GIOVEDI

31 LUGLIO 1975

LA POLITICA CINESE NON RUOTA ATTORNO AD UN ASSE

PROLETARIO DI CLASSE

Non si deve dimenticare che l'Unione Sovietica, in quanto Stato imperialista, vede nella Cina di Mao un grande pericolo ed è per questo che cerca di minarla e, se possibile, di attaccarla. Però, da Stato socialimperialista qual'è, pensa che anche la Cina può attaccarla. La Cina, penso, non giungerà a fare ciò, ma strategicamente mira a recuperare il tempo perduto, per poter diventare economicamente e militarmente una grande potenza con un'agricultura e un'industria molto moderne. Se la Cina conseguirà questo obiettivo senza guerre, essa diventerà una potenza colossale, la terza grande potenza mondiale. Ma che genere di grande potenza mondiale? Socialista o imperialista? Ciò dipende dagli atteggiamenti politici-ideologici del Partito Comunista Cinese. Se la Cina si attesterà su salde e incrollabili posizioni marxiste-leniniste, diventerà una grande potenza socialista, il pilastro della rivoluzione mondiale, la nemica giurata delle due superpotenze imperialiste: l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti d'America. Altrimenti, anche la Cina diventerà una potenza socialimperialista. Allora tutte e tre queste potenze estenderanno il loro dominio sui popoli attraverso guerre di rapina, si svilupperà il gioco delle alleanze imperialistiche e delle ingiuste guerre per l'egemonia e la spartizione delle zone d'influenza ecc.

Attualmente su quali posizioni si mantiene la Cina sull'arena internazionale? A mio giudizio, essa non si trova su posizioni rivoluzionarie, non segue una palitica filtrata, come è necessario, dal prisma di classe della rivoluzione. La Cina ritiene che il principale nemico del mondo è l'Unione Sovietica. Ma ciò non è del tutto esatto. Oggi nel mondo vi sono due principali nemici: l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti d'America. Dal punto di vista strategico, l'Unione Sovietica può essere 'per la Cina il nemico più immediato, ma nella ,politica mondiale non si può fare questa differenziazione, questa distinzione, perché facendola risulterebbe che la Cina bada solo a sé stessa e non pensa agli altri popoli che stanno soffrendo e vogliono liberarsi. Ma da chi vogliono liberarsi? Solo dall'Unione Sovietica? E dagli Stati Uniti d'America? Certamente i popoli vogliono liberarsi da entrambe queste superpotenze e da tutti i capitalisti del mondo, che tutti insieme succhiano il loro sangue.

E' caratteristico dell'attuale politica internazionale della Cina il suo appello all'«unità di tutti»: dell'imperialismo americano, delle altre grandi potenze capitaliste, del «terzo mondo», nel quale essa stessa si è inserita pubblicamente, del «mondo dei non allineati» e, infine, dei popoli, dei marxisti-leninisti e di tutti i rivoluzionari. A tutti questi, dunque, senza distinzione, fa appello all'«unità» contro l'Unione Sovietica socialimperialista. Questa politica apertamente non marxista della Cina dice a tutti: «Lasciate da parte la lotta di classe, dimenticate per un pò la rivoluzione (il tempo che io, Cina, diventi una grande potenza), proletari di tutto il mondo, unite i vostri sforzi a quelli della borghesia che vi opprime, poiché (datemi ascolto e seguitemi) noi dobbiamo prima distruggere il nemico numero uno, l'Unione Sovietica socialimperialista, poi vedremo cosa fare».

Questa specie di politica seguita dalla Cina, che aiuta l'imperialismo americano e le potenze capitaliste mondiali, sta disorientando e dividendo le forze rivoluzionarie e i comunisti di tutto il mondo. Proprio in questo modo hanno agito anche i kruscioviani. Che cosa dicevano? «Coesistenza pacifica, amicizia con tutti e in particolare con gli americani; lotta contro i marxisti-leninisti, contro le lotte rivoluzionarie; rivoluzione seguendo la via pacifica» ecc., ecc. E la Cina che cosa dice ora?

Tutto quello che ho detto e che è ormai noto, ma all'indirizzo dell'Unione Sovietica e contro di essa. Anche la Cina parla in sordina «contro» gli Stati Uniti d'America, mentre Krusciov a suo tempo parlava sparando «grosse bombe». Le contraddizioni fra Cina e Stati Uniti d'America sono, per così dire, in letargo.

Con sorprendente ingenuità, la Cina pensa che gli Stati Uniti e gli altri paesi ai quali fa appello all'unità «marceranno» contro l'Unione Sovietica, come e quando essa vuole. Quanto lontano dalla realtà è il suo desiderio! L'esperienza dimostra il contrario. L'imperialismo americano e i suoi alleati accettano e appoggiano la politica e l'appello della Cina, perché ricavano, da questa politica, enormi vantaggi e vengono notevolmente aiutati nella loro attività volta a disorientare ed opprimere i rivoluzionari, ad attenuare la lotta di classe e aizzare tutte le forze contro l'Unione Sovietica e gli altri partiti revisionisti in qualsiasi paese. Nel quadro della loro strategia globale, gli imtperialisti americani e i loro alleati aizzano il più possibile la Cina contro l'Unione Sovietica e si adoperano in tutti i modi per spaventare l'Unione Sovietica con il pericolo cinese, al fine idi raggiungere più agevolmente i loro obiettivi, di indebolire e corrodere ancora meglio e al più presto l'Unione Sovietica, per poi avventarsi contro la Cina con forze moltiplicate. Questo è chiaro per chiunque abbia un pò di buon senso, ma non lo è invece per i cinesi «marxisti-leninisti-maotsetunghiani». Con la loro politica, i dirigenti cinesi si vantano di indebolire l'Unione Sovietica e di acutizzare le sue contraddizioni con gli Stati Uniti d'America. Dimenticano però che esiste anche l'altra possibilità sulla quale essi non riflettono affatto, e cioè che questa politica. vada a vantaggio degli Stati Uniti d'America. E' ingenuo da parte dei cinesi pensare che con la loro politica indeboliscano entrambe le superpotenze, l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti d'America.

La Cina socialista potrebbe veramente svolgere un ruolo decisivo nel mondo se la sua politica estera fosse una politica di classe, marxista-leninista, basata sulla forza, sui desideri e sulle aspirazioni dei popoli. Questo i cinesi lo sostengono e lo mettono in pratica spesso e volontieri a parole, ma non nei fatti. La Cina sta stabilendo relazioni diplomatiche con molti paesi del mondo e perfino con Stati fascisti. Essa sta svolgendo un rilevante commercio internazionale, e può darsi che accordi anche crediti, ma in tutti i suoi atti appare chiaro che essa attribuisce molta importanza e, si sforza di metterli in evidenza, ai suoi legami con i capi dei regimi di questi paesi. Bisogna dire che le relazioni interstatali non possono essere evitate, ma agire «in modo così amichevole» con i capi della borghesia dominante, come sta facendo la Cina, significa molto chiaramente che essa trascura l'aspetto di classe delle relazioni fra Stati. La politica cinese suscita amare delusioni nei popoli e nei rivoluzionari di questi paesi.

Il popolo è l'unica autentica base della lotta contro i social-imperialisti sovietici, contro gli imperialisti americani e la borghesia del paese. Questo fattore non va dimenticato mai, in nessun caso. I cinesi però lo dimenticano. Le loro alleanze e loro speranze poggiano sui dirigenti borghesi e capitalisti. I cinesi pensano che questi sono «fedeli alleati» della rivoluzione, purché diano il minimo segno di antisovietismo. Il regime fascista del Cile è antisovietico e filoamericano fino al midollo, ma per i cinesi è un alleato e un compagno di viaggio.

Alla Cina non piace affatto che il Vietnam, il Laos e la Corea del Nord si mostrino filosovietici. E in questo ha ragione. Ma nemmeno a loro piace che la Cina si mostri filoamericana. Entrambe le parti conducono una politica non di principio, non di classe, non marxista-leninista. I loro atteggiamenti sono opportunistici e gravidi di pericoli per tutti. I revisionisti sovietici tentano di dominare in Indocina per mezzo dei vietnamiti. E' chiaro che la Cina vuole attuare una concorrenza non conforme ai princìpi. Se si troverà in condizioni di inferiorità di fronte all'Unione Sovietica, allora dovrà rompere con i paesi dell'Indocina oppure chiamare indirettamente in suo aiuto gli Stati Uniti d'America. Che verrà fuori da tutto questo? Il Vietnam e gli altri paesi come questo diventeranno preda di una serie di imperialisti.

Anche nel movimento comunista internazionale la Cina sta agendo nello stesso modo. Al momento della nascita dei nuovi partiti comunisti marxisti-leninisti non se ne è interessata molto, successivamente non se ne è interessata affatto, mentre ora presta loro maggiore attenzione e fa appello ai vari gruppi a realizzare un'unità non di principio con la parola d'ordine della «lotta all'Unione Sovietica in alleanza con gli Stati Uniti d'America e con la borghesia capitalista dei propri paesi». Naturalmente, questa politica ha provocato una confusione e un malcontento profondi e reali nelle file dei nostri compagni nel mondo, ma anche noi, come loro, non vogliamo parlare apertamente contro questa politica della Cina. Però non possiamo stare a bocca chiusa, né possiamo diventare l'altoparlante dell'errata politica cinese.

Apertamente e con forza, noi ribadiamo le nostre posizioni e la nostra politica su ogni cosa, su ogni avvenimento, su ogni combinazione politica perpetrata a scapito dei popoli. E' per tutti questi motivi vediamo che la nostra apolitica differisce da quella della Cina su molte questioni di principio. Questo è positivo, pensiamo, perché i popoli e i marxisti-leninisti sono in grado di giudicare da sé chi pensa e agisce in modo giusto e chi in modo errato; spetterà,poi a loro seguire la via marxista-leninista ed adattarla alle condizioni concrete dei loro paesi.

Il nostro Partito ha voluto svolgere diverse volte conversazioni amichevoli con i compagni cinesi su questi vitali problemi di principio, e le vuole svolgere tuttora, ma i cinesi non vogliono queste conversazioni e le evitano. Anzi manifestano apertamente questa opinione giungendo fino a rimandare anche la visita della delegazione del nostro Partito e del nostro Governo nel momento in cui non c'è reazionario che essi non accolgano nel loro paese. Per noi è chiaro che essi non condividono le nostre giuste posizioni e non vogliono confrontarsi con noi discutendone, poiché le loro posizioni non sono marxiste-leniniste.

Questa politica errata della Cina sull'arena internazionale è il risultato dei punti di vista non marxisti-leninisti, affermatisi in Cina. E' difficile definire con precisione che cosa stia accadendo in quel paese, ma una cosa possiamo dire: in Cina non ci deve essere stabilità, debbono esserci dei .potenti gruppi rivali che, dieíro la bandiera di Mao, cercano ognuno di conquistarsi posizioni dominanti -nel partito e nello Stato. Gli elementi condannati dalla Rivoluzione Culturale vengono riabilitati e stanno rioccupando i posti che avevano perso. Naturalmente, non mancheranno di vendicarsi di coloro che hanno fatto la Rivoluzione Culturale. Ufficialmente la Rivoluzione Culturale continua ad essere una bandiera per ogni atto e spasso che si compie in Cina, ma si tratta di una bandiera che sta andando in brandelli. Coloro che hanno fatto la Rivoluzione Culturale non possono essere d'accordo con la piega che stanno prendendo gli avvenimenti, quando vengono riabilitati i loro avversari di ieri, quando viene seguita una simile morbida politica nei confronti degli imperialisti americani e quando si sta deviando dalla giusta via, quella cioè della lotta contro l'Unione Sovietica revisionista e contro gli Stati Uniti d'America. Gli uomini che seguono questa via vengono definiti seguaci di Lin Piao, che è stato dichiarato «agente sovietico». Ora corre voce che ad Hanciou, Shanghai ed in altre città cinesi vi siano disordini nell'esercito. Si dice che siano «seguaci di Lin Piao». Essi possono anche essere seguaci di Lin Piao, ma quello che conta è sapere quali sono le loro reali opinioni politiche ed ideologiche.

La festa del nostro esercito è stata celebrata in modo molto scialbo a Pechino. Dopo un'ora, l'organizzatore dei festeggíamenti ufficiali, un impiegato dell'ufficio protocollo del Ministero degli Esteri, ha detto: «La festa è terminata». Per l'occasione, in sala, non c'era quasi nessuno dei principali dirigenti.

Perché avviene tutto questo? Perché i cinesi non fanno neppure menzione del nostro articolo contro la Conferenza di Helsinki, nel momento in cui cercano di trovare su qualsiasi straccio frasi dirette contro l'Unione Sovietica a proposito di questa conferenza? Se c'è un articolo in cui si parla realmente con forza contro l'Unione Sovietica, è proprio il nostro. Allora perché i compagni cinesi non ne fanno menzione?! Per noi il motivo è chiaro: in quest'articolo si parla con altrettanta forza anche contro gli Stati Uniti d'America, mentre i cinesi non vogliono che la loro opinione pubblica interna venga a conoscenza di ciò. Non possiamo dare un'altra spiegazione a questo importante avvenimento politico.





MARTEDI

5 AGOSTO 1975

L'ATTEGGIAMENTO DEI CINESI NEI NOSTRI

CONFRONTI VA PEGGIORANDO

Stiamo rilevando certi atteggiamenti politicamente non corretti dei cinesi nei nostri confronti, atteggiamenti che attraggono la nostra attenzione dato che non li avevamo mai notati prima.

In occasione della celebrazione della festa del loro esercito, essi assegnavano sempre al nostro addetto militare a Pechino un .posto d'onore, allo stesso tavolo con i dirigenti militari e civili cinesi o con i rappresentati di quei paesi con i quali abbiamo legami, come i vietnamiti, i coreani ecc. Questa volta invece si è agito in modo diverso e del tutto provocatorio: avevano assegnato al nostro addetto militare un posto allo stesso tavolo dell'addetto militare sovietico. Il nostro addetto si è rifiutato di sedersi ed ha chiesto un altro posto, protestando presso i compagni cinesi che avevano voluto metterlo allo stesso tavolo del nemico revisionista. Allora lo hanno fatto passare ad un altro dov'era a capotavola l'addetto militare inglese. Da una provocazione all'altra. Il nostro addetto non ha accettato neppure questo posto e ne ha chiesto un altro, dichiarando che altrimenti sarebbe stato costretto a non assistere alla festa. Allora i provocatori gli hanno assegnato un altro posto.

Questi atteggiamenti da parte cinese si manifestano nel momento in cui i nostri recenti articoli non sono stati pubblicati sulla stampa cinese. I cinesi non hanno neppure dato notizia di questi articoli, tanto che questo fatto ha attratto l'attenzione di diversi ambasciatori stranieri a Pechino: come mai la Cina ciba tutta la stampa mondiale sulla Conferenza di Helsinki e non riporta una parola della stampa albanese?!

Inoltre, noi abbiamo inviato una mostra di pittura a Pechino. Tuttavia, i cinesi non l'apriranno prima a Pechino, ma a Canton, «perché le sale sono occupate, visto che devono essere allestite una mostra romena, una vietnamita», ecc.

Ciò è molto chiaro, ed io credo che simili gesti non amichevoli andranno aumentando nei nostri confronti, per il fatto che i cinesi non sono d'accordo con la linea del nostro Partito e sono scontenti che noi non seguiamo 1a loro linea liberale, filoamericana e filooccidentale. Sicuramente ad essi rion è andato giù il fatto che noi abbiamo scoperto e colpito i militari traditori, Beqir Balluku e i suoi uomini, che avevano alla base dei loro complotto i consigli sulla «difesa» dati loro da Chou En-lai. Beqir Balluku e i cinesi possono aver parlato anche di altre questioni che noi non conosciamo, ma conosciamo «le idee-consigli» che Chou En-lai ha dato a Beqir quando questi si trovava a Pechino.

D'altro canto, può riarsi che abbiamo pestato i calli ai cinesi, con il colpo inferto ai nemici Abdyl Këllezi, Koço Theodhosi ed altri, non perché Abdyl Këllezi era presidente dell'Associazione di Amicizia Albania-Cina, ma perché era d'accordo con i punti di vista politici ed economici di Chou En-lai, perché era amico dei cinesi, un «prezioso amico», se non di più. La decentralizzazionedell'economia, l'avvio verso l'«autogestione», il sabotaggio nel settore del petrolio, il rigonfiamento della burocrazia ed altri mali causati dà Abdyl Këllezi e compagni andavano molto a genio a Chou En-lai, se non è stato proprio Chou a soffiaglieli nell'orecchio. Comunque sia, Beqir Balluku e Abdyl Këllezi erano due teste di serpente che noi abbiamo tagliato prima che ci potessero mordere, come potevano sogrnare e comandare Breznev o Tito, Chou o gli Stati Uniti d'America. Chou e gli uomini del suo gruppo pensano che noi abbiamo scoperto il loro gioco ed hanno ragione in questo, perché sanno che quello che nensiamo di loro si basa su fatti che loro stessi ci forniscono. Non muoviamo accuse dirette nei loro confronti, ma, dal momento che rispondono con questi atteggiamenti ostili alla nostra amicizia, siamo nel diritto di sospettare che nei retroscena abbiano nutrito propositi ostili nei nostri confronti, abbiano perpetrato anche altre infamie di cui non siamo ancora a conoscenza, ma che il tempo sicuramente farà venire a galla.

Dobbiamo difendere la nostra linea, i principi marxisti-leninisti, e ribadirli apertamente e con forza, dobbiamo conservare l'amicizia con il popolo cinese e con i marxisti-leninisti cinesi, dobbiamo stare attenti e guardarci dal cadere nelle provocazioni, perché è proprio questo che vogliono i revisionisti cinesi. Essi vogliono che noi facciamo passi falsi per poter gettare su di noi la colpa della rottura delle relazioni con la Cina. Noi però non dobbiamo inasprire i nostri rapporti con la Cina. Dobbiamo difendere i principi e, se i cinesi compiono nei nostri confronti qualche atto importante che viola i nostri principi marxisti-leninisti, dobbiamo senz'altro farglielo rilevare ed opporci ad esso. Quanto alle loro piccole meschinità, noi risponderemo in modo amichevole e con ponderatezza; come hanno fatto i funzionari della nostra ambasciata a proposito della nostra esposizione.

Senza dubbio qualcuno di questi nemici sabotatori che abbiamo scoperto, come Beqir Balluku, Abdyl Këllezi, Hito Çako o qualche altro, deve aver detto ai cinesi che «la nostra direzione (albanese) vi critica su molte questioni» ecc. E, a quanto pare, la direzione cinese ha prestato fede alle loro parole ed ,assume ora gli atteggiamenti che conosciamo, rifiutandosi ancora di ricevere la delegazione ufficiale del nostro Partito e del nostro Governo. Questo viene confermato anche dal modo e dalla forma con cui essi hanno accolto le nostre richieste di crediti per il nostro sesto piano quinquennale.

In questo caso i cinesi hanno mantenuto un atteggiamento reciso, severo, ostile e non si sono comportati come in precedenza quando, anche se non soddisfacevano tutte le nostre richieste, il loro tono era benevolo, amichevole.

Negli ultimi due anni l'atteggiamento dei cinesi nei nostri confronti è cambiato ed è peggiorato. Per quale motivo?

A causa delle nostre giuste posizioni di principio che non combaciano con le loro posizioni. Ma tutto questo lo sapevano da tempo. Le nostre posizioni sono aperte su tutti i problemi e la grande amicizia con la Cina noi l'abbiamo messa e la mettiamo in evidenza. E allora?! Non c'è alcun dubbio che alla base della loro irritazione stiano le nostre divergenze ideologiche, ma in ciò entra in gioco anche il grande intrigo tramato dai nemici. Questi cercano ad ogni costo di far deteriorare la. nostra amicizia con la Cina, al fine di indebolire prima la nostra difesa e la nostra economia, per poi colpirci e impossessarsi del potere. In questo modo Beqir Balluku, Abdyl Këllezi ed altri hanno svolto un lavoro parallelo: intrighi e calunnie presso i cinesi e sabotaggio all'interno.

Può darsi che l'arresto dei militari traditori e la liquidazione dell'attività ostile di Abdyl Këllezi e compagni abbiano indotto i cinesi a pensare che noi abbiamo colpito questi nemici partendo da posizioni «anticinesi». Abbiamo messo al corrente i cinesi dell'attività ostile di Beqir Balluku e li metteremo al corrente anche dell'attività di Abdyl Këllezi. Dobbiamo parlare ai compagni cinesi a proposito dell'attività ostile di questi traditori e far capire loro in modo chiaro qual'è la verità, e cioè che i traditori scoperti sono stati, oltre al resto, anche grandi calunniatori e bugiardi. Dobbiamo nominare un compagno dell'Ufficio Politico come presidente dell'Associazione di Amicizia Albania-Cina al posto di Abdyl Këllezi.

E' possibile che, se non considerano le questioni da un punto di vista marxista, ma soggettivista, i cinesi leghino la nostra amicizia con la Cina ad un sabotatore quale fu Abdyl Këllezi. Dobbiamo chiarire la questione e possibilmente liquidarla.





GIOVEDI

21 AGOSTO 1975

ATTI NON EQUILIBRATI DEI CINESI

La stampa straniera continua a parlare e a fare scalpore dei «disordini di Hanciou», dove «gli operai si sono ribellati a causa dei salari». Inoltre, la stessa stampa scrive che il «popolo» avrebbe distribuito alle ambasciate straniere a Pechino volantini contro Teng Hsiao-ping in cui lo si definisce «responsabile della repressione e dello spargimento del sangue dei rivoltosi».

La lotta di classe prosegue e proseguirà durante il periodo di edificazione della società socialista, ma abbiamo l'impressione che in Cina questa lotta non venga condotta in modo coerente, manchi di vigore e non si basi su princìpi sani e stabili. Se ci sono tentennamenti riguardo 1a, linea, si avranno certamente anche posizioni tentennanti nei confronti dei nemici.

Nei momenti chiave, se la linea non è ferma, non si tiene in mano la situazione e succede quello che è successo: la Rivoluzione Culturale si scatenò contro il gruppo traditore di Liu Shhao-chi ed in questo gruppo furono inclusi anche Teng Hsiao-ping, Li Ten-shen ecc. Dopo un certo tempo costoro risultarono «innocenti» e furono reintegrati nei posti che occupavano prima, «rieducati». Parole «magiche», «miracoli» del «pensiero di Maotsetung»! Ma sono molti quelli che non mandano .giù questa improvvisa riabilitazione e pongono la domanda: Chi aveva ragione, coloro che hanno fatto 1a Rivoluzione Culturale o coloro che erano contro di essa? Naturalmente se le contraddizioni diventano più acute si avranno scontri, sia attraverso i datsibao, sia attraverso sommosse e scioperi, e forse anche scontri armati.

Penso che questa politica della Cina, a zigzag, con alti e bassi, con tendenze «filoamericane», con una «politica globale», instabile e poco chiara, non avrà successo presso gli Stati e i popoli del mondo.

Vietnamiti e cinesi, dietro le spalle, parlano male l'uno dell'altro. I vietnamiti dicono che i cinesi s'ingeriscono nei loro affari interni. Non sappiamo quale sia la verità, ma alla Cina interessa che il Vietnam non diventi una base dell'Unione Sovietica. Il Vietnam costituisce un grande pericolo per la Cina nel caso di un attacco da parte dei revisionisti sovietici.

Anche Kim Il-sung, dal canto suo, è uno pseudomarxista. Si è messo a fare «ta tournée des grands-ducs» in Europa e in Africa, al pari di Tito e Ceausescu. . .

Gli USA sono divenuti la «Mecca» dei revisionisti. Tutti vanno a stringere la mano al «gran califfo», il presidente americano, a Washington. Per ricevere dollari, i revisionisti portano al presidente americano su un vassoio d'argento grosse fette della loro patria. In altre parole, come se nulla fosse, essi vanno dal presidente degli Stati Uniti d'America per vendergli la libertà, l'indipendenza e la sovranità della loro patria. . .

Il giapponese Miki ha avuto colloqui segreti con Ford. A che scopo? Nell'interesse degli Stati Uniti d'America e del Giappone. Naturalmente, anche il Giappone è contro la Cina. Ford e Miki seguiranno ora una politica bilanciata sia nei confronti della Cina che dell'Unione Sovietica. Indubbiamente Ford avrà promesso ai Giappone l'arma atomica, ma anche il Giappone a sua volta avrà promesso a Ford l'amicizia del gendarme asiatico, contro chiunque possa :pregiudicare questa amicizia americano-nipponica.

In questo modo, la Cina sì dibatte fra i giapponesi astuti e ostili, fra un Kim Il-sung megalomane, instabile e revisionista, fra i vietnamiti filosovietici e l'India nemica! Nulla di buono pub venir fuori da una simile politica priva di un asse portante marxista-leninista. Se i cinesi pensano di riuscire, con una politica del genere, a rafforzare e a consolidare le posizioni del socialismo all'interno del loro paese e fuori di esso, si sbagliano di grosso e proveranno amare delusioni. I cinesi credono che le cricche capitaliste parteggino per la politica della Cina, a causa di qualche diplomatico sorriso borghese, ma essi devono tenere ben presente che queste cricche sono legate mani e piedi al capitalismo mondiale, alle due superpotenze. L'«amicizia» con la Cina serve loro solo per qualche credito e per qualche sporadico ricatto. Per loro la Cina è «uno Stato alla moda», «che non ci crea problemi, che attualmente non è pericoloso per noi, ma neppure ci è necessario». Esse considerano la Cina come «uno Stato cuscinetto» in grado di attenuare in qualche modo qualche colpo imprevisto.

Sfortunatamente, la Cina crede che l'«amicizia» di queste cricche sia la stessa cosa dell'amicizia dei ,popoli da esse dominate. Su questo punto la Cina si sbaglia di grosso, oppure si comporta così perché questo le va più a genio.



LUNEDI

29 SETTEMBRE 1975

ROMANIA E CINA HANNO LA STESSA LINEA

Che cosa sono questi revisionisti romeni, con a capo Ceausescu, che i cinesi tanto amano e sostengono?

Negli ultimi tempi alte personalità del partito e dello Stato romeni vanno e vengono dalla Cina come a casa loro, hanno incontri con alte personalità dell'Ufficio Politico, fanno e dìsfano, si abbracciano e si baciano, scrivono e si elogiano a vicenda.

Che la borghesia romena sia nota nella storia per i suoi «amori», questo è fuori dubbio. Essa ha fatto l'«amore» con tutti, in ogni tempo; l'ha fatto per esempio con la Francia borghese, così come l'ha fatto e lo fa tuttora la nuova borghesia revisionista con l'Unione Sovietica di Krusciov, con la Cina di Mao, con la Jugoslavia di Tito, con gli Stati Uniti d'America, con la Repubblica Federale Tedesca e con tutti coloro che la pagano. Questo è chiaro a tutti, meno che ai cinesi. Per i cinesi la Romania di Ceausescu è «contro» l'Unione Sovietica, quindi «è un paese socialista», «il partito romeno è un partito marxista-leninista». Tutto ciò è privo di fondamento. E' vero il contrario.

Se in Ceausescu c'è un briciolo di antisovietismo, ciò è dovuto al fatto che costui è un avventuriero di tipo kruscioviano, titino, ecc., che ha assunto una posizione di prosseneta e il prosseneta vive senza essere molestato dai sovietici, anzi è molto probabile che si regga con il loro consenso e aiuto per i servigi che rende loro. Egli vive con i soldi degli Stati Uniti d'America, della Repubblica Federale Tedesca e di tutti coloro che lo pagano. Il regime di Ceausescu è il regime della corruzione, della bancarotta, della dittatura personale e familiare.

E' una vergogna per i cinesi definire marxista-leninista un simile partito e considerare «grande uomo politico» un avventuriero come Ceausescu!

Ma perché i cinesi assumono questi atteggiamenti verso la Romania e Ceausescu? Non vi è altra spiegazione: se la intendono molto bene, le loro politiche combaciano nella strategia e nella tattica. I romeni si spacciano per antisovietici, i cinesi sono antisovietici. I romeni sono amici degli americani e sono intervenuti per riconciliare i cinesi con gli americani. Ceausescu e Bodnaras sono divenuti i «padrini» dell'amicizia cino-americana, che somiglia alle relazioni romeno-sovietiche e sovietico-americane. Fanno finta di ingiuriarsi fra loro, per salvare le apparenze, ma dietro le quinte attuano sodomie politiche, commerciali, ecc.

I romeni sono per una politica di ampio respiro con i capitalisti europei, ai quali la Romania si è venduta, con il pretesto di difendersi dai sovietici. La Cina è anch'essa per una politica di avvicinamento con la reazione europea, ma contro i sovietici. La tattica. dei cinesi in tal senso è: «Stai bene attenta, Europa! All'Unione Sovietica basta una guerra per fare di te un sol boccone!».

La Romania e la Cina seguono, dunque, la stessa linea. La prima riceve crediti anche dall'Europa, la Cina non ancora, ma comunque svolge un commercio «interessante». La Romania ha un «marito» potente, gli Stati Uniti d'America, ai quali spilla dollari ed altri favori, mentre la Cina commercia con gli Stati Uniti d'America, compra e vende, riceve, più di quanti ne invii, gruppi di persone di ogni genere, che accoglie cordialmente.

Ceausescu si è ora messo a fare viaggi diplomatici regali in tutti i paesi del mondo. Si può vedere Ceausescu più fuori che in Romania. Che cosa fa all'estero? Compra e vende, stipula, fa e disfa accordi, riceve qualche versamento e, se qualcuno gliela dà, anche qualche decorazione. Ceausescu sta sostituendo Tito nelle losche trattative nei continenti.

La Cina non si muove sulla ribalta mondiale come la Romania; le piace la tattica «dell'apertura, della ricognizione», ma per il momento non commette oscenità come la Romania. La Romania ha ripudiato il comunismo e la rivoluzione. Anche la Cina sta navigando in queste acque. Ha dichiarato di appartenere al «terzo mondo», ma far parte del «terzo mondo» significa appartenere anche al «mondo dei non allineati». Che differenza passi fra il «terzo mondo» e quello dei «non allineati», questo lo sanno la «teoria» di Tito e la «teoria» di Teng Hsiao-ping, il quale ha dato il via all'inclusione della Cina in questo «mondo».

Dunque tutto questo ed altro ancora fanno della Romania «la principale amica della Cina»!

Noi denunciamo la politica antimarxista, filoamericana e filorevisionista della direzione romena. Naturalmente, una posizione del genere da parte nostra suscita, tra l'altro, il raffreddamento della Cina nei nostri confronti.

In Cina viene svolta un'intensa propaganda a favore della Romania. A Shanghai un tale ha detto ad un nostro compagno: «In Albania si è avuto un putsch ad opera di agenti sovietici per abbattere il vostro governo, ma sono accorse in vostro aiuto due divisioni romene che hanno salvato la situazione». Ritengo che costui non sia stato spinto dall'alto a dire ciò, ma deve essere qualche elemento ostile, o qualcuno che ha saputo di Beqir Balluku, che ha collegato questa questione alla «loro fedele alleata, la Romania» e ha inventato questa favola.

Questa è la politica internazionale della Romania, queste sono le considerazioni della Cina nei suoi riguardi. Noi siamo contro la politica dell'una e contro le considerazioni dell'altra, e basiamo queste nostre posizioni su analisi realistiche, nell'ottica del marxismo-leninismo.

La Romania sta conducendo «una grande politica» non solo in Europa e nel mondo, ma cerca anche di prendere in mano la bacchetta del direttore d'orchestra nella politica balcanica. Né più né meno il çaush* cerca di diventare il bashçaush** (In turco sergente e sergente maggiore.) dei Balcani, predicando la riunione di tutti i dirigenti degli Stati balcanici con la partecipazione anche degli Stati Uniti d'America e dell'Italia. La «sorella minore latina», insieme alla sorella maggiore latina, ambedue note per la loro collaborazione durante il fascismo e la loro sottomissione all'imperialismo americano, sogna di portarci nell'ovile degli americani.

La Romania si rende ben conto che questa sua proposta è una bolla di sapone, ma poco importa, perché la bolla prima di scoppiare manderà alcuni «sprazzi» iridescenti.

In che cosa consiste l'antisovietismo di Ceausescu? In nulla di importante. Non partecipa, per modo di dire, con le sue truppe alle manovre del Patto di Varsavia, ma vi partecipa con gli stati maggiori. La Romania fa parte del Patto di Varsavia e vi rimarrà. E' inserita, testa e piedi, nel COMECON, ma si oppone talvolta e tira qualche calcio, ma calci nel COMECON ne tirano anche i bulgari che sono «culo e camicia» con i sovietici.

Allora in che cosa si esprime l'antisovietismo dei dirigenti romeni? Forse nel fatto che non sono divenuti come i dirigenti bulgari?! Ma sono li li se non peggio. A volte i bulgari sono capaci di qualche «colpo» imprevisto, mentre i romeni non sono nemmeno capaci di simili «prodezze».





MARTEDI

30 SETTEMBRE 1975

NEMMENO UNA PAROLA E' STATA DETTA IN CINA

RIGUARDO GLI EROI SPAGNOLI

E' un atteggiamento antimarxista, scandaloso, quello dei cinesi di non aver detto fino ad oggi nemmeno una parola a favore dei nostri cinque compagni spagnoli, di cui tre erano membri del Partito Comunista di Spagna (marxista-leninista), fucilati dal boia Franco. Il mondo intero si è levato in piedi con dure proteste, tutto il proletariato mondiale, gli stessi governi borghesi e perfino il Vaticano hanno protestato contro questo lurido e ripugnante atto ed hanno richiamato i loro ambasciatori da Madrid, mentre «la Cina socialista rivoluzionaria di Mao» è stata la sola a non dire una parola all'indirizzo degli eroi spagnoli!! E' un atteggiamento rivoluzionario questo?! Un atteggiamento marxista-leninista? No, questo è un atteggiamento reazionario nel vero significato della parola. La Cina difende Franco, come ha fatto ieri difendendo il cileno Pinochet. E' chiaro dunque che la Cina difende gli scagnozzi fascisti dell'imperialismo americano, difende gli Stati Uniti d'America. Atteggiamenti di questo genere non si possono nascondere dietro gli slogan «...i popoli vogliono la rivoluzione» ecc., quando in realtà la Cina difende la controrivoluzione.



MERCOLEDI

1 ° OTTOBRE 1975

DOBBIAMO NON SOLO SMASCHERARE, MA ANCHE

COMBATTERE GLI IMPERIALISTI AMERICANI

ieri sera tutti noi dell'Ufficio Politico e del Governo siamo stati a cena dall'ambasciatore cinese per la ricorrenza del 26° anniversario della proclamazione della Repubblica Popolare di Cina. L'albergo «Dajti» era pieno di invitati, un banchetto sfarzoso! Quando si tratta di pranzi e cene la Cina non stringe i cordoni della borsa, ma quando si tratta di soddisfare alcune necessità del nostro piano allora è stretta di mano. Comunque sia, questa è acqua passata e, nella conversazione con l'ambasciatore cinese, non ne abbiamo nemmeno accennato.

