tutta tranquillità, come pensavano gli uomini del gruppo putschista di Hua Kuo-feng. A quanto pare il movimento contro Hua Kuo-feng è abbastanza accentuato. Oltre agli arresti, alle carcerazioni e alle fucilazíoni, i putschisti hanno avviato in questo periodo anche una campagna per la liquidazione della Rivoluzione Culturale. Questo vuol dire screditare Mao Tsetung, naturalmente non in modo diretto, ma comunque screditarlo, tenendo conto che è stata fatta tutta quella propaganda dicendo che è stato Mao Tsetung ad ispirare e a guidare personalmente la Rivoluzione Culturale (e questo è vero). Ora la cricca di Hua Kuo-feng afferma che la Rivoluzione Culturale è terminata, mentre in realtà, secondi Mao, la Rivoluzione Culturale doveva continuare per «liquidare la borghesia» in Cina. Secondo il gruppo di Hua Kuo-feng, questa «borghesia nel partito» è nuovamente aumentata, ma purtroppo per questo gruppo, questa «borghesia nel partito» ammonta a 12 o 16 milioni di persone (non so con esattezza il numero dei nuovi elementi entrati nel partito durante la Rivoluzione Culturale) e questi, secondo quanto affermalo stesso gruppo di Hua, erano elementi sani provenienti dalla classe operaia e dalla gioventù rivoluzionaria!
Questa Rivoluzione Culturale doveva dunque continuare, ma i putschisti l'hanno interrotta. Perché? Perché non la approvavano, perché la Rivoluzione Culturale che Mao aveva promosso, così come l'aveva promossa e con gli obiettivi da essa perseguiti, era in realtà diretta contro il gruppo di Liu Shaochi, di Teng Hsiao-ping, di Pen Chen e di tutti coloro che nelle loro autocritiche hanno ammesso di essere stati monarchici, confuciani, controrivoluzionari. Con la dichiarazione pubblica fatta al Comitato Centrale, Hua Kuo-feng intendeva dire che la Rivoluzione Culturale è stata un errore e che ora essa non esiste più. Dopo Teng Hsiao-ping sono stati riabilitati tutti coloro che erano stati condannati dalla Rivoluzione Culturale, da Pen Chen a Peng Teh huai, e di certo sarà riabilitato anche Líu Shao-chi.
Tutti i reazionari colpiti dalla Rivoluzione Culturale sono stati reintegrati nelle loro precedenti cariche ed hanno ora posti chiave nel potere. Tutti questi elementi sono non solo reazionari, revisionisti, trotzkisti, capitalisti, ma sono anche anziani. Così la direzione della Cina, sia quella del partito che dello Stato, è» ricaduta nelle mani della reazione, la vecchia sclerotica reazione, malevole e vendicativa, che colpisce ora la nuova generazione ela getta in mezzo alla strada. Questa banda al potere ha avviato. l'epurazione, cominciando dall'università di Pechino, che fu uno. dei principali centri della Rivoluzione Culturale. Sono stafi espulsi tutti gli elementi provenienti dalla classe operaia, che vierano entrati 10-12 anni fa ed erano divenuti quadri dirigenti ed educatori della nuova generazione. Tutti questi elementi sono stati espulsi dall'università, naturalmente, in modo cerimonioso. e «con fiori», mentre alla base, nelle province, prosegue il processo di sostituzione di tutti coloro che non sono d'accordo, con la direzione attuale con elementi fedeli ai putschisti, soprattutto con militari, visto che l'attuale direzione si appoggia sull'esercito. Per questa direzione, il partito resta sempre lo stesso partito inesistente, un'organizzazione amorfa, con norme confuse, che deve appoggiare questa direzione che gli è stata imposta con le armi, le deve dire «sì», e «ai vostri ordini».
Questa situazione ha però indebolito e logorato economicamente la Cina, ha fiaccato la sua organizzazione statale ed ha, arrecato un grave danno all'economia popolare. Questo si può notare ovunque in Cina, dove il malcontento è accentuato e l'approvvigionamento limitato.
Anche le relazioni economiche della Cina con i paesi stranieri si sono notevolmente indebolite, non solo con noi, come si sa, ma anche con gli altri paesi. Questo è il risultato di questo. grande tradimento che è in corso in Cina e che trae origine non, solo dall'avvento al potere del gruppo putschista di Hua Kuo-feng e Teng Hsiao-ping, ma, da molto più lontano, dalla linea revisionista antimarxista, capitalista del gruppo di Mao Tsetung.
Secondo quanto ci viene detto, in Cina regna il sospetto, lepersone non osano parlare nemmeno fra loro, perché vengono, denunciate alla polizia, all'esercito che prendono subito provvedimenti. II :paese è così vasto che non si sa dove viene condotta questa gente. Vengono fucilati, impiccati o vengono inviati in campi di concentramento? I.loro parenti non ne sanno nulla. 9ueste ,informazioni vengono confidate ai nostri compagni da amici cinesi. Questi uomini, che appoggiano la nostra linea marxista-leninista, ci confidano cose di cui non parlano nemmeno fra di loro. Questa è dunque la situazione, una situazione .di terrore, una situazione molto grave per il popolo cinese, che non meritava questa triste sorte riservatagli da Mao Tsetung e, dai suoi successori.
II popolo cinese si è battuto per la liberazione del suo paese, per la sua indipendenza e per il socialismo, ma è stato ingannato dalla direzione con a capo Mao Tsetung e non è stato condotto sulla vera via del socialismo, su quella del consolidamento del partito secondo le norme e l'ideologia marxista-leninista. Il nuovo Stato cinese non è stato indirizzato sulla via del socialismo, ma ha :proseguito sulla vira dello sviluppo capitalista, della borghesia reazionaria e della classe dei kulak. Tutta questa gente, con a capo Mao Tsetung, con Liu Shao-chi ed altri, non erano che fautori della N.E.P., che hanno adottato e applicato in modo continuo per un periodo di tempo molto lungo, per giungere, a loro dire, al socialismo. Però il loro vero scopo era di integrare il socialismo nel capitalismo. In realtà, essi non erano che bukhariniani.
Constatiamo che la Cina di Hua Kuo-feng e di Teng Hsiao-ping anche sul piano internazionale si è screditata nel vero significato della parola. La sua voce a stento si fa sentire nel mondo. Essa non si pronuncia su nessuno dei problemi capitali che preoccupano l'umanità, che preoccupano i popoli e gli Stati. Unico suo slogan è l'unione di tutti i paesi del mondo, del «secondo mondo», del «terzo mondo», come essa li chiama, con l'imperialismo americano contro il socialimperialismo sovietico. Ecco ,quale è l'unico asse della politica estera cinese e attorno a quest'a.sse gravita e si limita tutta l'attività dei cinesi. Se si può qualificare come attività qualche notizia del «Renmin Ribao» o della Hsinhua, quest'«attività» si limita alla pubblicazione di qualche articolo di propaganda o alla raccolta di notizie delle agenzie di stampa più reazionarie che incitano alla guerra mondiale, facendo rilevare ai popoli che il socialimperialismo sovietico costituisce per loro il pericolo principale e che contro di esso quindi bisogna armarsi e combattere.
Questo è dunque l'obiettivo predominante della politica estera cinese: essa si appella al proletariato mondiale, ai popoli oppressi, ai popoli coloniali e semicoloniali ecc. perché si uniscano all'imperialismo americano, si uniscano alla borghesia reazionaria dei loro paesi tanto ,per combattere il socialimperialismo sovietico. La Cina non pone e non è in grado di porre altri problemi. Perché mai? Per il fatto che ha incluso se stessa nel «terzo mondo». Ma i paesi di questo «terzo mondo» sono, in generale, legati sia all'imperialismo americano che al socialimperialismo sovietico. La stessa Cina, membro del cosiddetto terzo mondo, è legata all'imperialismo americano e ai suoi satelliti, vale a dire alle cricche dei paesi del «terzo mondo».
In queste condizioni, la Cina non può dare un giudizio, sollevare una questione, sostenere una tesi nell'interesse di uno Stato del «terzo mondo» o di gruppi di Stati del «terzo mondo» che possono essersi ribellati all'imperialismo americano, al contrario essa sostiene quelle direzioni capitaliste che, in modo congiunturale, si dichiarano contro l'imperialismo sovietico. In questo modo non solo tutti gli atteggiamenti della Cina, in campo internazionale, mancano di consistenza, di mordente, di ardore, in quanto non sono rivoluzionari, ma per di più la Cina sostiene in modo evidente l'imperialismo americano nella sua opera di asservimento dei popoli. Così i popoli, che essa chiama del «terzo mondo» e dei quali pensa di diventare il pastore, non danno ascolto a questo pastore imbroglione che tiene bordone all'imperialismo che li opprime. I popoli del cosiddetto terzo mondo traggono la conclusione che la politica cinese è cattiva, è una politica antipopolare e falsa, com'è falso anche il suo atteggiamento contro l'imperialismo sovietico.
Sia i popoli che i dirigenti reazionari, che li tengono sotto il loro giogo, si rendono conto delle intenzioni che ha la Cina quando attacca l'Unione Sovietica, capiscono che la Cina conduce questa politica ed ha un'idea fissa antisovietica, per il fatto che cerca di occupare posizioni strategiche e mercati nl cosiddetto terzo mondo.
Alle riunioni dell'Organizzazione delle Nazioni Unite o quando accadono importanti avvenimenti nel mondo, come ad esempio le iniziative di Sadat e quelle degli americani n Medio Oriente, oppure durante riunioni come quella di Tripoli ecc., la voce della Cina non solo non si fa sentire, ma alzi essa sostiene, a fior di labbra naturalmente, coloro che fanno il gioco degli americani. La Cina non osa esprimere apertamene la sua opinione sulle concessioni fatte a Israele e sui comprornssi raggiunti con questo Stato ai danni dei popoli arabi, peché gli ambasciatori dei paesi arabi in Cina e altrove la mettrcebbero con le spalle al muro ed essa non saprebbe cosa dire loro. E' un fatto che la Cina lavora per dividere questi popoli. Essa ion considera e non può considerare obiettivamente questo ppblema, per il fatto che di fronte ai popoli arabi si trovano l'impeialismo americano da una parte e l'imperialismo sovietico dall'Atra. La Cina non può seguire una giusta via come facciamo noi perché ha adottato posizioni antisovietiche non su basi di pincipio come noi, e questo la costringe a non esprimere il su parere su questa questione. Indipendentemente da quel che iicono i sovietici, la Cina deve avere la sua opinione sulle viceide del Medio Oriente, come le abbiamo anche noi. Ma essa non i esprime e rimane fedele alla sua politica di tradimento, che le spinge a sostenere senz'altro la politica dell'imperialismo ameicano.
Nella sua .politica generale la Cina, dunque, nel mordo ha fatto un gran fiasco, poiché questa politica si basa su posizioni sbagliate o, nel maggior numero dei casi, consiste nell'oservare il silenzio.
Le relazioni commerciali ed economiche della Cin. con i paesi capitalisti si svolgono nella massima segretezza. E' in fatto che in Cina si recano centinaia di delegazioni dell'impexalismo americano e del capitalismo mondiale. Allo stesso tempolecine, centinaia di delegazioni cinesi, di economisti, ingegneri, eenici, militari, si recano in tutti i paesi capitalisti del mondo, tutte queste delegazioni, ovviamente. stipulano contratti per attrezzature e macchinari, per tecnologie, per la costruzione di grandi fabbriche e stabilimenti e per il rifornimento di armamenti. Tutti questi accordi vengono fatti sott'acqua, nell'ombra; attraverso versamenti in clearing o sotto forma di ingenti crediti che vengono concessi alla Cina. La Cina è entrata nell'ingranaggio dei crediti ricevuti dalle multinazionali, da vari Stati capitalisti e dall'imperialismo americano. Questa è tutta la sua politica. Le sue esportazioni sono calate perché l'economia cinese non ottiene i rendimenti richiesti.
Per quanto riguarda i cosiddetti buoni rapporti della Cina con una serie di paesi con i quali, secondo lei, era in amicizia, la situazione attuale dimostra che queste relazioni sono a terra.
La Cina non è d'accordo con la Corea, perché questa vuole fare il doppio gioco, stare sia con l'Unione Sovietica che con la Cina. Essa desidera ricevere crediti consistenti dall'Unione Sovietica, ma anche dalla Cina che non è in grado di accordargliene. La Repubblica Popolare Democratica di Corea vuole che la Cina la sostenga presso gli Stati Uniti d'America per la riuníficazione del paese, ma questo la Cina non lo fa, perché non vuole entrare in contrasto con i suoi grandi amici, gli Stati Uniti d'America. Ecco perché la Corea non è in buoni rapporti con la Cina.
Altrettanto dicasi del Vietnam. Ultimamente si è recato in Cina Le Duan e, secondo le agenzie di notizie, le due parti non sono riuscite a consolidare l'amicizia fra loro, perché la Cina ha rivendicazioni su territori vietnamiti. Essa non vuole e non è in grado di accordare crediti al Vietnam bruciato e devastate, ma non vuole nemmeno che il Vietnam riceva crediti dal socialimperialismo sovietico. La Cina desidera, e ciò la renderebb? contenta, che il Vietnam diventi vassallo degli Stati Uniti d'America.
Con la Cambogia la Cina mostra di essere in buoni rapporti. Naturalmente la Cambogia è un paese molto povero, appena uscito dalla guerra, non ha ancora una politica ben cristallizzata. In queste condizioni, a causa anche della situazione molto tesa esistente fra la Cambogia e la Tailandia e fra la ;ambogia e il Vietnam per dispute territoriali, sembra che esa sia in buone relazioni con la Cina.
Prendiamo ora i rapporti della Cina con il Pakista:. Attualmente il Pakistan mantiene un atteggiamento freddo rri riguardi della Cina, ma questa cha cominciato ora ad accndere la fiaccola dell'amicizia con lo sciainscià e con la princiessa dell'Iran. Dunque la Cina -socialista» realizza nuove allanze con personalità e dinastie fra le più abiette, le più infani, le più intriganti. La Cina spera di ottenere crediti dallo scià dell’Iran, che si trova sotto la forte influenza dell'imperialismo mericano e delle società petrolifere. Lo scià ha investito modi capitali all'estero, ma soprattutto negli Stati Uniti d'Ameria e nella Germania Occidentale, vale a dire presso gli attuali anici della Cina. Inoltre gli Stati Uniti d'America vendono alloscià dell'Iran armi tra le più moderne e lo utilizzano, cosi come avviene per Israele, come uno strumento di fronte al pericolosovietico.
Lo sciainscià si arma perché ha grandi spiani: occupre l'Iraq e il Golfo Persico nonché sbarrare la via ad una evetuale invasione proveniente dal Caucaso o dal Mar Caspio. Non è forse il successore degli illustri imperatori dell'Impero Pesiano, di cui ha recentemente festeggiato i duemilacinquecento anni di vita con una spesa colossale?! Lo scià dell'Iran condue una vita favolosa come al tempo di Harun El Rascid, mentre il popolo iraniano soffre come al tempo della schiavitù. E' on questo Stato borghese capitalista e con la sua cricca reazioiaria dunque che la Cina intrattiene relazioni molto amichevili.
Con i pari arabi la politica della Cina è, come ha già detto, inesistente. Nelle sue relazioni con questi paesi essa s distingue per il suo atteggiamento filoamericano e antisovietio. Questo è l'orientamento della politica cinese in tutto il bacino del Mediterrano. In tal modo la Cina è in contrasto con i paes arabi con cui l'Unione Sovietica intrattiene .relazioni e sui quali crea di imporre la sua influenza, mentre è favorevole agli altri iaesi arabi in cui gli Stati Uniti d'America hanno affondato i loo artigli e dettano legge. Da una parte, dunque, alcuni paesi di qixsto bacino sono in contrasto con la politica della Cina, dall'altra neppure gli altri paesi sono favorevoli alla Cina, poiché vedono che questa rimane inattiva. In realtà che cosa fa la Cina? Applaude la Somalia, il presidente Mohammed Siad, per aver cacciato i sovietici dalla Somalia, e ha fatto bene, ma la Cina lo applaude proprio per essersi recato a Washington sottomettendo il suo paese al giogo dell'imperialismo americano. Ecco, questa è la politica della Cina.
La Cina applaude anche Mobutu che è un traditore, un rinnegato, un agente, uno dei più grandi capitalisti d'Africa. D'altra parte essa è. contro l'Angola, perché questa si trova sotto l'influenza dell'Unione Sovietica. Una tale politica è quindi reazionaria, non realistica. Vi sono anche altri Stati capitalisti sviluppati, che salvaguardano i loro interessi generali e che salvaguardano anche i loro interessi particolari, in contrasto con l'imperialismo sovietico e, se necessario, in contrasto anche con l'imperialismo americano. La Cina si sforza di occupare un posto fra i paesi del cosiddetto terzo mondo, ma vuole però occupare questo posto con niente in testa e niente in tasca, limitandosi ad applaudire un imperialismo e ad attaccare a parole l'altro imperialismo. Questo è dunque tutto quel che fa, perché, dal punto di vista economico, non è in grado di aiutare nessuno ed anzi ora non è in grado neppure di far onore ai suoi impegniufficiali ed ai suoi obblighi morali con diversi Stati, con i quali ha concluso contratti quando essa si spacciava per un paese socialista. Attualmente i dirigenti cinesi hanno gettato la loro maschera e possono quindi rompere anche gli accordi sottoscritti.
La Cina ha adottato nei nostri confronti un atteggiamento ostile che va gradualmente estendendo anche al campo delle relazioni statali ed economiche. Come è noto, la Cina ci ha accordato alcuni crediti per la costruzione di alcune fabbriche e di una centrale idroelettrica. Ora essa frappone ostacoli all'invio dei macchinari e delle attrezzature necessarie entro i termini stabiliti. Oltre a questo, anche gli specialisti cinesi hanno cominciato ad avere grandi pretese e, benché ricevano uno stipendio pari a due volte il mio, non sono soddisfatti. Non tutti sono gente cattiva, ma la loro ambasciata li incita ad incrociare spesso le braccia, a non curarsi del lavoro e quando sui nostri giornali appare qualche articolo ideologico essi tengono atteggiamenti vili. Cosi è successo con uno degli specialisti cinesi, il quale scrisse parole vili sul giornale in cui era stato pubblicato il discorso pronunciato dal compagno Mehmet a Vlora, lasciando poi a bella posta il giornale in camera. Interrogato in proposito, rispose: «Le ho scritte io, perché la penso così». Queste sono provocazioni.
Anche nel campo del commercio, come ho già scritto in questo diario, i cinesi ci stanno causando grandi difficoltà. Noi ci battiamo contro i loro atteggiamenti apertamente ingiusti, ma essi stiano pur sicuri che noi non ci smuoveremo dalle nostre posizioni di principio marxiste-leniniste che costituiscono la grande forza del nostro Partito e dello Stato socialista albanese. Tutto il mondo vede le nostre posizioni di principio marxisteleniniste e tutto il mondo costata che noi siamo l'unico paese indipendente, il solo a dire apertamente quello che pensa, a criticare e smascherare tutti i nemici dei popoli, gli imperialisti, i socialimperialisti, i revisionisti di ogni stampo, tutti coloro che opprimono, che asservono e colonizzano i popoli, che combattono la rivoluzione e gli sforzi dei poipoli per la liberazione.
Gli uomini nel mondo si stupiscono, si stupiscono le varie cancellerie domandandosi dove troviamo questa forza. Certamente per essi è difficile capirlo, ma questa forza noi la troviamo nella giusta linea marxista-leninista del nostro Partito, nella unità d'acciaio esistente nelle sue file e nell'unità del Partito con il popolo, la troviamo nella nostra classe operaia, nella risoluta applicazione del principio di contare sulle proprie forze. Infine la troviamo nel sostegno internazionalista di tutti i marxisti-leninisti e degli uomini progressisti del mondo, che amano la nostra Repubblica Popolare Socialista ed hanno rispetto della coraggiosa e giusta politica del Partito del Lavoro d'Albania. Questo è un altro sostegno per il nostro paese.
C'è della gente nel mondo che non può affatto capire le relazioni economiche del nostro paese con il mondo che ci circonda, poiché si è creata l'opinione che nessuno Stato, sia grande che piccolo, !può vivere senza i crediti di qualcuno. C'è insomma della gente che non può affatto capire la nostra indipendenza economica, che significa anche indipendenza politica, che non può capire come noi possiamo vivere, oggi e in futuro molto bene, e di fatto viviamo molto bene, senza accettare sulle nostre spalle le catene della schiavitù economica e politica.
