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100 anni fa, il 21 gennaio del 1921, veniva fondato a Livorno il Partito Comunista d’Italia

Era un venerdì quel 21 gennaio 1921 quando si consumò “la scissione di Livorno”. Appena quattro parole, un evento che ha segnato la storia del XX secolo. Al capoluogo toscano il destino affidava lo stigma di culla del comunismo italiano. Intonavano le note dell’Internazionale i delegati della frazione comunista mentre poco prima delle 11 del mattino abbandonavano le sale del Goldoni dove si stava svolgendo il XVII congresso nazionale del Partito socialista. Passarono davanti alla Sinagoga e al Duomo, superarono i canali per imboccare la stretta via Borra e, all’ombra della maestosa chiesa ottagonale dei Domenicani, arrivarono finalmente al San Marco. Che delusione. Un deposito sgangherato, ridotto male durante la Grande Guerra. Non c’erano sedie e dal tetto filtrava la pioggia. Bisognava arrangiarsi.

 

Nasceva così il Partito comunista, sezione italiana della Terza Internazionale.

 

* * *

 

LENIN

DISCORSO SULLA QUESTIONE ITALIANA

28 Giugnu 1921

"Non ci sono marxisti in Italia, ecco cosa c'è di orribile in questo paese."

(Lenin, lettera a Gorky del 3 gennaio 1911)

* * *

"Il partito italiano non è mai stato un vero partito rivoluzionario."

(Lenin, discorso sulla questione italiana, 28 giugno 1921)

 

 

LETTER

FROM THE PRESIDIUM OF THE ECCI AND THE RILU BUREAU TO THE IFTU AND THE SECOND INTERNATIONAL
PROPOSING JOINT MEASURES IN SUPPORT OF THE ITALIAN PROLETARIAT

15 January 1923

 

ECCI

RESOLUTION OF THE THIRD ECCI PLENUM ON THE ITALIAN QUESTION 

23 June 1923

Under the leadership of the renegade Dimitrov, the Comintern published the following praise on Gramsci.

As the Communist International wrote on the occasion of his death, caused by long years of fascist imprisonment and cruelty:

‘Closely linked to the masses, capable of learning in the school of the masses, able to understand all aspects of social life, an unyielding revolutionary, faithful to his last breath to the Communist International and to his own Party, Gramsci leaves to us the memory of one of the best representatives of the generation of Bolsheviks who grew up in the ranks of the Communist International in the spirit of the doctrine of Marx, Engels, Lenin and Stalin, in the spirit of Bolshevism.”

(Communist International, July, 1937 (!), 435-436.)

 

 

L'eurocomunismo è anticomunismo

Estratti relativi a PCI

Dopo la fine della guerra, in italia vennero al potere governi di tipo borghese. La partecipazione dei comunisti a questi governi non mutò il loro carattere. 

(...)

La lotta antifascista in Italia aveva le sue caratteristiche e i suoi tratti particolari, ma gli obiettivi che si era posti la direzione del Partito Comunista Italiano, le sue esitazioni e le sue concessioni sono simili a quelli del Partito Comunista Francese.
All’inizio della Seconda Guerra mondiale la maggior parte dei quadri dirigenti del Partito Comunista Italiano si trovava in Francia. Essi caddero quasi tutti nelle mani della polizia. Tra loro c’era lo stesso segretario generale del Partito, Palmiro Togliatti, il quale, appena scarcerato, nel marzo del 1941 partì alla volta dell’Unione Sovietica.
Benché il Partito Comunista Italiano si fosse mantenuto su giuste posizioni nei confronti della guerra aggressiva scatenata dalle potenze fasciste, denunciandola come una guerra imperialistica di rapina, la sua attività rimase limitata. Tutti gli sforzi di questo partito consistettero nel creare una coalizione dei partiti antifascisti in esilio, si limitarono ad alcuni appelli, risoluzioni e pubblicazioni propagandistiche.
Nel marzo del 1943, il partito che a partire dalla metà del 1942 aveva incominciato a svolgere la sua attività all’interno del paese, riuscì ad organizzare in varie zone una serie di potenti scioperi, che testimoniavano l’intensificarsi del movimento popolare antifascista. Questi scioperi affrettarono lo svolgersi degli avvenimenti, che portarono al rovesciamento di Mussolini.
La paura della rivoluzione aveva spinto la borghesia italiana e il simbolo della sua dominazione, il re, a chiamare al potere nel 1922 Mussolini. Questa stessa paura spinse la borghesia e il re a togliere a Mussolini il potere nel luglio del 1943.
Mussolini fu rovesciato con un colpo di Stato della casta dirigente. Questo colpo era opera del re, di Badoglio e degli altri gerarchi del fascismo.
Consapevoli dell’inevitabile disfatta dell’Italia, essi volevano prevenire così il pericolo del sollevamento della classe operaia e del popolo italiano nella lotta e nella rivoluzione, che non solo avrebbero abbattuto il fascismo e la monarchia, ma avrebbero anche messo in pericolo la dominazione stessa della borghesia italiana in quanto classe.
Il movimento di resistenza del popolo italiano contro il fascismo prese un grande sviluppo specie dopo la capitolazione dell’Italia. Nell’Italia del Nord, ancora occupata dai tedeschi, su iniziativa del partito fu organizzata la lotta di liberazione che coinvolse vaste masse di operai, contadini, intellettuali antifascisti ecc. Furono create grandi e regolari formazioni partigiane, di cui la stragrande maggioranza era guidata dal partito.
Oltre alle unità e ai reparti partigiani, nel Nord Italia furono creati, sempre su iniziativa del Partito comunista, dei comitati di liberazione nazionale. Il partito si adoperò affinché questi comitati divenissero i nuovi organi del potere democratico, ma in realtà essi rimasero coalizioni dei vari partiti. Ciò non consentì loro di trasformarsi in autentici organi del potere popolare.
Mentre nel Nord Italia la lotta del partito si sviluppava in generale sulla giusta via e poteva portare non solo alla liberazione del paese, ma anche all’ instaurazione del potere popolare, nel Sud e nel quadro nazionale il partito non poneva affatto il compito della presa del potere. Esso chiedeva solo la formazione di un governo forte ed investito di autorità e non lottava per abbattere la monarchia e Badoglio. Il programma del Partito comunista, nel momento in cui nel paese esistevano condizioni favorevoli per portare avanti la rivoluzione, era un programma minimo. Il partito era favorevole ad una soluzione parlamentare nel quadro legale dell’ordine borghese. La sua mas sima pretesa era la partecipazione al governo con due o tre ministri.
In questo modo il Partito Comunista Italiano entrò nelle combinazioni politiche borghesi, facendo uno dopo l’altra concessioni senza principio. Alla vigilia della liberazione del paese esso disponeva di una grande forza politica e militare che non seppe o non volle utilizzare e depose volontariamente le armi di fronte alla borghesia. Esso rinunciò alla via rivoluzionaria e s’impegnò nella via parlamentare, che gradualmente lo trasformò da un partito della rivoluzione, in un partito borghese della classe operaia avente come obiettivo le riforme sociali.

(...)