Durante la conversazione, naturalmente abbiamo posto dei problemi. L'ambasciatore cinese, come sempre, ha fatto uso delle formule e degli slogan ormai noti, in altre parole «paglia». Era appena rientrato dalla Cina e ci ha detto che nel Tachai si era tenuta «la più grande riunione che il Consiglio di Stato abbia organizzato» e si è messo così a ripeterci le note formule sul Tachai. Gli ho detto: «Abbiamo appreso dai giornali che Teng Hsiao-ping e Chian Ching hanno pronunciato importanti discorsi nel Tachai. Potete dirci qualche cosa sul contenuto di questi discorsi, dato che il «Renmin Ribao» non dice nulla?». L'ambasciatore ha risposto: «Anche a Pechino si è tenuta una riunione identica». In altre parole, egli voleva dire con questo «non ne so di più» oppure «non sono autorizzato a dirvi di più». Tuttavia, gli ho chiesto di inviarci, se possibile, questi discorsi, «affinché possiamo trar profitto anche noi dalla loro importanza». «Senza dubbio» ha risposto. E, naturalmente, aspettiamo che ci giungano... alle calende greche, come tutto il resto.

All'ambasciatore cinese ho parlato più concretamente della nostra agricoltura, del grano il cui raccolto non è andato male; gli ho fatto notare gli sforzi che stiamo compiendo per ottenere migliori rendimenti di mais ecc., poiché quest'anno c'è stata una siccità che dura tuttora e che ci sta danneggiando.

Gli ho poi parlato dell'attività ostile degli agenti dei sovietici e dei titini, Beqir Balluku, Abdyl Këllezi ed altri, facendogli rilevare che la loro attività ci ha arrecato gravi danni e che ora stiamo lavorando per ripararli. Ho sottolineato che questi traditori erano al servizio dei sovietici, che erano sabotatori, calunniatori, bugiardi ecc. L'ambasciatore cinese ha ascoltato e ha detto solo: «Come Liu Shao-chi e Lin Piao».

Proseguendo la conversazione gli ho parlato poi di alcuni problemi chiave della situazione internazionale e del ruolo aggressivo delle due superpotenze. Egli mi ha interrotto per ripetere il loro slogan sulla lotta contro l'Unione Sovietica. Non ha fatto però il nome degli Stati Uniti d'America, ma ha detto semplicemente: «Dobbiamo smascherare gli altri». A questo punto gli ho risposto: «Dobbiamo non solo smascherarli ma anche combatterli, perché, se non li combattiamo, essi fanno poco caso allo smascheramento».

Poi l'ambasciatore cinese ha tirato fuori la formula: «Il presidente Mio c'insegna a prepararci alla guerra, quindi dobbiamo fare scorte di pane».

Gli ho risposto: «Mao ha ragione, i preparativi per il tempo di guerra richiedono pane, ma richiedono anche armi moderne. Noi abbiamo la stessa linea e sappiamo che l'uomo svolge il ruolo .principale nella guerra, ma anche le armi sono indispensabili. I nostri nemici sono armati fino ai denti e di armi ultramoderne. Le superpotenze hanno armato non solo sé stesse, ma hanno provveduto ad armare anche i loro alleati, come Tito che riceve armi moderne sia dagli Stati Uniti d'America che dall'Unione Sovietica. La Romania sta seguendo la stessa strada. Contro chi rivolgeranno queste armi? Forse contro coloro che gliele forniscono?! C'è da dubitarne. Non è da escludere neppure questa eventualità, dal momento che esistono contraddizioni fra loro, ma queste armi saranno puntate innanzi tutto contro di noi ed è per questo che noi, Cina e Albania, dobbiamo armarci il più presto possibile e con armi moderne. L'Albania ha una sola via aperta per quanto riguarda le armi, quella della nostra grande alleata, la Cina di Mao. Se questa via ci verrà preclusa, e ciò avverrà in caso di emergenza, l'Albania socialista dovrà combattere in condizioni di accerchiamento».

L'ambasciatore cinese ha lanciato l'altra nota formula: «Siamo molto indietro a causa dell'attività ostile di Lin Piao.»

Non ho resistito e gli ho detto: «Questa situazione dev'essere assolutamente superata ed al più presto. Altrimenti, il pensiero di Mao, secondo cui non si :può combattere come si deve con le armi convenzionali, non viene applicato pienamente. Voi, cinesi, avete ragione quando dite che i Balcani sono un obiettivo dell'imminente attacco dei sovietici. Su questo siamo d'accordo con voi, perché anche noi la pensiamo così, ed è per questo che stiamo mobilitando la nostra difesa. Il Partito ha incaricato Mehmet del Ministero della Difesa. Non permetteremo al nemico di calpestare vivo i nostri territori, ma esso avrà la supremazia nell'aria e in mare, perciò abbiamo bisogno di armi adatte per fare fronte a questi mezzi moderni dei nemici». Ho continuato a sviluppare ulteriormente la mia idea dicendo che il pericolo di un attacco è imminente, minaccia realmente l'Europa, ma anche voi in Asia dovete stare in guardia, perché né i sovietici né gli americani dormono.

Il «sagace» ambasciatore cinese ha cambiato di nuovo discorso ritornando all'esperienza di Tachai!

In questo modo si è conclusa la nostra conversazione.



GIOVEDI

2 OTTOBRE 1975

LA POLITICA ESTERA DELLA CINA NON E'

RIVOLUZIONARIA

Il Partito Comunista Cinese mantiene in politica internazionale atteggiamenti errati, non marxisti. La sua è una politica non rivoluzionaria, non di classe, non proletaria, non è a favore della rivoluzione. Fino a ieri la Repubblica Popolare di Cina e la sua politica estera erano chiuse nel proprio guscio. Ora però si sono aperte a macchia d'olio e quest'apertura, secondo il nostro parere, ha preso un indirizzo sbagliato.

Qual'è questo indirizzo sbagliato?

Il Partito Comunista Cinese si vanta di aiutare la rivoluzione mondiale e i partiti comunisti e operai marxisti-leninisti, ma in realtà non lo fa.

II Partito Comunista Cinese sostiene che « la Cina fa parte del terzo mando», anziché affermarsi come un paese socialista ed aiutare i popoli del mondo e non le loro cricche dominanti, specie le cricche sanguinarie della borghesia reazionaria, che si vendono a qualsiasi imperialista per poter dominare sui propri popoli. La Cina propaganda l'amicizia e l'alleanza con tutto il «terzo mondo», senza fare distinzioni politiche e, particolarmente, senza fare alcuna distinzione di classe, senza lottare e senza fare nulla per approfondire le contraddizioni fra la classe operaia di questi paesi e la loro borghesia reazionaria e oppressiva. Il Partito Comunista Cinese e la politica dello Stato cinese ignorano queste contraddizioni e si adoperano ad attenuarle, sostenendo apertamente cricche come quelle di Pinochet, Franco, Mobutu e molte altre. Questa politica non è marxistaleninista, ma antimarxista, in quanto tesa a soffocare la lotta di classe sul piano internazionale. Il Partito Comunista Cinese e lo Stato cinese dimenticano dunque il loro alleato di classe, il proletariato mondiale, lo sottovalutano, e mettono in risalto l'alleanza con i capi della borghesia che dominano sul proletariato e sui popoli. Questo genere di alleanza, vista non con un'ottica di classe, oscilla a seconda dei casi.

La politica estera cinese segue due criteri base:

Primo criterio: Essere o non essere ammiratore della Cina. Se lo si è, o si finge di esserlo, chiunque si sia, si è alleati e amici della Cina, ed essa dimentica l'aspetto di classe della politica e si è sostenuti, si è ricevuti al suono dei gong, si ricevono anche crediti. Se si cantano molte lodi, anch'essa dimostra tutto il suo amore, chiunque si sia; se si dimostra un amore tiepido, anch'essa regola la sua amicizia entro questi limiti; e se viene a sapere che la si contesta o che le si ha voltato faccia, allora anch'essa gira la banderuola dalla parte dell'inimicizia. Dunque amicizia tentennante, amicizia con un carattere borghese.

Secondo criterio: Se si è contro i revisionisti sovietici si è amici della Cina, chiunque si sia. La politica cinese si basa sul seguente principio: principale nemico della Cina, così come di tutto il mondo, è il socialimperialismo sovietico, perché «non è smascherato, è guerrafondaio e ricerca l'egemonia mondiale». Quindi, secondo la politica cinese, bisogna creare contro l'Unione Sovietica una «santa alleanza» con gli Stati Uniti d'America, che i cinesi definiscono «imperialisti» si, ma «nemici» di second'ordine che vengono dopo l'Unione Sovietica. Dicono ciò tanto per dire, poiché i cinesi mirano a stringere un'alleanza socialdemocratica con gli Stati Uniti d'America. Hanno ridimensionato la loro propaganda volta allo smascheramento dell'imperialismo americano, hanno ammorbidito o, più concretamente, cessato la loro lotta contro gli Stati Uniti d'America, ed hanno anzi ulteriormente consolidato quest'alleanza falsa e mostruosa. In egri partito, che si spaccia per partito comunista marxista leninista o Stato che si spaccia per socialista, i cinesi propagandano, consigliano ed aiutano qualsiasi corrente filoamericana e premono perché si parli poco o non si parli affatto delle azioni aggressive degli Stati Uniti d'America; essi ingannano i movimenti rivoluzionari, di liberazione e marxisti-leninisti e li costringono a comportarsi secondo l'orientamento della politica cinese. Anche nei paesi in cui l'imperialismo americano ha affondato profondamente i suoi artigli insanguinati e le cui cricche sono divenute agenti degli americani, i movimenti progressisti e rivoluzionari vengono consigliati e indotti a dire, volenti o nolenti, che «principale nemico è l'Unione Sovietica».

Questo è spaventoso. Questo significa ingannare il proletariato, soffocare la rivoluzione e fomentare una guerra mondiale imperialista, anziché procedere sulla via marxista-leninista lottando per indebolire gli imperialisti americani e i socialimperialisti sovietici, aiutando la rivoluzione e non soffocandola, aiutando le lotte di liberazione nazionale dei popoli contro le due superpotenze a distruggere i loro piani di guerra imperialista di rapina e, se non la si può evitare, a trasformare questa guerra in guerra civile, in una guerra di liberazione e in rivoluzione.

Ma la Cina non procede su questa via. Ha dichiarato, e a questo riguardo ha sottoscritto anche il Comunicato di Shanghai, che gli Stati Uniti d'America non sono egemoni né si batteranno per l'egemonia. Pensare cosi e credere ad un «pezzo di carta», come ha definito Ford a Pechino le dichiarazioni di questo genere, significa aver deviato dalla teoria marxista-leninista e procedere sulla strada opposta.

La Cina utilizza alcune parole d'ordine come «le nazioni vogliono la liberazione», «i popoli vogliono la rivoluzione», mentre in realtà non aiuta, ma soffoca le lotte di liberazione nazionale e la rivoluzione. «Il mondo è torbido, ma la situazione è eccellente», dicono i cinesi. Affermare che «la situazione è eccellente» nel momento in cui le due superpotenze stanno opprimendo e asservendo i popoli, nel momento in cui esse stanno preparandosi ad una guerra imperialista, spingono i popoli a

scannarsi fora loro ecc., ecc., mentre la Cina prende le parti di uno degli Stati imperialisti e chiede il suo aiuto per combattere :altro e per questa riprovevole politica sacrifica la rivoluzione, .l movimento marxista-leninista e le lotte di liberazione nazionale dei popoli, affermare ciò significa mentire e commettere un ;rande tradimento nei confronti della rivoluzione. E la Cina gioca proprio questo pericoloso gioco.

Smascherare l'Unione Sovietica, il Patto di Varsavia e il COMECON, dimostrando che l'Unione Sovietica sta penetrando, ad esempio, in Bolivia dove ha costruito un cementificio ecc., tutto questo la propaganda cinese lo fa e noi siamo d'accordo. Siamo sempre stati d'accordo con la lotta contro il socialimperialismo sovietico. Ma ammettere che l'imperialismo americano si è ammansito, come fa la Cina, che la NATO e il Mercato Comune sono necessari e che bisogna dire «Viva l'Europa borghese capitalista unita», «Viva Franco e Pinochet», questo no; con queste posizioni e punti di vista ed altri similia questi, non siamo stati e non saremo mai d'accordo con la Cina. Anzi siamo

e saremo contro e combatteremo apertamente tutti i punti di vista di questa natura, in quanto sono a favore dell'imperialismo americano, del capitalismo mondiale e sono contro il marxismo-leninismo, contro la rivoluzione e il socialismo.

La crisi del mondo capitalista e revisionista è di gran lunga più grave e profonda di quelle che si sono viste fieno ad oggi. Ma la Cina che fa? :iuta forse i milioni di proletari che scendono in sciopero? Aiuta forse i disoccupati che si contano a milioni nel mondo? Aiuta forse, la Cina, queste enormi masse che si sono levate in piedi e con il suo aiuto rende più profonda la crisi dell'imperialismo americano e del revisionismo sovietico? No, assolutamente no! Purtroppo, la Cina aiuta gli Stati Uniti d'America e gli Stati capitalisti occidentali affinché possano superare la crisi in modo indolore: li aiuta politicamente e ideologicamente. Ha lasciato loro libero accesso al mercato del proprio paese e permette gli investimenti dei capitali stranieri in Cina. Tutto questo viene fatto sotto la maschera di una politica «marxista-leninista» e con il pretesto di combattere il nemico numero uno, l'Unione Sovietica, che domani potrà diventare anche il suo amico numero uno.

La Cina in realtà lascia che tutte le masse di scioperanti e disoccupati siano manipolate dai revisionisti e dalla socialdemocrazia, al servizio del capitale nazionale e di quello internazionale. Non appoggia né aiutai movimenti rivoluzionari e i partiti comunisti e operai marxisti-leninisti, ma li ha divisi in categorie: quelli che parlano bene della Cina e seguono la sua politica sono buoni; gli altri non contano.

Ma la tragedia del movimento comunista internazionale sta nel fatto che difende la Cina e non si pronuncia contro di essa e la difende anche quando sbaglia. Noi albanesi non l'attacchiamo apertamente, poiché l'interesse generale non lo richiede ancora. Ma la nostra politica estera ed interna è aperta, decisa e in contrasto con quella della Cina, su tutte le questioni di cui ho parlato. Questo la .Cina lo sa, come lo sanno i popoli del mondo ed anche i marxisti-leninisti, dato che noi non abbiamo chiuso né chiuderemo la bocca. Non permetteremo nulla, nessun intervento o pressione che possa ledere e travisare la linea pubblicamente nota del nostro Partito. Non sono poche nel mondo le persone, gli uomini di Stato e i borghesi progressisti che parlano con grande simpatia della politica del Partito del Lavoro d'Albania.

Perché manifestano questa simpatia?

In primo luogo, perché parliamo apertamente, con coraggio e in modo giusto contro le due superpotenze, perché parliamo e nello stesso tempo agiamo. Questa politica giusta piace loro, perché molti altri non la possono fare visto che le due superpotenze hanno loro legato le mani e tappato la bocca.

In secondo luogo, perché la nostra politica nei confronti dei governi borghesi al potere non è né liberale, né settaria. Noi sappiamo distinguere quali governi sono progressisti e quali no, e tutti si sono resi conto e vedono che la nostra politica difende innanzi tutto gli interessi della classe operaia e dei popoli di questi paesi e che, considerando le questioni in quest'ottica, sosteniamo appunto quei governi o quei governanti che in linea generale hanno almeno in parte simili requisiti nel loro programma di governo.

In terzo luogo, perché essi vedono nella coraggiosa politica del nostro Partito un esempio che anche loro e i loro popoli, siano questi piccoli come noi o grandi, vogliono seguire. Nel momento in cui le due superpotenze sono in crisi e ricorrono alla violenza, molti governi o governanti borghesi, per svincolarsi dalla loro morsa di ferro, ricordano l'Albania ,e traggono coraggio dal suo esempio.

Abbiamo amato e amiamo sinceramente la Cina quale grande paese socialista, l'abbiamo difesa e la difenderemo sulla via marxista-leninista, ma questi suoi errori di linea ci rammaricano, non ci piacciono affatto e non possiamo accettarli. Vogliamo discuterne con loro, ma i cinesi non accettano. I cinesi hanno trovato «comodo» il fatto che non parliamo apertamente di loro, ma il mondo vede bene che le nostre posizioni non combaciano. Simili posizioni non dovrebbero esistere fra i nostri due partiti e i nostri due Stati. Sono .già tre volte, in quasi due anni, che abbiamo rinnovato la richiesta dell'invio a Pechino di una delegazione del nostro Partito e del nostro governo, guidata da Mehmet, mai i cinesi tutte e tre le volte hanno rimandato questa visita facendo orecchi da mercante. D'altro canto, stanno ricevendo tutti gli uomini di Stato di qualsiasi categoria, imperialisti, borghesi, re e principesse, da Ford al primo ministro revisionista jugoslavo Bijedic. Come possiamo considerare questo disprezzo e questa arroganza se non come una manifestazione delle concezioni di grande Stato che a tu per tue abassa voce dice: «Siete nostri amici», ma che fra sé dice: «Amici che non mi portate sporte di fichi», vale a dire che «non sostenete la nostra politica internazionale»? Non si può interpretare diversamente questo atteggiamento non amichevole della Cina verso l'Albania. Ma il Partito del Lavoro d'Albania sa mantenersi calmo ed avere pazienza.

Abbiamo sofferto molto e incontrato molte difficoltà, ma le abbiamo superate con successo, perché abbiamo difeso e seguito il marxismo-leninismo, siamo stati giusti e riflessivi, abbiamo saputo legare strettamente la nostra causa nazionale agli interessi internazionali dei lavoratori. Il Partito del Lavoro d'Albania sa che la sua forza risiede nel popolo, nella sua patria socialista libera e sovrana. Questo è il fattore primo e decisivo. L'aiuto internazionale viene al secondo posto. Noi seguiamo con vigilanza la situazione internazionale, così come seguiamo anche le innumerevoli manovre congiunturali dei vari Stati del mondo e cerchiamo di trarre giusti insegnamenti e conclusioni che giovino alla politica del nostro Stato. Ma la politica del nostro Stato non può né basarsi su queste congiunture, né oscillare a causa della loro influenza. La politica del Partito del Lavoro d'Albania ha alla sua base una sua strategia e una sua tattica, basate sulla teoria marxista-leninista e che vengono applicate tenendo conto delle condizioni del paese e di quelle internazionali. Molti di coloro che si spacciano per marxisti, ma che non lo sono, potrebbero ripetere questa formula, ma il marxismo va applicato in modo corretto. Per noi le congiunture sono, in politica, qualche cosa di marginale, di instabile, su cui non ci si può basare. Oggi una politica congiunturale, sapendola sfruttare, può assumere un indirizzo da cui è possibile trarre vantaggi tattici; mentre domani essa muta del tutto il suo indirizzo e a svantaggio di chi la segue. Quindi la politica del proprio Partito e del proprio paese non deve entrare nell'oscuro labirinto pieno di trappole preparate dagli Stati capitalisti, borghesi e revisionisti.





MARTEDI

7 OTTOBRE 1975

CINA E JUGOSLAVIA

I dirigenti di questi due Stati sono in «amore»! Vecchie conoscenze, vecchia simpatia. Ai cinesi e allo stesso Mao andava molto a genio la lotta che Tito aveva condotto contro Stalin, essi hanno acclamato questa lotta e l'hanno definita giusta. Dalla bocca di Mao sono uscite le parole: «Tito non ha sbagliato, è stato Stalin a sbagliare». Che Mao abbia detto ciò è indiscutibilmente vero, non solo perché lo ha detto a noi, ma perché ancora oggi Chou En-lai, Keng P'iao ed altri stanno facendo propaganda contro Stalin. «Sì, - dicono i cinesi (per la platea), - Stalin è un grand'uomo, ma ha commesso errori». Quali errori ha commeso? «Non ha avuto una giusta visione della questione cinese», «non ha considerato in modo giusto neppure la questione di Tito», «né quella dell'Unione Sovietica», «né del comunismo internazionale» ecc.

Ma se Stalin ha commesso questi errori, come sostengono i cinesi, allora perché dicono che «Stalin è stato un grande marxista-leninista»? E chi era Krusciov che i cinesi, ora, stanno gettando nella fogna? «Il Lenin dei nostri tempi», ha detto Mao alla Conferenza di Mosca del 1957. «Valutazione» geniale del traditore da parte di Mao!

I cinesi hanno tenuto un atteggiamento non di principio anche verso Tito e il titismo. Se osserviamo forti zigzag nella linea cinese riguardo la definizione politica e ideologica dell'attività revisionista di Tito e del titismo, ciò è dovuto alla politica Opportunistica dei cinesi. Bisognava parlare bene di Tito, perché questa era la loro convinzione, ma bisognava anche «smascherarlo», perché anche gli altri lo stavano smascherando, dal momento che perfino Krusciov gli scagliava qualche pietra contro. Giunse il momento in cui i cinesi cessarono la polemica contro Tito ed ebbe inizio l'avvicinamento politico e ideologico de facto (benché, in apparenza, non abbiano ancora legami ideologici e di partito).

Quando la Cina si portò su posizioni filoamericane e antisovietiche, questa politica si manifestò in tutti i suoi rapporti con il mondo esterno. L'America imperialista, i fascisti Pinochet e Franco, Tito e Ceausescu, i rinnegati e gli avventurieri, i revanscisti tedeschi e i fascisti italiani sono suoi amici. Per la Cina l'ideologia non ha importanza. Nulla viene considerato con una .visione di classe, nulla viene considerato nell'ottica della rivoluzione mondiale e della liberazione dei popoli! Secondo la direzione cinese, per la Cina e per il mondo esiste un solo nemico - il socialimperialismo sovietico. E' un fatto amaro e tragico che essa dimentichi l'altro nemico, l'imperialismo americano.

La tattica antimarxista cinese consiste nell'alleanza con tutta la reazione mondiale, perfino con i fascisti dichiarati e patentati, purché siano contro i sovietici. Questo punto di vista non solo è antimarxista, ma dimostra anche che l'analisi a cui i cinesi sottopongono l'evolversi delle questioni mondiali viene fatta da essi in modo tanto errato e folle, da essere stupefacente, Ogni atto politico dei cinesi porta acqua al mulino dell'imperialismo e della reazione mondiale.

I cinesi credono (e non si possono interpretare in modo diverso le loro iniziative) che tutto il mondo sia persuaso e pensi che la Cina sia rossa, rivoluzionaria. La politica seguita dalla Cina si prefigge un obiettivo «rivoluzionario»: unire il .terzo mondo», il «secondo mondo» e l'imperialismo americano contro i sociali mperialisti sovietici. E dalle sue azioni risulta che, per raggiungere questo «ideale», non bisogna badare molto

principi. «Ora noi difendiamo gli Stati Uniti d'America, dicono i cinesi per giustificarsi, perché sono più deboli dell'Unione Sovietica, però nel medesimo tempo dobbiamo approfondire le contraddizioni fra l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti d'America». Idee geniali!! Il mondo, a sentir loro, va avanti come vuole la Cina!! La rotazione terrestre, la politica dei continenti con i loro popoli e i loro Stati seguirebbero il volere della Cina!! Che pazzie! Tutta la reazione mondiale, ad eccezione della reazione sovietica, spinge la Cina su questa via errata e l'applaude. E la direzione cinese si gonfia come un tacchino, ma come un tacchino... modesto.

Essendosi allontanata dalla politica di classe e dai principi marxisti-leninisti, è naturale che la Cina si basi sulle congiunture politiche, sulle astuzie e gli intrighi dei governi reazionari.

Ed ora veniamo all'amicizia cielo-jugoslava. Questa è ora un fatto reale, ma subirà una disfatta qualora i cinesi dovessero rilevare tendenze filosovietiche nella politica jugoslava. Come sappiamo, la politica di Tito è, in sostanza, antisovietica e filoamericana. Ma Tito sa destreggiarsi, si è sempre destreggiato ed ha dato prova di essere un avventuriero acrobata. Tito conduce una apolitica antipopolare, antisocialista, quindi antimarxista, e ha assunto la posizione di «leader del blocco privo di significato dei «non allineati». E' una realtà che Tito fa la politica di questi Stati, che in effetti sono legati alle superpotenze, sebbene non facciano parte dei loro patti e trattati militari.

Tito si agita in mille modi, riceve assegni e favori da tutti. Ha asservito la Jugoslavia, ha creato uno strato di nuovi ricchi, vive come un re, si fa passare e lo fanno passare per un «grande cervello politico». Non tutti però credono alle fandonie di Tito, ma, quando ne hanno bisogno, lo gonfiano e, quando non ne hanno più bisogno, lo mettono e lo metteranno da parte come un limone spremuto.

1 sovietici, senza alcun dubbio, vogliono porre la Jugoslavia sotto il loro giogo e per questo fanno ricorso a qualsiasi mezzo, a qualsiasi politica, a qualsiasi cospirazione, a qualsiasi manovra; lisciano il pelo a Tito, scrivono .e parlano bene di lui; gli promettano e gli accordano crediti. Tito, questa vecchia volpe, si avvicina loro e sorride. Quando i sovietici non con seguono in pieno il loro obiettivo, digrignano i .denti. Allora Tito fa come il gatto che sfodera le unghie e rizza i baffi contro i sovietici, ma che in realtà miagola per chiedere aiuto agli americani.

Questa è la politica titina, che piace tanto ai cinesi. Perché? Primo, per il fatto che sono dello stesso parere di Tito; secondo, perché in sostanza questi è filoamericano e antisovietico e, terzo, perché i cinesi debbono approfondire l'amicizia con Tito per «rendere più acute le contraddizioni fra Jugoslavia e Unione Sovietica». Tattica geniale!!

Giemal Biyedic, primo ministro jugoslavo, è giunto ieri a Pechino, dove è stato accolto «affettuosamente e calorosamente» da una gran folla, al suono di gong, con striscioni e slogan. Certamente sarà ricevuto anche da Mao. L'articolo di fondo del «Renmin Ribao» cantava osanna al «Barabba» e alla Jugoslavia titina. Per mascherare il gioco, non usava il termine di «Jugoslavia socialista», ma dal tono in cui venivano messi in rilievo i grandi successi economici e gli atteggiamenti della direzione jugoslava contro il capitalismo, l'imperialismo e l'egemonismo, si sottintendeva molto chiaramente questa definizione. Secondo i cinesi, dunque, il titismo si trova sulle stesse posizioni «politiche progressiste» della Cina.

La Cina si è inclusa nel «terzo mondo», mentre Tito fa parte del «mondo dei non allineati». Con loro è anche la Romania, in quanto sarebbe antisovietica. Questa, pur essendo allineata, viene fatta passare per «non allineata» sia dai cinesi, sia da Tito, sia dai sovietici. La differenza fra il «terzo mondo» e il «mondo dei non allineati» è come la differenza che passa fra zuppa e pan bagnato.

Nell'articolo citato del «Renmin Ribao» si tesse la famosa analisi secondo cui «l'imperialismo sovietico minaccia di guerra e di aggressione l'Europa e in modo particolare i Balcani». I cinesi lanciano «l'appello»: «Europa e Balcani, il pericolo che correte è imminente, unitevi dunque fra di voi, mettete da parte i litigi e ogni divergenza che avete, appoggiatevi agli Stati Uniti d'America, alla NATO, al Mercato Comune Europeo. Voi, paesi balcanici, vi trovate nella bocca del lupo, L:.nitevi quindi alla Jugoslavia sotto la direzione di Tito». In altre parole, a noi albanesi essi dicono: «Vi sbagliate a non avere fiducia come ne abbiamo noi nella Jugoslavia di Tito, nella Romania di Ceausescu, nella Grecia dei colonnelli, nella Turchia dei Demirel e, perché no, anche nella Bulgaria di Zhivkov. Voi, albanesi, avete torto a non partecipare a questo ballo balcanico». Con i loro atteggiamenti i cinesi vogliono dirci: «Voi albanesi invece di guardare l'essenza delle questioni, guardate piuttosto l'insegna della bottega e accontentatevi».

L'addetto militare cinese a Belgrado ha detto ad un nostro diplomatico che «la delegazione cinese è stata accolta cordialmente dai militari jugoslavi»; questi «hanno mostrato loro ogni cosa», hanno parlato «apertamente e sinceramente», «hanno mostrato loro anche le armi» ecc. L'addetto militare cinese vuole convincerci che il lupo sarebbe divenuto agnello, ma dimentica che il lupo rimane sempre lupo, ed anzi ci sono casi, come nel romanzo di Jack London, in cui anche il cane si trasforma in lupo.

Mentre da oltre due anni continuano a rinviare la visita della nostra delegazione, i cinesi accolgono il primo ministro jugoslavo Biyedic. Con quest'atteggiamento essi vogliono dirci: «Non vogliamo ricevervi, perché abbiamo contraddizioni politiche e ideologiche con voi, mentre con gli jugoslavi (e questo lo conferma la visita di Biyedic) noi cinesi non abbiamo nessuna contraddizione».

Naturalmente ai revisionisti sovietici e ai loro scagnozzi non va a genio la visita di Giemal Biyedic in Cina e Teng Hsiaoping, consapevole di questo, durante il pranzo offerto in suo onore, ha fatto come sempre allusione «ad una superpotenza che vuole la guerra» o a qualche cosa di simile. Allora i sovietici e i loro amici hanno lasciato la sala e se ne sono andati. Con questo i cinesi pensano di aver acutizzato le contraddizioni. Ma essi si sbagliano. Ci pensa Tito a sistemare le cose per un altro verso. Solo tu, cinese, vivi di illusioni, continui a soddisfare le richieste materiali degli jugoslavi e prosegui a percorrere la via che hai imboccato, quanto a Tito, lui di giochi siuiili ne ha visti tanti da non poterli contareí Tito è maestro in simili giochi di prestigio.





VENERDI

10 OTTOBRE 1975

MAO TSETUNG RICEVE GIEMAL BIYEDIC

Biyedic è stato accolto calorosamente in Cina. Teng Hsiaoping ha elogiato Tito per «il suo atteggiamento coraggioso contro la brutalità», che nella nostra lingua significa contro Stalin. Che vergogna per i cinesi che elogiano il gesto ostile di Tito contro un grande marxista-leninista, come Stalin! Ma, secondo i cinesi, è stato Stalin a sbagliare e non Tito.

Biyedic è stato ricevuto calorosamente anche da Mao Tsetung. A tutto questo baccano abbiamo riservato sulla nostra stampa «una riga», dunque una sola riga e nulla di più. Questo l'abbiamo fatto per fare capire ai cinesi che non siamo d'accordo con loro, non perché Biyedic si sia recato in Cina, ma per aver lasciato cadere nel vuoto, per non avere accettato la richiesta da noi avanzata ben tre volte di seguito della visita della nostra delegazione.

I cinesi sono anche astuti. Al ricevimento offerto dai coreani, in occasione della ricorrenza del 30° anniversario del Partito del Lavoro di Corea, Teng Hisiao-ping e tutto il suo seguito sono andati in modo dimostrativo a stringere la mano solo a Behar. Questo l'hanno fatto per dire a noi ed ai presenti che «è vero che con gli jugoslavi abbiamo colloqui, ma con gli albanesi siamo intimi amici».





LUNEDI

10 NOVEMBRE 1975



SIAMO PREOCCUPATI PER QUELLO CHE ACCADRA' IN

CINA DOPO LA MORTE DI MAO

Le notizie inviateci dai nostri compagni, che si trovano a Pechino, sono preoccupanti, in modo particolare per lo stato di salute di Chou En-lai, ma anche per l'età avanzata di Mao Tsetung.

I compagni cinesi ci dicono, e questo lo conferma anche la loro stampa ufficiale, che Chou En-lai si trova in ospedale. Non dicono però di che soffre. Qualche agenzia di stampa straniera dice che egli è malato di cancro (dunque una malattia incurabile), altri dicono che soffre di cuore. Per un certo periodo ha ricevuto stranieri ed amici in ospedale. Ha ricevuto per 15 minuti anche la nostra delegazione, con il compagno Adil, a cui ha detto che doveva sottoporsi ad un intervento chirurgico e che non si sapeva come sarebbe andato a finire, bene o male.

Da qualche tempo però non riceve più nessuno nemmeno all'ospedale. Li Sien-nien ha risposto ad un nostro compagno, che gli aveva chiesto notizie dello stato di salute di Chou Enlai, dicendo: «E' malato» e, con la sua mimica, gli ha fatto capire che non c'erano speranze di guarigione.

Quanto a Mao non si parla di malattia, ma di vecchiaia: «non può camminare, o cammina a stento, non può parlare, o parla molto poco, sta molto curvo e a bocca aperta». Ma mentre Chou En-lai è malato, Mao continua a ricevere stranieri, compare insieme a loro alla televisione, stringe loro energicamente la mano, ecc. Abbiamo visto Mao anche alla televisione italiana. Nessuno però ci dice qualcosa del suo stato di salute. Naturalmente, noi chiediamo notizie, perché siamo preoccupati delle sue condizioni, ma coloro a cui chiediamo ci dicono che si mantiene bene. E' quello che ci auguriamo anche noi. Quello che ci preoccupa è: in quali condizioni Mao lascia il partito?! Cosa succederà in Cina dopo la sua morte?

Sappiamo che la lotta contro le frazioni e i frazionisti, contro i ..deviazionisti», «gli opportunisti. i liberali e i settariè stata condotta con zigzag, «è stato usato il metodo della rieducazione», senza fare nessuna distinzione, e dopo un certo tempo tutta questa gente è stata «rieducata» e «riabilitata». Cosa fanno ora questi uomini e cosa faranno quando Mao sarà scomparso? Naturalmente non sappiamo nulla. ma siamo persuasi che non staranno tranquilli, perché non sono né rieducati né corretti.

A quanto pare. Teng Hsiao-ping adempie alle funzioni di Presidente del Consiglio di Stato. Per il momento parla a nome di Chou, perché Mao è ancora in piedi. Ma dopo Mao è probabile che Teng parli anche a suo nome. Un altro individuo «preparato» da Chou è Li Sien-nien, che, a nostro giudizio, non è una persona a posto. Costui sta mordendo il freno.

Nell'Ufficio Politico vi sono anche altri compagni nuovi. Questo è vero, ma questi non appaiono o appaiono poco. I due primi, che ho citato, sono alla ribalta. Che linea seguiranno il Partito Comunista Cinese e lo Stato cinese dopo la morte di Mao, per ora non lo possiamo dire con precisione. Stiamo a vedere e giudicheremo dagli atteggiamenti che saranno tenuti in politica interna ed estera. Ci pronunceremo, come abbiamo sempre fatto, solo basandoci sui fatti e valutando questi fatti attraverso un'analisi marxista-leninista.





MERCOLEDI

19 NOVEMBRE 1975

IRRITAZIONE FRA CINA E VIETNAM

PER QUESTIONI DI FRONTIERA

Oltre al resto, la Cina è irritata con i vietnamiti a causa di alcune isole «occupate dal Vietnam del Nord». La Cina sostiene che queste isole le appartengono e debbono quindi esserle restituite; insomma, tira fuori i vecchi «titoli di proprietà», mette in moto geografi e storici per convalidare le sue tesi. Il Vietnam tace, resta nelle isole, perché si dice che vi sia del petrolio, e spilla crediti alla Cina. Ed a noi essa invece dice: «Non posso accordarvi crediti nella misura richiesta, perché sto aiutando il Vietnam».



VENERDI

21 NOVEMBRE 1975



QUELLO CHE DICONO OGGI, NON LO DICONO

DOMANI

Gli ambasciatori cinesi, ovunque si trovino, strombazzano ai quattro venti che l'Unione Sovietica attaccherà l'Europa Occidentale, che la guerra è alle porte e perciò «noi (cinesi) siamo con voi, con le vittime (gli Stati capitalisti occidentali), siamo con l'«Europa Unita», con il Mercato Comune Europeo e con la NATO».