Le questioni commerciali sono un'altra cosa. Noi dobbiamo fare sforzi, anzi sforzi molto grandi, per trovare sbocchi alle nostre merci, per assicurarci divisa forte o concludere accordi in clearing per importare le merci che non siamo ancora in grado di produrre nel paese, in modo da soddisfare le necessità del paese per l'ulteriore sviluppo della nostra economia popolare. E questo sviluppo lo realizzeremo assolutamente da soli con le nostre forze. Ma questo non lo capiscono né i paesi capitalisti, né i paesi revisionisti.
I dirigenti revisionisti cinesi hanno pensato che ci saremmo inchinati davanti a loro, che non saremmo rimasti fedeli al marxismo-leninismo, per quei crediti che ci accordavano. A quanto pare essi hanno ben :presto dimenticato la grande esperienza di lotta del Partito del Lavoro d'Albania e dello Stato albanese contro i ,revisionisti titini e kruscioviam ed hanno imboccato proprio la loro strada. Si vede chiaramente che i revisionisti cinesi non hanno alcunché di differente da quelli sovietici nei loro atteggiamenti e nei loro atti verso di noi e verso il mondo; essi sono revisionisti allo stesso modo, sono socialimperialisti allo stesso modo, con la sola differenza che i cinesi sono socialimperialisti di recente data, e debbono ancora crearsi quella forza coloniale a cui aspirano. Quando e come la creeranno? Questo è un altro problema. Nelle relazioni con l'estero i cinesi cercano di spacciare la loro marcia ideologia antimarxista, revisionista, per ideologia marxista-leninista. Ma nel mondo non c'è gente tanto insensata da mangiare sapone :per formaggio. Tutti, siano questi autentici marxisti-leninisti, siano elementi democratici, siano reazionari, si rendono perfettamnte conto che l'ideologia cinese non è affatto marxista-leninista
I revisionisti cinesi hanno. ripudiato il marxismeleninismo ed hanno adottato una nuova forma di revisionismo, 3he si ammanta di un'ideologia marcatamente socialdemocraticacapitalista ed è intrecciata alle antiche filosofie reazionarie, stalistiche, feudali cinesi. Ed essi tentanno di diffondere questa po.itica, questa ideologia, ma essa non attacca da nessuna parte. Esa fa presa solo su certi giovani «marxisti-leninisti» disorientati, che hanno formato gruppi sedicenti marxisti-leninisti sotto la spinta della Rivoluzione Culturale Cinese e all'ombra della «grande autorità» di Mao Tse-tung. Questi elementi, che hanno formato alcuni piccoli falsi partiti, non possono uscire dal loro guscio né liberarsi da questa influenza spirituale che su di lon hanno i cinesi, e fanno quindi la loro parte, diffondono su .giornali e riviste finanziate dai cinesi false teorie sedicenti maraste-leniniste, cose insipide, infondate e in sostanza revisionise.
Coloro che fanno parte di questi gruppi sono divsi, perché i punti di vista revisionisti cinesi, come del resto queli di qualsiasi altro revisionismo, non ,possono assolutamente prtare all'unità e alla coesione di pensiero e di azione, ma al contrario portano alla scissione. E' quel che faceva Mao, quando predicava l'esistenza in Cina e nel Partito Comunista Cineá di «due o cinque linee», «lo sbocciare di cento fiori e il contendere di cento scuole», perché, secondo lui, quanto più correnti c'erano, tanto meglio era. In .realtà, nei paesi capitalisti dove esistono ì cosiddetti partiti marxisti filocinesi, sbocciano non cento, ma mille «fiori».
Ogni persona, ogni membro di questi partiti reggcoda dei revisionisti cinesi, ha le sue idee e le esprime, ma non per agire, perché, quando agisce, manca di risolutezza. Ed è per qtesto che la propaganda dei cinesi, diffusa non solo fra coloro che si definiscono marxisti, ma anche tra coloro che non si dâiniscono tali, promuove con ben determinati fini la formazione li gruppi di fascisti matricolati, che assumono il nome di «proletari», dì «rivoluzionari», di «guardie rosse» ecc., ecc., ma che in realtà non sono che agenti della borghesia e dei fascisti, che fanno propaganda della Cina. In che consiste dunque l'influenza della Cina? In nulla, ciò le serve solo per affermare che intrattiene relazioni con partiti comunisti marxisti-leninisti, mentre in realtà questi partiti non sono tali. Il Partito Comunista Cinese ha stabilito. relazioni a livello di partito con la Lega dei Comunisti di Jugoslavia concordando con essa ideologicamente e politicamente; inoltre intrattiene salde relazioni anche con il Partito Comunista di Romania, che è nel contempo un'agenzia dell'imperialismo, americano, del revisionismo sovietico e delle varie correnti del revisionismo moderno.
Il Partito Comunista Cinese e lo Stato cinese sorridono ai paesi revisionisti e pseudodemocratici popolari, come ad esempio la Polonia. Apprendiamo che l'ambasciatore cinese a Varsavia ha chiesto di essere ricevuto dal primo ministro polacco per proporgli di contrattare uno scambio di generi alimentari, ma costui non si è neppure degnato di ricevere l'ambasciatore cinese e gli ha risposto di presentarsi e di conversare di queste cose con il ministro del Commercio. La Cina mette subito in evidenza qualsiasi atto, sia pure di poco rilievo, anche solo una semplice sfumatura di opposizione di questi paesi nei confronti del giogo sovietico, e cerca di dare l'impressione di essere stata lei, con la sua influenza, a promuovere queste resistenze. Ma opposizioni di questo genere da parte di questi paesi sono naturali. Essi non hanno dato, non danno e non daranno ascolto alla Cina, perché la conoscono bene e non hanno alcun interesse a legarsi ad essa. Essi non tengono in nessun conto la Cina, ma questa cerca di far credere di esservi in un qualche modo, di dare cioè l'impressione di essere un grande Stato, senza il quale il mondo non può camminare. Le cricche revisioniste nei paesi a ex-democrazia popolare hanno maggiore finte-resse ad aver a che fare con l'Unione Sovietica. Per essere più precisi dobbiamo sottolineare che in realtà esse preferirebbero, in primo luogo. legarsi ai paesi capitalisti occidentali e all'impe-rialismo americano.
In generale, questo è il panorama cinese: fosco, pieno di contraddizioni, pieno di pericoli, pieno di imprevisti, pieno di alleanze e relazioni, aperte e segrete, con l'imperialismo americano e con gli altri imperialisti del mondo. La Cina ha dato vita a diverse trattative pericolose per l'umanità ed anche per sé stessa, essa lotta per l'egemonia e, per questo, sacrifica gli interessi del proprio popolo e quello degli altri popoli. Qualunque cosa essa dica, nel presunto interesse dei popoli, è pura demagogia, un grande inganno mal camuffato.
VENERDI
9 DICEMBRE 1977
LA CINA HA MIRE NEOCOLONIALISTICHE
E' un fatto che la Cina con ila teoria sul «terzo mondo» fa attualmente grandi sforzi per trasformarsi in una superpotenza, in una grande potenza neocolonialistica. Attualmente gli sforzi della Cina sono tesi in linea di massima a sviluppare l'economia e a consolidare il suo potenziale militare. Nell'attuazione di questi obiettivi essa non è animata dall'ideologia marxista-leninista né dalle intenzioni di migliorare principalmente e innanzi tutto l'economia socialista ed il benessere del popolo cinese.
I dirigenti cinesi si sono incamminati sulla via che porta al massimo sfruttamento del grande e laborioso popolo del loro pause, per creare quella forza che permetta alla Cina di espandersi nel mondo, di cercare e accaparrarsi nuovi mercati, di sfruttare le ricchezze degli altri paesi e popoli e diventare una superpotenza. Ma per raggiungere questo obiettivo, attualmente la Cina revisionista. non può lottare su due fronti, contro entrambe le superpotenze, ed è per questo quindi che essa si appoggia sul capitalismo mondiale, rappresentato dall'imperialismo americano e dagli altri Stati capitalisti ricchi, per combattere il socialimperialismo sovietico.
Un obiettivo di questo genere è esistito in Cina anche molto tempo fa. Ricordo di aver già trattato, in alcune pagine del mio diario, questo problema e di aver indicato che a un certo punto la direzione cinese, in uno stato di euforia, predeva di lottare sui due fronti, sia contro l'imperialismo americano che contro l'imperialismo sovietico e, quando l'Indonesia si ritirò dalle Nazioni Unite, Chou En-lai, in nome della Cina di Mao Tsetung, proprio in quel momento lanciò la parola d'ordine della creazione di una nuova organizzazione delle nazioni unite da parte della Cina, dell'Indonesia e di una serie di altri paesi asiatici, in contrapposizione alle Nazioni Unite fondate dopo la Seconda Guerra Mondiale! Questa sarebbe stata la conseguenza della presunta strategia maoista di lottare contro le due superpotenze, che dettavano legge alle Nazioni Unite, ma il vero scopo di questo passo della Cina era quello di raccogliere attorno ad essa principalmente gli Stati dell'Asia e quelli dell'Africa per poter intraprendere, tutti insieme, una lotta politica, ideologica e militare contro l'imperialismo americano e il socialimperialismo sovietico.
Fin dà allora dunque i maoisti avevano tentato di formare un raggruppamento attorno alla grande Cina per farle cosi assumere la leadership di una serie di Stati del «terzo mondo», di questa «terzo mondo» che molto prima che da Mao Tsetung, era stato battezzato con questo nome da Roosevelt e più tardi anche da Krusciov, e non certo per fini ideologici, come fece, in seguito, Mao, nel 1974. Roosevelt e Krusciov miravano a far si che le grandi potenze imperialiste accordassero a questo «.terzo mondo», a questo mondo colonizzato con nuovi metodi, vale a dire alle cricche che dominavano in questi Stati, delle sovvenzioni per mantenerle sotto il loro giogo economico, politico ed anche militare. Questo avveniva perché a.quel tempo soprattutto gli Stati Uniti d'America avevano creato solide basi in questi paesi e furono principalmente gli Stati Uniti d'America, con la loro CIA, ad aiutare Suharto a massacrare in brevissimo tempo 500 mila comunisti e patrioti in Indonesia e a liquidare l'intimo amico dei cinesi e di Aidit, Sukarno.
Le concezioni di grande Stato,. il desiderio della Cina di dominare il mondo sotto la maschera dell' «,aiuto» ai piccoli popoli e di trasformarsi in una superpotenza, con il pretesto di diventare un potente Stato a suo dire socialista, si erano radicati da tempo nei dirigenti cinesi. Tutto ciò era causato dalla loro ideologia capitalista e revisionista, dall'ideologia di grande Stato, e non aveva nulla a che fare né con le idee marxiste-leniniste della difesa dei popoli oppressi e martoriati, né con l'intenzione di stimolare le lotte di liberazione e la rivoluzione.
L'opinione manifestata pubblicamente da Chou En-lai, a quel tempo, sulla creazione di una nuova organizzazione delle nazioni unite, distinta da quella esistente e in contrapposizione ad essa, rivela oggi i'1 vero significato delle mire politiche e ideologiche dei maoisti e mette in luce il modo in cui questi elementi pseudomarxisti si sforzavano e. si sforzano di sfruttare le congiunture a vantaggio della loro linea capitalista di dominio, quindi mette in luce le loro vecchie mire tese a fare della Cina una superpotenza neocolonialistica.
SABATO
10 DICEMBRE 1977
I CINESI VOGLIONO RIDURRE AL MINIMO
IL COMMERCIO CON IL NOSTRO PAESE
I cinesi, anziché inviare in Albania una delegaziore commerciale da Pechino, hanno designato come membro della delegazione il loro addetto commerciale presso di noi e due o tre altri funzionari della loro ambasciata a Tirana. Il capo Megazione non è stato ancora designato, ma lo designeranm più tardi da Pechino e sarà indubbiamente qualche funzionario di poca importanza. In altre parole, i cinesi, pensando di lannegiarci economicamente, non vogliono svolgere commerdo con noi o, più precisamente, vogliono ridurlo al minimo.
Naturalmente dobbiamo fronteggiare questa situazibne e l'essenziale per noi è di intensificare il commercio con vañ paesi del mondo, trovare mercati per le nostre merci in mcdo da poter importare, con la loro vendita, le materie prime altri prodotti lavorati di cui abbiamo bisogno. Questa è l'unica via giusta per noi. Noi non vogliamo la riduzione del comnercio con la Cina, non vogliamo che le nostre divergenze ideologiche si estendano anche alle relazioni commerciali, ma dal monento che la Cina lo vuole, allora noi siamo obbligati ad agile nel modo che ho detto.
Designando degli impiegati della loro ambasciata a Tirana quali membri della loro delegazione commerciale, i cinád non solo lasciano intendere che non vogliono commerciare coi noi. ma mirano a fare si che le trattative sulla conclusione de contratti sullo scambio di merci fra i nostri due paesi si protraggano e si protraggano senza limiti. poiché questa delegazione avrà la sua sede nell'ambasciata cinese di Tirana e non ci rimetterà nulla ad immergersi in discussioni, a creare nuove discussioni, ad alzarsi e ad abbandonare la riunione per recarsi all'ambasciata e per poi tornare di nuovo a discutere, senzaesprimere alcun parere e senza prendere alcuna decisione prima di interpellare Pechino. La tattica dei cinesi consiste dunque nel proluneare le conversazioni senza venire a capo quasi dì nulla riguardo il commercio albano-cinese.
Sarebbe stato diverso se fosse giunta da Pechino una delegazione completa, di qualsiasi rango, perché i suoi membri sarebbero stati costretti a restare nel nostro paese, per negoziare, per un periodo di tempo più limitato, e non avrebbero potuto prolungare all'infinito la loro permanenza; inoltre la loro, permanenza o la loro partenza da Tirana avrebbe dovuto concretizzarsi in un normale risultato o in un nulla di fatto. Ma la, loro .partenza senza aver concluso nulla sarebbe stata una sconfitta per loro ed è proprio per questo che essi non hanno inviato, una delegazione da Pechino. D'altronde se noi fossimo andati a Pechino, le cose avrebbero potuto andare allo stesso modo. Se, essi non fossero stati d'accordo, noi ce ne saremmo andati equesto avrebbe significato che essi non vogliono commerciare con noi; l'opinione pubblica mondiale avrebbe capito che noni siamo noi a non voler commerciare con la Cina.
Tutti si rendono conto di quello che fanno i revisionisti cinesi. Comunque a questa delegazione cinese noi dobbiamo contraporre una delegazione dello stesso livello, che discuta coro loro con sangue freddo sugli scambi commerciali senza confondere e senza ,permettere che essi confondano l'ideologia e la politica con queste trattative. Dobbiamo cercare di vendere loro e di acquistare da loro il più possibile, naturalmente entro i limiti della loro disponibilità, perché più di cosi noi non possiamo, fare. Con il loro atteggiamento non riusciranno a farci inchinare di fronte a loro. No, noi troveremo una via d'uscita, tenendo come sempre la testa alta, difendendo i nostri princìpi marxisti-leninisti e saranno essi i primi ad adottare, apertamente, atteggiamenti ostili verso di noi, anche nelle relazioni economiche e commerciali.
LUNEDI
12 DICEMBRE 1977
UNA RACCOMANDAZIONE ALLA NOSTRA STAMPA
IN MERITO ALLA CINA
Ho raccomandato ai compagni di scrivere sui giornali «Zëri i Popullit» e «Bashkimi» riguardo la Cina, dando notizie su varie questioni, soprattutto di carattere economico. Noi abbiamo divergenze ideologiche anche profonde con il PC Cinese, ma non .abbiamo ratto le relazioni statali e di amicizia con il popolo e lo Stato cinesi. In questa situazione i nostri compagni debbono rendersi bene conto che non dobbiamo estendere le divergenze politiche ed ideologiche anche alle relazioni economiche e statali.
Noi dobbiamo sviluppare le nostre relazioni econorniche con la Cina, conformemente agli accordi e ai contratti corelusi. Le relazioni economiche non ci impediscono affatto di esprimere i punti di vista del nostro Partito sulle questioni ideologiche. Quando diciamo che dobbiamo mantenere le nostre relazioni economiche, quando diciamo che non dobbiamo interrompere i nostri rapporti con la Cina, ciò implica la reciprocitá, vale a dire che quale che sia lo stato delle nostre relazioni sul piano ideologico, non dobbiamo creare una situazione di «gelo» in questi rapporti. Il fatto che i nostri rapporti sul piano politico e ideologico sono gelidi non deve comportare che lo siano anche le nostre relazioni commerciali. Queste possono essere normali e rciprocamente vantaggiose. Bisogna dunque avere una giusta comprensione della situazione.
E' un fatto che sul piano politico alla Cina non conviene rompere completamente le sue relazioni con noi. Fino a ieri ed anche ora, la Cina stessa ha fatto e continua a fare una intensa propaganda contro l'Unione Sovietica, accusandola di aver rotto le relazioni economiche con la Cina, di aver annullato unilateralmente i contratti, di aver interrotto i crediti, di aver ritirato gli specialisti e ridotto gli scambi commerciali. Oggi la propaganda cinese denuncia l'Unione Sovietica per aver agito nello stesso modo con l'Egitto, la Somalia, ecc., ecc. Dal momento che fa questa propaganda, la Cina giungerà a spingere le sue azioni ostili nei nostri confronti fino a questo? Forse non ci arriverà, non perché i suoi dirigenti ci amino, ma perché badano al loro interesse. Che non ci tratteranno più come amici, ne siamo sicuri; che ritarderanno i crediti e la costruzione delle fabbriche, dei complessi industriali o delle centrali idroelettriche, anche di questo siamo sicuri; ohe la Cina non acquisterà tutte le merci che acquistava prima e non ci darà tutte le merci che noi le chiederemo, anche di questo siamo sicuri. Ma anche noi ci comporteremo nei suoi confronti con reciprocità, alla pari.
Noi, per esempio, abbiamo profonde e inconciliabili contraddizioni con la Jugoslavia, ma il commercio lo facciamo e discutiamo in modo disteso. Lo stesso facciamo con i greci e altrettanto anche con gli italiani. A maggior ragione, non vediamo perché non si debbano intrattenere rapporti economici normali e non dobbiamo fare commercio con la Repubblica Popolare di Cina, dalla quale abbiamo riccevuto finora anche crediti.
DOMENICA
18 DICEMBRE 1977
INCOERENZA DELLA POLITICA ESTERA DELLA CINA
Molti amba3ciatori dei paesi capitalisti e del cosiddetto terzo mondo si meravigliano dell'incoerenza della politica estera della Cina riguardo i «tre mondi». Essi non riescono a capire com'è mai possiiile che un grande paese, che si spaccia anche per socialista, conduca una politica tanto confusa. Infatti, le relazioni che la Cina intrattiene con vari paesi e Statd, dimostrano chela sua politici estera, lungi dall'essere oggetto di studio serio, dà prova di non:uranza e ingenuità e, possiamo anche dire, di un'incoerenza che si sp?nge alla stupidità.
E' proprio li Cina di Mao Tsetung e Chou En-lai, di Yeh Chen-yi e Huan Hua, ora ministro degli esteri, di Teng Hsiaoping e Hua Kuo-feng che ha intrapreso e sta continuando una simile politica.
Le precedeni posizioni della Cina, come ho già indicato nei miei appunti riguardanti la Cina, dimostrano che i dirigenti cinesi restavano nolto isolati, non facevano sforzi per avere contatti con gli altri paesi del mondo. Questo strano atteggiamente di autoisoiamento, questo atteggiamento apolitico, se cosi lo si può definre, era considerato dai dirigenti cinesi come una delle più gizste vie da seguire. Ma in realtà perché avveniva questo e cosa indicava questa politica? Questa politica cinese poco intellgente era dovuta innanzi tutto alla mancanza di stabilità all'inferno della Cina, benché si volesse far credere che vi fosse stablità; essa dimostrava inoltre che in seno alla direzione cinese, al Partito Comunista Cinese, fioriva una serie di opinioni contrarie, cosa che non permetteva di determinare una giusta linea in politica estera. Le correnti erano numerose e varie, e chi tirava da una parte e chi dall'altra. In tal modo la politica estera della Cina rimaneva sempre fluida, esitante, benché la Cina desse l'impressione di essere uno Stato che guardava gli altri dall'alto dell'Olimpo, o meglio dall'alto dell'Himalaya.