Le condizioni economiche e politiche, che si crearono nell’Europa Occidentale dopo la Seconda Guerra mondiale, favorirono maggiormente il consolidamento e la diffusione di quei punti di vista sbagliati e opportunistici che esistevano già nelle direzioni dei partiti comunisti di Francia, Italia e Spagna, e stimolarono ancora di più lo spirito di concessioni e di compromessi con la borghesia.
Questi fattori erano, tra l’altro, l’abrogazione delle leggi fasciste e delle altre misure coercitive e restrittive che la borghesia europea aveva adottato sin dai primi giorni che seguirono la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre e fino allo scoppio della guerra, allo scopo di frenare il crescente slancio rivoluzionario della classe operaia, di impedire la sua organizzazione politica e la diffusione dell’ideologia marxista.
La restaurazione in misura più o meno larga della democrazia borghese, che si concretizzava fra l’altro con la piena legalizzazione di tutti i partiti politici, escludendo quelli fascisti, con la loro partecipazione senza ostacoli alla vita politica e ideologica del paese, con le possibilità create a questi partiti di prendere parte attiva alle campagne elettorali, che ora si svolgevano nell’ambito di alcune leggi meno restrittive, per la cui promulgazione avevano lottato lungamente i comunisti e le altre forze progressiste, crearono nelle direzioni dei partiti comunisti molte illusioni riformistiche. In questi partiti cominciò a radicarsi la concezione secondo cui il fascismo era ormai morto una volta per sempre, che la borghesia non solo non era più in grado di limitare i diritti democratici dei lavoratori, ma che sarebbe stata costretta a svilupparli ulteriormente.
Queste direzioni cominciarono a pensare che i comunisti, uscendo dalla guerra come la forza politica, organizzatrice e mobilitante più influente e più potente della nazione, avrebbero obbligato la borghesia ad ampliare la democrazia permettendo ad un numero sempre crescente di lavoratori di partecipare alla direzione del paese, che attraverso le elezioni e il parlamento questi avrebbero la possibilità di prendere in via pacifica il potere e quindi procedere successivamente alla trasformazione socialista della società. Queste direzioni consideravano la partecipazione di due o tre ministri comunisti ai governi del dopoguerra in Francia e Italia non come il massimo delle concessioni formali che faceva la borghesia, ma come l’inizio di un processo in costante sviluppo fino alla formazione di un gabinetto costituito esclusivamente da comunisti.
Per la diffusione delle idee opportunistiche e revisioniste nei partiti comunisti influì in modo notevole anche lo sviluppo dell’economia in Occidente dopo la guerra. E’ vero che l’Europa Occidentale era stata distrutta dalla guerra, ma la sua ripresa avvenne in un tempo relativamente breve.
I capitali americani che affluirono in Europa con il «piano Marshall» consentirono la ricostruzione delle fabbriche, degli stabilimenti, dei trasporti, dell’agricoltura nonché l’incremento della produzione su vasta scala. Questo sviluppo creò numerosi posti di lavoro e attrasse per un lungo periodo non solo la forza lavoro disponibile ma creò anche una specie di penuria di manodopera.
Questa situazione, che procurava alla borghesia ingenti superprofitti, le permise di aprire un po’ la borsa e di mitigare in una certa misura i conflitti di lavoro. Nel campo sociale, come in quello delle assicurazioni sociali, della sanità, dell’ istruzione, della legislazione del lavoro, ecc., essa adottò alcuni provvedimenti per cui la classe operaia si era lungamente battuta. L’evidente miglioramento del tenore di vita dei lavoratori rispetto al tempo di guerra e persino rispetto a quello dell’anteguerra, il rapido incremento della produzione in seguito alla ricostruzione dell’industria e dell’agricultura e dell’inizio della rivoluzione tecnica e scientifica e la piena occupazione facilitarono la rifioritura, fra gli elementi malformati e opportunisti, di concezioni riguardanti lo sviluppo del capitalismo senza conflitti di classe, la possibilità da parte sua di evitare le crisi, di eli minare il fenomeno della disoccupazione ecc.
Fu confermato ancora una volta il grande insegnamento del marxismo-leninismo secondo cui i periodi di sviluppo pacifico del capitalismo sono all’origine della diffusione dell’opportunismo. Il nuovo strato dell’aristocrazia operaia, che crebbe notevolmente in questo periodo, incominciò ad esercitare un’influenza sempre più negativa nelle file dei partiti e dei loro vertici, introducendovi idee e concezioni opportuniste e riformiste.
Sotto la pressione di queste circostanze, i programmi dei partiti comunisti si ridussero sempre più in programmi minimi democratici e riformisti, mentre l’idea della rivoluzione e del socialismo veniva messa da parte sempre più. La grande strategia della trasformazione rivoluzionaria della società cedette il posto alla piccola strategia delle questioni correnti, la quale assunse poi un carattere assoluto divenendo la linea generale politica e ideologica.
In questo modo, dopo la Seconda Guerra mondiale, i partiti comunisti d’Italia, di Francia, di Gran Bretagna e, sulla loro scia, il Partito Comunista Spagnolo cominciarono gradualmente ad allontanarsi dal marxismo-leninismo, ad adottare tesi e punti di vista revisionisti, ad imboccare la via del riformismo. Quando il revisionismo kruscioviano comparve sulla scena, il terreno era già preparato affinché questi partiti lo abbracciassero e si unissero ad esso nella lotta contro il marxismo-leninismo. Oltre alla pressione della borghesia e della socialdemocrazia all’interno del paese, le decisioni del 20° Congresso del PC dell’Unione Sovietica esercitarono una forte influenza su questi partiti per farli passare completamente su posizioni antimarxiste socialdemocratiche.
I revisionisti italiani furono i primi ad abbracciare la linea del 20° Congresso del PC dell’Unione Sovietica, e subito dopo proclamarono con enfasi la cosiddetta via italiana verso il socialismo. Appena rovesciato il fascismo, il Partito Comunista Italiano si presentò con una piattaforma politica e organizzativa opportunistica. All’indomani del suo arrivo a Napoli, nel marzo del 1944, tornando dall’Unione Sovietica, Paimiro Togliatti impose al partito la linea di collaborazione di classe con la borghesia e i suoi partiti.
Alla riunione plenaria del Consiglio Nazionale del Partito, tenutosi in quell’ epoca, Togliatti dichiarò: «Noi non poniamo l’obiettivo della lotta per la
conquista del potere, date le condizioni internazionali e nazionali», vogliamo nondimeno distruggere completamente il fascismo e creare «una vera
democrazia antifascista progressista». Il PCI «deve esaminare ogni problema dal punto di vista della nazione, dello Stato italiano»».(* P. Spriano. Storia del Partito comunista italiano. Torino, 1975, p. 308.)
A Napoli, Togliatti espose per la prima volta non solo l’idea ma anche la piattaforma di quello che egli chiamò il «nuovo partito» di massa, diverso per composizione di classe, per ideologia e forma organizzativa dal partito comunista di tipo leninista. Era naturale che per una politica di alleanze senza principio e per una politica di riforme a cui aspirava Togliatti, ci voleva anche un partito riformista, un partito ampio e senza limiti nel quale chiunque potesse entrare ed uscire a suo piacere. «La sua nozione del partito di massa che ha le sue radici nel popolo, — scriveva molti
anni più tardi un collaboratore di Togliatti, — assume tutto il suo valore se viene strettamente collegata alla componente nazionale della lotta die comunisti. Questi perseguono lo scopo di realizzare profonde trasformazioni nella società... attraverso le riforme».(* G. Ceretti. A l’ombre des deux T., Paris, 1973, p. 52.)
Dopo la liberazione del paese, la classe operaia italiana sperava in una profonda giustizia sociale, sperava che le cose sarebbero cambiate e che essa avrebbe finalmente detto la sua parola.
Ma questo non avvenne a causa del modo in cui fu organizzata e gestita la vita del paese da parte dei vari partiti borghesi, compreso quello comunista. Al fine di ingannare le masse e dare loro l’impressione che la loro parola veniva ascoltata nel governo del paese, essi plasmarono la vita politica del paese in modo che ci fossero partiti della maggioranza e partiti della minoranza, partiti al potere e partiti all’opposizione, con tutti i loro giochi e le loro astuzie parlamentari, con tutte le loro menzogne e la loro demagogia.
Al Partito Comunista Italiano furono assegnati all’inizio due dicasteri poco importanti, che la grande borghesia accordò ad esso nel quadro del gioco «democratico», in attesa di consolidare le sue posizioni, di ricostituire il suo esercito, la sua polizia, tutto il suo apparato repressivo, di soffocare e paralizzare con la presenza dei comunisti al governo qualsiasi tendenza della classe operaia e del popolo italiano tesa a regolare i conti con coloro che li avevano sfruttati, oppressi e che avevano inviato i loro figli a carpire la libertà agli altri popoli, lasciando la pelle in Abissinia, in Spagna, in Albania e perfino in Unione Sovietica.
Poi, nel maggio del 1947, quando non ebbe più bisogno di loro, la borghesia cacciò via dal governo i ministri comunisti. L’eventuale rischio di un attacco operaio fu evitato. La classe operaia entrò nei «ranghi», fu inquadrata nei vari sindacati, secondo i colori dei partiti, ed ebbe così inizio la lotta per i voti, la lotta parlamentare.
Dopo il 20° Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, Togliatti e il Partito Comunista Italiano riconfermarono pubblicamente le loro vecchie posizioni revisioniste. Essi non solo approvarono qualsiasi segno di liberalizzazione proveniente da Mosca, ma persino bruciarono le tappe, mettendo in difficoltà gli stessi revisionisti kruscioviani, per i quali il Partito Comunista Italiano cominciò a diventare un problema preoccupante.
Ai togliattiani andava a genio la linea revisionista di «destalinizzazione», essi applaudirono i kruscioviani che coprirono di fango Stalin e il bolscevismo, applaudirono la linea kruscioviana volta a distruggere le basi socialiste dello Stato sovietico, erano favorevoli alle riforme revisioniste e all’apertura verso gli Stati capitalisti, soprattutto verso gli Stati Uniti d’America. In quanto revisionisti, i togliattiani erano pienamente d’accordo con la coesistenza pacifica kruscioviana e con l’avvicinamento all’imperialismo. Questo era il loro vecchio sogno di collaborazione con la borghesia, sia sul piano nazionale che su quello internazionale.
Tenendo conto della via imboccata dal partito revisionista kruscioviano in Unione Sovietica, questa aveva bisogno dell’unità e dell’amicizia con il Partito Comunista Italiano, aveva bisogno dell’ appoggio soprattutto dei due partiti revisionisti d’Occidente, francese e italiano, che erano due grandi partiti e con una certa autorità internazionale. Ed è per questo che gli «onori» riservati a questi due partiti dai kruscioviani erano visibili, ed insieme agli «onori» venivano anche le consistenti sovvenzioni sottomano.
Così come i kruscioviani si affrettavano a trasformare l’Unione Sovietica in un paese capitalista, i togliattiani pure si affrettavano ad integrarsi nell’ordinamento capitalista italiano. Nel giugno del 1956, nel rapporto del Comitato Centrale dal titolo risonante «La via italiana verso il socialismo», presentato alla riunione del CC del PC italiano, Paimiro Togliatti avanzava una serie di tesi talmente anticomuniste che lo stesso Krusciov fu costretto a consigliargli di essere più riservato e di non passare cosi presto i limiti. Togliatti pose in quel tempo la questione dell’integrazione del socialismo nel capitalismo, avanzando anche la tesi della negazione del ruolo del partito comunista come unica e indispensabile guida della lotta del proletariato per il socialismo. Egli disse che la spinta verso il socialismo può avvenire anche nei paesi dove non c’è un partito comunista. Queste tesi collimavano pienamente con quelle dei revisionisti jugoslavi.
Non a caso i revisionisti italiani divennero fervidi sostenitori della riabilitazione dei revisionisti jugoslavi. Lo stesso Togliatti si recò in Jugoslavia ad inchinarsi dinanzi a Tito e a renderlo «accettabile» al movimento comunista internazionale.
Il Partito Comunista Italiano e Togliatti si opposero all’idea che Mosca fosse «l’unico centro del comunismo internazionale». Essi predicarono il «policentrismo», che mirava a creare un nuovo blocco revisionista con a capo il Partito Comunista Italiano e che, contrapponendosi al blocco re visionista sovietico, avrebbe accresciuto l’autorità del Partito Comunista Italiano agli occhi della borghesia italiana e di quella mondiale. Togliatti pensava di conquistarsi la fiducia del capitale monopolista italiano ed entrare così nel suo giro. Krusciov si rese conto del pericolo che costituiva l’emancipazione dei partiti revisionisti dalla tutela di Mosca, sia di quelli dei paesi che facevano parte del Patto di Varsavia che di quelli che ne erano fuori e cercò quindi di conservare l’«unità». Ma il «policentrismo» togliattiano e l’«unità» kruscioviana erano due cose opposte e irreali. Il revisionismo divide e non unisce.
L’attuale partito revisionista di Togliatti, di Longo e di Berlinguer ha percorso vie oscure e poco chiare. La sua linea e le sue posizioni sono state fortemente impregnate di concezioni intellettualistiche e socialdemocratiche. Paimiro Togliatti, il dirigente del Partito Comunista Italiano, manifestò queste tendenze in modo sempre più accentuato fino a giungere al suo famoso «testamento» che scrisse poco tempo prima di morire a Yalta. Questo «testamento» rappresenta il codice del revisionismo italiano, in cui hanno la loro base in generale anche le attuali concezioni dell’ eurocomunismo.

(..)