Tuttavia, dato che l'Unione Sovietica non sta attaccando e dato che gli Stati capitalisti occidentali cercano di diminuire la tensione, Chiao Kuan-hua, ministro degli esteri cinesi, ha detto a Nesti: «Quest'attacco non sarà lanciato né oggi né fra un anno, ma in un prossimo futuro».

Gli ambasciatori cinesi quello che dicono oggi, non lo dicono domani. Dicono che «l'Unione Sovietica sta accerchiando l'Europa, e in seguito potrà attaccarla. Per il momento cerca di intervenire, o di compiere atti di sovversione nei Balcani, in Portogallo e in Spagna, al fine di soffocare l'Europa».

Stiamo a vedere quali nuove versioni tireranno fuori.





MERCOLEDI

3 DICEMBRE 1975

FORD E' STATO RICEVUTO DA MAO TSETUNG

Gerald Ford è a Pechino. Anche Mao Tsetung l'ha ricevuto e si è intrattenuto con lui per due ore.

All'aeroporto, il presidente americano è stato accolto da Teng Hsiao-ping e dal suo seguito. I colloqui si sono svolti con Teng. Questi ha offerto il banchetto ufficiale e pronunciato anche il discorso. Anche Ford gli ha risposto con un discorso.

In sostanza, il discorso di Teng Hsiao-ping è questo:

«La situazione nel mondo è torbida, la guerra è in preparazione e sta bussando alle porte, la situazione è eccellente! L'Unione Sovietica si prepara alla guerra e minaccia l'Europa. L'Unione Sovietica lotta per l'egemonia mondiale. Voi, Stati Uniti d'America, e noi, Cina, come abbiamo sottolineato nel comunicato di Shanghai, non siamo per l'egemonia. Perciò voi (Stati Uniti d'America) e noi (Cina) e il «terzo mondo» alleiamoci e spezziamo le reni all'Unione Sovietica. Noi, cinesi, non ci lasciamo trarre in inganno dalla «distensione» predicata dai sovietici e neppure voi, americani, non lasciatevi trarre in inganno dai sovietici». E' stata usata anche la loro formula «il mondo vuole la liberazione, il mondo vuole la rivoluzione» ecc.

Questo è il succo del discorso di Teng, al quale il presidente degli Stati Uniti d'America ha risposto con un breve discorso: «Noi ci armeremo, perché in questo modo viene garantita la pace; noi faremo tutto il possibile perché la tensione sia attenuata e non acutizzata; noi abbiamo i nostri interessi e la nostra politica li difenderà unitamente alla pace dell'umanità» ecc.

Noi sappiamo bene chi è Ford, sappiamo anche che cos'è l'imperialismo americano e quali sono i suoi obiettivi. Ma è necessario analizzare il discorso di Teng Hsiao-ping, che esprime la linea fondamentale della politica della Cina e di Mao.

Quando Liu Shao-chi era al potere e Teng era segretario generale del partito fu lanciata la famosa parola d'ordine: «Alleanza con tutti, anche con i revisionisti sovietici, contro l'imperialismo americano». Allora non abbiamo accettato questo fronte contro l'imperialismo americano, con i revisionisti sovietici come alleati, per i motivi che si sanno. Questa parola d'ordine e la politica cinese basata su di essa non ebbero vita lunga e si dissolsero senza rumore.

Ora invece è venuta fuori l'altra parola d'ordine lanciata da Teng, ma, naturalmente, con il consenso di Mao e di Chou En-lai: «Fronte unito con tutti, anche con l'imperialismo americano, contro il socialimperialismo sovietico». Noi siamo contrari anche a questa parola d'ordine, anche a questa politica cinese. Entrambe queste linee, sia la prima che la seconda, sono antimarxiste. La prima ci avvicinava e ci conciliava con i revisionisti sovietici e con altri giurati nemici del marxismoleninismo, del socialismo e della rivoluzione. I nostri punti di vista, secondo cui l'imperíalismo americano e l'Unione Sovietica revisionista erano e restano giurati nemici del socialismo e dei popoli, si sono dimostrati giusti. L'esperienza ha confermato che coloro con i quali i cinesi ci invitavano ad entrare nel fronte antimperialista hanno dato prova di essere socialimperialisti. La nostra linea era dunque marxista-leninista, mentre la linea cinese errata, liberale, filorevisionista. E di questo i cinesi hanno incolpato Liu Shao-chi.

Anche l'attuale nuova linea dei cinesi è liberale, opportunistica, antimarxista, mentre la nostra linea che le si oppone è giusta. Dobbiamo condurre un'aspra lotta contro entrambe le superpotenze imperialiste che opprimono i .popoli, che sono contro il socialismo, che vogliono spartirsi il mondo, che si battono, entrambe, per l'egemonia mondiale e che insieme preparano la guerra. Noi dobbiamo adoperarci, considerando le cose in quest'ottica di classe e nell'interesse della rivoluzione, a rendere più acute le contraddizioni fra le due superpotenze per indebolirle, unendoci a questo scopo non a questi due oppressori di popoli che soffocano la rivoluzione, ma ai popoli, ai rivoluzionari, al proletariato di tutto il mondo.

Inoltre, in realtà la Cina, invece di lottare contro la guerra di rapina e incoraggiare le giuste lotte rivoluzionarie, fomenta la guerra mondiale che starebbe per scoppiare in Europa. La Cina non si pone neppure il grande obiettivo secondo cui, se non si può impedire la guerra imperialista, si deve trasformarla in una guerra rivoluzionaria contro i guerrafondai. Essa non aiuta come si deve i popoli che si battono contro il giogo capitalista-imperialista-revisionista, ma va in cerca dell'alleanza con gli Stati Uniti d'America, con Pinochet, Franco, Giscard d'Estaing, Heath, Strauss e con tutte le cricche borghesi capitaliste che dominano sui popoli.

Teng e Mao hanno tirato fuori la teoria del «terzo mondo» ed hanno detto che questo mondo è l'«alleato della Cina». Con questa teoria Teng cerca di «impaurire» Ford, vantandosi di avere in tasca questo «terzo mondo». Ford invece ride, perché le cricche dominanti di questo «mondo» le ha in tasca lui e non Teng. Questi potrebbe avere dalla sua i popoli del cosiddetto terzo mondo se la Cina conducesse una politica marxista, ma la politica della Cina non tiene nel debito conto questi popoli. Essa si è aggrappata alle cricche oscillanti che vanno dove tira il vento del dollaro e del rublo. I popoli oppressi vedono che la Cina cerca e stringe alleanze con le cricche reazionarie e soprattutto ora anche con l'imperialismo americano. Domani potrà voltare la banderuola verso Mosca.

Il gioco della Cina è rischioso e acerbo. La Cina è minacciata dall'Unione Sovietica, ma nasconde questo pericolo e si vanta di essere forte per «convincere» ora gli Stati Uniti d'America. Quindi con questo la Cina vorrebbe dire che i sovietici non la attaccano, ma in quanto socialimperialisti questi devono pur attaccare qualcuno. La Cina ha quindi fatto l'«analisi marxista», secondo cui «l'Unione Sovietica attaccherà l'Europa. Quindi tu. Europa Occidentale, devi stare in guardia, perché hai la guerra alle porte di casa. Voi, popoli d'Europa, ascoltate me, Cina, armatevi, unitevi ai vostri governi borghesi reazionari che vi opprimono e scagliatevi sull'Unione Sovietica, non allentate la tensione, ma rendetela ancora più acuta! Eccomi qua, io sono con voi. Anche tu, America, fa attenzione, esci dalla crisi, unisciti saldamente all'Europa Occidentale e a tutta la reazione mondiale e non allentare la tensione con l'Unione Sovietica, ma rendila più acuta e, se possibile, attaccala e cavami le castagne dal fuoco».

Teng è giunto al punto di ricordare a Ford che «a Shanghai abbiamo deciso entrambi di non essere egemonisti». La Cina ha fiducia che gli Stati Uniti d'America non saranno egemonisti!! Neppure gli amici e gli alleati più fedeli dell'imperialismo americano dicono né credono ad una simile enormità antimarxista.

La Cina si è impegnata in una politica non giusta, non marxista, essa non considera i problemi dal punto di vista di classe, rivoluzionario. Ma anche se dovessimo ammettere per un momento che con questa sua politica guadagnerà tempo, eserciterà «una specie di ricatto» e spingerà gli altri contro l'Unione Sovietica, che la Cina considera il nemico numero uno, ugualmente essa non otterrà alcun successo con questa manovra politica.

Ford ha risposto a Teng di non accettare la politica della non distensione, «dell'amicizia con i popoli» ed ha espressa l'opinione che «ogni Stato ha una sua politica per salvaguardare i propri interessi». Quali poi siano gli interessi degli Stati Uniti d'America, questo l'ha spiegato nel suo discorso. S'intende che i loro interessi sono: continuare a dominare il mondo, quindi essi sono per l'egemonia; indebolire l'Unione Sovietica e tenere al guinzaglio la Cina e, se possibile, spingerla ad una guerra con l'Unione Sovietica affinché sia la Cina a cavare agli Stati Uniti d'America le castagne dal fuoco.

La storia conosce numerosi esempi di commercio de dupes* *(in francese nel testo), cioè di inganno reciproco. Ma è forse così facile ingannare l'imperialismo americano, francese, tedesco-occidentale o inglese? Bisogna essere ingenui per crederlo. E' necessario rinunciare a questa politica miope basata su fantasticherie, basata su punti di vista quali «sono una grande potenza» o sull'idea che «tutti i popoli, tutti i rivoluzionari mi applaudono qualunque cosa io faccia», perché «mi chiamo partito marxista-leninista» (partito che in realtà non segue i princìpi marxisti-leninisti).

Il discorso pronunciato da Teng davanti a Ford era riprovevole per l'appello rivolto all'imperialismo americano di costituire un fronte antisovietico e per la fiducia mostrata nel comunicato di Shanghai, secondo cui gli Stati Uniti d'America non si batteranno per l'egemonia. Teng dice che «i popoli vogliono la rivoluzione». Questo vuol forse dire che vi sono speranze che l'imperialismo americano si unisca a coloro che faranno la rivoluzione? O forse con questo egli intende minacciare Ford dicendogli: «Scegli fra le due vie: o vieni con noi o scoppierà la rivoluzione»? Oppure Teng pensa che le cricche borghesi del «terzo mondo» siano per la rivoluzione?

Idee veramente strane! Stupefacenti!! Chi è questa gente che domina in Cina? Quali manovre pseudorivoluzionarie stanno.attuando? Analizzando più a fondo la questione, ritengo non si possa escludere del tutto un attacco da parte dell'Unione Sovietica revisionista contro l'Europa Occidentale, ma questo non esclude neppure un attacco dell'Unione Sovietica contro la Cina. Tutto questo non dipende dal desiderio di una o cinque persone. A mio parere, i guerrafondai hanno ancora preparativi da fare per la guerra. Come ho scritto anche in un' altra mia nota, l'Unione Sovietica e gli .Stati Uniti d'America hanno paura l'uno dell'altro, a causa della guerra atomica. Questo però non evita l'acutizzarsi delle contraddizioni fra loro e quando queste contraddizioni saranno giunte all'estremo, allora si farà ricorso alle armi. Per il momento le due parti si armano, svolgono colloqui e fanno mercanteggi politici, tattici e strategici. L'Unione Sovietica revisionista ha convertito l'Europa Orientale in una sua guberna e la prepara per farne un campo di .battaglia, di attacco, ma anche di difesa, poiché chi pensa di attaccare deve pensare che può anche essere attaccato. L'Unione Sovietica può organizzare un golpe in Romania e liquidare la banda di Ceausescu, perché non le occorre più, e gli Stati Uniti d'America e gli occidentali stiano con le mani legate.

Lo stesso può accadere anche in Jugoslavia, con un governo filosovietico, e che gli americani e gli occidentali stiano ugualmente a braccia conserte, benché questo metta in pericolo la difesa della NATO, degli Stati occidentali, della Grecia e della Turchia. Posso anche sbagliarmi, ma per il momento una guerra diretta dell'Unione Sovietica contro la NATO, così come la predicano i cinesi, non la vediamo così facile, anche se non impossibile.

Ho spiegato come la situazione può svilupparsi e la nostra posizione prende in considerazione tutte le ipotesi, anche le più nere. Ma sarebbe una miopia escludere la possibilità che gli Stati Uniti d'America e gli occidentali facciano sforzi per spingere l'Unione Sovietica contro la Cina. No. Ciò che in realtà cerca di fare la Cina spingendo l'Unione Sovietica contro l'Europa e gli Stati Uniti d'America, lo fanno anche questi ultimi insieme agli occidentali, spingendo l'Unione Sovietica ad attaccare la Cina.

Appena Teng ha lasciato la Francia, Giscard d'Estaing si è recato a Mosca per rinnovare l'«amicizia». Lo stesso avevano fatto il tedesco Scheel, l'inglese Wilson e ultimamente anche l'italiano Leone. Tu, Teng, hai voglia di dire «voi occidentali andate incontro alla guerra con l'Unione Sovietica»; questi vanno in Unione Sovietica e ottengono concessioni, fanno investimenti, ecc.

La Cina è contro l'Unione Sovietica e, invece di lavorare in Asia e nei suoi dintorni, s'interessa dell'Europa in modo del tutto non realistico. L'Unione Sovietica ha affondato gli artigli nei due Vietnam, nel Laos; c'è pericolo che penetri anche in Cambogia o in Tailandia. Con l'India, dove l'Unione Sovietica sta penetrando profondamente, la Cina si mantiene su posizioni di freddezza, per non dire ostili. Poco le giova l'amicizia congiunturale con il Pakistan o la visita della signora Marcos delle Filippine. Altrettanto dicasi della principessa Pahlevi, che è stata ricevuta con tanti onori da Mao Tsetung e da Chou En-lai.

Ma con il Giappone che cosa sta facendo la Cina? Nulla, solo commercio. Ora corre voce che la Cina riceverà o ha ricevuto crediti a breve scadenza per cinque anni dagli Stati capitalisti, cioè non «dagli Stati», ma da società private capitaliste. Se non è zuppa, è pan bagnato. Una politica molto strana e pericolosa





MARTEDÌ

18 DICEMBRE 1975

IL COMPAGNO KAN SHENG E' MORTO

Pechino ha dato la triste notizia della morte del compagno Kan Sheng. Ho provato una profonda amarezza, perché lo conoscevo bene. E' stato da noi nel 1966. Era presente anche alla Conferenza di Mosca nel 1960, quando aprimmo il fuoco contro Krusciov e i kruscioviani. Era un insigne marxista-leninista, molto risoluto. Con lui non solo eravamo d'accordo sui grandi principi, ma egli approvava e trovava giuste anche la nostra tattica e tutte le nostre posizioni. Era un compagno fedele ai principi, un alunno della scuola di Lenin, Stalin e del Comintern. Kan Sheng amava molto l'Albania socialista, nutriva un affetto grande e sincero per il nostro Partito, in ogni situazione ci ha difeso ed è stato per noi uno dei migliori compagni della direzione del Partito Comunista Cinese. Noi abbiamo perso un buon compagno e amico, il Partito Comunista Cinese ha perso un insigne teorico e un degno dirigente, la rivoluzione mondiale ha perso un militante fedele alla causa del comunismo e un internazionalista proletario.







1976

GIOVEDI

1 0 GENNAIO 1976



GLI ZIGZAG DELLA LINEA CINESE

Ho già scritto altre volte quello che penso della linea del Partito Comunista Cinese e ho espresso al riguardo giudizi su numerosi problemi e questioni inerenti la sua politica nazionale e internazionale, così come ho valutato questi avvenimenti (e, naturalmente, per quel che mi è stato possibile) nell'ottica della nostra teoria marxista-leninista. Ho espresso giudizi sui principali avvenimenti che si sono verificati in Cina e sulla via politica e ideologica su cui ci si è incamminati in questo paese. Nella misura delle possibilità create dalle informazioni riguardanti questi avvenimenti, mi sono sforzato di capirli e interpretarli, in primo luogo nell'ottica della linea del nostro Partito, ma anche sulla base delle congiunture internazionali, pensando che queste scorrette posizioni della Cina erano provvisorie e imposte dalle circostanze interne ed esterne, per il fatto che si tratta di un grande Stato. Ma, a prescindere da queste circostanze, gli errori di linea del Partito Comunista Cinese li ho definiti errori, sempre sperando che sarebbero stati riparati man mano che la Cina avesse superato le difficili situazioni che stava attraversando.

Un altro elemento, che può condurre ad un giudizio errato sulla linea cinese, è il grande segreto con cui vengono circondati gli avvenimenti. I dirigenti cinesi nascondono questi avvenimenti con la più grande gelosia e, quando qualcosa viene pubblicato, ciò viene fatto in modo tronco, non chiaro, spesso inçomprensibile e strano! La «spiegazione» di qualche avvenimento (intendo dire di qualche avvenimento importante) arriva inattesa ed è proclamata «linea perfetta» per anni di seguito; dopo di che per uno o due anni se ne parla con allusioni e infine si dichiara «apertamente» che era reazionaria. Si fa per dire «apertamente», poiché dopo un certo tempo. due o tre anni, dopo «aver parlato apertamente» degli errori e delle persone che li hanno commessa si dichiara che «gli errori sono stati corretti e che gli uomini sono stati riabilitati». Ciò dimostra una grande instabilità nella linea, nelle idee, negli atteggiamenti e nelle iniziative, instabilità paragonabile a quella del pendolo dell'orologio che oscilla a destra e a sinistra: quindi si ha riguardo la linea una continua suspense.

La linea politica e ideologica di Liu Shao-chi è stata dichiarata revisionista, liberale, opportunistica. Ecl anche noi siamo di questo parere: essa era veramente tale. A Liti Shao-chi ufficialmente hanno affibbiato parecchi epiteti e soprattutto quello di «Krusciov cinese». Questo «Krusciov cinese» era divenuto «onnipotente» e da quello che si lascia capire (poiché ogni cosa in Cina viene espressa con dei sottintesi) «Mao Tsetung era isolato, messo in disparte», ma tutto era fatto «a nome suo e sotto la sua bandiera». Questo significava per noi, quindi, che Mao non doveva essere cosi «isolato» come pretendevano, dal momento che era lui a guidare il Partito, a guidare i congressi del partito. Nel 1957 egli ha partecipato alla Conferenza di Mosca ed ha parlato a favore di Krusciov definendolo «il Lenin del nostro tempo». In questa stessa occasione Mao ha criticato anche Stalin, dicendo: «Quando sono andato da Stalin, mi sono sentito come l'alunno davanti al maestro» e Mao ha detto ciò per mettere in rilievo la «prepotenza» di Stalin nei suoi riguardi. Inoltre, egli si è congratulato con Krusciov che «aveva fatto bene a colpire gli elementi antipartito», cioè il gruppo di Molotov. Si può pensare allora che Mao Tsetung fosse stato isolato da Liu Shao-chi? Mi sembra di no, al contrario era sulle stesse posizioni di Liu e di Krusciov.

Dunque i punti di vista politici, ideologici, economici ecc, dell' 80 Congresso del Partito Comunista Cinese, a cui abbiamo assistito anche noi nel 1956, si esprimevano non solamente nelle idee liberali, di destra e revisioniste di Liu Shao-chi. ma anche in quelle di Mao ed anche di Teng Hsiao-ping, Chou En-lai, Pen Chen ecc., in poche parole di tutta la direzione. Allora sorge la domanda: Perché Mao, dopo essersi congratulato con Krusciov. non ha fatto come lui, spazzando via questi frazionasti? Non li ha spazzati via, perché avevano in mano il potere?

No, questo non l'hanno mai detto. Ma che cos'era questa banda di Liu Shao-chi, era di «destra» o di «sinistra»? Questo non è stato mai detto apertamente. E Mo stesso che cos'era: di destra, di centro, liberale, di sinistra o marxista-leninista? Si è sempre atteggiato e sì atteggia a marxista-leninista, discepolo di Marx, Engels, Lenin e Stalin, i cui ritratti appaiono in grande formato sui muri in Cina, ma in realtà Mao non ha agito né agisce sulla base dei loro insegnamenti contro i deviazionisti e i nemici del marxismo-leninismo.

Mao, nei sui scritti, ha sostenuto e continua a sostenere che «le masse contadine costituiscono la forza più rivoluzionaria sula quale deve appoggiarsi la rivoluzione». Il ruolo del proletariato nella rivoluzione, ruolo che secondo la teoria di Marx è determinante, Mao lo colloca al secondo se non al terzo poste. «E' così che è stata compiuta la rivoluzione cinese, perciò questa teoria deve prevalere», egli dice. «Viva Marx», dice Mao Tsetung, ma per lui la teoria di Marx sul ruolo dirigente della classe operaia non sta in piedi. In altri termini, secondo Mao, non è possibile che la classe operaia guidi la rivoluzione e che le masse contadine povere e medie siano in essa le sue alleate: secondo lui deve essere il contrario: spetta alle masse con tadine guidare la rivoluzione ed avere come principale alleato la classe operaia.

Un'altra espressione di questa linea antimarxista di Mao è la concezione secondo cui «la campagna deve accerchiare la città». Il che vuol dire che le masse contadine povere devono guidare 1a rivoluzione, che «il proletariato delle città ha perso il suo spirito rivoluzionario, è divenuto conservatore, si è adattato all'oppressione e allo sfruttamento capitalista». Naturalmente, questa teoria è antimarxista e non può portare alla rivoluzione, all'instaurazione della dittatura del proletariato, né assegnare ad essa e alla sua direzione, il partito proletario marxista-leninista, il ruolo che spetta loro. A parole e con la propaganda si può nascondere tutto, ma non l'essenza della questione e, di conseguenza, se non oggi, domani senz'altro, viene il giorno in cui il tetto e i muri crollano, poiché non si può costruire il socialismo senza la guida del partito comunista marxista-leninista e senza applicare correttamente, risolutamente le immortali tesi della teoria marxista-leninista.

Il Partito Comunista Cinese, indipendentemente dalle apparenze e dalla pubblicità che fa, non è né può essere un autentico partito marxista-leninista su sane posizioni rivoluzionarie. La storia di questo partito indica. che al suo interno non solo sono esistite ed hanno agito diverse frazioni ideologiche in lotta fra di loro, il che è naturale, poiché anche nel partito esiste e si sviluppa la lotta di `classe, ma, e questo è più importante e preoccupante, queste frazioni sono tollerate, continuano ad esistere, diventono ufficiali, finché si giunge al punto di dichiarare pubblicamente: «Fioriscano cento fiori». Un partito che permette il prosperare al suo interno del liberalismo, delle concezioni dei kulak, delle concezioni revisioniste e anarchiche di ogni genere, o che permette il pagamento di una rendita ai capitalisti della città, quando è stata instaurata la dittatura del proletariato (sic), non può ammantarsi del nome di partito marxista-leninista.

In un simile partito domina la mentalità contadina, piccolo borghese e non può essere diversamente dal momento che, nel corso della sua attività, i principi marxisti-leninisti non solo non vengono .applicati, ma vengono violati, sottovalutati e utilizzati come uno schermo per nascondere la realtà non socialista. Questa linea opportunistica revisionista aveva corroso dall'interno il Partito e stava conducendo la Cina sulla via kruscioviana.

Mao Tsetung ha reagito con vigore, ma non come dirigente di un partito marxista-leninista. Mi riferisco alla «Grande Rivoluzione Culturale Proletaria». Che cos'era questa Rivoluzione. Culturale?! Chi la dirigeva e contro chi era diretta?! Questa rivoluzione era, per cosi dire, diretta da Mao Tsetung e dal ristretto stato maggiore che gli stava attorno. Mao ha lanciato più o meno il seguente appello: «Fuoco sui quartieri generali». Ma quali erano questi quartieri generali? Quelli di Liu, Teng, Chou, Li Sien-nien e tanti altri fino a quelli in basso, nei comitati. Chi doveva attaccare questi quartieri generali? - La gioventù, che, all'appello di Mao, scese per le strade in modo spontaneo, anarchico.

Tutta questa attività è stata organizzata non seguendo la via marxista-leninista, né si è sviluppata con questo spirito. Caratteristico è il fatto che sono stati gli studenti, gli intellettuali a sollevarsi in questa «rivoluzione». La famosa «rivoluzione» è stata quindi fatta dagli intellettuali, al di fuori del controllo del partito e questo non solamente non l'ha diretta, ma di fatto era, come si dice, liquidato.

Lo stato maggiore della rivoluzione non aveva fiducia né nel partito della classe operaia, né nella classe stessa. E cosi ci furono scontri sanguinosi, persino vere e proprie battaglie con l'impiego dell'artiglieria e dei mortai. Gli hunveivin dettavano legge per le strade e sulle piazze, arrestavano le persone, colpevoli o meno, le discreditavano, mettevano loro il «berretto», spingendosi al punto di ucciderle per le strade, di appiccare persino il fuoco ad alcune ambasciate straniere. La xenofobia si è manifestata ferocemente contro gli stranieri, contro la cultura degli altri popoli, ma anche contro il millenaria patrimonio culturale della stessa Cina.

Che cosa indicava questa tempesta? Era chiaro che non indicava l'attuazione dello spirito e dei principi marxisti-leninisti, ma testimoniava la messa in pratica delle teorie anarchiche di Stirner, di Bakunin e di quelle di Proudhon, che Marx e Lenin avevano combattuto con grande asprezza. La «Grande Rivoluzione Culturale Proletaria» non era una Rivoluzione Culturale (era diretta contro la cultura sostenuta da Marx e da Lenin), era una rivoluzione politica attuata seguendo una via non marxista-leninista, una rivoluzione priva di programma, anarchica, condotta contro la classe operaia e il suo partito, poiché, di fatto, il ruolo guida della classe e il partito stesso vennero liquidati. Ma, oltre alla confusione e alla spontaneità anarchica, gli organi locali del potere statale non avevano più nessuna autorità, mentre l'esercito, condotto da Lin Piao e che lottava sotto la bandiera di Mao, con il libretto rosso di Mao e miliardi dí distintivi di ogni dimensione con la sua effigie, rimaneva onnipotente quale «riserva» di Mao, Lin Piao era divenuto la principale figura dello stato maggiore della rivoluzione, - così come Chen Po-ta. Però, più tardi, entrambi furono dichiarati «cospiratori, traditori, organizzatori dei diversi attentati falliti contro Mao Tsetung».

Mao Tsetung diede ordine che le campagne non si sollevassero nella rivoluzione poiché là, a suo dire, tutto era in regola. Come si diceva, «il male stava nelle città, nel partito, nella classe operaia» (sic). Ciò appariva e veniva definito come sinistrismo, ma di fatto si trattava di una tenclanza di destra, il che significa che i destri revisionisti, gli uomini del gruppo di Liu Shao-chi, avevano in mano la classe operaia, e il suo partito, mentre i «sinistri», Mao e i suoi compagni, hanno sollevato nella rivoluzione gli studenti e gli intellettuali per riprendere in mano il partito e la classe operaia! Che cose stupefacenti stanno accadendo in Cina! In ciò si manifesta chiaramente la teoria di destra di Mao, secondo cui «la campagna e la gioventù devono attaccare le città e impossessarsene» (sic).

Durante questa rivoluzione caotica e anarchica si sarebbe proceduto a delle rettifiche, il partito fu, a loro dire, ricreato. Ma quanti membri sono stati espulsi dopo questo caos e questo periodo di diffidenza e d'insicurezza? Solo il 3 o 4 per cento di essi. Ma questa cifra non indica che il partito era «marcio», indica invece che Mao ed alcuni suoi sostenitori non avevano fiducia nel partito.

Che cos'altro di «buono» ha portato la Rivoluzione Cuiturale? Nulla! E potere della dittatura distrutto doveva essere rimesso in piedi. Ma in che modo? - Un'insalata russa, benché i dirigenti cinesi fossero contro i russi! Il potere instaurato ovunque era composto da uomini del partito, dell'esercito, da contadini e da operai. Il principale dirigente di questo potere era l'ufficiale di più alto livello. Ma ancora oggi non sappiamo come sia costituito il potere in Cina. Dicono che il ,partito è organizzato, ma le organizzazioni di massa non sono ancora formate e i rispettivi congressi non vengono convocati.

A sentir loro, in teoria, la lotta di classe continua, però tutti coloro che sono stati condannati e vilipesi da questa «rivoluzione» sono stati riabilitati e Teng, de facto, occupa attualnìente il primo posto nella direzione, essendo Mao e Chou malati. Tutti gli elementi che avevano avuto alte responsabilità, i ministri, i marescialli e i generali di Chiang Kai-shek sono stati graziati e sono liberi. Si dice che stanno «lavorando coscienziosamente» per la loro patria, la Cina socialista.

Tutte queste teorie non marxiste di Mao sono state definite «maotsetungpensiero». Naturalmente, ciò è stato fatto per separare il marxismo-leninismo dal «maotsetungpensiero». Hanno cercato di imporre questa teoria a noi come a tutti i comunisti del mondo, ma noi non abbiamo accettato di cadere in questo errore fatale. I maoisti, per ingannare la gente, cioè per smerciare le idee liberali, revisioniste e anarchiche di Mao come idee marxiste, hanno escogitato un'altra formula: «Il marxismo-leninismo-maotsetungpensiero». La falsità di questa mistificazione è evidente. Il mondo revisionista-capitalista e alcuni lacché dei cinesi, che si autodefiniscono «partiti comunisti marxisti-leninisti» come quello di Francia, hanno fatto propria questa mia». Il «maotsetungpensiero» revisionista si sta sviluppando ora senza alcuna copertura nella politica internazionale.

La politica cinese si basa sull'idea secondo cui «la lotta deve essere condotta principalmente contro il socialimperialismo sovietico». «Chi ha contraddizioni con l'Unione Sovietica è dalla parte della Cina». Con ciò i dirigenti cinesi voglionc dire e dicono apertamente che «il socialimperialiamo sovietco è il principale nemico» ed affermano ciò anche per rafforzae l'idea che la Cina è «un paese socialista» che ha come «grida», il marxismo-leninismo.

Nella sua politica estera la Cina non è diretta affitto dal marxismo-leninismo, dalla rivoluzione e dalle concezioni di classe. In Cina tutti i principi marxisti-leninisti fondamentali sono stati abbandonati. Essa non sviluppa una lotta di classe contro le due superpotenze, la sua politica non mari ha cancellato l'ideologia marxista in materia di politica internazionale. La Cina di Liu era per «un'alleanza con tutti, persino con i rèvisionisti sovietici, contro gli Stati Uniti d'America», mentre la Cina di Mao è per «un'alleanza con tutti in primo luogo con l'imperialismo americano e con la borghesia reazionaria, contro l'Unione Sovietica».

La Cina sta deformando la teoria marxista-leninista che c'insegna che da una parte della barricata ci sono i popoli con a capo il proletariato e, dall'altra, l'imperialismo e il capitalismo mondiale, ai quali è venuto ad aggiungersi anche il socialimperialismo sovietico.

Nella politica estera cinese continua a dominare la teoria di Mao secondo cui «la campagna deve accerchiare la città» e ciò si esprime nella «teoria» secondo cui «il terzo mondo (di cui fa parte anche la Cina) deve accerchiare e liqlaidare il secondo e il primo mondo». Ma questi due «mondi», chi. la Cina di Mao pretende di accerchiare e combattere, in resdtà sono aiutati da essa ad opprimere i loro popoli e i popoli del «terzo mondo», che considera, a parole, come soldati della rivoluzione. Tito, Ceausescu ed altri come loro sono alleati della Cina sono per la «rivoluzione»! (sic). Tutti costoro sono considerati alla stessa stregua anche dai kruscioviani, anzi i kruscioviani spingono questo gioco al punto di definire «socialisti» i lpaesi che sono diretti da costoro che ho citato più sopra. La Cina sostiene Franco, Pinochet, la NATO, il Mercato Comune, Europeo e l'«Europa unita», i reazionari come il tedesco Strauss, l'inglese Heath, l'italiano Fanfani ecc. Questa politica non può essere definita politica di classe marxista-leninista. u famoso «terzo mondo» non può essere assunto in blocco, corte fanno i cinesi. Un autentico Stato socialista deve assolutamente fare delle distinzioni sia per quanto riguarda le alleanze .che stringe con i vari Stati, sia per quanto riguarda la concessione di aiuti statali. Senza parlare qui di Franco e di Pilzochet, i rapporti con uno Stato del «terzo mondo» devono essere visti innanzi tutto con un'ottica di classe, affinché non siano ostacolate le forze rivoluzionarie e progressiste che lottano in questo o quel paese; al contrario questi rapporti devono essere di aiuto a queste forze. Ma la Cina, seguendo 1o, teoria di Mao, trascura queste forze e lascia anzi chiaramente capire che non vuole rompere con i dirigenti borghesi, capitalisti e satrapi di questi paesi, che sono contro i loro popoli, che sono dalla parte di quelle grandi potenze che concedono loro il maggiore sostegno, e i erediti più rilevanti. Questa non deve essere in nessun modo la politica di un paese socialista.

E' evidente che la Cina conduce una politica errata anche nei suoi rapporti con i partiti comunisti marxisti-leninisti costituitisi nel mondo. A fianco di questi partiti seno cresciuti come funghi gruppi di tutti i tipi, trotskisti, anarchici, dai gruppi che agivano sotto l'egida di Sartre fino alle molteplici frazioni borghesi e di provocatori; e la Cina mantiene rapporti con tutti costoro senza fare 1o, pur minima distinzione. Riceve i loro rappresentanti, predica loro l'unità con i socialdemocratici, li spinge a fare della propaganda a favore della Cina e di Mao e ad allearsi alla borghesia del loro paesi e agli Stati Uniti d'America contro l'Unione Sovietica.

Questa è una ostile politica borghese, aititimarxista e controrivoluzionaria di grande Stato. Ma con il nostro Partito simili pericolose avventure non potranno aver successo. I cinesi sanno bene che non siamo d'accordo con la loro linea e che esprimiamo ogni giorno la nostra opposizione, difendendo i punii di vista del nostro Partito su ogni problerha. Per il momento non ci pronunciamo apertamente contro di loro, ed anch'essi fanno lo stesso, tacciono, dicono qualche buona parola nei nostri confronti al loro popolo, ma non pubblicano niente riguardo le nostre .posizioni, poiché, in questo caso, per loro sorgerebbero vari problemi, anche spinosi. Anche quando pubblicano qualcosa sulla loro stampa, essi la deformano con dei trucchi alla cinese.

Caratteristica comune alla stampa cinese e alla stampa sovietica è che né nell'una né nell'altra si trovano articoli teorici approfonditi di denuncia reciproca. Gli articoli pubblicati sono logori, superficiali, farciti di slogan senza valore, e ciò perché, se dovessero fare un'analisi approfondita dei problemi, finirebbero per smascherare i loro reciproci bluff e apparire con il loro vero volto di Stati e partiti revisionisti.