Più tardi i cinesi sono usciti dal loro guscio e hanno cominciato ad aprire in certo qual modo la loro politica nei vari continenti, allacciando relazioni diplomatiche con diversi Stati. Ma queste relazioni diplomatiche 'avevano carattere regionale, asiatico, antieuropeo, erano dirette contro gli Stati dell'America Latina e gli altri Stati capitalisti. Se si analizzano gli obiettivi della politica estera cinese di questo periodo, si constata che la Cina è passata dalla fase dell'isolamento a quella di relazioni diplomatiche di tipo particolare, al fine di formare un raggruppamento asiatico di Stati borghesi capitalisti, che potevano anche, per modo di dire, accettare l'egemonia della Cina. La politica cinese mirava così alla creazione di quest'influenza (per non chiamarla ancora egemonia), mentre, per quel che riguarda gli altri ,paesi del mondo, la Cina non faceva alcun tentativo di stabilire con loro né relazioni diplomatiche, né relazioni economiche, per non parlare poi di relazioni culturali, da essa sempre trascurate. Anche ora continua a non intrattenere relazioni' culturali con questi paesi.
Per non intrattenere relazioni diplomatiche con i vari paesi del mondo, la Cina frapponeva come ostacolo la questione di Taiwan ponendo di fronte a loro la questione come un grosso scoglio e dichiarando che se qualche Stato voleva avere relazioni con la Cina socialista, doveva rompere automaticamente le sue relazioni con Taiwan. Questo era, come dire, il banco di prova nelle relazioni della Cina con l'estero. Il mondo capitalista però analizzava la situazione e si rendeva conto dei propositi della Cina. Da una parte era interessato a stabilíre relazioni diplomatiche con la Cina, in quanto questa rappresentava per esso un vasto mercato, di cui sentiva il bisogno, ma d'altra parte non poteva sacrificare Taiwan.
In questo modo la Cina prosegui per un periodo molto lungo la sua politica di autoisolamento, stringendo solo alcune relazioni di carattere regionale, asiatico. Poi giunse un'altra fase, differente, quando i dirigenti cinesi ritennero che non si poteva più andare avanti cosi e che dovevano trovare una formula capace di rimuovere lo scoglio di Taiwan dalla loro rotta, dove essi stessi l'avevano posto. Essi trovarono e applicarono questa formula e cominciarono così a stabilire relazioni diplomatiche con numerosi Stati. Queste relazioni naturalmente non portarono ancora all'ammissíone della Cina all'Organizzazione delle Nazioni Unite, nonostante i nostri sforzi e malgrado la lotta che noi conducevamo all'interno di questa organizzazione congiuntamente agli altri amici della Cina che volevano il suo bene.
Alle votazioni per l'ammissione della Cina all'Organizzazione delle Nazioni Unite, ogni anno si notavano dei cambiamenti. I suffragi a favore della Cina andavano aumentando ogni volta che essa si mostrava più ragionevole nella sua ,politica estera, vale a dire quando si mostrava disposta a stabilire relazioni diplomatiche con Stati delle varie regioni del mondo. Tuttavia, nonostante mostri sforzi, l'ammissione della Cina all'ONU era «rigorosamente» osteggiata dagli Stati Uniti d'America e da tutti quegli Stati che, essendo legati da grandi interessi, non potevano opporsi ad essi. Molti Stati erano dunque legati e assoggettati agli Stati Uniti d'America e non accettavano le condizioni dei cinesi per ristabilire le relazioni diplomatiche, così la Cina rimaneva sempre fuori dall'ONU.
Ma giunse anche l'altra fase nella politica estera cinese quando cioè i cinesi cambiarono strategia, passando dalla strategia della lotta contro l'imperialismo americano e il socialimperialismo sovietico alla strategia dell'alleanza con gli Stati Uniti d'America contro l'Unione Sovietica. Allora anche il ghiaccio esistente nei rapporti con gli Stati Uniti d'America cominciò a sciogliersi e, infine e in coda, la Cina fu ammessa all'Organizzazione delle Nazioni Unite.
Le posizioni adottate dalla Cina dopo la sua ammissione all'ONU, posizioni che essa aveva preparato in 12 o 15 anni di innumerevoli discussioni con l'ambasciatore americano a Varsavia, fecero si che la nuova strategia di Mao Tsetung e di Chou En-lai trionfasse nei colloqui segreti fra i due ambasciatori a Varsavia e più tardi anche fra Kissinger da una parte e Mao e Chou En-lai dall'altra. La Cina imboccò la via dell'amicizia con tutti i paesi capitalisti del mondo e prosegui la lotta contro il socialimperialismo sovietico. Essa ha concepito la insensata strategia antimarxista, reazionaria che consiste nell'intesa e nell'abbraccio con l'imperialismo americano e con tutti gli altri paesi borghesi e capitalisti del mondo, per formare così un fronte comune contro il socialimperialismo sovietico.
Mao Tsetung chiedeva agli Stati Uniti, come prezzo di una alleanza con la Cina, quell'aiuto che non aveva dato l'Unione Sovietica. Mao Tsetung, con la sua «genialità», mirava ad ingannare l'imperialismo americano, dandogli a intendere che la Cina sarebbe divenuta una forte barriera contro il socialimper ialismo sovietico e che, una volta consolidatasi, avrebbe invaso anche i territori della Siberia, affermando che questi territori le erano stati carpiti dagli zar russi. Mao lanciò quest'idea «geniale» avanzando rivendicazioni di frontiera all'Unione Sovietica. Questa era la prima garanzia che la Cina dava agli Stati Uniti d'America come testimonianza del suo impegno nel logorare con la lotta e con continui sforzi il principale rivale degli imperialisti americani nella dominazione del mondo.
La politica della Cina nelle relazioni con gli altri paesi si svolgeva, quindi, secondo l'asse Cina-Stati Uniti d'America. Fu dimenticata Taiwan, furono dimenticati Hong Kong e Macao, fu dimenticato anche il Vietnam che stava combattendo. E fu proprio mentre il Vietnam veniva selvaggiamente bombardato che si svolsero i colloqui conclusivi fra Mao e Chou En-lai da una parte e Kissinger e Nixon dall'altra. Mao imboccò dunque questa via antimarxista, filoimperialista, proprio quando il Vietnam era in fiamme a causa delle bombe dei B-52 di Nixon, il quale si recò a Pechino, scambiò saluti e s'intrattenne a gomito a gomito con Mao Tsetung e Chou En-lai.
E' proprio in questo periodo che gli Stati Uniti d'America accesero la luce verde a tutti i loro amici, affinché essi,, uno dopo l'altro, stabilissero relazioni diplomatiche con la Cina «socialista» di Mao Tsetung. Tuttavia questo orientamento, questa strategia dì Mao dovevano essere cristallizzati affinché la Cina potesse definire in che cosa consistevano e in quale direzione dovevano procedere queste relazioni diplomatiche che si stavano stabilendo.
Con questo voglio dire che all'inizio di questo periodo noi di nuovo non vedevamo un'attività politica evidente e intelligente da parte della Cina. No, anzi, nelle conversazioni con i cinesi, abbiamo diverse volte insistito nell'esprimere il nostro parere secondo cui la Cina socialista doveva intrattenere relazioni diplomatiche con gli altri paesi del mondo, secondo cui era indispensabile che l'influenza della Cina socialista dovesse essere avvertita in tutti i continenti ed andare a vantaggio delle lotte di liberazione nazionale dei popoli, a vantaggio della rivoluzione proletaria. Ma la Cina e il Partito Comunista Cinese non davano affatto ascolto ai nostri suggerimenti e ai nostri punti di vista neppure su questo importante problema. Essi giudicavano le cose da lontano.
Concretamente la Cina è entrata nel solco antisocialista e questo ha contribuito a delineare più chiaramente la sua ideologia, la sua strategia e la sua tattica: amicizia e alleanza con gli Stati Uniti d'America, dai quali la Cina spera di trarre profitto nel campo della tecnologia, dell'economia e degli armamenti; la Cina è inoltre favorevole all'amicizia e all'alleanza anche con tutti gli altri paesi capitalisti sviluppati, dai quali riceverà crediti per nuove tecnologie e armamenti. Per quanto riguarda gli altri paesi dai quali non .può ricavare né crediti né tecnologia, la Cina intende influire con la sua politica a suo dire socialista, d'amicizia, protett:va e crearsi adagio adagio, sii questo asse dell'amicizia Cina-America, un terreno favorevole per sviluppare la sua futura egemonia. Basandosi su questa strategia, Mao Tsetung venne fuori con l'«analisi geniale» della divisione del mondo in «tre mondi».
In questo periodo, questa nuova strategia di Mao portò in Cina a grandi mutamenti. Vi giunsero al potere elementi come il «Kmusciov numero due» cinese, Teng Hsiao-ping, principale elemento del gruppo reazionario di Liu Shao-chi. Chou En-lai ebbe le mani libere nello sviluppare a dovere questa strategia in direzione degli Stati Uniti d'America e del capitale mondiale, e insieme a Mao fu liquidata la Rivoluzione Culturale Proletaria. Questa rivoluzione in realtà non aveva orientamenti chiari, rivoluzionari, proletari. Essa mirava solo a permettere a Mao Tsetung di prendere il potere dalle mani di Liu Shao-chi, di liquidare il potere di quest'ultimo e di arrivare alle conclusioni a cui arrivò.
Penso che Liu Shao-chi fosse più di destra che Mao Tsetung e fosse sostenitore della borghesia compradodra, mentre Mao sostenava la borghesia nazionale. Mao non ha combattuto la borghesia nazionale, ma l'ha invece protetta. Gli elementi di questa borghesia ricavavano profitti sia nelle fabbriche che nelle comuni. Questi dovevano essere, e di fatto lo sono, i principali sostenitori dell'attuale politica di Hua Kuo-feng e Teng Hsiao-ping, che è il risultato della politica filoamericana di Mao Tsetung e Chou En-lai.
Chou morì e dopo di lui morì anche Mao e tutt'e due lasciarono come eredità una grande confusione in Cina. Chi avrebbe preso il .potere? Il gruppo dei «quattro»?! Hua Kuo-feng con i servizi di sicurezza, Teng Hsiao-ping, Yeh Chien-yi e molti altri rinnegati con i loro sostenitori passarono allora all'azione e si giunse a quello che sappiamo, al colpo di Stato. Come al solito ci fu un putsch militare, ma questa volta capeggiato da Hua Kuo-feng. I «quattro» vennero arrestati e liquidati e Teng Hsiaoping che era stato rimosso due volte come antimarxista, revisionista e controrivoluzionario .ritornò al potere. Ma Hua Kuo-feng, insieme con Yeh Chien-yi e Teng Hsiao-ping, hanno ereditato una Cina non solo ideologicamente e politicamente disorientata, ma anche economicamente provata. Questo ha causato un'enorme confusione politica e una grande disorganizzazione, che ha nuociuto alla produzione e ha posto la Cina in una difficile situazione sia all'interno del paese che all'estero. Di conseguenza, alla Cina occorrevano e le occorreranno ancora degli anni per riprendersi e proseguire sulla via che ha deciso di seguire, una via non socialista, perché Hua Kuo-feng con Teng Hsiao-ping hanno innalzato una barricata anche sulla via «socialista» che si considerava venisse seguita dalla Cina al tempo di Mao Tsetung.
Hua Kue-feng e Teng Hsiao-ping hanno ufficialmente dichiarato che la Rivoluzione Culturale in Cina è terminata. Ciò significa che essi si sono impossessati del potere ed hanno deciso che non ci sarà più né rivoluzione proletaria, né Rivoluzione Culturale Proletaria. Dunque, nella Cina attuale, in cui si continua con lo slogan «.cento fori sboccino e cento scuole contendano», in realtà non sboccerà nulla, ma vi s'instaurerà la dittatura della feroce borghesia fascista. Del resto Hua Kuo-feng e Teng Hsiaoping dicono attraverso tutti gli organi di stampa e di propaganda che «occorre ristabilire ovunque da disciplina». Ciò significa che bisogna soffocare nel sangue qualsiasi resistenza contro questa dittatura fascista. La cricca salita al potere in Cina desidera, dunque, imporre l'«unita» con la violenza. Questo per quanto riguarda il piano interno, mentre sul piano internazionale, vale a dire in politica estera, questa cricca continua a mantenere in vigore la parola d'ordine dei «tre mondi». Ma l'unità non esiste né all'interno di ogni singolo ,paese e nemmeno fra questi «tre mondi». E' proprio in questo che sta l'aberrazione di questa teoria assurda, attraverso la quale la Cina cerca di imporre la sua egemonia e di diventare una superpotenza mondiale. Dal momento che non esiste l'unità fra gli Stati che formano ognuno di questi «tre mondi», ciò significa che in mezzo a loro regnano una diversità e un dualismo permanenti a causa delle grandi contraddizioni esistenti fra loro. In questi paesi domina la legge della giungla. E' proprio in questi cosiddetti tre mondi che «sbocciano cento fiori e contendono centoscuole», quindi non è tanto facile alla Cina di Hua Kuo-feng di imporre il suo potere per unificare questi «tre mondi», come sta facendo all'interno del suo paese con la dittatura borghese che sta attuando.
Né Mao, né Hua Kuo-feng e neppure Teng Hsiao-ping avevano previsto questa situazione. Essi avevano pensato che questa teoria ideologica e politica avrebbe loro permesso di imporsi ai popoli, agli Stati e al mondo. Ma, sfortunatamente per loro, questa teoria non ha avuto successo.
Propugnare l'unità con la metà del «primo mondo», o l'unità nel «secondo mondo», oppure nel «terzo mondo» sotto la direzione des cinesi e seguendo la loro parola d'ordine secondo cui tutti questi «mondi» sarebbero minacciati dal socialimperiali-smo sovietico, significa dar prova di miopia e non prendere in considerazione né la situazione internazionale, né le contraddizioni che corrodono il capitalismo né la fase di putrefazione dell'imperialismo e di trionfo delle rivoluzioni proletarie.
Questa politica miope e reazionaria ha cacciato la Cina in un vicolo cieco. Ed è per questo che la politica cinese è Q sarà in continuo ballottaggio e, peggio, ancora, essa conoscerà gravi e reiteraste disfatte, perché la politica di ognuno di questi «tremondi», che la Cina cercherà di manovrarne secondo il suo «intelligentissimo» punto di vista, tenderà non all'unificazione, ma alla scissione e alla dominazione. Questo è in contrasto con gli obiettivi della Cina, che tenterà di . riun:ire «le pecore» sotto il proprio bastone, ma ecco che «le pecore» non sono pecore, ma lupi e i lupi si riconoscono fra loro. La belva è nel bosco e il bosco è una giungla.
Con questa politica che segue sul piano internazionale, quale dovrebbe essere l'atteggiamento della Cina in merito alla manovra americana in Medio Oriente? La Cina si prefigge di mantenere lo statu quo in questa zona del mondo, di fare dell'Egitto un suo docile partner, di fare sì che anche gli altri paesi arabi la riconoscano e la rispettino. Questa manovra mira nel contempo a mantenere divisi i popoli arabi. Ovviamente, avendo imboccato una simile via, la Cina deve parteggiare, e infatti parteggia, per gli americani, vale a dire sostiene i capi arabi filoamericani, sostiene anche Israele, ed è quindi per una pax americana, in cui non trionfino la libertà e l'indipendenza dei po-poli arabi, male bramosie dei fascisti israeliani e dei ricchi egiziani, sauditi, ecc.
E' evidente che questa posizione dei cinesi è antimarxista. La Cina è costretta a mantenersi su questa posizione e a cercare di far credere a tutti i popoli arabi che essa li avrebbe, a suo dire, difesi e che continuerebbe a difenderli, ma in realtà non difende nessuno di questi popoli, non sostiene le loro aspirazioni :alla liberazione nazionale, ma appoggia invece il capitalismo e l'imperialismo.
Questo atteggiamento della Cina è stato osservato, anche prima, da tutti i paesi del cosiddetto terzo mondo, ma in modo particolare oggi essi nutrono forti dubbi nei confronti della Cina, -ed è per questo che .non gradiscono la politica cinese e la combattono. Anzi non hanno fiducia nella Cina nemmeno quegli Stati di questo «terzo mondo» che si spacciano per filocinesi, benché i loro capi si siano recati una volta in Cina, come ad esempio Mobutu dello Zaire ecc. Questo avviene perché costoro sanno bene che la Cina non può esercitare nessuna influenza sui loro destini, che essa non svolge nessun ruolo in questo senso e quindi la lasciano dar fiato alle sue trombe in loro favore. Il destino ili queste cricche capitaliste che dominano in questi paesi è nelle mani dell'imperialismo americano, come è attualmente nelle mani del socialismo sovietico per esempio il destino dell'Etiopia, dell'Angola e di qualche altro paese.
E' per questo dunque che la politica estera cinese dei «tre mondi», dell'unione in un solo blocco di tutti i paesi contro il so«cialimperialismo sovietico, non solo ha incontrato ostacoli, ma ha subito anche fallimenti. Questi fallimenti si susseguiranno come si susseguono le situazioni congiunturali che vengono a crearsi fra gli Stati dei vari «mondi», come li chiamano i cinesi, a causa delle fonti contraddizioni esistenti fra loro, e in questa situazione la Cina non sa che partito prendere. Quello che dice oggi domani non si avvera ed essa vede prodursi il contrario di quello che ha pensato e detto prima. In questa situazione la Cina non riuscirà a mantenere un certo equilibrio nella sua politica estera. Non solo non potrà mantenere l'equilibrio come fanno gli Stati Uniti d'America e l'Unione Sovietica, con i quali la Cina tacitamente cerca di entrare in concorrenza per stabilire anch'essa il suo dominio nel mondo, ma neppure come fanno gli altri paesi capitalisti, che hanno una grande esperienza in politica estera e sanno manovrare, stringere e sciogliere alleanze, intervenire con le armi, la sovversione e in mille altri modi.
Così, alla fin fine, la Cina dirà: «Sia quel che sia, io per il momento ho deciso di essere con gli Stati Uniti d'America e di ricevere da loro e dargli altri paesi capitalisti sviluppati tecnologie industriali, agricole e militari, di migliorare la mia economia e la mia situazione e di essere sempre in contrasto con quella superpotenza che osteggia la mia politica e le. politica dei miei grandi amici, gli Stati Uniti d'America». Questa è la linea antimarxista che seguirà la Cina nella sua politica estera.
Attualmente, di fronte a queste disfatte della politica cinese in campo internazionale, vediamo che la direzione revisionista cinese capeggiata da Hua Kuo-feng non si fa sentire, non si pronuncia, non prende posizione sugli importanti avvenimenti che succedono nel mondo. Perché mai non prende posizione? Perché è consapevole che ogni passo che fa è una disfatta per essa. E' per questo dunque che rimane in silenzio oppure esprime a mezza voce qualche idea a vanvera con cui non riesce ad ingannare nessuno, evidenziandosi, come si dice, solo per il suo antisovietismo e basta. Ma ha leggermente ammorbidito in certo nodo anche il suo antisovietismo, per il fatto che, seguendo sempre una politica molto instabile, non vuol andare a fondo nella lotta contro il socialimperialismo sovietico, ma vuol lasciare le porte aperte per poter più agevolmente manovrare in caso di fallimento della sua alleanza con l'imperialismo americano.
Questo è naturale. Se la Cina continuerà a condurre una simile politica congiunturale, antimarxista, capitalista, allora dovrà diventare anch'essa una ,politicante funambola, altrimenti non potrà mantenersi su questa via, perché gli altri non la lasceranno vivere. Essa potrebbe vivere, trionfare e rimanere a testa alta solo se difendesse il socialismo, solo se fosse guidata dalla teoria marxista-leninista; ma ormai, .per essa, queste sono cose morte, La Cina è finita in un pantano e con la sua politica antimarxista vi affonderà ancora di più. Solo una vera rivoluzione proletaria potrà salvare la Cina da questo abisso, da questa tragedia.
MARTEDI
20 DICEMBRE 1977
COMMENTI AMERICANI SULLA CINA
L'emittente «La Voce dell'America» ha cominciato ora a parlare apertamente dellamicizia che lega gli USA alla Cina di Hua Kuo-feng e Teng Hsiao-ping.
In una sua trasmissione «La Voce dell'America» ha rrasmesso ,un' intervista del senatore Mansfield, attualmente ambasciatore degli Stati Uniti d'erica in Giappone. Si tratta di una nota personalità americana che, se non erro, è stato presidente della commissione Esteri del senato americano. Mansfield ha dichiarato che l'attuale atteggiamento della Repubblica Popolare di Cina è incoraggiante per il mondo occidentale. Egli ha detto chiaro e tondo che l'eliminazione della «banda dei quattro», significa il ritorno al potere di Teng Hsiao-ping come vicepresidente del Partito Comunista Cinese, avvenimento da lui giudicato molto positivo per gli USA e per tutto il mondo occidentale.