Dall’opportunismo revisionista all’anticomunismo borghese


L’eurocomunismo è una variante del revisionismo moderno, un mucchio di pseudoteorie che si contrappongono al marxismo-leninismo. Suo obiettivo è di impedire che la teoria scientifica di Marx, Engels, Lenin e Stalin rimanga quella che è, una potente ed infallibile arma nelle mani della classe operaia e degli autentici partiti marxistileninisti per distruggere dalle fondamenta il capitalismo, la sua struttura e la sua sovrastruttura, per assicurare l’instaurazione della dittatura del proletariato e l’edificazione della società nuova, socialista.
I revisionisti italiani hanno definito l’eurocomunismo come una «terza via, diversa dalle esperienze delle socialdemocrazie e diversa da quelle che sono state portate avanti dopo la Rivoluzione d’Ottobre in Unione Sovietica e in altri paesi socialisti». Questa «terza via», come è affermato nelle tesi del 15° Congresso del Partito Comunista Italiano, si presenta come «una soluzione che si adatta alle caratteristiche nazionali e alle condizioni dell’epoca odierna, alle caratteristiche e alle esigenze essenziali che sono comuni alle società industriali sviluppate, che si basano sulle istituzioni democratiche-parlamentari come sono oggi i paesi dell’Europa Occidentale».(* La politica e l’organizzazione dei comunisti italiani. Roma, 1979, pagg. 8-9.)
Questa «terza via», questo cosiddetto eurocomunismo, come essi stessi lo affermano, non ha quindi niente a che fare con il vero comunismo scientifico elaborato da Marx e Lenin, concretizzato della Rivoluzione d’Ottobre e dalle altre rivoluzioni socialiste che le succeddettero, e confermato dalla lotta di classe del proletariato internazionale. Una definizione più esatta e più giusta dell’eurocomunismo sarebbe quella di revisionismo europeo numero tre.
Ora il Partito Comunista Francese, quello italiano e quello spagnolo, di comunista hanno solo il nome dal momento che tutti e tre sguazzano nelle fetide acque della borghesia che essi servono.
I programmi dei partiti revisionisti dei paesi occidentali sono programmi tipicamente riformisti e non differiscono in nulla dai programmi dei partiti borghesi, socialisti e socialdemocratici, che ripetono lo stesso ritornello. Del resto sono quest’ ultimi che ispirano anche i revisionisti. Loro obiettivo non è la realizzazione della rivoluzione proletaria e la trasformazione socialista della società, ma quello di inculcare nelle vaste masse l’idea che bisogna rinunciare alla rivoluzione che, a loro dire, sarebbe divenuta inutile ed inopportuna. Ma allora, secondo loro, che bisogna fare? «Cambiamo vita», «cambiamo il modo di vivere», «pensiamo alle questioni del giorno», «non attacchiamo l’attuale società capitalista», «realizziamo una rivoluzione culturale anziché una rivoluzione proletaria», ecco quello che predicano giorno e notte questi partiti antimarxisti. «Viviamo meglio, facciamo in modo che i salari non diminuiscano, avendo ferie retribuite e il posto di lavoro garantito», «che cosa vogliamo di più?», essi dicono agli operai.
I partiti revisionisti italiano e francese trattano tali questioni in ogni riunione, in ogni congresso, e cullano con queste illusioni il proletariato e i lavoratori per ottenere i loro voti.
Il revisionismo classico di tipo socialdemocratico si è integrato nel revisionismo moderno. Le teorie di Bernstein e di Kautsky si trovano sotto varie forme, ora aperte ed ora modificate, nel revisionista Browder, nel revisionismo kruscioviano, nel revisionismo titista, nel revisionismo francese e nel revisionismo italiano togliattiano, nel cosiddetto maotsetungpensiero e in tutte le correnti revisioniste. Queste innumerevoli correnti antimarxiste, che stanno sviluppandosi nell’odierno mondo capitalista e revisionista, costituiscono nel seno della rivoluzione mondiale una quinta colonna che cerca di prolungare la vita al capitalismo intemazionale, combattendo la rivoluzione dall’ interno.
Il capitalismo e l’imperialismo hanno avuto ed hanno sempre come obiettivo la negazione del marxismo-leninismo. Su questa via sta ora aiutandoli anche il revisionismo moderno con tutti i mezzi e in tutte le maniere, aperti e mascherati, con ogni sorta di teorie e di slogan filosofici pseudoscientifici.

(...)

I revisionisti italiani, francesi, spagnoli, procedendo su questa via negli ultimi due-tre anni, hanno fatto enormi sforzi per formulare teoricamente le loro concezioni e le loro posizioni opportunistiche, l’eurocomunismo, come essi lo definiscono, e per attribuire ad esse il carattere di una dottrina politica e ideologica singolare, che rappresenterebbe un «nuovo sviluppo del marxismo».
Negli ultimi congressi che questi partiti hanno tenuto e nei programmi adottati, l’eurocomunismo assume una forma dai contorni netti e ben definiti. Questi tre partiti hanno ufficialmente rinunciato al marxismo-leninismo.

(...)
La rinuncia da parte dei revisionisti ad ogni riferimento al marxismo-leninismo nei loro statuti, nei loro programmi e negli altri documenti non ha solo un carattere formale che sanziona ciò che da tempo hanno fatto in pratica. Quindi quest’ atto non rappresenta nemmeno l’esecuzione della volontà della borghesia, una risposta alla sua richiesta rivolta ai partiti revisionisti di non menzionare più lo «spettro del comunismo». Esso non è nemmeno un atto che esprime anche ufficialmente il passaggio in modo palese del revisionismo moderno sulle posizioni ideologiche della socialdemocrazia europea. Il fatto che i partiti revisionisti non fanno più riferimento al marxismo-leninismo, che usavano fino ad oggi come maschera per ingannare i lavoratori, dimostra che essi hanno iniziato una lotta aperta contro di esso partendo dalle posizioni dell’anticomunismo borghese. E’ un fatto che sono proprio gli eurocomunisti ad avere impugnato oggi, sul piano ideologico, la bandiera della lotta contro il marxismo-leninismo, contro il socialismo e la rivoluzione. La pubblicità che la grande stampa borghese, i trust dell’editoria, la radio e la televisione fanno agli articoli, ai libri, ai discorsi ed ai congressi dei revisionisti è veramente sorprendente. Figure come quelle di Berlinguer, Marchais e perfino come quella di Carrillo sono diventate, grazie alla grande macchina della propaganda, personaggi che superano in fama non solo le «stelle» del cinema, ma anche i papi e i capi di Stato dei paesi più grandi. Giornalisti e scrittori li inseguono ad ogni passo non trascurando di pubblicare sui giornali in prima pagina, e per di più con grandi caratteri, nemmeno una loro parola.
Tutta questa pubblicità, tutto questo baccano sono una prova della grande gioia della borghesia, che ha trovato in loro zelanti servitori pronti a combattere il comunismo, come si dice, dalla sinistra, nel momento in cui le sue armi dell’anticomunismo aperto sono arruginite e spezzate. Nulla di più adatto e di più efficace poteva trovare il capitale nelle precarie situazioni che sta attraversando, come il servizio che gli offrono i revisionisti.
Quindi gli elogi che la borghesia fa alla demagogia, agli inganni, alle speculazioni teoriche e all’attività pratica, ai quali i revisionisti ricorrono per ingannare e disorientare i lavoratori, sono del tutto comprensibili e giustificabili.

(...)

Con le loro tesi sull’ «estinzione della lotta di classe», in seguito ai «mutamenti essenziali» che sarebbero sopravvenuti nella società capitalista a causa dello sviluppo delle forze produttive, della rivoluzione tecnica e scientifica, della «ristrutturazione del capitalismo» ecc., con le loro prediche sulla necessità di stabilire una larga collaborazione di classe, visto che ora sarebbero interessati al socialismo non solo la classe operaia e le masse lavoratrici, ma anche quasi tutti gli strati della borghesia, ad eccezione di un esiguo numero di monopolisti ; con la loro tesi secondo cui si può passare al socialismo attraverso le riforme, poiché l’attuale società capitalista starebbe sviluppandosi sulla via dell’integrazione pacifica nel socialismo ecc., gli eurocomunisti concordano non solo in teoria, ma anche nell’attività pratica con la vecchia socialdemocrazia europea, fondendosi con essa in un’unica corrente controrivoluzionaria al servizio della borghesia.
In tutti i tempi, l’atteggiamento nei confronti della classe operaia e del suo ruolo guida è stato una pietra di paragone per tutti i rivoluzionari.
La rinuncia all’egemonia del proletariato nel movimento rivoluzionario, rilevava Lenin, è l’aspetto più volgare del riformismo. Lungi dal preoccuparsi di questo aspetto volgare, i revisionisti italiani vantano il loro riformismo con tanto strepito al punto di diventare veramente ridicoli. «Il ruolo dirigente stesso della classe operaia nel processo di superamento del capitalismo, e di costruzione del socialismo, può e deve attuarsi, essi affermano, attraverso la collaborazione e l’intesa tra i vari partiti e le correnti diverse che aspirano al socialismo; e nel quadro di un sistema democratico in cui godano di pieni diritti tutti i partiti costituzionali anche quelli che non vogliono la trasformazione della società in senso socialista e vi si oppongono, naturalmente, sempre nel rispetto delle regole democratiche costituzionali».(* La politica e l’organizzazione dei comunisti italiani. Roma, 1979, pp. 15-16.)
Questa visione «marxista originale», aggiungono i berlingueriani, non è una nuova scoperta, ma uno sviluppo del pensiero di Labriola e di Togliatti. In questo caso essi stessi riconoscono le origini delle loro idee. Bisogna aggiungere però che Labriola, di cui ora stanno facendo un classico, non è stato un marxista coerente. Egli è rimasto molto lontano dall’attività rivoluzionaria e dai problemi della rivoluzione. Quanto a Togliatti, la sua opera ha ormai dimostrato che egli fu un deviazionista, un opportunista.
Riferendosi a Labriola oppure a Togliatti, i revisionisti italiani e i loro compagni in Francia o in Spagna vogliono lasciare nell’oblio la teoria di Lenin sulla necessità dell’egemonia del proletariato nella rivoluzione e nell’edificazione del socialismo.
In tutta la sua opera geniale, Lenin ha difeso e sviluppato la teoria di Marx sull’egemonia del proletariato nella rivoluzione, teoria abbandonata dai socialdemocratici europei. Ora i revisionisti hanno riesumato le concezioni socialdemocratiche al riguardo. Lenin ha dimostrato che nelle nuove
condizioni, in quelle dell’imperialismo, l’egemonia del proletariato è indispensabile, non solo per la rivoluzione socialista, ma anche per quella democratica. Egli ha spiegato che l’instaurazione di questa egemonia è necessaria, poiché il proletariato più di qualsiasi altra classe sociale ha interesse nella piena vittoria della rivoluzione e nella sua attuazione fino in fondo. Con la teoria di Lenin il proletariato ha fatto la rivoluzione ed ha vinto, mentre con le teorie che predicano i revisionisti esso rimane oppresso dalla borghesia.
(...)