Questi nostri giudizi in merito agli atteggiamenti della Cina e il nostro punto di vista secondo cui la Cina deve essere definita paese revisionista possono sembrare a prima vista strani. Un simile giudizio può sembrare errato e non rispondente alla realtà, ma non si possono spiegare diversamente le loro posizioni riguardo una serie di questioni di .politica interna e internazionale. La Cina è pronta ad intavolare negoziati e perfino a conciliarsi su molti problemi anche con i paesi revisionisti, come anche con i partiti revisionisti che- fino a ieri sostenevano l'Unione Sovietica e che oggi la criticano. Quello che sto dicendo non è una semplice supposizione, ma una realtà. I cinesi hanno ricevuto lo spagnolo Camillo a Pechino, hanno conversato con lui e si sono lasciati da amici. O forse no? Perché non si è pubblicato qualche comunicato che provasse il contrario? I cinesi hanno allacciato rapporti diplomatici con la Spagna di Franco, mentre non menzionano affatto il Partito Comunista di Spagna (marxista-leninista) i cui membri vengono uccisi dai falangisti. Perché? Per il fatto che i comunisti marxisti-leninisti di Spagna non la pensano come il francese Jurquet, che è un seguace delle idee di Mao Tsetung e dice ai suoi aderenti di sostenere l'esercito della borghesia francese.

La Cina parla bene di qualsiasi paese revisionista, basta che questo si avvicini all'imperialismo americano. Nei confronti della Polonia, che sta entrando nella sfera del capitale americano, e fino alla Bulgaria di Zhivkov, per non parlare della Romania e della Jugoslavia, le posizioni della Cina sono oscillanti.

La Romania è la più cara amica dei cinesi. Perché? Il pretesto è che essa «resiste ai sovietici». Questa «resistenza» dei romeni ai sovietici è una maschera. Romeni e sovietici hanno molte cose in comune, la loro politica interna è identica, come anche la loro politica. estera. Entrambi i loro partiti sono revisionisti, entrambi questi Stati sono capitalisti e le contraddizioni, se ne hanno, o sono trascurabili, o sono effimere, oppure sono salo per finta. La Cina non fa né vuole fare un'analisi di questa situazione. Per la Cina, la Romania è uno «Stato socialista» e la sostiene come tale.

La Cina appoggia inoltre politicamente la Jugoslavia, dato che per il momento non .può appoggiarla apertamente sul piano ideologico perché ciò puzzerebbe troppo, saprebbe di tradimento. Ma il titismo non è altro che capitalismo della più bell'acqua, 1a Jugoslavia titina è guidata dalle idee anarchiche dell'«autogestione» federalistica; in questo paese lo Stato viene conservato per gestire gli affari correnti, il titismo ha liquidato il partito dei comunisti. Ha liquidato il partito ed ha lasciato, a suo dire, che la classe si «autogestisse», ma di fatto ha così permesso alla ricca borghesia, vecchia e nuova, di divenire padrona della Jugoslavia, di arricchirsi e di vendere il paese agli stranieri. In realtà, in Jugoslavia regnano il caos e l'anarchia nell'economia, nella politica e nell'ideologia. E il mondo borghese-revisionista definisce la Jugoslavia «socialista» e Tito «grande uomo» per aver resistito a Stalin, perché in questo modo ha reso e continua a rendere grandi servizi all'imperialismo americano e al grande capitale mondiale.

Nella politica cinese noi non condanniamo i rapporti diplomatici che 1a Cina ha allacciato con diversi Stati capitalisti, revisionisti, (anche se, naturalmente, denunciamo le sue relazioni con gli Stati fascisti), ma condanniamo la linea antimarxista che guida questa politica. Non siamo d'accordo con le posizioni della Cina che non hanno un carattere di classe, né con le sue posizioni che non servono né alla rivoluzione mondiale, né alla liberazione nazionale dei popoli del «terzo mondo». Con le sue posizioni politiche e ideologiche la Cina sta arrecando un grave danno al socialismo e alla rivoluzione, come anche alla lotta di liberazione dei popoli a livello mondiale.

Il mondo capitalista è consapevole e riconosce il servizio che le rende la Cina. Esso definisce «maoista» ogni autentico movimento marxista-leninista come anche le agitazioni degli studenti di Cohn-Bendit o dei Tupamaros, malgrado tutte le differenze che esistono fra questi movimenti, e la Cina si rallegra di quest'etichetta, di questo «onore» che le fa la reazione mondiale. E' giunta persino al punto di predicare la fusione di queste correnti maoiste, di «opposizione», anarchiche con i partiti marxisti-leninisti, senza tener conto delle concezioni diametralmente gpposte che esistono fra loro. Inoltre, la Cina consiglia a questi partiti di collaborare con i governi borghesi del loro paese, di sostenere i loro eserciti borghesi che opprimono i popoli e il proletariato. Quei partiti marxisti-leninisti, che non seguono la linea predicata dalla Cina, vengono da essa abbandonati e combattuti. Allora, come si può definire marxista-leninista questa linea? - No, questa è una linea revisionista.

Tratto distintivo del revisionismo moderno è 1a «coesistenza pacifica» considerata e attuata secondo un'ottica non di classe, non rivoluzionaria. Un'altra sua caratteristica consiste nella via pacifica, nella via parlamentare della presa del potere per «avviarsi al socialismo». Questa è la linea che predicava Krusciov e che ora predicano i revisionisti sovietici, questa. è la linea dei revisionisti italiani, francesi, spagnoli ecc. Questa è anche la linea, la via dei cinesi. Anch'essi predicano appunto questa via. Hanno messo una croce sulla rivoluzione, dal momento che predicano l'alleanza e la collaborazione con gli Stati borghesi capitalisti e con tutte le loro istituzioni, fra cui il parlamento borghese. Questa è la realtà, in teoria ed in pratica, indipendentemente dal fatto che i cinesi non lo affermino teoricamente. Neppure i sovietici riconoscono i loro crimini: definiscono «leninista» la coesistenza pacifica kruscioviana e quando parlano della via parlamentare della presa del potere non dimenticano mai di aggiungere che Lenin ha detto che «è possibile impossessarsi del potere anche attraverso questa via». Ma i revisionisti ne hanno fatto un'unica via e de facto combattono l'altra via, quella della presa del potere con le armi, con 1a violenza, la via della rivoluzione e dell'instaurazione dell'autentico socialismo.

Fidel Castro sta strombazzando ai quattro venti che «l'esercito è il partito». I revisionisti moderni non affermano ciò apertamente, ma fatto sta che in Cina è l'esercito a comandare sul partito che è stato «disperso» da Mao Tsetung durante la Rivoluzione Culturale. Nel corso di questa rivoluzione l'esercito fu e rimase il solo «pilastro» del regime; mentre non c'erano più né partito, né sindacati, né classe operaia al potere. Le cose sono andate così, questa è la realtà. Ma perché sono andate cosi? E' del tutto chiaro che tutto ciò ha la sua origine in una concezione ideologica non marxista-leninista del mondo.

Questi problemi teorici fondamentali devono essere trattati a fondo e non superficialmente, non bisogna credere alle parole, ma ai fatti e questi fatti devono essere analizzati nell'ottica della nostra teoria marxista-leninista. Come si può interpretare il gesto compiuto dai cinesi negli ultimi giorni dello scorso anno, quando hanno rilasciato l'elicottero sovietico con tre uomini a bordo, che avevano tenuto prigionieri per 21 mesi «.perché erano penetrati 400 chilometri all'interno del territorio cinese»? Hanno fatto bene a rimetterli in libertà, poiché di due cose l'una: o dovevano mandare a giudizio gli aviatori sovietici, o liberarli dopo un paio di mesi. Ma che cos'è successo? Durante questi 21 mesi la stampa cinese ne ha detto di tutti i colori sul conto di questo elicottero: «Questa è un'azione criminale, un atto di spionaggio, una provocazione brutale», ecc. Il Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare di Cina aveva comunicato ufficialmente a Behar Shtylla che «i piloti sovietici sono delle spie, l'elicottero era pieno di apparecchiature di spionaggio, abbiamo messo le mani su importanti documenti»; che «l'elicottero era sceso nel Sinkiang per portar via a forza della gente», eco. I sovietici, dal canto loro, sostenevano che l'elicottero aveva perso la rotta. Ma dopo 21 mesi il Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare di Cina ha modificato la sua precedente dichiarazione, affermando ora che l'elicottero aveva perso la rotta, che i piloti erano innocenti. Sono stati quindi rimessi in libertà, è stato loro offerto un pranzo ufficiale dal Ministero degli Esteri e sono stati salutati in «modo solenne» all'aeroporto.

Che dire di questo atteggiamento? Come definirlo? Ciò si può spiegare solo con l'esistenza di qualche cosa dietro le quinte. Di mezzo c'è senz'altro qualche cosa, e qualcosa che puzza di marcio. Non ci sorprenderebbe il fatto che questa svolta alla cinese venga definita «gesto politico grandioso di Mao Tsetung» e, naturalmente, una svolta. «marxista-leninista». Può darsi che in seguito a questa «svolta geniale» Chou En-lai o Teng Hsiao-ping dicano al nostro ambasciatore a Pechino: «Forza andiamo a Mosca, cosa state ad aspettare, la situazione è cambiata», poiché è proprio quanto Chou En-lai ha detto al nostro ambasciatore quando è caduto Krusciov. Qualcuno vocifera di «una probabile caduta di Breznev» e i cinesi cominciano a sognare di svolte e a progettare piani in segreto, forse anche in collusione con i sovietici. Vedremo che manovre revisioniste e di tradimento si stanno attuando.

La posizione cinese nei confronti del Partito del Lavoro d'Albania e dell'Albania socialista non è sincera. Finora siamo stati «i migliori e più fedeli amici della Cina e del Partito Comunista Cinese». In Cina questo spirito si è sviluppato e si è esteso molto bene alla base, e non abbiamo nessuna osservazione da fare al riguardo. Ma al vertice si adotta un altro atteggiamento. Noi abbiamo esposto loro apertamente i nostri punti di vista e chiesto di procedere a scambi di delegazioni e di avere colloqui, ma le nostre richieste sono cadute nel vuoto.

La direzione cinese, senza manifestare esplicitamente il suo disaccordo con noi su numerose questioni di principio, di fatto. con l'atteggiamento che adotta. lascia capire di non essere d'accordo. Gli aiuti economici da noi richiesti per le opere del quinquennio 1976-1980, che dovevano essere certamente ultimate entro 6 o 7 anni, i cinesi li hanno sensibilmente ridotti. Ci hanno accordato il 20-25 per cento dei crediti che avevamo chiesto. riservandoci un' accoglienza fredda e chiudendoci la porta in faccia per ogni ulteriore aggiunta, dicendo che «questo è anche il parere di Mao». «Siamo molto poveri», ci hanno detto, mentre fino a due anni fa, i cinesi, anzi Chou En-lai stesso, dichiarivano, e non aggiungiamo nemmeno una virgola alle loro parole: «Vi aiutiamo poco, molto poco, ma fra due o tre anni. per il prossimo quinquennio (cioè per l'attuale), il nostro aiuto sarà maggiore». Si è verificato invece proprio il contrario, e con quale arroganza parlano oggi, dicendo: «Non chiedete nulla di più, poiché non possiamo accettare nessun'altra richiesta». Possiamo definire queste pressioni economiche? Penso che possiamo definirle così a piena voce. Perché questi atteggiamenti da parte loro? Per il fatto che non sono d'accordo con noi riguardo la linea.

Con un messaggio indirizzato a Mao da parte mia e di Mehmet, abbiamo chiesto aiuti militari. Questa volta i cinesi ci hanno accordato un aiuto ridicolo e impudentemente hanno detto: «Ora non chiedete più niente!». Come spiegare questo voltafaccia? Con il fatto che non sono d'accordo con la nostra linea politica, strategica e ideologica, perché vogliono che ci sottommettiamo alla loro linea revisionista.

I dirigenti cinesi ci hanno detto «di collaborare con la Jugoslavia e la Romania, di legarci ad esse», in altre parole di divenire revisionisti come loro, «di allacciare rapporti diplomatici con gli Stati Uniti d'America» ed altre infamie di questo genere, cioè di fare quello che fa la Cina. Questo è un tradimento che noi rifiutiamo con disgusto, questa linea la combattiamo in un modo o nell'altro, apertamente e in ogni occasione, sulla nostra stampa e attraverso la nostra propaganda E' stato confermato che il gruppo traditore di Beqir Balluku e Abdyl Këllezi era favorevole a questa linea cinese, che in realtà combacia allo stesso tempo con la linea dei sovietici, dei romeni, degli americani ecc., poiché tutti costoro cercano, lottando in questa direzione, di liquidare il nostro Partito marxista-leninista e la sua direzione che difendono il marxismoleninismo e il socialismo in Albania. La direzione revisionista cinese ha dunque preso tutte queste misure allo scopo di indebolirci. Per il momento queste azioni non sono brutali come quelle di Krusciov, ma anche i cinesi procedono su questa via pensando di soffocarci a poco a poco, ma... peggio per loro!

E non è tutto, anche Mao Tsetung agisce come i kruscioviani. Gli sono stati inviati due o tre messaggi importanti dal Comitato Centrale del Partito con la mia firma, mentre lui non si è degnato, neppure per cortesia o per semplice reciprocità, di risponderci. O non si è degnato, oppure non desidera lasciare un documento sui problemi che abbiamo sollevato. Le risposte verbali, che ci sono state date da altri suoi compagni, erano ugualmente molto negative. Ad una lettera ufficiale occorre rispondere per iscritto, in modo positivo o negativo.

Il modo di agire dei cinesi è spiacevole e, perché non dirlo? anche astuto. Per quanto riguarda la fornitura di armi, tutti i membri della delegazione cinese, con i quali è stato trattato questo problema, si sono comportati stavolta vilmente, ci hanno chiuso tutte le porte in faccia. Il capo della nostra delegazione ha espresso loro il nostro malcontento. All'ultimo .pranzo, Yeh Chen-yi ha ricominciato, nel suo discorso, con le solite leziosità: «Ritornerete l'anno venturo e allora vedremo la questione e ne riparleremo» ed altre insulse frottole del genere, mentre d'altra parte ci avevano detto: «Non saremo in grado di aiutarvi prima del 2000».

Non paghi di questi atteggiamenti poco amichevoli, vanno anche oltre e cercano di dividere i quadri dalla nostra direzione lasciando intendere loro: «Ecco, noi vi riserviamo una buona accoglienza, ma non vi riforniamo di armi perché non siamo in buoni rapporti con la vostra direzione». Metodi trotskisti!





GIOVEDI

8 GENNAIO 1976

E' MORTO CHOU EN-LAI

Stasera abbiamo ricevuto da Behar un radiogramma da Pechino, con il quale ci annuncia che il compagno Chou En-lai è morto di cancro. Questa notizia è stata comunicata a Behar, a nome del Comitato Centrale, dal Ministro degli Affari Esteri, Chiao Kuan-hua, che era a cena da Behar. Quando questi gli ha chiesto della salute di Chou En-lai, il ministro, a quanto pare per non guastare la serata, alla quale avrebbe potuto benissimo non prendere parte, ha detto che gli avrebbe risposto dopo cena.

Chou En-lai era un rivoluzionario, membro del Partito Comunista Cinese sin dalla sua fondazione. Bisogna riconoscere che era una personalità di grosso calibro, molto intelligente, capace, grande organizzatore e lavoratore. Dopo Mao, Chou En-lai era l'uomo che godeva del più grande prestigio in Cina. Nel medesimo tempo è stato una grande personalità a livello internazionale. L'abbiamo conosciuto da vicino, abbiamo conversato con lui ed apprezzato la sua grande abilità nel lavoro e nell'organizzazione. Era il collaboratore più stretto di Mao e lottava come «comunista» sotto la bandiera di Mao. L'abbiamo considerato un amico del nostro paese, l'abbiamo rispettato, l’abbiamo ricevuto e ci siamo intrattenuti sinceramente con lui. Ma bisogna riconoscere che, sebbene abbia contribuito a farci aiutare dalla Cina, abbiamo avuto discussioni con lui, quando violava l'ideologia marxista-leninista e lo spirito amichevole su cui dovevano basarsi i nostri rapporti.

E' accaduto spesso che con la sua linea, con le sue posizioni e con quelle del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese noi abbiamo avuto divergenze di principio, che in uno spirito amichevole abbiamo espresso soprattutto a Chou Enlai, ma anche al Comitato Gentrale del Partito Comunista Cinese; verbalmente e per iscritto. Su tutti questi punti di vista, quando Chou li ha espressi, o quando la linea del Partito Comunista Cinese non concordava con la linea dei nostro Partito, ho scritto di volta in volta. Ma né noi né loro abbiamo reso pubbliche le contraddizioni di principio che abbiamo avuto con i compagni cinesi riguardo la linea. I nostri partiti hanno mantenuto e mantengono le loro rispettive posizioni. Malgrado tutto. sia noi che i compagni cinesi non abbiamo reso pubblici i nostri disaccordi sulla linea e l'amicizia fra i nostri due popoli e i nostri due paesi è continuata quasi come prima.

Abbiamo avuto ed abbiamo un grande cuore, ma non violiamo mai i principi del nostro Partito, né li sacrifichiamo in nome di una politica opportunistica. Ho scritto molto su Chou En-lai e, credo, sans parti pris* (in francse nel testo: senza partito preso) e senza peli sulla lingua, e quindi ora non mi dilungherò. Dico solo che, malgrado tutto, era un grande uomo e un grande politico, ma non si basava sul marxismo-leninismo. Chou era un uomo «bilanciato» fra diverse vie, l'uomo dei compromessi contrari ai principi, dei compromessi «di grande ampiezza».

Sebbene non siamo stati d'accordo con i suoi giudizi e la sua politica riguardo molte questioni, la sua morte ci ha sinceramente rattristati, poiché la Cina ha perso un grande uomo, forse il più grande, direi, dopo Mao, ed anzi non meno «efficace» di Mao stesso, un uomo che svolgeva un notevole ruolo nella direzione e nella gestione degli affari di quel grande Stato che è la Cina.





GIOVEDI

22 GENNAIO 1976

I CINESI NON PROPAGANDANO LA GIUSTA LINEA

DEL NOSTRO PARTITO

Il 19° volume dei miei scritti è stato pubblicato e diffuso in parecchie lingue. Tutto il mondo, gli amici e i nemici dell'Albania, parlano della giusta linea e del coraggio del nostro Partito nella denuncia e nella lotta contro i revisionisti krus cioviani, nella difesa della purezza del marxismo-leninismo e in particolare dell'aiuto da noi dato al Partito Comunista Cinese. Solo in Cina non se ne è parlato e non se ne parla, e non è uscito nemmeno un organo di stampa che abbia detto qualche cosa, anche solo come notizia, sulla pubblicazione di questa opera in Albania.

Il Comitato Centrale del PLA e il Presidium dell'Assemblea Popolare hanno pubblicato il testo del progetto della nuova Costituzione della Repubblica Popolare d'Albania. All'estero tutti hanno parlato e parlano di questo documento, che è stato oggetto di un'analisi pubblica. Solo in Cina non si è fatta alcuna menzione di questo avvenimento tanto importante per il nostro paese, di questo documento di una così grande importanza politica, ideologica, organizzativa e costituzionale del nostro Partito e dello Stato albanese.

La stampa cinese pubblica cose di nessuna importanza sul nostro paese. In primo luogo, la loro stampa non dimentica di riportare tutto quello che di buono si dice della Cina nel nostro paese, mentre le altre notizie non sono che banali cronache a proposito di questa o quella riunione o di questi)

quel comizio, in cui ha preso la parola questo o quest'altro, o riguardo le visite di stranieri nel nostro paese; pubblicano anche cronache sportive, ma non parlano mai della «visita in Albania della delegazione di questo o quel partito comunista marxista-leninista». Ecco a che livello la Cina ha ridotto i suoi rapporti politici e ideologici con il nostro paese! Ecco come stanno le cose con la stampa e la propaganda, mentre le conversazioni politiche ed ideologiche fra 1e due parti, da molto tempo, si sono ridotte ad uno zero assoluto. Non si procede neppure al minimo scambio di opinioni sugli avvenimenti mondiali.

Per quanto riguarda le relazioni economiche e gli aiuti per il nostro esercito, anche questi sono stati ridotti al minimo dei minimi e, malgrado ciò, giocando sulle apparenze, i cinesi bluffano cercando di far credere che «l'Albania è», per loro, «l'alleata più fedele».

Come dobbiamo interpretare questi atteggiamenti? Forse con il fatto che i cinesi sono stati informati con ritardo dai loro uomini? Questo non sta in piedi, poiché non si tratta di futilità, ma di avvenimenti o di documenti importanti del nostro paese e del nostro Partito. E poi, oltre agli inviati della Hsinhua a Tirana, c'è una regolare linea aerea che collega settimanalmente Pechino a Tirana e viceversa; inoltre la Cina ha anche la sua ambasciata a Tirana.

Oppure i cinesi hanno bisogno di tempo per tradurre e studiare i nostri materiali? Anche questo non sta in piedi, poiché hanno a loro disposizione un intero battaglione di traduttori e inoltre non chiediamo loro di pubblicare qualche articolo o di fare qualche commento a questi avvenimenti, ma solo di inserire una semplice notizia che permetta all'opinione pubblica cinese di apprendere che in Albania «sono stati pubblicati questi documenti». Allora perché agiscono in questo modo? Cosa sta succedendo? Non c'è altra spiegazione all'infuori di questa: questo è, da parte dei cinesi, un atto di sabotaggio, essi non sono d'accordo con la linea politica del nostro Partito.

1 cinesi parlano di «dittatura del proletariato», anche noi ci battiamo per essa; parlano contro l'Unione Sovietica, e il volume 19° di cosa tratta? E poi, che cosa stiamo facendo ogni giorno? Allora perché non annunciano per lo meno l'uscita di questi documenti?

Come spiegare quest'enigma cinese? Essi non vogliano diffondere la giusta linea del nostro Partito, per le seguenti ragioni

a) perché ciò metterebbe in luce la falsità del loro atteggiamento;

b) perché sono affetti da megalomania di grande partito e di grande Stato;

c) perché non sono d'accordo con la nostra linea marxistaleninista, sia in teoria che in pratica, per cui, diffondendo la giusta linea del nostro Partito, il confronto diventerebbe automatico;

d) perché le formule e gli slogan cinesi sarebbero marxisti;

e) perché vogliono che noi lisciamo loro il pelo, che parliamo ed agiamo come fanno loro. Non accettano la posizione marxista-leninista di principio del nostro Partito. Vorrebbero che noi fossimo servili nei loro confronti. Questo, naturalmente, non accadrà mai:

f) perché non sono piaciuti loro i provvedimenti che abbiamo preso all'interno contro i nemici del Partito e dello Stato Beqir Balluku, Hito I?ako, Petrit Dume, Abdyl Këllezi, ecc. Perché? Fino a che punto i cinesi avevano lo zampino nel complotto di costoro? Possiamo affermare una sola cosa: che la linea dei traditori del nostro paese andava a genio ai compagni cinesi;

g) perché i cinesi vogliono farci allontanare dalle posizioni marxiste-leniniste, desiderano farci unire ai traditori Tito e Ceausescu e gettarci cosi nel pantano revisionista. Naturalmente, noi abbiamo denunciato questi loro punti di vista antimarxisti e capitolazionisti.

Mi sono posto spesso tutti questi interrogativi e ho dato loro qualche spiegazione. Mi sono sforzato di essere oggettivo e giusto nelle mie analisi. indipendentemente dai termini molto forti di cui a volte mi sono servito. Ma ritengo che bisogna chiamare le cose con il loro nome.

Analizzando i fatti inerenti a questa questione, mi pare che nell'enigma cinese la prima cosa da prendere in considerazione è la seguente: segue il Partito Comunista Cinese la giusta via marxista-leninista? Ha seguito questa via? Organizzativamente, si trova sulla via di un partito di tipo leninista, secondo gli insegnamenti di Marx, Engels e Lenin? (Per non parlare di Stalin, a cui i cinesi sono stati e sono tutt'ora contrari. I cinesi parlano a favore di Stalin non potendo fare altrimenti, dato che hanno preso posizione una volta riguardo questo problema e solo formalmente contrappongono Stalin a Krusciov).

Naturalmente, non ho la pretesa di essere a conoscenza di come il Partito Comunista Cinese si sviluppa e si organizza. M.a ritengo che questo partito non ha fatto il primo passo sulla giusta via, sulla via marxista-leninista, sia per quanto riguarda il rispetto dei princìpi leninisti, l'organizzazione, che diversi altri problemi che ha dovuto affrontare e risolvere, come la rivoluzione democratico-borghese o più tardi la sua fusione con il Kuomintang, la guerra civile, la guerra contro i giapponesi, il ruolo della classe operaia, il ruolo delle masse contadine. Ritengo quindi che riguardo tutti questi problemi di primaria importanza, il partito in Cina ha proceduto in modo caotico.

Costatiamo che, prima dell'avvento di Mao alla direzione del partito, si erano manifestate, sia per quanto riguarda 1a sua organizzazione che sul piano ideologico e pratico, deviazioni e frazioni, a cominciare da quelle di Li Li-san, Wang Ming, ecc. ecc. Naturalmente, anche nel partito di Lenin sono apparsi simili fenomeni; i nemici attaccavano il Partito bolscevico dall'interno e dall'esterno, ma Lenir ha agito contro di loro con una chiara ideologia marxista e col pugno di ferro; ha temprato il partito e lo ha dotato di quelle norme immortali che guidano e guideranno costantemente sulla giusta via gli autentici partiti marxisti-leninisti e la rivoluzione nel mondo.

Subito dopo il suo avvento al potere, ritengo che Mao abbia messo un certo ordine; egli ha creato l'esercito e lo ha guidato nella lotta, ma per quanto riguarda l'organizzazione del partito e le sue posizioni non sono stati applicati come si deve 'né i principi fondamentali, né le norme leniniste. Il Partito Comunista Cinese ha accresciuto il suo prestigio, ma doveva temprarsi sul lungo cammino della lotta e del periodo successivo. In primo luogo, i punti di vista di Mao, le sue concezioni iniziali e quelle attuali sull'egemonia della classe operaia e sulla sua alleanza con le masse contadine non si conciliano con la teoria marxista-leninista. I suoi punti di vista in questo campo sono liberali, indipendentemente dagli slogan, e ritengo che in ciò abbiano la loro origine le oscillazioni del Partito Comunista Cinese e di Mao riguardo la linea. Queste, come ci insegnano la teoria e la .praticia, sono h caratteristiche oscillazioni della piccola borghesia, del mondo contadino. Le masse contadine hanno realmente svolto un notevole ruolo nella lotta di liberazione nazionale sia in Cina che da noi, ma in Cina, contrariamente a quello che è accaduto da noi, esse non hanno avuto come guida l'ideologia della classe operaia. Nel nostro paese la classe operaia non aveva una preponderanza numerica, era molto limitata, ma la sua ideologia era grande. Ciò significa che il nostro Partito è stato organizzato su basi leniniste e ha posto la classe operaia su posizioni egemoni.

In Cina, per contro, è vero che venne costituito il Partito Comunista, ma in esso predominava la concezione secondo cui «la campagna deve accerchiare la città». Da ciò sarebbero inevitabilmente scaturiti anche i deboli legami organizzativi del partito, il quale avrebbe sofferto a causa del carattere zoppicante delle sue norme e nelle sue file sarebbero di certo fiorite, come effettivamente sono fiorite, una serie di deviazioni e di frazioni antimarxiste, a prescindere dal fatto che i Li Li-san e i Wang Ming siano stati liquidati.

Cosi, a mio avviso, il Partito Comunista Cinese si è impegnato nella guerra senza essere organizzato come si deve. Mancava di una linea chiara e non poteva svolgere un autentico ruolo di avanguardia. Questo partito è cresciuto diviso in frazioni ed ha continuato ad essere diviso in frazioni, ora di sinistra, ora di destra.

L'esercito e la guerra mascheravano questi mali pericolosi e i frazionisti si raggrupparono sotto la direzione dei «signori della guerra», che stavolta erano comandanti di armata e comunisti, come pensava che fossero il Partito Comunista Cinese. Il partito esisteva, ma l'esercito era a tal punto strapotente che si può dire che non era comandato dal Partito, ma era l'esercito a comandare sul partito. Tutti questi illustri e valorosi capi militari si spacciavano per comunisti, ma il comunismo lo concepivano secondo i punti di vista e gli orientamenti inesatti, instabili, del loro partito.

Nei suoi scritti del periodo della guerra, Mao tratta in modo giusto varie questioni di partito. I quadri venivano educati con questi scritti, ma quanto a sapere come e in quale misura fossero educati, questo è un altro affare e le conseguenze di ciò si sarebbero manifestate più tardi. I principali capi militari, con Mao alla testa, occupavano posti di direzione sia nel periodo della guerra che dopo di essa, e ciò era del tutto naturale. Insieme a loro ebbero accesso alla direzione del partito e del nuovo Stato non solo gli uomini che avevano fatto la guerra, ma anche altri. Questa selezione fu fatta, a sentir loro, secondo le «forme di partito», ma di fatto ogni capo condusse con sé piuttosto gli uomini a lui fedeli che non elementi scelti nello spirito di partito.

La grande Cina uscita dalla guerra doveva essere organizzata come Stato. Ma quale tipo di Stato? Stato a democrazia popolare, ma la sua bandiera rossa aveva quattro stelle che rappresentavano le quattro classi della società cinese (?!) e un'altra stella in mezzo. E quella stella, l'egemonia di chi rappresentava? «Della classe operaia», si diceva, ma le riforme economiche, politiche e organizzative che venivano attuate non andavano in questo senso, poiché il partito stesso non era monolitico, nelle sue file mancava l'unità ideologica, la sola «unità» esistente era quella attorno a Mao. I capitalisti conti nuavano ad esistere come classe in questo Stato, anzi percepivano anche una rendita.

Liu Shao-chi, sotto la bandiera di Mao, s'impossessò del potere e del partito. Teng Hsiao-ping dirigeva il Partito, Chou lo Stato. Mao era il perno attorno al quale veniva condotta la danza. L'esercito era nelle mani del maresciallo Peng Tehhuai. Questo potente gruppo manovrò a suo piacimento. Si parlava di socialismo, ma si procedeva verso il revisionismo.

Peng Teh-huai godeva di una così grande libertà d'azione che manipolò l'esercito seguendo la via kruscioviana, prendendo in prestito tutti i suoi tratti psicologici, politici, materiali e organizzativi. Liu e Peng Teh huai insieme a Teng Hsiao-ping prepararono la controrivoluzione. Peng Teh-huai fu. destituito dal Comitato Centrale e il suo posto fu dato al suo compagno Lin Piao. Nuove riforme del tutto contrastanti con le prime furono introdotte nell'esercito, e ciò fu fatto da Mao. L'esercito rimaneva pur sempre il pilastro, poiché si trovava, a loro dire, sotto la direzione di Mao stesso. Il partito era nelle mani di Liu Shao-chi, mentre Chou En-lai era il moderatore opportunista, e lo fu dalla nascita fino alla sua morte. La lotta per il potere si inasprì. Ma come? Attraverso slogan opportunistici, a cominciare da quello dei «cento fiori», cioè della libertà concessa a tutte le ideologie e frazioni nel. partito, della «lotta contro il teatro dell'opera e l'università» e fino a quello «in ogni cosa regoliamo il passo su quello dell'esercito». E così Lin Piao divenne l'onnipotente «salvatore». Vedendo il pericolo che lo minacciava, Liu Shao-chi cercò di fare lo sgambetto a Mao, come Breznev aveva fatto con Krusciov.

Ma anche Mao si rese conto del pericolo e sollevò allora milioni di hunveibin. Cominciò la Rivoluzione Culturale, senza la direzione del partito, senza la classe operaia. Anche Liu si mise in moto e così fecero la loro apparizione i «ribelli» e varie organizzazioni. In Cina trionfò l'anarchia, il partito fu liquidato, e così le organizzazioni di massa, cominciò allora la guerra civile fra le frazioni. Si può ben immaginare che partito comunista fosse il partito in Cina! A questo punto Mao fece appello a Lin Piao, e lo coperse di titoli, affinché costui desse all'esercito l'ordine di intervenire e l'esercito intervenne. In questo modo Liu Shao-chi e alcuni dirigenti principali come Teng Hsiao-ping furono eliminati da questa «Rivoluzione Culturale». (Non si sa che fine abbia fatto il .primo, quanto a Teng è stato «rieducato» e ora, come se nulla fosse, il «nemico numero due» della Cina ricopre le funzioni di prima). Durante la Rivoluzione Culturale Lin Piao diventò «signore della guerra», dettava legge, pubblicò e fece diffondere il «libretto rosso», la «bibbia» maoista, fece coniare distintivi con l'effigie di Mao, mentre Chen Po-ta. preparava i discorsi. L'esercito dominava il partito e il potere, furono creati i «comitati rivoluzionari» che facevano quello che diceva loro Lin Piao. Costui stava cucinando fritelle per sé, «si preparava a far saltare Mao ed a legare la Cina all'Unione Sovietica», come dicono. Mao manovrò, mandò a gambe levate Lin Piao e insieme a Chou diresse le sue antenne verso gli Stati Uniti d'America, il Mercato Comune Europeo, l'«Europa unita», verso Franco e Pinochet e proclamò la Cina membro del «terzo mondo», a fianco della Spagna, dell'Egitto, del Cile, della Jugoslavia, della Turchia, ecc., ecc.

Quali conclusioni possiamo trarre da questa breve esposizione incompleta di questi avvenimenti, verificatisi nel Partito Comunista Cinese?

La direzione del Partito Comunista Cinese dichiara che esistono due linee nel partito. Essa accetta questa realtà e la pone, mi pare, come condizione per l'esistenza del partito e definisce ciò lotta di classe nel partito. Ma io ritengo che it questo partito esistono non solo due, ma parecchie linee, ch sono in lotta fra loro per prendere il potere. II partito si trova nel caos e non conduce una lotta di classe basata sui sani prino' cìpi rivoluzionari marxisti-leninisti, o meglio in esso non si sviluppa affatto la lotta di classe, ma una lotta di clan. I clan esistono nel partito e nel potere, alla base come al vertice. Tutti i partigiani dei frazionisti, condannati per modo di dire, sono rimasti e agiscono nel partito. Tutta questa evoluzione ha avuto luogo e ha luogo 'm nome di Mao, che sta divenendo un tabu; imparano a memoria le sue citazioni, ma sott'acqua ogni frazione continua il proprio lavoro. Lo stesso Mao permette se non «cento fiori», almeno «due fiori». «Si possono ammettere, dice, l'esistenza e la coesistenza di due o tre frazioni, poi, ogni sette anni, si farà una rivoluzione e vedremo chi vincerà. Se vincono quelli di destra, quelli di sinistra si solleveranno e li rovesceranno». Ecco qual'è la «brillante teoria di Mao»!! E di fatto è successo proprio coli. Con l'avvento di Mao alla direzione del Partito Comunista Cinese, Li Li-san fu rovesciato, salì Wang Ming e fu rovesciato, sali Liu Shaochi e fu rovesciato, sali Lin Piao ed anch'esso fu rovesciato; solo Chou En-lai è rimasto al potere fino alla sua morte. Ed ora come .andranno le cose? Ecco qua, Mao continua a lavorare seguendo la stessa strada. Ora in Cina non c'è un primo ministro, le funzioni di capo del governo sono svolte da Teng che è anche capo di Stato maggiore generale. Ma noi sappiamo chi è costui. A1 posto di direttore politico dell'Esercito di fronte a Teng c'è Chang Chun-ciao, e le funzioni di Ministro della Difesa, che non è stato ancora nominato, sono esercitate da un vecchio che è piuttosto dalla parte della corrente di Chou En-lai, mentre l'economia ha .alla sua testa, pur non avendolo, Li Sien-nien, l'uomo più fedele di Chou, di Teng, di Lin Piao, di Mao, di tutti, ma mai del marxismo-leninismo.