Mansfield ha dichiarato che Teng Hisiao-ping è l'erede di Chou En lai, il suo esecutore testamentario. Egli assicura che Teng applicherà con esattezza le idee di Chou sulla modei`nizzazione della Cina entro l'anno 2000. Mansfield, che è un buon conoscitore della Cina, ritiene che le sarà difficile modernizzarsi entro il 2000. Comunque sia, gli Stati Uniti d'America le forniranno tecnologie ed altfi mezzi, affinché essa possa raggiungere questo obiettivo. Sedo field si dovranno avere scambi di numerose e vaaze delegazioni fra gli Stati Uniti d'America e la Cina per intensificare e consolidare i buoni rapporti di amicizia fra questi due paesi. Mansfield ha inoltre rilevato che la Cina ha bisogno di valuta estera, in altre parale la Cina ha bisogno di crediti ed egli ha aggiunto che gli americani «devono accordarglieli»,
Mansfield è certo che la Cina non si avvicinerà all'Unione Sovietica, perché ha imboccato una via di decisa opposizione nei suoi confronti. Questo esperto americano smentisce le voci su di un riavvicinamento fra cinesi e sovietici e conclude che attualmente la situazione dei rapporti americani con la Cina si presenta buona, solo «dobbiamo essere vigilanti più tardi, egli sottolinea, riguardo la possibilità di un riavvicinamento fra Cina e Unione Sovietica».
Dalla dichiarazione di questo ascoltato personaggio americano, che non è stato designato a caso quale ambasciatore degli Stati Uniti d'America in Giappone, risulta che Teng Hsiaoping è l'uomo più sicuro per preparare e rafforzare l'alleanza ciao-americana. Ne eravamo già convinti, ma siamo anche convinti che Teng Hsiao-ping è un avventuriero, se egli e il suo gruppo prenderanno interamente nelle proprie mani il potere, se riusciranno a liquidare completamente l'influenza dei loro avversari, che sono del resto anch'essi degli avventurieri, potranno affrettare ancora più l'avvicinamento della Cina agli Stati Uniti d'America, oppure mantenere, forse per un certo tempo, lo statu quo; ma possono anche, se lo ritengono necessario, riavvicinarsi all'Unione Sovietìca. Questo naturalmente, avverrà quando la Cina avrà intensificato le sue relazioni economiche, politiche e militari con gli Stati Uniti d'America e gli altri paesi capitalisti sviluppati, oppure quando vedrà che questi non le daranno quello che essa chiede. Allora la Cina farà il doppio gioco, vale a dire si riavvicinerà anche all' Unione Sovietica.
GIOVEDI
22 DICEMBRE 1977
PROSEGUE IL PROCESSO DI DEGENERAZIONE
IN CINA
Va confermandosi e attuandosi tutto quanto avevamo previsto a proposito delle relazioni statali fra Cina e Jugoslavia e delle relazioni fra il Partito Comunista Cinese e la Lega d.ei Comunisti di Jugoslavia.
Dopo la visita di Tito a Pechino, dopo la sua accoglienza con tanta pompa, con tanto sfarzo e calore da parte di Hua Kuo-feng, Teng Hsiao-ping e altri dirigenti cinesi, vediamo che gli accordi conclusi in segreto nei palazzi cinesi vengono messi in atto. L'amicizia fra i revisionisti cinesi e jugoslavi si sta rinsaldando e non solo in teoria, ma anche in pratica. Decine e decine di delegazioni cinesi di partito, delle unioni professionali e di donne. delegazioni economiche e soprattutto delegazioni incaricate di studiare i problemi organizzativi si recano in Jugoslavia per approfittane dell'esperienza jugoslava in tutti questi campi. Questi contatti, questi legami. questi scambi o, per essere più esatti, il ricorso all'esperienza revisionista jugoslava da parte dei cinesi non avvengono più in segreto, nel mistero. con i guanti, ma alla luce del sole.
La stampa e la radio rendono noto dove vanno queste delegazioni, con chi prendono contatti, che cosa chiedono e che cosa vedono. Noi apprendiamo dunque che, in generale, queste delegazioni cercano di acquisire l'esperienza dell'«autogestione» jugoslava. I cinesi hanno cominciato da tempo ad attuare questa forma capitalista di gestione, ma ora vogliono perfezionarla a pensano che solo approfittando dell'esperienza jugoslava, essi possono organizzare meglio questo metodo di sfruttamento capitalistico dei lavoratori. I revisionisti cinesi non si limitano a raccogliere solo l'esperienza dell'«autogestione» dell'economia nel campo dell'industria e nelle grandi aziende jugoslave, costruite con la tecnologia straniera, americana, tedesco-occidentale, ecc. e che sono di proprietà comune con le grandi compagnie capitaliste straniere, ma vanno in Jugoslavia anche per prendere esempio dalle grandi aziende agricole statali jugoslave, organizzate secondo il modello delle aziende agricole capitaliste.
Dunque, il viaggio di Tito a Pechino non è stato per lui un semplice divertimento o per la Cina un'affermazione sulla via revisionista e non è stato neppure un semplice tam-tam per accrescere la fama di questo revisionista traditom e rinnegato ma,t.ricolato. I cinesi, che riceveranno ed anzi stanno ricevendo dagli americani e dagli altri paesi capitalisti sviluppati crediti per realizzare tecnologie moderne sia nel campo dell'industria che in quello dell'agricoltura, devono senz'altro costruire un'organizzazione statale ed econoomica che si adegui agli aiuti accordati dagli americani, dalla Germania Occidentale e dal Giappone e in modo che questi ultimi abbiano garanzie per i loro investimenti in Cina.
I paesi imperialisti e capitalisti hanno visto che l'esperienza fornita a Tito ha dato frutti in tal senso e ritengono che i cinesi debbano adottare l'esperienza revisionista jugoslava, pur conservando alcune loro ,particolarità ed è per questo che delegazioni su delegazioni si riversano dalla Cina alla Jugoslavia. Bisogna tener presente che gli jugoslavi sono specialisti nelle manovre, nel saper presentare le cose, sono psicologi e sapranno metter bene nel sacco i cinesi, sia coloro che si recano in Jugoslavia che la direzione cinese, sapranno impegolarli per penino nella via capitalista che ha scelto e che sta seguendo con grande determinazione.
Questo riavvicinamento alla Jugoslavia non si fermerà qui. Il piano dell'imperialismo americano è vasto. Vediamo anche che la Cina tenta di infiltrarsi in Ungheria, in Polonia e possibilmente anche in altri paesi revisionisti che si trovano sotto la direzione dei sovietici. Essa pensa così di integrarvisi o di staccarli dall'Unione Sovietica. Questa è una vecchia politica dell'imperialismo americano, inglese e degli Stati «democratici» borghesi, di cui Tito, sotto la maschera del cosiddetto socialismo specifico, è l'avanguardia in materia di funambolismo. Ora, a trascinare questo carro del «socialismo specifico», saranno due coppie di cavalli, Tito con Kardelj e Teng Hsiao-ping con Hua Kuo-feng.
Inoltre, per quel che riguarda l'ideologia, il Partito Comunista Cinese seguirà decisamente la via della Lega dei Comunisti di Jugoslavia, vale a dire la via dell'alleanza con tutti gli altri partirti revisionisti dell'Occidente o degli altri continenti del mondo. Di questo si preoccuperà la Cina poiché, per raggiungere il suo obiettivo strategico, essa cercherà di conservare la sua maschera pseudocomunista che andrà a sommarsi alle maschere degli altri partiti che hanno tradito .il marxismo-leninismo e che fanno enormi sforzi per infiltrarsi nel clan capitalista, per collaborare con il capitale locale e internazionale a spese del proletariato dei paesi capitalisti del mondo.
In Cina il processo di degenerazione continua.
SABATO
24 DICEMBRE 1977
NON BISOGNA PERDERE LE SPERANZE NEL
PROLETARIATO E NEL POPOLO CINESE
E' naturale che tutti i comunisti del mondo, tutti gli uomini progressisti, i popoli che si battono per la loro libertà politica, economica ecc. siano preoccupati a causa della politica filoimperialista della Cina. Nella storia moderna dei popoli e degli Stati non si trovano esempi di un paese così grande che conduca così apertamente una politica scandalosa tesa a realizzare una' unità priva di princìpi con un potente Stato imperialista; come gli Stati Uniti d'America.
L'atteggiamento attuale della Cina diventa ancora più vile e ipocrita, quando si vanta di essere sempre un paese socialista, un paese che si batterebbe per la rivoluzione, per abbattere dalle fondamenta i1 capitalismo mondiale e l'imperialismo. In questo quadro essa spesso agisce in modo sfrontato e senza riguardi, facendo a voce alta appello all'unità con l'imperialismo americano e con tutta la borghesia capitalista mondiale, e questo non solo attraverso gli articoli del «Renmin Ribao» e i materiali dei corrispondenti dell'agenzia Hsinhua, che percorrono i paeoi capitalisti, visitano le basi e le navi da guerra della NATO e scrivono reportage sulla «potenza» e sul «paradiso» capitalista, ma anche attraverso appelli all'«unità», innanzi tutto con l'imperialismo americano, lanciati da alte personalità ufficiali cinesi, come ha fatto Teng Hsiao-ping nell'intervista concessa alla AFP, e si pretende poi che tutte queste pratiche costituiscano una via leninista. Questa è in realtà una delle vie più reazionarie che abbiano mai conosciuto il movimento comunista internazionale e il movimento progressista mondiale. Una politica di questo genere non può essere accettata dai popoli, né dagli Stati progressisti che hanno la loro dignità politica, i loro punti di vista, di qualsiasi natura siano, con i quali si difendono e si battono per non diventare vassalli di un altro paese o di un grande Stato. Vi sono nel mondo molti Stati governati da cricche borghesi e antipopolari, che, in diverse forme, si sforzano di nascondere la realtà e di mascherare la baro politica e le loro mire. Simili tentativi per mascherare. la sua attività antimarxista, antipopolare e contraria alla liberazione vengano fatti anche dalla Cina revisionista che spudoratamente afferma che la sua linea sarebbe una linea giusta, marxista-leninista. Ma un proverbio del nostro popolo dice: «Per andare al villaggio che si vede non c'è bisogno di guida».
La Cina pseudosocialista sta sottomettendosi alle condizioni dell'imperialismo americano. Con la sua politica, la sua strategia e la sua tattica, essa si oppone alla rivoluzione e alla lotta di liberazione nazionale dei popoli. Infatti, sostenendo la tesi dell'alleanza con gli Stati Uniti d'America e con il capitalismo mondiale, la Cina non può essere per la, liberazione dei popoli dalla schiavitù dell'imperialismo, del socialimperialismo e del capitalismo mondiale. Questa è una questione fondamentale. La Cina non aiuterà la lotta di liberazione nazionale dei popoli né con aiuti materiali e neppure con sostegno politico. Questo è un atteggiamento di sottomissione all'obiettivo principale dell'imperialismo americano.
L'iinperialismo americano mira a sottomettere i popoli. Ora esso si è impegnato a sottomettere la Cina politicamente ed economicamente e a farla dipendere militarmente dagli USA e dalla NATO. E' su questa via che procede attualmente la Cina che è caduta sulle posizioni di Washington. La Cina si è assunta l'impegno di propagandare la politica americana come una politica di «pace», di presentare gli Stati Uniti d'America come una potenza non aggressiva, che desidererebbe mantenere lo statu quo e che contribuirebbe al progresso dell'umanità. La Cina agisce in questo modo per giustificare gli aiuti» che essa stessa riceve ante dagli Stati Uniti d'America. Con il suo atteggiamento la Cina incoraggia gli Stati Uniti d'America ad investire tranquillamente anche in alteri paesi del mondo.
La Cina si è assunta l'impegno (e questo è l'ardente desiderio degli imperialisti americano) di attaccare ogni giorno il socialimperialismo sovietico, di indebolire, cioè, il principale concorrente dell'imperialismo americano, ma nel contempo anche suo principale concorrente come superpotenza. La Cina non conduce questa lotta contro l'Unione Sovietica da posizioni marxiste-leniniste, ma da posizioni capitalistiche di grande Stato che aspira a diventare una superpotenza imperialista, la conduce partendo dalle sue vecchie ambizioni di modifiche territoriali. La <«teoria» dei cinesi secondo cui essi attaccherebbero d'Unione Sovietica perché essa sarebbe un nemico ideologico, è quindi destituita di qualsiasi fondamento.
Un altro argomento che dimostra che la Cina revisionista si è messa. al servizio dell'imperialismo americano è il suo tentativo di raccogliere attorno agli Stati Uniti d'America tutti i paesi del mondo. In altre parole essa tenta di porre sotto la direzione dell'imperialismo americano geli Stati che hanno contraddizioni con esso. La Cina «consiglia» a questi Stati di «.eliminare» le divergenze che hanno con l'imperialismo americano. Questo la Cina lo fa con grande impegno dal momento che giunge al punto di far appello al proletariato mondiale e ai partiti comunisti marxisti-leninisti di unirsi alla borghesia dei loro paesi per formare un grande blocco politico, ideologico e militare con gli Stati Uniti d'America, con il capitalismo mondiale, contro il socialimperialismo sovietico. Anche questa è una totale sottomissione politica e ideologica all'imperialismo americano.
L'altra importante missione che si è impegnata a realizzare la politica cinese è quella di scindere i partiti oomunistd marxisti-leninisti del mondo, che sono sorti dal seno del proletariato e si battono per organizzarlo nella rivoluzione. Opponendosi alla. rivoluzione mondiale, alle rivoluzioni proletarie, alle tesi leniniste, la Cina si oppone, con tutte le sue forze, ai partiti comunisti marxisti-leninisti, che essa cerca di dividere e liquidare.
In tutte queste direzioni da me ricordate, il carattere revisionista della linea cinese non ha bisogno di molte spiegazioni, perché è evidente. La politica della Conia dev'essere combattuta e smascherata senza pietà, poiché sta arrecando gravi danni alla rivoluzione mondiale, ai popoli e al socialismo, in quanto politica opportunistica che orto acqua al muldnno dell'imperialismo e del revisionismo. Questo è criminale e i criminali, anche se politici, vanno smascherati e colpiti duramente.
L'attuale politica reazionaria cinese preoccupa molto i popoli, quindi bisogna spiegare loro chiaramente le sue mire. I popoli si rendono conto del pericolo che comporta l'attuale politica cinese, capiscono anche i giusti obiettivi e la via rivoluzionaria del Partito del Lavoro d'Albania e della Repubblica Popolare Socialista d'Albania. Proprio perché conoscono bene le nostre giuste posizioni, i popoli, gli autentici partiti marxisti-leninisti, e molti Stati che hanno diversi orientamenti politici, ma che non desiderano sottomettersi all'imperialismo americano o a qualsiasi altro imperialismo asservente, sostengono la politica del nostro Partito e del nostro Stato.
Abbiamo messo .in evidenza in precedenza come il revisionismo kruscioviano abbia intrapreso la sua politica di avvicinamento all'imperialismo americano e abbiamo sottolineato che la politica kruscioviana si intrecciava alla politica della reazione. Attualmente, tutti noi, comunisti del mondo, non abbiamo motivo di rimanere sorpresi, vedendo che la stessa cosa sta accadendo fra Cina e Stati Uniti d'America, vale a dire si manifesta un intreccio dei loro interessi sul piano interno e su quello internazionale. Sono questi interessi che fanno riavvicinare entrambe le parti, questo spiega le loro concessioni reciproche che avvengono, s'intende, a spese degli altri popoli. Da una parte l'imperialismo americano cerca di conservare la sua potenza egemonistica, ed anzi si sforza di accrescere questa potenza a danno dell'altra potenza socialimperialista; dall'altra anche la Cina tenta di creare il suo impero, cioè di imporre la sua influenza nel mondo. Dunque, dal momento che gli interessi dei due grandi Stati, di cui uno è imperialista affermato e l'altro cerca in diversi modi di affermarsi come tale, s'intreccano fra loro, è impossibile che questi interessi non siano in contrasto con gli interessi :generali della pace mondiale, con gli interessi delle lotte di liberazione dei popoli, con gli interesi della rivoluzione e della dittatura del proletariato.
Attualmente la Cina conduce questa politica mascherandosi con frasi marxiste, ma anche con una straordinaria incoerenza, con grande sfrontatezza e senza una grande preoccupazione di camuffare la sua via antimarxista I kruscioviani non agirono proprio cosi. Essi hanno tentato ed anche oggi cercano continuamente di mascherarsi con parole d'ordine leniniste, pretendendo che la loro attività politica, ideologica ed egemomica si svolga «nell'interesse della rivoluzione». Il socialimperialismo sovietico nasconde perfino le sue mire espansionistiche con la parala d'ordine dell'«aiuto alla rivoluzione proletaria».
Le parole d'ordine antimarxiste che ha lanciato Krusciov sulla coesistenza pacifica con l'imperialismo, sul passaggio al socialismo attraverso la via pacifica, parlamentare, le riforme ecc., ed inoltre il suo slogan di «un mondo senza eserciti, senza armi e senza guerre», egli le ha sviluppate, lasciando però, in un certo modo, l'impressione che in sostanza esistevano profonde contraddizioni fra gli Stati Uniti d'America e l'Unione Sovietica.
Queste contraddizioni esistono fra le due superpotenze imperialiste, gli Stati Uniti d'America, che pur facendo alcuni zigzag nella loro politica, seguano con coerenza la loro linea, e l'Unione Sovietica, che a sua volta segue decisamente la sua via socialimperialista, mascherandosi e procedendo anch'essa con qualche zigzag.
Attualmente vediamo invece che il partito comunista e lo Stato cinese sono entrati nell'arena internazionale con una politica molte volte scoperta, senza maschere, e i loro atteggiamenti sono odiosi, antimarxisti, antipopolari. Tutto il mondo capitalista è molto interessato a che la. Cina si sviluppi su questa via. Tutti hanno allungato le mani su questo paese, mettendo in moto le loro reti di spionaggio e i loro uomini politici per spingerla. ancor più su questa strada che la conduce verso il baratro. Alla testa di tutte le agenzie di spionaggio si trovano, naturalmente, la Jugoslavia e Tito. I titini sono molto contenti e incoraggiati, non solo perché si sviluppano relazioni economiche e politiche molto vantaggiose fra i due Stati revisionisti, Jugoslavia e Cina, ma anche perché in, questo modo appagano i desideri dei loro padroni, specialmente dell'imperialismo americano, riguardo la rapida trasformazione della Cina :in uno Stato capitalista, com'è anche la Jugoslavia.
E' certo che Hua Kuo-feng e Teng Hsiao-ping, tanto elogiati dalla borghesia capitalista, adotteranno ben presto l'organizzazione jugoslava di «autogestione» dell'economia e questa «autogestione», questo sistema che adatteranno alla grande Cina, la ammanteranno di quei tratti politici e la baseranno su quei tratti ideologici che definiranno meglio e in modo più chiaro la linea di tradimento dei maoisti.
L'agenzia di stampa jugoslava Tanjug non parla molto dei «quattro», né dei loro seguaci, che hanno ricevuto un duro colpo. Essa prevede ormai una stabilità continua in Cina. In altre parole, secondo questa ;agenzia, la cricca di Hua Kuo-feng e di Teng Hsiao-ping che è al potere nel 1978 troverà la stabilità, imporrà la disciplina nel lavoro e nel paese. In altro parole essa prevede 'l'instaurazione di una forte dittatura militare, la repressione della democrazia delle masse lavoratrici e l'applicazione della decentralizzazione economica.
Proprio come è avvenuto in Unione Sovietica, dove il Partito Bolscevico di Lenin-Stalin, che aveva conseguito grandi vittorie nella Rivoluzione e nell'edificazione del socialismo, fu smantellato dall'interno. Nonostante le giuste posizioni di Stalin e il lavoro politico-ideologico del Partito Bolscevico, i revisionisti camuffati riuscirono, in un dato momento, a impadronirsi del potere e in un periodo di tempo relativamente breve trasformarono l'Unione Sovietica da paese socialista, in paese capitalista, creando un nuovo strato di borghesia capitalista che si basa sulla forza militare e sugli organi di sicurezza dello Stato.