Nelle tesi del 15° Congresso del Partito Comunista Italiano si dice che ora «il nuovo partito» sarebbe già costruito. Cos’è questo «nuovo partito»? «Il Partito Comunista Italiano, si dice nel suo statuto, organizza gli operai, i lavoratori, gli intellettuali, i cittadini che lottano nel quadro della Costituzione repubblicana, per il consolidamento e lo sviluppo del regime democratico antifascista, per il rinnovamento socialista della società, per l’indipendenza dei popoli, per la distensione e la pace, per la cooperazione fra tutte le nazioni...
Nel Partito Comunista Italiano, — si dice ancora nello statuto, — possono entrare i cittadini che hanno compiuto i 18 anni... e che indipendentemente dalla razza, dalle convinzioni filosofiche e dalla confessione religiosa, — ne accettino il programma politico e s’impegnino ad agire per realizzarlo militando in un organizzazione del partito».(* La politica e l’organizzazione dei comunisti italiani. Roma, 1979, p. 153.)
Abbiamo citato questo lungo articolo dello statuto del partito revisionista italiano, che è quasi identico a quello dei partiti revisionisti francese e spagnolo, per vedere quanto i revisionisti eurocomunisti si siano allontanati dalle concezioni del partito leninista e quanto si siano avvicinati ai modelli dei partiti socialisti e socialdemocratici. Essi parlano di un «nuovo partito» perché vogliono distinguersi dal partito di tipo leninista, ma in realtà il loro partito, chiamato nuovo, è un «partito vecchio» del tipo dei partiti della II Internazionale contro i quali si battè Lenin e sulle cui rovine costruì il Partito Bolscevico, che divenne esempio e modello per tutti gli altri partiti autenticamente comunisti. La disposizione che figura in testa allo statuto e secondo cui nel partito può entrare chiunque, indipendentemente dalle sue convinzioni filosofiche e dalla sua confessione religiosa, non ha bisogno di commenti per dimostrare che la filosofia di Marx è estranea a questo partito, che l’eclettismo dì questo partito è evidente, che la linea dei compromessi di ogni specie caratterizza la sua strategia, senza parlare poi della sua tattica, che il Partito Comunista Italiano è un partito liberale, socialdemocratico, con una linea, con una politica e con posizioni congiunturali. La sua politica liberale gli consente alle volte di guadagnare voti ma non di conquistare il potere, gli consente di riscuotere le lodi della borghesia e le simpatie dei preti e die monaci.
L’idea fondamentale di Lenin sul partito è che esso deve essere un reparto d’avanguardia e cosciente della classe operaia, un suo reparto marxista. Lenin diceva che
«...solo un partito guidato da una teoria di avanguardia può adempiere il ruolo di combattente d'avanguardia».(*V. I. Lenin. Opere, vol. 5, pp. 435-436 dell’edizione albanese)
Questa teoria d’avanguardia, rivoluzionaria, sicura guida per la vittoria è il marxismo. I revisionisti non solo hanno abbandonato la condizione fondamentale, quella di accettare il marxismo per essere un partito comunista, ma permet-tono che nei loro partiti coesistano, come l’hanno sanzionato nello statuto, tutte le concezioni filosofiche borghesi, opportuniste, reazionarie o fasciste. Quello che caratterizza i partiti comunisti, quello che li distingue è il marxismo-leninismo, la loro unica ideologia, che hanno come guida e alla quale si attengono fedelmente in tutta la loro attività. Al di fuori del marxismo-leninismo non vi possono essere partiti comunisti.
Gli autentici partiti comunisti sono partiti chiamati a fare la rivoluzione e a costruire il socialismo, mentre i partiti cosiddetti comunisti come quelli italiano, francese, spagnolo e altri dello stesso tipo sono partiti delle riforme borghesi. I primi sono partiti che hanno per missione di rovesciare l’ordine borghese e di costruire il mondo nuovo, i secondi perseguono lo scopo di difendere l’ordine capitalistico e conservare il vecchio mondo.
Al tempo in cui Lenin si batteva contro gli opportunisti per la costruzione del Partito Bolscevico, egli diceva:
«... dateci un’organizzazione di rivoluzionari e noi capovolgeremo la Russia».(*Lenin. Opere, vol. 5, p. 555 dell’edizione albanese.)
Egli costruì un partito di questo tipo e portò la classe operaia russa alla gloriosa vittoria della Rivoluzione d’Ottobre.
Ma i revisionisti di Berlinguer, dove vogliono portare la classe operaia italiana? «Lottiamo nel quadro della costituzione repubblicana», essi dicono. E la borghesia risponde: «Dietro le sbarre della mia costituzione lottate finché volete, perché ciò non mi reca alcun danno». Per difendere la sua costituzione, le sue leggi e le sue istituzioni, la borghesia mantiene in efficienza l’esercito, la polizia, i tribunali ecc. Al loro fianco si schiera ora anche il partito revisionista, che si adopera a mantenere oppressa e sottomessa la classe operaia, per disorientarla ideologicamente e corromperla politicamente. Questo partito revisionista si è convertito in un istituzione del potere borghese per soffocare lo spirito rivoluzionario della classe operaia, per oscurarle la prospettiva socialista, per non permetterle di rendersi conto delle misere condizioni in cui versa e di sorgere ad una decisa lotta per il rovesciamento della borghesia.

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I revisionisti italiani, francesi, spagnoli hanno percorso un lungo cammino prima di rinnegare il socialismo. All’inizio essi sostenevano che in Unione Sovietica il socialismo si divide in due parti: il «socialismo leninista» che era buono, giusto, ma subordinato alle particolari condizioni storiche della Russia zarista, quindi inadeguato ai paesi capitalisti sviluppati, e il «socialismo stalinista» che era cattivo, in quanto presunta alterazione del primo, un socialismo deformato, burocratizzato, ecc.
Quest’evoluzione nei giudizi non è fortuita. Se l’«esperienza leninista» venisse accettata, sia pure con riserve, se si accettasse per esempio la giustezza dell’uso della violenza rivoluzionaria per la presa del potere, allora non ci sarebbe più posto per il «modello» di socialismo eurocomunista. La teoria di Lenin sulla rivoluzione e l’edificazione del socialismo, in quanto ulteriore sviluppo degli insegnamenti di Marx, è così completa, così coerente, così scientifica e logica, che va accettata così com’è, oppure non va assolutamente accettata. Essa non può essere spezzettata senza cadere in contraddizioni inconciliabili e in assurdità nel campo della logica.
Così gli eurocomunisti ora non sono soltanto contro Stalin, ma hanno abbandonato anche il leninismo, credendo in questo modo di essersi salvati e di aver trovato la via per predicare il «so cialismo eurocomunista». Se essi hanno rinunciato al leninismo, il proletariato però non vi rinuncia. Il leninismo è una scienza viva, è l’ideologia combattiva del proletariato, è la bandiera della rivoluzione e dell’edificazione del socialismo. Il leninismo è quella potente arma con cui gli autentici rivoluzionari, tutti coloro che aspirano al comunismo e compiono sforzi per instaurare il socialismo, si battono contro tutti i nemici, contro la borghesia e i suoi collaboratori. Il leninismo è lo specchio che riflette il vero volto degli eurocomunisti e di tutti gli altri revisionisti, che rivela la falsità delle loro «teorie» opportunistiche e la loro attività reazionaria contro il proletariato, il socialismo e la causa dei popoli.

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Per rendersi conto quanto gli eurocomunisti si siano allontanati dall’idea del socialismo e quale società socialista intendono costruire, basta esaminare alcune delle loro tesi principiali che essi strombazzano al suono di tam-tam come il «supremo sviluppo del pensiero progressista dell’attuale società umana».
«Per realizzare una società socialista, dichiarono i revisionisti italiani, non è necessaria una statizzazione integrale dei mezzi di produzione.
Accanto a un settore pubblico... opererà l’iniziativa privata... Particolare funzione avranno la proprietà contadina liberamente associata, l’artigianato, la piccola e media industria, l’iniziativa privata nel campo delle attività terziarie...
In questa concezione del processo di trasformazione della società in senso socialista, deve esservi un legame del sistema economico che assicuri un’integrazione tra programmazione e mercato, tra iniziativa pubblica e privata...» (* La politica e l’organizzazione dei comunisti italiani. Roma, 1979, pp. 12-13.)
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Gli eurocomunisti presentano la via della trasformazione della società capitalista in socialista come uno sviluppo fino in fondo della democrazia politica borghese e, a sentire loro, come una via pacifica che non porta ad un cambiamento qualitativo, ma quantitativo. «La democrazia politica, dicono i revisionisti italiani, si presenta perciò come forma istituzionale più alta di organizzazione di uno Stato, anche di uno Stato socialista». (* La politica e l’organizzazione dei comunisti italiani. Roma, 1979, p. 11 )
Se analizziamo questa cosiddetta tesi, risulta che la «democrazia politica» per i lavoratori esisterebbe già nel capitalismo, che al socialismo si potrebbe giungere allargando questa democrazia e infine che la caratteristica fondamentale della società socialista sarebbe la democrazia borghese la quale s’identifica con la democrazia socialista.

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Berlinguer, Marchais e Carrillo, andando più in là di Togliatti, dicono ai sovietici: «Non siete stati forse voi a parlare di coesistenza pacifica?
Avanti allora, creiamo questa coesistenza e portiamola fino in fondo». Ma con chi si dovrebbe coesistere in modo pacifico? Con gli avversari del comunismo, cioè con la borghesia capitalista, con l’imperialismo americano ecc. Ma per giungere a questa coesistenza pacifica, essi dicono, bisogna prima rivedere i «dogmi» riguardanti la politica, l’ideologia, l’economia, l’arte, poiché i «dogmi» non corrispondono più alla società attuale. E siccome anche le idee di Marx, Engels, Lenin e Stalin sulla dittatura del proletariato, sulla lotta di classe, sulla presa del potere con la violenza sarebbero «dogmi», allora neppure queste sono adatte. Il potere dev’essere preso quindi non con la violenza, ma in via parlamentare, attraverso le elezioni generali, attraverso l’avvento al potere della classe operaia e l’allontanamento della borghesia dal potere in modo democratico.

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I revisionisti italiani che si adoperavano in ogni modo di convincere la borghesia della loro sincerità e lealtà, cercavano di fornire il maggior numero di prove proprio in tal senso non opponendosi alla politica estera del governo democristiano, che si basava sull’incondizionata alleanza con l’imperialismo americano, la completa sottomissione alla NATO, il libero accesso del grande capitale americano e la trasformazione del paese in una grande base militare degli Stati Uniti d’America.
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Il fatto che gli eurocomunisti negano l’esistenza di un problema nazionale nei loro paesi, e concretamente la necessità di lottare contro il dominio e il diktat americano e di consolidare l’indipendenza e la sovranità nazionali è un’altra prova della loro degenerazione politica e ideologica, del loro tradimento nei confronti della causa della rivoluzione. Ora i revisionisti italiani insistono non solo sulla permanenza dell’Italia nella NATO, ma sono divenuti anche sostenitori ancora più strenui dell’atlantismo degli stessi democristiani e degli altri partiti borghesi filoamericani. La permanenza dell’Italia nell’Alleanza atlantica, dicono i revisionisti italiani, deriva dalla necessità di mantenere l’equilibrio di potenza da cui dipende la salvaguardia della pace in Europa e nel mondo. (* La politica e l’organizzazione dei comunisti italiani. Roma, 1979, pp. 39-40.)
Con questa tesi i berlingueriani dicono agli operai: non opponetevi alla NATO, non chiedete l’allontanamento degli americani da Napoli e Caserta, non denunciate l’installazione di missili a testata nucleare presso le vostre case, non aprite bocca contro gli aerei americani che si trovano negli aeroporti italiani pronti a prendere il volo verso le zone in cui vengono compromessi gli interessi degli imperialisti americani. Sacrifichiamo pure gli interessi nazionali dell’Italia, dicono i revisionisti italiani, per grazia della politica egemonica americana, lasciamo pure a Washington decidere chi dovrà governare e come dovrà governare l’Italia, infine che l’Italia intera venga pur distrutta dalle fiamme atomiche purché sia mantenuto l’equilibrio fra le superpotenze.

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Presi insieme, gli eurocomunisti con il loro atteggiamento verso i movimenti rivoluzionari e di liberazione hanno abbracciato l’ideologia del non allineamento, che fa loro molto comodo per giustificare la sottomissione dei popoli al dominio delle potenze imperialiste e per reclamizzare il neocolonialismo come via d’uscita dalla povertà e come via di sviluppo dei paesi ex coloniali. «Momento fondamentale della lotta per la pace, per la cooperazione internazionale e per una politica di coesistenza pacifica è sempre più l’azione per la costruzione di un nuovo sistema e ordine internazionale, anche nel campo economico» (*La politica e l’organizzazione dei comunisti italiani. Roma, 1979, p. 40. ), hanno scritto i revisionisti italiani nelle tesi del loro ultimo congresso. Essi sono coerenti nella loro linea opportunistica. Così come cercano di riformare l’ordine capitalista all’interno del paese nel medesimo tempo pensano di poter cambiare, con qualche riforma, anche il carattere struttatore dei rapporti economici internazionali del sistema capitalista.
(...)