Ecco qual'è la situazione nella direzione del Partito Comunista Cinese, e non parliamo di quello che sta accadendo alla base. Vi sono là elementi di «sinistra», di «destra», elementi «moderati», insomma di tutti i colori. Tutti fanno finta di seguire la linea di Mao e di fatto sono costretti a farlo, poiché temono i colpi che possono incassare nel corso della lotta frazionistica e, se non subito, alla morte di Mao la situazione esploderà. Le scaramucce sono già cominciate: si dice che il ministro dell' Istruzione pubblica sia revisionista, che quest'altro non è in regola, ecc. La campagna contro Liu si è affievolita, ora all'ordine del giorno è la campagna contro Lin Piao e Confucio. Fino a quando durerà? Si sta smorzando? Hanno pubblicato due poesie di Mao, ed è stato fatto un gran chiasso in merito. E che cosa emerge da queste poesie-parabole? Nori ci si capisce niente. Continuano, come di consueto, a parlare con i guanti; bisogna far venire degli esegeti per interpretare quello che vogliono dire, come fece Lin Piao a suo tempo.

Pubblicano un articolo non cattivo sulla dittatura del proletariato, continuano a battere la grancassa contro i revisionisti sovietici, ma d'altro canto sostengono la politica imperialista americana. Sorge la domanda: chi domina in mezzo a tutto ciò? Gli elementi di sinistra Chian Ching, Chang Chunciao, Wang Hun-ven e Yao Wen-yuan, gli elementi di destra con Teng e la sua banda oppure i moderati, gli opportunisti, i revisionisti come Chou e il suo seguito? Non possiamo affermare niente con precisione. La Cina va avanti per «inerzia», dicono che si sta consolidando economicamente e militarmente, ma non possiamo dire che progredisca ideologicamente e politicamente in modo giusto. Il popolo cinese è coraggioso, intelligente, lavoratore, ma non è guidato politicamente e ideologicamente sulla giusta via.

Si dice che gli elementi di sinistra dominino nella direzione, ma non vediamo nessun cambiamento evidente nella politica del partito e dello Stato. Gli uomini di Lin Piao, si dice, sono numerosi e ciò può essere vero; a quanto pare, anche Chou En-lai non godeva di un gran sostegno, eccetto quello di Mao. Si dice che gli uomini di Teng stiano per prendere il potere, altri pretendono che saranno gli uomini di Lin a vincere, ma a chi credere e a chi non credere? Tutto ciò deve essere definito secondo la loro politica, la loro ideologia, le loro azioni. E si tratta di veri e propri enigmi, di problemi oscuri, che riguardano sia gli uni che gli altri.

Che cosa dimostra tutto ciò? A mio avviso, ciò dimostra che nel Partito Comunista Cinese non c'è una giusta linea marxista-leninista, che al suo interno agiscono varie correnti e frazioni, che vi sono oscillazioni, che nel suo seno non c'è stabilità, poiché manca l'unità marxista-leninista di pensiero e d'azione. Il partito non è effettivamente al comando; l'esercito va avanti, ma non sotto la direzione del partito; l'economia va avanti, ma anche questa non sotto la direzione del partito; si fa politica, ma questa politica non è diretta dal partito e non segue la via marxista-leninista.

Gli uomini, i gruppi, le frazioni, che lavorano sotto l'ombrello di Mao, dirigono, si scontrano e cambiano tesi dall'oggi al domani. L'avvenire, dunque, il domani della Cina è un'incognita. Doveva la Cina, dove andrà e come vi andrà? Questo nessuno lo sa. In questa situazione, come ho già detto altre volte, questo stato di cose è gravido di pericoli per la rivoluzione, per la pace mondiale, per il socialismo.

Gli atteggiamenti della Cina nei confronti del nostro Partito e della nostra Repubblica Popolare sono spiegabili. Noi non ci smuoviamo dalle nostre giuste posizioni, poiché abbiamo come guida il marxismo-leninismo. Mentre gli atteggiamenti dei cinesi nei nostri confronti sono instabili. La base in Cina ci vuol bene, parla bene di noi, mentre la direzione assume atteggiamenti alterni: un tempo parlava bene di noi, poi non ha più parlato ed ora ha oltrepassato tutti i limiti. E' chiaro che i suoi atteggiamenti nei nostri confronti sono contrari ai principi, non sono marxisti-leninisti e ciò è spiegabile.

Possono cambiare i dirigenti cinesi? Ritornerà .il «bel tempo»? Con i cinesi c'è da aspettarsi tutto. Noi siamo vigilanti e difendiamo il nostro Partito, la sua linea marxista-leninista e la nostra Repubblica. Lavoriamo e lavoreremo per la rivoluzione.





VENERDI

23 GENNAIO 1976

ESITAZIONE NELLA SOSTITUZIONE DI CHOU EN-LAI!

Da quanto abbiamo letto, il popolo cinese è stato profondamente colpito dalla morte di Chou En-lai. E ne aveva ragione, perché Chou En-lai era per esso, dopo Mao, l'uomo più illustre, più attivo, il miglior organizzatore e il più intelligente dei suoi statisti.

Sono passati parecchi giorni dalla morte di Chou En-lai, ma non vediamo ancora nominare un nuovo primo ministro. La Cina, a mio avviso, dopo questo shock morale non deve rimanere senza il capo del supremo organo esecutivo. La Cina è un grande paese con molteplici e complessi problemi, che devono essere risolti. Naturalmente la direzione nei .paesi socialisti è una direzione collegiale. Ciò vale anche per la Cina, ma dato che in quel paese si sono verificate molte vicende alla direzione del partito, non bisogna esitare né permettere lo sviluppo di frazioni, poiché, sebbene si dica. e si scriva che ` non esistono frazioni, lo spirito, la corrente e gli uomini di, Liu Shao-chi esistono, vivono, lavorano e occupano posti nella loro qualità di riabilitati e certamente tramano intrighi e, se ne avranno la possibilità, cercheranno di prendere il potere.

Lo spirito, la corrente e gli uomini di Lin Piao e di Chen Po-ta esistono, vivono, lavorano, occupano posti nella loro qualità di riabilitati o di «puri»; ordiscono senz'altro intrighi e, se ne avranno la possibilità, si sforzeranno anch'essi di prendere il potere.

Esistono anche elementi «moderati», «diplomatici», come lo era Chou, che si appoggiava su Mao e oscillava di qua e di là. Gente che si ispira alle stesse concezioni di Chou, sia alla direzione che alla base, ce n'è finché si vuole.

Infine, nel partito e nel potere ci devono certamente essere degli autentici marxisti-leninisti ai quali spetta di dirigere, rafforzare e temprare il Partito Comunista Cinese, la dittatura del proletariato e sviluppare coerentemente la lotta di classe.

Però, a quanto pare, si esita a nominare un primo ministro. Perché? Questa esitazione è dovuta a questioni di procedura o ad una lotta di frazioni? Questa seconda eventualità è pericolosa e quanto più rapidamente e correttamente questa questione sarà .risolta sulla via marxista-leninista, tanto meglio sarà per la Cina. In Cina abbiamo rilevato anche la seguente pratica: durante la Rivoluzione Culturale, il governo dirigeva gli affari senza ministri, solo con dei viceministri. Hanno forse l'intenzione di governare anche ora senza primo ministro, con dei viceprimoministri e con Teng Hsiao-ping come primo viceprimoministro. Sono tattiche di Mao: prova, guarda, scegli bene il momento, poi decidi quale frazione avrà il sopravvento, o quale frazione devi eliminare a vantaggio di un'altra e infine decidi sul da fare. Una simile linea manca di continuità, di stabilità, dato che dipende da una persona, sebbene dicano che la direzione sia collegiale e che in linea dì principio esista il centralismo democratico. Aspettiamo e vedremo come si sviluperanno gli avvenimenti.





GIOVEDI

29 GENNAIO 1976

I CINESI SI AVVIANO VERSO IL BLOCCO

CONTRO L'ALBANIA

Il responsabile degli specialisti cinesi presso il Complesso siderurgico di Elbasan si è messo a fare delle osservazioni malevoli, infondate e che puzzano di provocazione. E' andato dal direttore del Complesso e dal segretario del Partito e ha detto loro in sostanza: «I vostri compagni di base, in questo o quello stabilimento, dicono ai nostri compagni (cinesi) che «ora potete partire, poiché noi (albanesi) noci abbiamo più bisogno di voi; che voi (cinesi) siete superflui», ragion per cui abbiamo ritirato alcuni tecnici. Sarebbe forse meglio, egli ha proseguito, che ci sia un minor numero di specialisti cinesi, ma che siano di qualità, invece di averne molti, ma non di grande valore. Noi siamo fratelli, perciò spetta a voi di mettere ordine alla base», ecc.

I nostri compagni hanno naturalmente spalancato gli occhi, sono rimasti sorpresi e hanno detto al compagno cinese: «Che cosa mai raccontate? Abbiamo molto bisogno di voi, e non solo di coloro che si trovano qui, ma anche di altri. In nessun modo i compagni cinesi devono andarsene e, se volete ritirarne qualcuno, la decisione spetta a voi, informando anche noi. Ma vi preghiamo di dirci quali sono quei nostri compagni che hanno fatto ciò senza la nostra autorizzazione».

Il cinese ha risposto: «Non possiamo farvi dei nomi, perché prendereste provvedimenti nei loro confronti e li punireste, ed ha aggiunto: «uno (l'albanese) ha consegnato anche per i scritto ad uno dei nostri compagni questa sua opinione, secondo cui questi (il cinese) può andarsene».

I nostri hanno detto: «Il fatto che non volete dirci i nomi dei nostri compagni e che non volete nemmeno consegnarci questa lettera ci stupisce. In queste condizioni, che cosa possiamo fare? Come possiamo risolvere quest'enigma?».

- Prendete misure alla base, - egli ha risposto.

- Ma contro chi, dato che non sappiamo chi sono i responsabili? E poi come potete basarvi su uno o due individui che possono anche essere dei provocatori, che cercano di seminare zizzania tra noi? Riguardo queste questioni, se avrete qualche problema da risolvere, farete bene, e questo è il nostro parere, a venire a discutere con noi, dirigenti, e noi discuteremo con voi.

In realtà questa è una provocazione che viene fatta per dare armi immaginarie a quella frazione a Pechino che non vuole il nostro bene e che cerca di trovare pretesti inventati di sana pianta per rallentare o frenare i lavori e la realizzazione delle grandi opere nel nostro paese. Simili provocazioni non hanno un carattere individuale, sono certamente orchestrate. Si tratta di pressioni economiche che si trasformeranno in pressioni politiche alla vigilia del nostro 7° Congresso. Comprendiamo bene lo scopo di tali azioni, poiché ne siamo stati oggetto precedentemente da parte di altri. Anche ora, la frazione di destra a Pechino sta «gettando il guanto» per farcelo raccogliere e poterci così accusare di essere stati i primi ad attaccare.

Perciò ho consigliato ai compagni di mantenersi calmi nelle loro discussioni con i cinesi. Ho detto loro di inviare al Complesso il viceministro delle Costruzioni affinché si intrattenga -cordialmente e fraternamente» con i cinesi, come essi amano dire. Ho consigliato loro di interrogare, prima, il direttore e il segretario di Partito dei vari stabilimenti del complesso da cui i cinesi si sono allontanati. I compagni hanno fatto anche questo, e tutti al complesso hanno risposto che «sono stati i cinesi stessi che sono venuti da noi per dirci che il tale o il tal' altro se ne andrà», mentre noi abbiamo risposto loro che «non devono in nessun modo andarsene, abbiamo molto bisogno di loro; perciò vi preghiamo di prendere provvedimenti per evitare questi ritiri».

Risulta chiaro che si tratta di un atto premeditato. Ma a Pechino stanno facendo qualcosa di molto più grave. Uno dei funzionari cinesi del Ministero dell'Industria ha detto al nostro addetto commerciale in Cina che lo stabilimento del nickelcobalto, il quale, stando ai termini del contratto stipulato, doveva essere ultimato in una fase, «sarà costruito in due fasi».

Ecco un'altra grande provocazione, di cui vedremo gli sviluppi poiché noi insisteremo che venga applicato il contratto.

La raffineria di Ballsh è terminata, mancano ancora due o tre compressori, i cui termini di consegna sono già scaduti.

- Li stiamo sperimentando - ci dicono.

- Ma quanto tempo dovremo aspettare, perché sia terminato questo esperimento? Non potete acquistarceli nella Germania Occidentale? - abbiamo chiesto loro.

- No, non disponiamo di valuta, - hanno risposto i cinesi.

- Ma possiamo darvela noi questa valuta, poiché in fondo non ai tratta di un gran che - abbiamo detto loro. Ma non accettano nemmeno questa soluzione.

Come definire questo?! Per noi tutto è chiaro. Questi sono atti di sabotaggio, pressioni. I cinesi si stanno avviando verso il blocco contro l'Albania. Dobbiamo stare attenti, poiché cercano di scaricare la colpa su di noi.





MERCOLEDI

11 FEBBRAIO 1976

MAO FA TUTTO DI TESTA SUA

In Cina è cominciata una nuova campagna di datsibao contro «le principali personalità investite di potere», che sono state condannate dalla Rivoluzione Culturale e che, dopo aver fatto una falsa autocritica, sono state riabilitate. Questi ex-condannati, che occupano di nuovo posti-chiave, sono proprio coloro che hanno detto: «Poco importa che il gatto sia nero o bianco, basta che acchiappi i topi» (detto di Teng Hsiao-.ping). «Questa gente, - viene scritto sui datsibao - se si opporrà alla linea di Mao Tsetung, subirà la stessa sorte di Liu Shaochi», ecc., ecc. Si dice che all'Università di Pechino siano stati affissi 45 datsibao su Teng Hsiao-ping. Costui «è scomparso dalla scena» da quando ha letto il De profundis per Chou En-lai. Le agenzie di stampa straniere scrivono che i datsibao attaccano anche la politica «economicistica» di Chou En-lai.

Li Chian, ministro del commercio, ha detto ai nostri compagni che Li Sien-nien è ricoverato all'ospedale, perché soffre di cuore. Perché ce l'ha detto? Forse crede che ci preoccupiamo della salute di questo revisionista, di questo lacché a molte faccie e uno dei dirigenti cinesi che non hanno mai amato il nostro Partito e il nostro paese?

Com'è noto, ora Teng Hsiao-ping non appare più nella funzione di primo viceprimoministro.

Le agenzie di stampa straniere dicono apertamente che il gruppo di sinistra, radicale, il gruppo di Shanghai, ha preso il potere. Ma di quello che sta accadendo effettivamente in Cina, non sappiamo niente. Alcuni anni fa Mao ha tolto Teng dal suo buco, lo ha riabilitato, l'ha nominato vicepresidente del partito, viceprimoministro, cosicché Teng prendeva tutte le decisioni in nome di Chou En-lai. Quando Chou venne ricoverato all'ospedale, lo ha nominato capo di Stato maggiore generale e non restava altro che farlo anche «stretto compagno d'armi del grande timoniere», come aveva fatto con Lin Piao.

Ma ora cosa sta succedendo? Mao ha di nuovo rovesciato Teng. Forse ha in mente di promuovere qualcun altro per rovesciarlo più tardi e sostituirlo con un altro Teng? Non si capisce niente di quello che sta succedendo in quel paese o piuttosto si capisce bene che Mao fa tutto di testa sua, nomina chi gli va a genio, fa scendere questo e fa salire quest'altro, mantiene e incita due linee nel partito e nel potere. Ogni congresso di partito convocato in Cina ha avuto questo scopo e Mao ha agito rovesciando un gruppo al potere per farne salire un altro. Questa è una politica opportunistica, non rivoluzionaria, non marxista-leninista. Essa non suscita fiducia; al contrario scredita e sabota la costruzione di un autentico sistema socialista, di uno Stato di dittatura del proletariato che segue una linea marxista-leninista. La linea cinese è una linea tipicamente piccolo borghese, battezzata con frasi e slogan marxisti-leninisti. La facciata è rossa e viene propagandata come tale, ma all'interno non è né rossa né socialista, e per tutto questo non possiamo non dire che l'architetto di quest'edificio non sia «il grande timoniere».





MERCOLEDI

25 FEBBRAIO 1976

ENIGMA CINESE, CONFUSIONE MAOISTA

La Cina ribolle come una caldaia. Subito dopo i funerali di Chou En-lai è cominciata una grande campagna contro i destri, contro «le principali personalità della direzione che hanno imboccato la via capitalista», contro coloro che «erano, contro la Rivoluzione Culturale», contro coloro che «sono stati riabilitati e che hanno ripreso la lotta contro la linea del grande timoniere». Giornali e riviste sono pieni di articoli che smascherano questa corrente, questo «flagello». Secondo le abitudini cinesi, per il momento nessuno viene citato per nome, ma mettono il berretto al «secondo Krusciov cinese», al «principale responsabile dopo Liu Shao-chi», «al nemico pari a Liu e Lin» ecc. Non c'è dubbio che si tratti di Teng Hsiao-ping. Da un mese non appare più sulla scena, la sua gloria è svanita, i contatti che aveva quale viceprimoministro di Chou En-lai sono ora mantenuti da un altro, un certo Fen o Fan, di cui non sappiamo ancora il nome, dato che coloro che vengono promossi oggi cadono in disgrazia domani. Questa è la tattica di Mao: né smascherare Teng e nemmeno considerare primo ministro il suo sostituto.

E' chiaro, secondo me, che attraverso Teng si cerca di colpire Chou En-lai, Li Sien-nien e il loro gruppo. E chi li colpisce? Mao?! Non lo credo. Mao è opportunista. Si dice che siano «quelli di sinistra, i radicali» come Wang Hun-ven, Chian Ching, Yao Wen-yuan e Chang Chun-ciao. Può darsi benissimo che le cose stiano così. Ma fino a quando e fino a che punto verrà proseguita questa campagna? Non si sa niente, questo lo sa solo Mao, il quale fino a ieri seguiva Chou, maure ora dice a quelli di «sinistra»: «Fate la vostra rivoluziona.

Ma che cosa è cambiato con questa confusione? Gsa si sta cambiando? Cambiano gli uomini, cambia la politico oppure l'ideologia? Tutto ciò si avvia sempre più verso destra, soprattutto la politica estera, che è animata e guidata dall'ideologa. Nulla cambia: gli americani sono amici dei cinesi, i sovietici i loro nemici. Ma nella politica stessa filoamericana di Mao si rilevano stranezze inconcepibili. Nel momento in cui viene coidotta la «campagna di sinistra» e la Cina ribolle come una caldaia, l'expresidente americano Nixon, l'imbroglione del Watergtte, l'anticomunista e il fascista più feroce, è invitato in Cina, è ricevuto all'aeroporto dal primo ministro con un imporente seguito di migliaia di persone che agitano bandiere anericane e che lo acclamano!!!

Questo è l'enigma cinese, la confusione maoista.

Nessuno al mondo capisce perché sta facendo questo e ci sono buoni motivi per non capirlo, ma comunque daro la mia spiegazione in merito. Mao non è in sé, come non scno in sé nemmeno i suoi compagni più vicini. Crede di fare ura grande politica, una politica intelligente. Il suo obbiettivo e la sta strategia mirano ad approfondire le contraddizioni fra Stati finiti d'America e Unione Sovietica. L'Unione Sovietica è, secordo lui, il principale nemico, ragion per cui uniamo le nostre foce contro di essa. Mao afferma che «la guerra fra Stati Uniti dAmerica e Unione Sovietica avrà luogo in Europa».

Coxi Nixon Mao era più sicuro di poter attuare la sua strategia, ma proprio con lui ha subito una cocente disfatta. Con Ford, invece, non è sicuro, ragion per cui lo ha ricevuto freddamente. Lo stesso Ford si era apertamente schivato contro la strategia di Mao. Allora il «geniale» Mao per <scuotere Ford e gli Stati Uniti d'America», per accattivarsi atti i governi e governanti fascisti d'Europa e di tutto il mondo, che sono implicati nel nuovo scandalo delle bustarelle cle hanno ricevuto da Nixon e dalla sua amministrazione, invita Nixon in Cinà, dove è ricevuto con grande pompa, come se fos.e ancora presidente. E di fatto, Mao intende dire con ciò agli americani cine non approva le accuse rivolte al «meraviglioso» Nixon e che «se gli americani desiderano essere in buoni rapporti con .a Cina, devono seguire la politica di Nixon, il quale, anche zenza essere presidente, incoraggia le grandi compagnie ameriane a fare grossi affari con la Cina socialista». D'altra parte, Mao dice a tutto il mondo: «Non rompetemi la testa! Sono il rappresentante di un grande Stato e so bene quello che faccio»!

Non possiamo spiegare diversamente queste cose. Il tempo nnfermerà se la nostra spiegazione è giusta o no.

Alla luce degli avvenimenti che si svolgono in Cina, posso are la seguente deduzione: Prima di tutto, Mao Tsetung non è un marxista-leninista conseguente, benché lo abbiano definito anche «teorico», «filosofo» e persino un «classico» del marxismo-leninismo. Egli parteggia per la destra della sinistra. In realtà non è un uomo d'azione.

Dopo il suo avvento alla testa del partito, Mao ha dato prova di essere il più a destra degli elementi di sinistra. le sue vere posizioni erano centriste, non frenava gli esponenti della sinistra né colpiva gli esponenti della destra. Fece finta di allontanare i destri, soprattutto alcuni principali capi di quest'ala. ma lasciandoli, nel contempo, «vegetare» in ville e dando loro anche stipendi nel paese o all'estero, com'è il caso di Wang Ming a Mosca. Si mostrò tollerante verso gli element i di sinistra, fino al momento in cui costoro misero le mani sul potere. \el periodo successivo alla Liberazione, Liu Shao-chi. Teng Hsiao-ping, Chou En-lai e la loro ala dirigevano la Cina, il Partito, l'economia, l'esercito sotto la bandiera di Mao, che trasformarono in un dio e rinchiusero in un tempio. Mao divenne una divinità, ma non aveva in mano le chiavi della situazione. Mao era forse in contrasto con loro? No, egli approvava le oro opinioni poiché collimavano con i suoi punti di vista.

Questi «sinistri», come desideravano, cercarono di andare oltre: essi si trasfermarono in uomini di destra. Essi continuarono a versare rendite ai capitalisti (che erano T'iinasti ai posti di comando) ed erano in unità con i kruscioviani. Questo non piacque a Mao, che a parole si era mostrato ben disposto nei confronti di Krusciov, ma quando questi rifiutò di dare alla Cina la bomba atomica. e si recò a Washington per stringere legami d'amicizia con gli americani, si indignò, perché voleva esser lui a legarsi agli americani. Ma vedendo che nel paese il potere era nelle mani del trio Liu-Teng-Chou, non rimaneva altro da fare, a Mao, che sollevare gli hunveibin nella «rivoluzione» e approfittare del suo «prestigio» per attaccare i «quartieri generali».

Così cominciò la Rivoluzione Culturale. Liu e Teng furono smascherati, mentre Chou, da buon «equilibrista», abbandonò la barca «Liu-Teng», che stava affondando, e cominciò ad agitare il «libretto rosso» di Lin Piao, senza cambiare neppure di una virgola le sue concezioni di destra. Chou si rivelò buon organizzatore, economista, politico, ma un politico versatile. Era necessario a Liu e si mise al suo servizio. Dopo la caduta di Liu-Teng, Chou fu necessario anche a Mao, ragione per cui durante la Rivoluzione Culturale egli lo mantenne alla testa del governo e lo difese persino dagli attacchi di questa rivoluzione. In questo periodo caotico, Chou dette prova di essere abile manovratore, si fece umile davanti a Mao, Chian Ching, Lin Piao, adoperandosi nel medesimo tempo a rafforzare le sue posizioni, insomma proprio quello che Mao voleva, perché non c'era nessun altro del calibro di Chou per mandare avanti, i suoi affari.

In queste condizioni, nel corso di questi avvenimenti, Chou raccolse attorno a sé tutti i suoi uomini, quelli di Liu e di Teng e, pur facendo la riverenza a Lin Piao, divenne il pompiere della Rivoluzione Culturale. Lin fu rovesciato, mentre Chou, con l'apparato, rimase il «primo» dopo Mao, che se ne stava nella sua torre. Chou si rese indispensabile a Mao anche in questo periodo. Soffocò la rivoluzione, pose l'economia in primo piano, portò i suoi quadri al potere e aspettava la morte di Mao per rimettersi in sella. Tuttavia, alcuni giovani salirono alla direzione del partito e dello Stato. Chou li accettò, poiché si trattava di «erbe» della Rivoluzione Culturale, che sperava di falciare più tardi. Sapeva Mao chi era in realtà Chou? Penso. di sì, ma Chou gli era necessario e si adattava alle sue oscillazioni politiche e ideologiche.

Entrambi, sia Mao che Chou, pensavano all'avvenire. Mao, da parte sua, portò alla direzione alcuni giovani per formarli al suo culto. Per Mao, essi rappresentavano l'«ala sinistra» della sua manovra ideologica. Chou, colpito da cancro, pensò anch'egli di dover lasciare un successore. Era quindi naturale che si doveva riabilitare Teng Hsiao-ping, affinché seguisse la via di Chou, quale futuro «capo della linea di destra». Mao approvò questa iniziativa di Chou, poiché si aspettava la scomparsa di quest'ultimo e pensò che Teng, essendo stato smascherato dalla Rivoluzione Culturale, era molto meno pericoloso di Chou. Cosi Teng si scatenò e si mise ad avanzare tanto più rapidamente, quanto più si avvicinava la fine di Chou.

Con la morte di Chou fu eliminato un ostacolo sulla strada di Mao, ed anche su quella dei giovani e questi, con il «permesso» di Mao, si misero a smascherare Teng. «Una piccola rivoluzione senza spargimento di sangue», ma con molto inchiostro, poiché Mao sa bene che i giovani devono governare d'accordo con i quadri di mezza età e gli anziani, la stragrande maggioranza dei quali erano e sono per la linea di Chou En-lai. Quindi: «Basta eliminare alcuni dei principali e poi continuare il vecchio gioco delle due linee. Se quelli di sinistra diventano molto radicali, allora si possono scatenare quelli di destra e andiamó avanti così».





MERCOLEDI

3 MARZO 1976

IL PRESENTE E' TORBIDO, NON SI SA COSA CI

RISERVA IL DOMANI

In Cina battono energicamente il tamtam contro «il nuovo Krusciov cinese», contro «i nemici di destra», contro «gli agenti del Kuomintang», contro coloro «che cercano di prendere il potere», «che hanno creato la scissione nel Comitato Centrale del Partito», «che sono contro la linea di Mao Tsetung», ecc. Chi è questo nemico? Teng Hsiao-ping, «il piccolo gioiello», come lo chiamava Mao, e che la Rivoluzione Culturale ha smascherato come «nemico numero due della Cina» dopo Liu Shao-chi ~e che tre anni fa Mao aveva non solo riabilitato, ma persino nominato primo viceprimoministro, diciamo pure primo ministro (poiché Chou era morente); lo ha nominato inoltre membro dell'Ufficio Politico, vicepresidente del Partito e capo di Stato maggiore generale. E ora? Patatras! Il castello, il culto di Teng, è crollato. Dicono che sia stato Mao a demolirlo. Ma perché l'ha demolito dopo averlo lui stesso messo in piedi? «Perché Teng ha complottato, perché ha mentito nella sua autocritica». «Il grande timoniere» è molto vigilante!

Chi dominava in Cina: Mao Tsetung e Chou En-lai, o il Partito Comunista Cinese? E' difficile pronunciarsi. Ma i fatti dimostrano che erano piuttosto questi due e non il Partito Comunista Cinese. Mao era la bandiera, di fatto Liu agiva e dominava, poi Liu e Teng sono stati rovesciati e vennero Lin Piao e Chen Po-ta. Anche questi furono rovesciati e così cominciò il regno di Chou con Li Sien-nien e i destri, che riabilitarono Teng e i suoi compagni. Teng divenne d'un tratto onnipotente! Dal campo di educazione fu inviato direttamente all'ONU, in Francia e alla testa del «terzo mondo». Teng ha rilasciato l'elicottero sovietico e le spie e ha colpito l'Albania socialista sia in campo economico che per ciò che riguarda gli aiuti militari. Teng è stato ,portato alle stelle, ha toccato il cielo col dito, ma un bel mattino Chou è morto e Teng si è ritrovato ai piedi della scala...!

E' proprio in questo periodo che cominciarono i datsibao senza indirizzo, secondo l'abitudine cinese, ma ultimamente vengono fatti i nomi anche «del suocero e del genero», anche di Chou e di Teng, ma quello del primo solo in sordina, perché Chou En-lai era di fatto il capo dei destri e oltremodo rispettato dalla borghesia locale e da quella internazionale, che l'hanno definito «il diplomatico più intelligente, più cortese, più fine, un perfetto mandarino». Il tamtam continua, ma anche Teng continua a mantenere i posti che ha. E' vero che si tiene nell'ombra, insieme a Li Sien-nien, ma non si sa mai, il «piccolo gioiello» può rifare la sua autocritica ed essere perdonato di nuovo dal «grande timoniere».

Comunque sia, nessuno può prevedere come andranno le cose. La politica cinese ha un'ideologia a sé, speciale, di marca cinese; ha le sue tattiche e la sua strategia, che sono ugualmente di marca cinese! Non si sa cosa ci riserva il domani, mentre il presente è un caos! Da una parte il popolo cinese «lotta» contro i destri, dall'altra ha manifestato una gioia incontenibile e un entusiasmo sfrenato di fronte al fascista Nixon, l'ex-presidente imbroglione degli Stati Uniti d'America. Ecco qual'è la politica «geniale» di Mao. Qui c'è proprio da perdere completamente la testa: Dapprima Mao era a favore di Krusciov, poi si è dichiarato contro di lui, soprattutto dopo il viaggio di quest'ultimo a Washington; in seguita, Mao stesso si è baciato con Nixon e Chou, che era più vicino a Liu e a Krusciov, si è schierato a fianco di Mao contro Krusciov e a favore degli Stati Uniti d'America. Poi è venuto Teng, il quale, come collaboratore di Liu, avrebbe dovuto essere filosevietico, ma divenne filoamericano, poiché doveva mascherarsi, far finta di essere in ogni circostanza con Mao.

E ora che cosa accadrà? Quello che dirà Mao! Si dice che quelli di sinistra si impadroniranno del potere, ma gli abbracci con l'America diventano sempre più ardenti, con il pretesto che la «misera si è indebolita e bisogna aiutarla» e che i sovietici stanno divenendo pericolosi.

In Cina ora non ci si raccapezza. I cinesi dicono ai nostri compagni dell'ambasciata che «non possiamo difendere gli studenti albanesi dalla reazione». Chi ha quindi la situazione in mano, i comunisti o la reazione? «Bisogna intorbidire l'acqua perché si purifichi» ha detto Mao. Allora aspettiamo che si purifichi!





VLORA, GIOVEDI

1 ' APRILE 1976

DOV'ERA E DOVE VA LA CINA?

I cinesi chiamavano il loro paese «Chungkuo», che in francese corrisponde a «l'Empire du Milieu» (Impero di Mezzo) (e così veniva chiamato anche nei tempi più antichi). Ma perché «Impero di Mezzo»? Per il fatto che i cinesi, per decine e decine di secoli (sono stati trovati reperti archeologici che risalgono a 50 secoli fa), hanno considerato il loro paese come il «centro del mondo». Questo «centro del mondo» ha avuto una grande e antica cultura, non solo quella scoperta da Marco Polo, a suo tempo, ma forse anche più antica di quella degli egizi e dei sumeri, le cui culture sono considerate fra le più antiche del mondo.

Si capisce che il termine «Chungkuo», che i cinesi continuano ad adoperare anche oggi, non è una denominazione semplicemente tradizionale, ma il risultato della formazione di una concezione millenaria del mondo in tutte le generazioni cinesi e che, coscientemente o no, essi conservano ancora oggi.

Le confessioni religiose del buddismo e del confucianesimo, che Mao si è ricordato, a festa finita, di mettere «in rilievo», e di «combattere» (collegando questa lotta a quella condotta contro Lin Piao), hanno radicato nei cinesi l'idea del «Chungkuo» insieme alle loro concezioni del mondo religiose mistiche e filosofiche, alle loro forme di organizzazione e di direzione, agli usi scritti e non scritti. E' chiaro che la vecchia cultura cinese non è divenuta cultura del popolo cinese, ma è rimasta appannaggio dei mandarini, e la lingua scritta privilegio degli imperatori e dei mandarini, dei «signori della guerra», che opprimevano e succhiavano il sangue ai popoli della Cina.

Nel corso della sua storia la Cina è stata a più riprese attaccata dagli stranieri e si è battuta contro di loro, ma spesso anche gli stranieri hanno esercitato la loro influenza sui cinesi e hanno creato in questo paese una propria organizzazione e una propria direzione. Ma la cultura degli occupanti, pur lasciando delle tracce, non è riuscita ad assimilare la ricca ed antica cultura cinese. Naturalmente, è avvenuto l'opposto.

La religione aveva creato in Cina il suo culto, il culto del buddismo, collegando ad esso il culto del «Chungkuo» e sviluppando e diffondendo fra i cinesi le teorie di Confucio. Il buddismo e il confucianesimo suscitarono la xenofobia nei confronti di ogni cosa straniera, nonché un atteggiamento megalomane verso tutto ciò che era loro, del «Chungkuo». Tutto era permeato da queste concezioni del mondo religiose ed etiche. Questo e la grande e secolare povertà resero il contadino cinese, oppresso dagli imperatori e dai signori feudali, fatalista, lavoratore e disciplinato, patriota, xenofobo, in certa misura silenzioso, diffidente nei confronti degli altri, fossero questi gente del paese oppure stranieri. Formulava ogni suo pensiero e compiva ogni sua azione in modo tale che era difficile capire ciò che veramente faceve o pensava. In altre parole, egli aveva un modo di pensare e di agire che non era aperto, sincero, ma lambiccato, con molti sottintesi e astuzie, e spesso queste caratteristiche, che erano il segno di un'atteggiamento difensivo, si trasformavano in una espressione di ipocrisia.

Tuttavia, nel corso dei secoli, e soprattutto nella nostra epoca, il carattere, le credenze e gli usi e costumi dei cinesi si modificarono, conobbero una profonda evoluzione, senza però perdere completamente i loro antichi tratti. Anche dopo la liberazione definitiva dal giogo straniero, anche dopo l'instaurazione della Repubblica Popolare di Cina e dopo la rivoluzione condotta dal Partito Comunista Cinese, la Cina continuò a rimanere ira uria certa misura un paese «chiuso». Dietro lo schermo del regime democratico popolare e sotto la direzione e la guida del Partito Comunista Cinese e di Mao Tsetung, malgrado tutti gli sconvolgimenti realizzati dal suo popolo, la Cina continuò a mantenere le sue posizioni di diffidenza, strinse «amicizie», ma congiunturali, chiuse o continuò a tener chiuse le porte del paese alla cultura progressita mondiale e si adoperò a fare sì che ogni cosa, ogni evoluzione, si realizzasse in «un vaso chiuso». Ogni cosa straniera, persino la teoria marxista-leninista, adottata come «idea guida», fu modificata ed assunse forme eclettiche, a loro dire adeguate alle condizioni della Cina.