Per quanto riguarda il Partito Comunista dell'Unione Sovietica, questi conserva le «tradizioni», la sua fama (che fama!), ma in realtà non è rimasto nulla del Partito Comunista Bolscevico di Lenir-Stalin perché non è più esso a guidare l'Unione Sovietica. E' l'esercito, sono i servizi di sicurezza, sono gli «apparatcik» di un partito revisionista che guidano questo paese. In Unione Sovietica si manifesta una opposizione con il regime capitalista instaurato. Questa opposizione sembra .provenire da destra, ma di certo c'è anche una opposizione da, sinistra, che non appare perché i .rivoluzionari si trovano ed agiscono in una profonda clandestinità (mentre per i «dissidenti» controrivoluzionari sovietici la borghesia internazionale ha fatto e fa un baccano assordante).
Questo avverrà anche in Cina. Per il momento, molto difficilmente e solo in alcuni casi sporadici si possono manifestare opposizioni nei confronti dei governanti, per il fatto che una vera organizzazione rivoluzionaria marxista-leninista non è mai esistita in questo paese. E' per questo dunque che in Cina occorre sviluppare lo spirito rivoluzionario, un nuovo spirito rivoluzionario, marxista-leninista. La creazione di questo spirito rivoluzionario nei quadri e nelle masse del proletariato richiederà certamente un lungo periodo di tempo, mentre la dittatura militare di Hua Kuo-feng, di Teng Hsiao-ping, dei «signori della guerra», direi della nuova borghesia cinese maoista, durante questo tempo, colpirà senza posa e porterà la Cina su una via interamente capitalista.
Ciò non significa che in Cina gli elementi rivoluzionari non si muoveranno. Essi agiranno clandestinamente, naturalmente ricorrendo a nuove forme, forse in condizioni di clandestinità meno rigorose che in Unione Sovietica. In Cina forse queste forze agiranno prima per sbarazzarsi delle cricche che hanno preso il potere e che reprimono la rivoluzione. Non bisogna perdere le speranze nel proletariato e nel popolo cinese.
LUNEDI
26 DICEMBRE 1977
LA RIVOLUZIONE CINESE PUO' ESSERE DEFINITA UNA
RIVOLUZIONE PROLETARIA?
Naturalmente, per dare una risposta precisa a un problema cosi importante, bisogna, da una parte, disporre di un tempa relativamente lungo e di una documentazione ampia ed esatta, sull'evolversi .in Cina della situazione, che è molto complessa, per lo meno dal periodo di Sun Yat-sen e del Kuomintang fino ai nostri giorni. D'altra parte, occorre conoscere lo sviluppo della rivoluzione nel suo complesso e della rivoluzione classica. democratico-borghese francese, nonché lo. sviluppo delle rivoluzioni democratico-borghesi negli altri paesi.
Non ho la pretesa di conoscere la rivoluzione francese, democratico-borghese, in tutta la sua ampiezza e la sua profondità, comunque la conosco meglio delle altre rivoluzioni. L'ho studiata non solo sui manuali scolastici, ma più tardi anche nelle opere di autorevoli autori quali Michelet, Mathiev, Jaurès ecc. che trattano di questa rivoluzione. Noi conosciamo inoltre le valutazioni dei classici del marxismo-leninismo sulla rivoluzione francese.
Nella sua opera «Il Diciotto Brumaio di Luigi Buonaparte», Marx, parlando della rivoluzione francese, la definisce come rivoluzione degli anni 1789-1814. Allo stesso tempo però egli rileva che la fase ascendente di questa rivoluzione continua fino al 1794. Egli scrive:
«Nella prima rivoluzione francese, la dominazione dei costituzionalisti cede il posto alla dominazione dei girondini e quella dei girondini alla dominazione dei giacobini. Ognuno di questi partiti si appoggia su ciò che è più progressista. Ma appena uno di questi partiti ha portato la rivoluzione così lontano da non essere in grado di seguirla e tanto meno di dirigerla, questo partito viene messo da parte e mandato alla ghigliottina dal suo alleato più coraggioso. In questo modo la rivoluzione si sviluppa in linea ascendente».
Dopo il rovesciamento dei giacobini la rivoluzione «declina», e inizia il periodo della controrivoluzione, benché la borghesia conservi il potere acquisito. Noi conosciamo bene inoltre il processo di sviluppo della rivoluzione proletaria, la sua teoria e la sua pratica, che abbiamo studiato dettagliatamente nelle opere dei nostri grandi classici, Marx, Engels, Lenin e Stalin. Abbiamo anche studiato lo sviluppo e la vittoria della Grande Rivoluzione Socialista d'Ottobre in Unione Sovietica, della rivoluzione proletaria da noie negli altri paesi cosiddetti socialisti, i quali attualmente, al pari dell'Unione Sovietica, si sono trasformati in paesi capitalisti.
Se dico tutto questo è perché, per farne uno studio esatto, giusto e profondo di questo problema che ci interessa attualmente, vale a dire per definire il carattere della rivoluzione cinese e le varie tappe attraverso le quali è passata, occorre avere conoscenze ben chiare, conoscere soprattutto i momenti chiave, decisivi, le idee, la lotta delle frazioni, le varie tappe, le forze motrici che, prese insieme, determinano una rivoluzione, per poter poi giungere ad una conclusione giusta, dopo aver giudicato e analizzato la questione nel suo complesso e in modo scientifico nell'ottica marxista-leninista. Tuttavia, anche con le conoscenze non complete che abbiamo sulla Cina, conoscenze che non sono dovutamente coordinate e classificate, attraverso confronti e parallelismi, talvolta forse non tanto minuziosi, possiamo esprimere un'opinione sulla rivoluzione che si è svolta in Cina e che fino a questo momento è stata definita «socialista», «proletaria», ma che in realtà non sembra sia stata tale.
Sulla base delle mie riflessioni, soprattutto dopo tutto ciò che è successo e sta succedendo in Cina, naturalmente senza pretendere che queste costituiscano uno studio approfondito, ritengo che in Cina non sia stata fatta una rivoluzione proletria, cosi come viene definita e quale è la Grande Rivoluzione Socialista d'Ottobre. Qui non pongo la questione della necessità di bruciare le tappe della rivoluzione borghese e di passare direttamente alla rivoluzione socialista.
In Cina Sun Yat-sen, con la sua lotta alla direzione del Kuomintang, passando attraverso molte lotte e sforzi, riuscì, pur non avendo completato la sua opera, ad abbattere la monarchia, a instaurare la repubblica e a formare il governo democratico di Canton, senza poter però unificare la Cina. Questa repubblica cinese era una repubblica «democratico-borghese» non ancora ben formata con tutti i tratti e le caratteristiche di una democrazia borghese avanzata, benché procedesse in questa direzione. Come qualsiasi rivoluzione democratico-borghese, anche quella guidata da Sun Yat-sere e dal Kuomintang ha attuato, a mio parere, una serie di riforme politiche ed economiche che hanno avuto un risultato, direi, benefico e che miravano ad unificare la Cina. Questa, a quel tempo, soffriva sotto un duplice giogo, quello della monarchia assoluta, del caos nelle province, dove regnavano i «signori della guerra» con le loro amministrazioni autonome e con i loro `«eserciti» quasi privati, e quello di una serie di Stati imperialisti. Questi si erano insediati in Cina con le loro concessioni, si erano spartiti pressoché tutte le coste orientali di questo grande, avevano creato le loro colonie e le loro agenzie con cui succhiavano il sudore e il sangue del popolo cinese, per il tornaconto delle metropoli inglesi, americane, francesi, tedesche ecc., e tramavano intrighi usando la propria influenza per seminare discordia e caos.
La proclamazione della repubblica e l'avvento al potere del Kuomintang non significava la scomparsa della grande borghesia cinese, della borghesia nazionale e della borghesia compradora. Assolutamente no! Questa borghesia rimase al potere e continuò a mantenere, conservare e sviluppare le sue relazioni con gli Stati imperialisti, specie con l'imperialismo americano, e a creare attriti e spaccature che portarono perfino a scontri armati fra il Partito Comunista Cinese e il Kuomintang. Del resto il suocero di Sun Yat-sen, che era anche suocero di Chiang Kai-shek e faceva parte del Comitato Esecutivo del Kuomintang, era uno dei più grandi borghesi compradori della Cina. Come lui ce n'erano anche molti altri.
Sun Yat-sen e il Kuomintang scelsero e applicarono la linea delle riforme democratico-borghesi e, pur avendo relazioni di amicizia con l'Unione Sovietica leninista, erano ben lontani dal seguire la via leninista nella trasformazione della Cina. L'inviato del Comintem, nel suo rapporto del 26 gennaio 1923, scriveva che Sun Yat-sen aveva detto che il sistema dei soviet non poteva essere introdotto in Cina, poiché in questo paese non esisteva nessuna condizione favorevole per la sua applicazione. Sun Yat-sen non si mostrò pienamente capace di elaborare un programma chiaro e preciso per lo sviluppo della Cina. I suoi punti di vista e le sue tendenze sociali erano radicali a parole, ma scialbe nel contenuto. Le tendenze apolitiche e ideologiche di Sun Yat-sen, di Chiang Kai-shek e del Kuomintang in generale propendevano piuttosto e principalmente verso le concezioni democratico-borghesi dell'Europa occidentale, dell'America e di altri paesi come il Giappone. Sun Yat-sen, da quello che ho letto, ha tentato diverse volte di trovare sostegno, benché ciò fosse azzardato e pericoloso, ora nei clan militari all'interno, ora nelle grandi potenze come gli Stati Uniti d'America e il Giappone. Da queste ha ricevuto aiuti per rafforzare il regime che andava costituendosi in Cina. E' chiaro che questo aiuto degli ambienti democratici americani non aveva affatto carattere altruistico. Gli Stati Uniti d'America, in quanto potenza imperialista, cercavano di affondare le unghie e di installarsi in Estremo Oriente, particolarmente in Cina.
Benché Sun Yat-sen fosse rimasto un democratico progressista di tendenze liberali, egli nutriva simpatia per la Rivoluzione d'Ottobre e per l'Unione Sovietica. La repubblica democratico-borghese da lui fondata strinse relazioni con l'Unione Sovietica e trovò in essa e in Lenin un potente sostegno per portare avanti la trasformazione sociale, politica e militare, che stava iniziando in Cina. Il testamento lasciato da Sun Yat-sen rivela nel migliore dei modi il suo ardente desiderio di portare a fondo la rivoluzione democratico-borghese, la sua fiducia e la sua simpatia verso l'Unione Sovietica. Egli termina il suo testamento con queste parole:
«Cari compagni, nel momento di lasciarvi, desidero esprimere una grande speranza, la speranza che presto spunterà l'alba, e allora l'Unione Sovietica, i suoi amici e i suoi alleati accetteranno al loro fianco una Cina forte, sviluppata e indipendente nella grande lotta. per l'emancipazione- dei popoli del mondo. I nostri due .paesi avanzeranno, stringendosi per mano, verso la vittoria. Vi rivolgo i miei fraterni saluti».
In questo periodo, in cui il Kuomintang era onnipotente, in cui alla sua testa si trovava Sun Yat-sen, in cui la repubblica. cinese era in via di sviluppo e intratteneva relazioni di amicizia con l'Unione Sovietica di Lenin, nel 1921, fu fondato il Partito Comunista Cinese.
Il Partito Comunista Cinese nacque e si sviluppò in seno all'antica società e all'antica civiltà cinese e i suoi membri, in quell'epoca, furono il prodotto dell'educazione intellettuale e morale confuciana, democratica e liberale e infine marxista-leninista. Ed anche più tardi non si .può affermane che i marxisti cinesi si siano interamente staccati dalla civiltà tradizionale che continuò ad influenzarli con la sua psicologia individuale e con la sua psicologia nazionale.
Prima della Rivoluzione d'Ottobre ed anche dopo, la diffusione del marxismo in Cina ha assunto il carattere di un movimento di liberazione più nazionale che sociale. I primi gruppi marxisti furono caratterizzati dalla confusione ideologica. e dalla instabilità nella linea politica. Sho Kjang, che prima. del 1966 era responsabile delle questioni culturali nel regime maoista, in un articolo del settembre 1957, scriveva: «Gettiamo uno sguardo indietro, noi eravamo appassionati di tutte le. nuove conoscenze che provenivano dall'estero ed eravamo incapaci di far distinzione fra l'anarchismo e il socialismo, l'individualismo e il collettivismo. Nietzsche, Kropotkin e Karl Marx ci affascinavano tanto l'uno come gli altri. Più tardi ci rendemmo conto che il marxismo-leninismo era l'unica verità e arma capace di liberare l'umanità. Noi credevamo in un comunismo astratto e le nostre azioni erano sempre dettate dal desiderio di far mostra di un eroismo individuale. Noi non avevamo stretti contatti con gli operai e i contadini, ci avvicinavamo ben poco a loro. La rivoluzione democratica era il nostro obiettivo immediato, mentre la rivoluzione socialista era un ideale lontano. Per molto tempo siamo stati influenzati dall'individualismo. Noi sognavamo come Ibsen e prediligevamo il suo motto: «Nella vita, l'uomo più forte è il più solitario».
Bisognava mettere un freno a tutti questi diversi punti di vista ideologici e politici, nel senso che bisognava .epurare le file del partito e limitare l'influenza di quegli elementi che; benché democratici, non erano marxisti, non seguivano i principi fondamentali del marxismo-leninismo. Con questo voglio dire che bisognava spazzare il terreno in modo da formare -un autentico partito comunista,, che seguisse ed applicasse in modo creativo la teoria del marxismo-leninismo nelle condizioni della Cina, e che l'applicasse più a fondo e più chiaramente sulla base delle idee che- guidarono la Grande Rivoluzione Socialista d'Ottobre, le idee marxiste di Lenin.
Il Co .mintern ha dato in ciò il suo contributo e fu il Comintern ad aiutare a formare nuovi quadri più radicali, con idee più chiare, che giunsero uno dopo l'altro al partito dopo il Movimento del 4 maggio 1919, da Li Li-sana MaoTse-tung. Nell'applicare la via sovietica, Mao Tsetung era molto più progressista dei suoi predecessori, era molto più rivoluzionario, .più coerente di Sun Yat-sen e anche degli altri suoi compagni più anziani quali Cheng Du-siu, Li Da-ciao ed altri. Tuttavia nelle concezioni di questi nuovi quadri restò l'influenza accentuata del nazionalismo cinese, dell'idea di indipendenza di questo «grande Stato», restò l'influenza accentuata delle vecchie idee filosofiche di Confucio, di Mencio, ecc. Ciò ha ostacolato i compagni cinesi, che andavano formandosi durante la lotta e gli, scontri, nel considerare il marxismo-leninismo come una vera bussola con cui orientarsi nella foresta molto oscura della rivoluzione democratico-borghese cinese e nell'elaborare una linea politica marxista-leninista con obiettivi chiari, suscettibile di guidarli senza tentennamenti in tutte le tappe della rivoluzione cìnese. E ciò, dall'inizio e fino ad oggi, non è stato fatto come si doveva, ma sono state utilizzate solo alcune formulazioni e parole d'ordine marxiste, mentre, nel suo contenuto, il Partito Comunista Cinese non era un autentico partito del proletariato, un partito della rivoluzione in grado di assicurare la guida della rivoluzione democratica .e di trasformarla in rivoluzione proletaria. Infatti si svilupparono nel suo seno parecchie deviazioni e teorie anarchiche, ecc. Tutti gli sviluppi avvenuti in Cina, dalla formazione del partito comunista, dalla fondazione della repubblica democratico-borghese di Sün Yat-sen ad oggi, confermano questa linea caotica. Il Partito Comunista Cinese appena formatosi doveva seguire la via del consolidamento organizzativo e ideologico, doveva lavorare per sviluppare la sua identità e creare passo dopo passo le alleanze con le classi e le forze, rivoluzionarie, doveva lottare :per consolidare le posizioni della democrazia borghese che si stava costruendo nella prima tappa, cioè doveva garantire la libertà democratica del popolo, accrescere l'influenza popolare e innanzi tutto del proletariato nel paese, nel potere, nell'esercito; doveva occupare posizioni dominanti nei sindacati che si erano formati in seno al Kuomintang e sviluppare la propria propaganda indirizzandola in un senso preciso per consolidare le sue posizioni tra la classe operaia e farne la classe egemone della rivoluzione. Esso doveva nel contempo allargare la sua influenza nelle campagne cinesi, perché qui viveva la schiacciante maggioranza della popolazione di questo paese di dimensioni continentali e doveva procedere, direi, con maggiore coerenza all'attuazione della riforma agraria e al risveglio politico e culturale della campagna.
Sono stati Lenin e il Comintern, la Rivoluzione d'Ottobre e l'esperienza dell'Unione Sovietica ad aprire questa via al Partita Comunista Cinese.
Lenin aveva scritto una serie di articoli sulla Cina. Ma l'articolo dal titolo «La democrazia e il populismo in Cina» pubblicato il 15 luglio 1912 è particolarmente interessante. Lenin vi analizza la situazione di questo paese, la rivoluzione del 1911. Egli riconosceva il carattere progressista delle idee di Sun Yat-sen con tutte le sue limitazioni dottrinali. La rivoluzione democratico-borghese guidata dal Kuomintang appariva a Lenin di particolare interesse per il fatto che essa si batteva contro l'oppressione esercitata dagli Stati occidentali ed impediva lo smembramento e la disgregazione nazionale che minacciava la Cina. Egli si rendeva conto dell'importante ruolo che sarebbe stato riservato alle masse contadine, ponendo sempre l'interrogativo sul loro valore rivoluzionario in mancanza di un proletariato in Cina. Così sulla «Pravda» dell'8 novembre 1912, Leni.n scriveva, tra l'altro, a proposito delle mawe contadine:
«Sapranno i contadini, senza la guida di un partito del proletariato, mantenere le loro posizioni democratiche contro i liberali, i quali aspettano solo il momento opportuno per gettarsi a destra, - il prossimo futuro lo dimostrerà».
Lenin era pienamente convinto che il proletariato si sarebbe formato in Cina e quindi rilevava:
«Infine, quanto più crescerà in Cina il numero delle Shanghai, tanto più crescerà anche il proletariato cinese. Esso formerà certamente questo o quel partito operaio socialdemocratico cinese che, criticando le utopie piccolo-borghesi e i punti di vista reazionari di Sun Yat-sen, sicurame-zte creerà, conserverà e svilupperà con cura il nucleo democratico e rivoluzionario del suo programma politico e agrario»
Questi due articoli sono sufficienti per vedere con quanta chiarezza Lenin ha definito i compiti che doveva assolvere il Partito Comunista Cinese.
Al secondo Congresso del Comintern, tenutosi dal 19 luglio al 7 agosto 1920, furono approvate le tesi sulla questione nazionale e coloniale sulla base degli insegnamenti di Lenin, di cui ungran numero riguardavano anche la Cina. Il Congresso adottò la tesi secondo la quale «la rivoluzione in Cina e in altri paesi coloniali deve avere un programma che consenta l'inclusione delle riforme borghesi e soprattutto della riforma agraria», sottolineando però che la direzione della rivoluzione non deve essere lasciata alla borghesia democratica; al contrario, nelle decisioni del Congresso di diceva che il partito del proletariato doveva condurre una propaganda intensa e sistematica a favore dei Soviet ed organizzare al più presto i Soviet degli operai e dei contadini. Questa era la linea generale del Comintern che doveva essere seguita dal partito anche in Cina.
In generale possiamo dire che il Partito Comunista Cinese non ha svolto a dovere, in modo studiato e sistematico, guardando le cose attraverso il prisma del socialismo scientifico, il suo ruolo in questa situazione che si era creata in Cina. Su questa questione si manifestarono in seno a quel piccolo partito che si chiamava Partito Comunista Cinese tendenze diverse che non consentirono che fosse stabilita in nessun momento una giusta linea marxista-leninista e che a dirigere fossero il pensiero e l'azione marxisti-leninisti. Queste tendenze iniziali, che si manifestavano di frequente nei principali dirigenti del partito, molte volte erano di sinistra, talvolta opportunistiche di destra, talvolta centriste, giungendo fino a punti di vista anarchici, trotzkisti, borghesi, marcatamente sciovinistici e razzisti. Queste tendenze sono rimaste uno dei tratti caratteristici del Partito Comunista Cinese, che in seguito venne diretto da Mao Tsetung e dal sino gruppo.
Perché questo giovane partito potesse condurre una lotta sistematica, organizzata, ben studiata e maturata in quella situazione così complessa e in un continente così grande, dove le idee di Confucio e il sistema feudale avevano lasciato tracce profonde, per non dire indelebili, ,era necessario che i comunisti cinesi avessero assoluta fiducia nel marxismo scientifico, in Lenin e nel Comintern, che questi venissero informati sulla reale situazione in Cina, in modo che le decisioni prese dal Comintern sulla Cina fossero giuste e venissero applicate correttamente dai comunisti cinesi.