Dissensi e divergenze fra il Partito Comunista Italiano e il Partito Comunista Francese, da una parte, e i revisionisti kruscioviani, dall’altra, ci sono stati sin dal tempo di Togliatti e di Thorez, e questi dissensi e queste divergenze sono andati continuamente moltiplicandosi e aggravandosi.
Non sono però mai giunti al punto di esacerbazione, in cui si trovano attualmente.

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I partiti revisionisti italiano, francese e spagnolo, benché attualmente abbiano una strategia identica, differiscono in certo modo nelle loro tattiche a causa delle particolarità che ha la borghesia in questi tre paesi. La borghesia francese è una borghesia forte, una borghesia che possiede una lunga esperienza. Essa possiede inoltre una grande potenza politico-ideologica, per non parlare della forza economica e del potere militare e poliziesco che detiene, mentre la borghesia italiana è meno forte di quella francese. Sebbene detenga il potere, essa ha molti punti deboli. Tale situazione ha permesso al Partito revisionista italiano di entrare in trattative, di giungere a stabilire anche molte forme di collaborazione, persino parlamentari, con gli altri partiti, per non parlare della collaborazione tramite i sindacati con la borghesia capitalista italiana, e, in primo luogo, con il suo partito democristiano. E’ per questo motivo che il partito di Berlinguer cerca di procedere di pari passo con la borghesia, e di condurre nello stesso tempo anche una politica «de bascule» tra Mosca e la borghesia del suo paese, tanto più che la borghesia italiana ha, anch’essa, degli interessi con l’Unione Sovietica. Non dimentichiamo i grossi investimenti che vi ha fatto.

L’IDEOLOGIA RIFORMISTA E L’OPPORTUNISMO POLITICO — CARATTERISTICHE FONDAMENTALI DEI PARTITI EUROCOMUNISTI

Il revisionismo moderno, come abbiamo visto, si manifesta in forma di correnti e assume aspetti diversi, a seconda delle concrete condizioni politiche, economiche e sociali di ogni paese o gruppo di paesi. Così è avvenuto anche con i partiti attualmente conosciuti sotto il nome di eurocomunisti.
Sebbene rappresentino una corrente a sé del revisionismo moderno, la corrente che meglio risponde agli interessi della borghesia dei paesi capitalisti sviluppati, come sono i paesi dell’Europa Occidentale, i partiti revisionisti italiano, francese e spagnolo posseggono anche alcune loro particolarità.


La Costituzione dello Stato borghese, base del «socialismo» togliattiano


Parlando della «terza via» che costituisce la nuova strategia del revisionismo eurocomunista, Berlinguer nel suo rapporto «Per il socialismo nella pace e nella democrazia...», tenuto al 15° Congresso del PCI, chiarisce in modo più completo che cosa significa per lui e per i suoi compagni questa terza via. «Si tratta, egli dice, di un’espressione che ha avuto fortuna... che abbiamo finito per accogliere... Abbiamo prima avuto l’esperienza della II Internazionale: La prima fase della lotta del movimento operaio per uscire dal capitalismo... Ma quest’ esperienza... finì col cedere di fronte alla prima guerra mondiale ed ai nazionalismi.
La seconda fase si apre, prosegue Berlinguer, con la rivoluzione russa d’Ottobre...»*. Ma anche per questo, secondo lui, bisogna fare una nota critica alla storia e alla realtà dell’Unione Sovietica, poiché neppure quest’esperienza è valida. Risulta quindi che la terza fase sarebbe cominciata ora con l’eurocomunismo. Compito del movimento operaio dell’Europa Occidentale, dichiara Berlinguer, è di «trovare nuove vie di progresso verso il socialismo e di costruzione del socialismo»**.
La via per giungere a questa «società», secondo i revisionisti italiani, è «la linea stabilita dalla Costituzione repubblicana per incamminare l’Italia sulla via della sua trasformazione in una so-
* E. Berlinguer. Per il socialismo nella pace e nella democrazia in Italia e in Europa, Roma, 1979, p. 38.
** Ibidem, p. 39.


cietà socialista basata sulla democrazia politica».*
I revisionisti francesi, invece, non possono presentare la Costituzione di de Gaulle come base del loro socialismo, per il fatto che non solo non hanno preso parte alla sua elaborazione, ma hanno per giunta votato contro ; non la menzionano, ma praticamente non la negano.
I revisionisti italiani hanno da tempo elaborato l’idea del conseguimento del «socialismo» attraverso la Costituzione borghese. Sin dal 1944 Togliatti nei suoi discorsi dichiarava che i tempi erano cambiati, era cambiata anche la classe operaia, erano cambiate anche le vie per la presa del potere. Con ciò egli intendeva dire che «era finito il tempo delle rivoluzioni ed era giunto quello delle evoluzioni», che il «potere si poteva conquistare unicamente seguendo la via delle riforme, la via parlamentare tramite il voto».
In seguito alla riunione del CC del PC Italiano del 28 giugno 1956, subito dopo il 20° Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, Togliatti diceva che «bisogna prevedere un progresso socialista che si sviluppi proprio sul terreno stabilito e previsto dalla Costituzione e che è il terreno delle libertà democratiche e delle trasformazioni sociali progressive... Questa costituzione non è ancora una costituzione socialista,
* La politica e l’organizzazione dei comunisti italiani, Roma,
1979, p. 3.


ma essendo essa l’espressione di un vasto movimento unitario, rinnovatore, differisce profondamente dalle altre costituzioni borghesi; essa rappresenta una base effettiva di sviluppo della società italiana sulla via che porta al socialismo».
Che la Costituzione italiana sia diversa, per esempio, dalla costituzione del tempo della monarchia e del fascismo, che in essa figurino una serie di princìpi democratici, questo è comprensibile, poiché questi princìpi sono stati imposti dalla lotta della classe operaia e del popolo italiano contro il fascismo. Ma non è soltanto la Costituzione italiana a contenere simili princìpi. Dopo la Seconda Guerra mondiale in tutti i paesi capitalisti d’Europa la borghesia tentò in un modo o nell’altro di turlupinare la classe operaia, concedendole alcuni diritti sulla carta e togliendoli poi nella pratica.
Quello che prevede la Costituzione italiana sono libertà e diritti formali che vengono giornalmente violati dalla borghesia. Vi si prevede per esempio una certa limitazione della proprietà privata, ma ciò non ha impedito alla Fiat e alla Montedison di arricchirsi sempre più e ai loro operai di impoverirsi sempre più. Nella costituzione è previsto il diritto al lavoro, ma ciò non impedisce né ai padroni capitalisti né al loro Stato di gettare sul lastrico circa due milioni di operai. La Costituzione garantisce una serie di diritti democratici, ma ciò non impedisce né allo Stato italiano, né all’arma dei carabinieri, né alla polizia di agire quasi apertamente, basandosi sui diritti concessi loro dalla Costituzione, per la messa a punto di quel meccanismo che è pronto ad instaurare un regime fascista. I vari comandi fascisti, da quelli dell’estrema destra a quelli denominati «brigate rosse» nonché i terroristi di Piazza Fontana trovano anch’essi la loro giustificazione nella Costituzione italiana.
Pensare, come fanno i togliattiani, che la borghesia italiana ha elaborato la sua ben nota costituzione per condurre la società al socialismo, è un’assurdità pura e semplice. La Costituzione italiana, come le altre leggi fondamentali nei paesi borghesi, sanziona il potere esclusivo politico, legislativo e esecutivo della borghesia nel paese; essa sanziona il mantenimento della proprietà e del suo potere al fine di sfruttare le masse lavoratrici. Detta costituzione conferisce basi legali agli organi di repressione affinché questi restringano la libertà e la democrazia del popolo ed esercitino la loro oppressione e il loro dominio su tutti e su tutto. Qualche «bella» parolina come libertà, uguaglianza, fratellanza, democrazia, giustizia, ecc. può figurare da duecento anni nelle costituzioni, ma essa nella pratica non sarà applicata neppure fra altre migliaia di anni se non verranno rovesciate la borghesia capitalista ed insieme ad essa anche le sue costituzioni e le sue leggi.
Per i revisionisti italiani la Costituzione in vigore è la loro bibbia e la borghesia non poteva trovare avvocati migliori per difenderla e propagandisti più zelanti per reclamizzarla. L’ardore con il quale i revisionisti italiani difendono la Costituzione del loro Stato capitalista, dimostra che essi non possono concepire alcun altro sistema sociale all’infuori del sistema borghese esistente, all’infuori delle sue istituzioni politiche, ideologiche, economiche, religiose e militari. Per loro il socialismo e l’attuale Stato capitalista italiano sono la medesima cosa. L’opportunismo nel quale sono nati e sono cresciuti, ha offuscato la vista ai leader del partito revisionista italiano ed ha chiuso loro ogni orizzonte. I revisionisti italiani sono divenuti le guardie dell’ordine capitalista. Questo ruolo essi lo presentano per giunta como una virtù, e ne anno menzione anche nei loro documenti. «...anche in questo trentennio, si dice nelle tesi del 15° Congresso del PCI, il partito comunista ha seguito una linea di coerente difesa delle istituzioni democratiche (leggi: borghesi); di organizzazione e sviluppo della vita democratica tra le masse die lavoratori e dei cittadini, di lotte per le libertà individuali e collettive, per il rispetto e l’attuazione della Costituzione. Tale politica il PCI ha attuato attraverso la ricerca costante dell’unità col PSI
(1), con le altre forze democratiche, laiche e cattoliche, e pur nella lotta dell’opposizione, — di ogni possible convergenza con la stessa D.C., — allo scopo
1 Il Partito Socialista Italiano.

di evitare la rottura del quadro democratico costituzionale»*. Non si può parlare più apertamente di cosi. Non si può dare una più evidente testimonianza di fedeltà servile alla borghesia. «Evitare la rottura del quadro democratico costituzionale» significa evitare il rovesciamento dell’ordine borghese esistente, evitare la rivoluzione, evitare il socialismo. Cosa può chiedere di più la borghesia ai revisionisti?
Sono già trascorsi 35 anni da quando la borghesia italiana, i revisionisti, la chiesa ecc. Stanno ingannando il popolo italiano, dicendogli che la vita dificile che sta conducendo, la miseria in cui vive, il feroce sfruttamento, la corruzione, il terrorismo e tutte le altre piaghe sociali che caratterizzano l’Italia, sono conseguenza della «mancata attuazione coerente della Costituzione». Ma la situazione in Italia è stata e rimane miserabile, non per la mancata attuazione della Costituzione, ma a causa del sistema che essa difende. Il presente è il risultato di tutto lo sviluppo dell’Italia nel dopoguerra.
L’Italia che ha conosciuto i mali del regime monarchico dei Savoia, che ha sofferto gli orrori del regime fascista, che ha conosciuto la povertà e la degenerazione morale e politica cagionati da questo regime, che ha subito le devastazioni della
* La politica e l’organizzazione dei comunisti italiani. Roma,
1979, p. 11.