Anche dopo la vittoria della rivoluzione, la cultura cinese non conobbe uno sviluppo impetuoso, non furono liquidate le vecchie teorie regressive e reazionarie, né furono gettate, come era necessario, solide basi per una cultura nazionale e rivoluzionaria. Il fatto è che dopo la Grande Rivoluzione Culturale,, rivoluzione che perseguiva altri fini, furono lanciate parole d'ordine e creati alcuni «balletti rivoluzionari» che furono considerati dai cinesi come il non :plus ultra, come le basi di una cultura rivoluzionaria.

Tutta la cultura cinese è stata p continua ad essere presa nella morsa della vecchia cultura confuciana. Quello che i maoisti definiscono «cultura rivoluzionaria» è semplicemente quotidiana propaganda politica giornalistica. Le scuole o restano chiuse o insegnano brevi nozioni. La «cultura» è ridotta alla lotta contro Kao Gang, Peng Teh-huai, Liu Shao-chi, Lin Piao, Teng Hsiao-ping, senza dimenticare Confucio, sotto il cui: mantello sono stati riuniti in quest'occasione tutti questi boss..

L'attività ideologica e politica del Partito Comunista Cinese è veramente strana (e non senza ragione). Esso è rimasto chiuso agli stranieri, soprattutto ai partiti comunisti e operai fratelli. Ritengo che questo atteggiamento ha le proprie motivazioni, che sono di principio. «Laviamo in casa i panni sporchi, in modo che nessuno venga a sapere le nostre cose». Nel Partito Comunista Cinese, dalla sua fondazione ad Oggi, sono stati commessi errori di linea che hanno lasciato profonde tracce e che sono all'origine della sua linea tentennante, caratterizzata soprattutto dall'opportunismo di destra. Ma quali sono gli errori effettivamente commessi e di che natura sono? Non c'è nessun documento, nessuna analisi in merito. Ci sono articoli politici con formule generali e l'elenco con i nomi dei «principali elementi antipartito». Il Partito Comunista Cinese non ha ancora un testo ufficiale della sua storia. Esistono frammentari ed episodici scritti elaborati senza alcuna responsabilità, che vengono diffusi oggi e tolti domani dalla circolazione per sostituirli con nuovi scritti, con nuove idee. Pubblicamente si conoscono solo i rapporti dell'8°, 9° e 10° Congresso di questo Partito. Tutti questi documenti, ossia solo questi, vengono considerati giusti; non è stato loro tolto nessun brano, malgrado contengano errori colossali. Tutti questi errori vengono coperti con il nome di Mao, poiché sono stati commessi da Mao, da Liu, da Teng e da Chou e, se vengono corretti gli errori di linea contenuti in questi scritti, che ne sarà allora dell'autorità di Mao, che è stato alla guida del partito?

Ci sono anche quattro volumi degli scritti di Mao del periodo della guerra. Questi sono stati raccolti, «sistemati e rifiniti», e presentati come se avessero per base la teoria marxista-leninista. Questi scritti sono apparsi alcuni anni dopo la liberazione della Cina e si dice che siano stati rifiniti dal filosofo sovietico Youdin, che è stato ambasciatore in Cina. Non ci sono altre opere di. Mao. Si lotta sulla base di queste sue vecchie citazioni eclettiche. Che cosa ha fatto questo «grande teorico» nell'arco di questi anni? Ha espresso giudizi, ha parlato, ha dato soluzione ad una serie di grandi problemi? Quasi nulla di tutto ciò è stato pubblicato. Si propaganda solo il «maotsetungpensiero» equiparato al marxismo-leninismo, e ci sono anche dei lacché di Mao che fra i ritratti dei classici hanno posto il suo subito dopo quello di Engels e prima di quello di Lenin.

Che cosa risulta da tutto ciò? Si nasconde la verità sullo a sviluppo e la lotta del Partito Comunista Cinese e viene pompato artificialmente Mao Tsetung, La megalomania antimarxista cinese è scoppiata, il culto di Mao è diventato uguale a quello di Confucio. Tutto quello che fa Mao, tutto quello che dice, è «giusto». Tutti devono essere convinti di quello che dice Mao. Non è permesso il ragionamento, ma solo il fanatismo.

Ho sottolineato più sopra che, sin dall'inizio, sono stati commessi molti errori di linea dal Partito Comunista Cinese. Ma su quali basi è stato costituito il partito in Cina? Non se ne sa niente. Lo stesso Mao non ha scritto nulla o ha scritto molto poco in merito, ma anche quello che è stato scritto non è stato reso noto. Nei quattro volumi pubblicati, Mao tratta questioni di politica e di linea del partito, della sua organizzazione, si sforza di parafrasare Marx e Lenin e dà a tutte le questioni trattate la vernice di una lezione teorica, mirando con ciò ad educare i quadri, o ad apparire e mostrarsi quale teorico affermato. In essi non si mette in risalto, o lo si fa minimamente, la viva lotta del partito, le lotte di frazione, 1a lotta di classe all' esterno del partito e al suo interno. No, in questi scritti ci sono solo le cosiddette teorie di Mao, ma in realtà non si tratta che di monche parafrasi di Marx e di Lenin. Le idee di Stalin mancano del tutto. In Cina Stalin lo si vede solo in un ritratta, in piazza Tien An Men.

All'interno del Partito Comunista Cinese sono esistite molte frazioni, e ciò è dovuto al fatto che alla base della linea del partito non è stato posto pienamente il marxismo-leninismo. Questa situazione dev'essere esistita sin dalla fondazione del partito, poiché i suoi protagonisti, Mao, Chou En-lai, Chu Teh, per non citare Li Li-san e soci, non erano marxisti ben formati e non hanno nemmeno fatto i necessari sforzi per assimilare il marxismo-leninismo. Essi volevano la liberazione nazionale e sociale della Cina, ma questi compagni non devono aver avuto una chiara visione del comunismo e della sua ideologia.

Il chiudersi della Cina nel proprio guscio ha rinchiuso anche Mao e Chou in quest'ambiente. Non gettavano lo sguardo fuori della Cina e, senza dubbio, le loro nozioni iniziali, che li conducevano verso la rivoluzione, s'intrecciavano con molte concezioni nazionali borghesi, democratiche, progressiste e mistiche. Riguardo la Repubblica di Sun Yat-sen, di cui parlano bene, non vediamo esprimere il minimo giudizio critico in qualche chiaro scritto del Partito Comunista Cinese. Come allora, anche ora le cose sono coperte dalla nebbia, ci sono idee e interpretazioni svariatissime al riguardo, tanto che non rimane che «scegliere e prendere». Sono stati soprattutto gli stranieri a scrivere a proposito di questa epoca rivoluzionaria e progressista. Per i cinesi, il risveglio e la lotta della Cina cominciano e finiscono con Mao.

Sun Yat-sen era una grande personalità che comprese giustamente il valore dell'amicizia con l'Unione Sovietica di Lenin, il quale tese una mano alla Cina dandole aiuto ed appoggio. Il seguito di massa di Sun Yat-sen e del Kuomintang era notevole, mentre il seguito del Partito Comunista Cinese era naturalmente minore dato che era stato creato da poco. Su come ha operato, come si è legato con le masse ed ha lottato il Partito Comunista Cinese in quella situazione, non possiamo parlare con sicurezza, ossia possiamo parlarne solo poggiando su quanto hanno scritto gli stranieri, perché solo questi ultimi hanno fatto delle analisi in proposito; ma le loro analisi sono guidate da altri princìpi e fini su cui non è possibile basarsi. I fatti dimostrano che l'Unione Sovietica, finché furono in vita Lenin e Stalin, difese e sviluppò l'amicizia con la Cina e con il Kuomintang sia quando era vivo Sun Yatsen sia per un certo tempo quando questi fu sostituito da Chiang Kai-shek.

I comunisti cinesi hanno collaborato seguendo questa linea, ma quanto alle modalità e alla misura di questa collaborazione, alle contraddizioni che si manifestarono e perché si manifestarono, possiamo immaginarle, perché siamo marxisti e sappiamo che cosa rappresentava Chiang Kai-shek. Il Partito Comunista Cinese, almeno per quanto sappiamo noi, non ha proceduto ad un simile studio e ad una simile analisi. Nessuna storia del popolo cinese è stata scritta dallo Stato Proletario e dal Partito Comunista Cinese. Tutto quello che abbiamo letto su questo grande problema è dovuto alla penna di storici, studiosi e sociologi stranieri e borghesi.

Ci sono molte cose che non conosciamo, ma sappiamo che il partito Comunista Cinese strombazza in petto che il Comintern ha sbagliato con la Cina, che Stalin ha sbagliato (e, secondo Mao, il Partito Comunista (b) dell'Unione Sovietica ha riconosciuto questo errore), che l'Unione Sovietica aveva dato ia direttiva secondo cui il Partito Comunista Cinese doveva collaborare con il Kuomintang, quando non avrebbe dovuto farlo, ecc., ecc. Tutto ciò è detto negli angoli, nei corridoi e ritengo che con ciò si miri ad innalzare Mao che «non ha mai sbagliato» e a sminuire Stalin «che ha sbagliato».

Che conclusioni possiamo trarre da tutto ciò, di cui non esiste nessuna analisi? Stalin e il Comintern, in linea di massima, non hanno commesso errori sia per quanto riguarda la lotta rivoluzionaria in Cina che l'alleanza del Partito Comunista Cinese con il Kuomintang. Al contrario, sono stati Mao e il Partito Comunista Cinese a sbagliare, non hanno interpretato giustamente né applicato correttamente nella pratica la linea del Comintern. L'alleanza tra queste due forze, comunista e borghese progressista, era necessaria per liberare la Cina dai colonizzatori, dal Giappone militarista. Può darsi che in questa lotta, in questi contatti, uomini come Blucher ed altri delegati del Comintern, che si rivelarono più tardi trotskisti e furono condannati, abbiano sbagliato, ma la linea del Comintern per un'alleanza delle forze progressiste che lottavano in Cina contro il Giappone era giusta. Chiang Kai-shek ha tradito, si è separato dai comunisti, ha tentato di liquidarli, ha indebolito la guerra contro il Giappone e vi ha rinunciato. Si tratta di un problema riguardante un periodo oscuro e complesso e di questo non si può incolpare né Stalin né il Comintern, come fanno i compagni cinesi. «Stalin ha commesso errori», pretende Mao Tse-tung, ma a sbagliare, di fatto, è stato proprio lui e non solo in quel periodo, ma anche oggi continua a commettere molti errori, che stiamo costatando insieme alle loro amare conseguenze. In Cina si continua a dire che Mao non ha mai sbagliato. né ieri, né oggi, e che non sbaglierà nemmeno domani. Per i cinesi questo è tabù: ma una simile affermazione è antinmarxista.

L'atteggiamento di Mao e dei suoi compagni nei confronti dell'Unione Sovietica del tempo di Stalin è sospetto. Egli non è stato giusto e sincero. Durante la lotta di liberazione della Cina, non risulta, almeno a noi, che in modo particolare Stalin, l'Unione Sovietica e il Comintern abbiano manifestato la pur minima ostilità nei confronti della Cina. Kan Sheng, uno dei migliori dirigenti rivoluzionari marxisti-leninisti cinesi, è stato rapresentante del Partito Comunista Cinese presso il Comintern e non ha mai avuto niente da ridire in questo senso.

Abbiamo considerato la Cina del periodo posteriore alla Liberazione .come uno Stato a democrazia popolare, guidato da un glorioso partito comunista con alla sua testa un grande marxista-leninista chiamato Mao Tsetung. Come tutti i nostri paesi, che si liberarono e che instaurarono un regime di democrazia popolare, anche la Cina allacciò stretti legami con l'Unione Sovietica e con Stalin. In seguito, abbiamo appreso molte cose sulle peripezie del Partito Comunista Cinese e del Kuomintang, sulla «Lunga Marcia», sull'amicizia di Mao con ufficiali e giornalisti stranieri, come l'americano Edgar Snow ed altri che si trovavano presso il suo stato maggiore; siamo venuti a conoscenza dei «fruttuosi» contatti di Mao e di Chou con Vandemeyer e Marshall che stavano organizzando la concessione di aiuti americani a Mao e a Chiang, come anche dell'esistenza delle lobbies cinesi a Washington. Queste cose non potevano naturalmente non farci impressione, ma le abbiamo considerate semplici tattiche e non una propensione per gli Stati Uniti d'America, come si manifestò chiaramente in seguito. In Mao vedevamo un comunista, nel suo partito un partito comunista e nella Cina un paese socialista nostro amico, e in primo luogo un paese amico dell'Unione Sovietica e di Stalin.

Finché Stalin visse, Mao si recò una volta a Mosca; incontrò Stalin e conversò con lui. Che cosa gli disse, questo non lo sappiamo; ma non è difficile immaginare che Stalin abbia ricevuto molto bene Mao e che abbia certamente dato alla Cina tutto l'aiuto da essa richiesto. Lo stesso Partito Comunista Cinese ha dichiarato ufficialmente che «sia Lenin che Stalin hanno riconosciuto che il regime zarista ha sottratto alla Cina dei territori che devono esserle restituiti dato che sono suoi». I cinesi resero pubbliche queste dichiarazioni, quando la Cina entrò in conflitto con i revisionisti kruscioviani.

Di conseguenza, da quanto possiamo giudicare, Stalin ha trattato la Cina come un paese amico, socialista, ha trattato la questione delle frontiere fra i due paesi in uno spirito marxista-leninista. ed ha sinceramente considerato Mao come un compagno. Tuttavia alla Conferenza dei partiti comunisti e operai tenutasi a Mosca nel 1957, prima quindi della Conferenza degli 81 partiti, Mao, al fine di appoggiare Krusciov, che stava tradendo il marxismo-leninismo, disse apertamente, in modo sprezzante e ironico, che durante il suo incontro con Stalin si era sentito di fronte a lui «come uno scolaro di fronte al maestro». Con ciò Mao voleva sostenere, come di fatto ha sostenuto, le calunnie di Krusciov sul «culto di Stalin», che avrebbe considerato «questo grande Mao» come un ragazzino. Questo era un attacco di Mao contro Stalin. Affermo ciò con piena convinzione, poiché ricordo il mio primo incontro con Stalin. Ero giovane allora e emozionato, ma Stalin, con il suo comportamento tanto umano, pieno d'affetto e di rispetto per il compagno, mi trattò da pari a pari e la conversazione fu tanto cordiale che mi sentii subito a mio agio. Mao, nel corso di quella conferenza si spinse oltre e diede ragione a Krusciov in merito alla liquidazione del gruppo «antipartito» di Molotov, ecc. e definì anzi Krusciov come «il Lenin del nostro tempo».

Quali conclusioni possiamo trarre da queste azioni di Mao?

La conclusione è che Mao era contro Stalin e, assieme ai suoi compagni, lavorava ad innalzare il proprio culto. Il loro fine era di mettere, nella schiera dei grandi marxisti-leninisti del movimento comunista internazionale, al posto di Stalin, «rovesciato e macchiato» dai traditori,, Mao. Costui pensava che. in compenso dell'aiuto prestato a Krusciov in quest'occasione, questi avrebbe incoraggiato il nuovo culto di Mao e che la Cina sarebbe divenuta il centro della rivoluzione. «Soffia il vento dell' F:st», «l'Oriente è rosso» «Mao Tsetung è il sole che illumina il mondo», questi erano gli slogan lanciati dalla propaganda cinese.

Ma le cose non sono andate come pensava e (desiderava Mao. Il revisionismo sovietico n Krusciov gli hanno voltato le spalle. Mao e i maoisti cercarono di non spingere le cose alle estreme conseguenze, ma queste non potevano sviluzpparsi diversamente. Allora Mao cambiò tattica. Si continuò a portare alle stelle il culto di Mao, quale «grande marxista-leninista», che lottava contro il revisionismo moderno, e, in priimo luogo, contro il revisionismo sovietico, ed allo stesso tempo panche contro l'imperialismo americano e la borghesia reazionsaria mondiale. Una simile lotta era giusta, ragion per cui l'abbiamo sostenuta e i cinesi hanno sostenuto noi. Ma, in reailtà, hanno attuato questa tattica partendo da posizioni non dli classe e seguendo una via non marxista-leninista. I cinesi, con questa tattica, desideravano e si sforzavano di consolidare lre posizioni della Cina nel movimento comunista e fra i popoli del mondo quale «Stato autenticamente socialista, irreconciliabile con i nemici di classe, con i nemici dei popoli che lottavano per la loro liberazione». Nel frattempo Mao e i maoisti dovevano combattere nel loro partito la frazione di destra di Liut Shao-chi, Chou En-lai, Teng Hsiao-ping ecc., frazione che, al 'ombra di Mao, lottava per la restaurazione del capitalismo e! mirava a riportare la politica del partito sulla via dell'amicizia con i kr uscioviani.

Mao Tsetung si trovava fra due fuochi, che in realtà aveva acceso lui stesso per conseguire il suo obiettivo: fare della Cina una grande potenza mondiale. Si trovò così tra i mevisionisti sovietici e la pericolosa frazione di Liu Shao-chi. Fu proprio allora che scatenò la Rivoluzione Culturale, su cui non mi dilungherò qui, poiché ho già detto e scritto molto in merito.

Quale via scelse Mao (poiché qui, secondo me, non abbiamo a che fare con la volontà del partito) per giungere a queste posizioni non marxiste? Cominciò col seguire una linea conformista. Vivo Stalin, la linea di Mao era tutta «amicizia» e «ammirazione» verso Stalin. In quel periodo si coltivava in Cina l'amicizia con l'Unione Sovietica. Dopo la morte di Stalin, Mao dimostrò di essere opportunista e si sforzò di prendere il posto di Stalin nel movimento comunista internazionale. D'altro canto, cominciò anche ad adulare Krusciov per ingannarlo e, naturalmente, lanciò delle critiche contro Stalin. Nel 1956, a Pechino, in nostra presenza Mao difese il revisionista e traditore Tito, essendo anch'egli un revisionista, un liberale, un sostenitore di Krusciov.

Dopo la rottura con Krusciov, quando Liu e Teng erano al potere e avevano in mano i posti-chiave negli organi centrali in Cina, furono pubblicati una serie di articoli ideologici conformi alla linea marxista-leninista contro i revisionisti kruscioviani. Si trattava di articoli teorici e non della solita propaganda contro il revisionismo. Questa era una svolta, naturalmente una svolta positiva, poiché la denuncia teorica del revisionismo contribuiva ad educare il Partito Comunista Cinese. Ma ciò ebbe vita breve. Gli articoli di questo genere sparirono nei cassetti e cominciarono a manifestarsi tentennamenti nella linea. Il Partito Comunista Cinese non proseguì l'educazione delle masse dei comunisti sulla giusta linea marxista-leninista, ma si limitò a pubblicare gli articoli ideologici del nostro Partito. Questo ci faceva piacere, ma noi non volevamo né consideravamo giusto il fatto che la Cina cessaste la polemica contro il revisionismo e si ritirasse dal campo di battaglia. Questa era una testimonianza di nuovi tentennamenti liberali nella linea del Partito Comunista Cinese. Con la pubblicazione dei nostri articoli teorici sulla stampa cinese non si mirava a sostenere la nostra linea marxista-leninista, ma si cercava di creare l'impressione che il Partito Comunista Cinese non aveva camhiato atteggiamento riguardo la linea, si cercava di nascondere la svolta liberale che si stava manifestando e di far credere all'opinione pubblica mondiale che «sono io, la Cina, a dettare questi articoli, questa linea al Partito del Lavoro d'Albania». E la stampa borghese mondiale diceva apertamente che «l'Albania è il satellite della Cina», che «l'Albania è l'altoparlante della Cina», che «la Cina detta il proprio pensiero all'Albania, e questa lo esprime». Questo era un comportamento disonesto, non marxista, da parte della Cina. Ma, fintanto che si propagandavano le idee marxista-leniniste del nostro Partito, noi dicevamo: basta che le cose vadano per il verso giusto. Ma in Cina le cose non andavano per il verso giusto.

Caduto Krusciov, subito venne alla luce la linea opportunista di Mao. Egli ritenne che fosse venuto il suo momento, perciò attraverso Chou En-lai, che si precipitò a Mosca, chiese che anche noi partecipassimo alle «nozze» dei revisionisti. Abbiamo respinto categoricamente questo passo opportunistico, abbiamo respinto sempre categoricamente la proposta cinese di creare un fronte antimperialista comprendente anche i revisionisti». Questa era una testimonianza dell'ardente desiderio dei dirigenti cinesi di ricongiungersi ai revisionisti sovietici, ma da revisionisti miravano attraverso questa via ad instaurare il loro dominio. Ma non ci sono riusciti.

Scoppiò la Rivoluzione Culturale. Questa rivoluzione era il risultato della lotta fra due correnti di destra, liberali, revisioniste per la presa del potere: quella di Mao e quella di Liu. Questa lotta si chiuse con la vittoria di Mao, che accusò Liu e Teng di essere rispettivamente «nemico numero uno» e «nemico numero due». Mao prese Chou al suo servizio, poiché questi, proprio come Mikoyan in Unione Sovietica, era il servo di tutti. Mao si presentò come «salvatore», si atteggiò a «rivoluzionario», poiché stava facendo la «rivoluzione» e accrebbe così la sua fama di «grande marxista-leninista», dato che aveva sconfitto Liu Shao-chi.

Abbiamo sostenuto la Rivoluzione Culturale ed eravamo l'unico partito al potere a farlo. Gli stessi dirigenti cinesi hanno riconosciuto questo grande sostegno p lo hanno propagandato molto.

Naturalmente, la Rivoluzione Culturale, come ho già detto, non si basava su una chiara linea marxista-leninista, poiché il Partito era stato smantellato e non esistevano più nemmeno le organizzazioni di massa. Solo l'esercito con Lin Piao si era schierato fermamente a favore della rivoluzione. Tutto era confuso, le cose procedevano par inertie. Chou andava dove tirava il vento, con una mano reggeva il timone del potere e con l'altra agitava il «libretto rosso» di Mao, preparato da Lin Piao. Durante 1a Rivoluzione Culturale si manifestò una xenofobia tanto violenta che fu appiccato il fuoco alle sedi di ambasciate straniere e furono colpiti i diplomatici, ecc. Anche Chou En-lai stesso era alla guida di queste odiose iniziative, che ricordavano quelle di Suharto in Indonesia.

Teng, Liu e soci furono «abbattuti», ma bisognava riappiccicare i cocci e, di fatto, ce n'erano parecchi. Queste riparazioni furono fatte dal revisionista Chou En-lai, a suo dire secondo le istruzioni impartite dal presidente Mao, il quale, al tempo della Rivoluzione Culturale, scriveva a sua moglie che «i miei scritti saranno utilizzati sia dai rivoluzionari, che dai controrivoluzionari». Mao stesso ammetteva di non avere un' unica via marxista-leninista, ma due e dieci linee, proprio come la teoria «del fiorire di cento fiori».

Il nostro Partito ha fatto tutto il possibile per rafforzare l'amicizia tra i nostri due paesi e i nostri due partiti, ma a varie riprese i cinesi si sono rifiutati di procedere allo scambio di delegazioni di lavoro tra i nostri due partiti. Ogni nostra delegazione veniva trasformata in una delegazione di «amicizia», che si limitava a pronunciare discorsi nei comizi di massa e nei banchetti, durante i brindisi. Noi costatavamo che i dirigenti cinesi non erano favorevoli ad uno scambio di esperienza fra il loro partito e il nostro, avevano paura dei dibattiti politici, ideologici e organizzativi. Questa era una porta che rimaneva chiusa per noi. Io ed alcuni altri compagni, nei colloqui avuti con Chou e Yao Wen-yuan, abbiamo trovato l'occasione di sollevare questioni di partito, prendendo spunto dalla nostra esperienza, ma essi continuavano con le loro solite logore formule. Una sola volta, in occasione di una sua visita nel nostro paese, Chou, questo liberale e opportunista, ci ha rivolto una critica sostenendo che il nostro Partito non sviluppava la lotta di classe. Messo di fronte ai fatti che dimostravano che il nostro Partito, durante tutta la sua esistenza, ha condotto un'aspra lotta di classe sia nel paese che all'estero, come anche all'interno del Partito, egli fu costretto a scusarsi dicendo: «Non conosco bene la storia del vostro Partito».

Per noi non era corretta neppure la linea d'isolamento della Cina sull'arena internazionale. Avevamo esposto ufficialmente i nostri punti di vista a Li Sien-nien, sostenendo che bisognava proseguire aspramente la lotta contro le due superpotenze, mentre con gli altri popoli e paesi la Cina doveva praticare una politica d'apertura, per poter in questo modo dividere i nostri principali nemici e sgominare la loro propaganda fatta di calunnie nei confronti dei nostri paesi. Ma i cinesi continuavano a restare sulle loro posizioni e non seguivano questa motivata via, che era nel loro interesse, nel nostro interesse e in quello degli altri popoli del mondo. I cinesi ci stupivano con i loro atteggiamenti. In quest'occasione, sebbene fossero liberali, si mostrarono sattari. Il liberalismo e il settarismo sono fratelli. La Cina ignorava del tutto l'Europa, manteneva atteggiamenti ostili nei confronti dei paesi dell'Asia e aveva posto come condizione, per l'allacciamento di normali rapporti con diversi paesi, il riconoscimento di Taiwan come parte integrante del territorio cinese. Per quanto riguarda l'Africa e i paesi dell'America Latina, pubblicavano ogni nuova luna un articolo. propagandistico sul «Renmin Ribao». La politica della Cina sull'arena internazionale era rigida, settaria, megalomane, isolata e xenofoba al punto di giungere, come dire, ad un non dichiarato «razzismo giallo».

Mentre eravamo preoccupati per tutto questo, proprio allora scoppiò come una bomba la visita segreta di Kissinger in Cina e i suoi negoziati segreti con Mao e Chou. La Cina cominciò un nuovo periodo, una politica nuova, di nuovo errata, la politica di destra in direzione dell'avvicinamento agli americani, ma che doveva portarla molto più lontano fino ai fascisti come lo spagnolo Franco e il cileno Pinochet.

Risultò chiaro che l'apertura della Cina verso i diversi Stati del mondo non era «ostacolata» dalla questione del riconoscimento dell'isola di Taiwan come territorio cinese. Come per incanto questo problema svani e gli Stati Uniti d'America cominciarono a stringere legami e rapporti con la Cina, senza fare praticamente, sinora, nessuna concessione a proposito di Taiwan. Ci siamo opposti, da compagni, ai legami e agli accordi segreti con gli Stati Uniti d'America e al viaggio di Nixon in Cina, indicando che questa amicizia che i cinesi stavano stringendo con l'imperialismo americano non avrebbe portato nulla di buono, ma solo guai alla Cina, al socialismo e a tutto il mondo. Alla nostra lettera su questa questione, come anche su altre questioni, Mao Tsetung, come ho già scritto, non si è degnato neppure di rispondere.

Perché la Cina ha compiuto questa svolta verso l'imperialismo americano? Per il fatto che Mao e Chou erano dei revisionisti, dei liberali, degli opportunisti e per il fatto che la loro politica era una politica pragmatista che mirava a fare della Cina una superpotenza. Per riuscirvi la Cina doveva, secondo Mao e Chou, appoggiarsi sull'Unione Sovietica revisionista o sull'imperialismo americano. La lotta sui due fianchi non era cosa da Mao. La Cina, sempre secondo lui, «doveva appoggiarsi su una superpotenza per combattere l'altra e farsi togliere le castagne dal fuoco dagli altri». E' quanto ha fatto anche l'Unione Sovietica. Anch'essa si è rifiutata di legarsi alla Cina, poiché, beninteso, non accettava di essere dominata dalla Cina. Dal canto suo, Mao non consegui il suo scopo che era quello di porre l'Unione Sovietica al servizio della Cina. L'Unione Sovietica apri agli Stati Uniti d'America, ricca superpotenza, da cui poteva ottenere crediti per poter così instaurare la sua egemonia. Gli Stati Uniti d'America, dal canto loro, accettarono quest'apertura per realizzare una nuova spartizione delle sfere d'influenza con l'Unione Sovietica e per indebolirla.

La Cina non ha fatto niente di originale. Anch'essa, vedendo che stava fallendo il suo obiettivo nei confronti dell'Unione Sovietica si rivolse agli Stati Uniti d'America, la vecchia amicizia di Mao. Lo stesso Chou En-lai amava la fama e il potere. Entrambi, Mao e Chou, erano revisionisti. Elaborarono la nuova polítíca. Ma sul loro cammino avevano, all'interno, degli avversari, fra cui il principale era Lin Piao. Bisognava quindi eliminarlo e fu eliminato con l'accusa che «ha complottato per assassinare Mao, poi, essendo stato scoperto, ha preso l'aereo per recarsi in Unione Sovietica, attraversando la Mongolia, ma il suo apparecchio è stato abbattuto sulle steppe mongole». Così Lin Piao è stato ucciso come «agente dei sovieticí».

Al 9° Congresso del Partito Comunista Cinese, tenutosi quando Lin Piao era vivo, si è parlato della lotta sui due fianchi, mentre in seguito, al 10° Congresso, dopo l'uccisione di Lin Piao, non si parlò più della politica estera sostenuta da quest' ultimo.

Gli Stati Uniti d'America, divenuti gli arbitri del mondo, potevano manovrare sia con l'Unione Sovietica che con la Cina, sempre, naturalmente, per i propri interessi. Gli Stati Uniti d'America dosarono e continuarono a misurare con oculatezza i loro atteggiamenti nei confronti di questi due paesi, cercando nel contempo di indebolire l'Unione Sovietica e di manovrare in modo da poter anche utilizzare la Cina contro l'Unione Sovietica. Ed è proprio quello che si è verificato. La Cina ha effettivamente abbandonato la lotta contro gli Stati Uniti d'America ed ha intensificato fino all'assurdo la sua propaganda contro l'Unione Sovietica. Dico propaganda, perché articoli ideologici cinesi per smascherare l'Unione Sovietica non ce ne sono. Attualmente, la linea della Cina è: «Il nostro nemico principale è l'Unione Sovietica». Chiunque, anche se fascista, `' si dichiari contro l'Unione Sovietica, è amico della Cina. Cosi, mentre assume atteggiamenti non amichevoli nei confronti del nostro paese che si batte sui due fianchi, sia contro gli Stati Uniti d'America che contro il socialimperialismo sovietico, la Cina ha stretto legami di amicizia con gli Stati revisionisti filoamericani che intraprendono qualche manovra antisovietica. La Cina pretende di aver adottato questo atteggiamento per «rafforzare ed approfondire le contraddizioni». Ma la realtà dimostra che la Cina di Mao è d'accordo con questi Stati, poiché la sua linea revisionista sul piano ideologico e politico è simile. La Cina ha sviluppato rapporti con tutti i paesi capitalisti del mondo e, per quanto la riguarda, si è ufficialmente dichiarata membro del «terzo mondo». Ha spalancato le sue porte ai presidenti degli Stati Uniti d'America, a re, principi, principesse, primi ministri, senatori, gruppi parlamentari, operatori economici, ai porci e alle scrofe. Le porte della Cina sono chiuse solo per le delegazioni ufficiali albanesi.

Il popolo cinese nutre un'amicizia sincera per il popolo albanese e il Partito del Lavoro d'Albania. I revisionisti cinesi non hanno ancora osato attaccare questa amicizia. I principali quadri di destra, i quali, secondo noi, sono al potere in Cina e occupano salde posizioni, stanno danneggiando i rapporti economici che esistono tra di noi. Non ci danno, in pratica, i crediti che ci hanno accordato, rinviano i termini di consegna delle attrezzature destinate alle grandi opere in costruzione, hanno diminuito il volume dell'interscambio commerciale e stanno riducendo al minimo la sfera dei contatti con il nostro paese. In poche parole, i dirigenti cinesi hanno imboccato, nei nostri confronti, la via di Krusciov. Hanno tratto insegnamento dal blocco sovietico, che è stato attuato brutalmente, mentre il loro si realizza gradua1menúe e coperto da atteggiamenti e dichiarazioni ipocrite come «siamo amici, siamo poveri, comprendeteci», ecc. E tutta questa svolta è una svolta di destra, revisionista, socialimperialista.

Questa è la linea di Mao e di Chou En-lai, che hanno riabilitato Teng e preparato il terreno affinché questi prenda il posto di Chou e Chou quello di Mao alla morte di quest'ultimo. Ma il personaggio di «mezzo» dell'«Impero di Mezzo» è morto per primo. Scomparso lui, i «radicali» non hanno accettato Teng e si sono messi a smascherarlo. Ciò ha fatto sì che in Cina, nel partito e nel potere, emergessero due linee, due gruppi rivali, e Mao si trova ora tra queste due strade. Ma è vecchio e non più in grado di agire. Si è verificato quello che aveva predetto nella sua lettera a Chian Ching, secondo cui il «maotsetungpensiero» sarebbe stato utilizzato sia dai reazionari che dai rivoluzionari.

In Cina dunque si sta lottando, ma chi vincerà?! Questo non si sa. I «radicali» hanno in mano solo la propaganda, gli altri la politica estera, l'economia e l'esercito, perché in realtà nulla è cambiato del vecchio corso Mao-Chou-Teng.

Teng continua ad essere nel partito e stanno smascherandolo, ma i suoi compagni sono al potere, la politica con gli Stati Uniti d'America prosegue e fiorisce. La Cina appoggia inoltre tutti i governi e gli Stati reazionari. Il Partito Comunista Cinese consiglia ai marxisti-leninisti, ovunque siano, di unirsi alla borghesia del loro paese, fosse anche fascista, e di difendere le sue alleanze reazionarie, a patto che combatta l'Unione Sovietica revisionista.

Dove va la Cina con questa linea? Verso un nuovo socialimperialismo, verso la presa del potere da parte dei nuovi capitalisti, ma anche dei vecchi, che la linea opportunistica di Mao ha mantenuto al potere, proteggendoli e potenziandoli.

In Cina esistono senz'altro sane forze marxiste-leniniste, ma ritengo che queste forze non possano essere identificate con i cosiddetti radicali. Questi sono contro i destri, ma sono maoisti, liberali, per una coesistenza fra le due linee nel partito. Solo un forte capovolgimento rivoluzionario marxista-leninista salverà la Cina dalla restaurazione del capitalismo.





LUNEDI

24 MAGGIO 1976

CATTIVO COMPORTAMENTO DELL'AMBASCIATORE

CINESE A TIRANA

Mi hanno comunicato che l'ambasciatore cinese, Liu Djenhua, che lascerà la nostra capitale il 29 di questo mese, fa delle visite un po' ovunque nei grandi cantieri ed offre pranzi ai nostri compagni, ecc. Si sta comportando male e in modo non amichevole. Ma quel che è strano in questo è che ha un simile comportamento riprovevole proprio al momento di andarsene. Si direbbe che sta cercando di avvelenare i nostri rapporti, o di annunciare attriti futuri. Non parla affatto della lotta condotta in Cina contro Teng Hsiao-ping. A noi poco importa di questo, con ciò, non fa che dimostrare di essere un uomo di Teng. Si vanta di sapere tutto, di conoscere il lavoro nelle miniere, poiché è sceso «una volta in Cina in una miniera». Con chiunque, e ovunque vada, critica tutti i nostri lavori, dalle fortificazioni militari fino ad un «pezzo di ferro» buttato in qualche canto. Non sono che calunnie miranti a far credere che la nostra gente non lavora bene. L'ambasciatore cinese parla apertamente, persino davanti ad Adil Çarçani, Spiro Koleka e Nesti Nase afferma di essere al corrente di tutto. In altri termini, afferma di propria bocca di lavorare per i servizi segreti cinesi in Albania e di aver creato una rete di agenti con specialisti cinesi.