Tutto questo, a mio parere, nonostante la buona volontà di questi neofiti, non è stato fatto dal Partito Comunista Cinese e da ciò, penso, traggono origine tutte le oscillazioni a sinistra e a destra da allora fino ad oggi.
Fin dalla formazione del partito apparvero due correnti: una voleva svolgere un'attività legale e collaborare con i partiti democratici borghesi, l'altra invece sosteneva che non si doveva avere nessun legame con altri. E, in generale, il partito prese la decisione di isolarsi, in altre parole, di tenere un atteggiamento ostile verso tutti gli altri partiti, compreso quello di Sun Yat-sen, accusato di essere il responsabile del caos politico. In una lettera che Chen Tu-hsin indirizzava il 16 aprile 1922 a Voitinskij, inviato del Comintem in Cina, scriveva che i comunisti cinesi erano contro la collaborazione con il Kuomintang, perché i loro obiettivi erano differenti. Il Comintern si oppose a questo atteggiamento e orientò il partito ad una stretta collaborazione con il Kuomintang.
Al Congresso dei popoli dell'Estremo Oriente, il Cominterrl definì correttamente la linea di collaborazione fra il Kuomintang e il Partito Comunista Cinese ed i compiti di quest'ultimo per quel periodo della rivoluzione cinese. Anche il rappresentante sovietico sostenne l'idea di appoggiare il Kuomintang, in quanto alleato che si batteva perla liberazione nazionale e democratica, per l'emancipazione nazionale, ma nel contempo rilevò che il Partito Comunista Cinese non doveva sostenere le organizzazioni e i sindacati diretti dal Kuomintang, ma insieme alle masse proletarie doveva assumere un ruolo dirigente e lottare per affermare la sua influenza e per creare le sue organizzazioni di massa. «Su questa questione, - disse - noi pensiamo che il Kuomintang non ostacolerà il nostro lavoro e noi collaboreremo sinceramente con esso. Cosi, noi parliamo apertamenite. Questo è il nostro orientamento e, per noi, il ruolo guida spetta al movimento degli operai cinesi, che deve svilupparsi liberamente, indipendentemente dall'esistenza della borghesia di tendenze radicali, con le sue organizzazioni e i suoi partiti democratici.»
Cosi questo piccolo partito comunista fu politicamente difeso e materialmente aiutato dal Comintern e dalla Russia Sovietica, che seguivano attentamente la sua attsvità tra le masse e soprattutto tra il proletariato urbano. In questa direzione furono fatti rapidi progressi, specie sul piano sindacale, mentre i progressi sul piano politico furono più tardivi, più lenti ed iniziarono nel 1925 con il movimento del 30 maggio. Il movimento del 30 maggio fece sì che al 4° Congresso del Partito si ottenesse un nuovo successo. La collaborazione fra il Partito Comunista Cinese e il Kuomintang si rafforzò e divenne più stretta, incidendo direttamente sul consolidamento e sulla tempra dell'unità nazionale, che si era indebolita, per non dire scomparsa, dopo il 1911. Da questa collaborazione il Kuomintang prese nuovo vigore, ma anche il Partito Comunista Cinese giunse al 4° Congresso con forze moltiplicate. Alla settima sessione plenaria della commissione cinese del Comitato Esecutivo del Comintern, il 30 novembre 1926, Stalin disse tra l'altro
«...l'intero sviluppo della rivoluzione cinese, il suo carattere, le sue prospettive dimostrano incontestabilmente che i comunisti cinesi debbono restare nel Kuomintang ed intensificarvi la loro attività».
La collaborazione fra i due partiti continuò fino al 1927. Allora le cose si complicarono e ciò non è affatto strano, dal momento che la reazione borghese rimane sempre reazione Chiang Kai-shek, la borghesia compradora e la grande borghesia cinese, che operavano nell'ambito di questa «democrazia» cinese, vedevano nel Partito Comunista Cinese un pericolo a causa del crescere, a poco a poco e gradualmente, della sua influenza sulla classe operaia e le masse contadine. Cosi avvennero la rottura, la scissione e il colpo inferto a Canton nel 1926 e a Shanghai nel 1927, quando fu liquidato un gran numero di proletari e di comunisti. Questo fu un duro colpo per i sindacati e per il Partito Comunista Cinese.
Il Partito Comunista Cinese non seppe definire una chiara linea marxista-leninista non solo nei riguardi del Kuomintang; ma anche nei riguardi della classe operaia e delle rasasse cont dine. Nella rivoluzione democratico-borghese cinese le masse contadine svolsero un ruolo decisivo, ma questo non vuol dire che il Partito Comunista Cinese dovesse definirle quale forgi A dirigente della rivoluzione. Nelle nuove condizioni, questa rilvoluzione doveva essere guidata dalla classe operaia.
Gli uomini del Kuomintang non erano elementi delle masse contadine, erano invece elementi progressisti della borghesia urbana, innanzi tutto intellettuali, ai quali si erano uniti anche elementi borghesi reazionari, i quali avrebbero cercato di impedire che in Cina si radicassero le libertà democratiche. La borghesia della giovane repubblica cinese si sforzava di fare delle masse contadine povere, di quelle medie e dei contadini ricchi uno strumento nelle sue mani, di servirsene come sostegno. Che le masse contadine cinesi fossero un elemento rivoluzionarlo questo è innegabile. Anche nella rivoluzione democratico-borghese francese questa classe ha avuto queste caratteristiche. Benché le masse contadine francesi, in alcuni momenti della rivoluzione, avessero parteggiato più per il re, in linea di massima esse erano ostili al feudalesimo e desideravano sottrarsi al gravame delle tasse in denaro, in natura e in lavoro servile, e soprattutto e innanzi tutto desideravano avere la terra.
In Cina le masse contadine erano un elemento progressista rivoluzionario, erano contro la monarchia, contro l'oppressione, contro «i signori della guerra», i signori delle province, ma bisognava lavorare tra di esse. La borghesia che aveva fatto la rivoluzione in Cina, come abbiamo già detto, avrebbe cercato di servirsi delle masse contadine. In questa situazione il Partito Comunista Cinese doveva operare, senza però scivolare sulle posizioni della borghesia del Kuomintang, sia di quella «progressista» che di quella reazionaria. Il PC Cinese doveva avere una sua linea politica indipendente fondata sugli insegnamenti di Marx e Lenin. In questa tappa il partito comunista doveva consolidare le posizioni che aveva conquistato a scapito della monarchia, del feudalesimo, delle forze retrograde. Tenendo presenti le tappe successive da superare, esso non doveva dimenticare la prospettiva della rivoluzione, non doveva dimenticare di essere un partito marxista-leninista della classe operaia, la punta di spada di questa classe. All'epoca della fondazione del PC Cinese, esisteva in Cina un proletariato relativamente piccolo rispetto alla classe dei contadini cinesi. Tuttavia il proletariato esisteva e il Partito Comunista Cinese che si era formato doveva essere il partito del proletariato, mentre le masse contadine dovevano essere considerate da questo partito come il suo principale alleato. Il ,partito doveva impegnarsi, quindi, a fare delle masse contadine l'alleato della classe operaia per consolidare la repubblica democratico-borghese progressista e per passare successivamente, una volta maturate le condizioni, ad una tappa .più avanzata, alla rivoluzione socialista. Il partito non ha mai avuto, sul piano teorico, una chiara comprensione di questa, idea fondamentale, di questo principio base rivoluzionario che ha un valore guida e quindi non l'ha dovutamente e con coerenza messo in pratica.
Dopo la rottura del 'PC Cinese con il Kuomintang, nel 1927, per la rivoluzione cinese iniziò una nuova tappa, nota con il nome di Seconda Guerra Civile Rivoluzionaria.
I compiti del partito per questa tappa furono tracciati nel Plenum straordinario del Comitato Centrale, riunitosi il 7 agosto 1927. Il Plenum rimosse dalla direzione del partito. Cheng Tu-hsin e i suoi seguaci e pose dame principale compito del partito la rivoluzione agraria. Dopo il Plenum si ebbe uno sviluppo del movimento rivoluzionario, il partito cominciò a creare le .proprie forze armate. Il 6° Congresso del Partito, tenutosi nel 1928, dette gli orientamenti per l'ulteriore sviluppo della rivoluzione e fissò come compito fondamentale la creazione di basi rivoluzionarie e la formazione dell'Esercito Rosso.
Il movimento rivoluzionario cominciava a crescere. Il Comitato Esecutivo dell'Internazionale Comunista [CEIC] giunse nel dicembre 1929 alla conclusione che la Cina era entrata in una profonda crisi nazionale e si trovava all'inizio di un'ascesa rivoluzionaria. Rilevava però che il passaggio dalla crisi nazionale alla situazione direttamente rivoluzionaria non sarebbe avvenuto immediatamente. Nello stesso tempo il Comintern fece notare al CC del PC Cinese che «la rivoluzione in Cina si sviluppava in molo ineguale». In queste condizioni il rafforzamento del partito e la sua lotta per rendere coscienti le masse e guadagnarle alla sua causa rimaneva un compito fondamentale.
Le conclusioni del Comintern, a quanto pare, non furono comprese correttamente dalla direzione cinese di quel tempo. Nel febbraio del 1930 il CC ciel PC Cinese inviò alle organizzazioni di partito una circolare, in cui la tesi del Comintern sullo sviluppo ineguale della rivoluzione in Cina veniva praticamente ignorata e si affermava che la crisi rivoluzionaria aveva toccato tutta la Cina. Inoltre, 1'11 giugno 1930 l'Ufficio Politico con alla testa Li Li-san approvò la risoluzione «Sulla nuova ondata rivoluzionaria e sulla presa del potere, inizialmente in alcune province». La direzione cinese era del parere che nelle condizioni della crisi che aveva investito il mondo capitalista e di quella che travagliava il paese, la situazione rivoluzionaria era già maturata in Cina e che bisognava immediatamente passare all'insurrezione, inizialmente in una o alcune province ed in seguito in tutto il paese. Essa rilevava inoltre che il fattore decisivo della rivoluzione era la lotta del proletariato, ma che unicamente un'ondata di scioperi della classe operaia nella città non poteva far trionfare Finsnirrezione, senza un attacco dell'esercito alle grandi città. Mao Tsetung invece considerava la rivolta come un'azione esclusivamente militare e non era per un'iniziativa comune della classe operaia nelle città e dell'esercito.
L'insurrezione ebbe inizio a giugno e il 28 di questo mese l'Esercito Rosso entrò a Chansha. La città fu tenuta per pochi giorni e poi fu ripresa dalle forze del Kuomintang, che applicarono il terrore contro gli abitanti e in modo particolare contro la elasse operaia. e i comunisti.
Da quello -che :ho letto, risulta che l'unica armata che appoggiò l'insuione e riesistette fu il quinto gruppo dell'Armata Rossa. Mentre le forze della zona del Kensi, al comando di Chu Teh e Mao Tsetung, invece di tenere Chansha o di attaccarla, ripiegarono per venire in aiuto al quinto gruppo d'armata. In questo modo la grande offensiva a livello di provincia fallì. Ma, neppure in seguito a ciò, l'Ufficio Politico del CC del PC Cinese rinunciò alla sua idea. Il 18 luglio inviò una lettera al CEIC affinché questi sanzionasse l'inizio della rivolta a Wouhan, Chansha e Shanghai. Il Presidium del CEIC respinse questa richiesta. Il 5 agosto l'Ufficio Politico del PCC rinnovò la richiesta. Il 26 agosto 1930 il CEIC indirizzò una lettera al CC del PCC in cui veniva ribadita l'assolutà necessità di annullare il piano di rìvolta in alcune province.
Nel sebbeanbre del 1930 ebbe luogo a Lu-shan la terza sessione della sesta riunione del CC. A questa riunione era presente anche Pavel Mif, quale rappresentante del CEIC. Il rapporto tenuto da Chou En-lai, che era appena rientrato da Mosca nella sua qualità di inviato del CC del PC Cinese presso il Comintern, era molto cauto e cercava di conciliare i punti di vista del Comintern con la linea di Li Li-san. Il plenum considerò l'atteggiamento della direzione cinese solo come un serio errore tattico e non come una posizione contrastante con le direttive del Comintern. Quattro mesi più tardi, nel gennaio 1931, il Comitato Centrale tenne una quarta sessione. Nella risoluzione di questa sessione si sottolineava che la direzione del Partito Comunista Cinese, guidata da Li Li-san, aveva seguito una politica avventurosa, putschista, contraria alle direttive del Comintern. Il rapporto indicava che la linea di Li Li-san sulla presa delle grandi città in un momento in cui non erano maturate le dovute condizioni era in contraddizione con le tesi del Comintern sul carattere e le tappe della rivoluzione cinese.
I comunisti cinesi con a capo Mao Tsetunggettano la colpa sul Comintern o sui suoi rappresentanti in Cina per giustificare le cloro disfatte e le loro deviazioni, per giustificare la loro incomprensione della situazione in Cina e d'inesattezza delle loro deduzioni. Essi accusano pesantemente il Comintern perché questi, a sentir loro, li avrebbe ostacolati nel condurre una lotta coerente per la presa del ,potere e per l'edificazione del socialismo in Cina. Naturalmente, il periodo della rivoluzione cinese è lungo e complesso, ano i punti di vista cinesi permangono privi di argomentazione. Ho detto più volte che i documenti del Cominterm, non solo sulla questione cinese, ma anche su molti .problemi di quell'epoca, si trovano nelle mani dei sovietici, negli archivi del Partito Comunista dell'Unione Sovietica. Molti non sono stati pubblicati, perché le varie fraziord e gli attuali revisionisti sovietici non fanno venir fuori la verità dai loro archivi, e cosi i cinesi possono manipolare ed interpretare i fattá a loro piacimento. Non si possono completamente discolpare la rappresentanza cinese al Comintern né i rappresentanti del Comintern in Cina, mia non si può discolpare neppure il Partito Comunista Cinese che svolgeva la sua attività sua campo, perché le sue azioni non erano ben ponderate e i rapporti che presentava sulla situazione .nel paese non corrispondevano alla realtà. In queste condizioni è probabile che alcune direttive del Comintern
non siano state opportune oppure non siano state trasmesse e applicate come si deve dai rappresentanti del Comintern in Cina, siano questi sovietici o cinesi, e questo si spiega, tra l'altro, con il fatto che in quell'epoca nel Comintern c'erano alcuni elementi come Trotzki, Bukharin, Zinoviev, Kameniev, che scoprirono più tardi il loro vero volto. All'inizio degli anni venti venne inviato in Cina come rappresentante del Carnintern il sovietico Adolf Abramovich Joffé, un sostenitore del trozkismo, che poi si suicidò. Nell'ottobre del 1923 si recò in Cina Borodin, anche questo un elemento trotzkista.
Sono però del parere che in linea generale le decisioni e le direttive del Comintern, del tempo di Unin innanzi tutto, sono state giuste e che sono state giuste anche quelle del tempo di Stalin.
I fatti dimostrano che sia nel periodo della prima guerra civile, ossia nel primo periodo della collaborazione fra, Kuomintang e Partito Comunista Cinese, che negli altri periodi, non risulta che siano stati impartiti orientamenti errati da parte del Comintern sullo sviluppo della lotta del Partito Comunista Cinese come :partito indipendente. In linea di massima, Stalin ha voluto che il Partito Comunista Cinese combattesse in stretta alleanza con il Kuomintang, allorché lo sviluppo storico della Cina poneva questa alleanza come una necessità oggettiva. Questa, a mio giudizio, era una direttiva giusta. Ma che Stalin abbia dato la direttiva, come sostengono i cinesi, di liquidare il loro Partito Comunista integrandolo nel Kuomintang, senza conservare la sua individualità, questo non lo posso credere; questa non poteva in nessun modo essere l'opinione di Stalin. I cinesi non sono in grado di fornire alcun documento che possa confermare questo; esistono invece documenti che dimostrano il contrario. Ne sono una conferma anche le affermazioni dei. cinesi stessi, i quali pretendono che Stalin avrebbe fatto un'autocritica quando Mao Tsetung si recò a Mosca, ma non su questa questione, ed avrebbe ammesso che «in un momento della rivoluzione cinese avrebbe, in certo modo, influenzato il Partito Comunista Cinese a contare principalmente sul proletariato e meno sulle masse contadine». «Questo è l'unico errore che ho commesso nei riguardi della Cina e nessun altro, e per questo faccio l’autocritica» avrebbe detto Stalin, secondo i cinesi. Ma anche se ciò fosse vero, è inammissibile trarre la conclusione, come fanno, i cinesi, che le loro disfatte, gli scontri fra le frazioni nel PC Cinese, e i massacri compiuti dal Kuomintang sarebbero stati caus,,at,i dalla politica «errata» del Comintern e di Stalin! Occorre disporre di documenti autentici in merito, perché è molto più probabile che gli stessi comunisti cinesi, ed anche alcuni degli inviati dti Mosca a quanto pare, non abbiano saputo condurre con il Kuomintang e i suoi capi una politica giusta, di principio, una poliitica che avrebbe permesso di raggiungere i loro obiettivi massimi.
Noi vediamo che all'inizio la collaborazione dei comunisti cinesi con il Kuomintang è stata ragionata, stretta al punto che le due parti formavano insieme i quadri militari all'Accademia Wampu, dove Chiang Kai-shek era comandante e Chou En-lai commissario. Chou En-lai e Chiang Kai-shek si capivano e collaboravano dunque in perfetta armonia. Lo stesso mao era responsabile dei quadri (della loro educazione) nel Kuornintang. Questo vuol dire che le direttive del Comintern non erano sbagliate. Le direttive del Comintern non erano sbagliate seppure quando si trattò di evitare la rottura al momento dell'aggressione giapponese (se questa era la sua direttiva), affinché il PC Cinese intervenisse, per mezzo di Chou En-lai, per rimettere in libertà Chiang Kai-shek, che era stato arrestato il 12 dicembre 1936 dal comandante dell'armata del nord-est della Cina, arresto che minacciava di dividere le forze nazionaliste nella lotta contro il Giappone.
Attualmente è molto difficile giudicare la linea e l'attività del Partito Comunista Cinese -in relazione al Kuomintang le decisioni prese nel 1930 dal CC del Partito, sotto la direzione di Li Li-san, quelle prese dopo il fallimento della rivolta dello stesso anno, per i fatto che il Partito Comunista Cinese, nel cui seno hanno sempre vegetato un gran numero di frazioni, non ha mai descritto con la dovuta oggettività tutti questi importanti avvenimenti che si sono verificati nel paese e in seno al Partito. Al contrario, i fatti, le conclusioni, i pensieri e gli obiettivi sono stati distorti e interpretati secondo gli interessi delle frazioni che dominavano in un dato periodo nel Comitato Centrale.
Cosi ci troviamo di fronte a due difficoltà: la prima, di dover giudicare tenendo coilto solo dei fatti e traendo conclusioni non basate su documenti, e, la seconda, di trovarci anche di fronte all'incoerenza o, direi, di fronte alla confusione ideologica del Partito Comunista Cinese, che, scisso in frazioni, non ha mai proceduto a un'analisi degli eventi e non ne ha tratto conclusioni x.er imparare ed educarsi. Noi non disponiamo di alcun documento pubblicato, almeno in lingua straniera, dal Partito Comunista Cinese cosa che avrebbe dovuto fare, perché ha avuto e ne ha la possibiltà.
E' dopo il settembre del 1931 che è cominciata la lotta di liberazione nazionale contro l'occupante giapponese. Anche questa lotta di liberazione nazionale ha avuto, nel suo sviluppo, le sue peripezie, non solo militari, ma anche ideologiche e politiche. Durante questa lotta furono concluse alleanze fra la borghesia progressista la borghesia nazionale e la borghesia compradora, fra il Kuomintang il proletariato e le masse contadine, fra il Partito Comunista e il Kuomintang.
In tutta questa complessa situazione noi nuovamente non vediamo chiaramento la linea e l'orientamento del Partito Comunista Cinese. Abbiamo letto dei materiali che, possiamo dire, sono piuttosto articoli di propaganda, ma qui non si tratta ili fare della propaganda., qui abbiamo a che fare con la questione delle alleanze fra il proletariato e le masse contadine, fra il Kuomintang e il Partito Comunista Cinese, fra l'esercito del Kuomintang e l'esercito diretto dal Partito Comunista Cinese. che, tutti insieme, in alleanza o separatamente, lottavano contro i giapponesi e gli uni contro gli altri. Per trovare il bandolo della matassa dovremmo servirci di documenti.