Seconda Guerra mondiale, è uscita da questa guerra rovinata economicamente e si è immersa in una profonda crisi politica, morale e sociale che perdura ancora oggi.
Alla fine della guerra l’Italia si trasformò in un caos, ma anche in un circo, dove il ruolo degli acrobati e dei clown veniva interpretato dai nuovi gerarchi, coperti col manto dei partiti ricostituiti sotto nomi «rinomati»: socialista, socialdemocratico, democristiano, liberale, comunista ecc. Chi si faceva passare per continuatore di Gramsci, chi di Don Sturzo, chi di Croce e chi di Mazzini.
Dal paese del silenzio e della bocca chiusa che era al tempo del fascismo, l’Italia si trasformò nel paese tradizionale del rumore assordante.
Se il capitale americano ha messo un piede in diversi paesi d’Europa, in Italia ve li ha messi tutti e due. E ciò è avvenuto perché la borghesia di questo paese è la più degenerata, la più cosmopolita, la più corrotta sotto ogni aspetto, insomma, una borghesia senza patria.
I democristiani hanno avuto e hanno sempre nelle mani le redini dell’Italia. Anche gli altri partiti borghesi chiedono di avere la loro parte in questo bazar, dove ogni cosa si vende all’ingrosso e al minuto, persino l’Italia. Espressione di questa lotta per il potere, della concorrenza e della rivalità fra i partiti sono gli innumerevoli e frequenti cambiamenti di governo. Cambiamenti si fanno, ma il perno rimane sempre il partito democristia no, che si fa la parte del leone. I democristiani hanno dato prova di essere agili equilibristi nella formazione dei governi, concedendo a piccole dosi qualcosa anche ai loro rivali e dando nel contempo l’impressione di essere e di non essere incontrastati padroni del paese. A tal fine essi portano alla ribalta ora il «centrosinistra», ora il «centrodestra», ora combinano un governo «monocolore», ora «bicolore». Ma tutto ciò non è che un’illusione di cui si servono per mostrare che starebbero trovando una soluzione al caos, alla miseria, alla fame, alla disoccupazione, alla terribile crisi generale che sta travagliando il paese.
Attualmente in Italia stanno germogliando tutti i crimini. Il neofascismo si è organizzato in partito parlamentare e dispone di innumerevoli gruppi di terroristi e di squadristi, che gli italiani chiamano gli «agnelli» del segretario generale del partito fascista, Almirante. La mafia criminale ha affondato gli artigli ovunque e il crimine, i furti, gli assassini, i sequestri di persona sono stati elevati a industria moderna. Nessun italiano è sicuro del domani. L’esercito, l’arma dei Carabinieri e gli organi della polizia segreta sono stati gonfiati al punto da soffocare il paese. I loro effettivi sono stati gonfiati per difendere, a loro dire, il popolo e l’«ordine democratico» dai «brigatisti» di estrema sinistra e di estrema destra. Ma la verità è ben diversa, poiché senza questi organi non si possono difendere i ladri e gli assassini di grosso calibro che occupano seggi al parlamento o si trovano negli stati maggiori dell’esercito, della polizia ecc.
Nel medesimo tempo l’Italia è indebitata fino al collo, mentre la sua moneta è la più debole rispetto a tutte le monete dei paesi dell’Europa Occidentale. Essa viene chiamata oggi il «malato» die Nove. Nessuno ha fiducia in quest’Italia con il suo marcio regime, in quest’Italia che può evolversi in una direzione pericolosa non solo per il popolo italiano, ma anche per i suoi vicini.
I diversi governi italiani, senza parlare del periodo del fascismo mussoliniano, hanno tenuto generalmente atteggiamenti non amichevoli, aperti o nascosti, verso l’Albania. La reazione albanese traditrice che scappò via su navi inglesi, si radunò in Italia, dove fu organizzata e addestrata dai vari governi del dopoguerra di questo paese, dal nemico eterno dell’Albania, il Vaticano, come pure dagli anglo-americani, al fine di agire contro la nuova Albania. Nei primi anni successivi alla Liberazione, il nostro popolo ha dovuto condurre un’aspra lotta contro gli agenti eversivi che venivano inviati dall’Italia. Si sa bene quale fu la loro fine.
Ma anche il destino degli altri non fu migliore.
Una parte dei fuorusciti albanesi traditori rimasero in Italia, altri se ne andarono in America, in Belgio, in Inghilterra, nella Germania Federale e in parecchi altri paesi, secondo la destinazione loro assegnata dai servizi imperialistici di spionaggio.
I governi italiani, vedendo che i loro atti ever sivi contro la nuova Albania non avevano successo, cominciarono ad assumere una posizione politica «menefreghista» verso il nostro paese. E’ vero che furono stabiliti rapporti diplomatici fra i due paesi, ma gli altri rapporti sono rimasti sempre ad un livello molto basso. I governi italiani non hanno mai espresso la volontà di sviluppare tali rapporti. Nessun governo italiano ha mai pubblicamente condannato l’opera barbara di Mussolini contro l’Albania. Questi governi hanno però avuto cura di esumare i resti dei soldati italiani uccisi dai nostri partigiani durante la Lotta di Liberazione Nazionale e di riportarli in Italia, per consacrarli come «eroi che avevano combattuto per la grandezza dell’Italia», e per render loro omaggio ogni anno.
La stampa italiana, nella sua maggior parte, raramente pubblica qualcosa di positivo sull’Albania. Essa si è distinta fra tutta la stampa mondiale per un atteggiamento mirante a presentare sotto una falsa luce il nostro paese ed a denigrarlo.
Nemmeno i revisionisti italiani hanno mantenuto un atteggiamento diverso da quello della stampa e dei governanti italiani. Nel 1939, i dirigenti del Partito Comunista Italiano guardarono da lontano gli eserciti italiani che andavano a carpire la libertà ad un piccolo popolo vicino. Essi non furono nemmeno all’altezza dei socialisti italiani, i quali condannarono l’imperialismo del loro paese al tempo della Lotta di Vlora, nel 1920. I principali dirigenti del Partito Comunista Italiano neppure dopo la guerra si sono degnati di venire in Albania, per condannare i crimini del fascismo e per esprimere la loro solidarietà al popolo albanese, che aveva tanto sofferto durante la guerra e si era battuto eroicamente contro il fascismo italiano.
Il Partito Comunista Italiano ha lottato e lotta per svuotare i suoi aderenti e il proletariato italiano dello spirito rivoluzionario, per nutrire in essi l’idea di conciliazione di classe e di far scomparire in loro l’idea della presa violenta del potere dalle mani dei capitalisti. Esso non è che un partito socialdemocratico come gli altri, ma che è stato lasciato all’opposizione e non ammesso nel giro, per aver aderito prima alla III Internazionale e poi perché la borghesia, a quanto pare, esige da esso prove ancora maggiori.
Lo Stato borghese «democratico» italiano sovvenziona con miliardi di lire il Partito Comunista Italiano, come anche tutti gli altri partiti parlamentari. Il partito revisionista, però, si assicura altri consistenti introiti attraverso le società commerciali, oppure sovvenzioni per l’opera di sensale che svolge. Esso ha la sua aristocrazia e la sua plebe. Gli aristocratici sono i deputati, i senatori, i sindaci e i consiglieri comunali, ed anche i funzionari permanenti.
Il 10° Congresso del Partito Comunista Italiano, che si tenne nel 1962, procedette alla codificazione delle idee di Togliatti, della linea socialdemocratica, dell’allontanamento aperto dal marxismo-leninismo. Togliatti era un intellettuale riformista e tale rimase fino agli ultimi giorni della sua vita, fino al «testamento di Yalta», in cui ribadiva il «policentrismo» e si esprimeva a favore del «pluralismo» dei partiti nella presunta marcia verso il socialismo, «per la libertà di coscienza», «di parola», «dei diritti dell’uomo» ecc. Ecco quale era la via del cosiddetto «socialismo italiano».
Il 10° Congresso presentò «La via italiana verso il socialismo» come una via originale, come un nuovo sviluppo del marxismo, come un superamento degli insegnamenti della Rivoluzione d’Ottobre e di tutte le esperienze delle precedenti rivoluzioni socialiste. In verità questa era la via delle «riforme di struttura», la via revisionista, opportunista, adottata secondo le esigenze e la situazione del capitale monopolista italiano.
Secondo la «teoria» delle «riforme di struttura», si andrebbe verso il socialismo attraverso le riforme graduali, che verrebbero strappate al capitale monopolistico in modo pacifico. Queste riforme graduali sarebbero state attuate solo attraverso la via parlamentare, con la forza del voto, indipendentemente dal fatto che i monopoli capitalistici avevano in mano nel contempo le ricchezze del paese, le armi, la direzione del parlamento e dell’amministrazione. Secondo loro le «riforme delle strutture sociali ed economiche», la cui realizzazione sarebbe possibile nel quadro dello Stato borghese, «elimineranno lo sfruttamento e le diseguaglianze di classe, e renderanno possibile... un graduale superamento della divisione fra governi e governati, una piena liberazione dell’uomo e della società» (*La politica e l’organizzazione dei comunisti italiani. Roma, 1979, p. 11..)
I revisionisti italiani sono completamente slittati sulle posizioni del tradeunionismo e della socialdemocrazia, che limitano la lotta degli operai alle sole rivendicazioni economiche e democratiche, e pensano di poter eliminare le conseguenze dell’ordine capitalista senza intaccarlo. Ma la storia ha provato che ciò è un’utopia, poiché gli effetti non possono essere eliminati senza far scomparire le loro cause, che sono inerenti al sistema stesso capitalista. L’aperto passaggio sulle posizioni della socialdemocrazia, ora viene accettato dagli stessi capifila revisionisti italiani, e non senza un certo vanto per aver compiuto questo passo «storico». All’ultimo congresso del Partito Comunista Italiano, l’ex presidente del parlamento italiano e membro della direzione del partito, Ingrao, ha dichiarato che «noi abbiamo molto da imparare dalla socialdemocrazia». Che i capifila del partito revisionista italiano siano ancora dei novizi rispetto agli anziani professori socialdemocratici nella revisione del marxismo-leninismo e nella lotta contra la rivoluzione, questo è vero. Ma essi possono essere paragonati a loro per l’incontenibile zelo di servire incondizionatamente e con servilismo la borghesia.
I revisionisti italiani possono predicare notte e giorno, possono sgolarsi a forza di parlare su tutte le piazze e di pregare in tutte le chiese che vi sono in Italia, ma mai e poi mai riusciranno a realizzare i loro sogni riformisti di poter passare al socialismo tramite il parlamento, la Costituzione e lo stesso Stato borghese.
La continuazione della linea delle «riforme di struttura» di Togliatti è sfociata ora nel «compromesso storico» con la borghesia, proclamato da Berlinguer. Questo slogan, con il quale la direzione revisionista italiana si sta trastullando, è stato lanciato proprio nel momento in cui lo Stato borghese capitalista italiano sta attraversando una crisi molto grave. Con il «compromesso storico» il Partito Comunista Italiano ha offerto alla Democrazia Cristiana, rappresentante del grande capitale e dell’alta gerarchia ecclesiastica, la sua collaborazione per farla uscire da questa situazione e per salvare questo Stato.
Il «compromesso storico» di Berlinguer è una continuazione dei vecchi orientamenti del Partito Comunista Italiano, il quale, all’indomani della guerra, chiese la sua partecipazione al potere borghese e l’unificazione con i socialisti di Nenni. Esso è la continuazione del noto flirt con il presidente democristiano di quel tempo Alcide De Gasperi, è la mano tesa di Togliatti e di Longo ai cattolici. Berlinguer ha trasformato questo orientamento da tattica in strategia. Il «compromesso storico», proposto dal Partito Comunista Italiano, è la vecchia politica liberale che all’Italia ha sempre calzato «comme un gant».(*In francese nel testo.)
Il «compromesso storico» di Berlinguer fu un tentativo e una speranza nata sotto l’influenza degli eventi del Cile. I revisionisti italiani, quando videro che il socialista Allende non potè rimanere al potere senza la collaborazione del Partito Democristiano di Frei, pensarono che nemmeno loro potevano accedere e mantenersi al potere senza il sostegno e la collaborazione dei democristiani. La paura dell’instaurazione del fascismo con l’aiuto dell’imperialismo americano li spinse a ritirarsi e a fare notevoli concessioni sia di principio che pratici, ad abbandonare anche quella posizione in un certo modo indipendente che mantenevano sino allora, quando pensavano di poter ottenere la maggioranza al parlamento e governare insieme ad una coalizione di sinistra. Sin d’allora, allo scopo di evitare un ripetersi degli avvenimenti del Cile in Italia, essi accettarono di svolgere un ruolo secondario, il ruolo di subordinazione, in una coalizione non più di sinistra, ma di destra, con i democristiani.
Nel momento in cui il Partito Comunista Italiano lanciò la parola d’ordine del «compromesso storico», si ebbe l’impressione che l’Italia si stesse trasformando in un paese industriale potente. In quel periodo non solo la reazione, ma gli stessi «comunisti» italiani, consideravano il «compromesso storico» come una «strategia» a lungo termine. Ma sopravvenne la crisi e il fascismo risorto diventò più minaccioso; l’uso delle bombe, i casi di omicidio e di scomparsa di persone divennero fatti correnti. Il «compromesso storico» cominciò a divenire più attuale e a sembrare più «ragionevole» sia ad una parte della borghesia che ad una parte dei democristiani. Rappresentante di tale corrente era anche Aldo Moro, ma egli fu liquidato, poiché i democristiani non erano e non sono ancora pronti ad entrare in questo compromesso, a prescindere dalle disfatte subite alle elezioni.
Nell’attuale congiuntura di crisi, i democristiani hanno escogitato alcuni modi e alcune forme di coordinamento delle loro azioni con i «comunisti» su certe questioni, sia a livello dei sindacati che a livello dei partiti, ciò nonostante essi hanno paura anche di un partito comunista italiano «à l’eau du rose».(* In francese nel testo.)
Accetterà il capitale monopolista italiano la mano che gli tende il Partito Comunista Italiano?
Esso chiede che i revisionisti sostengano il governo al parlamento, votino a favore del suo programma e delle sue leggi, entrino nella «maggioranza parlamentare», nella «maggioranza governativa», ma non nel governo, nel potere, nei centri dove si prendono decisioni politiche relative alla direzione del paese. Gli Stati Uniti d’America si sono espressi contro la presenza dei revisionisti europei nei governi dei paesi aderenti alla NATO.
La borghesia italiana sta eseguendo quest’ordine dei suoi padroni.
Il Partito Comunista Italiano, ogni volta che si fanno elezioni legislative, si trova sempre davanti ad un grande dilemma. Esso non sa come dovrà agire qualora dovesse ottenere un numero maggiore di suffragi rispetto ai democristiani.
Berlinguer, impaurito, si attiene alla formula secondo cui in ogni caso bisogna costituire un governo di larga partecipazione di tutti i partiti deil’«arco democratico», per attuare alcune riforme, ma naturalmente nel quadro di una «democrazia pluralistica» e senza far uscire l’Italia dalla NATO.
Perché Berlinguer prospetta le cose in questo senso? Perché questa è la linea revisionista del Partito Comunista Italiano, che ha paura di assumersi responsabilità di fronte alla crisi e al fallimento del sistema borghese che le riforme non sono in grado di risanare. D’altro canto, il Partito Comunista Italiano teme anche le masse di operai e di lavoratori italiani che nel caso di una vittoria di questo partito, chiederanno non più la collaborazione con il padronato, ma la presa del potere.
Il Partito Comunista Italiano non si augura né permetterà mai una situazione simile. Ma nemmeno la borghesia monopolista americana e italiana lo desidera, e farà tutto il possibile affinché una situazione simile non venga a crearsi.
Nel caso in cui il Partito Comunista Italiano vincesse alle elezioni, in un primo tempo si potrebbe fare un compromesso antistorico; questo «compromesso» sarà però effimero, tanto per calmare l’opinione pubblica e poter dare un giro di vite.
Il capitale non depone mai le armi, se non le vengono tolte a viva forza. Il Partito Comunista Italiano non è di quei partiti che vanno alla rivoluzione. Esso non è stato e non è per l’instaurazione di una società socialista in Italia, né oggi, né domani, né mai.
(...)