I nostri compagni hanno dato la meritata risposta a questo revisionista cammuffato sotto il manto di ambasciatore cinese.





VENERDI

28 MAGGIO 1976

IL «MAOTSETUNGPENSIERO»

Esistono Stati socialisti, ma i partiti comunisti e operai che sono alla loro guida non si attengono tutti a posizioni autenticamente marxiste. In questi partiti ci sono elementi marcatamente antimarxisti. Una simile situazione esiste anche in Cina. In questo paese domina il «maotsetungpensiero», che non è l'applicazione coerente del marxismo-leninismo. In esso esistono idee fondamentali errate, opportunistiche e persino revisioniste mascherate. Il «maotsetungpensiero», che guida la Cina, non si batte per la rivoluzione, per l'unità del proletariato e, pur non definendo la Cina come un «grande Stato» e sé stesso come a un «pensiero universale» che sostituisce il marxismo-leninismo, in realtà è proprio quello che sta facendo. Per i cinesi colui che non segue il «maotsetungpensiero» e non lo identifica con il marxismo-leninismo, non è marxista-leninista o non è considerato tale. Il «maotsetungpensiero» ha creato una grande confusione nelle file del proletariato cinese e del proletariato mondiale.

All'interno della Cina regna l'anarchia, nel partito e fra il popolo esistono due o venti linee. Non si sa bene chi ha in mano il potere e chi se ne impossesserà. Il Partito Comunista Cinese non è costruito né si basa sui princìpi e le norme marxiste-leniniste. La dittatura del proletariato non è in atto.

Questa confusione che regna in Cina si è propagata e continua a propagarsi anche a una parte del proletariato mondiale, anche ai partiti comunisti marxisti-leninisti. Molti di questi partiti non sono d'accordo né con il «maotsetungpensiero», né cron le iniziative della Cina, ma non si esprimono apertamente. Questi sono gli effetti del culto di ,grande Stato, conosciuto «co,ne proletario», ma che non lo è; questi sono gli effetti dei culto di Mao, che è Mao e niente di più, e soprattutto non è né Marx, né Engels, né Lenin, né Stalin.

I lacché pseudomarxisti che si sono infiltrati nelle file di alcuni partiti comunisti marxisti-leninisti esaltano il culto dì Mao e lo mettono al di sopra di tutto. Anche la borghesia riconosce il valore della Cina, di Mao, del «maotsetungpensiero» e lo diffonde. Ogni gruppo rivoluzionario, ogni partito comunista marxista-leninista, anzi anche ogni gruppo anarchico, come quello di Sartre, ecc. si vede affibbiare l'etichetta di «maoista» dalla borghesia. Ciò alla Cina e a Mao non dispiace. Essa mantiene rapporti con tutti e li aiuta unicamente perché elogiano Mao ,e seguono la sua politica confusa e disordinata. L'antisovietismo è divenuto il tema dominante della direzione cinese e ciò avviene non su giuste basi ideologiche, ma in nome del «maotsetungpensiero» per dominare il proletariato e il mondo «comunista».

In queste circostanze e animato da queste concezioni, il Partito Comunista Cinese ha. deciso idi non invitare più i partiti comunisti marxisti-leninisti ai suoi congressi, ha fatto suo il metodo degli incontri bilaterali con tutti i partiti marxisti-leninisti, ai quali prnedica il «maotsetungpensiero» e consiglia di attaccare l'Unione Sovietica, ma non gli Stati Uniti d'America; predica loro la collaborazione con la borghesia reazionaria del paese, persino con Franco e Pinochet.

Mao e il «maoismo» sono divenuti un ostacolo dei più seri per l'unità del proletariato mondiale e dei nuovi partiti comunisti e operai marxisti-leninisti. Perciò, a questo nuovo male mascherato, bisogna opporre su tutta la linea la nostra infallibile teoria, il marxismo-leninismo.

Indipendentemente dal fatto che il Partito Comunista Cinese sia un grande partito, il marxismo-leninismo non conosce partiti piccoli e grandi; quindi il nostro Partito si considera suo pari e, quando il Partito Comunista Cinese sbaglia, come sta sbagliando, il nostro Partito, non solo non lo segue nelle sue idee e nelle sue vie errate, ma non esita a combatterlo; per il momento non direttamente ma indirettamente, prendendo posizioni aperte e pubbliche, in modo che tutti distinguano chiaramente in che cosa consistono le divergenze tra il Partito del Lavoro d'Albania ed il Partito Comunista Cinese.

Se il Partito Comunista Cinese non corregge la sua linea e continua ad avanzare sulla via sbagliata, il Partito del lavoro d'Albania, nelrinteresse della rivoluzione proletaria, dovrà polemizzare anche apertamente con esso.





SABATO

12 GIUGNO 1976

LA LINEA CINESE E' UNA LINEA DI DESTRA

Anche per un cinese é difficile capire la politica interna ed estera della Cina. Essa manca di un perno stabile, oscilla tanto da una parte che dall'altra. In certi momenti trova una certa stabilità centrista, poi l'evolversi delle circostanze e le congiunture interne fanno si che essa cambi le sue posizioni in politica estera. Ci sono momenti in cui queste posizioni, giudicate alla luce della teoria marxista-leninista, sembrano giuste, ma, improvvisamente, la bilancia pende dalla parte del liberalismo o del settarismo.

Tutte queste posizioni senza un perno stabile sono accompagnate da discorsi, articoli e citazioni di Mao. Le citazioni di Mao vengono utilizzate per «ogni pietanza», per qualsiasi posizione, sia di destra che di sinistra. Le idee di Mao vengono adattate e tutti sfruttano la sua «autorità» continuando a fare i propri affari. Quindi la «lotta di classe» si sviluppa, ma sulla base di quale ideologia? Sulla base del «marxismo-leninismo», si dice, ma la realtà cinese non lo conferma, poiché lo stesso Mao ha predicato «lo sbocciare dei cento fiori». Ed ì «cento fiori», naturalmente, non hanno lo stesso «colore».

Mao ha preso le parti di Krusciov, lo ha difeso e vantato, perché si mettesse in sella e consolidasse le sue posizioni. Quindi in questa circostanza Mao e Liu Shao-echi avevano le stesse idee, erano d'accordo tra loro p entrambi erano di destra. Questo loro atteggiamento è apparso chiaro anche all'8° Congresso del Partito Comunista Cinese nel 1956. Fu un congresso di destra, e che indicava persino a Krusciov il modo in cui doveva agire. Tuttavia Krusciov rinsaldò le sue posizioni e si mise immediatamente ad attaccare il presunto «culto di Stalin». Voleva prendere due piccioni con una fava: all'interno, sostituire il «culto di Stalin» con il suo culto ed assumere nel movimento marxistaleninista internazionale il primo posto senza dividerlo con nessuno e nemmeno, beninteso, con Mao. Quest'ultimo, dal canto suo, sperava di invertire le parti: fare di Krusciov il suo «alunno», ma Krusciov si rese conto della situazione e adottò un altro corso, cambiando spalla al suo fucile.

Mao si mise, così, ad assumere atteggiamenti quasi «marxisti-leninisti». Alla Conferenza degli 81 partiti a Mosca, i cinesi furono costretti a cambiare il loro discorso e ad accordarlo con il nostro. Diciamo che si misero ad assumere atteggiamenti quasi «marxisti-leninisti» poiché, più tardi, al 21°, 22° e 23° Congresso del Partito Comunista dell'Unione Sovietica, i maoisti tentarono di giungere ad una rappacificazione. Nel frattempo i kruscioviani si erano scatenati, ed è proprio in questo momento chi Mao ed i maoisti cominciarono la polemica. Naturalmente non fummo contenti, poiché vedevamo che Mao incominciava ad avere una giusta visione della situazione». Era il tempo della grande amicizia tra la Cina e noi.

Ma, proprio in quel tempo, stavano facendosi sentire nuo scosse. Liu Shao-chi, Teng Hsiao-ping e .altri loro seguaci cavano, com'è stato detto, di prendere il .potere e di «a arsi con l'Unione Sovietica». Liu e Mao si misero all'o insieme per realizzare questa alleanza, ma ai revisionisti k sciovani, a quanto pare, Liu era più accettabile che Mao. Allora quest'ultimo, vedendo che ogni cosa era nelle mani di Liu e soci, si spostò a sinistra e lanciò l'appello: «Attaccate i quartier generali!» E cosi cominciò la Rivoluzione Culturale e Liu detronizzato. Ciò nonostante, i suoi uomini rimasero ai posti occupavano. Tutti costoro si fecero maoisti, e si posero al seguito di Mao. Chou era il capo del potere e dell'economia, Lin Piao il capo dell'esercito. Allora il partito era smantellato e c’era grande confusione, non si sentiva altro che il nome di in suo nome, tutti e ognuno lavoravano per impossessarsi potere. Mao manteneva per cosi dire «l'equilibrio fra quelli di sinistra e di destra». Nessuna delle parti era marxista-leninista. Lin Piao fu liquidato, Chou En-lai rimase «viceré della Cinae Mao, come sempre, «arbitro».

Dopo il succedersi di situazioni confuse si giunse ad una presunta stabilità, ma ad una stabilità antimarxista. La Cina si legò agli imperialisti americani contro i sovietici e questa posizione la spinse più a fondo sulla via antimarxista, di destra.

E' chiaro che i cinesi e Mao non potevano essere d'accordo con noi. E lo hanno dimostrato e continuano a dimostrarlo con i loro atti. Noi conserviamo il sangue freddo. La Cina virò a destra, Mao e Chou En-lai riabilitarono Teng Hsiao-ping e costui, da «nemico numero due» che era, divenne vicepresidente del Partito Comunista cinese e si stava preparando a prendere il posto di Chou En-lai. Poi Chou morì e Teng non potè divenire primo ministro: venne definito revisionista, traditore. Che cosa non hanno detto e non dicono contro di lui! Accuse stupefacenti. Sembrano fondate, ma sorge la domanda: come mai Mao ha riabilitato quest'uomo? Ed anche dopo queste accuse a carico di Teng non emerge nessun atteggiamento positivo marxista-leninista nella .politica estera ed interna della Cina. Continua la solita grande confusione. Hua Kuo-feng dice che non ci sarà nessun cambiamento nella politica estera della Cina, anzi il precedente orientamento sarà consolidato ancor più.

Sulla stampa Teng è accusato, nel contempo, di centralizzazione e decentralizzazione, è accusato di aver voluto ammodernare l'industria con l'aiuto della tecnologia straniera, mentre la linea di Mao è per la costruzione del socialismo con le proprie forze, e tutto ciò avviene nel momento in cui in Cina grandi complessi moderni vengono costruiti dagli americani, dai giapponesi, dai tedesco-occidentali. Chi ha permesso tutto ciò? Solo Teng Hsiao-ping?! E Chou En-lai che cosa ha fatto?! E Mao, non ha approvato tutto ciò? Dicono di no, Mao non ha approvato niente, mentre in realtà è stato lui a dirigere ogni cosa in Cina.





GIOVEDI

24 GIUGNO 1976

IN CINA NON OPERANO NÉ IL PARTITO, NÉ LO STATO

DEL PROLETARIATO

In Cina continua la solita storia delle lunghe e ripetute critiche contro Teng Hsiao-ping, come se fosse l'unico nemico all'interno del partito. Malgrado tutto, questo nemico «tanto cattivo, tanto infame, tanto astuto» viene mantenuto nel partito, non viene espulso. Perché? Perché non è solo, perché gode di una grande influenza all'interno e all'esterno del partito. Teng Hsiao-ping era il braccio destro di Chou En-lai, che l'aveva preparato come suo successore per condurre la Cina, sotto la bandiera di Mao Tsetung, sulla via opportunistica liberale e per trasformarla in una grande potenza capitalista burocratica. Mao e Chou erano d'accordo fra loro sul piano delle idee, mascherate da formule marxiste-leniniste. Mao enunciava le sue idee, Chou le metteva in atto nell'interesse di entrambi. La lotta frazionista nel Partito Comunista Cinese traeva origine proprio da queste idee liberali, che si erano sviluppate con diversa intensità.

Liu Shao-chi era d'accordo con Mao sui problemi essenziali, ma oltrepassò i limiti, riuscì ad assicurare un potere personale rilevante a sé ed ai suoi uomini, aveva esteso il suo dominio sul partito, l'esercito, l'economia. Mao era sulla bocca di tutti, se ne parlava, veniva «portato alle stelle», ma il suo potere si era indebolito; di questo potere si erano impadroniti gli altri, biu Shao-chi, Chou, Teng, ecc.

A Mao non rimaneva che una via, quella della riconqu is ia del potere. Per riuscirvi doveva appoggiarsi sulla gioventù «romantica», che «adorava» Mao, nonché su Lin Piao, che fece suo successore, cioè si appoggiò sull'esercito. E' da qui che trae origine la Rivoluzione Culturale, che non fece altro che liquidare il gruppo di Liu Shao-chi. Mao mantenne Chou En-lai, perché gli sarebbe stato necessario più tardi e perché in fondo costui nutriva le sue stesse opinioni. Chou era una «banderuola» che andava dove tirava il vento. Tuttavia, grazie a queste piroette, Chou riuscì a rafforzare le sue posizioni, a riunire attorno a sé tutti gli .elementi di destra, i moderati e gli elementi di sinistra. La Grande Rivoluzione Culturale fece effettivamente molto rumore. Fu accompagnata da una propaganda strepitosa, ma in realtà si trattava di una «parata di guardie rosse» per dimostrare la «forza» di Mao e per consacrare la sostituzione del marxismo-leninismo con il «maotsetungpensiero». In realtà, da tempo queste idee si erano impadronite della Cina, ma, in quest'occasione, fu data loro una nuova spinta affinché «dominassero il mondo».

Gli uomini di ogni stampo e idea, e con loro l'anarchia, la confusione, le due linee, «i cento fiori», sotto il manto del «maotsetungpensiero», rimanevano indisturbati, sviluppando e rafforzando le loro posizioni. Lottavano per le poltrone, per il potere e non per il socialismo. In questa fase fu Chou En-lai ad avere la supremazia ed assieme a Mao, «sempre con Mao» e «dietro Mao», liquidò Lin Piao.

Cominciò l'era di Chou En-lai: l'era dell'amicizia con gli Stati Uniti d'America. E perché no? Chou apprezzava l'«agilità» di Krusciov, perciò seguì i suoi insegnamenti a proposito delle alleanze pensando: «Stringiamo amicizia con gli Stati Uniti d'America e indeboliamo i sovietici, seguiamo la strada di Krusciov per modernizzare e armare la Cina, diventiamo anche noi una grande potenza». E questa politica sta continuando.

Chou pensava di essere al colmo della vittoria: aveva in tasca Mao ormai vecchio, poiché costui poteva morire dall'oggi al domani; c'erano alla direzione alcuni suoi avversari, ma la forza di cui disponeva era grande e poteva mettere in ginocchio suoi oppositori. Perciò chiamò in suo aiuto Teng Hsiao-ping e gli insegnò come agire, manovrare, impadronirsi del potere. Chou sapeva che doveva morire di cancro, malgrado ciò ebbe tre anni e mezzo a sua disposizione per «istruire» Teng.

Ma Teng non era tanto scaltro quanto Chou, si inebriò del potere e sfoderò la spada del «dittatore». «O io, o voi», disse Teng. Naturalmente, a Mao non andò a genio questa azione precipitosa di Teng, che stava rovinando la sua politica opportunista delle due linee, della loro coesistenza. E Teng fu rovesciato. Nonostante ciò il suo potere è sempre in piedi, e lui stesso rimane nel partito.

I giornali cinesi sfornano ogni giorno decine di articoli, «mascherando» Teng e la sua deviazione di destra. Ma è dAfficile distinguere chi è di destra e chi di sinistra. Entrambe le parti sono al potere, continuano ad occupare i posti che avevano prima, ognuno continua a lavorare per il proprio tornaconto e a leggere i salmi dei giornali, al punto che tutti quanti ne sono ormai stanchi. Mao ha «consigliato quelli di sinistra» di «non colpire quelli di destra», ma di educarli (come hanno educato Teng!), ha detto loro di non colpirsi a vicenda perché altrimenti «accadranno torbidi in Cina a tutto vantaggio del nemico». Queste direttive sono state date, questo è certo. Lo conferma l'evolversi della situazione.

Inoltre i giornali cinesi hanno scritto che Mao ha detto che «il nemico si trova nel partito». Allora sorge la domanda: chi è questo nemico? Come bisogna combatterlo? Cosa si sta facendo contro di lui? Il viceministro degli esteri cinese, U Gian, ad una domanda del nostro ambasciatore a Pechino in proposito, ha risposto: «Questo è un pensiero profondo del presidente Mao e ci vorrà del tempo per comprenderlo bene». Questo non ci stupisce affatto! E' stato Mao Tsetung a provocare il disordine e la confusione nel partito e non si agisce concretamente per eliminare la melma che si è depositata sulle ruote della «macchina» del partito e della dittatura del proletariato in Cina.

In quel paese non agiscono né il Partito, né lo Stato del proletariato, vi si svolge invece una lotta «attutita» e con formule sui giornali. Il partito e il popolo vedono che la situazione è tale che quelli di destra. i moderati, gli opportunisti; s li amici degli Stati Uniti d'America sono i più forti e, se non oggi domani s'impossesseranno del potere. Aspettano che muoia Mao, a proposito del quale hanno dichiarato che, d'ora in poi, non riceverà più nessuno. Cosa significa questo? Che entrambe le parti si nascondono dietro la sua persona, non escono allo scoperto. E fanno questo per non irritare le masse. Morto Mao, le due o sei parti, tutte con la sua bandiera, lotteranno per impadronirsi del potere. Il perdurare di questa situazione di stallo è a favore della reazione.

In passato abbiamo ritenuto che Mao pensasse ed agisse da marxista, ma vedevamo anche che alcune cose non erano fatte per il giusto verso. Pensavamo che queste non fossero opera di Mao, o che si trattasse di tattiche. Ma da qualche tempo in qua abbiamo una visione più chiara delle cose: Mao non è rimasto fedele al marxismo-leninismo. Se non fosse stato il dirigente della grande Cina, si sarebbe smascherato molto prima. Gli interessi della Cina e del movimento comunista internazionaleesigevano che in questa questione si avanzasse con cautela, ma si è oltrepassato il limite di una ragionevole cautela e se in Cina non trionferà quella parte rivoluzionaria del partito fedele alla teoria di Marx, Engels, Lenin e Stalin, e non al «man tsetungpensiero», allora la Cina scivolerà senz'altro nel pantano revisionista, Si avvierà sulla via di grande Stato capitalista. Le idee di Mao hanno alla loro base questa tendenza teorica e politica, questo stile e questo metodo di lavoro. Nella Cina di Mao, che si atteggia a socialista, ci sono rilevanti sopravvivenze mistiche modernizzate. Vi si è creato uno spirito e una disciplina nella filosofia, nel lavoro, nella vita che con difficoltà si potranno smuovere dalle antiche concezioni confuciane e dal «maotsctungpensiero» che è una amalgama di marxismo-leninismo, di capitalismo, di anarchismo e di tutte le influenze dell'imperialismo e del revisionismo moderno.

La lotta di liberazione nazionale ha portato alla liberazione della Cina, ma l'intero periodo susseguente questa lotta non è stato un periodo chiaro. il marxismo-leninismo rivoluzionario non vi appariva come un filo rosso e non veniva applicato coerentemente. Le idee opportunistiche, la stretta collaborazione con i partiti borghesi, ecc. hanno prevalso nella politica, nell'ideologia, nell'organizzazione dell'economia, nel potere e nell'esercito; si è continuato a fare dei favori ai capìtalisti, i quali sono stati lasciati liberi di svolgere le loro precedenti attività, di guadagnare, di cambiare il loro modo di vita e di lavoro per sembrare «sottomessi»; questi però divennero abili amministratori e finanzieri e divennero il sostegno degli opportunisti. Essi avevano a capo Liu Shao-chi, Chou En-lai, Teng Hsiao-ping ecc. e in certa misura anche Mao Tsetung.

La Cina ci riserva molte sorprese, ma che, a rifletterci bene, non sono «sorprese». Ci toccherà vedere e sentire ancora molte cose.





DURRËS, SABATO

17 LUGLIO 1976

POLITICA PRIVA DI PRINCIPI DEL GRANDE STATO

CINESE

Ho incontrato Behar, il quale è rientrato da Pechino per prendere parte ai lavori del Plenum del Comitato Centrale che si terrà dopodomani, 19 luglio. Egli ci presenta la situazione reale della Cina come molto confusa, mentre secondo la stampa cinese questa situazione sarebbe «eccellente». Prosegue l'euforia, in apparenza, ma si tratta di una falsa apparenza. Una cosa soltanto va bene: il rifornimento della popolazione in generi alimentari e articoli industriali. Ciò può essere la conseguenza del lavoro compiuto e della disciplina nel lavoro che caratterizza il popolo cinese, ma in tal senso può darsi che incida anche il debole potere d'acquisto della popolazione. Il mercato contadino organizzato una-due o tre volte la settimana è molto sviluppato in tutta la Cina. Prodotti come grano, polli, maiali, ortaggi e ogni altra cosa vengono messi in vendita dallo Stato o hanno lasciato libere le cooperative di «autogestrire» i loro prodotti? Credo che quest'ultima ipotesi sia quella giusta.

La lotta politica, ideologica e organizzativa avviene nel modo che avevamo pensato. Lo scontro e i preparativi per scontri ancor maggiori proseguono febbrilmente. Vengono smascherati Teng Hsiao-ping e la corrente di destra; ma anche gli amici di Teng, d'altro canto, senza togliere una virgola alle loro opinioni, pur avendo accettato la parola d'ordine generale, non fanno l'autocritica, si mantengono fermi sulle loro concessioni di destra, soprattutto negli organi del potere, nell'esercito, nell'economia ed anche nel partito. Tutti si sforzano di consolidare le proprie posizioni per prendere il potere alla morte di Mao, il quale, secondo Behar, ha i giorni contati. «Si dice, ci ha riferito Behar, che vengono compiuti degli arresti, ma a finire in prigione sono degli sconosciuti, dei quadri medi e di base. I grossi calibri di destra rimangono al loro posto, a volte perdono forza, escono allo scoperto, a volte vengono nominati sui giornali al fine di dar l'impressione che esista l'armonia».

Sembra che quelli di destra siano i più forti, essi hanno molte chiavi e se ne servono, mentre quelli di «sinistra» hanno in mano solo la stampa e si nascondono dietro il nome di Mao.

La xenofobia è spinta all'estremo anche nei confronti di noi albanesi. Tutti vengono tenuti d'occhio, sorvegliati, non possono recarsi né al cinema, né al .ristorante, se non accompagnati e solo nei .posti stabiliti. I cinesi, a quanto dicono essi, stessi, vengono arrestati se frequentano qualche straniero.

Costruiscono molto dappertutto, edificano grattacieli e grandi complessi industriali moderni. Ricevono crediti dagli Stati Uniti d'America, dal Giappone, dalla Repubblica Federale Tedesca, dalla Francia ecc. I crediti vengono ottenuti in due modi, o per cinque anni da questi Stati, o dalle banche private' capitaliste, le quasi finanziano gli investimenti, e il debito vieng saldato dopo un periodo di tempo più lungo, unitamente al rispettivo tasso d'interesse. Hong-Kong è divenuta il centro del finanziamento capitalistico della Cina.

Il popolo cinese ha una buona opinione di noi, dell'Alba, nia, ma al nostro fianco si sta portando al cielo la stella d Romania, soprattutto, e quella della Jugoslavia. Le direzioni questi due paesi, quali covi di spie degli imperialisti-revisionisti esercitano un grande ruolo corrosivo anche su quel poi di soci lismo che può esser rimasto in Cina. I revisionisti romeni jugoslavi lavorano alla distruzione della Cina sotto la maschera dell'antisovietismo.

Non è possibile parlare di buone relazioni politiche con noi, ogni cosa è una maschera, una facciata. «Belle» parole e slogan, ma senza alcun contenuto. Fra le masse del popolo le cose vanno un poi diverssamente, l'eco della nostra amicizia viene fatta morire come unn fuoco di paglia, spento da pompieri d'ogni sorta e d'ogni colorre. Tuttavia in Cina abbiamo anche degli amici. Hanno detto a i Behar che al vertice della direzione cinese si sta discutendo a prroposito dell'Albania. Alcuni dirigenti avrebbero sollevato la questione: «Perché si ostacolano le forniture e perché non si nmantengono gli impegni assunti nei confronti dell'Albania? Perrché ci comportiamo cosi con l'Albania, nostra amica, mentre i invece con i paesi che appena conosciamo ci mostriamo pront.ti?!». Un funzionario della direzione degli investimenti all'esterco ha detto inoltre a un nostro compagno: «Abbiamo ricevutoo un ordine: ogni cosa che riguardi gli altri possiamo discuterl,la, ma quanto ai problemi dell'Albania no, poiché quelli li sttudia la direzione».

In questo modo si pressentano in breve alcuni aspetti della situazione in Cina. Abbiamno seguito tutti questi sviluppi e queste evoluzioni. La politica estera della Cina non è minimamente cambiata: amicizia con gli i Stati Uniti d'America, contro i quali quasi non si parla afifatto; con i sovietici si conduce soltanto una lotta politica che non li si smaschera ideologicamente; amicizia persino con i faascisti, basta che dicano una .parola contro l'Unione Sovietica. Una politica priva d'ogni principio, antiproletaria, antimarxistaa, revisionista, politica di «grande Stato» in via di costruzione.





POGRADEC, GIOVEDI

29 LUGLIO 1976

CON NOI I CINESI SEGUONO LA TATTICA DEL

«TIRA E MOLLA»

La Cina sta attivizzando considerevolmente la sua propaganda a favore della Jugoslavia, per non parlare della Romania, con la quale, in tutti i sensi, dimostra unità di pensiero in campo politico, ideologico, partitico e statale. Delegazioni d'ogni natura di questi due paesi vanno e vengono dalla Cina in gran numero. La Jugoslavia e la Cina hanno stabilito anche rapporti di partito, ma 1i camuffano per opportunità, poiché sia per i cinesi non è una buona cosa, sia per gli jugoslavi, per il momento, non è conveniente un contatto aperto a livello di partito con i cinesi.

Tito, in modo mascherato, sta lavorando per minare il marxismo-leninismo in Cina, come fa ovunque trovi un terreno adatto. I cinesi accettano anche delle pratiche oltraggiose da parte degli jugoslavi, mi riferisco alle forme in cui si svolgono i ricevimenti diplomatici. Qui le due parti si sono messe d'accordo: i titini si preoccupano di non provocare la collera dei sovietici e i cinesi hanno piena fiducia nelle tattiche e nella strategia «antisovietica» dei titini. Perciò, a partire dal primo ministro Bijedic, a Mahmut Bakalli e a Kosta Nagy, si recano tutti in Cina e vi vengono accolti cordialmente, anzi i cinesi li portano anche al confine con l'Unione Sovietica perché possano vedere i capisaldi strategici cinesi. I nostri compagni non li hanno mai portati in questi luoghi. Mahmut Bakalli è stato accolto con grandissimi riguardi, come «figlio» del Kossovo albanese.

I cinesi, che sono contrari alla linea del nostro Partito e del nostro Stato, ci hanno raccomandato apertamente di allearci con la Jugoslavia (lo ha detto Chou En-lai a Beqir Balluku), il che vuol dire che hanno riesumato la vecchia storia, il sogno dei titini di fare dell'Albania la settima repubblica della Jugoslavia. I giornali cinesi pubblicano ogni giorno notizie sulla Jugoslavia, sostengono la sua politica, incensano apertamente Tito con termini pieni di elogi. Mao Tsetung non Ira affatto cambiato parere su Tito, da quando disse a me e a Mehmet: «Tito non ha colpa, la colpa è stata di Stalin e del Comintern». Ma Stalin era e resta un grande marxista, mentre Tito e Mao, sono dello stesso colore, ma non rosso.

Un giorno, quando apparirà chiaramente che cosa è stato realmente Mao, sorgerà l'interrogativo: perché lo abbiamo definito «grande marxista-leninista»? E' vero che abbiamo detto questo, ma senza esserne pienamente convinti. Allora siamo forse stati opportunisti? No, noi abbiamo sempre desiderato il bene del popolo cinese, del Partito Comunista cinese, che difendevano pubblicamente Stalin, ed anche dello stesso Mao.

I cinesi e Mao hanno combattuto, ma la loro linea dopo la liberazione conteneva elementi spiccatamente opportunistici, liberali. Noi ritenevamo che questi atteggiamenti sarebbero stati temporanei. Dopo la morte di Stalin, Mao si mostrò «moderato» nelle sue critiche contro Stalin, ma entusiasta nei confronti delle azioni di Krusciov. Più tardi fece chiasso contro Krusciov e noi credemmo che si fosse messo a posto, ma egli faceva ciò per vari motivi congiunturali e ideologici che lo spingevano a questa rolteface. Quando cominciò la Rivoluzione Culturale, il nostro Partito ritenne che dovessimo difendere con tutte le nostre forze la Cina e Mao, minacciati dalla reazione e dai revisionisti. Noi continuammo a definirlo «grande marxista-leninista», ma eravamo contro l'esaltazione del suo culto, strombazzato in maniera disgustosa dai cinesi. Noi rifiutammo di riportare e di pubblicare le grandi idiozie dei cinesi. La mia opinione a proposito di questi atteggiamenti non marxisti dei cinesi e di Mao l'ho espressa dettagliatamente in note scritte al riguardo sulla Cina.

Specialmente dopo la Rivoluzione Culturale, la politica estera della Cina e altre iniziative del Partito Comunista cinese sono risultate in contrasto con la nostra linea. Noi avevamo adottato una tattica corretta e la nostra linea veniva esposta pubblicamente a proposito di ogni problema. Essa era contraria alla linea del Partito Comunista cinese, dello Stato c:.nese e di Mao. Tutti notavano questa divergenza, ma con ciò noi intendevamo influire positivamente sulla Cina, affinché modificasse il suo atteggiamento. Abbiamo inviato lettere ufficiali a Mao Tsetung, ma questi non ci ha neppure risposto. Al contrario, i cinesi ci hanno ridotto gli aiuti al minimo e ricorrendo a parole d'ordine e slogan cercano di dar l'impressione che nulla sia accaduto nei rapporti fra i nostri due partiti á paesi mentre in realtà è successo qualcosa di grande, ma i cinesi si comportano con noi seguendo la tattica del «tira e molla».



POGRADEC, MARTEDI

17 AGOSTO 1976

IN CINA SI SONO MANIFESTATE «CENTO CORRENTI»

E «CENTO SCUOLE»

Spesso i compagni mi chicono: Quante correnti ideologiche esistevano in Cina al tempo della Rivoluzione Culturale e di che corrente era Mao? Naturalmente è necessario che io faccia conoscere ai compagni la mia opinione, per quel tanto che può essere giusta; però questa miq opinione non ,posso esprimerla a vanvera, ma basandomi su quanto è accaduto in Cina e sforzandomi di analizzare questi dati nell'ottica del materialismo dialettico e storico.

Ho sempre seguito con attenzione gli avvenimenti in Cina traendo le mie conclusioni, Che ho buttato giù sulla carta per tempo. Ho agito in questo modo perché la Cina e il suo Partito Comunista avevano una grande missione da svolgere nel mondo e nel movimento comunista internazionale.

In Cina si sono manifestate «cento correnti» e «cento scuole». Questo lo ha detto Mao Tsetung in persona, il quale aveva lanciato il motto: «Che cento fiori sboccino, che cento scuole contendano». Questo è vero home uno più uno fa due. Quindi Mao Tsetung non solo ammetteva «cento correnti e cento scuole» nel socialismo, ma lasciava che si sviluppassero anche in «coesistenza pacifica», Va da sé che la teoria «dei cento fiori e delle cento scuole» è revisionista. I revisionisti moderni attuali dicono che «dobbiamo andare al socialismo con tutti i partiti, anche con quelli di estrema destra», cioè con i fascisti.

Mao Tsetung mette in pratica questa idea nel momento in cui il Partito Comunista Cinese detiene il potere e «guida la costruzione del socialismo».

Com'è suo solito, il «grande timoniere» parla dalla «vetta dell'Olimpo» e dice quel che gli passa per la testa. Ad un tratto gli può passare per la testa un altro pensiero, quello di eliminare «i cento fiori e le cento scuole», così come si distruggono le erbacce. Ma naturalmente questa «eliminazione» non dipendeva più dalla «testa di Zeus». «Le cento scuole e i cento fiori» hanno continuato a svilupparsi, ma in due «giardini»: nel «giardino» di Liu Shao-chi e ,nel «giardino» di coloro che hanno fatto la Rivoluzione Culturale.

Liu Shao-chi, Chou En-lai, Teng Hsiao-ping, Pen Chen e altri facevano parte dell'ala destra del Partito Comunista Cinese. Questo gruppo aveva raccolto «i cento fiori e le cento scuole» sotto il suo ombrello e dominava la Cina. I principali membri di questo gruppo avevano preso le redini del partito, dell'esercito, del potere, dell'economia e delle organizzazioni di massa, mentre «Zeus», sull'Olimpo, aveva le «chiavi del pagliaio». Un giorno si svegliò e disse: «Questa gente mi farà la forca», perciò si appoggiò al gruppo composto da Kan Sheng, Lin Piao, Chen Po-ta e altri e scatenò la Rivoluzione Culturale, dando l'ordine: «Attaccate i quartieri generali!», cioè il gruppo di destra. Ma questa rivoluzione fece nascere anche nuovi dirigenti: Chang Chunciao, Wang Hun-ven, Chian Ching, Yao Wen-yuan e altri.

E la Rivoluzione Culturale, con le «guardie rosse» e con i milioni di soldati che Lin Piao aveva vestito con panni civili, attaccò i quartieri generali e vinse. Chou En-lai cambiò camicia, sgusciò come un'anguilla e si sottomise a Mao, perciò rimase indenne al suo posto, salvandosi dall'epurazione. Dopo aver «salvato la situazione», Mao risalì sull'«Olimpo» e Chou cominciò ad organizzare il lavoro in «terra». Chou aveva bisogno di liquidare Lin Piao, perciò, come fu come non fu, si ordi ,un intrigo o si fece un complotto, Lin Piao venne liquidato. Kan Sheng invece si ammalò e morì. A Chou non restava cosi che liquidare i giovani. A tal fine egli lavoré sistematicamente e in ciò fu aiutato da Mao, riunì tutti gli elementi di destra, a suo dire, sotto la bandiera di Mao, riabilitò Teng Hsiao-ping e lo pose su un piedistallo. Mao, come da un palco di teatro, guardava «come si accapigliavano in platea aspettando di vedere chi avrebbe avuto la meglio».

Mao è stato ed è un centrista, uno spettatore, un marxista-leninista à l'eau de rose, come si dice in francese.

Il «grande timoniere» sarà «equanime» nel giudicare, egli agirà come 1a borghesia nell'amministrare la «giustizia», simbolizzata da una «bella» donna dagli occhi bendati e a cui hanno messo in mano una bilancia «estremamente precisa», che sembra «imparziale».