Noi sappiamo che, in linea generale, all'inizio il Partito Comunista Cinese ha fatto la guerra in alleanza con il Kuomiiltang e che, in seguilo, queste due organizzazioni si sono battute l'una contro l'altra. Chiang Kai-shek dirigeva il Kuomintang, cioè la borghesia reazionaria. E' un fatto che il Kuomintang, vedendo la crescita del Partito Comunista Cinese e della sua lotta contro gli invasori giapponesi, si separò da esso e così rallentò o abbandonò la sua lotta contro i giapponesi. Il Kuomintang, guidato da Chiang Kai-shek, s'impegnò interamente nella lotta contro il Partito Comunista Cinese e tentò in tutti i modi di liquidare i suoi reparti militari. In altre parole,. esso veniva così in aiuto all'invasore giapponese. Nello stesso tempo, s'intensificarono e divennero sempre più strette le suerelazioni - con l'imperialismo americano, ma anche in contrasto con lo stesso rappresentante speciale americano in Cina, il generale Marshall, che all'inizio era un sostenitore della fazione di Chiang Kai-shek, ma che in seguito, considerò, da quel che abbiamo letto, il governo di Chiang come tue «governo corrotto». Tuttavia, durante e dopo la, guerra contro il Giappone, il Partito Comunista Cinese, guidato da Mao Tsetung, non mancò anch' esso di intrattenere legami con l'imperialismo americano.
Durante la guerra contro i giapponesi, Mao Tsetung era riuscito a liquidare le frazioni di Li Li-san, di Wan Ming e di mosti altri ed a stabilire la sua egemonia. Oltre a Mao, vennero alla direzione del Partito Chou Teh, Chou En-lai, Teng Hsiao-ping, Lin Piao e molti altri dirigenti della rivoluzione cinese, emersi durante la lotta antigiapponese, i quali però, in certi momenti, erano anch'essi in contrasto con Mao e fra di loro. La lotta diretta da Mao Tsetung in Cina era dunque una lotta di liberazione nazionale contro gli invasori giapponesi e contro il Kuomintang guidato da Chiang Kai-shek, il quale era de facto alleato dei giapponesi e de iure alleato dichiarato dell'imperialismo americano.
Dopo la storica Lunga Marcia, guidata da Mao Tsetung e da Chou Teh, che fu una giusta ritirata tattica, organizzata per evitare la liquidazione delle forze rivoluzionarie, dopo il raggruppamento nel Yenan, dopo la riorganizzazione dell'esercito e l'Offensiva che si concluse gettando in mare Chiang Kai-shek e i resti del suo esercito la Cina fu liberata e venne proclamata, il 1° ottobre del 1949, pubblica Popolare.
Come si vede, questo è un riassunto molto succinto di questo grande avvenimento, importante non solo per la Cina, ma anche su scala mondiale, perché fu costituita la Repubblica popolare di Cina, che unitamente all'Unione Sovietica, se avessero seguito una via zeramenta marxista-leninista, sarebbero divenute due formidabili roccaforti della grande rivoluzione proletaria mondiale.
Quanto al periodo che seguì la liberazione della Cina, si pone un interrogativo, e questa è una questione di grande importanza che non pilò essere analizzata né risolta. con gli scarsi fatti e documenti di cui disponiamo, o che non sono stati ancora studiati da parte nostra in modo approfondito: la Cina Popolare edifica il socialismo seguendo la via marxistaleninista oppure è una ripubblica democratico-borghese e rimane tale? La rivoluzione che ha avuto luogo in Cina era ed è rimasta una rivoluzione democratico-borghese, che costituisce la prima tappa della rivoluzione, hppure è riuscita a superare questa tappa passando alla seconda tappa della rivoluzione, al socialismo, sotto la dittatura del proletariato? Questo è un grande problema che va chiarito con i fatti.
Il periodo della liberazione è stato definito da Mao Tsetung «nuova democrazià», e ne vennero definiti gli orientamenti e i compiti. Le basi eriche di questa dottrina furono formulate da Mao Tsetung già nel documento «La nuova democrazia», pubblicato nel 1940. «La nuova democrazia» è, secondo Mao Tsetung, il regime che si adatta alla Cina e che non somiglia né alle rápubbliche occidentali controllate dalla borghesia né alle repubbliche sovietiche proletarie.
La repubblica neodemocratica, secondo Mao Tsetung, si comporrà di «quattro classi» (!) antimperialiste e antifeudali: il proletariato, le masse contadine, la piccola borghesia e la borghesia nazionale. In questa repubblica anche l'economia deve essere neodemocratica, lo Stato ne assumerà la direzione, ma non confischerà i beni della borghesia, poiché il carattere arretrato dell'economia cinese giustifica l'esistenza di alcune forme capitaliste. Certamente, in questa nuova economia s2 .procederà alla ripartizione delle terre, ma l'economia dei contadini ricchi sussisterà, perché la formula menzionata più sopra è applicabile anche ai contadini ricchi, dal momento che la loro produzione è molto necessaria. La nuova cultura deve .essere, naturalmente, il riflesso ideologico di questa nuova politica e di questa nuova economia e deve servire ad esse.
Questa politica suona liberale e nazionalista, poiché Mao Tsetung, anche dopo la costituzione della Repubblica Popolare di Cina, continuò a restare fedele alla sua dottrina.
Da quanto posso giudicare, penso che la rivoluzione cinese fu una rivoluzione democratico-borghese di tipo nuovo, realizzata attraverso una lotta armata di liberazione nazionale. Il Partito Comunista Cinese si è posto alla testa di questa lotta e l'ha condotta fino alla vittoria; questo è incontestabile. Mao Tsetunb, quale segretario generale o presidente del Partito Comunista Cinese, ha grandi meriti durante tutto questo periodo. Unitamente a Mao Tsetung hanno naturalmente i loro meriti anche tutti coloro che in un modo o in un altro, in unità di pensiere o in divergenza fra di loro, hanno raggiunto lo scopo finale che era la liberazione della Cina, questo problema capitale, e l'instaurazione di una repubblica democratica popolare.
Sarebbe stato questo un regime di democrazia popolare? Si sarebbe costituito sul modello dei regimi democratici borghesi dell'Europa occidentale o d'America? Questo lo dobbiamo esaminare nel suo sviluppo. Dall'esterno, dato che aveva alla testa un partito comunista, che questo partito comunista era membro del Comintern e seguiva in apparenza le direttive del Comintem e la sua linea generale di lotta contro il fascismo, si poteva pensare e sperare che questa democrazia borghese, questa prima tappa attraverso la quale :passava la rivoluzione cinese, dovesse essere diversa da quella della rivoluzione democratico-borghese classica e che la Repubblica cinese sarebbe stata diversa dalla Repubblica democratica borghese americana o da quelle occidentali e si sarebbe incamminata sulla via della democrazia popolare, nuova forma di dittatura del proletariato.
Benché Mao Tsetung, prima e anche dopo la liberazione, abbia detto (e di ciò esistono i documenti) che nella edificazione della Repubblica Popolare di Cina «noi ci ispireremo. molto alla democrazia americana», si creò l'impressione, giudicando dalla sua propaganda, da molte iniziative del periodo, iniziale, ed anche dal fatto che al potere era giunto il Partito Comunista Cinese, che la Cina fosse un paese che si preparava. ad avviarsi al socialismo. Questo era il quadro generale.
Dopo la Liberazione, la costruzione del paese, il consolidamento ciel potere e la creazione dell'apparato statale, il rafforzamento e la modernizzazione dell'esercito non si sarebbero. conseguiti senza lotta e senza scontri con le differenti tendenze della reazione cinese che esisteva all'interno della Cina e che era fortemente appoggiata sia dall'esterno che dai nuovi quadri che entravano nel partito e negli apparati della Stato. In tal modo, nei primi anni dopo la liberazione, non. possiamo distinguere bene la linea radicale del Partito Comunista Cinese di fronte ad un pioblema molto importante, quello, del consolidamento della repubblica e, quando diciamo del consolidamento della repubblica, intendiamo dire, innanzi tutto, il consolidamento di una politica marxista-leninista giusta e coerente per il rafforzamento del potere e la preparazione delle condizioni per :passare al periodo dell'edificazione socialista. Non vediamo una linea giusta soprattutto in merito all'organizzazione di un partito di tipo leninista-stalinista, in cui regnasse l'unità di pensiero e di azione, un'unità di pensiero marxista-leninista e di azione organizzata e molto accurata, in una grande Cina uscita da una lotta complessa, da una situazione complicata, e in cui erano ancora vivi il feudalesimo, la borghesia e vari strati delle masse contadine, l'intellighenzia, come pure il confucianesimo, il buddismo ecc.
Durante i primi anni non abbiamo costatato nell'esercito, cinese un'organizzazione sana e solidamente fondata sull'esempio dell'esercito staliniano. A prescindere dal fatto che durante la lotta di liberazione nazionale partigiana questo esercito era organizzato in grandi unità, queste non avevano sempre il carattere di unità partigiane, poiché vi si manifestavano le tendenze proprie di un esercito borghese capitalista, per il fatto che intere unità del Kuomintang e dei «signori della guerra si unirono all'esercito di Mao Tsetung. In tal modo, queste unità, integrandosi nell'esrercito di liberazione nazionale cinese, vi portarono anche punti di vista reazionari, perché queste formazioni del Kuomintang e dei «signori della guerra avevano a capo dei comandanti ed ufficiali superiori del Kuomintang, addestrati nella lotta contro il popolo e contro il comunismo. In quasto esercito, che era uscito dalla guerra, si manifestavano inoltre le antiche concezioni dei «signori della guerra». Queste concezioni impregnavano, se cosi possiamo dine, anche i quadri superiori che avevano partecipato alla grande lotta di liberazione e perfino quelli che erano membri del PC Cinese. Questo lo si vedrà in seguito, quando un certo numero dei principali dirigenti militari devieranno e si sforzeranno di impossessarsi del potere, di rovesciarsi reciprocamente. Questo significa che permanevano fra loro le antiche concezioni dei «signori della guerra», ossia i punti di vista dei quadri militari superiori di un esercito borghese capitalista.
In tal senso, dunque, non abbiamo visto in quel tempo una politica coerente, giusta, ben ponderata, ben formulata e applicata a dovere dal Partito Comunista, guidato da Mao Tsetung. La sua politica era sì definita marxista-leninista, ma nel suo contenuto non era tale.
Per quanto riguarda le questioni economiche, possiamo dire che in questo :periodo furono compiute parecchie trasformazioni positive. In Cina furono combattute la povertà e la disoecupazione, fu combattuta in una certa misura anche l'arretratezza nel campo dell'istruzione e della cultura, benché le concezioni borghesi capitaliste nelle masse degli intellettuali non fossero scomparse. Naturalmente queste non potevano scomparire con un tocco di bachetta magica, tuttavia, per quel -che riguarda la ricostruzione del paese distrutto e una relativa organizzazione della sua economia, si può affermare che il regime di nuova democrazia apportò in questo senso parecchie trasformazioni salutari e lodevoli. In Cina non esisteva più la fame e questo era già un grande successo. Questi sono egli aspetti salienti di questa tappa del nuovo regime democratico.
Dopo la vittoria della rivoluzione democratico-borghese, il Partito Comunista Cinese doveva naturalmente procedere con molta cautela, non mostrarsi ultrasinistro, non bruciare le tappe, e possiamo dire che non le ha bruciate. E' un fatto innegabile. Era inoltre necessario che il Partito Comunista Cinese non si mostrasse, come fece, «democratico», vale a dire liberale, opportunista, nei confronti della borghesia cinese e dei grandi proprietari terrieri. Il fatto è che sia la frazione di Liu-Teng che quella di Mao hanno sostenuto costoro, facendo loro consistenti concessioni liberali, opportunistiche.
Il Partito Comunista Cinese doveva consolidare, innanzi tutto, l'alleanza della classe operaia con le masse contadine, e fare si chq la borghesia cinese fosse sottomessa alle leggi del proletariato. Questo era assolutamente indispensabile. Su questa via il partito poteva usare diversi metodi per disarmare la borghesia, per allontanarla dalla via della sovversione e degli eventuali attacchi armati contro il nuovo potere; poteva fare anche concessioni temporanee di carattere tattico, senza però cambiare gli obiettivi strategici della rivoluzione, senza violare i principi. In altri termini doveva disarmare la borghesia, e in primo luogo disarmarla politicamente, non permetterle di sviluppare ideologicamente i suoi punti di vista e, sul piano economico, privarla di tutti i suoi beni per impedirle di conservare quasi le sue vecchie posizioni e ciò nel momento in cui le masse contadine, innanzi tutto, e il proletariato attraversavano momenti difficili dal punto di vista economico, per non parlare dal punto di vista politico e ideologico.
A questo riguardo, all'indomani della liberazione, per quattro o cinque amni consecutivi, vediamo che la Cina si dibatte in riforme che sono prive di un orientamento ben definito. Non vediamo in Cina un linea più o meno orientativa di queste misure e riforme, non vediamo una graduazione oggettiva e ben studiata di tutti i campi dell'attività sociale, economica, politica, ideologica e militare. Si notano, al contrario, numerose oscillazioni in tutti i sensi e un intreccio di riforme del periodo democratico popolare con sedicenti tendenze socialiste. In' questo periodo fu mantenuta viva la tendenza secondo cui la prima tappa della rivoluzione democratico-borghese doveva durare a lungo. I dirigenti cinesi predicavano che, durante questa tappa, ;parallelamente allo sviluppo del capitalismo dovevano crearsi anche le premesse del socialismo. Lo stesso Mao Tsetung ha detto: «Benché questa rivoluzione democratica di tipo nuovo da una parte allarghi la via al capitalismo, dall'altra però crea le premesse del socialismo». Su questa predica i dirigenti cinesi hanno fondato anche la loro nota tesi sulla lunga coesistenza con la borghesia e il capitalismo che avrebbe dovuto continuare, come affermarono nel 1956, per ben altri 30 anni. Nel rapporto presentato all'8° Congresso del PC Cinese si dice apertamente che la borghesia nazionale deve essere mantenuta, insieme alla classe operaia, alla direzione dello Stato cinese e deve conservare una notevole parte delle sue ricchezze private. I cinesi hanno presentato queste prediche come un'applicazione creativa degli insegnamenti di Lenin sulla NEP. Ma, fra gli insegnamenti di Lenin, da una parte, e la teoria e la ;pratica cinese, dall'altra, esiste una differenza fondamentale sia nel contenuto che nei termini dell'applicazione della NEP. Lenin ammette che la NEP era una ritirata temporanea che avrebbe permesso per un certo tempo lo sviluppo del capitalismo privato, ma egli rileva che:
«In questo non c'è nulla di pericoloso per il potere proletario, dal momento che il proletariato tiene saldamente nelle sue mani il potere, dal momento che tiene saldamente nelle sue mani i trasporti e la grande industria».
In Cina invece, sia nel 1949 che nel 1956, il proletariato non teneva interamente nelle sue mani il potere, né la grande industria.
Un anno dopo la proclamazione della NEP, Lenin sottolineava che la ritirata era terminata e lanciava la parola d'ordine della preparazione dell'offensiva contro il capitale privato nell'economia. In Cina invece il periodo del mantenimento della borghesia e del capitalismo doveva, secondo le previsioni, durare quasi fino alla fine dei tempi.
In .poche parole, in questa tappa esisteva nel Partito Comunista la concezione secondo cui l'ordinamento instaurato dopo la liiberazione doveva essere un ordinamento democratico borghese e che anche la borghesia doveva partecipare al potere, mentre, in apparenza, doveva essere al potere (e lo era) il Partito Comunista con Mao Tsetung quale presidente e Liu Shaochi, Chou Fm-lai, Teng Hsiao-ping e gli altri alla direzione. Questi erano i punti di vista di questo partito. Non erano però punti di vista marxisti-leninisti chiari. Dal momento che le idee del PC Cinese non eranno pienamente marxiste-leniniste, la rivoluzione in Cina non poteva essere portata fino in fondo, la trasformazione della rivoluzione democraticoborghese in rivoluzione socialista non poteva essere assicurata. Il passaggio dalla rivoluzione democratico-borghese alla rivoluzione socialista può essere attuato solo quando il proletariato allontana decisamente la borghesia dalpotere, anche in quei casi in cui questa per un certo tempo è stata la sua alleata. Dato che in Cina la classe operaia si è spartita il potere con 1a borghesia, questo potere non si è mai fondamentalmente trasformato in dittatura del proletariato e di conseguenza la rivoluzione cinese non .può essere una rivoluzione socialista.
Nemmeno l'importante problema delle nazionalità, malgrado gli slogan, è stato risolto secondo la via marxista-leninista. Non solo al principio, ma anche dopo la costituzione della Repubblica Popolare di Cina, i dirigenti cinesi non avevano una chiara comprensione delle direttive del Comintern sul problema delle nazionalità, delle lingue e dello Stato proletario plurinazionale.
Stalin, nell'intervista rilasciata a Emil Ludwig, parlando dei compiti che si pongono al partito marxista-leninista per la creazione dello Stato proletario, dice:
«Questo compito non consiste nel rafforzamento di uno Stato «nazionale», ma nel rafforzamento dello Stato socialista, quindi, internazionalista...».
Questa è la linea che doveva seguire il PC Cinese. Invece in Mao, che parla continuamente di imperatori, di eroi delle favole e che ora li vanta, ora li attacca, non troviamo indicazioni precise sulla lotta per la formazione di uno Stato proletario internazionalista. Queste indicazioni sul futuro della Cina, sulla questione della giusta soluzione di questo grande insieme di nazioni, non le troviamo neppure al tempo della sua maturità.
L'organizzazione amministrativa nella Cina appena liberata, almeno a noi stranieri, non è apparsa molto chiara; non ci sono apparse chiare le forme di organizzazione e i legami della base con il centro, né i criteri sui quali si fondavano le suddivisioni e, oltre alla ricostruzione in generale, non ci apparivano ben definiti gli orientamenti economici tanto da potere comprendere a chi veniva data la priorità: all'industria pesante, all'industria leggera o all'agricoltura. Si parlava molto, venivano impartite direttive, ma constatiamo che queste direttive non solo non venivano applicate, ma erano anche confuse, non ben definite.
Una frazione nel partito era del parere che bisognava sviluppare innanzi tutto l'industria pesante, un'altra invece era contraria a questo e riteneva che bisognava dare la priorità all'industria leggera, una terza frazione pretendeva che si doveva attribuire grande importanza all'agricoltura e c'erano anche coloro che dicevano che bisognava appoggiarsi su tutte e due le gambe (l'industria e l'agricoltura). Di formule ne venivano avanzate molte, a iosa, e benché non si possa dire che non si facesse nulla, che non si lavorasse, in generale gli orientamenti dati non erano chiari e non venivano applicati a dovere. Questa mancanza di orientamento era dovuta al fatto che il Partito Comunista Cinese durante tutto questo periodo, dal tempo della sua fondazione fino alla liberazione del paese ed anche in seguito, non riusci a consolidarsi ideologicamente, a far penetrare nella mente e nei cuori dei suoi membri la teoria di Marx, Engels, Lenin e Stalin, ad adottare le tesi chiave di questa ideologia infallibile e scientifica e, basandosi su di essa, applicarle passo dopo passo adeguatamente alle condizioni della Cina e allo sviluppo dialettico della lotta in quel paese. Questo ha fatto si che il Partito Comunista Cinese fosse diviso in numerose frazioni, al suo interno, e contemporaneamente che esso permettesse l'esistenza al suo fianco di altri partiti della borghesia e la loro partecipazione al potere. Anzi lo stesso Mao ha considerato ufficialmente indispensabile la loro partecipazione al potere e al governo del paese con gli stessi diritti e le stesse prerogative del Partito Comunista Cinese. Ma non è tutto, perché secondo lui questi partiti borghesi, che «erano storici», non potevano scomparire se non al momento in cui sarebbe scomparso anche il Partito Comunista Cinese.
In poche parole, Mao Tsetung era del parere che bisognava avviarsi al socialismo attraverso il pluralismo. Questa era una parola, d'ordine reazionaria di destra. Non era una parola d'ordine marxista che doveva essere intesa, fino ad un certo punto, come una forma di alleanza del Partito Comunista Cinese con altri partiti tradizionali inclusi nel fronte, un'alleanza in cui il Partito Comunista Cinese fosse egemone. Niente affatto.