Gli eurocomunisti hanno gettato via la bandiera del marxismo-leninismo, la bandiera della rivoluzione e della dittatura del proletariato. Essi predicano la pace di classe e inneggiano alla democrazia borghese. Ma con prediche ed inni le piaghe della società borghese non possono essere rimarginate e le sue contraddizioni non possono essere risolte. Ciò è stato ormai confermato dalla storia e i suoi insegnamenti non possono essere ignorati. Il proletariato, gli oppressi e gli sfruttati camminano in modo naturale verso la rivoluzione, verso la dittatura del proletariato e il socialismo.
Sempre in modo naturale essi cercano anche la via che consente loro di appagare queste storiche aspirazioni, via che viene loro indicata dall’immortale teoria di Marx, Engels, Lenin e Stalin. Sta ai nuovi partiti comunisti marxisti-leninisti prendere nelle loro mani la direzione delle battaglie di classe che gli eurocomunisti hanno abbandonato, di assegnare al proletariato e alle masse quell’avanguardia militante e combattiva che essi cercano e accettano di avere come guida.
Le situazioni non sono facili, ma ricordiamo le ottimistiche parole di Stalin secondo cui «non c’è fortezza che i comunisti non riescano ad espugnare». Questo ottimismo rivoluzionario scaturisce dalle stesse leggi oggettive di sviluppo della società. Il capitalismo è un sistema condannato dalla storia ad essere liquidato. Nulla, né l’accanita resistenza della borghesia, né il tradimento dei revisionisti moderni, potranno salvarlo dalla sua inevitabile fine. Il futuro appartiene al socialismo e al comunismo.

 




ENVER HOXHA

" APPUNTI SULLE TESI DEL X CONGRESSO DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO"

"[...] Nelle sue tesi, la direzione del P.C. italiano giunge fino ad attribuire la responsabilità dell' aggressione contro Cuba, l'intensificazione della corsa al riarmo, ecc. non allo stesso Kennedy, ma alla pressione dei “gruppi militari”, di qualche cattivo elemento del suo apparato, che fa pressione su quell'“uomo buono, democratico e pacifico” che è Kennedy.
Più oltre è detto: “Sarebbe tuttavia errato negare che elementi di differenziazione continuano a manifestarsi nei gruppi dirigenti dell’imperialismo. Ciò rende oggi più facile isolare i gruppi oltranzisti, che esistono in ogni paese e fanno capo, da un lato allo Stato maggiore e alle organizzazioni tendenzialmente fasciste degli USA, dall’altro lato al militarismo tedesco e al militarismo francese, uniti nel combattere le prospettive di una distensione internazionale e del consolidamento della pace.” (punto 4 § 1, più in basso).
Così, secondo le tesi del X Congresso del P. C. italiano, appoggiandosi su questa “brava gente” diversafferente, si può facilmente venire a capo degli estremisti, dei militaristi, dei fascisti, ecc. Fondando le sue speranze sulla buona volontà di questa “brava gente”, la direzione del P. C. italiano arriva alla conclusione revisionista che è dunque possibile instaurare la coesistenza pacifica, risolvere i problemi economici e politici, eliminare le divergenze e “non esportare né la controrivoluzione, né la rivoluzione”.
E le tesi precisano: “Le lotte per questi obiettivi devono condursi escludendo tanto la prospettiva di una nuova guerra mondiale, quanto la possibilità di interventi stranieri diretti ad “esportare” sia la controrivoluzione che la rivoluzione.” (punto 4, più in basso).
Secondo costoro, fino ad oggi la rivoluzione è stata esportata, ed in questo campo “l'occhio e la mano di Mosca” sono sempre stati presenti. Ne seguirebbe logicamente, sempre secondo i revisionisti italiani, che “se la rivoluzione non fosse stata esportata” non vi sarebbero state queste preoccupazioni, poiché, in fin dei conti, ci sarebbe stata soltanto la Rivoluzione d’Ottobre, e basta! ; la borghesia e la sua “democrazia” con i suoi benefici, come il terrore, gli assassinii, le misure di repressione e lo sfruttamento dei lavoratori, avrebbero, attraverso un processo di sviluppo, portato il “progresso”, il socialismo.
Ne deriva dunque che la “coesistenza” esaltata dai revisionisti italiani racchiude in sé “una garanzia per l'imperialismo mondiale”, frena l'estensione della rivoluzione, della lotta della classe operaia, della dittatura del proletariato, ecc.
Si tratta qui ovviamente dell’integrazione del socialismo nel capitalismo, ciò che è ancora più spregevole delle teorie opportuniste di Kautsky e di Bernstein.
Infatti i revisionisti moderni italiani, non contenti di dare assicurazioni all'imperialismo a questo proposito, si sono anche assunti il compito di scalzare il socialismo là dove esso ha trionfato, e di estinguere e soffocare la rivoluzione, là dove sono state create le condizioni per il suo scoppio.
Indubbiamente, l'imperialismo ha bisogno di servi come Krusciov, Togliatti, Tito, ecc. per metterli in azione a suo vantaggio e prolungare la sua esistenza. Ma, per quanto facciano, imperialisti e revisionisti vedranno i loro sforzi fallire, poiché le rivoluzioni scoppieranno, la classe operaia e gli altri oppressi si organizzeranno e si scateneranno. In definitiva, l'imperialismo non può sfuggire alla morte. Ma, nel frattempo, non disarma e non rinuncia neppure alle sue intenzioni di dominare il mondo e distruggere il socialismo."

[ Enver Hoxha, da " APPUNTI SULLE TESI DEL X CONGRESSO DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO" , La crisi del revisionismo moderno italiano, Ed. 8 Nentori, Tirana, 1977, ]

* * *

The renegade Togliatti transformed the right-opportunist line of the Comintern into the "theory" of euro-"communism." The right-opportunist ideas of the euro "communists" can be traced up to the decisions of the Seventh Congress of the Comintern.