Staremo a vedere come si svilupperà ora questa situazione. E' un nostro dovere di partito seguirla ed essere vigilanti.



MARTEDI

24 AGOSTO 1976

I CINESI CI STANNO CREANDO DIFFICOLTA'

Maqo Bleta, viceministro déll'Industria e delle Miniere, che si trova in Cina, ci informa delle difficoltà createci dai cinesi e del rinvio dei termini di costruzione o di ultimazione di alcuni impianti del Complesso siderurgico. A tale proposito essi prendono a pretesto il grave terremoto del luglio di quest'anno che ha colpito Tangshan, nel Fe Nang, il quale, benché, come dicono, sia stato estremamente violento, non ha alcuna relazione con questi impianti.

Penso che dobbiamo accettare le proposte motivate, mentre a proposito delle altre cose che vengono rimandate sine die, da parte nostra si faccia presente che non siamo d'accordo, anche se non possiamo farci nulla; non accettiamo per valida la «ragione» che il terremoto avrebbe costretto i cinesi a differire l'esecuzione di queste opere. Per il resto firmeremo i protocolli, senza menzionare il terremoto. Nel caso che insistano in merito, dica loro che non firmiamo il protocollo e rientri in Albania, dopo aver lasciato una lettera di spiegazione in merito.

Oggi è venuto a trovarmi a casa il compagno Behar Shtylla che domani rientrerà in sede, a l'echino. Naturalmente abbiamo parlato della situazione in Cina e dello stato delle nostre relazioni con i cinesi.

Ho fatto a Behar una sintesi di quel che pensiamo noi della linea politica e ideologica del Partito Comunista Cinese. Behar ha le idee chiare in merito. Noi seguiamo la nostra linea indipendente e aperta e, benché non facciamo mai parola della linea cinese, tutti vedono le contraddizioni fra la linea del nostro Partito e quella del Partito Comunista Cinese. Non v'è alcun dubbio che vedano ciò anche i cinesi, che non sono d'accordo con la linea marxista-leninista del nostro Partito. Essi sono freddi, anzi sono in collera con noi. Non lo dimostrano apertamente, ma in realtà agiscono contro di noi esercitando delle pressioni. Ritardano e soprattutto rinviano la realizzazione delle opere previste, inoltre non ci danno i crediti e non realizzano gli accordi economici, coneretizzati nei contratti che abbiamo sottoscritto. I cinesi credevano di averci alla, loro mercè. Hanno desiderato e desiderano vederci dipendere da loro e seguire il loro corso antimarxista. Questo però non è successo e non succederà. Ciò nonostante i cinesi, con le loro concezioni di grande Stato, ritenevano che noi avremmo seguito la loro linea filoamericana, filoreazionaria. Essi pensavano inoltre che noi avremmo sostenuto il Mercato Comune Europeo, l'«Europa Unita», Tito, Ceausescu, Pinochet e Franco. Ma hanno fatto i conti senza l'oste!

Cosi come i sovietici, anche la direzione cinese è ricorsa alle pressioni contro di noi. Per prima cosa ha cominciato con le pressioni economiche, ma non ha agito allo stesso modo dei sovietici. I cinesi non ci hanno tagliato i crediti, ma ce li hanno differiti, ridotti. «Non abbiamo disponibilità, siamo poveri», ci dicono, e ammantano queste loro affermazioni di slogan ipocriti come «siamo amici», «la nostra amicizia è indissolubile» e un sacco di altre panzane del genere. Tutto questo avviene per il fatto che la loro linea, in politica estera e interna, non si basa sul marxismo-leninismo, ma sul «maotsetungpensiero», che non collima con la linea del nostro Partito né riguardo l'ideologia, né la politica, né l'organizzazione. Il «maotsetungpensiero» è una corrente opportunistica, liberale. E questo lo si vede chiaramente in tutti gli atteggiamenti e in tutte le azioni dei dirigenti cinesi.

I ,cinesi (parlo della direzione e non del popolo e della massa dei comunisti) sono astuti e ipocriti. Quando hanno bisogno di te, ti lavano e ti ungono, quando non sei più utile e non sei d'accordo con loro, ti piantano in asso. Quando noi ci battevamo contro Krusciov, i cinesi non ci sostennero, ma badarono a «salvare capra e cavoli», poiché accarezzavano l'idea che Krusciov avrebbe accettato Mao come capo supremo. In seguito, vedendo che Krusciov li teneva a distanza, Mao e i suoi compagni si mostrarono molto calorosi nei nostri confronti, e così il nostro paese e il nostro Partito vennero intensamente propagandati fra il loro popolo. Questa è stata una vittoria ed anche attualmente resta pur sempre una grande vittoria per noi. Anche adesso la direzione cinese non ha il coraggio di attaccare questa vittoria, ma la «rosicchia» sotto terra, come un topo.

Assettata di egemonia, come una grande potenza, la Cina, dopo la liquidazione di Lin Piao, imboccò il corso filoamericano, filooccidentale, al fine di combattere contro l'Unione Sovietica. La Cina si appoggia agli Stati Uniti d'America e questi si appoggiano alla Cina, la quale mira a far sì che scoppi la guerra con l'Unione Sovietica.

Se in Cina non avverrà una svolta radicale nel senso marxista-leninista' rivoluzionario, le relazioni albano-cinesi si deterioreranno per colpa dei dirigenti cinesi.

E' possibile che essi non si schierino apertamente contro di noi, ma certamente continueranno con le pressioni economiche. Noi, naturalmente, prenderemo dei provvedimenti e con le nostre forze (e di forze ne abbiamo) faremo fronte ai sabotaggi che i cinesi potranno compiere a nostro danno.

Ho detto a Behar che in Cina, come sa anche lui stesso; regna il caos, la lotta fra le due linee ed è difficile dire chi sia il più forte e chi vincerà. Si potrà forse arrivare ad un compromesso opportunistico e dopo Mao preparare un nuovo «Mao», che attui il dosaggio e il bilanciamento della linea, la conciliazione fra gli irreconciliabili, la «marcia» verso il socialismo con «cento fiori», con molte linee e in armonia per presentare una Cina egemonistica con una vernice rosa.





LUNEDI

30 AGOSTO 1976

QUESTA SITUAZIONE NON É NE NORMALE, NÉ

RIVOLUZIONARIA

Le notizie provenienti dalla Cina somigliano al rumoreggiare che proviene dal fondo del mare che, benché non si veda, di ratto esiste. In superficie sembra che si faccia una quotidiana propaganda contro Teng Hsiao-ping, una propaganda sfrenata, ma cosa si dica contro di lui e di che cosa si parli, questo lo tengono segreto, chiuso nel partito. Una simile situazione non è affatto normale, non è rivoluzionaria.

La propaganda contro gli elementi di destra, secondo lo s:ogan di Mao «la borghesia è all'interno del partito», sta ribollendo, tuttavia questa destra, questa borghesia, fa compleI amente i propri comodi nei posti di responsabilità che occupa. Una simile situazione non è affatto normale, non è affatto rivoluzionaria.

Si fa un gran parlare della lotta di classe, si parla e si scrivono articoli sulla dittatura del proletariato, ma non si vede né svilupparsi la lotta di classe, né operare la dittatura del proletariato, poiché non si colpiscono i nemici. Una simile situazione non è affatto normale, non è affatto rivoluzionaria.

Sembra che le correnti in contrasto abbiano occupato le poltrone ed una parte abbia in mano i microfoni e la stampa, e l'altra abbia in mano l'economia e il fucile. La prima appare nervosa, la seconda tranquilla, naturalmente, poiché ha il fucile. Mao non lo si vede apparire fla nessuna parte a parlare, a dare il tono, ad impartire direttive. Solo i microfoni e i giornali diffondono e riportano alcuni suoi slogan, tutti a doppio taglio, tutti facilmente utilizzabili sia da quelli di sinistra che da quelli di destra. Non si mette neppure in rilievo l'occasione in cui Mao ha lanciato queste parole d'ordine e questi slogan, che cosa lo ha spinto a farlo e contro chi li abbia diretti. Nulla. Tutto questo somiglia alle parabole degli evangelisti.

Come si vede, alla Cina non si prospetta un buon avvenire. Ritengo che vi saranno dei «taifun», come dicono i cinesi. Ma, chi mai verrà spazzato via dal tifone: quelli di sinistra o quelli di destra, i reazionari di Chou, di Teng, di Li Siennien, o i nuovi dirigenti, Wang Hun-ven ed i suoi compagni?

Oggi, in superficie, i nuovi dirigenti sembrano forti, ma sott'acqua incalzano le ondate del :grande oceano cinese e, a mio avviso, gli uomini di Chou e di Teng, seppure non apertamente, godono dell'appoggio di Mao, poiché le sue idee opportunistiche e liberali sono loro di enorme aiuto. Basta che non li tocchi nessuno, e il «megafono» strepiti pure. I destri aspettano la morte di Mao e allora certamente entreranno in azione.



SABATO

4 SETTEMBRE 1976

I CINESI NON RISPETTANO I LORO IMPEGNI RIGUARDO

GLI IMPIANTI DEL COMPLESSO SIDERURGICO

Il compagno Maqo Bleta ci comunica per radiogramma che i cinesi non accettano di cedere su nessun punto riguardo le infondate posizioni relative alla firma dei protocolli e alle forniture entro i termini fissati, secondo gli impegni assunti in precedenza, per gli impianti del Complesso Siderurgico. Essi, a quanto pare, cercano di spaventarci con la mancata realizzazione degli impegni assunti per il Complesso Siderurgico. Con il pretesto del terremoto che ha colpito la Cina, intendono compiere un voltafaccia di 180 gradi nei rapporti d'amicizia con il nostro paese. Per loro l'amicizia, a quanto è dato di capire, perseguiva altri obiettivi, serviva a superare i momenti di difficoltà, mentre da parte nostra si è trattato di un'amicizia sincera.

Comunque sia, Maqo Bleta darà loro una risposta risoluta e marxista.



DOMENICA

5 SETTEMBRE 1976

RICATTI E BLOCCO ECONOMICO DELLA CINA CONTRO

L'ALBANIA

Le azioni non amichevoli, per non dire ostili, della Cina nei confronti del nostro paese si fanno sempre più numerose. 1 cinesi ritardano in modo aperto e scandaloso le importazioni e le esportazioni al fine di danneggiare la nostra economia e di metterci in difficoltà.

Sino ad agosto i cinesi hanno realizzato solo il 22 per cento delle loro esportazioni dirette a noi, mentre noi abbiamo realizzato il nostro piano d'esportazione verso la Cina per oltre l'80 per cento.

Le nostre importazioni dalla Cina sono costituite da materiali di prima necessità per la nostra industria, tutti ufficialmente contrattati in clearing. Le nostre merci sono state tutte inviate, cosicché, se non vado errato, con la Cina abbiamo un bilancio attivo a nostro favore. Questa è una cosa vergognosa da parte dei cinesi ed è chiaro che essi ci stanno sabotando. Siamo stati costretti a dire al nostro ambasciatore a Pechino, Behar, di prendere contatti con il ministro cinese del Commercio Estero, Li Chian, e di protestare. Behar lo ha incontrato, gli ha esposto dettagliatamente la situazione e lo ha «pregato» di disporre l'adozione di provvedimenti urgenti per l'invio delle merci. Le nostre navi, come la «Mora», aspettano sino a 120 giorni nei porti cinesi per essere caricate, cosa che si può fare in 5 giorni.

Il signor Li Chian ha ascoltato quel che gli ha detto Behar, ma ha fatto finta di non essere al corrente dei fatti (il che è una vile menzogna), gli ha promesso che se ne sarebbe interessato e che gli avrebbe dato una risposta la prossima settimana.

I cinesi impiegano nei nostri riguardi abietti metodi mercanteschi, che nessun paese capitalista o revisionista pratica. La Cina sottoscrive gli accordi commerciali con la sua «amica» Albania in due tappe: una parte da realizzare nel primo semestre e l'altra nel secondo semestre dell'anno. Ciò significa che le merci contrattate nel primo semestre dell'anno dovrebbero pervenirci verso la fine dell'anno e quelle contrattate nel secondo semestre durante il primo semestre dell'anno successivo. Secondo questa pratica noi consegnamo ai cinesi le nostre merci entro l'anno, mentre le loro ce le consegnano dopo un anno e mezzo o .più tardi ancora. Perciò le merci del secondo semestre di quest'anno non hanno neppure cominciato ad arrivarci dalla Cina. Alla richiesta di Behar di invio dei gruppi di lavoro albanesi in Cina per svolgere dei colloqui, Li Chian ha risposto: «Vedremo se ci sarà possibile riceverli prima del mese di dicembre». In altre parole, con ciò egli intende dire che il commercio con la Cina, che essi hanno ridotto sino al 300/0 del precedente volume annuale, scenderà ancora più in basso, al 15%. Questo è un modo di agire apertamente ostile.

D'altra parte, la nostra delegazione industriale, che si è recata a Pechino per risolvere le questioni inerenti il Complesso Siderurgico, da quasi tre mesi è oggetto di ricatti e di pressioni arroganti da parte dei cinesi. Questi, in altre parole, non intendono consegnarci importanti reparti del Complesso, perciò non stabiliscono alcuna data, vogliono tenerci sospesa sul capo la spada di Damocle. E tentano di coprire tutti questi loro fini con frasi, come «non abbiamo ancora assimilato la tecnologia di questo e di quello». Sono tutte menzogne, poiché nel programma di lavoro inviatoci in precedenza, si indicava che la loro delegazione «assisterà alla entrata in funzione del laminatoio» ecc.

Oltre a ciò, i cinesi tentano di imporci a loro piacimento il testo dei protocolli che firmeremo e insistono perché vi venga incluso anche il fatto che «il terremoto verificatosi in Cina può rendere difficili le consegne e gli amici albanesi devono capirci» ecc. Nei colloqui svoltisi fra le due parti, di fronte alle loro pretese arroganti, come «noi abbiamo il diritto di parlare, poiché siamo i fornitori», i nostri hanno risposto come si deve: «Noi firmeremo i protocolli che per le cose su cui siamo d'accordo. Se voi volete segnare in un allegato i vostri punti di vista, noi del pari vi segneremo i nostri». I cinesi, dice Maqo Bleta, sono rimasti scossi quando ci siamo espressi in questo modo e hanno chiesto «di riparlarne al fine di non aver delle divergenze». La faccenda è rimasta ferma qui.

D'altro canto il viceministro degli Esteri cinese, U Gian, ha chiesto a Behar di accettare l'invio di delegazioni d'amicizia, culturali ecc. in questi mesi, ma tutto questo i cinesi lo fanno per nascondere le loro azioni ostili e per presentarsi con iniziative pseudoamichevoli, quindi, si sforzano di salvare le apparenze, mentre d'altra parte stanno minando la nostra amicizia.

Quanto al nuovo ambasciatore cinese che da parecchi mesi tarda a venire, poiché a loro dire sarebbe stato «malato», U Gian ha detto a Behar che verrà in Albania verso il 15 di settembre. «Benché non si sia ancora rimesso, ha detto U Gian, verrà, e poi vedremo, potrà forse rientrare nuovamente in Cina per un periodo di riposo», ha concluso.

Che viene fuori da tutte queste iniziative ostili dei revisionisti cinesi? Le stesse infamie commesse nei nostri confronti dai revisionisti sovietici, con la sola differenza che i sovietici hanno rotto le relazioni con noi in modo brutale, mentre i cinesi vanno avanti a furia di sotterfugi e di «tira e molla». La loro tattica consiste nel «lasciare all'altro l'iniziativa della rottura». A quale obiettivo tendono con questa tattica i revisionisti cinesi? Essi vedono che il nostro Partito segue apertamente una via giusta, marxista-leninista, ma ai cinesi questa via non piace, essi desiderano che noi seguiamo la loro via revisionista e di tradimento. Noi non lo faremo mai, ma continuiamo e continueremo a seguire la nostra giusta via che è in contrasto con la loro. Essi non hanno il potere di imporci i loro desideri e la loro linea, perciò con i tentativi che fanno vengono smascherati.

I cinesi, dunque, hanno cominciato con i ricatti e le pressioni economiche, allo scopo di intimorirci e di piegarci e, nonostante le nostre prese di posizione, essi non hanno messo giudizio ma pensano e agiscono da grande Stato revisionista. Come ho scritto anche in precedenza, Chou ha parlato con Beqir Balluku per indurlo a fare quel che ha fatto. Lo stesso aveva fatto con Abdyl 'Këllezi. Certamente i cinesi si sono molto arrabbiati per il fatto che abbiamo eliminato i loro amici e, proprio quando abbiamo eliminato i traditori, essi hanno iniziato ad intensificare le pressioni economiche.

Ora noi convocheremo il 70 Congresso del Partito. Essi sanno bene che vi esporremo la nostra linea, una linea aperta, in contrasto con quella dei cinesi, senza alcun diretto riferimento a loro; ma per tutti sarà chiaro che fra i nostri due partiti vi sono delle contraddizioni di principio su una serie di problemi chiave.

I cinesi fanno tutto quello che ho menzionato più sopra per esercitare pressioni affinché noi non parliamo al Congresso della nostra linea cristallina. Ma essi si illudono e sarà peggio per loro. Noi non temiamo nessuno. Noi siamo sulla via giusta, che siano loro a tremare?

Si comprende anche la ragione per cui essi intendono inviare delle delegazioni di «amicizia» prima del Congresso. Si tratta di un'astuzia cinese, con cui essi vogliono dire: «Noi vi gettiamo fiori, voi ci lanciate sassi».

In questo modo si spiega anche quello che U Gian ci dice a proposito dell'ambasciatore cinese, che «è possibile che rientri in Cina». Egli fa questa allusione: «Se voi continuate a seguire la vostra strada, noi ritiriamo l'ambasciatore», col pretesto che «è malato» e le relazioni fra i due paesi andranno allora a rotoli, come con gli altri revisionisti. Questo è il ragionamento che fanno i revisionisti cinesi, ma essi non capiscono che poco ce ne importa e che non per questo i nostri monti saranno meno alti. Noi vogliamo, abbiamo cercato e cercheremo di essere in rapporti di amicizia con la Cina, ma di un'amicizia che segue la via marxista-leninista e nessun'altra via. Noi respingiamo un'amicizia in condizioni di schiavitù, di pressioni, di ricatti, sia con la Cina che con chiunque altro. I dirigenti cinesi agiscono come dirigenti di un «grande Stato». Essi pensano: «gli albanesi si sono guastati con l'Unione Sovietica poiché avevano noi; se si guastano anche con noi, si rivolgeranno nuovamente ai sovietici», perciò dicono: «O con noi, o con i sovietici, è sempre la stessa cosa, gli albanesi sono ormai liquidati». Ma peggio per loro! Noi ci batteremo contro tutte queste immondizie, perché siamo marxisti-leninisti albanesi e sulla nostra giusta via saremo sempre vittoriosi!





GIOVEDI

9 SETTEMBRE 1976

MAO TSETUNG E' MORTO

Oggi è stata comunicata la notizia della morte del compagno Mao Tsetung. La sua morte, specialmente in questa torbida situazione, ci ha rattristati e ci preoccupa. E' una grande perdita per la Cina.

Mao Tsetung, a parer mio, è stato un rivoluzionario, una personalità importante non solo per la Cina, ma anche a livello internazionale.

Mao Tsetung ha guidato il Partito Comunista e il grande popolo cinese nell'importante vittoria della liberazione della Cina dalla schiavitù degli occupanti e della cricca reazionaria del Kuomintang. Questa è stata una vittoria di grande importanza storica sia per il popolo cinese che per il campo del socialismo e per i popoli che lottavano e lottano per la liberazione.

Sotto la guida di Mao è iniziata la costruzione del socialismo in Cina (almeno questa era la convizione che abbiamo avuto sino ai giorni attuali, in cui constatiamo che tale «costruzione» è stata attuata a zigzag). A parer nostro è orinai venuto il momento di porre la domanda: Chi vincerà in Cina: il socialismo o il capitalismo? Perciò la morte del compagno Mao Tsetung fa nascere in noi gravi preoccupazioni circa il futura del popolo cinese e la via che seguirà la Cina dopo la sua morte. Certo, noi non possiamo pronunciarci adesso, il tempo ci chiarirà le cose. Vorremmo sbagliare, ma le conseguenze di questa linea, che i revisionisti cinesi definiscono «maotsetungpensiero» e che non ha nulla in comune con il marxismo-leninismo, non saranno affatto buone per la Cina.

Mao Tsetung, in quanto pensatore e filosofo, in quanto dirigente rivoluzionario democratico del popolo cinese, è una personalità storica, ma la storia e l'analisi marxista-leninista della situazione in Cina chiarirà che era un filosofo di vasta cultura, ma non un marxista-leninista. Egli era profondamente impregnato della vecchia filosofia cinese di Confucio ecc., ed essendo eclettico, il marxismo-leninismo è penetrato nella sua opera, solo in forma di princìpi e di idee ,frammentarie.

Era proprio il suo eclettismo filosofico a fare di Mao, per cosi dire, un moderatore per le varie correnti che sono continuamente esistite in Cina e che egli permetteva, incoraggiava e contrapponeva in .scontri» a suo parere dialettici. Ma un'azione di moderazione poteva influire sia positivamente che negativamente, ma comunque una cosa del genere poteva avere effetto finché Mao era vivo. Ora è morto. Resterà la Cina rossa, e questo rosso si trasformerà in un rosso autentico, ardente, rivoluzionario, marxista-leninista?

Noi, con una totale sincerità comunista, desideriamo e ci auguriamo di cuore una cosa simile, poiché è per il bene della Cina, della rivoluzione, del socialismo e del comunismo.

Noi, comunisti albanesi, ricorderemo con rispetto Mao Tsetung per i suoi lati buoni, per le sue opinioni positive e per la sua lunga attività rivoluzionaria, ma per quanto concerne quei punti di vista e atteggiamenti politici, ideologici, organizzativi che noi giudichiamo siano stati errati e non marxisti, non ci siamo trattenuti e non ci tratterremo dal metterli in luce e dal criticarli. Il leninismo c'insegna ad essere sempre giusti, obiettivi e non soggettivi, e neppure sentimentali.

Indipendentemente dal fatto che non condividevamo molti dei suoi giudizi, la morte del compagno Mao Tsetung ci ha rattristati anche perché egli si era mostrato costantemente amico e simpatizzante del nostro paese socialista e del Partito del Lavoro d'Albania e questo, da comunisti e internazionalisti quali siamo, non dobbiamo ignorarlo. Posso affermare che Mao Tsntung è stato il personaggio principale e decisivo della direzione cinese che ha aiutato la Repubblica Popolare d'Albania mediante crediti economici e militari, accordando questo aiuto con spirito internazionalista. Anche il nostro Partito in questo stesso spirito ha aiutato la Cina, è stato al suo fianco e ha difeso Mao, sia nei tempi buoni che in quelli cattivi, soprattutto dagli attacchi dei revisionisti kruscioviani e durante la Grande Rivoluzione Culturale.

Appena appresa la notizia della sua morte, abbiamo deciso di inviare una delegazione di partito e di governo guidata dal compagno Mehmet, ma dalla dichiarazione fatta dalla direzione cinese siamo venuti a sapere che delegazioni straniere non sarebbero state ammesse a partecipare alle cerimonie organizzate in questa occasione.

Naturalmente, abbiamo preso misure per l'invio di messaggi di condoglianze e, per la posa di corone a Pechino, per l'organizzazione di visite e l'invio di messaggi di condoglianze all'ambasciata cinese a Tirana da parte della direzione del Partito, dello Stato, delle organizzazioni di massa, delle istituzioni educative, culturali e scientifiche, e per l'invio di alcune delegazioni dei collettivi di lavoratori di Tirana, di varie aziende industriali e cooperative agricole degli altri distretti.





MARTEDI

12 OTTOBRE 1976

LA TRAGEDIA DELLA CINA

Una grande tragedia, quella cinese. Ciò che prevedevamo sarebbe successo in Cina, dopo la morte di Mao Tse, tung, è effettivamente successo e per di più gli avvenimenti m si sono sviluppati con rapidità fulminea. Ritenevamo che le due correnti, sia gli elementi di destra che di sinistra, avrebbero continuato a «convivere nelle divergenze», cosi come aveva voluto durante la sua vita Mao e come consigliava ai suoi collaboratori di agire anche dopo la sua morte e sempre. Solo che il «gran timoniere» delle due o più linee si era creato una autorità tale da poter tenere la bilancia in mano. Ma quale' bilancia? Mai quella veramente e coerentemente marxista-leninista.

Mao Tsetung parlava, ricorrendo a formule rivoluzionarie, della «rivoluzione», della «lotta di classe» e di altre questioni di principio, ma in pratica era un liberale, un sognatore, un centrista in direzione della manipolazione e del bilanciamento: delle varie correnti che facevano parte del Partito Comunista Cinese e dello Stato cinese e che vi tramavano i loro intrighi. Mao Tsetung, con simili caratteristiche, si lasciava facilmente: influenzare dall'una o dall'altra corrente; talvolta sosteneva l'una, talvolta l'altra.

E' evidente che, in realtà, Chou En-lai era il più grande «lago» del dramma shakespeariano cinese. Era della destra, era, un mandarino, un borghese, uno pseudomarxista. Nelle mano vre attuate da Mao, Chou En-lai ha saputo destreggiarsi con molta abilità. Quando la barca di una corrente reazionaria sulla quale si trovava Chou faceva acqua, egli l'abbandonava in fretta per trovare rifugio sotto la bandiera di Mao.

Bisogna nuovamente porre l'accento sul fatto che Mao mette in risalto il ruolo predominante delle masse contadine nella rivoluzione e in tal senso risulta che non è d'accordo con il ruolo dirigente ed egemone della classe operaia. Le idee incerte di Mao Tsetung, come quelle sulle masse contadine, si riflettono in tutta la sua linea liberale.

Mao, in teoria, accettava alcuni principi fondamentali del marxismo. Nei suoi scritti ufficiali questi principi e alcune altre questioni, in generale, sono formulati correttamente. Ma in pratica Mao ha formulato e sostenuto tesi non marxiste, come quella che viene ribadita anche nel suo necrologio: «La campagna deve accerchiare la città». Il necrologio ribadisce che «se non si fosse agito in questo modo, non si sarebbe -potuto fare la rivoluzione»! Ciò significa che la rivoluzione proletaria deve essere guidata dalle masse contadine. Questa tesi è antilennista.

Inoltre Mao ha avanzato anche altre tesi e altri punti di vista, con i quali non siamo stati e non siamo d'accordo con lui. Egli ha scritto molto sulla lotta di classe, le contraddizioni, ecc., ma la lotta di classe in Cina, particolarmente in pratica, non è stata condotta con rigore e coerenza. Anche in questo senso Mao si è mostrato liberale e ha agito da moderatore. Egli permetteva che elementi revisionisti di destra assumessero il potere e mettessero radici profonde nel partito, negli organi del potere e ovunque. Mao collaborava con loro, li stava a guardare, spesso li approvava. Alla fine egli silurava alcuni capi di queste correnti, lasciando però intatta la loro base. La sua autorità, creata nel corso della guerra e dopo la vittoria, faceva si che le frazioni «fallissero», ma la soluzione restava a metà strada e la situazione continuava ad essere sempre caratterizzata dalla moderazione, dal liberalismo. Mao Tsetung era un centrista, si circondava di persone appartenenti a diverse correnti che si definivano marxiste, ma che non lo erano e che lottavano seguendo la loro linea sotto l'ombrello di Mao Tsetung. Quando queste rompevano l'equilibrio, interveniva Mao Tsetung e «ristabiliva l'ordine».

Le opinioni e le azioni di Mao erano instabili e io ritengo che l'interpretazione e l'attuazione del marxismo da parte sua siano avvenute con una certa fantasia, come piaceva a lui. Ciò, naturalmente, veniva «spiegato» e «giustificato» con le «condizioni della Cina».

Mao, anche molti anni dopo la liberazione, non smantellò le basi delle classi ricche e sfruttatrici capitaliste sia nelle città, sia nelle campagne, e non liquidò i loro privilegi, pretendendo che «questa era una tattica da seguire sino a che non si fosse stabilizzata la situazione». Ma questa «tattica» non doveva essere trasformata in una teoria ed in una strategia secondo cui i capitalisti dovevano essere «integrati nel socialismo», ricevere dividendi e questo dovesse continuare per decenni, come in effetti ancora avviene in Cina. Questi capitalisti si sono trasformati in «comunisti» e sono divenuti una parte della «borghesia nel partito», di cui parla Mao.

Neppure sono chiari per il Partito Comunista Cinese i princìpi fondamentali della teoria marxista-leninista; al contrario, esso li ha sostituiti con le idee eclettiche di Mao. «La borghesia è nel partito e voi non la vedete», dice Mao. E questó è vero. Ma chi ha permesso a questa borghesia di installare tranquillamente nel partito? Lo ha permesso lo stesso Maó con le sue idee, lo ha consentito la mancanza di una corretta, costruzione politico-organizzativa e ideologica marxista-lennista del partito. Mao ha permesso il prosperare di molte linee, dell'opportunismo, del praticismo e del liberalismo.

Nel corso delle «svolte» del Partito Comunista Cinese, Mao Tsetung non si è appoggiato sul partito, ma sull'esercito, sugli intellettuali e sugli studenti. In queste «svolte» gli operai, e i contadini o sono stati in mano ai controrivoluzionari, o si sono tenuti in disparte.

Si pone l'interrogativo: Perché Mao, nei momenti difficili, non faceva appello al partito, alla classe operaia e alle masse contadine? Per il fatto che o quelle forze non gli avrebbero ubbidito, oppure non ne teneva conto poiché altrimenti vi sarebbe stato spargimento di sangue. Nel momento in cui Mao gridava: «Il potere nasce dalla canna del fucile», la reazione si stava impadronendo di questo potere.

Si dice che sia stato Mao a scatenare e a dirigere la Rivoluzione Culturale, sollevando milioni di hunveibin con lo slogan: «Fuoco sui quartieri generali!». Mentre l'esercito e Lin Piao, dicono, sono rimasti a braccia conserte. Tuttavia i fatti parlano in modo del tutto differente. Lin Piao era alla testa della rivoluzione assieme a Mao, Kan Sheng, Chen Po-ta, Chian Ching, Yao Wen-yuan, Chang Chun-ciao e altri. Secondo i dati in nostro possesso, Lin Piao fece indossare abiti civili a due milioni di soldati. Con queste «guardie rosse» egli attaccò i quartieri generali e li espugnò, mentre tutto il merito se lo prese Mao. Questi salvò Chou En-lai e molti altri, fra cui anche Teng Hsiao-ping, che conservò in una villa dello Stato.

Chou però riuscì a manovrare così bene che un bel mattino Lin Piao si trovò ad essere «traditore, agente dei sovietici e autore di un complotto contro la vita di Mao». E si pretende, per confermare tutto questo, che Lin Piao abbia preso un aereo, e sia fuggito in Mongolia, dove «l'aereo si sarebbe incendiato». Tutti i passeggeri sarebbero morti. Si dice che Chou e Mao fossero stati messi al corrente del fatto e che Mao avrebbe detto: «Se ne vada pure!». Tutto ciò è stupefacente!

Lin Piao, quindi, in quanto elemento pericoloso per Chou, è stato liquidato. La stessa sorte è toccata anche a Chen Po-ta. Ma la Rivoluzione Culturale, come liquidarla? Questo era difficile per Chou, poiché si sarebbe dovuto toccare Mao, perciò si continuò a parlarne come prima. Kan Sheng, ormai vecchio, si ammalò gravemente, ma rimasero gli altri, i giovani, come Chian Ching e Wang Hun-ven e compagni. Costoro avevano cominciato la rivoluzione e la proseguirono, ma naturalmente per quel tanto che lo permetteva il «presidente». Mao distribuì le parti. Agli elementi di sinistra lasciò in mano la stampa e la radio, mentre agli elementi di destra, con Chou En-lai, lasciò gli organi del potere, l'economia, l'esercito ed i servizi di sicurezza. Da ciò si comprende chiaramente in che modo considerarse la rivoluzione e la costruzione del socialismo il «gran timoniere».

Mao e Chou elaborarono anche la politica estera. La politica estera cinese di Mao e di Chou En-lai è stata e resta tuttora una politica non marxista, non rivoluzionaria, è una politica fluida che, seguendo le congiunture politiche internazionali, assume posizioni pericolose per il socialismo e la rivoluzione,.

Nel frattempo Chou lavorava per designare il suo sostituto e insieme con Mao portò sulla scena il «Krusciov numero due» della Cina, facendolo primo viceprimoministro, vicepresidente del partito ecc. Per tre anni di seguito, per tutto il tempo in cui Chou En-lai fu malato e sino a che morì, Teng si rimise in forze. Tuttavia, a quanto sembra, gli elementi di sinistra misero alle strette il «timoniere» e Teng. Quest'ultimo lo mandarono a gambe all'aria e cominciarono a smascherarlo. Allora il «timoniere» manovrò «con genialità e, con il suo abitudinale dosaggio delle correnti, mentre era ancora in vita portò al potere Hua Kuo-feng, un uomo sino allora sconosciuto. un dirigente dei servizi di sicurezza dello Stato, moderato a parole, ma di destra nei fatti.

Mao ora è morto e in Cina è avvenuta la grande tragedia. Non appena il «timoniere» ha chiuso gli occhi, 1a destra, con alla testa Hua 'Kuo-feng, ha attuato il putsch e ha liquidato Chian Ching, Wang Hun-ven, Chang Chun-ciao e Yao Wenyuan. I quattro sono stati arrestati. Oggi i destri, impiegando le parole di Mao, uccidono, gettano in carcere gli esponenti df sinistra e i rivoluzionari, riabilitano gli elementi di destra condannati e i controrivoluzionari.

Non ci si sarebbe mai potuto immaginare che lue parole di un «rivoluzionario marxista-leninista» potessero servire anche ai controrivoluzionari, come avviene in Cina con i pensieri di Mao!

Che cosa non dice della Cina la stampa borghese, caaitalista! Essa afferma che i radicali con alla testa Chian Ching hanno «ordito un complotto», che il nipote di Mao avrebbe voltato il corpo di Mao malato sul lato sinistro, contro i consigli dei medici ecc., ecc., e con ciò vorrebbero dimostrare che «questi cospiratori hanno ucciso anche Mao». «Lin Piao ha tentato per ben tre volte di uccidere Mao», si era strombazzato alcuni anni fa, mentre ora si strombazza che «i cospiratori hanno ucciso Mao e intendevano uccidere anche Hua Kuo-feng». Ma i veri cospiratori sono gli uomini di Chou En-lai, di Li Siennien, di Teng Hsiao-ping, di Hua Kuo-feng ecc.

Questi autori del putsch non pubblicano nulla ufficialmente, ma preparano pian piano le masse a bersi questa tragica impostura. La reazione cinese, mascherata, si spaccia per «rivoluzionaria e marxista-leninista» e con questa maschera fa strage di rivoluzionari e di comunisti. I kruscioviani cinesi si precipitano in tutta fretta a rafforzare le loro posizioni. Essi cercano di consolidare le loro posizioni con il terrore e certamente giungeranno al punto non solo di non citare più Mao, ma si metteranno sotto i piedi anche quel poco di valido che questi ha lasciato dietro di sé. Con la trasformazione della Cina in paese capitalista si porteranno in alto le figure di Liu Shao-chi, di Chou En-lai, di Pen Chen, di Teng Hsiao-ping ecc.