Nei suoi scritti teorici Mao Tsetung dice che la Cina non poteva liberarsi senza la guida delle masse contadine, che la rivoluzione in Cina era una rivoluzione contadina. Secondo lui i contadini erano la classe più rivoluzionaria e esse dovevano guidare e «hanno guidato la rivoluzione». Questo era un grosso errore teorico da parte di Mao Tsetung e dimostra che egli non era un marxista-leninista, ma un eclettico e un borghese democratico; Mao Tsetun.g, in quanto democratico progressista, era per una rivoluzione democratico-borghese e mantenne questi stessi punti di vista anche dopo la liberazione della Cina. Secondo i suoi punti di vista, il ruolo egemone apparteneva alle masse contadine e la classe operaia doveva essere il loro alleato, perché in Cina il potere doveva essere, in primo luogo, il potere dei contadini, «la campagna deve accerchiare la città», ma quando si sviluppò la linea di Li Li-san, l'arcata di Mao e di Chu Teli non applicò la direttiva del Comitato Centrale e non accerchiò la città stabilita. Mao Tsetung cercò di trasformare questa sua teoria borghese democratica in una teoria universale e di fatto questa «teoria» fu chiamata «maot.setungpensiero». Per renderla quanto più accettabile, i dirigenti cinesi identificavano il «maotsetungpensiero» con il marxismo-leninismo.
La monarchia fu abbattuta in Cina fin dal 1911, ma i cinesi, anche dopo la costituzione della Repubblica Popolare di Cina, non eliminarono l'imperatore Pu I del Manciukuo, questo fantoccio degli invasori giapponesi. Dopo averlo tenuto per alcuni anni in un campo di rieducazione, ne fecero un oggetto da museo, presso cui si recavano varie delegazioni per incontrarsi e conversare e ciò per «convincersi» del modo in cui simili individui vengono rieducati nella. Cina «socialista». La pubblicità che veniva fatta a questo ex-imperatore si prefiggeva, tra l'altro, anche lo scopo di dissipare la paura dei re, dei capi e dei fantocci della reazione degli altri paesi, con i quali la Cina intrattiene relazioni e di indurli così a pensare: «Il socialismo di Mao è ragionevole, perché temerlo?»! In altre parole, con il loro atteggiamento profondamente opportunistico verso l'imperatore Pu I, i revisionisti cinesi intendono dire: «Voi, imperatori, re, sultani, principi, fascisti, dittatori del secondo mondo e del terzo mondo, siete dei nostri. Con voi andremo al socialismo»! Bel socialismo!
Atteggiamenti come questi, che non hanno nulla a che vedern con la lotta di classe, sono stati adottati in Cina anche verso i feudatari e i capitalisti, i cui beni non furono toccati né durante la rivoluzione democratico-borghese di Sun Yatsen né dopo chela Cina fu liberata dall'esercito di Mao Tsetung e dichiarata uno Stato di «nuova democrazia». Essi hanno conservato, si può dire, i tre quarti o quasi dei loro beni, poiché le riforme fatte in Cina non erano profonde.
Sappiamo che in Francia, durante la Rivoluzione democratico-borghese, furono confiscati i beni della chiesa e dei feudatari e che questi beni andarono naturalmente a favore della borghesia, la quale, vedendosi minacciata all'interno dai tumulti e dall'esterno ad opera di Brunswick e degli emigrati di Coblenza e ritenendo che in queste condizioni il suo potere .politico ed economico rischiasse di essere abbattuto, fece decapitare il re, liquidò una dopo l'altra le varie frazioni dei girondini, poi anche quelle dei repubblicani più forti, dove naturalmente si erano infiltrate le opinioni degli elementi borghesi conservatori. Così i dantoniani e gli hebertiani furono ghigliottinati, e lo stesso fu fatto con Robespierre e Saint-Just ad opera dei loro compagni di destra, come Billaud-Varenne ed altri. La borghesia francese non poteva permettere che fossero lesi i suoi interessi di classe né che fossero distribuite le terre ai contadini, come avevano predicato Babeuf e Buonarroti.
Il Partito Comunista Cinese ha avuto, durante tutta la sua storia, un gran numero di frazioni. Ogni partito marxista-leninista ha avuto frazioni, deviazioni ideologiche, ma in Cina queste deviazioni hanno avuto un altro carattere e possono essere identificate con le frazioni della Rivoluzione democratico-borghese francese, ad eccezione del fatto che in Cina gli avversari politici non venivano decapitati. In Cina queste frazioni conservavano ovviamente un carattere a loro dire ideologico, ma in realtà avevano piuttosto un carattere politico ed avevano come obiettivo l'instaurazione del potere personale, avevano proprio il carattere delle azioni dei «signori della guerra» i quali, certamente, non volevano che la repubblica cinese appena costituita s'incamminasse sulla via del socialismo, di uno Stato centralizzato e disciplinato.
I cinesi definiscono tutto ciò come le «10 lotte» condotte da Mao Tsetung. Certamente si è trattato di lotte, ma nel Partito Comunista Cinese queste lotte non sono come quelle che si sono svolte nel Partito Bolscevico o nel nostro Partito, dove, da una parte, c'erano gli autentici marxisti-leninisti che si battevano per difendere il Partito e la sua linea marxista-leninista e, dall'altra, i deviazionisti trotzkisti, anarchici e chi più ne ha più ne metta. No, nessuna di queste frazioni del Partito Comunista Cinese, era guidata dal marxismo-leninismo. C'erano frazioni in cui tutti erano guidati da punti di vista confusi, più borghesi progressisti che marxisti-leninisti; altre frazioni propendevano più a destra che a sinistra, ma alla direzione del Partito Comunista Cinese non c'è amai stata tana frazione marxista-leninista, vale a dire un solido nucleo marxista-leninista. Dunque Mao Tsetung e i compagni che gli stavano attorno non erano autentici marxisti-leninisti, erano dei democratici borghesi progressisti, marxisti in apparenza, nella loro fraseologia, ma che si battevano e si sono battuti a fendo per il consolidamento di un grande Stato democratico-borghese progressista, per una «nuova democrazia», come l'ha definita Mao Tsetung.
Liu Shao-Chi, Chou En-lai, Teng Hsiao-ping, Pen Chen ed altri elementi erano di destra, erano elementi della horghesia che difendevano la grande borghesia nazionale per preservare le sue prerogative, naturalmente camuffandosi con una demagogia di ultrasinistra, e questa frazione faceva tutto ciò con una maschera comunista. Dopo la liberazione, per un certo periodo, questo gruppo aveva preso il potere all'interno del PC Cinese ed operava su questa via per consolidare la borghesia capitalista cinese.
Mao Tsetung non era un marxista-leninista, ma un rivoluzionario borghese progressista, più progressista di Liu Shaochi, ma sempre un rivoluzionario centrista, che si spacciava per comunista ed era alla testa del partito comunista. All'interno della Cina, nel partito, tra il popolo ed anche all'estero egli acquisì una fama di grande marxista-leninista che lottava per l'edificazione del socialismo. I suoi punti di vista però non era no marxisti-leninisti, egli non seguiva la teoria di Marx e di Lenin, ma era un seguace dell'opera di Sun Yat-sen anche se su posizioni più avanzate e rivestiva i suoi punti di vista, se così si può dire, con alcune formule rivoluzionarie di sinistra, con alcune tesi e parole d'ordine marxiste-leniniste. Mao Tsetung si atteggiava a dialettico marxista-leninista, ma non lo era. Egli era un eclettico che univa la dialettica marxista con l'idealismo confuciano e l'antica filosofia cinese. E' un fatto che nella direzione del partito e dello Stato, della politica e dell'ideologia, nello sviluppo della Cina e del suo partito e nell'analisi dello sviluppo delle congiunture internazionali, egli non si è mai basato sulla dialettica materialista marxista-leninista per guidare la Cina sulla via del socialismo.
D'altra parte vediamo che nel partito esisteva anche un'ala di sinistra, che si mascherava anch'essa con parole d'ordine marxiste-leniniste. Tutte queste deviazioni non portavano acqua al mulino del socialismo. Tutte le fazioni, .per raggiungere il loro obiettivo, sotto forme diverse, con metodi diversi, ma con maschere quasi identiche, innalzavano la bandiera di Mao Tsetung, tutti lottavano sotto la sua bandiera, bandiera che però non era marxista-leninista. Era tale solo di nome e che questa bandiera non fosse marxista-leninista apparve evidente dopo la morte di Mao Tsetung.
Che cosa accadde in seguito? Hua Kuo-feng «con un sol colpo», come dice egli stesso, rovesciò i «quattro» e tutta la teoria centrista non marxista di Mao Tsetung, portò al potere l’ala destra, insomma tutti gli elementi condannati dalla «grande» rivoluzione culturale» cosiddetta proletaria e fece un colpo di Stato, come avevano fatto Napoleone I e più tardi Napoleone III. Anche Teng Hsiao-ping non è altro che un piccolo Napoleone. Come Napoleone, che valeva creare l'Impero francese, affinché la Francia dominasse a quel tempo in Europa arginando l'espansione dell'Impero britannico, bloccasse l'Inghilterra nella sua isola e la sconfiggesse, anche Teng Hsiao-ping e i suoi compari si battono ora per l'egemonia mondiale e per fare sì che la Cina divenga una superpotenza capace di dominane nel mondo, e, se possibile, prenda il sopravvento sugli Stati Uniti d'America e, a maggior ragione, sull'Unione Sovietica. La Cina tenta di raggiungere questo obiettivo attraverso la guerra, ed è per questo che sta armandosi con i mezzi più moderni, sta sviluppando la sua economia e la sua tecnologia con l'aiuto degli Stati capitalisti e sta conducendo una certa politica, una certa ideologia, che si basano su una teoria non marxista definita «maotsetungpenssiero».
I revisionisti cinesi si serviranno di questa teoria come di una maschera per spacciarsi da socialisti, mentre in realtà non lo sono e non possono essere socialisti, non possono essere marxisti-leninisti. I revisionisti cinesi possono essere marxisti-leninisti tanto quanto Napoleone poteva essere robespierrano, giacobino, oppure babeuviano. I revisionisti cinesi sono proprio come Napoleone che cercava di costruire il suo impero. Egli lo costruì, ma il suo impero fu ben presto distrutto. Verrà dunque il giorno che anche i revisionisti cinesi saranno distrutti.
Il marxismo-leninismo e la rivoluzione proletaria trionferanno in Cina e questi rinnegati saranno sconfitti. Naturalmente una simile rivoluzione non trionferà senza lotte e senza sangue, perché in Cina saranno necessari molti sforzi per creare il principale fattore soggettivo, il partito rivoluzionario marxistaleninista che, come tale, non è esistito prima e non esiste nemmeno ora.
Bisogna anche preparare le masse affinché si rendano conto che non si .può vivere di illusioni. Le masse debbono comprendere politicamente di non avere alla loro testa dei rivoluzionari marxisti-leninisti, ma degli elementi della borghesia, del capitalismo, che hanno imboccato una via che non ha nulla in comune con il socialismo e il comunismo. Ma per capire questo, le masse debbono rendersi conto della questione fondamentale, che «il maotsetungpensiero» non è il marxismoleninismo e che Mao Tsetung non era un marxista-leninista. Egli, si può dire, non ha tradito se stesso. Noi affermiamo che Mao è un rinnegato, un antimarxista e questo è un fatto. Noi affermiamo questo, perché egli ha cercato di mascherarsi con il marxismo-leninismo, mentre in realtà egli non è mai stato un marxista.
In linea generale possiamo dire che la rivoluzione in Cina ha avuto in alcuni sensi certe caratteristiche che l'hanno fatta propendere a svilupparsi sulla via socialista,, ma le misure adottate sono state lasciate a metà strada o sono state annullate, come accade attualmente, e le maschere cadranno una dopo l'altra. Tutto questo deve essere ben compreso dal popolo cinese, ma anche fuori dalla Cina, poiché purtroppo l'intero sviluppo di questo paese, la lotta di liberazione nazionale del popolo cinese, l'instaurazione di un potere democratico :popolare, borghese e progressista, - è passato alla storia come una rivoluzione proletaria, mentre in realtà non lo era, la Cina è entrata nella storia come un .paese che edifica il socialismo, il che non è vero.
Tutto ciò che abbiamo detto della Cina al 2° e al 3° Plenum del CC del PLA ed in questi appunti, penso che, in generale, riveli la realtà cinese, ma non dobbiamo fermarci qua. Abbiamo il dovere di studiare a fondo, nelle questioni chiave .principali e decisive, la politica e l'attività del Partito Comunista Cinese, lo sviluppo dialettico della sua storia, in modo da dimostrare, con fatti e documenti, la fondatezza di queste idee e conclusioni generali a cui siamo giunti e che ritengo non siano errate. Non vi è alcun dubbio che vi sono questioni a cui non abbiamo dato risposte esaurienti, che vi sono lacune, problemi da discutere, che richiedono studi più approfonditi, questo non si può negare, ma in generale i fatti dimostrano chela Cina ha percorso una via caotica, non marxista.
Dopo quello che è avvenuto di recente, cioè dopo il golpe di Hua Kuo-feng e di Teng Hsiao-ping, la Cina sta attraversando uno stadio ancora più arretrato di quello a cui era giunta con Mao Tsetung. Questi era ,più progressista di Hua Kuo-feng e di Teng Hsiao-ping. Questi ultimi due sono oltranzisti di destra, mentre Mao Tsetung era un centrista.
In uno dei miei scritti ho indicato che bisogna abbattere i miti e con questo avevo presente che occorre abbattere il mito di Mao Tsetung, il mito che lo presentava come un .grande» marxista-leninista. Mao Tsetung non è un marxista-leninista ma un democratico rivoluzionario progressista e penso che si debba studiare la sua opera attraverso questo prisma.
Ho già affermato che i punti di vista di Mao Tsetung non vanno studiati solo giudicando dalle frasi formulate e sistemate nei quattro volumi delle sue opere che sono stati pubblicati, ma vanno studiati nella loro applicazione pratica. Ed essi sono stati applicati in un periodo dissimile da quello della rivoluzione democratico-borghese francese, quando la borghesia era, per la sua epoca, una classe progressista. Attualmente i pensieri di Mao Tsetung si sviluppano nell'epoca della putrefazione dell'imperialismo, dello stadio supremo del capitalismo, nell'epoca in cui le rivoluzioni proletarie sono all'ordine del giorno e quando l'esempio e i grandi insegnamenti della Grande Rivoluzione Socialista d'Ottobre, gli insegnamenti di Marx e di Len,in sono per noi guide infallibili. La teoria di Mao Tsetung, il «maotsetungpensiero», nata in queste nuove condizioni, doveva tentare di ammantarsi della teoria più rivoluzionaria e più scientifica dell'epoca, del marxismo-leninismo, ma in sostanza essa è rimasta una teoria antimarxista perché è in contrasto con le rivoluzioni proletarie e perché va in aiuto all'imperialismo in putrefazione.
Ecco perché nell'ideologia di Mao Tsetung noi troviamo riflessi tutti gli aspetti delle idee concepite dal capitalismo e dall'imperialismo nel corso del suo lungo periodo dì declino e di putrefazione. Il <maotsetungpensiero» è un amalgama di ideologie, a partire dall'anarchismo e dal trotzkismo, al revisionismo moderno di tipo titino, kruscioviano, dall'«eurocomunismo» alla Marchais-Berlinguer-Carrillo fino all'utilizzazíone di formule marxiste-leniniste. In tutto questo amalgama noi dobbiamo mettere in rilievo anche le vecchie idee di Confucio, di Mencio e di altri filosofi cinesi che hanno avuto una considerevole influenza sulla formazione delle idee di Mao Tsetung, sul suo sviluppo culturale e teorico. E' pertanto difficile distinguere una sola linea. o direi, una chiara linea dell'ideologia cinese. Anche quei suoi aspetti che si può dire rappresentino una specie di marxismo-leninismo deformato, hanno un' impronta e un carattere asiatici, portano il marchio di un «comunismo asiatico», di una specie di «asiacomunismo» in cui come nell'«eurocomunismo» non si può trovare nessuna traccia dell'internazionalismo proletario di Marx e di Lenin nel suo pieno e vero significato. Nell'ideologia cinese possiamo trovare forti dosi di nazionalismo, di xenofobia, di religione, di buddismo, rilevanti residui di ideologia feudale, per non parlare delle altre numerose sopravvivenza che esistono tuttora e che non sono state combattute in modo sistematico, non solo durante il periodo della lotta di liberazione nazionale, ma neppure durante il periodo dell'instaurazione del potere di democrazia popolare.
Bisogna riconoscere che la borghesia reazionaria mondiale ira seguito e studiato con maggior attenzione l'evolversi della Politica e dell'ideologia di Mao Tsetung, lo sviluppo delle lotte politiche ed ideologiche in China, non solo nel periodo prerivoluzionario, ma anche durante la rivoluzione. Proprio perché la borghesia reazionaria mondiale si è resa conto che questa :politica e questa ideologia presentavano un proprio carattere cinese e asiatico ed erano lontane dal marxismo-leninismo, essa le ha difese, le ha sostenute ed anche diffuse addirittura come marxiste-leniniste. Tuttavia, nei suoi scritti e nelle sue pubblicazioni, la borghesia analizza in modo chiaro l'orientamento politico e ideologico di Mao Tsetung e lo definisce non come marxista, ma come un' ideologia borghese rivoluzionaria, come è in realtà. L'imperialismo, il capitalismo mondiale erano interessati a che la Cina, questo continente si può dire, proseguisse su questa via, seguisse l'indirizzo politico e ideologico di Mao Tsetung, che un giorno doveva cadere apertamente in contraddizione con il marxismo scientifico, perché la Cina non avrebbe seguito la via del marxismo scientifico. Questo apparve evidente nello sviluppo della Cina le divergenze ideologiche fra il marxismo-leninismo e il «maotsetungpensiero», che si sono ora apertamente manifestate, erano già da prima ineluttabili.
Tutte le controversie e i malintesi dei cinesi con l'Unione Sovietica, con il Comintern, con Stalin, errano divergenze su questioni di principio e non su altri motivi.
Quando analizziamo il «maotsetungpensiero», credo che si debbano tenere presenti tutti questi fattori che hanno giocato un grande ruolo nell'evoluzione politáca e teorica della direzione cinese, del Partito Comunista Cinese e che si riflettono nei loro orientamenti e nelle loro azioni. Da qui deriva anche l'attuale strategia del maoismo che, come sappiamo, consiste nell'alleanza con gli Stati Uniti d'America e con tutto il capitalismo mondiale per contrapporsi all'Unione Sovietica revisionista.
Questa non è semplicemente una politica congiunturale, ma è anche una politica. che ha un contenuto ideologico, di cui i maoisti sono convinti. I dirigenti cinesi la pensano pressoché nello stesso modo degli imperialisti americani e dei capifila delle altre «democrazie» capitaliste sviluppate. Ideologicamente essi collimano soprattutto nei loro propositi di dominio, poiché la Cina, in quanto grande Stato, non desidera porsi sotto la direzione e il tallone di nessuno di questi imperialisti e capitalisti, ma aspira lei stessa a dominare o almeno a far sentire la sua gran voce nel mondo. E' per questo motivo che, in un modo o in un altro, la Cina maoista propugna l'alleanza del proletariato mondiale con la borghesia capitalista e con l'imperialismo americano. Incamminandosi su questa via, la Cina ostacola di fatto la rivoluzione mondiale, deforma la teoria marxista-leninista cosi come fanno anche gli altri revisionisti. La sua politica e la sua azione servono a ridar fiato all'imperialismo e al capitalismo agonizzante, a prolungare la loro esistenza.
Le divergenze della Cina maoista con il revisionismo sovietico consistono nel fatto che essa considera l'Unione Sovietica come una potenza imperialista più debole degli Stati Uniti d'America e pensa che un'alleanza con l'imperialismo americano le permetterà di realizzare i suoi sogni espansionistici, la conquista della Siberia e delle altre regioni orientali dell'Unione Sovietica.
Ed è proprio in ciò che consiste la contraddizione fra Cina e Unione Sovietica e questa contraddizione non è di carattere ideologico, come si cerca di far credere pretendendo che la Cina sia marxista-leninista mentre l'Unione Sovietica revisionista. No, entrambi questi paesi sono revisionisti, sono guidati dalla stessa ideologia borghese nella loro lotta contro la rivoluzione, proprio nelle condizioni della putrefazione dell'imperialismo.
Perciò mi sembra che tutti questi appunti debbano essere maggiormente approfonditi e meglio argomentati con una documentazione più ricca, documentazione che occorre ricercare, perché esiste in un modo o in un altro, sia pure sui giornali o sui libri che vengono pubblicati di volta in volta in Cina o all'estero. Ma questi materiali vanno studiati in modo critico e confrontati con la realtà cinese e con i princìpi e le tesi fondamentali della nostra grande ideologia rivoluzionaria, il marxismo-leninismo.