 

* * *

 

 

Excerpt from our General-Line of the Comintern (SH)

(CHAPTER VIII)

Our critique of the right-opportunist Resolution of the VII World Congress of the Comintern

against the imperialist war

special Critique at Togliatti

[ We recommend to compare the concerning correct Resolution of the 11th Plenum of the ECCI) and the RESOLUTION OF THE TENTH ECCI PLENUM ON THE INTERNATIONAL DAY OF STRUGGLE AGAINST IMPERIALIST WAR - especially: "6. To unmask social-democracy..." - which are in contrast to the revisionist Resolution of the VII World Comgress]


Also in the question of the imperialist war, the VII World Congress had completely left the Leninist road of the October Revolution.

In the Resolutions of the Seventh Congress there is nothing at all about the fact that the imperialist war creates the conditions for the socialist revolution, for the world revolution; that we Communists are expressly committed to connect the imperialist war with the world revolution; that you can only eliminate the inevitability of imperialism and wars by means of the dictatorship of the world proletariat and the construction of world socialism; that the October revolution will finally win in this way, and that one must proceed the Leninist path. The VII World Congress thus has finally abandoned the doctrine of Lenin on the anti-imperialist war.

Lenin:

"The opportunists have wrecked the decisions of the Stuttgart, Copenhagen and Basle congresses, which made it binding on socialists of all countries to combat chauvinism in all and any conditions, made it binding on socialists to reply to any war begun by the bourgeoisie and governments, with intensified propaganda of civil war and social revolution." [underlined by the Comintern(SH)]. The collapse of the Second International is the collapse of opportunism, which developed from the features of a now bygone (and so-called “peaceful”) period of history, and in recent years has some practically to dominate the International. The opportunist have long been preparing the ground for this collapse by denying the socialist revolution and substituting bourgeois reformism in its stead; by rejecting the class struggle with its inevitable conversion at certain moments into civil war, and by preaching class collaboration ... instead of recognising the need for a revolutionary war by the proletarians of all countries, against the bourgeoisie of all countries. The conversion of the present imperialist war into a civil war is the only correct proletarian slogan! [underlined by the Comintern(SH)]. Long live the international fraternity of the workers against the chauvinism and patriotism of the bourgeoisie of all countries! Long live a proletarian International, freed from opportunism !" (Lenin, collected works, Volume 21,"The War and Russian Social-Democracy", English edition)

"The war has been brought about by the ruling classes and only a revolution of the working class can end it." (Lenin, »War and Revolution«, Volume 24, page 420, German edition).

None of these Leninist principles can be found in the decisions of the Seventh Congress!

In the contrary:

Dimitrov described the claim - "that allegedly exactly those parties of the people's front and those states which advocate peace would lead to civil war and military involvements" - as "provocations of the Fascists" (! !) (Dimitrov, Selected Works, Volume 3, page 49, translation from the German edition ).

Lenin's thesis that the communist parties have to do everything possible for the civil war with compelling need, in order to achieve the termination of the war, and in order to establish the dictatorship of the proletariat - this was allegedly a "fascist provocation" in the eyes of Dimitrov ! And this for the alleged purpose that the pacifists should not be "deterred" through communism (?!).

"Renunciation of the class viewpoint and the class struggle, for fear of repelling the “broad masses of the population”(meaning the petty bourgeoisie)—such, doubtlessly, are the ideological foundations of opportunism". (Lenin, Collected Works, Volume 21, page 35, English version).

In his essay, "The united front of struggle for peace", 1938, Dimitrov calls those comrades who propagate "the inevitability of war and the impossibility of preserving peace" = "left phrases threshers" and "ossified doctrinaires". (Dimitrov, Selected Works, Volume 3, page 15, translation from the German edition).
Thus, Dimitrov called Stalin's teachings (that the inevitability of imperialist wars remain in force ) "a fatalistic perception." (Dimitrov, Selected Works, Volume 3, page 15, translation from the German edition).

And what had Dimitrov written in 1941 in his article "The seventieth anniversary of the Paris Commune?" "To avoid the accusation, that the Communards would unleash the civil war, they have not begun immediately a sweeping military offensive against the reaction of Versailles" (Dimitrov, Vol 3, Page 213, translation from the German edition).

But if the proletariat must wage a civil war against imperialist war, in order to overthrow the rule of the fascist bourgeoisie by force of arms, then this is demonized as a "fascist provocation". The attitude of Dimitrov differs not essentially from the attitude of Kautsky. With his social-chauvinism, Kautsky argued for waiving the civil war of the proletariat against the bourgeoisie in one's own country. The Seventh World Congress had also decided such a waiver, albeit in disguised form, because the Soviet Union would have "favorable conditions for solving the problem with its own resources". In Togliatti's Resolution against the war, we also find the thesis of the so-called "final victory of socialism" in the Soviet Union (="full guarantee against intervention").

And thus the VII World Congress limited itself to a "peace-maker" instead of organizing the revolutionary civil world war against the imperialist war. In his Resolution, Togliatti rejected the Marxist-Leninist principle of the need, to eliminate the inevitability of imperialist wars by means of the world-revolutionary overthrow of world imperialism.

"It is the duty of every socialist to conduct propaganda of the class struggle, in the army as well; work directed towards turning a war of the nations into civil war is the only socialist activity in the era of an imperialist armed conflict of the bourgeoisie of all nations. Down with mawkishly sanctimonious and fatuous appeals for “peace at any price"! Let us raise high the banner of civil war! Imperialism sets at hazard the fate of European culture: this war will soon be followed by others, unless there are a series of successful revolutions. The story about this being the “last war” is a hollow and dangerous fabrication, a piece of philistine “mythology" (Lenin, Collected Works, Volume 21, page 40, English version).

The struggle against fascism and the struggle against the imperialist war - thus the two main pillars of the Seventh Congress - were established on totally anti-Leninist basis.

The world-capitalist encirclement of socialism in "one" country makes the danger of military intervention unavoidable. Socialism in "one" country can neither prevent imperialist wars against other imperialists, nor imperialist wars against a socialist country - namely as long as world socialism is still not there.
In this sense, the Great Patriotic War of the Soviet Union could impossibly guarantee future prevention of imperialist wars - what is proved by irrefutable facts. The invincibility of the ideology of the world proletariat must not be equated with the so-called "invincibility" of a socialist country which is surrounded by capitalist countries. History of socialism teaches us that socialism is in no way invincible as long as imperialism rules the world.

The preventability of imperialist wars can ultimately only be guaranteed by the armed victorious world proletariat . However, not before the era of world communism, the threat of war of man against man is abolished forever.

Stalin later refuted the false, right-opportunist line of the "termination of the era of the inevitability of imperialist wars" :

"Some comrades hold that, owing to the development of new international conditions since the Second World War, wars between capitalist countries have ceased to be inevitable. They consider that the contradictions between the socialist camp and the capitalist camp are more acute than the contradictions among the capitalist countries. These comrades are mistaken. They see the outward phenomena that come and go on the surface, but they do not see those profound forces which, although they are so far operating imperceptibly, will nevertheless determine the course of developments. The struggle of the capitalist countries for markets and their desire to crush their competitors proved in practice to be stronger than the contradictions between the capitalist camp and the socialist camp. The inevitability of wars between capitalist countries remains in force." (Stalin, »The economic problems of socialism in the USSR, 1952).

Of all this, nothing is to read in the minutes of the Seventh World Congress.

In the Resolution of Togliatti, you can neither find the word "revolution" nor the word "socialism" (with the exception of the Soviet Union).

We counter: No one is allowed to answer the question of the inevitability of imperialist wars without the question of the armament of the proletarian revolution and socialism. In an opportunistic manner, Togliatti had formulated the following sentence in his Resolution to the VII World Congress (according to the pacifist slogan: "peace, friendship, harmony of classes"):
"The Soviet Union defends the lives of the workers of all countries, the lives of all the oppressed and exploited; it means the defense of national independence of small nations; it serves the vital interests of humanity; it protects the culture against barbarism of war" (Resolution of Togliatti: "(II) The role of the Soviet Union in the struggle for peace", protocols of the Seventh World Congress, Vol II, page 1000, translation from the German edition).

We hardly believe that Lenin and Stalin would ever content themselves with such universal phrases, where neither the revolutionary transformation of the war nor the socialism was mentioned.

"On the basis of the final victory of socialism over capitalism and the consequent strengthening of the military strength of the country, the relations between the Soviet Union and the capitalist countries have reached a new stage" (Togliatti, protocols, ibid, page 1000).

What was meant by this? A Soviet social-imperialist superpower which has itself waged imperialist wars such as against Afghanistan or so? The Seventh World Congress has paved the ideological foundation for the development of the social-imperialist Soviet Union. This truth has been confirmed in practice later.

During the German-Soviet non-aggression treaty, in the Comintern was spoken little about the "fascist warmongers" - in comparison with the previous Resolution of the VI. World Congress. Remarkably, nearly all documents have "disappeared" in this time period. It is a characteristic feature of opportunism that ideological principles are sacrificed in favor of tactical reasons. The German-Soviet non-aggression treaty did not and could not eliminate the nature of warmongering of the Hitler-Fascists.

Dimitrov's article: "The tasks of the working class in the war", dated 11 November 1939, began with quotations of Lenin and Stalin, but not for the purpose to propagate the revolutionary standpoint against imperialist wars, but only to justify his opportunistic "united front tactics".

Bourgeois sources say that the renegade and leading member of the Comintern - Walter Ulbricht - had openly propagated the support of the Hitler-Fascists "against the Anglo-French war bloc" (August Hoppe, Darium of the world revolution, 1967, Ilmgau-Verlag, page 245, German edition - The bourgeois author bases himself on the Comintern's magazin: "Die Welt", published in Stockholm on February 9, 1940").

Also Dimitrov directed his spearhead against the "aggressors England and France" (Dimitrov Works, Vol 3, Page 166, German edition) while keeping silence on the Hitler-fascist warmongers - after the "final victory of socialism in the USSR", when "the relationship between the Soviet Union and the capitalist countries enter into a new phase."

Defense of socialism in "one" country can never be equalized with disarmament of the world revolution. And the dissolution of the Comintern inmidst the war against the Soviet Union was doubtedless a disarmament of the world revolution and thus weakening the defense of socialism in "one" country.

Stalin was completely right when he said:

"The U.S.S.R. cannot be defended if support is given to the disorganisation of the Sections of the Comintern." (Stalin, Works, Volume 10, page 73, German edition, KPD/ML 1971).


Despite the betrayal by the rightist leaders of the Comintern, Stalin dealt a devastating blow to the world imperialists. With the Great Patriotic War, Stalin broke through the capitalist encirclement of the world center of the world revolution. Historically, Stalinism was the biggest and farest step of the revolutionary transition from world capitalism to world socialism. Comrade Enver Hoxha followed Stalin by means of the victory of the Albanian liberation war over the fascist occupiers. But in the end, this path towards world socialism was blocked by world imperialism with greatest efforts, and in particular, with the help of the betrayal of the modern revisionists, that had been already initiated on the Seventh World Congress of the Comintern. The restoration of capitalism became the biggest obstacle on the path to world socialism.

Enver Hoxha continued successfully with the Leninist-Stalinist fight against the restoration of capitalism. The Hoxhaism produces evidence to the world proletariat, that socialism triumphs over modern revisionism if the working class is guided by the teachings of the 5 classics of Marxism-Leninism. Hoxhaism is the doctrine of the victory of the working class over the modern revisionism, and secures the way to the victory of the world socialist revolution.